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2019-04-12
L'Italia è il primo Paese europeo per numero di cittadinanze concesse
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Se hai un antenato nato in Italia dopo il 1861, puoi diventare cittadino italiano anche se hai vissuto tutta la vita dall'altra parte del pianeta. Anche se tra il 1940 e il 1947 hai vissuto in Istria, Fiume o Dalmazia, puoi diventare cittadino italiano (tu e tutti i tuoi figli). Persino se eri residente nei territori dell'ex impero austro-ungarico potevi diventare italiano, almeno fino al 2010. Se tutte le strade portano a Roma, insomma, altrettante strade portano alla cittadinanza italiana. Al punto che si può diventare italiani anche per meriti speciali, quelli riconosciuti a Rami e Adam, i due piccoli eroi del fallito attacco al bus di San Donato Milanese.
Utilizzando queste leggi, e molte altre ancora, 224.000 persone sono diventate italiane nel solo 2017. Significa che la cittadinanza è stata concessa 613 volte al giorno, tutti i giorni. È come se in un anno si fosse aggiunta la popolazione dell'intera provincia di Lodi. Quello del 2017 è un record assoluto: mai il nostro Paese aveva aperto così tanto le braccia a chi arriva dall'estero al punto che il dato del 2017 ha polverizzato il record precedente del 2016. Per rendersi conto dell'enormità del fenomeno basta guardare i dati del 2002: in quell'anno le cittadinanze concesse sono state appena 12.258.
Ma da dove provengono i "nuovi italiani"? Come è facile immaginare, soprattutto da Albania e Marocco. E dove vanno a vivere? Soprattutto in Lombardia e Veneto, le aree più ricche del Paese. Quanti anni hanno? Moltissimi (quasi 1 su 3) sono under 15, segno che hanno ottenuto la cittadinanza perché sono stati adottati oppure perché sono figli di stranieri diventati italiani dopo aver vissuto sul nostro territorio per almeno 10 anni, o anche perché uno dei genitori si è sposato con un nostro connazionale.
Per caso all'ingresso delle nostre frontiere abbiamo affisso il cartello «AAA vendesi cittadinanza» e nessuno se n'è accorto? Forse no, ma allora qualcuno deve spiegare il perché di questi numeri impressionanti e, soprattutto, perché l'Italia è il primo Paese europeo per numero di cittadinanze concesse. Gli ultimi dati ufficiali comparativi sono quelli del 2015 e dicono che big come la Germania (80 milioni di abitanti, 20 in più di noi), la Spagna (46 milioni) e la Francia (60 milioni, come noi) e Gran Bretagna (64 milioni, poco più di noi) hanno le maglie molto più strette: viaggiano intorno alle 110.000 concessioni l'anno, contro le 180.000 dell'Italia (nel 2015).
Come se non bastasse, da pochi anni è stato regolamentato anche nel nostro Paese il cosiddetto "visto d'oro" (definito più sobriamente dall'ex ministro Carlo Calenda Investor visa for Italy). Un nome azzeccatissimo, dato che si paga proprio a peso d'oro: è concesso per 2 anni (estendibili a 5) agli extracomunitari che investono almeno 2 milioni di euro in titoli di Stato italiani, un milione in capitali di una società nazionale (o 500.000 euro in una start up) e donano almeno un milione di euro a sostegno di un progetto di interesse pubblico.
Con questo speciale passaporto, pensato per i miliardari, si può circolare liberamente nei Paesi dell'Unione europea; aprire un conto in banca e quindi muovere soldi in estrema libertà. Trascorsi i soliti 10 anni di residenza si può chiedere la cittadinanza. Il meccanismo è presente quasi ovunque nel mondo e negli ultimi anni si è trasformato in un vero e proprio mercimonio di diritti. Ecco che allora quel cartello alla frontiera forse possiamo appenderlo davvero: «AAA vendesi cittadinanza». Avanti il prossimo.
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Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna hanno le maglie molto più strette: viaggiano intorno alle 110.000 concessioni l'anno, contro le 180.000 nostre. Soltanto nel 2017 ne sono state concesse 224.000, una media di 613 al giorno. È come se in un anno si fosse aggiunta la popolazione dell'intera provincia di Lodi. Per rendersi conto dell'enormità del fenomeno basta guardare i dati del 2002: in quell'anno le cittadinanze concesse sono state appena 12.258.Se hai un antenato nato in Italia dopo il 1861, puoi diventare cittadino italiano anche se hai vissuto tutta la vita dall'altra parte del pianeta. Anche se tra il 1940 e il 1947 hai vissuto in Istria, Fiume o Dalmazia, puoi diventare cittadino italiano (tu e tutti i tuoi figli). Persino se eri residente nei territori dell'ex impero austro-ungarico potevi diventare italiano, almeno fino al 2010. Se tutte le strade portano a Roma, insomma, altrettante strade portano alla cittadinanza italiana. Al punto che si può diventare italiani anche per meriti speciali, quelli riconosciuti a Rami e Adam, i due piccoli eroi del fallito attacco al bus di San Donato Milanese. Utilizzando queste leggi, e molte altre ancora, 224.000 persone sono diventate italiane nel solo 2017. Significa che la cittadinanza è stata concessa 613 volte al giorno, tutti i giorni. È come se in un anno si fosse aggiunta la popolazione dell'intera provincia di Lodi. Quello del 2017 è un record assoluto: mai il nostro Paese aveva aperto così tanto le braccia a chi arriva dall'estero al punto che il dato del 2017 ha polverizzato il record precedente del 2016. Per rendersi conto dell'enormità del fenomeno basta guardare i dati del 2002: in quell'anno le cittadinanze concesse sono state appena 12.258.Ma da dove provengono i "nuovi italiani"? Come è facile immaginare, soprattutto da Albania e Marocco. E dove vanno a vivere? Soprattutto in Lombardia e Veneto, le aree più ricche del Paese. Quanti anni hanno? Moltissimi (quasi 1 su 3) sono under 15, segno che hanno ottenuto la cittadinanza perché sono stati adottati oppure perché sono figli di stranieri diventati italiani dopo aver vissuto sul nostro territorio per almeno 10 anni, o anche perché uno dei genitori si è sposato con un nostro connazionale. Per caso all'ingresso delle nostre frontiere abbiamo affisso il cartello «AAA vendesi cittadinanza» e nessuno se n'è accorto? Forse no, ma allora qualcuno deve spiegare il perché di questi numeri impressionanti e, soprattutto, perché l'Italia è il primo Paese europeo per numero di cittadinanze concesse. Gli ultimi dati ufficiali comparativi sono quelli del 2015 e dicono che big come la Germania (80 milioni di abitanti, 20 in più di noi), la Spagna (46 milioni) e la Francia (60 milioni, come noi) e Gran Bretagna (64 milioni, poco più di noi) hanno le maglie molto più strette: viaggiano intorno alle 110.000 concessioni l'anno, contro le 180.000 dell'Italia (nel 2015). Come se non bastasse, da pochi anni è stato regolamentato anche nel nostro Paese il cosiddetto "visto d'oro" (definito più sobriamente dall'ex ministro Carlo Calenda Investor visa for Italy). Un nome azzeccatissimo, dato che si paga proprio a peso d'oro: è concesso per 2 anni (estendibili a 5) agli extracomunitari che investono almeno 2 milioni di euro in titoli di Stato italiani, un milione in capitali di una società nazionale (o 500.000 euro in una start up) e donano almeno un milione di euro a sostegno di un progetto di interesse pubblico. Con questo speciale passaporto, pensato per i miliardari, si può circolare liberamente nei Paesi dell'Unione europea; aprire un conto in banca e quindi muovere soldi in estrema libertà. Trascorsi i soliti 10 anni di residenza si può chiedere la cittadinanza. Il meccanismo è presente quasi ovunque nel mondo e negli ultimi anni si è trasformato in un vero e proprio mercimonio di diritti. Ecco che allora quel cartello alla frontiera forse possiamo appenderlo davvero: «AAA vendesi cittadinanza». Avanti il prossimo.
«Wonder Man» (Disney+)
La nuova serie, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, segue Simon Williams, supereroe con identità segreta, alle prese con una carriera da attore e la sorveglianza del Dipartimento per il controllo dei danni. Tra quotidiano e straordinario, lo show intrattiene senza promettere rivoluzioni.
L'idea è ormai sedimentata. I supereroi, la cui narrazione un tempo era appannaggio di pochi e magnifici film, sarebbero stati sfruttati dalla serialità televisiva. Un do ut des, perché la domanda non rimanesse mai senza risposta e perché anche i personaggi minori degli universi fumettistici potessero trovare un loro spazio. Ci sarebbe stata reciprocità, uno scambio consensuale fra il pubblico e la parte creativa. E così, in questi ultimi anni, è stato. Così continuerà ad essere.
Wonder Man, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, sembra portare avanti quel che è iniziato diverse stagioni fa, l'idea ormai sedimentata. Al centro, dunque, non ha alcun personaggio noto. Non ai più. Protagonista dello show è Simon Williams, un ragazzo all'apparenza ordinario, impegnato a intraprendere una carriera da attore. Parrebbe desiderare quello che tanti, come lui, desiderano: un posto nel mondo patinato dello spettacolo, sotto i riflettori, dove il lavoro si possa mescolare al gioco e il gioco al divertimento. Per farlo, parrebbe anche disposto a tutto. Ivi compreso nascondere quel che più lo renderebbe straordinario, i suoi super poteri. Simon Williams, di cui è stato raccontato (ad oggi) solo all'interno dei fumetti, non è un uomo qualunque, ma un supereroe. Un supereroe che il Dipartimento per il Controllo dei Danni, guidato dall'agente P. Cleary, considera alla stregua di una minaccia. Troppo spesso i supereroi si sono ritagliati ruoli che, all'interno della società, non avrebbero dovuto ricoprire. Troppo spesso i media sono andati loro dietro, accecati da quell'abbaglio che il Dipartimento vuole denunciare come tale.Williams abbozza, concentrando ogni energia su di sé, l'occultamento dei poteri e la carriera da attore. Una carriera che potrebbe prendere il volo, qualora il ragazzo riuscisse ad aggiudicarsi la parte del protagonista in un remake d'autore.Wonder Man si muove così, su un binario duplice, sfruttando l'alterità tra identità segreta e identità pubblica. C'è l'uomo, quello semplice e comune, con i drammi e le difficoltà, le gioie e l'evolversi di un quotidiano che in nulla differisce da quello di chi guardi. E c'è il supereroe, messo alle strette da un'istituzione ambigua, che vorrebbe controllarne il potenziale. Non è irrinunciabile e non promette di inaugurare un nuovo filone, una nuova epopea. Però, intrattiene, con quel po' di genuina magia che i supereroi sanno portarsi appresso.
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