Anche gli spagnoli lo smentiscono: «Non abbiamo chiesto il Salvastati»
Giuseppi aveva aperto al Fondo tirando in ballo Madrid, ma pure allora era un bluff.

Che le bugie abbiano le gambe corte lo si insegna ai bambini in età prescolare, ma probabilmente non al piccolo Giuseppi. E questo già lo avevamo già intuito nel maggio del 2018, al momento del suo primo insediamento a Palazzo Chigi. Conte aveva infatti prodotto un curriculum di ventotto pagine dove millantava studi alla New York University, salvo poi dover correggere il tiro una volta sgamato dal New York Times. «Io sono stato lì d’estate, come molti studiosi, per utilizzare il patrimonio librario e gli archivi informatici (…) studiando tutto il giorno nella Library della School of Law». E il nostro eroe ci è «cascato di nuovo», canterebbe Achille Lauro. Non sapendo come giustificare il fatto che in seno all’Eurogruppo si discutesse di Mes nonostante la sua asserita contrarietà allo strumento, salvo averne invocato l’utilizzo in un’intervista al Financial Times il 19 marzo 2020, il premier non trova di meglio che sostenere che l’appoggio dato dall’Italia al Salvastati rientrasse in una raffinata strategia negoziale; quella che Giuseppi chiama «logica di pacchetto». Poiché alla Spagna -a suo dire – interessava ricorrere al Mes, ecco che il nostro eroe lo appoggia al suo fianco, in cambio di un presunto sostegno di Madrid alla soluzione prefigurata da Palazzo Chigi. Gli eurobond che per l’occasione sono chiamati coronabond. Uno strumento di debito con cui i Paesi dell’eurozona dovrebbero mettere in comune una parte del loro debito. Peccato però che Giuseppi venga di nuovo sbugiardato. Stavolta addirittura dal ministro degli Affari esteri spagnolo Arancha Laya Gonzalez, la quale ribadisce come Madrid non intenda affatto ricorrere al Mes, ma abbia invece proposto uno strumento di mutualizzazione del debito consistente nell’emissione di un’obbligazione perpetua (con scadenza non definita e durata in eterno ma fruttifera di interessi). Un titolo sfornato dall’Unione europea e quindi con la garanzia di tutti i Paesi membri (in tutto o in parte non è chiaro) ed i cui proventi sarebbero destinati ai Paesi più colpiti dal coronavirus. Soluzione sonoramente bocciata, come prevedibile, dai Paesi del Nord che non immaginano risorse destinate a fondo perduto nei confronti dei Paesi del Sud ma al massimo prestiti. Dei coronabond voluti da Giuseppi, addirittura nessuna menzione nel comunicato ufficiale del Consiglio europeo. Dura la vita per il nostro eroe. Che a differenza della Spagna non passa solo da gran sconfitto ma anche da gran bugiardo.

Giuseppi allora ci riprova volendoci far credere, rimanendo serio, che la supercazzola del Recovery Fund sia una sua vittoria. Un organismo che – secondo Ursula Von Der Leyen – dovrebbe sapientemente mixare aiuti a fondo perduto e prestiti in favore dei paesi più colpiti dalla crisi. Cioè quello che già oggi avviene quando i Paesi inviano a Bruxelles risorse pari all’1,2% del Pil ricevendo in cambio fondi che – nel caso dell’Italia come di altri paesi fondatori – è di meno rispetto a quanto dato e per altri paesi – come Spagna o Ungheria – è invece di più. Noi siamo cioè contributori netti e i secondi sono beneficiari netti. Ebbene, con la trovata del Recovery Fund i Paesi dovrebbero destinare o garantire versamenti annui a Bruxelles maggiori in quanto pari al 2% del Pil.

Il capolavoro di Giuseppi è cioè questo: dare a fondo perduto a Bruxelles ancora più soldi nella speranza di riceverne indietro ma a prestito qualcuno in più. E bello tronfio vorrebbe farci credere che sia un trionfo.

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