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2022-07-25
Inflazione, caldo, Covid. È l'inferno degli anziani
Stretti tra la minaccia delle nuove varianti del Covid, le bollette che esplodono, l’inflazione che erode la già misera pensione, l’assistenza sanitaria senza personale e la badante che li molla all’improvviso, gli anziani si preparano ad affrontare un’estate da incubo.
Sono la categoria che ha più sofferto della pandemia. I decessi e le forme gravi del Covid si contano soprattutto tra gli over 65, ma chi è riuscito a evitare il contagio o l’ha avuto in forma lieve, ha subito comunque gli effetti delle restrizioni per l’impossibilità di avere contatti con i propri cari. Ha pesato molto anche la paura di ammalarsi per qualcosa che non fosse il Covid e di non trovare l’assistenza dal medico di base o tanto più dagli ospedali, tutti impegnati a fronteggiare l’emergenza virus. Uno studio Censis-Assindatcolf rivela che per il 42,8% degli over 75, la diffusione del Covid, ha portato ad un peggioramento della propria condizione di salute. A questo si aggiunge un giudizio negativo per 3 anziani su 10 sulla disponibilità dei servizi di cura e assistenza per la famiglia.
Questa estate non andrà meglio. Le temperature soffocanti acuiscono le patologie di chi è avanti con gli anni e per chi finisce in ospedale è un calvario. Gli organici sono ridotti all’osso per carenze strutturali, ma anche perché il personale che ha accumulato le ferie durante la pandemia e ora vuole smaltirle. Inoltre, il Covid continua a magiare i posti letto. «Molti anziani con malattie croniche peggiorano con questo caldo e anche un Covid non grave con qualche linea di febbre, può indurre un fragile all’ospedalizzazione» afferma Fabio De Iaco, presidente di Simeu, la Società della medicina di emergenza-urgenza.
Negli ospedali le aree Covid assorbono posti e le urgenze per altre patologie sono confinate nei corridoi. C’è poi il problema dei pronto soccorso. La fuga dei medici è nota e il turn over, specie a luglio e agosto, è un miraggio.
Per gli anziani che non hanno particolari criticità di salute, la vita non è meno difficile. Negli ultimi mesi i prezzi sono esplosi mentre le pensioni sono sempre le stesse. Dai dati annuali dell’Inps risulta che il 40%, di chi percepisce l’assegno previdenziale, cioè 4 pensionati su 10, mette in tasca meno di 12.000 euro lordi l’anno. Circa 6,4 milioni di anziani si trovano a dover conciliare un bilancio risicato con l’aumento generalizzato delle spese. Nel 2021 l’importo medio mensile dei redditi pensionistici è stato di 1.884 euro lordi per gli uomini e di 1.374 euro per le donne.
È vero che c’è il meccanismo della perequazione, ma l’adeguamento al carovita arriverà solo il prossimo anno; nel frattempo l’inflazione sale mensilmente quasi dell’1% e a giugno ha raggiunto il +8% su base annua. L’indicizzazione, reintrodotta quest’anno, prevede una rivalutazione piena per chi riceve un assegno fino a circa 2.000 euro, il 90% per chi colloca tra 4 e 5 volte la pensione sociale e il 75% per chi supera questa soglia.
La quotidianità di un pensionato significa fare i conti con il rincaro di uno spuntino al bar, di un chilo di frutta o verdura al mercato e soprattutto della bolletta energetica. Alcune spese come quelle per le utenze e gli alimentari sono incomprimibili; se aumentano i prezzi un anziano non può rinunciare al condizionamento dell’aria con l’afa in città o a mangiare e quindi deve tagliare gli altri consumi.
L’inflazione erode anche i risparmi sul conto. Il pensionato, se ha un gruzzolo da parte, spesso si affida ai titoli di Stato che in genere sono caratterizzati dalla salvaguardia del capitale alla scadenza e da una cedola con rendimento solitamente semestrale. Con l’aumento dei tassi, la cedola non si adegua e rimane bassa rispetto al mercato. Quindi se l’anziano, per necessità, ha bisogno di smobilizzare l’investimento in anticipo, il capitale perde valore.
Il Codacons ha calcolato sui dati Istat, che a causa dei forti rincari di prezzi e tariffe un pensionato over 65 deve affrontare una maggiore spesa annua pari a +1.595 euro (contro i +2.457 euro annui della famiglia «tipo»). Pesano soprattutto gli acquisti di generi alimentari che per un anziano rappresentano il 18,4% delle uscite del suo portafoglio; l’aggravio è di +330 euro annui.
La spesa per energia e casa (che rappresenta il 47,5% della spesa totale annua del pensionato) sale di +758 euro annui. Ecco lo scenario tratteggiato dal presidente del Codacons, Gianluca Di Ascenzo: «L’inflazione record indebolisce i nuclei numerosi e i più deboli che sono i pensionati. L’impatto del carovita per queste categorie si fa sentire di più perché già in passato, hanno tagliato i beni superflui. Un anziano spende meno per svago e divertimento rispetto ad altre tipologie familiari. I risparmi, nella maggior parte dei casi, vanno ad aiutare i nipoti con lavori precari o i figli che sono rimasti disoccupati». Negli ultimi 20 anni, secondo le rilevazioni del sindacato Fnp-Cisl, le pensioni hanno perso quasi il 20%- 30% del loro potere d’acquisto. E questo si ripercuote sui consumi con un danno per l’economia.
Tra le voci che hanno maggiore incidenza sul bilancio di un anziano c’è quella delle badanti. Il costo medio, se c’è un contratto, è di circa 1.300 euro al mese al quale bisogna aggiungere altre 1.500 per la sostituzione estiva. Un’assistente ha diritto alle ferie e di solito ne usufruisce, come gran parte dei lavoratori, tra luglio e agosto, proprio nel periodo in cui anche le famiglie vorrebbero andare in vacanza. Nella maggior parte dei casi le famiglie si rivolgono a personale in nero che proprio perché è chiamato nei mesi di maggior richiesta, alza la retribuzione. Il lavoro domestico rappresenta, infatti, il 37,8% dell’occupazione irregolare dipendente. Ma non è affatto scontato, che essendo disposti a pagare di più, la ricerca di una badante sia più facile. Alcune famiglie si rivolgono alle Rsa private, ma è una soluzione elitaria dal momento che quelle migliori possono arrivare a costare, nel mese di agosto, anche 3.000 euro.
Da uno studio Censis-Assindatcolf emerge che il 58,5% delle famiglie non esita a scartare il ricorso a una Residenza sanitaria assistenziale, preferendo una badante. Solo il 41,5% delle famiglie prende in considerazione una Rsa: di queste, il 21,3% si rivolgerebbe a una struttura convenzionata, il 14,2% a una privata, il restante 6,0% a una pubblica. C’è la convinzione che il distacco dalla propria abitazione produca effetti negativi sull’anziano. Spesso la soluzione transitoria estiva della casa di riposo diventa un anticipo dell’allontanamento definitivo dai propri cari.
«Le Rsa possono costare 3.000 euro. Le famiglie sono l’unico salvagente»
L’estate è spesso sinonimo di solitudine per gli anziani. Una condizione che si aggrava nei casi di non autosufficienza. Mancano le strutture e quelle poche vengono prese d’assalto. Non sono rari i casi di famiglie che pur di partire per le ferie, lasciano il nonno al pronto soccorso di un ospedale o nelle lungodegenze. Impossibile trovare una badante disponibile in agosto e le Rsa private hanno prezzi da capogiro. Andrea Zini, presidente di Assindatcolf, l’Associazione dei datori di lavoro domestico, conosce bene questa realtà. «Ci sono tutte le condizioni per essere un’estate peggiore delle altre. Il caldo acuisce le patologie degli anziani, i costi sono aumentati».
Così le famiglie sono l’unico salvagente per un anziano.
«È una realtà ineluttabile. Anche in quelle Regioni dove è garantita l’assistenza domiciliare, ci si occupa solo dell’aspetto sanitario non di quello sociale, del vitto e dell’alloggio, che ricade tutto sulle famiglie. Le badanti con regolare contratto hanno diritto alle ferie come ai riposi settimanali. Quindi in agosto l’anziano deve cercare un sostituto. Ed è un’operazione faticosissima. Chi si rivolge, disperato, al personale in nero, non ha certezze. Rischia, dopo una settimana di presenza, di essere mollato senza preavviso, perché magari l’irregolare ha trovato di meglio o ritiene che l’assistenza sia troppo faticosa. O, peggio, intenta una causa legale. Avere a che fare con un malato di demenza o Alzheimer è difficile. È sempre la famiglia a dover gestire la situazione e spesso assistiamo a casi di abbandono».
L’anziano viene lasciato in Rsa o in ospedale?
«Abbiamo registrato un aumento in estate dei ricoveri nelle lungodegenze degli ospedali. Ma sono situazioni temporanee, spesso di pochi giorni e quando l’anziano viene dimesso ecco che si ripresenta il problema».
Aumentano anche le richieste di soggiorni nelle Rsa?
«Le strutture pubbliche richiedono tempi piuttosto lunghi. Quelle private spesso accettano prenotazioni anticipate di mesi che sanno bene di non poter gestire. Così a ridosso di agosto, il mese più critico, sono costrette a comunicare che mancano i posti letto. E si apre il dramma».
Eppure, sono strutture costose.
«Una Rsa privata di medio livello chiede dalle 1.000 alle 1.500 euro per un mese. Quelle di livello più alto arrivano a superare le 3.000 euro. Certo più il costo sale, maggiori sono le possibilità di trovare posto. Ma non sono spese alla portata di tutti».
E allora comincia la caccia alla badante?
«Le richieste raddoppiano ma il problema è che il mercato si è ristretto. Fino a cinque anni fa, c’erano le immigrate dai Paesi dell’est Europa. Ora chi lascia quelle località ha una specializzazione in tasca, cerca un impiego qualificato, con prospettive, non vuole assistere un anziano. Dall’Africa arrivano uomini soli o famiglie e di solito nella casa di un anziano o di una coppia, non c’è posto per ospitare più persone. Molto difficile trovare italiani che siano disponibili a svolgere questa attività di assistenza».
Quanto costa una badante?
«Le assistenti con contratto richiedono circa 17-18.000 euro l’anno. A questa cifra va aggiunto il costo per la sostituzione estiva che comporta una spesa variabile da 1.500 fino a 2.300 euro».
E come fa chi ha una pensione che arriva a stento a 1.000 euro?
«È il mistero dell’Italia che risparmia. Interviene la famiglia. La legge delega sulla non autosufficienza, prevista tra gli obiettivi del Pnrr, potrebbe dare una mano ad aiutare le famiglie ma temo che venga rinviata. È una legge di spesa e facilmente, in momenti di crisi, può essere accantonata».
Cosa prevede la legge delega sulla non autosufficienza?
«In Italia vivono 3,8 milioni di anziani non autosufficienti, tra questi circa 1 milione hanno alle proprie dipendenze una badante, che, nel 50% dei casi, è in nero. Con la legge delega l’assistente diventa una figura centrale. Si prevedono incentivi economici per il lavoro regolare e la professionalizzazione degli addetti. L’obiettivo è l’introduzione di un assegno universale mirato al bisogno dei non autosufficienti, non erogato pioggia ma tenendo conto del reddito familiare».
«Sanità: il problema numero uno»
«La nostra sanità, che durante la fase più cruenta del Covid ha mostrato tutte le fragilità, continua ad essere precaria. Questa situazione è ancora più evidente in estate quando il personale nelle strutture ospedaliere va in ferie e i pronto soccorsi restano sguarniti. Gli anziani, non solo quelli fragili, si sentono smarriti, abbandonati. Temono di non avere l’attenzione necessaria e anche la patologia più lieve diventa fonte di ansia». Daniela Fumarola, Reggente Fnp Cisl mette il dito nella piaga.
È ancora l’assistenza sanitaria l’emergenza numero uno per gli anziani?
«Le lunghe liste di attesa, formate durante il Covid, si sono allungate ulteriormente. È una situazione che ha creato un solco profondo tra chi può permettersi le cure in strutture private perché ha le disponibilità economiche e chi, invece, è costretto ai tempi lunghi della sanità pubblica, se non nella peggiore delle ipotesi a rinunciare a curarsi. Questa emergenza si amplifica in estate quando tutto il Paese rallenta l’attività. Ma ci si ammala anche a luglio e agosto. Anzi, queste temperature soffocanti incidono soprattutto sulle condizioni di chi è fragile per l’età. Ed è quanto si sta verificando in questi giorni. Sono tornati ad aumentare i ricoveri ospedalieri di malati cronici che si sono aggravati a causa dell’afa. Queste situazioni si sommano alle terapie intensive dei positivi al Covid. Questo insieme di fattori è destabilizzante per chi vive in equilibrio fisico precario. Basta un piccola influenza a scatenare il panico nell’anziano che teme di non ricevere le cure appropriate. C’è poi il problema dei non autosufficienti lasciati totalmente in gestione alle famiglie. Sono situazioni che con l’estate esplodono. Noi come Fnp stiamo lavorando perché si possa realizzare una legge sulla non autosufficienza che vada incontro ai bisogni non solo degli anziani ma di tutti i più fragili bisognosi di cure. È necessaria un’offerta di assistenza domiciliare che possa agevolare, a seconda delle patologie, le cure nel proprio contesto familiare. C’è poi il tema della solitudine».
Le strutture in cui gli anziani possono incontrarsi sono ancora chiuse?
«I circoli di quartiere per la terza età hanno riaperto, ma sono ancora percepiti come un rischio reale di contagio. L’estate e la possibilità di stare all’aperto dovrebbe aiutare i nostri pensionati ad incontrarsi, creando momenti di socialità, ma con i numeri di contagiati di questi giorni, diventano pericolose anche queste situazioni. La solitudine per gli anziani può diventare una vera piaga sociale e trovare un luogo di incontro, con la pandemia è diventato un problema difficile da risolvere».
Basta la perequazione per recuperare l’aumento del costo della vita?
«È qualcosa ma non basta. È necessario intervenire per realizzare una riforma fiscale incentrata sul principio costituzionale di progressività che preveda anche l’abbassamento delle prime aliquote Irpef. Alcune imposte si fanno sentire di più sui pensionati con basso reddito. Penso anche alla Tari, la tassa sui rifiuti che, calcolata in base alla superficie della casa, tiene poco conto degli anziani soli in appartamenti grandi e con i ricordi di una vita».
«Gli assegni non saliranno. Non diteci le solite balle»
«Se la politica fosse consapevole del ruolo sociale che svolgono gli anziani avrebbe più attenzione per le loro pensioni. E non venitemi a dire che con la reintroduzione della perequazione, gli assegni saliranno. Innanzitutto è una decisione che arriva dopo anni di tagli e poi il recupero dell’inflazione scatta dal prossimo anno. Nel frattempo i generi alimentari rincarano, le bollette aumentano e perfino una doccia calda diventa un lusso. Per non parlare dell’impianto di condizionamento, indispensabile a queste temperature, per chi è avanti con gli anni». Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil Pensionati, lancia il sasso. «La situazione più grave è quella delle famiglie, 3,5 milioni, con un genitore non autosufficiente che non possono permettersi badanti qualificate».
La perequazione non dà una mano?
«Da circa 20 anni sulle indicizzazioni delle pensioni ci sono stati molti interventi, con l’unico scopo di produrre risparmi e non per sostenere il sistema previdenziale. L’indicizzazione farà sentire i suoi effetti il prossimo anno. Intanto il pensionato cosa fa?»
Forse riesce ad attingere a qualche risparmio.
«Non penso. I nonni sono il vero paracadute sociale, il welfare dell’Italia. Gli anziani in famiglia sono una risorsa per tutte quelle donne che vogliono lavorare dopo la gravidanza ma che, senza l’aiuto di un parente, non potrebbero farlo. Eppure nonostante questo ruolo centrale, gli anziani, specie quelli che percepiscono assegni intorno ai 1.500 euro, lordi sia chiaro, sono considerati dei privilegiati da mungere. La legge sui non autosufficienti potrebbe aiutare».
Una riforma che rischia di saltare.
«È una legge di spesa, quindi, è facile che venga accantonata. La Uil ha chiesto da tempo scuole di formazione per le badanti che non possono essere solo figure di compagnia per l’anziano ma devono saper intervenire nelle emergenze. È necessaria una riforma della medicina di prossimità che preveda un’assistenza domiciliare e case di riposo di nuova concezione. Non deve più ripetersi la tragedia a cui abbiamo assistito durante la prima fase della pandemia, una strage di anziani, abbandonati a loro stessi».
Quale proposta avete?
«Sarebbe utile istituire una sorta di servizio civile per i pensionati attivi, lavori socialmente utili retribuiti che servirebbero non solo ad arrotondare il reddito ma anche a dare agli anziani un ruolo nella propria città. Sarebbe utile inoltre un piano, realizzato sulle reti televisive Rai e Mediaset, di alfabetizzazione digitale. Quando l’Inps è passato dal pin allo spid, ha getto nel panico tanti over 70».
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I pensionati stanno cercando di districarsi tra inflazione alle stelle, bollette che esplodono, assistenza medica inesistente, badanti in ferie e Covid: una stagione infernale. «Le Rsa possono costare 3.000 euro. Le famiglie sono l’unico salvagente». Il presidente Assindatcolf Andrea Zini: «È un realtà ineluttabile. Nelle Regioni dove sono garantite le cure domiciliari, ci si occupa solo dell’aspetto sanitario non di quello sociale, del vitto e dell’alloggio, che ricade sui parenti».«Sanità: il problema numero uno». La Reggente Fnp Cisl Daniela Fumarola: «Il virus ha creato un solco profondo tra chi può curarsi privatamente e chi è costretto ad subire le lunghe attese degli ospedali pubblici».Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil Pensionati: «Gli assegni non saliranno. Non diteci le solite balle».Lo speciale comprende quattro articoli.Stretti tra la minaccia delle nuove varianti del Covid, le bollette che esplodono, l’inflazione che erode la già misera pensione, l’assistenza sanitaria senza personale e la badante che li molla all’improvviso, gli anziani si preparano ad affrontare un’estate da incubo. Sono la categoria che ha più sofferto della pandemia. I decessi e le forme gravi del Covid si contano soprattutto tra gli over 65, ma chi è riuscito a evitare il contagio o l’ha avuto in forma lieve, ha subito comunque gli effetti delle restrizioni per l’impossibilità di avere contatti con i propri cari. Ha pesato molto anche la paura di ammalarsi per qualcosa che non fosse il Covid e di non trovare l’assistenza dal medico di base o tanto più dagli ospedali, tutti impegnati a fronteggiare l’emergenza virus. Uno studio Censis-Assindatcolf rivela che per il 42,8% degli over 75, la diffusione del Covid, ha portato ad un peggioramento della propria condizione di salute. A questo si aggiunge un giudizio negativo per 3 anziani su 10 sulla disponibilità dei servizi di cura e assistenza per la famiglia. Questa estate non andrà meglio. Le temperature soffocanti acuiscono le patologie di chi è avanti con gli anni e per chi finisce in ospedale è un calvario. Gli organici sono ridotti all’osso per carenze strutturali, ma anche perché il personale che ha accumulato le ferie durante la pandemia e ora vuole smaltirle. Inoltre, il Covid continua a magiare i posti letto. «Molti anziani con malattie croniche peggiorano con questo caldo e anche un Covid non grave con qualche linea di febbre, può indurre un fragile all’ospedalizzazione» afferma Fabio De Iaco, presidente di Simeu, la Società della medicina di emergenza-urgenza. Negli ospedali le aree Covid assorbono posti e le urgenze per altre patologie sono confinate nei corridoi. C’è poi il problema dei pronto soccorso. La fuga dei medici è nota e il turn over, specie a luglio e agosto, è un miraggio.Per gli anziani che non hanno particolari criticità di salute, la vita non è meno difficile. Negli ultimi mesi i prezzi sono esplosi mentre le pensioni sono sempre le stesse. Dai dati annuali dell’Inps risulta che il 40%, di chi percepisce l’assegno previdenziale, cioè 4 pensionati su 10, mette in tasca meno di 12.000 euro lordi l’anno. Circa 6,4 milioni di anziani si trovano a dover conciliare un bilancio risicato con l’aumento generalizzato delle spese. Nel 2021 l’importo medio mensile dei redditi pensionistici è stato di 1.884 euro lordi per gli uomini e di 1.374 euro per le donne. È vero che c’è il meccanismo della perequazione, ma l’adeguamento al carovita arriverà solo il prossimo anno; nel frattempo l’inflazione sale mensilmente quasi dell’1% e a giugno ha raggiunto il +8% su base annua. L’indicizzazione, reintrodotta quest’anno, prevede una rivalutazione piena per chi riceve un assegno fino a circa 2.000 euro, il 90% per chi colloca tra 4 e 5 volte la pensione sociale e il 75% per chi supera questa soglia.La quotidianità di un pensionato significa fare i conti con il rincaro di uno spuntino al bar, di un chilo di frutta o verdura al mercato e soprattutto della bolletta energetica. Alcune spese come quelle per le utenze e gli alimentari sono incomprimibili; se aumentano i prezzi un anziano non può rinunciare al condizionamento dell’aria con l’afa in città o a mangiare e quindi deve tagliare gli altri consumi.L’inflazione erode anche i risparmi sul conto. Il pensionato, se ha un gruzzolo da parte, spesso si affida ai titoli di Stato che in genere sono caratterizzati dalla salvaguardia del capitale alla scadenza e da una cedola con rendimento solitamente semestrale. Con l’aumento dei tassi, la cedola non si adegua e rimane bassa rispetto al mercato. Quindi se l’anziano, per necessità, ha bisogno di smobilizzare l’investimento in anticipo, il capitale perde valore. Il Codacons ha calcolato sui dati Istat, che a causa dei forti rincari di prezzi e tariffe un pensionato over 65 deve affrontare una maggiore spesa annua pari a +1.595 euro (contro i +2.457 euro annui della famiglia «tipo»). Pesano soprattutto gli acquisti di generi alimentari che per un anziano rappresentano il 18,4% delle uscite del suo portafoglio; l’aggravio è di +330 euro annui. La spesa per energia e casa (che rappresenta il 47,5% della spesa totale annua del pensionato) sale di +758 euro annui. Ecco lo scenario tratteggiato dal presidente del Codacons, Gianluca Di Ascenzo: «L’inflazione record indebolisce i nuclei numerosi e i più deboli che sono i pensionati. L’impatto del carovita per queste categorie si fa sentire di più perché già in passato, hanno tagliato i beni superflui. Un anziano spende meno per svago e divertimento rispetto ad altre tipologie familiari. I risparmi, nella maggior parte dei casi, vanno ad aiutare i nipoti con lavori precari o i figli che sono rimasti disoccupati». Negli ultimi 20 anni, secondo le rilevazioni del sindacato Fnp-Cisl, le pensioni hanno perso quasi il 20%- 30% del loro potere d’acquisto. E questo si ripercuote sui consumi con un danno per l’economia. Tra le voci che hanno maggiore incidenza sul bilancio di un anziano c’è quella delle badanti. Il costo medio, se c’è un contratto, è di circa 1.300 euro al mese al quale bisogna aggiungere altre 1.500 per la sostituzione estiva. Un’assistente ha diritto alle ferie e di solito ne usufruisce, come gran parte dei lavoratori, tra luglio e agosto, proprio nel periodo in cui anche le famiglie vorrebbero andare in vacanza. Nella maggior parte dei casi le famiglie si rivolgono a personale in nero che proprio perché è chiamato nei mesi di maggior richiesta, alza la retribuzione. Il lavoro domestico rappresenta, infatti, il 37,8% dell’occupazione irregolare dipendente. Ma non è affatto scontato, che essendo disposti a pagare di più, la ricerca di una badante sia più facile. Alcune famiglie si rivolgono alle Rsa private, ma è una soluzione elitaria dal momento che quelle migliori possono arrivare a costare, nel mese di agosto, anche 3.000 euro. Da uno studio Censis-Assindatcolf emerge che il 58,5% delle famiglie non esita a scartare il ricorso a una Residenza sanitaria assistenziale, preferendo una badante. Solo il 41,5% delle famiglie prende in considerazione una Rsa: di queste, il 21,3% si rivolgerebbe a una struttura convenzionata, il 14,2% a una privata, il restante 6,0% a una pubblica. C’è la convinzione che il distacco dalla propria abitazione produca effetti negativi sull’anziano. Spesso la soluzione transitoria estiva della casa di riposo diventa un anticipo dell’allontanamento definitivo dai propri cari.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anziani-come-grigia-la-nostra-estate-2657720217.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="le-rsa-possono-costare-3-000-euro-le-famiglie-sono-lunico-salvagente" data-post-id="2657720217" data-published-at="1658692668" data-use-pagination="False"> «Le Rsa possono costare 3.000 euro. Le famiglie sono l’unico salvagente» L’estate è spesso sinonimo di solitudine per gli anziani. 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Quindi in agosto l’anziano deve cercare un sostituto. Ed è un’operazione faticosissima. Chi si rivolge, disperato, al personale in nero, non ha certezze. Rischia, dopo una settimana di presenza, di essere mollato senza preavviso, perché magari l’irregolare ha trovato di meglio o ritiene che l’assistenza sia troppo faticosa. O, peggio, intenta una causa legale. Avere a che fare con un malato di demenza o Alzheimer è difficile. È sempre la famiglia a dover gestire la situazione e spesso assistiamo a casi di abbandono». L’anziano viene lasciato in Rsa o in ospedale? «Abbiamo registrato un aumento in estate dei ricoveri nelle lungodegenze degli ospedali. Ma sono situazioni temporanee, spesso di pochi giorni e quando l’anziano viene dimesso ecco che si ripresenta il problema». Aumentano anche le richieste di soggiorni nelle Rsa? «Le strutture pubbliche richiedono tempi piuttosto lunghi. Quelle private spesso accettano prenotazioni anticipate di mesi che sanno bene di non poter gestire. Così a ridosso di agosto, il mese più critico, sono costrette a comunicare che mancano i posti letto. E si apre il dramma». Eppure, sono strutture costose. «Una Rsa privata di medio livello chiede dalle 1.000 alle 1.500 euro per un mese. Quelle di livello più alto arrivano a superare le 3.000 euro. Certo più il costo sale, maggiori sono le possibilità di trovare posto. Ma non sono spese alla portata di tutti». E allora comincia la caccia alla badante? «Le richieste raddoppiano ma il problema è che il mercato si è ristretto. Fino a cinque anni fa, c’erano le immigrate dai Paesi dell’est Europa. Ora chi lascia quelle località ha una specializzazione in tasca, cerca un impiego qualificato, con prospettive, non vuole assistere un anziano. Dall’Africa arrivano uomini soli o famiglie e di solito nella casa di un anziano o di una coppia, non c’è posto per ospitare più persone. Molto difficile trovare italiani che siano disponibili a svolgere questa attività di assistenza». Quanto costa una badante? «Le assistenti con contratto richiedono circa 17-18.000 euro l’anno. A questa cifra va aggiunto il costo per la sostituzione estiva che comporta una spesa variabile da 1.500 fino a 2.300 euro». E come fa chi ha una pensione che arriva a stento a 1.000 euro? «È il mistero dell’Italia che risparmia. Interviene la famiglia. La legge delega sulla non autosufficienza, prevista tra gli obiettivi del Pnrr, potrebbe dare una mano ad aiutare le famiglie ma temo che venga rinviata. È una legge di spesa e facilmente, in momenti di crisi, può essere accantonata». Cosa prevede la legge delega sulla non autosufficienza? «In Italia vivono 3,8 milioni di anziani non autosufficienti, tra questi circa 1 milione hanno alle proprie dipendenze una badante, che, nel 50% dei casi, è in nero. Con la legge delega l’assistente diventa una figura centrale. Si prevedono incentivi economici per il lavoro regolare e la professionalizzazione degli addetti. L’obiettivo è l’introduzione di un assegno universale mirato al bisogno dei non autosufficienti, non erogato pioggia ma tenendo conto del reddito familiare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anziani-come-grigia-la-nostra-estate-2657720217.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sanita-il-problema-numero-uno" data-post-id="2657720217" data-published-at="1658692668" data-use-pagination="False"> «Sanità: il problema numero uno» «La nostra sanità, che durante la fase più cruenta del Covid ha mostrato tutte le fragilità, continua ad essere precaria. Questa situazione è ancora più evidente in estate quando il personale nelle strutture ospedaliere va in ferie e i pronto soccorsi restano sguarniti. Gli anziani, non solo quelli fragili, si sentono smarriti, abbandonati. Temono di non avere l’attenzione necessaria e anche la patologia più lieve diventa fonte di ansia». Daniela Fumarola, Reggente Fnp Cisl mette il dito nella piaga. È ancora l’assistenza sanitaria l’emergenza numero uno per gli anziani? «Le lunghe liste di attesa, formate durante il Covid, si sono allungate ulteriormente. È una situazione che ha creato un solco profondo tra chi può permettersi le cure in strutture private perché ha le disponibilità economiche e chi, invece, è costretto ai tempi lunghi della sanità pubblica, se non nella peggiore delle ipotesi a rinunciare a curarsi. Questa emergenza si amplifica in estate quando tutto il Paese rallenta l’attività. Ma ci si ammala anche a luglio e agosto. Anzi, queste temperature soffocanti incidono soprattutto sulle condizioni di chi è fragile per l’età. Ed è quanto si sta verificando in questi giorni. Sono tornati ad aumentare i ricoveri ospedalieri di malati cronici che si sono aggravati a causa dell’afa. Queste situazioni si sommano alle terapie intensive dei positivi al Covid. Questo insieme di fattori è destabilizzante per chi vive in equilibrio fisico precario. Basta un piccola influenza a scatenare il panico nell’anziano che teme di non ricevere le cure appropriate. C’è poi il problema dei non autosufficienti lasciati totalmente in gestione alle famiglie. Sono situazioni che con l’estate esplodono. Noi come Fnp stiamo lavorando perché si possa realizzare una legge sulla non autosufficienza che vada incontro ai bisogni non solo degli anziani ma di tutti i più fragili bisognosi di cure. È necessaria un’offerta di assistenza domiciliare che possa agevolare, a seconda delle patologie, le cure nel proprio contesto familiare. C’è poi il tema della solitudine». Le strutture in cui gli anziani possono incontrarsi sono ancora chiuse? «I circoli di quartiere per la terza età hanno riaperto, ma sono ancora percepiti come un rischio reale di contagio. L’estate e la possibilità di stare all’aperto dovrebbe aiutare i nostri pensionati ad incontrarsi, creando momenti di socialità, ma con i numeri di contagiati di questi giorni, diventano pericolose anche queste situazioni. La solitudine per gli anziani può diventare una vera piaga sociale e trovare un luogo di incontro, con la pandemia è diventato un problema difficile da risolvere». Basta la perequazione per recuperare l’aumento del costo della vita? «È qualcosa ma non basta. È necessario intervenire per realizzare una riforma fiscale incentrata sul principio costituzionale di progressività che preveda anche l’abbassamento delle prime aliquote Irpef. Alcune imposte si fanno sentire di più sui pensionati con basso reddito. Penso anche alla Tari, la tassa sui rifiuti che, calcolata in base alla superficie della casa, tiene poco conto degli anziani soli in appartamenti grandi e con i ricordi di una vita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anziani-come-grigia-la-nostra-estate-2657720217.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-assegni-non-saliranno-non-diteci-le-solite-balle" data-post-id="2657720217" data-published-at="1658692668" data-use-pagination="False"> «Gli assegni non saliranno. Non diteci le solite balle» «Se la politica fosse consapevole del ruolo sociale che svolgono gli anziani avrebbe più attenzione per le loro pensioni. E non venitemi a dire che con la reintroduzione della perequazione, gli assegni saliranno. Innanzitutto è una decisione che arriva dopo anni di tagli e poi il recupero dell’inflazione scatta dal prossimo anno. Nel frattempo i generi alimentari rincarano, le bollette aumentano e perfino una doccia calda diventa un lusso. Per non parlare dell’impianto di condizionamento, indispensabile a queste temperature, per chi è avanti con gli anni». Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil Pensionati, lancia il sasso. «La situazione più grave è quella delle famiglie, 3,5 milioni, con un genitore non autosufficiente che non possono permettersi badanti qualificate». La perequazione non dà una mano? «Da circa 20 anni sulle indicizzazioni delle pensioni ci sono stati molti interventi, con l’unico scopo di produrre risparmi e non per sostenere il sistema previdenziale. L’indicizzazione farà sentire i suoi effetti il prossimo anno. Intanto il pensionato cosa fa?» Forse riesce ad attingere a qualche risparmio. «Non penso. I nonni sono il vero paracadute sociale, il welfare dell’Italia. Gli anziani in famiglia sono una risorsa per tutte quelle donne che vogliono lavorare dopo la gravidanza ma che, senza l’aiuto di un parente, non potrebbero farlo. Eppure nonostante questo ruolo centrale, gli anziani, specie quelli che percepiscono assegni intorno ai 1.500 euro, lordi sia chiaro, sono considerati dei privilegiati da mungere. La legge sui non autosufficienti potrebbe aiutare». Una riforma che rischia di saltare. «È una legge di spesa, quindi, è facile che venga accantonata. La Uil ha chiesto da tempo scuole di formazione per le badanti che non possono essere solo figure di compagnia per l’anziano ma devono saper intervenire nelle emergenze. È necessaria una riforma della medicina di prossimità che preveda un’assistenza domiciliare e case di riposo di nuova concezione. Non deve più ripetersi la tragedia a cui abbiamo assistito durante la prima fase della pandemia, una strage di anziani, abbandonati a loro stessi». Quale proposta avete? «Sarebbe utile istituire una sorta di servizio civile per i pensionati attivi, lavori socialmente utili retribuiti che servirebbero non solo ad arrotondare il reddito ma anche a dare agli anziani un ruolo nella propria città. Sarebbe utile inoltre un piano, realizzato sulle reti televisive Rai e Mediaset, di alfabetizzazione digitale. Quando l’Inps è passato dal pin allo spid, ha getto nel panico tanti over 70».
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I più pacati scandivano «governo Meloni dimissioni» o «cacciamo il governo dei fascisti guerrafondai», esibendo striscioni sui quali avvertono: «Non ci arruoliamo». Poi a comando saltellavano, intonando «chi non salta è un fascista», sulle note di Bella ciao, cercando goffamente di fare il verso alla premier che saltava con il ministro degli esteri, Antonio Tajani, lo scorso novembre in chiusura dell’intervento al comizio dei big del centrodestra a Napoli, mentre la folla intonava «Chi non salta comunista è».
Ma la violenza che percorre manifestazioni come quella del Comitato No sociale, ieri a Roma, dove ai presunti pacifisti si mescola ogni genere di attivisti avvolti in kefiah e sventolando pure la bandiera di Hezbollah, ha portato subito a bruciare con fumogeni due immagini. La prima, che raffigurava il presidente del Consiglio mentre teneva a guinzaglio e con la museruola il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, recava la scritta «No al vostro referendum».
Sulla seconda fotografia, con la stretta di mano tra Meloni e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, era scritto: «No al vostro genocidio, 75.000 civili uccisi, 2 milioni di sfollati». I manifestanti saranno denunciati per vilipendio delle istituzioni, anche attraverso l’analisi delle immagini registrate dalla Scientifica.
In piazza a Roma, Milano e Torino c’era un po’ di tutto, da Potere al popolo a collettivi studenteschi come Osa e Cambiare Rotta; da Movimento migranti e rifugiati di Napoli a No Ponte Calabria; da Global movement to Gaza a Unione democratica arabo palestinese; da Moschea Omar a Emilia por Cuba passando per Strasaffica e via con le sigle che fremono per avere visibilità. Tra i cartelli, «Giù le mani dall’Iran», «Nessuna base, nessun soldato. Fuori l’Italia dalla Nato» e anche «No al colonialismo». Dimostranti hanno esibito uno striscione con scritto «Contro le aggressioni imperialiste. Difendere Cuba socialista». L’Associazione nazionale magistrati è intervenuta sulla violenza di quelle fotografie strappate e del messaggio devastante che gesti simili vogliono trasmettere. «Esprimiamo la nostra solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio per quanto accaduto al corteo di Roma. Il nostro invito ad abbassare i toni nel corso di questa campagna referendaria è sempre valso e sempre varrà per chiunque e a prescindere dai propri orientamenti personali e collettivi», ha fatto sapere.
Solidarietà è stata espressa dal presidente del Comitato Giusto dire No, Enrico Grosso. «Pensare che bruciare le immagini di Nordio e Meloni sia un atto che contenga un qualche senso è quanto di più distante dal nostro modo di intendere questa campagna referendaria», ha detto. Ed è stato costretto a pronunciare parole di condanna anche Giuseppe Conte, presidente M5s: «Questo governo deve andare a casa con la forza delle idee e della democrazia, non a colpi di odio e violenza. Mancano una manciata di giorni all’appuntamento del referendum, a chi scende in piazza oggi (ieri per chi legge, ndr) e nei prossimi giorni dico: continuiamo a spiegare e ribadire le ragioni del No democraticamente». Ringrazio di cuore chi ha manifestato la sua solidarietà, in particolare il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, e l’Anm. Auspico anche io che nei prossimi giorni il dibattito si mantenga nei termini indicati da Sergio Mattarella, con pacatezza e lealtà, sui reali contenuti. Naturalmente questi eccessi aggressivi, lungi dall’intimorirmi, mi sollecitano a proseguire con sempre maggior determinazione e vigore», ha dichiarato Nordio.
Il corteo romano, partito da piazza della Repubblica, si era concluso a piazza San Giovanni dove zainetti rosa e fagotti bianchi cosparsi di petali volevano ricordare le 175 bambine della scuola elementare Shajareh Tayyebeh in Iran, uccise da un missile americano nel primo giorno di bombardamenti. Manifestazioni che si dichiarano contro la violenza, eppure la fanno entrare. Come è accaduto ieri a Milano, dove alcuni manifestanti hanno bruciato una bandiera di Israele lungo un corteo partito dall’Arco della Pace con lo slogan «Contro guerra imperialista e sionismo». Promosso da realtà antagoniste nell’ambito della tre giorni di eventi per ricordare Davide Cesare, «Dax», ucciso nel 2003 da militanti di estrema destra, è stato il pretesto per occupare ancora una volta il Palasharp. Anche a Torino, nel corteo regionale per la Palestina, sotto una pioggia battente è stata bruciata la bandiera di Israele.
Ieri Meloni ha rilanciato sui social un video in cui il costituzionalista (ed ex parlamentare del Pd) Stefano Ceccanti spiega le ragioni del Sì al referendum. «Il professor Ceccanti, sicuramente non tacciabile di essere un mio sostenitore o elettore, spiega in pochi secondi perché votare Sì al referendum. Un invito ad andare oltre appartenenze politiche e contrapposizioni ideologiche, guardando semplicemente al merito del quesito».
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E perché avvistamenti satellitari, analoghi a quelli riportati adesso da Afp, erano stati registrati già l’11 gennaio e il 25 dicembre scorsi, senza contare che precedenti del genere si susseguono ormai da anni? La risposta è inquietante: gli esperti ritengono che si tratti di azioni coordinate, parte dei preparativi del regime di Pechino in vista di una crisi o di un conflitto regionale.
Le imbarcazioni civili formerebbero una milizia marittima, con diversi potenziali impieghi. Ad esempio, si prestano a costituire una muraglia galleggiante per rallentare o bloccare le rotte commerciali e complicare il passaggio delle navi militari. Non trattandosi di mezzi bellici veri e propri, per un nemico sarebbe problematico attaccarli. I pescatori sarebbero, in sostanza, uno scudo umano. Lo sciame potrebbe anche funzionare alla stregua di una rete di intelligence distribuita. Oppure, potrebbe fungere da base per rifornimenti di altri natanti, per il recupero di equipaggi e velivoli senza pilota, per la distribuzione di sensori e per il trasporto di strumentazioni. Ancora: la flotta potrebbe rafforzare eventuali rivendicazioni territoriali, assicurando una presenza permanente in alcune aree contese. Non mancano i precedenti: le autorità già pagano gli armatori per stazionare almeno 280 giorni alle isole Spratly, reclamate dal Dragone, dal Vietnam, dalle Filippine, da Taiwan, dalla Malesia e dal Brunei.
L’esercitazione, considerate le tempistiche, non è direttamente collegata alla guerra in Iran. Ma i dirigenti cinesi stanno di certo studiando con attenzione quello che accade in Medio Oriente. Sia perché hanno bisogno dei barili di petrolio; sia perché le difficoltà degli americani, finora incapaci di garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, lasciano supporre che, per la Marina statunitense, sarebbe pressoché impossibile opporsi a un atto di forza di Xi Jinping nel Mar Cinese meridionale e orientale. Questo rimette in discussione l’indipendenza di Taiwan e persino la sicurezza degli alleati dell’Occidente nell’Indo-Pacifico.
Al Politburo non sarà passata inosservata la notizia dello spostamento, dalle acque nipponiche al teatro bellico mediorientale, di una nave d’assalto americana, insieme a 2.000 marines. La redistribuzione degli assetti ha preoccupato le potenze asiatiche vicine agli Stati Uniti, anche alla luce delle indiscrezioni di stampa, secondo cui la Casa Bianca sarebbe intenzionata a trasferire alcuni componenti del sistema di difesa missilistica Thaad, attualmente situati in Corea del Sud, che ha necessità di proteggersi da Pyongyang. Si andrebbe ben oltre il grado di disimpegno che caldeggiano i prudentissimi esponenti della scuola del realismo difensivo: tre mesi fa, era uscito l’ultimo saggio di Charles L. Glaser, Retrench, defend, compete, che suggeriva di mollare Taipei per minimizzare il pericolo di uno scontro con il Dragone, ma al contempo prescriveva di confermare il sostegno Usa agli altri Paesi filoamericani della regione. Xi non morirà dalla voglia di aprire un altro vaso di Pandora. Ma il regime deve aver annotato tutti i segnali di debolezza dell’«Armada» a stelle e strisce, che pretende di aver «annientato il 100% delle capacità militari dell’Iran», come ha detto Donald Trump ieri, eppure non ha impedito a Teheran di interdire Hormuz. Si capisce come mai il presidente abbia invocato esplicitamente l’intervento dei cinesi, al fianco di Parigi, Tokyo, Seul e Londra, in un’ipotetica missione per liberare lo Stretto. Un tentativo di mettere in imbarazzo politico i rivali.
La partita che si gioca attorno al petrolio è molto complessa. Alcune immagini circolate in Rete mostrano code di vetture ai distributori nelle metropoli cinesi: gli automobilisti starebbero facendo incetta di carburante, in prospettiva di ulteriori aumenti dei prezzi. Si era appreso, nei giorni scorsi, che la Cina aveva provato a negoziare con gli ayatollah il passaggio del greggio. Poi è spuntata una nuova ipotesi: l’Iran sarebbe disponibile a lasciar transitare le petroliere, purché gli scambi siano condotti in yuan. Stando a quanto riferito dal South China Morning Post, il Paese asiatico rimane cauto, se non scettico: «Benché il piano possa simbolicamente promuovere l’uso della valuta cinese», ha scritto il quotidiano, «la sua attuazione fronteggerebbe sfide di sicurezza e fattibilità e potrebbe provocare strappi nelle relazioni Cina-Usa». Relazioni alle quali, evidentemente, il Partito tiene ancora. Specie alla vigilia dell’incontro tra il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, e il vicepremier di Pechino, He Lifeng. E in attesa del bilaterale Trump-Xi, previsto ad aprile. Un faccia a faccia decisivo per risolvere la disputa sui dazi. Anche se l’America, a questo punto, potrebbe arrivarci con le armi spuntate. In tutti i sensi.
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Per mesi hanno bersagliato di droni e razzi tutto il naviglio che attraversava lo Stretto di Bab el Mandeb in direzione di Suez, mettendo in crisi il commercio marittimo dell’Europa. Dopo giorni di inattività, gli Huthi hanno deciso di scendere in campo con tutto il loro arsenale.
Mohammed al-Bukhaiti, portavoce e alto funzionario dell’ufficio politico dei ribelli yemeniti, ha sancito il passo del suo governo. «Ansar Allah (partigiani di Dio, meglio conosciuti come Huthi, ndr) ha deciso di schierarsi militarmente al fianco dei fratelli iraniani», ha confermato alla Verità. «E molto preso annuncerà l’ora zero del suo ingresso in battaglia. La nostra scelta è necessaria per rispondere all’aggressione in corso da parte di Israele e degli Stati Uniti contro la Repubblica islamica. La falsa propaganda sionista vuole far credere che l’asse della resistenza non esista più, ma invece siamo più forti che mai e lo dimostreremo distruggendo tutte le navi del nemico».
Il mare sembra ormai essere diventato un fondamentale luogo di scontro e, dopo lo Stretto di Hormuz, dove l’Iran permette il passaggio solo delle navi cinesi, gli Huthi possono rendere impossibile l’accesso al canale di Suez, distruggendo l’economia egiziana e danneggiando profondamente i commerci fra Asia ed Europa. «Il nostro ingresso in guerra è inevitabile», continua Mohammed al-Bukhaiti, «il popolo yemenita lo chiede a gran voce. Il 6 marzo decine di migliaia di persone hanno riempito piazza al-Sabeen a Sanaa, intonando canti in onore della Ali Seyyed Khamenei e manifestazioni di questo tipo si sono svolte in ogni governatorato e città. L’obiettivo era assassinare la Guida suprema della rivoluzione islamica, insieme a diversi comandanti militari, per distruggere la società iraniana, ma hanno fallito. Come ha detto il nostro leader, Abdel Malik al Houthi, le dita sono sul grilletto e lo scontro è una battaglia per l’intera nazione islamica, non per una sola parte».
Il momentaneo mancato ingresso in guerra degli yemeniti è sicuramente un calcolo strategico di Teheran, che dopo l’impatto iniziale vuole spingere sulle difficoltà economiche globali bloccando ancora una volta l’accesso a Suez. «Stiamo monitorando la situazione e siamo pronti ad agire contro gli aggressori. Le rappresaglie iraniane contro le basi militari americane nella regione sono legittime. Teheran ha il diritto di colpire le basi di occupazione utilizzate per lanciare attacchi. Questa brutale aggressione dimostra che tutte le accuse mosse in precedenza contro l’Iran erano false, noi siamo i difensori del popolo».
Al-Bukhaiti si è poi rivolto alle nazioni arabe delle regione. «Voglio esortare con urgenza tutti i Paesi della regione ad unirsi, perché devono condannare l’aggressione americana e schierarsi al fianco dell’Iran. Questo scontro va oltre i confini dell’Iran, coinvolgendo tutte le nazioni arabe e islamiche. Si tratta di una battaglia che ci è stata imposta e che dobbiamo portare avanti finché non imporremo le nostre condizioni. Le nazioni del Golfo devono capire che ne va della nostra sopravvivenza e se non sceglieranno la parte giusta, noi li attaccheremo con tutta la nostra forza». Il dirigente yemenita ha concluso lanciando un inquietante appello: «Questo conflitto è una battaglia decisiva la cui vittoria finale sarà il trionfo della verità, gli Stati Uniti ed i sionisti sono un nemico che va combattuto insieme».
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