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2021-11-20
L’Ovo di Pezzi cova gli interessi di Bolloré
Andrea Pezzi (Getty Images)
Nel 2001 su Mtv andavano in onda le ultime puntate di Kitchen. Uno studio-cucina nel quale Andrea Pezzi intervistava vip dello spettacolo e della musica. Oggi, a 20 anni di distanza, il guru del digitale e creatore di Ovo frequenta altri palcoscenici. Bazzica Palazzo Chigi e Mef con l'obiettivo di coordinare gli interessi dei francesi di Vivendi nel colosso nazionale delle telecomunicazioni: Tim. Un salto di prospettiva e di carriera notevole, legato in questi anni al lancio di numerose aziende e di una delle associazioni più influenti di Milano. Pezzi, con la compagna Cristiana Capotondi , anima infatti «Io sono», calamita di pensieri sull'umanesimo e sull'ontopsicologia.
Nei giorni immediatamente precedenti al consiglio straordinario di Tim, nel quale gli azionisti francesi hanno cercato di dare una spallata all'ad, Luigi Gubitosi, Pezzi è stato avvistato a Roma. In agenda l'organizzazione di incontri con Daniele Franco, il capo di gabinetto del Mef, Giuseppe Chiné, e il consigliere di Mario Draghi, il professor Giavazzi. Non tutti gli incontri sono andati in porto. A quanto risulta alla Verità il titolare del Mef avrebbe fermamente declinato. Nulla però di che stupirsi. Ricevere dei «no» fa comunque parte del gioco e dell'attività di Pezzi che da consulente di Arnaud de Puyfontaine (presidente di Vivendi e braccio destro del finanziere Vincent Bolloré) si trova a coordinare tematiche internazionali con importanti ricadute sugli equilibri economici nazionali. Tutti sanno che dentro Tim, infatti, ci sono parte della rete, telefonia mobile, contenuti tv e importanti accordi sul calcio. Oltre che una coabitazione con Cassa depositi e prestiti, pilastro dello Stato italiano. E su questi temi Pezzi si è creato una reputazione.
Pur essendo da meno di un anno «consigliori» del gruppo francese, l'ex volto di Mtv ha decisamente conquistato la fiducia dei cugini d'Oltralpe. A lui si deve l'indicazione per l'ingresso nel cda di Tim di Cristina Falcone e di Angelo Bonissoni, uomo forte del collegio sindacale e attento alle dinamiche francesi. Nomi che rappresentano solo uno spicchio delle relazioni più ampie, che vanno dal mondo dell'editoria a quello della politica. E anche qui si muove su piani trasversali. Buoni i rapporti con Riccardo Fraccaro, ex sottosegretario a Palazzo Chigi ai tempi del Conte bis, ma anche con Francesco Boccia del Pd e con l'azzurra Deborah Bergamini. Ad esempio si deve a Pezzi la partecipazione di De Puyfontaine a Digithon, la grande maratona digitale sulle start up pugliesi tanto cara all'ex ministro degli Affari regionali del Pd.
A chi si stupisce del successo dell'ex vj va ricordato il progressivo percorso di crescita. Dopo aver creato numerosi format (sua ad esempio è l'idea dell'intervista doppia), nel 2006 diventa imprenditore, e crea Ovo con l'obiettivo di lanciare la prima enciclopedia digitale. Non è che funzioni tanto bene. Di fatto resta in embrione, ma la percezione è quello dell'idea di successo. Tanto che a Ovo seguono altre aziende e operazioni di acquisizione. Ad esempio nel 2018 vende a Infront, all'epoca da poco senza Marco Bogarelli, una sua creazione, goalscout, per oltre un milione di euro. Pezzi e Bogarelli si conoscono da ben prima. Condividono quote di Sfera investimenti, il veicolo a cui fa capo Ovo Italia. Ma è sempre nel 2018 che i destini dei francesi si incrociano con l'ex conduttore tv. Ai tempi le convergenze si muovono attorno a Media pro e il tentativo di riorganizzare i diritti del calcio. Tentativo che non va in porto ma che spinge i francesi a strutturarsi meglio e trovare consulenti di peso. Nel frattempo, cresce anche la galassia Pezzi. Gagoo group partecipa alla gara Tim per scorporare di fatto le attività digitali di Havas Media. Nel 2020 a correre è Myintelligence che nel 2021 si trasforma in Mint. «Un'azienda tecnologica che fornisce agli advertiser una tecnologia unica per gestire in ottica multicanale», spiega il fondatore, «tutti gli investimenti sui mezzi pubblicitari.
Il tutto grazie all'Intelligenza artificiale e all'automazione dei processi». Robot cyborg e ontopsicologia sono infatti l'altra faccia di Pezzi, che durante il Meeting di Rimini del 2019 ha promesso di smettere di lavorare per la fine del 2022. «Inizierà la terza fase della mia vita», ha detto riferendosi al futuro dell'associazione sull'umanesimo.
Nel frattempo la partita Tim si fa calda. Da un lato dovrà occuparsi di un grattacapo, e di una sfida. Nel primo caso ci riferiamo a un contratto di almeno sette anni legato a Tim e a Stefano Siragusa su cui è stato aperto un audit interno per verificare termini e contenuti. Dall'altro lato, Pezzi e i francesi sono al lavoro per sostenere Stefano Labriola. L'attuale ad di Tim Brasil sarebbe il candidato su cui gli azionisti d'Oltralpe si stanno concentrando per mettere a terra le strategie e la visione di una Tim del futuro. Per Vivendi il Brasile è un esempio di successo, anche se a guardare strettamente la capitalizzazione in reais la controllata oggi vale meno di dieci anni fa.
Dal guru Meneghetti alla Cartabia la fitta rete del filosofo nato a Mtv
«Perché l'uomo tende di tanto in tanto verso il male. E come si può aiutarlo a non sbagliare?». Tra gli eventi sulla pagina Facebook dell'Associazione «Io Sono» di Andrea Pezzi se ne può trovare anche uno risalente al 17 maggio scorso, dove l'ex vj di Mtv pone questa domanda più che mai criptica a Gherardo Colombo, ex magistrato del pool di Mani pulite. Lo storico pm milanese ci mette un po' a rispondere, mentre in ascolto ci sono anche l'ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, e l'attrice e compagna di Pezzi, Cristiana Capotondi e dal 2020 capodelegazione della nazionale femminile di calcio. Basta questa fotografia primaverile per capire quanto sia vasta la rete di relazioni dell'ex attore, imprenditore e innovatore digitale che compie domani 48 anni. Nato a Ravenna il 21 novembre del 1973, meno di 20 anni fa l'ex volto di Mtv e anche della Rai era balzato agli onori delle cronache perché collegato all'Ontopsicologia, sorta di setta umanistica fondata dal guru Antonio Meneghetti. Il suo nome finì anche nel libro Occulto Italia, di Gianni Del Vecchio e Stefano Pitrelli . L'Espresso gli dedicò anche un articolo molto critico per la sua vicinanza a Meneghetti. Ora invece si parla di Pezzi per le sue iniziative imprenditoriali e culturali, tra marketing e sviluppo di tecnologia digitale. Ha celebrato su Twitter il leader di Italia viva, Matteo Renzi, per aver portato Mario Draghi a Palazzo Chigi, ma è considerato molto vicino soprattutto al sindaco di Milano, Giusepppe Sala. Pezzi e Sala immortalarono la loro amicizia anche su Instagram, con una foto del 2016 che li riprendeva al mare alle Isole Egadi durante la prima estate da primo cittadino.
Quest'anno Pezzi ha organizzato il Festival dell'umano, celebrazione dell'associazione che, si legge sul sito, «nasce per creare un movimento culturale portatore dei grandi valori dell'Umanesimo, alla luce della ritrovata necessità di porsi delle domande fondamentali quali: che cos'è l'essere umano?». L'ha fatto in collaborazione con il museo Nazionale scienza e tecnologia, con tanto di patrocinio del Comune di Milano e del ministero della Cultura. Tanti gli sponsor che hanno contribuito, da Poste, Illy fino a Fondazione Cariplo e università Bocconi, Statale. Ai tavoli dell'evento sono stati invitati politici, economisti, sociologi e chi più ne ha più ne metta. In una locandina ancora presente su Internet si possono leggere i nomi dell'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, del ministro della Giustizia, Marta Cartabia, del sociologo Umberto Galimberti e via molti altri ancora. Al tavolo dell'etica è stato anche segnato il nome dell'attuale presidente del Consiglio, Mario Draghi, anche se il premier non ha partecipato: avranno dimenticato di toglierlo dal volantino. Di sicuro c'era la Cartabia, intervistata dall'attuale direttore del Corriere, Luciano Fontana. Insomma, Pezzi non è una persona qualunque. Del resto anche gli stessi soci delle sue società sono personaggi noti nel mondo economico politico milanese e nazionale. Nella società Innvervisione, che risulta inattiva dal 2020, era socio del giornalista Enrico Mentana, dell'autore Davide Parenti e persino dell'ex assessore al Bilancio del Comune di Milano Roberto Tasca. Nelle due società ancora attive, invece, la Mint e la Tef, i soci sono altri. Nella prima c'è il finanziere renziano Davide Serra, mentre nella seconda ci sono sia Capotondi sia Carlo Antonio De Matteo, quest'ultimo fondatore del Festival «Io Sono». Mint a sua volta controlla Myntelligence tech & media solution, Myntelligence Brazil e Zone 45 Srl, quest'ultima con sede a Ravenna.
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Dopo alterni successi che lo hanno portato dall'enciclopedia digitale alla collaborazione con Infront e Havas, il celebre volto di «Kitchen» d'inizio millennio ora rappresenta Vivendi nella partita che si gioca in Tim. E dialoga con Mef e Palazzo Chigi. Con i suoi festival umanistici il vj tesse relazioni con i media, la politica e la Chiesa. Lo speciale contiene due articoli.Nel 2001 su Mtv andavano in onda le ultime puntate di Kitchen. Uno studio-cucina nel quale Andrea Pezzi intervistava vip dello spettacolo e della musica. Oggi, a 20 anni di distanza, il guru del digitale e creatore di Ovo frequenta altri palcoscenici. Bazzica Palazzo Chigi e Mef con l'obiettivo di coordinare gli interessi dei francesi di Vivendi nel colosso nazionale delle telecomunicazioni: Tim. Un salto di prospettiva e di carriera notevole, legato in questi anni al lancio di numerose aziende e di una delle associazioni più influenti di Milano. Pezzi, con la compagna Cristiana Capotondi , anima infatti «Io sono», calamita di pensieri sull'umanesimo e sull'ontopsicologia. Nei giorni immediatamente precedenti al consiglio straordinario di Tim, nel quale gli azionisti francesi hanno cercato di dare una spallata all'ad, Luigi Gubitosi, Pezzi è stato avvistato a Roma. In agenda l'organizzazione di incontri con Daniele Franco, il capo di gabinetto del Mef, Giuseppe Chiné, e il consigliere di Mario Draghi, il professor Giavazzi. Non tutti gli incontri sono andati in porto. A quanto risulta alla Verità il titolare del Mef avrebbe fermamente declinato. Nulla però di che stupirsi. Ricevere dei «no» fa comunque parte del gioco e dell'attività di Pezzi che da consulente di Arnaud de Puyfontaine (presidente di Vivendi e braccio destro del finanziere Vincent Bolloré) si trova a coordinare tematiche internazionali con importanti ricadute sugli equilibri economici nazionali. Tutti sanno che dentro Tim, infatti, ci sono parte della rete, telefonia mobile, contenuti tv e importanti accordi sul calcio. Oltre che una coabitazione con Cassa depositi e prestiti, pilastro dello Stato italiano. E su questi temi Pezzi si è creato una reputazione.Pur essendo da meno di un anno «consigliori» del gruppo francese, l'ex volto di Mtv ha decisamente conquistato la fiducia dei cugini d'Oltralpe. A lui si deve l'indicazione per l'ingresso nel cda di Tim di Cristina Falcone e di Angelo Bonissoni, uomo forte del collegio sindacale e attento alle dinamiche francesi. Nomi che rappresentano solo uno spicchio delle relazioni più ampie, che vanno dal mondo dell'editoria a quello della politica. E anche qui si muove su piani trasversali. Buoni i rapporti con Riccardo Fraccaro, ex sottosegretario a Palazzo Chigi ai tempi del Conte bis, ma anche con Francesco Boccia del Pd e con l'azzurra Deborah Bergamini. Ad esempio si deve a Pezzi la partecipazione di De Puyfontaine a Digithon, la grande maratona digitale sulle start up pugliesi tanto cara all'ex ministro degli Affari regionali del Pd.A chi si stupisce del successo dell'ex vj va ricordato il progressivo percorso di crescita. Dopo aver creato numerosi format (sua ad esempio è l'idea dell'intervista doppia), nel 2006 diventa imprenditore, e crea Ovo con l'obiettivo di lanciare la prima enciclopedia digitale. Non è che funzioni tanto bene. Di fatto resta in embrione, ma la percezione è quello dell'idea di successo. Tanto che a Ovo seguono altre aziende e operazioni di acquisizione. Ad esempio nel 2018 vende a Infront, all'epoca da poco senza Marco Bogarelli, una sua creazione, goalscout, per oltre un milione di euro. Pezzi e Bogarelli si conoscono da ben prima. Condividono quote di Sfera investimenti, il veicolo a cui fa capo Ovo Italia. Ma è sempre nel 2018 che i destini dei francesi si incrociano con l'ex conduttore tv. Ai tempi le convergenze si muovono attorno a Media pro e il tentativo di riorganizzare i diritti del calcio. Tentativo che non va in porto ma che spinge i francesi a strutturarsi meglio e trovare consulenti di peso. Nel frattempo, cresce anche la galassia Pezzi. Gagoo group partecipa alla gara Tim per scorporare di fatto le attività digitali di Havas Media. Nel 2020 a correre è Myintelligence che nel 2021 si trasforma in Mint. «Un'azienda tecnologica che fornisce agli advertiser una tecnologia unica per gestire in ottica multicanale», spiega il fondatore, «tutti gli investimenti sui mezzi pubblicitari. Il tutto grazie all'Intelligenza artificiale e all'automazione dei processi». Robot cyborg e ontopsicologia sono infatti l'altra faccia di Pezzi, che durante il Meeting di Rimini del 2019 ha promesso di smettere di lavorare per la fine del 2022. «Inizierà la terza fase della mia vita», ha detto riferendosi al futuro dell'associazione sull'umanesimo. Nel frattempo la partita Tim si fa calda. Da un lato dovrà occuparsi di un grattacapo, e di una sfida. Nel primo caso ci riferiamo a un contratto di almeno sette anni legato a Tim e a Stefano Siragusa su cui è stato aperto un audit interno per verificare termini e contenuti. Dall'altro lato, Pezzi e i francesi sono al lavoro per sostenere Stefano Labriola. L'attuale ad di Tim Brasil sarebbe il candidato su cui gli azionisti d'Oltralpe si stanno concentrando per mettere a terra le strategie e la visione di una Tim del futuro. Per Vivendi il Brasile è un esempio di successo, anche se a guardare strettamente la capitalizzazione in reais la controllata oggi vale meno di dieci anni fa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/andrea-pezzi-vivendi-2655767516.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dal-guru-meneghetti-alla-cartabia-la-fitta-rete-del-filosofo-nato-a-mtv" data-post-id="2655767516" data-published-at="1637391159" data-use-pagination="False"> Dal guru Meneghetti alla Cartabia la fitta rete del filosofo nato a Mtv «Perché l'uomo tende di tanto in tanto verso il male. E come si può aiutarlo a non sbagliare?». Tra gli eventi sulla pagina Facebook dell'Associazione «Io Sono» di Andrea Pezzi se ne può trovare anche uno risalente al 17 maggio scorso, dove l'ex vj di Mtv pone questa domanda più che mai criptica a Gherardo Colombo, ex magistrato del pool di Mani pulite. Lo storico pm milanese ci mette un po' a rispondere, mentre in ascolto ci sono anche l'ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, e l'attrice e compagna di Pezzi, Cristiana Capotondi e dal 2020 capodelegazione della nazionale femminile di calcio. Basta questa fotografia primaverile per capire quanto sia vasta la rete di relazioni dell'ex attore, imprenditore e innovatore digitale che compie domani 48 anni. Nato a Ravenna il 21 novembre del 1973, meno di 20 anni fa l'ex volto di Mtv e anche della Rai era balzato agli onori delle cronache perché collegato all'Ontopsicologia, sorta di setta umanistica fondata dal guru Antonio Meneghetti. Il suo nome finì anche nel libro Occulto Italia, di Gianni Del Vecchio e Stefano Pitrelli . L'Espresso gli dedicò anche un articolo molto critico per la sua vicinanza a Meneghetti. Ora invece si parla di Pezzi per le sue iniziative imprenditoriali e culturali, tra marketing e sviluppo di tecnologia digitale. Ha celebrato su Twitter il leader di Italia viva, Matteo Renzi, per aver portato Mario Draghi a Palazzo Chigi, ma è considerato molto vicino soprattutto al sindaco di Milano, Giusepppe Sala. Pezzi e Sala immortalarono la loro amicizia anche su Instagram, con una foto del 2016 che li riprendeva al mare alle Isole Egadi durante la prima estate da primo cittadino. Quest'anno Pezzi ha organizzato il Festival dell'umano, celebrazione dell'associazione che, si legge sul sito, «nasce per creare un movimento culturale portatore dei grandi valori dell'Umanesimo, alla luce della ritrovata necessità di porsi delle domande fondamentali quali: che cos'è l'essere umano?». L'ha fatto in collaborazione con il museo Nazionale scienza e tecnologia, con tanto di patrocinio del Comune di Milano e del ministero della Cultura. Tanti gli sponsor che hanno contribuito, da Poste, Illy fino a Fondazione Cariplo e università Bocconi, Statale. Ai tavoli dell'evento sono stati invitati politici, economisti, sociologi e chi più ne ha più ne metta. In una locandina ancora presente su Internet si possono leggere i nomi dell'arcivescovo di Milano, Mario Delpini, del ministro della Giustizia, Marta Cartabia, del sociologo Umberto Galimberti e via molti altri ancora. Al tavolo dell'etica è stato anche segnato il nome dell'attuale presidente del Consiglio, Mario Draghi, anche se il premier non ha partecipato: avranno dimenticato di toglierlo dal volantino. Di sicuro c'era la Cartabia, intervistata dall'attuale direttore del Corriere, Luciano Fontana. Insomma, Pezzi non è una persona qualunque. Del resto anche gli stessi soci delle sue società sono personaggi noti nel mondo economico politico milanese e nazionale. Nella società Innvervisione, che risulta inattiva dal 2020, era socio del giornalista Enrico Mentana, dell'autore Davide Parenti e persino dell'ex assessore al Bilancio del Comune di Milano Roberto Tasca. Nelle due società ancora attive, invece, la Mint e la Tef, i soci sono altri. Nella prima c'è il finanziere renziano Davide Serra, mentre nella seconda ci sono sia Capotondi sia Carlo Antonio De Matteo, quest'ultimo fondatore del Festival «Io Sono». Mint a sua volta controlla Myntelligence tech & media solution, Myntelligence Brazil e Zone 45 Srl, quest'ultima con sede a Ravenna.
L’appuntamento era in calendario da tempo, sollecitato dalla Lega e agevolato dal senatore Claudio Borghi. Prima di diventare direttore del Nih (National Institute of Health, il più grande finanziatore pubblico di ricerca biomedica al mondo con un budget annuale di circa 48 miliardi di dollari all’anno), Bhattacharya era un autorevolissimo epidemiologo, docente di medicina e di politiche di sanità pubblica all’università di Stanford e, insieme con i professori Martin Kulldorff dell’università di Harvard e Sunetra Gupta dell’università di Oxford, cofirmatario della Great Barrington Declaration (Gbd), documento che ha segnato la controstoria della pandemia. È lui che ha dimostrato, evidenze scientifiche alla mano, che le decisioni draconiane indicate dagli Stati Uniti a tutto l’Occidente, a cominciare dall’Italia, non erano «l’unica soluzione». Ed è esattamente su queste evidenze che lo hanno audito i membri della commissione Covid, chiedendogli di smentire una volta per tutte la vastità di leggende pandemiche antiscientifiche che hanno reso l’Italia uno dei Paesi con più restrizioni e, al tempo stesso, con la più alta mortalità durante la pandemia.
Molte le domande sui lockdown, il green pass e i vaccini poste da Claudio Borghi e Alberto Bagnai della Lega, oltre che da Lucio Malan di Fratelli d’Italia. Ma il botta e risposta con l’onorevole Alfonso Colucci è stato quasi onirico: non tanto per le puntuali risposte fornite da Bhattacharya, quanto per le domande che gli sono state rivolte dall’avvocato di Giuseppe Conte, con il malcelato obiettivo di difendere le sciagurate decisioni adottate dal leader M5s quando era premier, durante la prima e la seconda ondata. Avventurandosi sul terreno impervio dei parametri epidemiologici, Colucci ha obiettato al direttore del Nih che «a suo parere» il lockdown è stata una misura efficace. «I Paesi con i lockdown più restrittivi non hanno avuto un tasso di mortalità più basso e non hanno protetto di più le vite umane», ha spiegato Bhattacharya ai membri della commissione Covid. L’avvocato di Conte ha poi tentato la carta del Nobel per impressionarlo: «Quindi lei non è d’accordo con quanto dichiarato in questa commissione dal premio Nobel Giorgio Parisi, secondo il quale senza lockdown in Italia avremmo avuto dieci volte morti in più nella prima ondata?». «No», è stata la risposta secca di Bhattacharya, per nulla impressionato. La sua replica è stata un’interessante lezione di salute pubblica da mandare a memoria: premettendo che, quando si ha un indice di trasmissibilità inferiore a uno, questo non significa che la malattia sia sparita, «la soluzione doveva essere quella di avere un lockdown permanente per tenere l’indice sotto l’uno?», ha chiesto retoricamente il direttore del Nih. «Era quello l’obiettivo, mantenere l’indice sotto l’uno? Oppure si trattava di difendere la vita al meglio possibile? Sono due obiettivi molto diversi. Se si guardano i dati reali, i lockdown non hanno protetto la vita umana. Anche se l’indice in alcuni modelli è sceso al di sotto dell’uno, non è un’evidenza sufficiente per dire che il lockdown sia stato un modo efficace per proteggere la vita umana». L’ossessione di Roberto Speranza, il «rischio zero», era insomma una bufala antiscientifica.
Rispondendo alle domande di Borghi, Bagnai e Malan, il direttore del Nih ha poi detto la sua anche sul mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali e muori»: «Già a marzo 2021 era chiaro che il vaccino non impedisse l’infezione e anzi che l’efficacia del vaccino diminuisse pochi mesi dopo averlo ricevuto». A dispetto di tutte le sentenze italiane che, condannando i non vaccinati, hanno stabilito che all’epoca le evidenze dicessero altro: non era vero. L’introduzione del green pass «ha avuto come conseguenza una riduzione della fiducia nella salute pubblica». Sui no vax, «il fatto che fossero più pericolosi e potessero diffondere la malattia più facilmente rispetto alle persone vaccinate non è corretta dal punto di vista scientifico. Sia le persone vaccinate che quelle non vaccinate potevano diffondere la malattia allo stesso modo». E il green pass? «Si è basato su un falso scientifico». Riabilitati anche i guariti: «Negli Stati Uniti si è deciso di ignorarli per poter rendere obbligatori i vaccini. Non tenere conto dell’immunità da guarigione non è stata una decisione scientificamente corretta». Stoccata anche all’Oms: «Ha fatto più male che bene durante la pandemia. Ha ignorato la situazione andando contro le evidenze scientifiche, ha elevato in modo eccessivo l’esperienza dei lockdown cinesi, quindi ha causato più danni che altro».
«Ancora oggi stiamo subendo i danni di certe misure prive di fondamento scientifico», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «ed è paradossale che in quel periodo la Costituzione italiana fu calpestata da chi oggi, in nome della sua difesa, ha impedito una riforma della giustizia necessaria per modernizzare l’Italia».
«Dopo molti sforzi alla fine siamo riusciti ad avere in audizione il simbolo della scienza negata, quella scienza che era alla base della posizione della Lega su lockdown e green pass, presentata su Repubblica nel luglio del 2021, che venne distrutta da Draghi con l’infame inganno del “non ti vaccini, ti ammali, muori o fai morire”, è il commento del senatore leghista Claudio Borghi. «Oggi Bhattacharya conferma tutto. Noi avevamo ragione e Draghi e Conte non avevano capito nulla. Ma chi ci ridà quegli anni?»
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 marzo 2026. Il nostro esperto di politica Usa Stefano Graziosi ci spiega a che punto sono i negoziati per un cessate il fuoco in Iran.
Catherine, la mamma della famiglia nel bosco, parla dopo mesi di silenzio e racconta la sua versione dei fatti. Ringrazia l'Italia e non rinnega le sue scelte di vita. E si dice pronta a tutto per i suoi figli.
Il Global Terrorism Index 2026 registra un calo di attacchi e vittime, ma segnala una minaccia più concentrata e letale. Africa epicentro del jihadismo, mentre in Occidente crescono i «lupi solitari» e la radicalizzazione giovanile.
Il terrorismo globale arretra nei numeri, ma evolve nella forma e nella distribuzione geografica, diventando più concentrato e potenzialmente più destabilizzante. È questa la principale conclusione del Global Terrorism Index 2026, che evidenzia una diminuzione significativa degli attacchi nel 2025 ma al tempo stesso segnala l’emergere di nuove dinamiche capaci di alimentare instabilità su scala internazionale. Nel corso dell’ultimo anno le vittime del terrorismo sono scese del 28 per cento, fermandosi a 5.582 morti, mentre gli attacchi sono diminuiti del 22 per cento, per un totale di 2.944 episodi registrati. Un miglioramento diffuso, con 81 Paesi che hanno visto ridurre l’impatto del terrorismo e solo 19 che hanno registrato un peggioramento.Dietro questo apparente calo si nasconde però una trasformazione profonda del fenomeno. Il terrorismo non scompare, ma si concentra in aree specifiche e assume forme più fluide. Oggi quasi il 70 per cento delle vittime si concentra in cinque Paesi: Pakistan, Burkina Faso, Nigeria, Niger e Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di contesti caratterizzati da instabilità politica, conflitti interni e debolezza istituzionale, dove gruppi armati riescono a operare con maggiore libertà sfruttando l’assenza di controllo statale.
Il cambiamento più evidente riguarda lo spostamento del baricentro del terrorismo globale verso il Sahel e l’Africa subsahariana. Oltre la metà delle morti legate al terrorismo si registra infatti in questa regione, dove la combinazione di fragilità statale, crisi economica e tensioni etniche favorisce l’espansione dei gruppi jihadisti. Negli ultimi anni il fenomeno si è progressivamente spostato dal Medio Oriente verso l’Africa, trasformando l’area saheliana nel principale laboratorio dell’estremismo violento. Questo spostamento ha implicazioni dirette anche per l’Europa, sia per la prossimità geografica sia per le rotte migratorie e commerciali che collegano le due sponde del Mediterraneo. A dominare la scena restano quattro organizzazioni principali: lo Stato Islamico, Jamaat Nusrat al-Islam wal Muslimeen, Tehrik-e-Taliban Pakistan e al-Shabaab. Questi gruppi sono responsabili complessivamente del 70 per cento delle vittime del terrorismo nel 2025, confermando il peso delle reti jihadiste transnazionali e la loro capacità di adattamento ai nuovi contesti operativi. Lo Stato Islamico, pur operando in meno Paesi rispetto al passato, resta l’organizzazione più letale, grazie a una struttura decentralizzata che permette di mantenere attive numerose affiliate regionali. In questo quadro emerge un dato significativo: il report non colloca Hamas tra i principali gruppi responsabili delle vittime globali. L’assenza del movimento palestinese dalla lista delle organizzazioni più letali non significa una riduzione del suo peso politico, ma riflette la metodologia dell’indice, che misura il terrorismo in base al numero di attacchi e di morti registrati a livello globale. Il rapporto evidenzia infatti come il fenomeno sia oggi dominato da gruppi attivi soprattutto in Africa e in Asia meridionale, mentre il Medio Oriente pesa meno nelle statistiche complessive, pur rimanendo strategicamente rilevante. Il Marocco si conferma tra i Paesi più sicuri al mondo secondo il Global Terrorism Index 2026, che inserisce il Regno nel gruppo delle nazioni con il più basso livello di minaccia terroristica su scala globale. In un contesto internazionale caratterizzato da persistenti focolai di violenza e da una crescente instabilità in diverse aree, Rabat si distingue per l’assenza di attentati registrati negli ultimi anni, risultato attribuito all’efficacia dell’azione svolta dai suoi apparati di sicurezza e al consolidamento di un solido sistema di prevenzione.
Il Pakistan è risultato il Paese più colpito dal terrorismo per la prima volta nella storia dell’indice, a causa della ripresa delle attività di gruppi armati legati ai talebani e delle tensioni lungo i confini con l’Afghanistan. Anche Nigeria e Repubblica Democratica del Congo hanno registrato un forte aumento delle vittime, mentre Burkina Faso, pur restando tra i Paesi più colpiti, ha segnato la riduzione più significativa nel numero di morti, con un calo del 45 per cento. Tuttavia, il report sottolinea che la diminuzione degli attacchi è stata accompagnata da una maggiore letalità, segno di operazioni meno frequenti ma più devastanti. Parallelamente cresce la preoccupazione per l’Occidente. Nel 2025 le morti legate al terrorismo nei Paesi occidentali sono aumentate del 280 per cento, un dato che riflette una serie di attacchi ad alta visibilità mediatica e spesso legati a individui radicalizzati autonomamente. Il fenomeno dei cosiddetti “lupi solitari” domina la scena: negli ultimi cinque anni il 93 per cento degli attacchi mortali in Occidente è stato compiuto da singoli individui, spesso difficili da individuare preventivamente dalle autorità.
Uno degli elementi più allarmanti riguarda la radicalizzazione giovanile. Bambini e adolescenti hanno rappresentato il 42 per cento delle indagini antiterrorismo in Europa e Nord America nel 2025, con un incremento triplo rispetto al 2021. Il tempo necessario per la radicalizzazione si è drasticamente ridotto e può avvenire nel giro di poche settimane, alimentato da propaganda online, algoritmi dei social network e contenuti estremisti facilmente accessibili. Il report evidenzia inoltre il ruolo sempre più centrale delle aree di confine. Oltre il 41 per cento degli attacchi avviene entro 50 chilometri da un confine internazionale e il 64 per cento entro 100 chilometri. Le zone di frontiera rappresentano spazi dove il controllo statale è limitato e dove i gruppi armati possono muoversi agevolmente tra diversi Paesi, sfruttando rivalità politiche e scarsa cooperazione tra governi. Questo fenomeno è particolarmente evidente nel Sahel, nel confine tra Afghanistan e Pakistan e nella regione tra Colombia e Venezuela.
Il documento menziona tuttavia Hamas in un contesto più ampio legato alle dinamiche regionali e alle reti di proxy. Il report sottolinea che l’escalation geopolitica, in particolare quella che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele, potrebbe aumentare il rischio di attacchi indiretti attraverso organizzazioni alleate, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Ciò significa che, pur non essendo tra i principali attori statistici, questi gruppi restano rilevanti sul piano strategico e potrebbero influenzare l’evoluzione della minaccia terroristica. Nel complesso, il Global Terrorism Index 2026 descrive una minaccia in trasformazione. Il terrorismo diventa meno diffuso ma più concentrato, meno strutturato ma più imprevedibile, meno legato a grandi organizzazioni e sempre più alimentato da reti decentralizzate e individui radicalizzati online. La diminuzione registrata nel 2025 potrebbe quindi rappresentare solo una pausa temporanea. L’evoluzione dei conflitti internazionali, l’instabilità delle regioni di frontiera e la crescente radicalizzazione giovanile suggeriscono che il rischio di nuove ondate terroristiche rimane elevato, con implicazioni dirette anche per l’Europa e l’Occidente.
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