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2022-07-25
Inflazione, caldo, Covid. È l'inferno degli anziani
Stretti tra la minaccia delle nuove varianti del Covid, le bollette che esplodono, l’inflazione che erode la già misera pensione, l’assistenza sanitaria senza personale e la badante che li molla all’improvviso, gli anziani si preparano ad affrontare un’estate da incubo.
Sono la categoria che ha più sofferto della pandemia. I decessi e le forme gravi del Covid si contano soprattutto tra gli over 65, ma chi è riuscito a evitare il contagio o l’ha avuto in forma lieve, ha subito comunque gli effetti delle restrizioni per l’impossibilità di avere contatti con i propri cari. Ha pesato molto anche la paura di ammalarsi per qualcosa che non fosse il Covid e di non trovare l’assistenza dal medico di base o tanto più dagli ospedali, tutti impegnati a fronteggiare l’emergenza virus. Uno studio Censis-Assindatcolf rivela che per il 42,8% degli over 75, la diffusione del Covid, ha portato ad un peggioramento della propria condizione di salute. A questo si aggiunge un giudizio negativo per 3 anziani su 10 sulla disponibilità dei servizi di cura e assistenza per la famiglia.
Questa estate non andrà meglio. Le temperature soffocanti acuiscono le patologie di chi è avanti con gli anni e per chi finisce in ospedale è un calvario. Gli organici sono ridotti all’osso per carenze strutturali, ma anche perché il personale che ha accumulato le ferie durante la pandemia e ora vuole smaltirle. Inoltre, il Covid continua a magiare i posti letto. «Molti anziani con malattie croniche peggiorano con questo caldo e anche un Covid non grave con qualche linea di febbre, può indurre un fragile all’ospedalizzazione» afferma Fabio De Iaco, presidente di Simeu, la Società della medicina di emergenza-urgenza.
Negli ospedali le aree Covid assorbono posti e le urgenze per altre patologie sono confinate nei corridoi. C’è poi il problema dei pronto soccorso. La fuga dei medici è nota e il turn over, specie a luglio e agosto, è un miraggio.
Per gli anziani che non hanno particolari criticità di salute, la vita non è meno difficile. Negli ultimi mesi i prezzi sono esplosi mentre le pensioni sono sempre le stesse. Dai dati annuali dell’Inps risulta che il 40%, di chi percepisce l’assegno previdenziale, cioè 4 pensionati su 10, mette in tasca meno di 12.000 euro lordi l’anno. Circa 6,4 milioni di anziani si trovano a dover conciliare un bilancio risicato con l’aumento generalizzato delle spese. Nel 2021 l’importo medio mensile dei redditi pensionistici è stato di 1.884 euro lordi per gli uomini e di 1.374 euro per le donne.
È vero che c’è il meccanismo della perequazione, ma l’adeguamento al carovita arriverà solo il prossimo anno; nel frattempo l’inflazione sale mensilmente quasi dell’1% e a giugno ha raggiunto il +8% su base annua. L’indicizzazione, reintrodotta quest’anno, prevede una rivalutazione piena per chi riceve un assegno fino a circa 2.000 euro, il 90% per chi colloca tra 4 e 5 volte la pensione sociale e il 75% per chi supera questa soglia.
La quotidianità di un pensionato significa fare i conti con il rincaro di uno spuntino al bar, di un chilo di frutta o verdura al mercato e soprattutto della bolletta energetica. Alcune spese come quelle per le utenze e gli alimentari sono incomprimibili; se aumentano i prezzi un anziano non può rinunciare al condizionamento dell’aria con l’afa in città o a mangiare e quindi deve tagliare gli altri consumi.
L’inflazione erode anche i risparmi sul conto. Il pensionato, se ha un gruzzolo da parte, spesso si affida ai titoli di Stato che in genere sono caratterizzati dalla salvaguardia del capitale alla scadenza e da una cedola con rendimento solitamente semestrale. Con l’aumento dei tassi, la cedola non si adegua e rimane bassa rispetto al mercato. Quindi se l’anziano, per necessità, ha bisogno di smobilizzare l’investimento in anticipo, il capitale perde valore.
Il Codacons ha calcolato sui dati Istat, che a causa dei forti rincari di prezzi e tariffe un pensionato over 65 deve affrontare una maggiore spesa annua pari a +1.595 euro (contro i +2.457 euro annui della famiglia «tipo»). Pesano soprattutto gli acquisti di generi alimentari che per un anziano rappresentano il 18,4% delle uscite del suo portafoglio; l’aggravio è di +330 euro annui.
La spesa per energia e casa (che rappresenta il 47,5% della spesa totale annua del pensionato) sale di +758 euro annui. Ecco lo scenario tratteggiato dal presidente del Codacons, Gianluca Di Ascenzo: «L’inflazione record indebolisce i nuclei numerosi e i più deboli che sono i pensionati. L’impatto del carovita per queste categorie si fa sentire di più perché già in passato, hanno tagliato i beni superflui. Un anziano spende meno per svago e divertimento rispetto ad altre tipologie familiari. I risparmi, nella maggior parte dei casi, vanno ad aiutare i nipoti con lavori precari o i figli che sono rimasti disoccupati». Negli ultimi 20 anni, secondo le rilevazioni del sindacato Fnp-Cisl, le pensioni hanno perso quasi il 20%- 30% del loro potere d’acquisto. E questo si ripercuote sui consumi con un danno per l’economia.
Tra le voci che hanno maggiore incidenza sul bilancio di un anziano c’è quella delle badanti. Il costo medio, se c’è un contratto, è di circa 1.300 euro al mese al quale bisogna aggiungere altre 1.500 per la sostituzione estiva. Un’assistente ha diritto alle ferie e di solito ne usufruisce, come gran parte dei lavoratori, tra luglio e agosto, proprio nel periodo in cui anche le famiglie vorrebbero andare in vacanza. Nella maggior parte dei casi le famiglie si rivolgono a personale in nero che proprio perché è chiamato nei mesi di maggior richiesta, alza la retribuzione. Il lavoro domestico rappresenta, infatti, il 37,8% dell’occupazione irregolare dipendente. Ma non è affatto scontato, che essendo disposti a pagare di più, la ricerca di una badante sia più facile. Alcune famiglie si rivolgono alle Rsa private, ma è una soluzione elitaria dal momento che quelle migliori possono arrivare a costare, nel mese di agosto, anche 3.000 euro.
Da uno studio Censis-Assindatcolf emerge che il 58,5% delle famiglie non esita a scartare il ricorso a una Residenza sanitaria assistenziale, preferendo una badante. Solo il 41,5% delle famiglie prende in considerazione una Rsa: di queste, il 21,3% si rivolgerebbe a una struttura convenzionata, il 14,2% a una privata, il restante 6,0% a una pubblica. C’è la convinzione che il distacco dalla propria abitazione produca effetti negativi sull’anziano. Spesso la soluzione transitoria estiva della casa di riposo diventa un anticipo dell’allontanamento definitivo dai propri cari.
«Le Rsa possono costare 3.000 euro. Le famiglie sono l’unico salvagente»
L’estate è spesso sinonimo di solitudine per gli anziani. Una condizione che si aggrava nei casi di non autosufficienza. Mancano le strutture e quelle poche vengono prese d’assalto. Non sono rari i casi di famiglie che pur di partire per le ferie, lasciano il nonno al pronto soccorso di un ospedale o nelle lungodegenze. Impossibile trovare una badante disponibile in agosto e le Rsa private hanno prezzi da capogiro. Andrea Zini, presidente di Assindatcolf, l’Associazione dei datori di lavoro domestico, conosce bene questa realtà. «Ci sono tutte le condizioni per essere un’estate peggiore delle altre. Il caldo acuisce le patologie degli anziani, i costi sono aumentati».
Così le famiglie sono l’unico salvagente per un anziano.
«È una realtà ineluttabile. Anche in quelle Regioni dove è garantita l’assistenza domiciliare, ci si occupa solo dell’aspetto sanitario non di quello sociale, del vitto e dell’alloggio, che ricade tutto sulle famiglie. Le badanti con regolare contratto hanno diritto alle ferie come ai riposi settimanali. Quindi in agosto l’anziano deve cercare un sostituto. Ed è un’operazione faticosissima. Chi si rivolge, disperato, al personale in nero, non ha certezze. Rischia, dopo una settimana di presenza, di essere mollato senza preavviso, perché magari l’irregolare ha trovato di meglio o ritiene che l’assistenza sia troppo faticosa. O, peggio, intenta una causa legale. Avere a che fare con un malato di demenza o Alzheimer è difficile. È sempre la famiglia a dover gestire la situazione e spesso assistiamo a casi di abbandono».
L’anziano viene lasciato in Rsa o in ospedale?
«Abbiamo registrato un aumento in estate dei ricoveri nelle lungodegenze degli ospedali. Ma sono situazioni temporanee, spesso di pochi giorni e quando l’anziano viene dimesso ecco che si ripresenta il problema».
Aumentano anche le richieste di soggiorni nelle Rsa?
«Le strutture pubbliche richiedono tempi piuttosto lunghi. Quelle private spesso accettano prenotazioni anticipate di mesi che sanno bene di non poter gestire. Così a ridosso di agosto, il mese più critico, sono costrette a comunicare che mancano i posti letto. E si apre il dramma».
Eppure, sono strutture costose.
«Una Rsa privata di medio livello chiede dalle 1.000 alle 1.500 euro per un mese. Quelle di livello più alto arrivano a superare le 3.000 euro. Certo più il costo sale, maggiori sono le possibilità di trovare posto. Ma non sono spese alla portata di tutti».
E allora comincia la caccia alla badante?
«Le richieste raddoppiano ma il problema è che il mercato si è ristretto. Fino a cinque anni fa, c’erano le immigrate dai Paesi dell’est Europa. Ora chi lascia quelle località ha una specializzazione in tasca, cerca un impiego qualificato, con prospettive, non vuole assistere un anziano. Dall’Africa arrivano uomini soli o famiglie e di solito nella casa di un anziano o di una coppia, non c’è posto per ospitare più persone. Molto difficile trovare italiani che siano disponibili a svolgere questa attività di assistenza».
Quanto costa una badante?
«Le assistenti con contratto richiedono circa 17-18.000 euro l’anno. A questa cifra va aggiunto il costo per la sostituzione estiva che comporta una spesa variabile da 1.500 fino a 2.300 euro».
E come fa chi ha una pensione che arriva a stento a 1.000 euro?
«È il mistero dell’Italia che risparmia. Interviene la famiglia. La legge delega sulla non autosufficienza, prevista tra gli obiettivi del Pnrr, potrebbe dare una mano ad aiutare le famiglie ma temo che venga rinviata. È una legge di spesa e facilmente, in momenti di crisi, può essere accantonata».
Cosa prevede la legge delega sulla non autosufficienza?
«In Italia vivono 3,8 milioni di anziani non autosufficienti, tra questi circa 1 milione hanno alle proprie dipendenze una badante, che, nel 50% dei casi, è in nero. Con la legge delega l’assistente diventa una figura centrale. Si prevedono incentivi economici per il lavoro regolare e la professionalizzazione degli addetti. L’obiettivo è l’introduzione di un assegno universale mirato al bisogno dei non autosufficienti, non erogato pioggia ma tenendo conto del reddito familiare».
«Sanità: il problema numero uno»
«La nostra sanità, che durante la fase più cruenta del Covid ha mostrato tutte le fragilità, continua ad essere precaria. Questa situazione è ancora più evidente in estate quando il personale nelle strutture ospedaliere va in ferie e i pronto soccorsi restano sguarniti. Gli anziani, non solo quelli fragili, si sentono smarriti, abbandonati. Temono di non avere l’attenzione necessaria e anche la patologia più lieve diventa fonte di ansia». Daniela Fumarola, Reggente Fnp Cisl mette il dito nella piaga.
È ancora l’assistenza sanitaria l’emergenza numero uno per gli anziani?
«Le lunghe liste di attesa, formate durante il Covid, si sono allungate ulteriormente. È una situazione che ha creato un solco profondo tra chi può permettersi le cure in strutture private perché ha le disponibilità economiche e chi, invece, è costretto ai tempi lunghi della sanità pubblica, se non nella peggiore delle ipotesi a rinunciare a curarsi. Questa emergenza si amplifica in estate quando tutto il Paese rallenta l’attività. Ma ci si ammala anche a luglio e agosto. Anzi, queste temperature soffocanti incidono soprattutto sulle condizioni di chi è fragile per l’età. Ed è quanto si sta verificando in questi giorni. Sono tornati ad aumentare i ricoveri ospedalieri di malati cronici che si sono aggravati a causa dell’afa. Queste situazioni si sommano alle terapie intensive dei positivi al Covid. Questo insieme di fattori è destabilizzante per chi vive in equilibrio fisico precario. Basta un piccola influenza a scatenare il panico nell’anziano che teme di non ricevere le cure appropriate. C’è poi il problema dei non autosufficienti lasciati totalmente in gestione alle famiglie. Sono situazioni che con l’estate esplodono. Noi come Fnp stiamo lavorando perché si possa realizzare una legge sulla non autosufficienza che vada incontro ai bisogni non solo degli anziani ma di tutti i più fragili bisognosi di cure. È necessaria un’offerta di assistenza domiciliare che possa agevolare, a seconda delle patologie, le cure nel proprio contesto familiare. C’è poi il tema della solitudine».
Le strutture in cui gli anziani possono incontrarsi sono ancora chiuse?
«I circoli di quartiere per la terza età hanno riaperto, ma sono ancora percepiti come un rischio reale di contagio. L’estate e la possibilità di stare all’aperto dovrebbe aiutare i nostri pensionati ad incontrarsi, creando momenti di socialità, ma con i numeri di contagiati di questi giorni, diventano pericolose anche queste situazioni. La solitudine per gli anziani può diventare una vera piaga sociale e trovare un luogo di incontro, con la pandemia è diventato un problema difficile da risolvere».
Basta la perequazione per recuperare l’aumento del costo della vita?
«È qualcosa ma non basta. È necessario intervenire per realizzare una riforma fiscale incentrata sul principio costituzionale di progressività che preveda anche l’abbassamento delle prime aliquote Irpef. Alcune imposte si fanno sentire di più sui pensionati con basso reddito. Penso anche alla Tari, la tassa sui rifiuti che, calcolata in base alla superficie della casa, tiene poco conto degli anziani soli in appartamenti grandi e con i ricordi di una vita».
«Gli assegni non saliranno. Non diteci le solite balle»
«Se la politica fosse consapevole del ruolo sociale che svolgono gli anziani avrebbe più attenzione per le loro pensioni. E non venitemi a dire che con la reintroduzione della perequazione, gli assegni saliranno. Innanzitutto è una decisione che arriva dopo anni di tagli e poi il recupero dell’inflazione scatta dal prossimo anno. Nel frattempo i generi alimentari rincarano, le bollette aumentano e perfino una doccia calda diventa un lusso. Per non parlare dell’impianto di condizionamento, indispensabile a queste temperature, per chi è avanti con gli anni». Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil Pensionati, lancia il sasso. «La situazione più grave è quella delle famiglie, 3,5 milioni, con un genitore non autosufficiente che non possono permettersi badanti qualificate».
La perequazione non dà una mano?
«Da circa 20 anni sulle indicizzazioni delle pensioni ci sono stati molti interventi, con l’unico scopo di produrre risparmi e non per sostenere il sistema previdenziale. L’indicizzazione farà sentire i suoi effetti il prossimo anno. Intanto il pensionato cosa fa?»
Forse riesce ad attingere a qualche risparmio.
«Non penso. I nonni sono il vero paracadute sociale, il welfare dell’Italia. Gli anziani in famiglia sono una risorsa per tutte quelle donne che vogliono lavorare dopo la gravidanza ma che, senza l’aiuto di un parente, non potrebbero farlo. Eppure nonostante questo ruolo centrale, gli anziani, specie quelli che percepiscono assegni intorno ai 1.500 euro, lordi sia chiaro, sono considerati dei privilegiati da mungere. La legge sui non autosufficienti potrebbe aiutare».
Una riforma che rischia di saltare.
«È una legge di spesa, quindi, è facile che venga accantonata. La Uil ha chiesto da tempo scuole di formazione per le badanti che non possono essere solo figure di compagnia per l’anziano ma devono saper intervenire nelle emergenze. È necessaria una riforma della medicina di prossimità che preveda un’assistenza domiciliare e case di riposo di nuova concezione. Non deve più ripetersi la tragedia a cui abbiamo assistito durante la prima fase della pandemia, una strage di anziani, abbandonati a loro stessi».
Quale proposta avete?
«Sarebbe utile istituire una sorta di servizio civile per i pensionati attivi, lavori socialmente utili retribuiti che servirebbero non solo ad arrotondare il reddito ma anche a dare agli anziani un ruolo nella propria città. Sarebbe utile inoltre un piano, realizzato sulle reti televisive Rai e Mediaset, di alfabetizzazione digitale. Quando l’Inps è passato dal pin allo spid, ha getto nel panico tanti over 70».
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I pensionati stanno cercando di districarsi tra inflazione alle stelle, bollette che esplodono, assistenza medica inesistente, badanti in ferie e Covid: una stagione infernale. «Le Rsa possono costare 3.000 euro. Le famiglie sono l’unico salvagente». Il presidente Assindatcolf Andrea Zini: «È un realtà ineluttabile. Nelle Regioni dove sono garantite le cure domiciliari, ci si occupa solo dell’aspetto sanitario non di quello sociale, del vitto e dell’alloggio, che ricade sui parenti».«Sanità: il problema numero uno». La Reggente Fnp Cisl Daniela Fumarola: «Il virus ha creato un solco profondo tra chi può curarsi privatamente e chi è costretto ad subire le lunghe attese degli ospedali pubblici».Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil Pensionati: «Gli assegni non saliranno. Non diteci le solite balle».Lo speciale comprende quattro articoli.Stretti tra la minaccia delle nuove varianti del Covid, le bollette che esplodono, l’inflazione che erode la già misera pensione, l’assistenza sanitaria senza personale e la badante che li molla all’improvviso, gli anziani si preparano ad affrontare un’estate da incubo. Sono la categoria che ha più sofferto della pandemia. I decessi e le forme gravi del Covid si contano soprattutto tra gli over 65, ma chi è riuscito a evitare il contagio o l’ha avuto in forma lieve, ha subito comunque gli effetti delle restrizioni per l’impossibilità di avere contatti con i propri cari. Ha pesato molto anche la paura di ammalarsi per qualcosa che non fosse il Covid e di non trovare l’assistenza dal medico di base o tanto più dagli ospedali, tutti impegnati a fronteggiare l’emergenza virus. Uno studio Censis-Assindatcolf rivela che per il 42,8% degli over 75, la diffusione del Covid, ha portato ad un peggioramento della propria condizione di salute. A questo si aggiunge un giudizio negativo per 3 anziani su 10 sulla disponibilità dei servizi di cura e assistenza per la famiglia. Questa estate non andrà meglio. Le temperature soffocanti acuiscono le patologie di chi è avanti con gli anni e per chi finisce in ospedale è un calvario. Gli organici sono ridotti all’osso per carenze strutturali, ma anche perché il personale che ha accumulato le ferie durante la pandemia e ora vuole smaltirle. Inoltre, il Covid continua a magiare i posti letto. «Molti anziani con malattie croniche peggiorano con questo caldo e anche un Covid non grave con qualche linea di febbre, può indurre un fragile all’ospedalizzazione» afferma Fabio De Iaco, presidente di Simeu, la Società della medicina di emergenza-urgenza. Negli ospedali le aree Covid assorbono posti e le urgenze per altre patologie sono confinate nei corridoi. C’è poi il problema dei pronto soccorso. La fuga dei medici è nota e il turn over, specie a luglio e agosto, è un miraggio.Per gli anziani che non hanno particolari criticità di salute, la vita non è meno difficile. Negli ultimi mesi i prezzi sono esplosi mentre le pensioni sono sempre le stesse. Dai dati annuali dell’Inps risulta che il 40%, di chi percepisce l’assegno previdenziale, cioè 4 pensionati su 10, mette in tasca meno di 12.000 euro lordi l’anno. Circa 6,4 milioni di anziani si trovano a dover conciliare un bilancio risicato con l’aumento generalizzato delle spese. Nel 2021 l’importo medio mensile dei redditi pensionistici è stato di 1.884 euro lordi per gli uomini e di 1.374 euro per le donne. È vero che c’è il meccanismo della perequazione, ma l’adeguamento al carovita arriverà solo il prossimo anno; nel frattempo l’inflazione sale mensilmente quasi dell’1% e a giugno ha raggiunto il +8% su base annua. L’indicizzazione, reintrodotta quest’anno, prevede una rivalutazione piena per chi riceve un assegno fino a circa 2.000 euro, il 90% per chi colloca tra 4 e 5 volte la pensione sociale e il 75% per chi supera questa soglia.La quotidianità di un pensionato significa fare i conti con il rincaro di uno spuntino al bar, di un chilo di frutta o verdura al mercato e soprattutto della bolletta energetica. Alcune spese come quelle per le utenze e gli alimentari sono incomprimibili; se aumentano i prezzi un anziano non può rinunciare al condizionamento dell’aria con l’afa in città o a mangiare e quindi deve tagliare gli altri consumi.L’inflazione erode anche i risparmi sul conto. Il pensionato, se ha un gruzzolo da parte, spesso si affida ai titoli di Stato che in genere sono caratterizzati dalla salvaguardia del capitale alla scadenza e da una cedola con rendimento solitamente semestrale. Con l’aumento dei tassi, la cedola non si adegua e rimane bassa rispetto al mercato. Quindi se l’anziano, per necessità, ha bisogno di smobilizzare l’investimento in anticipo, il capitale perde valore. Il Codacons ha calcolato sui dati Istat, che a causa dei forti rincari di prezzi e tariffe un pensionato over 65 deve affrontare una maggiore spesa annua pari a +1.595 euro (contro i +2.457 euro annui della famiglia «tipo»). Pesano soprattutto gli acquisti di generi alimentari che per un anziano rappresentano il 18,4% delle uscite del suo portafoglio; l’aggravio è di +330 euro annui. La spesa per energia e casa (che rappresenta il 47,5% della spesa totale annua del pensionato) sale di +758 euro annui. Ecco lo scenario tratteggiato dal presidente del Codacons, Gianluca Di Ascenzo: «L’inflazione record indebolisce i nuclei numerosi e i più deboli che sono i pensionati. L’impatto del carovita per queste categorie si fa sentire di più perché già in passato, hanno tagliato i beni superflui. Un anziano spende meno per svago e divertimento rispetto ad altre tipologie familiari. I risparmi, nella maggior parte dei casi, vanno ad aiutare i nipoti con lavori precari o i figli che sono rimasti disoccupati». Negli ultimi 20 anni, secondo le rilevazioni del sindacato Fnp-Cisl, le pensioni hanno perso quasi il 20%- 30% del loro potere d’acquisto. E questo si ripercuote sui consumi con un danno per l’economia. Tra le voci che hanno maggiore incidenza sul bilancio di un anziano c’è quella delle badanti. Il costo medio, se c’è un contratto, è di circa 1.300 euro al mese al quale bisogna aggiungere altre 1.500 per la sostituzione estiva. Un’assistente ha diritto alle ferie e di solito ne usufruisce, come gran parte dei lavoratori, tra luglio e agosto, proprio nel periodo in cui anche le famiglie vorrebbero andare in vacanza. Nella maggior parte dei casi le famiglie si rivolgono a personale in nero che proprio perché è chiamato nei mesi di maggior richiesta, alza la retribuzione. Il lavoro domestico rappresenta, infatti, il 37,8% dell’occupazione irregolare dipendente. Ma non è affatto scontato, che essendo disposti a pagare di più, la ricerca di una badante sia più facile. Alcune famiglie si rivolgono alle Rsa private, ma è una soluzione elitaria dal momento che quelle migliori possono arrivare a costare, nel mese di agosto, anche 3.000 euro. Da uno studio Censis-Assindatcolf emerge che il 58,5% delle famiglie non esita a scartare il ricorso a una Residenza sanitaria assistenziale, preferendo una badante. Solo il 41,5% delle famiglie prende in considerazione una Rsa: di queste, il 21,3% si rivolgerebbe a una struttura convenzionata, il 14,2% a una privata, il restante 6,0% a una pubblica. C’è la convinzione che il distacco dalla propria abitazione produca effetti negativi sull’anziano. Spesso la soluzione transitoria estiva della casa di riposo diventa un anticipo dell’allontanamento definitivo dai propri cari.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anziani-come-grigia-la-nostra-estate-2657720217.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="le-rsa-possono-costare-3-000-euro-le-famiglie-sono-lunico-salvagente" data-post-id="2657720217" data-published-at="1658692668" data-use-pagination="False"> «Le Rsa possono costare 3.000 euro. Le famiglie sono l’unico salvagente» L’estate è spesso sinonimo di solitudine per gli anziani. 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Quindi in agosto l’anziano deve cercare un sostituto. Ed è un’operazione faticosissima. Chi si rivolge, disperato, al personale in nero, non ha certezze. Rischia, dopo una settimana di presenza, di essere mollato senza preavviso, perché magari l’irregolare ha trovato di meglio o ritiene che l’assistenza sia troppo faticosa. O, peggio, intenta una causa legale. Avere a che fare con un malato di demenza o Alzheimer è difficile. È sempre la famiglia a dover gestire la situazione e spesso assistiamo a casi di abbandono». L’anziano viene lasciato in Rsa o in ospedale? «Abbiamo registrato un aumento in estate dei ricoveri nelle lungodegenze degli ospedali. Ma sono situazioni temporanee, spesso di pochi giorni e quando l’anziano viene dimesso ecco che si ripresenta il problema». Aumentano anche le richieste di soggiorni nelle Rsa? «Le strutture pubbliche richiedono tempi piuttosto lunghi. Quelle private spesso accettano prenotazioni anticipate di mesi che sanno bene di non poter gestire. Così a ridosso di agosto, il mese più critico, sono costrette a comunicare che mancano i posti letto. E si apre il dramma». Eppure, sono strutture costose. «Una Rsa privata di medio livello chiede dalle 1.000 alle 1.500 euro per un mese. Quelle di livello più alto arrivano a superare le 3.000 euro. Certo più il costo sale, maggiori sono le possibilità di trovare posto. Ma non sono spese alla portata di tutti». E allora comincia la caccia alla badante? «Le richieste raddoppiano ma il problema è che il mercato si è ristretto. Fino a cinque anni fa, c’erano le immigrate dai Paesi dell’est Europa. Ora chi lascia quelle località ha una specializzazione in tasca, cerca un impiego qualificato, con prospettive, non vuole assistere un anziano. Dall’Africa arrivano uomini soli o famiglie e di solito nella casa di un anziano o di una coppia, non c’è posto per ospitare più persone. Molto difficile trovare italiani che siano disponibili a svolgere questa attività di assistenza». Quanto costa una badante? «Le assistenti con contratto richiedono circa 17-18.000 euro l’anno. A questa cifra va aggiunto il costo per la sostituzione estiva che comporta una spesa variabile da 1.500 fino a 2.300 euro». E come fa chi ha una pensione che arriva a stento a 1.000 euro? «È il mistero dell’Italia che risparmia. Interviene la famiglia. La legge delega sulla non autosufficienza, prevista tra gli obiettivi del Pnrr, potrebbe dare una mano ad aiutare le famiglie ma temo che venga rinviata. È una legge di spesa e facilmente, in momenti di crisi, può essere accantonata». Cosa prevede la legge delega sulla non autosufficienza? «In Italia vivono 3,8 milioni di anziani non autosufficienti, tra questi circa 1 milione hanno alle proprie dipendenze una badante, che, nel 50% dei casi, è in nero. Con la legge delega l’assistente diventa una figura centrale. Si prevedono incentivi economici per il lavoro regolare e la professionalizzazione degli addetti. L’obiettivo è l’introduzione di un assegno universale mirato al bisogno dei non autosufficienti, non erogato pioggia ma tenendo conto del reddito familiare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anziani-come-grigia-la-nostra-estate-2657720217.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sanita-il-problema-numero-uno" data-post-id="2657720217" data-published-at="1658692668" data-use-pagination="False"> «Sanità: il problema numero uno» «La nostra sanità, che durante la fase più cruenta del Covid ha mostrato tutte le fragilità, continua ad essere precaria. Questa situazione è ancora più evidente in estate quando il personale nelle strutture ospedaliere va in ferie e i pronto soccorsi restano sguarniti. Gli anziani, non solo quelli fragili, si sentono smarriti, abbandonati. Temono di non avere l’attenzione necessaria e anche la patologia più lieve diventa fonte di ansia». Daniela Fumarola, Reggente Fnp Cisl mette il dito nella piaga. È ancora l’assistenza sanitaria l’emergenza numero uno per gli anziani? «Le lunghe liste di attesa, formate durante il Covid, si sono allungate ulteriormente. È una situazione che ha creato un solco profondo tra chi può permettersi le cure in strutture private perché ha le disponibilità economiche e chi, invece, è costretto ai tempi lunghi della sanità pubblica, se non nella peggiore delle ipotesi a rinunciare a curarsi. Questa emergenza si amplifica in estate quando tutto il Paese rallenta l’attività. Ma ci si ammala anche a luglio e agosto. Anzi, queste temperature soffocanti incidono soprattutto sulle condizioni di chi è fragile per l’età. Ed è quanto si sta verificando in questi giorni. Sono tornati ad aumentare i ricoveri ospedalieri di malati cronici che si sono aggravati a causa dell’afa. Queste situazioni si sommano alle terapie intensive dei positivi al Covid. Questo insieme di fattori è destabilizzante per chi vive in equilibrio fisico precario. Basta un piccola influenza a scatenare il panico nell’anziano che teme di non ricevere le cure appropriate. C’è poi il problema dei non autosufficienti lasciati totalmente in gestione alle famiglie. Sono situazioni che con l’estate esplodono. Noi come Fnp stiamo lavorando perché si possa realizzare una legge sulla non autosufficienza che vada incontro ai bisogni non solo degli anziani ma di tutti i più fragili bisognosi di cure. È necessaria un’offerta di assistenza domiciliare che possa agevolare, a seconda delle patologie, le cure nel proprio contesto familiare. C’è poi il tema della solitudine». Le strutture in cui gli anziani possono incontrarsi sono ancora chiuse? «I circoli di quartiere per la terza età hanno riaperto, ma sono ancora percepiti come un rischio reale di contagio. L’estate e la possibilità di stare all’aperto dovrebbe aiutare i nostri pensionati ad incontrarsi, creando momenti di socialità, ma con i numeri di contagiati di questi giorni, diventano pericolose anche queste situazioni. La solitudine per gli anziani può diventare una vera piaga sociale e trovare un luogo di incontro, con la pandemia è diventato un problema difficile da risolvere». Basta la perequazione per recuperare l’aumento del costo della vita? «È qualcosa ma non basta. È necessario intervenire per realizzare una riforma fiscale incentrata sul principio costituzionale di progressività che preveda anche l’abbassamento delle prime aliquote Irpef. Alcune imposte si fanno sentire di più sui pensionati con basso reddito. Penso anche alla Tari, la tassa sui rifiuti che, calcolata in base alla superficie della casa, tiene poco conto degli anziani soli in appartamenti grandi e con i ricordi di una vita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anziani-come-grigia-la-nostra-estate-2657720217.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-assegni-non-saliranno-non-diteci-le-solite-balle" data-post-id="2657720217" data-published-at="1658692668" data-use-pagination="False"> «Gli assegni non saliranno. Non diteci le solite balle» «Se la politica fosse consapevole del ruolo sociale che svolgono gli anziani avrebbe più attenzione per le loro pensioni. E non venitemi a dire che con la reintroduzione della perequazione, gli assegni saliranno. Innanzitutto è una decisione che arriva dopo anni di tagli e poi il recupero dell’inflazione scatta dal prossimo anno. Nel frattempo i generi alimentari rincarano, le bollette aumentano e perfino una doccia calda diventa un lusso. Per non parlare dell’impianto di condizionamento, indispensabile a queste temperature, per chi è avanti con gli anni». Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil Pensionati, lancia il sasso. «La situazione più grave è quella delle famiglie, 3,5 milioni, con un genitore non autosufficiente che non possono permettersi badanti qualificate». La perequazione non dà una mano? «Da circa 20 anni sulle indicizzazioni delle pensioni ci sono stati molti interventi, con l’unico scopo di produrre risparmi e non per sostenere il sistema previdenziale. L’indicizzazione farà sentire i suoi effetti il prossimo anno. Intanto il pensionato cosa fa?» Forse riesce ad attingere a qualche risparmio. «Non penso. I nonni sono il vero paracadute sociale, il welfare dell’Italia. Gli anziani in famiglia sono una risorsa per tutte quelle donne che vogliono lavorare dopo la gravidanza ma che, senza l’aiuto di un parente, non potrebbero farlo. Eppure nonostante questo ruolo centrale, gli anziani, specie quelli che percepiscono assegni intorno ai 1.500 euro, lordi sia chiaro, sono considerati dei privilegiati da mungere. La legge sui non autosufficienti potrebbe aiutare». Una riforma che rischia di saltare. «È una legge di spesa, quindi, è facile che venga accantonata. La Uil ha chiesto da tempo scuole di formazione per le badanti che non possono essere solo figure di compagnia per l’anziano ma devono saper intervenire nelle emergenze. È necessaria una riforma della medicina di prossimità che preveda un’assistenza domiciliare e case di riposo di nuova concezione. Non deve più ripetersi la tragedia a cui abbiamo assistito durante la prima fase della pandemia, una strage di anziani, abbandonati a loro stessi». Quale proposta avete? «Sarebbe utile istituire una sorta di servizio civile per i pensionati attivi, lavori socialmente utili retribuiti che servirebbero non solo ad arrotondare il reddito ma anche a dare agli anziani un ruolo nella propria città. Sarebbe utile inoltre un piano, realizzato sulle reti televisive Rai e Mediaset, di alfabetizzazione digitale. Quando l’Inps è passato dal pin allo spid, ha getto nel panico tanti over 70».
Chalet Franz Kraler - Club Moritzino di Cortina d’Ampezzo. Nel riquadro, la famiglia Kraler
Oggi, in un momento storico segnato dall’attesa per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, Franz Kraler si trova al centro di una nuova fase evolutiva: tra il fermento del periodo pre olimpico, il dialogo costante con le grandi maison e l’apertura a nuovi linguaggi del lusso contemporaneo, come dimostra l’esperienza dello Chalet Franz Kraler. Un racconto fatto di intuizioni, relazioni e visione, che continua a guardare al futuro grazie a Franz, alla moglie Daniela e al figlio Alexander senza dimenticare mai le proprie radici. Ne parliamo con Daniela Kraler.
Quando è nata la vostra storia?
«Nel 1984 a Dobbiaco, tra un incontro fortuito che ha segnato il nostro amore e ha dato vita alla nostra avventura imprenditoriale. Franz era già nel mondo dell’abbigliamento e articoli sportivi con la sua famiglia; dopo il nostro matrimonio e il mio trasferimento da Verona a Dobbiaco, abbiamo aperto la prima boutique di fianco alle scuderie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, che proprio a Dobbiaco aveva una delle sue residenze. È da quell’incontro, tra moda, territorio e sogno imprenditoriale, che è germogliata l’idea di un luogo in cui eleganza e relazione potessero convivere armoniosamente».
Come si è evoluta l’azienda dopo la prima apertura?
«Dopo Dobbiaco, la nostra crescita è stata guidata da strategia, visione e un pizzico di casualità. Nel 2004 siamo arrivati a Cortina d’Ampezzo con il primo negozio di proprietà in Corso Italia 107, oggi sede Dior. La posizione era perfetta: nel cuore della via pedonale, con una piazzetta antistante che è stata teatro di eventi e installazioni culturali, consolidando la nostra presenza nel cuore della città. Successivamente abbiamo acquisito gli spazi sotto l’Hotel Cortina, così come il palazzo accanto all’hotel, ancora oggi sede di Louis Vuitton. Il nostro quartier generale si trova ora nel building affacciato sulla piazzetta di Dior, che si articola ai civici 119, 127 e 111, quest’ultimo dedicato all’uomo. Questi spazi sono diventati il cuore pulsante dei nostri eventi, happening e installazioni, unendo retail, cultura e spettacolo».
Che ruolo ha Cortina nella storia dei Kraler?
«Cortina, la perla delle Dolomiti e luogo di villeggiatura della nobiltà e dell’alta borghesia dagli anni Cinquanta, è stata una tappa fondamentale nel nostro percorso. Dal 2004, con la prima boutique e la piazzetta centrale, è diventata un laboratorio di sperimentazione, dialogo culturale e visione internazionale, permettendoci di raccontare il lusso in chiave scenografica, teatrale e profondamente radicata nel territorio alpino».
Perché Cortina è strategica per un luxury retailer come Franz Kraler?
«Perché unisce natura, storia e un pubblico internazionale sensibile al lusso esperienziale. È una piazza che ascolta e risponde alle aspirazioni estetiche contemporanee, un palcoscenico naturale dove accogliere clienti che cercano qualità, cultura e senso di appartenenza. Qui il nostro progetto diventa molto più di una boutique: è un hub culturale e relazionale, integrato con il territorio e la comunità».
Come si sta preparando Franz Kraler per il periodo olimpico?
«Stiamo trasformando la presenza a Cortina in un ecosistema che va oltre il retail tradizionale. La boutique è stata ripensata come un’esperienza immersiva, mentre lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino assume una dimensione culturale e sociale, intrecciando moda, ospitalità, performance e relazioni. Questo modello ci permette di dialogare con il mondo in modo contemporaneo, festoso e relazionale, anticipando l’energia e l’entusiasmo delle Olimpiadi».
Che opportunità rappresenta questo periodo per la maison?
«I Giochi sono una straordinaria occasione per condividere la nostra visione di lusso esperienziale con un pubblico internazionale, rafforzare alleanze con brand globali, e trasformare ogni incontro in un momento memorabile. È un’opportunità per mostrare come una boutique possa essere teatro di cultura, design e comunità».
Qual è il rapporto con le maison internazionali più prestigiose?
«Di collaborazione e rispetto. Le partnership non sono meri accordi commerciali, ma dialoghi creativi: insieme progettiamo capsule esclusive, scenografie e installazioni che valorizzano tanto i prodotti quanto l’ecosistema spaziale in cui sono presentati. Questo ci consente di raccontare ogni Maison in modo unico, contestualizzato e memorabile».
E ora anche lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino.
«È un progetto di ospitalità totale, nato in collaborazione con il leggendario Club Moritzino. Non è solo un ristorante o uno ski-bar: è un palcoscenico di esperienze - eventi, performance, mostre, relazioni - dove moda, arte, gastronomia e territorio si fondono, trasformando la montagna in teatro contemporaneo».
Nel futuro?
«Il consolidamento della nostra presenza a Bolzano, sviluppando collaborazioni con brand ancora non presenti nel capoluogo. L’intento è continuare a raccontare il lusso come un’esperienza totale e immersiva, dove territorio, estetica e relazioni si intrecciano in modalità sempre nuove, sorprendenti e autenticamente emozionali».
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Grazie alle star di Hollywood e ai turisti americani che facevano a gara quando arrivavano a Roma per andare a mangiare le fettuccine da lui, il mito di Alfredo che si va sempre più opacizzando in Italia, non è mai tramontato in America. È vero che laggiù il piatto con cui è diventato celeberrimo, le fettuccine all’uovo tirate e tagliate a mano, condite solo con burro e parmigiano reggiano, non ha più niente a che vedere con la ricetta originale, ma il mito di Alfredo è perpetuato in milioni e milioni di menu.
Per i mangiatori a stelle e strisce, infatti, basta il nome per avere una garanzia del made in Italy. Basta il nome Alfredo per far chioccolare l’acquolina in bocca ai golosi amanti dei (pseudo)piatti all’italiana. L’oste romano e le fettuccine sono un simbolo legato al cinema, ai dialoghi muti, fatti di soli sguardi tra Douglas Fairbanks e Mary Pickford, di Vacanze Romane, di Gregory Peck in Vespa con Audrey Hepburn, di Dolce vita. Basta che nella lista dei piatti si nomini Alfredo per assolvere la pasta scotta e il relativo condimento. Un esempio? Recentemente abbiamo sfogliato il menu del ristorante Dave and Buster’s sulla 42nd Street a Times Square, New York City. Chiamare ristorante il Dave eccetera eccetera, è riduttivo. Dave è il classico locale all’americana, consigliato a chi ama i grassi gusti all’americana e l’abbondanza dei piatti, ma sconsigliato ai palati esigenti e a chi cerca tranquillità o intimità. Offre un servizio completo: food, drink, fun, entertainment. Oltre a mangiare in una delle grandi sale piatti ciclopici per quantità e calorie (food); oltre al bere straripanti aperitivi e cocktail (drink); grandi e piccoli possono andare a digerire nella vasta sala giochi affollata di videogame e macchinette varie (fun); sulle pareti giganteschi schermi proiettano per 18 ore al giorno gli eventi sportivi più gettonati: basket, football, baseball (entertainment).
Il locale newyorchese fa parte di una catena di 178 restaurant, stesso nome, stesso food, stessa filosofia, presenti in 43 Stati Usa. Tornando al chilometrico menu, nella sezione Perfect Pastas si celebra Alfredo, re incontrastato della pasta lunga, sia pure farlocca come le borse Gucci o Louis Vuitton distese che i vu’ cumprà della Grande mela vendono lungo i marciapiedi intorno al Rockefeller center.
Sono quattro i piatti che fanno riferimento ad Alfredo. Il Bistro steak & shrimp Alfredo linguine consiste in un controfiletto di manzo alla griglia su un letto di linguine, con gamberi, funghi, pomodorini, prezzemolo, parmigiano e salsa Alfredo all’astice. Un guazzabuglio di mare, monti, orto e stalla. Costa 27,99 dollari, circa 24 euro e dà una bella botta di calorie: 1.480. Il secondo piatto, Blackened Chicken Alfredo, prevede pezzi di pollo arrostito, condito con funghi, pomodorini a cubetti e salsa Alfredo su un letto di linguine. Costa 20,49 dollari. C’è poi il Chicken Parmesan Alfredo: petto di pollo in crosta di parmigiano servito su linguine in salsa Alfredo, condito con marinara rustica, un mix di 5 formaggi, pomodorini ciliegini, basilico fresco e parmigiano grattugiato: 1.660 calorie a 21,49 dollari. Il quarto piatto è il Cajun Shrimp Pasta: gamberi scottati, salsiccia formaggio cheddar con peperoncino jalapeño, rigatoni, peperoni in Alfredo sauce con parmigiano grattugiato, 24,99 dollari. Sia pure americanizzato, in Yankeelandia Alfredo è un mito come Joe Petrosino e Frank Sinatra. La leggenda del suo ristorante e delle fettuccine, raccontate dalle star di Hollywood al ritorno da Roma, ha tuttora un successo incredibile negli States, popolarità testimoniata dagli oltre 800 libri di cucina americani pubblicati negli ultimi cent’anni.
Alfredo Di Lelio nasce nel cuore di Roma, a Trastevere, nel 1883. È il primo di 11 figli. Inizia l’attività di ristoratore nel localino di famiglia in piazza Rosa, ora piazza Colonna, demolito per far posto alla galleria commerciale ora intitolata ad Alberto Sordi. Mamma Angelina era ai fornelli e lui girava per i tavoli, giovanissimo cameriere pronto al saluto, alla battuta e pronto soprattutto a rincorrere i clienti che cercavano di sgattaiolare via senza pagare il conto. Croccanti supplì e vino dei Castelli erano le specialità della minuscola trattoria. Alfredo scriverà nella sua biografia: «Mi piaceva il lavoro. Potevo incontrare molte persone, come giornalisti, facchini, operai e artisti di varietà. E quando i tavoli erano pieni fuori, ero solito servire il cibo sulle sedie, senza tovaglie o formalità, ma sempre con un sorriso e pronto a ridere e scherzare con chiunque».
La chiusura della taverna in via Rosa, il matrimonio con Ines Ferratini («La ragazza più bella di Trastevere»), l’apertura di un nuovo ristorante in via della Scrofa, che prenderà il nome da lui, Ristorante Alfredo, a pochi passi da piazza Navona e da Castel Sant’Angelo, sono le tappe che porteranno il «re» nell’olimpo della cucina italiana. Il mito di Di Lelio e delle fettuccine nasce con la nascita di Armando, il primogenito. Ines ha un complicato dopo parto: è sfinita e ha perso l’appetito. Alfredo è preoccupato e convinto che la moglie si rimetterà in forma solo se riprende a mangiare. «Un giorno decisi di prendere il toro per le corna e risolvere il problema una volta per tutte», racconta nella biografia. «Andai in cucina a preparare un piatto che avrebbe tentato Ines. Doveva essere qualcosa di appetitoso e nutriente allo stesso tempo, ma essere semplice, perché non le piacevano i sughi troppo elaborati. Pensai alle fettuccine alla romana, fatte in casa con le uova e farina extrafine, tagliate a mano e condite solo con burro. Anzi, condite due volte con burro e con il miglior Parmigiano reggiano. Scolata la pasta, condita e dopo aver recitato un’Ave Maria per Sant’Anna, patrona dei parti, portai le fettuccine a mia moglie». Le fettuccine piacquero talmente a Ines che, ripresasi, suggerì al marito di metterle in menu. È così che le fettuccine al doppio burro in via della Scrofa diventarono la carta vincente di Alfredo.
Una carta che, dopo aver conquistato i palati romani, conquistò quelli americani grazie a due star del cinema muto. Accadde nel 1927. Racconta Alfredo: «La porta del ristorante si aprì ed entrarono due stranieri. Lui alto e forte, con un sorriso aperto e amichevole; lei bionda, bellissima ed elegantissima. Li guardai mentre li conducevo al tavolo migliore della sala. Sapevo di averli già visti, ma dove? Andai da Ines che disse: “Li abbiamo visti al cinema. Sono Mary Pickford e Douglas Fairbanks“».
Erano proprio loro, la felice coppia dei film internazionali di passaggio per Roma, al loro primo viaggio in Europa. Doug e Mary mangiarono con appetito le fettuccine, Alla fine pagarono il conto e si congratularono con Alfredo. Tornarono la sera accompagnati da una folla di giornalisti e fotografi. Si sedettero allo stesso tavolo del pranzo e chiesero ad Alfredo le fettuccine. «Li ebbi a pranzo e a cena durante tutto il loro soggiorno. Alla loro partenza da Roma, mi lasciarono il ricordo diventato il simbolo e l’insegna del ristorante: la forchetta e il cucchiaio d’oro con la dedica di Mary e Doug incisa: To Alfredo, the king of the noodles».
La leggenda di Alfredo re delle fettuccine iniziò in quel giorno del 1927. La stampa mondiale parlava di Mary Pickford e Douglas Fairbanks e di Alfredo, «re delle fettuccine». Da quel giorno altre star del cinema, re, capi di Stato, premi Nobel, campioni dello sport e una marea di personaggi famosissimi si sono seduti ai tavoli di via della Scrofa conquistati dalle fettuccine e dalla simpatia di Alfredo. Ma questa è una storia da riprendere.
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Papa Leone XIV (Getty Images)
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
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Getty Images
La vicenda ha sollevato un polverone tra i democratici Usa, che addebitano a Donald Trump anche questa responsabilità, equiparandolo a un dittatore sanguinario a capo di una «moderna Gestapo», come già l’anno scorso il governatore democratico del Minnesota Tim Walz aveva definito l’Ice. «Il sangue è nelle mani di chi all’interno dell’amministrazione ha spinto verso una politica estrema» contro l’immigrazione clandestina, ha puntato il dito il leader della minoranza democratica alla Camera, Hakeem Jeffries, mentre Chris Murphy, senatore dem del Connecticut, ha contestato esplicitamente l’«illegalità» dell’agenzia Ice (ma non quella dei clandestini). Ma la stampa americana, anche quella progressista, sembra non seguirli su questa strada: nella sua ricostruzione, perfino il Nyt descrive la scena di Minneapolis spiegando, in buona sostanza, che il terzo agente avrebbe sparato vedendo che la donna, dopo che non si era fermata all’alt dei due colleghi, gli stava puntando contro con la macchina. È stato lo stesso New York Times a rivelare che l’agente, Jonathan Ross, era stato recentemente vittima di un incidente simile con un clandestino guatemalteco condannato per abusi sessuali, che gli era andato contro con la macchina e lo aveva trascinato per 100 metri, provocandogli uno squarcio sull’avambraccio e venti punti di sutura.
Come sempre accade negli Usa, dove le forze dell’ordine di default, che abbiano torto o ragione, sono tutelate dalle istituzioni, ieri il vicepresidente americano J.D. Vance ha promesso «immunità assoluta all’agente Ice». Ma a scandalizzare la stampa è più la frettolosa lettura dei fatti che non la presunta «istigazione a delinquere» che certi politici dem attribuiscono a Trump: «Dal presidente fino al sindaco (democratico) di Minneapolis, Jacob Frey, le presunte autorità hanno mostrato poco interesse nell’apprendere cosa sia successo realmente a Minneapolis», hanno contestato gli editor del giornale Free Press, «il segretario alla Sicurezza nazionale, Kristi Noem, ha fatto peggio, descrivendo l’incidente come un “atto di terrorismo interno”. Gli americani meritano di meglio», è la chiosa.
Sarà che gli yankees sono ormai abituati al grilletto facile della polizia («Questo tipo di sparatoria accade spesso», ha scritto il giornalista Wesley Lowery su X), fatto sta che neanche la stampa Usa ha superato le vette raggiunte ieri da Repubblica, che ha dedicato alla tragica vicenda diversi articoli: e così la sparatoria è diventata una «esecuzione», gli agenti Ice che svolgono l’ingrato compito di dare la caccia ai clandestini sono stati qualificati come «pretoriani di Trump», mentre un’intervista a Jonathan Safran Foer ha illuminato i lettori sul «potere americano che normalizza la crudeltà».
Nel frattempo gli attacchi contro l’Ice (che non è una creatura di Trump essendo stata istituita nel 2003) in Europa sono diventati mainstream: Dominick Skinner, trentenne residente in Olanda, ha aperto un sito che si chiama Ice List in cui, «per combattere il fascismo», pubblica nomi, foto e profili social degli agenti, promettendo che «non rimarranno nascosti a lungo!».
Ciliegina sulla torta sfuggita a Repubblica e alla stampa italiana: Indivisible twin cities, che ha guidato le proteste contro l’Ice e si autodefinisce «gruppo di volontari di base», come se fossero cani sciolti, è in realtà una propaggine dell’Indivisible project di Washington, movimento per «sconfiggere l’agenda di Trump» che, secondo i registri pubblici, ha ricevuto 7.850.000 dollari dalla Open society foundations (Osf) di George Soros. Sarà forse per questo che la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act perché, secondo l’amministrazione Trump, finanzia «antifa» e soggetti coinvolti in scontri, danni alla proprietà privata e, appunto, attacchi alle operazioni contro l’immigrazione clandestina.
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