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2021-02-26
Il sommergibile Arcuri si inabissa per sopravvivere
Che cosa fanno i sommergibili quando sono inseguiti da forze nemiche e rischiano di essere affondati? Si immergono, ossia scendono in profondità sui fondali, sperando di sfuggire ai radar e, soprattutto, ai siluri della flotta avversaria. Secondo autorevoli quotidiani, sarebbe questa la tecnica adottata da Domenico Arcuri, del quale da giorni si sono perse le tracce.
Abituato a concedere interviste a giornali e tv, oltre che ad apparire spesso in conferenza stampa, da quando c'è il nuovo governo il commissario all'emergenza Covid si è inabissato, provando a farsi dimenticare. Le ragioni dell'improvviso silenzio stampa non derivano, come qualcuno potrebbe pensare, solo dal cambio a Palazzo Chigi. Certo, l'uscita di scena di Giuseppe Conte - l'uomo che per fronteggiare la pandemia un anno fa lo aveva voluto al posto di Angelo Borrelli - e l'arrivo di Mario Draghi, hanno avuto un'influenza sulle performance televisive dell'amministratore delegato di Invitalia. Tuttavia, non si tratta solo di quello. A indurre Arcuri alla prudenza e a rinunciare ai settimanali incontri con i giornalisti, dove esibiva potere e disprezzo nei confronti di chi gli rivolgeva domande ritenute scomode, sono anche le inchieste aperte da alcune Procure sulle forniture di dispositivi di protezione. In particolare, c'è l'indagine dei pm di Roma sulle mascherine arrivate dalla Cina grazie a una curiosa combriccola di improvvisati intermediari, fra i quali spicca un giornalista Rai che vantava una solida conoscenza proprio con il commissario all'emergenza. I lettori de La Verità sanno tutto di questa faccenda, perché da settimane, in assoluta solitudine, il nostro giornale li informa sugli sviluppi dell'inchiesta, in particolare sulla commissione da oltre 70 milioni incassata dai presunti broker. Uno di loro, Mario Benotti, cronista tv in aspettativa, era abituato a entrare e uscire dai Palazzi romani, in particolare da quelli dei ministeri in quota Pd. Per questo, agli inizi dell'epidemia, aveva contattato Arcuri, il quale adesso quasi nega di conoscerlo, anche se gli inquirenti hanno annotato più di 1.200 contatti telefonici in soli pochi mesi.
Oltre alle indagini e al cambio di passo dovuto al nuovo governo, a contribuire all'inabissamento del super commissario c'è anche il fatto che la campagna vaccinale procede meno bene di come era stata annunciata. Tra dicembre e gennaio, Arcuri si dimostrava certo di poter immunizzare in pochi mesi gran parte degli italiani e, bisogna riconoscere, che in principio le cose erano andate spedite, tanto che l'Italia risultava il primo Paese europeo per numero di inoculati. Ma poi tutto è cambiato. Ufficialmente per il taglio delle forniture di fiale da parte delle aziende farmaceutiche e un po' perché la task force che il commissario aveva promesso di mettere in campo non s'è mai vista. Le primule, cioè i tendoni dove gli italiani avrebbero ricevuto le inoculazioni, sono sfiorite ancora prima di sbocciare. I medici e gli infermieri da assumere si sono ridotti da 15.000 a poco più di 3.000. Gli accordi con farmacisti e dottori di famiglia sono stati avviati in ritardo. Risultato, se prima l'Italia era avanti al resto d'Europa, adesso è scavalcata, in percentuale, da Romania, Grecia, Polonia, Portogallo, per non dire di Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Slovacchia e Slovenia e della Lituania.
Non tutte le colpe però sono del pover'uomo costretto dagli eventi a nascondersi sui fondali della politica. Se in Italia i vaccini scarseggiano è perché l'Europa i contratti li ha fatti al ribasso, cioè cercando di risparmiare, firmando contratti a 18 dollari quasi si trattasse di saldi di fine stagione. In Israele, Paese che ha già vaccinato l'82 per cento della popolazione, le fiale le hanno pagate 30 dollari. Negli Stati Uniti, il tanto vituperato Donald Trump ha speso tra i 20 e i 24 dollari, ma adesso hanno già inoculato le dosi a quasi 60 milioni di abitanti (circa il 18 per cento degli americani), così come quel buffone di Boris Johnson ha vaccinato oltre 17 milioni di inglesi (più del 25 per cento), e quel dittatore di Erdogan 6,5 milioni di turchi, il 7,5 per cento del totale, per non parlare degli Emirati Arabi, con 5,5 milioni, oltre la metà degli abitanti. Certo, israeliani, americani, britannici, arabi e, credo, anche i turchi hanno speso più di ciò che alla fine spenderemo noi per vaccinarci. Ma che cosa sono 1,2 miliardi di euro (tanto avremmo pagato se avessimo sborsato il prezzo sostenuto da Tel Aviv) in confronto a ciò che ci è costato e ci costa il lockdown? Invece di buttare soldi nei monopattini (465 milioni), nei bonus vacanze (2,4 miliardi stanziati, 615 milioni prenotati) o nel cashback (230 milioni), ci saremmo potuti comprare tutti i vaccini che ci servivano anche a 30 dollari. Ma il governo giallorosso ha preferito fare altro, accodandosi alla linea di Ursula von der Leyen, che oggi tutti - perfino quelli che osannano la Ue - riconoscono come un fallimento.
Certo, tutto ciò non è attribuibile all'inaffondabile sommergibilista a cui è affidata l'emergenza Covid, e però qualche responsabilità va riservata anche a lui perché, quando si iniziò a parlare del taglio dei vaccini, Arcuri assicurò con una certa tracotanza che avrebbe fatto causa alla Pfizer e a tutte le altre aziende che si fossero permesse di non rispettare gli accordi. Poi, qualcuno deve avergli spiegato che non c'era alcuna possibilità di vincere il contenzioso, perché le forniture non erano state ordinate a nome dell'Italia, ma di Bruxelles e a ogni buon conto le clausole contrattuali esentavano le società da qualsiasi responsabilità in caso di ritardo. Risultato, le iniziative giudiziarie annunciate con enfasi da Arcuri si sono inabissate nel profondo dei mari. Proprio come il commissario. Del resto, l'importante non è esistere, ma resistere. Se serve, sotto il pelo dell'acqua e pure sotto quello della decenza.
Che cosa fanno i sommergibili quando sono inseguiti da forze nemiche e rischiano di essere affondati? Si immergono, ossia scendono in profondità sui fondali, sperando di sfuggire ai radar e, soprattutto, ai siluri della flotta avversaria. Secondo autorevoli quotidiani, sarebbe questa la tecnica adottata da Domenico Arcuri, del quale da giorni si sono perse le tracce.Abituato a concedere interviste a giornali e tv, oltre che ad apparire spesso in conferenza stampa, da quando c'è il nuovo governo il commissario all'emergenza Covid si è inabissato, provando a farsi dimenticare. Le ragioni dell'improvviso silenzio stampa non derivano, come qualcuno potrebbe pensare, solo dal cambio a Palazzo Chigi. Certo, l'uscita di scena di Giuseppe Conte - l'uomo che per fronteggiare la pandemia un anno fa lo aveva voluto al posto di Angelo Borrelli - e l'arrivo di Mario Draghi, hanno avuto un'influenza sulle performance televisive dell'amministratore delegato di Invitalia. Tuttavia, non si tratta solo di quello. A indurre Arcuri alla prudenza e a rinunciare ai settimanali incontri con i giornalisti, dove esibiva potere e disprezzo nei confronti di chi gli rivolgeva domande ritenute scomode, sono anche le inchieste aperte da alcune Procure sulle forniture di dispositivi di protezione. In particolare, c'è l'indagine dei pm di Roma sulle mascherine arrivate dalla Cina grazie a una curiosa combriccola di improvvisati intermediari, fra i quali spicca un giornalista Rai che vantava una solida conoscenza proprio con il commissario all'emergenza. I lettori de La Verità sanno tutto di questa faccenda, perché da settimane, in assoluta solitudine, il nostro giornale li informa sugli sviluppi dell'inchiesta, in particolare sulla commissione da oltre 70 milioni incassata dai presunti broker. Uno di loro, Mario Benotti, cronista tv in aspettativa, era abituato a entrare e uscire dai Palazzi romani, in particolare da quelli dei ministeri in quota Pd. Per questo, agli inizi dell'epidemia, aveva contattato Arcuri, il quale adesso quasi nega di conoscerlo, anche se gli inquirenti hanno annotato più di 1.200 contatti telefonici in soli pochi mesi.Oltre alle indagini e al cambio di passo dovuto al nuovo governo, a contribuire all'inabissamento del super commissario c'è anche il fatto che la campagna vaccinale procede meno bene di come era stata annunciata. Tra dicembre e gennaio, Arcuri si dimostrava certo di poter immunizzare in pochi mesi gran parte degli italiani e, bisogna riconoscere, che in principio le cose erano andate spedite, tanto che l'Italia risultava il primo Paese europeo per numero di inoculati. Ma poi tutto è cambiato. Ufficialmente per il taglio delle forniture di fiale da parte delle aziende farmaceutiche e un po' perché la task force che il commissario aveva promesso di mettere in campo non s'è mai vista. Le primule, cioè i tendoni dove gli italiani avrebbero ricevuto le inoculazioni, sono sfiorite ancora prima di sbocciare. I medici e gli infermieri da assumere si sono ridotti da 15.000 a poco più di 3.000. Gli accordi con farmacisti e dottori di famiglia sono stati avviati in ritardo. Risultato, se prima l'Italia era avanti al resto d'Europa, adesso è scavalcata, in percentuale, da Romania, Grecia, Polonia, Portogallo, per non dire di Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Slovacchia e Slovenia e della Lituania.Non tutte le colpe però sono del pover'uomo costretto dagli eventi a nascondersi sui fondali della politica. Se in Italia i vaccini scarseggiano è perché l'Europa i contratti li ha fatti al ribasso, cioè cercando di risparmiare, firmando contratti a 18 dollari quasi si trattasse di saldi di fine stagione. In Israele, Paese che ha già vaccinato l'82 per cento della popolazione, le fiale le hanno pagate 30 dollari. Negli Stati Uniti, il tanto vituperato Donald Trump ha speso tra i 20 e i 24 dollari, ma adesso hanno già inoculato le dosi a quasi 60 milioni di abitanti (circa il 18 per cento degli americani), così come quel buffone di Boris Johnson ha vaccinato oltre 17 milioni di inglesi (più del 25 per cento), e quel dittatore di Erdogan 6,5 milioni di turchi, il 7,5 per cento del totale, per non parlare degli Emirati Arabi, con 5,5 milioni, oltre la metà degli abitanti. Certo, israeliani, americani, britannici, arabi e, credo, anche i turchi hanno speso più di ciò che alla fine spenderemo noi per vaccinarci. Ma che cosa sono 1,2 miliardi di euro (tanto avremmo pagato se avessimo sborsato il prezzo sostenuto da Tel Aviv) in confronto a ciò che ci è costato e ci costa il lockdown? Invece di buttare soldi nei monopattini (465 milioni), nei bonus vacanze (2,4 miliardi stanziati, 615 milioni prenotati) o nel cashback (230 milioni), ci saremmo potuti comprare tutti i vaccini che ci servivano anche a 30 dollari. Ma il governo giallorosso ha preferito fare altro, accodandosi alla linea di Ursula von der Leyen, che oggi tutti - perfino quelli che osannano la Ue - riconoscono come un fallimento.Certo, tutto ciò non è attribuibile all'inaffondabile sommergibilista a cui è affidata l'emergenza Covid, e però qualche responsabilità va riservata anche a lui perché, quando si iniziò a parlare del taglio dei vaccini, Arcuri assicurò con una certa tracotanza che avrebbe fatto causa alla Pfizer e a tutte le altre aziende che si fossero permesse di non rispettare gli accordi. Poi, qualcuno deve avergli spiegato che non c'era alcuna possibilità di vincere il contenzioso, perché le forniture non erano state ordinate a nome dell'Italia, ma di Bruxelles e a ogni buon conto le clausole contrattuali esentavano le società da qualsiasi responsabilità in caso di ritardo. Risultato, le iniziative giudiziarie annunciate con enfasi da Arcuri si sono inabissate nel profondo dei mari. Proprio come il commissario. Del resto, l'importante non è esistere, ma resistere. Se serve, sotto il pelo dell'acqua e pure sotto quello della decenza.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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