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2024-01-15
Dall’inflazione a Kiev, le variabili chiave della corsa alla Casa Bianca
Joe Biden e Donald Trump (Ansa)
Man mano che elezioni presidenziali americane di novembre si avvicinano, vale forse la pena di dare un’occhiata a quelli che saranno i temi principali della campagna elettorale.
Economia
L’economia americana sta dando segni di oggettivi vitalità sia per quanto riguarda la crescita del Pil sia in riferimento alla creazione di posti di lavoro. Eppure i sondaggi registrano da tempo un’insoddisfazione significativa da parte degli elettori nei confronti della gestione economica di Joe Biden. Come si spiega un simile paradosso? Si spiega con il fatto che gli effetti dell’inflazione, che era notevolmente cresciuta nel 2022 e nella prima parte del 2023, continuano a farsi sentire. Un’inflazione che era aumentata anche a causa delle politiche del presidente americano. Si pensi solo all’American Rescue Plan: un mega pacchetto di aiuti contro il Covid da 1,9 trilioni di dollari che Biden siglò a marzo 2021 sotto pressione della sinistra dem. A detta di vari analisti quel provvedimento ha contribuito significativamente a incrementare l’inflazione che, a giugno 2022, raggiunse il picco nell’arco di ben quarant’anni. Infine, è pur vero che negli ultimi mesi l’inflazione è calata. Tuttavia il merito, più che della Casa Bianca, sembra essere stato della Federal Reserve. In questa situazione, i repubblicani stanno andando all’attacco del presidente, che – sul versante economico – rischia di rivelarsi vulnerabile.
Immigrazione
La gestione dell’immigrazione clandestina ha sempre rappresentato una delle principali spine nel fianco di Joe Biden. Il problema risiede nel fatto che, pur di attaccare la linea dura di Trump durante la campagna elettorale del 2020, l’attuale presidente sposò una posizione aperturista, che poi però ha dovuto fondamentalmente sconfessare una volta insediatosi alla Casa Bianca. Su questo spinoso dossier, Biden ha quindi scontentato tutti: la sinistra dem lo accusa di scarsa discontinuità rispetto al predecessore, mentre i repubblicani (e anche qualche democratico centrista) lo tacciano di eccessivo lassismo. In tutto questo, nell’anno fiscale 2022 gli Stati Uniti hanno registrato il record storico di arrivi di immigrati clandestini alla frontiera meridionale. Una frontiera che, nelle ultime settimane, è tornata decisamente sotto pressione. Non a caso, i principali candidati alla nomination presidenziale repubblicana – da Trump a Nikki Haley, passando per Ron DeSantis – stanno attaccando il presidente sul piano della politica migratoria. Senza trascurare che malumori nei confronti dell’attuale Casa Bianca sono stati espressi anche da vari amministratori locali democratici. Un sondaggio della Cbs, pubblicato il 7 gennaio scorso, ha del resto rilevato che soltanto il 32% degli americani si dice soddisfatto di come Biden sta affrontando il dossier migratorio.
Guerra in Ucraina
Ad agosto, un sondaggio della Cnn ha registrato che il 55% degli elettori americani è contrario a ulteriori aiuti a Kiev. Si tratta di un dato che, al di là di come la si possa pensare nel merito, non potrà non avere una sua rilevanza nella campagna elettorale per le presidenziali Usa. Una certa vulgata tende a sostenere che Biden vorrebbe mantenere un aiuto granitico all’Ucraina ma che i repubblicani – in preda a istinti isolazionisti – glielo starebbero impedendo. In realtà, la situazione è un poco più complessa. I parlamentari del Gop hanno infatti subordinato l’approvazione di ulteriore assistenza ucraina a politiche migratorie più severe al confine meridionale con il Messico. E attenzione: a sposare questa linea sono anche senatori repubblicani graniticamente pro Kiev e tutt’altro che isolazionisti, come Mitch McConnell e Lindsey Graham. Biden in teoria sarebbe anche d’accordo ad accettare questo compromesso: il problema per lui è che, se lo facesse, dovrebbe affrontare una vera e propria rivolta da parte dell’ala sinistra del suo stesso partito. Trump ha dichiarato che farebbe finire il conflitto in 24 ore: al momento, non si sa se si tratti di una boutade o se l’ex presidente abbia davvero un piano in mente. Biden, dal canto suo, è in rapporti piuttosto turbolenti con il governo di Kiev, come testimoniato dagli attriti di cui ha parlato il Washington Post sulla controffensiva ucraina. Come che sia, il destino della crisi ucraina è strettamente collegato alle dinamiche della campagna elettorale statunitense.
Crisi di Gaza
La crisi di Gaza, innescata dal brutale attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023, sta avendo delle ripercussioni elettorali negli Stati Uniti soprattutto in seno al campo democratico. La sinistra dell’Asinello è infatti storicamente su posizioni de facto filo-palestinesi e sta accusando Biden di essere troppo vicino allo Stato ebraico. Addirittura ampie frange di musulmani americani, che sono in gran parte elettori dem, hanno avviato una campagna per cercare di boicottare la rielezione dell’attuale presidente americano. Un’opposizione, quella interna, che Biden deve affrontare anche al Congresso: vari parlamentari democratici di estrema sinistra lo stanno infatti criticando per la gestione della crisi di Gaza. Di contro, il fronte repubblicano è tendenzialmente compatto a favore dello Stato ebraico.
Aborto
Nel Gop la prospettiva pro-life resta decisamente maggioritaria. Il dibattito interno riguarda l’approccio da tenere. Secondo vari analisti, i risultati sotto le aspettative dei repubblicani alle ultime Midterm sarebbero frutto di alcune posizioni considerate troppo rigide in materia di opposizione all’interruzione di gravidanza. Per questa ragione, nel campo repubblicano, sia Trump sia Nikki Haley stanno al momento evitando di proporre un divieto federale dell’aborto. L’obiettivo di entrambi è quello di non alienarsi il fondamentale voto degli elettori indipendenti (a partire da quelli residenti nelle aree suburbane). Biden, al contrario, sta conducendo una campagna assolutamente favorevole all’interruzione di gravidanza. Entrò addirittura in polemica con la Corte Suprema nel 2022, quando fu ribaltata la sentenza Roe v Wade.
Nell'Iowa al via le primarie repubblicane
Sono primarie repubblicane atipiche quelle che si aprono oggi con il caucus dell’Iowa. Il frontrunner è un ex presidente in cerca di riconferma su cui pendono ben quattro incriminazioni: una situazione che non ha precedenti nella storia americana. E non è tutto. Quello stesso frontrunner rischia di ritrovarsi incandidabile a causa di una serie di ricorsi legali che hanno invocato la sua interdizione sulla base di una clausola del Quattordicesimo emendamento: una clausola, secondo cui non possono ricoprire incarichi pubblici coloro che abbiano preso parte ad attività sediziose.
Insomma, che queste primarie ruoteranno interamente attorno alla figura di Donald Trump è quasi scontato. L’ex presidente è più battagliero che mai e, rispetto a un anno fa, è tornato pienamente in pista. Nonostante fosse uscito ammaccato dalle elezioni di metà mandato del 2022, si è infatti ripreso proprio grazie alle incriminazioni che gli sono piovute addosso a partire dal 30 marzo scorso. Da allora, secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics dedicata alle primarie repubblicane, l’ex presidente ha conquistato 20 punti percentuali a livello nazionale. Questo vuol dire che, almeno in termini di consensi, Trump è uscito politicamente rafforzato dalle tegole giudiziarie che lo hanno colpito. L’incognita riguarda adesso semmai come tali tegole si intersecheranno con le primarie in partenza oggi.
Il primo processo, quello sul presunto tentativo di ribaltamento delle elezioni del 2020, dovrebbe cominciare il 4 marzo: il giorno prima del Super Tuesday, quando numerosi Stati voteranno contemporaneamente, assegnando gran parte dei delegati necessari per conquistare la nomination presidenziale. Non solo. La Corte Suprema degli Stati Uniti dovrà anche pronunciarsi sulla sentenza del Colorado che ha escluso l’ex presidente dalle primarie di questo Stato. Le incognite, come si vede, sono molte. Per ora, l’unica cosa certa è che, come abbiamo visto, i vari guai giudiziari hanno avuto l’unico effetto di rivitalizzare elettoralmente Trump.
E sono i numeri a parlare. Sempre secondo Real Clear Politics, l’ex presidente è al 63% dei consensi a livello nazionale per quanto riguarda le primarie, potendo contare su un vantaggio di circa 50 punti rispetto ai principali contendenti in campo. Numeri che, se confermati alla prova del voto, potrebbero consentire all’ex presidente di blindare matematicamente la nomination già a marzo. Ricordiamo d’altronde che Trump vinse le primarie del 2016 con il 45% dei voti complessivi, mentre Mitt Romney si aggiudicò quelle del 2012 attestandosi al 52%.
È dunque chiaro che, con una situazione simile, il principale punto interrogativo oggi attiene alla sfera giudiziaria. Che cosa accadrebbe se Trump fosse condannato durante la campagna elettorale? Tecnicamente potrebbe continuare a correre per la Casa Bianca anche da dietro le sbarre (come insegna il precedente del socialista Eugene V. Debs, che partecipò alle presidenziali del 1920 mentre era incarcerato). E se invece Trump fosse dichiarato incandidabile dopo aver matematicamente blindato la nomination? A quel punto la palla passerebbe probabilmente alla Convention nazionale di luglio e scoppierebbe il caos.
Nel frattempo, l’ex presidente resta il grande favorito per vincere queste primarie. In Iowa, ha un vantaggio del 35%: una cifra che, dovesse essere confermata alle urne, rappresenterebbe probabilmente un colpo fatale alla campagna di Ron DeSantis, che ha finora scommesso quasi tutto proprio su questo Stato. Il governatore della Florida appare ormai sempre più nel pallone. E stanno circolando indiscrezioni secondo cui, in caso di risultato insoddisfacente al caucus odierno, potrebbe addirittura ritirarsi dalla competizione. Trump è al momento avanti di 30 punti anche in South Carolina, lo Stato di cui fu governatrice Nikki Haley dal 2011 al 2017: la differenza rispetto all’Iowa è però che qui si voterà a fine febbraio. Bisognerà quindi capire se l’ex presidente sarà in grado di mantenere un simile vantaggio nelle prossime settimane.
Eh sì, perché il vero spartiacque di questa competizione potrebbero rivelarsi le primarie del New Hampshire, previste il 23 gennaio. Qui al momento Trump continua a restare in vantaggio. Tuttavia è anche vero che la Haley sta guadagnando terreno: un recente sondaggio della Cnn la dà a soli sette punti dall’ex presidente. I guai per Trump potrebbero aumentare dopo che, pochi giorni fa, si è ritirato dalla corsa Chris Christie. Candidato apertamente antitrumpista, l’ex governatore del New Jersey aveva in cassaforte un significativo pacchetto di voti in New Hampshire (circa il 10%): voti che adesso potrebbero virare sull’ex ambasciatrice all’Onu, la quale può anche contare sul potente network di finanziatori gravitante attorno al miliardario Charles Koch.
Se non proprio vincere, l’obiettivo della Haley in New Hampshire è arrivare almeno al secondo posto a una distanza ravvicinata rispetto a Trump. Un risultato, questo, con cui l’ex ambasciatrice potrebbe rivendicare di essere competitiva e far così decollare la propria campagna elettorale. Le primarie repubblicane del New Hampshire hanno d’altronde anche un significato storico e, per così dire, psicologico. È dal 2004 che il candidato che le vince riesce poi a conquistare la nomination del Gop. Attenzione però. In primis, non tutti i sondaggi sono oggi per lei benevoli come quello della Cnn. Una rilevazione della Suffolk University la dà infatti 20 punti dietro all’ex presidente nel cosiddetto Granite State. In secondo luogo, una recente analisi di Politico a firma di Jonathan Martin ha mostrato che, anche qualora registrasse una buona performance in New Hampshire, non è detto che la Haley avrebbe grandi chances di conquistare alla fine la nomination. Stando a tale analisi, l’elettorato del Granite State non sarebbe infatti più rappresentativo della maggioranza dei nuovi elettori repubblicani: oggi, secondo Martin, la sfida non sarebbe più tra conservatori ed establishment, ma tutto si fonderebbe su una distinzione di «classe». È, in altri termini, la working class che sta diventando sempre più centrale nel Gop. E, da questo punto di vista, Trump, almeno virtualmente, resta avvantaggiato.
Come che sia, l’ex ambasciatrice è oggi meglio posizionata di DeSantis rispetto all’eventualità di ottenere una candidatura alla vicepresidenza. Se Trump vincesse la nomination, potrebbe scegliere lei come running mate, anziché il governatore della Florida. Questo consentirebbe all’ex presidente di federare le varie anime del Partito repubblicano e di tendere un ramoscello d’ulivo a quegli apparati governativi che, soprattutto al Pentagono, apprezzano le posizioni in politica estera della Haley. Di contro, l’elettore medio di DeSantis, se il governatore uscisse di scena, virerebbe quasi certamente su Trump già di suo.
Sì, sono primarie repubblicane atipiche quelle che cominciano oggi. E azzardare previsioni sul futuro politico degli Usa non è forse mai stato così difficile.
Mary Kissel: «Se Biden si ritirasse dalla contesa molti elettori dem approverebbero»
Le incognite che aleggiano sulle prossime elezioni americane non riguardano soltanto i guai giudiziari di Donald Trump e l’impopolarità crescente di Joe Biden. Emerge anche un tema di possibili interferenze da parte della Repubblica popolare cinese. Per cercare di fare chiarezza su queste dinamiche aggrovigliate, La Verità ha deciso di intervistare Mary Kissel, che è stata senior advisor dell’allora segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e che è attualmente vicepresidente esecutivo di Stephens Inc.
Mary Kissel, secondo lei che cosa accadrebbe se il presidente Biden si ritirasse dalla campagna presidenziale?
«Questa è una domanda difficile a cui rispondere. La stragrande maggioranza degli americani di entrambi i partiti politici ritiene che il presidente Biden sia troppo vecchio per candidarsi alla rielezione. Molti democratici potrebbero accogliere favorevolmente l’opportunità di sostenere un candidato diverso, più giovane, anche se venisse inserito nella scheda elettorale a ridosso delle elezioni di novembre. Ma contano anche la qualità e l’attrattiva del candidato repubblicano».
Cosa potrebbe accadere se Donald Trump venisse interdetto dalla partecipazione alle elezioni dopo aver conquistato la nomination presidenziale repubblicana?
«Interdetto da chi? La Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncerà presto sugli sforzi a livello statale per squalificare l’ex presidente dalle elezioni. E probabilmente li troverà incostituzionali. Il miglior giudice del presidente Trump sono gli elettori americani».
Quali sono, secondo lei, i principali fallimenti politici del presidente Biden?
«I principali fallimenti politici del presidente Biden includono i suoi risultati economici, l’inflazione persistente e l’aumento della criminalità, una politica lassista alle frontiere e un mondo sempre più caotico in cui la leadership degli Stati Uniti sta tramontando. I suoi fallimenti politici sono dovuti a lui stesso».
Prosegua.
«Ha pompato denaro nell’economia, provocando un’inflazione paralizzante. Ha condotto una linea di appeasement nei confronti dei nemici dell’America, portando all’avventurismo di russi, cinesi e iraniani».
A proposito della Cina, pensa che Pechino potrebbe cercare di influenzare le prossime elezioni statunitensi? Se sì, quali misure dovrebbero essere adottate?
«Vari rami della Cina comunista hanno lavorato duramente per molti anni con l’obiettivo di influenzare le elezioni statunitensi a livello federale, statale e locale. L’opinione pubblica americana comincia solo ora a rendersi conto della portata di queste campagne. La nostra democrazia ha debolezze intrinseche perché siamo una società aperta. Ma il governo degli Stati Uniti può lavorare in modo più completo per sradicare le operazioni di influenza illegali e informare l’opinione pubblica americana sulle attività malevole di Pechino».
Quali saranno gli Stati che si riveleranno cruciali alle prossime presidenziali?
«Guarderei agli Stati in bilico tradizionalmente importanti di Ohio, Pennsylvania e Florida: anche se la Florida è diventata più conservatrice negli ultimi cicli elettorali. Ancora una volta, è difficile prevedere le dinamiche della corsa oggi, dato che nessuno dei due partiti ha scelto ufficialmente il proprio candidato. La strada da qui alle Convention di partito è molto lontana».
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L’economia Usa dà segni di vitalità, però i cittadini sono insoddisfatti. Presidente in affanno sui migranti. Cautela a destra sull’aborto.Oggi nell’Iowa si aprono le primarie repubblicane. Trump è sempre il grande favorito, ma su di lui pende il rischio di incandidabilità. Tra gli sfidanti, DeSantis è nel pallone mentre la Haley, in ascesa, punta alla vicepresidenza.L’analista Mary Kissel: «Per le previsioni è presto. La Cina proverà a influenzare la campagna».Lo speciale contiene tre articoli.Man mano che elezioni presidenziali americane di novembre si avvicinano, vale forse la pena di dare un’occhiata a quelli che saranno i temi principali della campagna elettorale.EconomiaL’economia americana sta dando segni di oggettivi vitalità sia per quanto riguarda la crescita del Pil sia in riferimento alla creazione di posti di lavoro. Eppure i sondaggi registrano da tempo un’insoddisfazione significativa da parte degli elettori nei confronti della gestione economica di Joe Biden. Come si spiega un simile paradosso? Si spiega con il fatto che gli effetti dell’inflazione, che era notevolmente cresciuta nel 2022 e nella prima parte del 2023, continuano a farsi sentire. Un’inflazione che era aumentata anche a causa delle politiche del presidente americano. Si pensi solo all’American Rescue Plan: un mega pacchetto di aiuti contro il Covid da 1,9 trilioni di dollari che Biden siglò a marzo 2021 sotto pressione della sinistra dem. A detta di vari analisti quel provvedimento ha contribuito significativamente a incrementare l’inflazione che, a giugno 2022, raggiunse il picco nell’arco di ben quarant’anni. Infine, è pur vero che negli ultimi mesi l’inflazione è calata. Tuttavia il merito, più che della Casa Bianca, sembra essere stato della Federal Reserve. In questa situazione, i repubblicani stanno andando all’attacco del presidente, che – sul versante economico – rischia di rivelarsi vulnerabile.Immigrazione La gestione dell’immigrazione clandestina ha sempre rappresentato una delle principali spine nel fianco di Joe Biden. Il problema risiede nel fatto che, pur di attaccare la linea dura di Trump durante la campagna elettorale del 2020, l’attuale presidente sposò una posizione aperturista, che poi però ha dovuto fondamentalmente sconfessare una volta insediatosi alla Casa Bianca. Su questo spinoso dossier, Biden ha quindi scontentato tutti: la sinistra dem lo accusa di scarsa discontinuità rispetto al predecessore, mentre i repubblicani (e anche qualche democratico centrista) lo tacciano di eccessivo lassismo. In tutto questo, nell’anno fiscale 2022 gli Stati Uniti hanno registrato il record storico di arrivi di immigrati clandestini alla frontiera meridionale. Una frontiera che, nelle ultime settimane, è tornata decisamente sotto pressione. Non a caso, i principali candidati alla nomination presidenziale repubblicana – da Trump a Nikki Haley, passando per Ron DeSantis – stanno attaccando il presidente sul piano della politica migratoria. Senza trascurare che malumori nei confronti dell’attuale Casa Bianca sono stati espressi anche da vari amministratori locali democratici. Un sondaggio della Cbs, pubblicato il 7 gennaio scorso, ha del resto rilevato che soltanto il 32% degli americani si dice soddisfatto di come Biden sta affrontando il dossier migratorio.Guerra in UcrainaAd agosto, un sondaggio della Cnn ha registrato che il 55% degli elettori americani è contrario a ulteriori aiuti a Kiev. Si tratta di un dato che, al di là di come la si possa pensare nel merito, non potrà non avere una sua rilevanza nella campagna elettorale per le presidenziali Usa. Una certa vulgata tende a sostenere che Biden vorrebbe mantenere un aiuto granitico all’Ucraina ma che i repubblicani – in preda a istinti isolazionisti – glielo starebbero impedendo. In realtà, la situazione è un poco più complessa. I parlamentari del Gop hanno infatti subordinato l’approvazione di ulteriore assistenza ucraina a politiche migratorie più severe al confine meridionale con il Messico. E attenzione: a sposare questa linea sono anche senatori repubblicani graniticamente pro Kiev e tutt’altro che isolazionisti, come Mitch McConnell e Lindsey Graham. Biden in teoria sarebbe anche d’accordo ad accettare questo compromesso: il problema per lui è che, se lo facesse, dovrebbe affrontare una vera e propria rivolta da parte dell’ala sinistra del suo stesso partito. Trump ha dichiarato che farebbe finire il conflitto in 24 ore: al momento, non si sa se si tratti di una boutade o se l’ex presidente abbia davvero un piano in mente. Biden, dal canto suo, è in rapporti piuttosto turbolenti con il governo di Kiev, come testimoniato dagli attriti di cui ha parlato il Washington Post sulla controffensiva ucraina. Come che sia, il destino della crisi ucraina è strettamente collegato alle dinamiche della campagna elettorale statunitense. Crisi di Gaza La crisi di Gaza, innescata dal brutale attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023, sta avendo delle ripercussioni elettorali negli Stati Uniti soprattutto in seno al campo democratico. La sinistra dell’Asinello è infatti storicamente su posizioni de facto filo-palestinesi e sta accusando Biden di essere troppo vicino allo Stato ebraico. Addirittura ampie frange di musulmani americani, che sono in gran parte elettori dem, hanno avviato una campagna per cercare di boicottare la rielezione dell’attuale presidente americano. Un’opposizione, quella interna, che Biden deve affrontare anche al Congresso: vari parlamentari democratici di estrema sinistra lo stanno infatti criticando per la gestione della crisi di Gaza. Di contro, il fronte repubblicano è tendenzialmente compatto a favore dello Stato ebraico. AbortoNel Gop la prospettiva pro-life resta decisamente maggioritaria. Il dibattito interno riguarda l’approccio da tenere. Secondo vari analisti, i risultati sotto le aspettative dei repubblicani alle ultime Midterm sarebbero frutto di alcune posizioni considerate troppo rigide in materia di opposizione all’interruzione di gravidanza. Per questa ragione, nel campo repubblicano, sia Trump sia Nikki Haley stanno al momento evitando di proporre un divieto federale dell’aborto. L’obiettivo di entrambi è quello di non alienarsi il fondamentale voto degli elettori indipendenti (a partire da quelli residenti nelle aree suburbane). Biden, al contrario, sta conducendo una campagna assolutamente favorevole all’interruzione di gravidanza. Entrò addirittura in polemica con la Corte Suprema nel 2022, quando fu ribaltata la sentenza Roe v Wade.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/analisi-elezioni-usa-2666957338.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nell-iowa-al-via-le-primarie-repubblicane" data-post-id="2666957338" data-published-at="1705320220" data-use-pagination="False"> Nell'Iowa al via le primarie repubblicane Sono primarie repubblicane atipiche quelle che si aprono oggi con il caucus dell’Iowa. Il frontrunner è un ex presidente in cerca di riconferma su cui pendono ben quattro incriminazioni: una situazione che non ha precedenti nella storia americana. E non è tutto. Quello stesso frontrunner rischia di ritrovarsi incandidabile a causa di una serie di ricorsi legali che hanno invocato la sua interdizione sulla base di una clausola del Quattordicesimo emendamento: una clausola, secondo cui non possono ricoprire incarichi pubblici coloro che abbiano preso parte ad attività sediziose. Insomma, che queste primarie ruoteranno interamente attorno alla figura di Donald Trump è quasi scontato. L’ex presidente è più battagliero che mai e, rispetto a un anno fa, è tornato pienamente in pista. Nonostante fosse uscito ammaccato dalle elezioni di metà mandato del 2022, si è infatti ripreso proprio grazie alle incriminazioni che gli sono piovute addosso a partire dal 30 marzo scorso. Da allora, secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics dedicata alle primarie repubblicane, l’ex presidente ha conquistato 20 punti percentuali a livello nazionale. Questo vuol dire che, almeno in termini di consensi, Trump è uscito politicamente rafforzato dalle tegole giudiziarie che lo hanno colpito. L’incognita riguarda adesso semmai come tali tegole si intersecheranno con le primarie in partenza oggi. Il primo processo, quello sul presunto tentativo di ribaltamento delle elezioni del 2020, dovrebbe cominciare il 4 marzo: il giorno prima del Super Tuesday, quando numerosi Stati voteranno contemporaneamente, assegnando gran parte dei delegati necessari per conquistare la nomination presidenziale. Non solo. La Corte Suprema degli Stati Uniti dovrà anche pronunciarsi sulla sentenza del Colorado che ha escluso l’ex presidente dalle primarie di questo Stato. Le incognite, come si vede, sono molte. Per ora, l’unica cosa certa è che, come abbiamo visto, i vari guai giudiziari hanno avuto l’unico effetto di rivitalizzare elettoralmente Trump. E sono i numeri a parlare. Sempre secondo Real Clear Politics, l’ex presidente è al 63% dei consensi a livello nazionale per quanto riguarda le primarie, potendo contare su un vantaggio di circa 50 punti rispetto ai principali contendenti in campo. Numeri che, se confermati alla prova del voto, potrebbero consentire all’ex presidente di blindare matematicamente la nomination già a marzo. Ricordiamo d’altronde che Trump vinse le primarie del 2016 con il 45% dei voti complessivi, mentre Mitt Romney si aggiudicò quelle del 2012 attestandosi al 52%. È dunque chiaro che, con una situazione simile, il principale punto interrogativo oggi attiene alla sfera giudiziaria. Che cosa accadrebbe se Trump fosse condannato durante la campagna elettorale? Tecnicamente potrebbe continuare a correre per la Casa Bianca anche da dietro le sbarre (come insegna il precedente del socialista Eugene V. Debs, che partecipò alle presidenziali del 1920 mentre era incarcerato). E se invece Trump fosse dichiarato incandidabile dopo aver matematicamente blindato la nomination? A quel punto la palla passerebbe probabilmente alla Convention nazionale di luglio e scoppierebbe il caos. Nel frattempo, l’ex presidente resta il grande favorito per vincere queste primarie. In Iowa, ha un vantaggio del 35%: una cifra che, dovesse essere confermata alle urne, rappresenterebbe probabilmente un colpo fatale alla campagna di Ron DeSantis, che ha finora scommesso quasi tutto proprio su questo Stato. Il governatore della Florida appare ormai sempre più nel pallone. E stanno circolando indiscrezioni secondo cui, in caso di risultato insoddisfacente al caucus odierno, potrebbe addirittura ritirarsi dalla competizione. Trump è al momento avanti di 30 punti anche in South Carolina, lo Stato di cui fu governatrice Nikki Haley dal 2011 al 2017: la differenza rispetto all’Iowa è però che qui si voterà a fine febbraio. Bisognerà quindi capire se l’ex presidente sarà in grado di mantenere un simile vantaggio nelle prossime settimane. Eh sì, perché il vero spartiacque di questa competizione potrebbero rivelarsi le primarie del New Hampshire, previste il 23 gennaio. Qui al momento Trump continua a restare in vantaggio. Tuttavia è anche vero che la Haley sta guadagnando terreno: un recente sondaggio della Cnn la dà a soli sette punti dall’ex presidente. I guai per Trump potrebbero aumentare dopo che, pochi giorni fa, si è ritirato dalla corsa Chris Christie. Candidato apertamente antitrumpista, l’ex governatore del New Jersey aveva in cassaforte un significativo pacchetto di voti in New Hampshire (circa il 10%): voti che adesso potrebbero virare sull’ex ambasciatrice all’Onu, la quale può anche contare sul potente network di finanziatori gravitante attorno al miliardario Charles Koch. Se non proprio vincere, l’obiettivo della Haley in New Hampshire è arrivare almeno al secondo posto a una distanza ravvicinata rispetto a Trump. Un risultato, questo, con cui l’ex ambasciatrice potrebbe rivendicare di essere competitiva e far così decollare la propria campagna elettorale. Le primarie repubblicane del New Hampshire hanno d’altronde anche un significato storico e, per così dire, psicologico. È dal 2004 che il candidato che le vince riesce poi a conquistare la nomination del Gop. Attenzione però. In primis, non tutti i sondaggi sono oggi per lei benevoli come quello della Cnn. Una rilevazione della Suffolk University la dà infatti 20 punti dietro all’ex presidente nel cosiddetto Granite State. In secondo luogo, una recente analisi di Politico a firma di Jonathan Martin ha mostrato che, anche qualora registrasse una buona performance in New Hampshire, non è detto che la Haley avrebbe grandi chances di conquistare alla fine la nomination. Stando a tale analisi, l’elettorato del Granite State non sarebbe infatti più rappresentativo della maggioranza dei nuovi elettori repubblicani: oggi, secondo Martin, la sfida non sarebbe più tra conservatori ed establishment, ma tutto si fonderebbe su una distinzione di «classe». È, in altri termini, la working class che sta diventando sempre più centrale nel Gop. E, da questo punto di vista, Trump, almeno virtualmente, resta avvantaggiato. Come che sia, l’ex ambasciatrice è oggi meglio posizionata di DeSantis rispetto all’eventualità di ottenere una candidatura alla vicepresidenza. Se Trump vincesse la nomination, potrebbe scegliere lei come running mate, anziché il governatore della Florida. Questo consentirebbe all’ex presidente di federare le varie anime del Partito repubblicano e di tendere un ramoscello d’ulivo a quegli apparati governativi che, soprattutto al Pentagono, apprezzano le posizioni in politica estera della Haley. Di contro, l’elettore medio di DeSantis, se il governatore uscisse di scena, virerebbe quasi certamente su Trump già di suo. Sì, sono primarie repubblicane atipiche quelle che cominciano oggi. E azzardare previsioni sul futuro politico degli Usa non è forse mai stato così difficile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/analisi-elezioni-usa-2666957338.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mary-kissel-se-biden-si-ritirasse-dalla-contesa-molti-elettori-dem-approverebbero" data-post-id="2666957338" data-published-at="1705320220" data-use-pagination="False"> Mary Kissel: «Se Biden si ritirasse dalla contesa molti elettori dem approverebbero» Le incognite che aleggiano sulle prossime elezioni americane non riguardano soltanto i guai giudiziari di Donald Trump e l’impopolarità crescente di Joe Biden. Emerge anche un tema di possibili interferenze da parte della Repubblica popolare cinese. Per cercare di fare chiarezza su queste dinamiche aggrovigliate, La Verità ha deciso di intervistare Mary Kissel, che è stata senior advisor dell’allora segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e che è attualmente vicepresidente esecutivo di Stephens Inc. Mary Kissel, secondo lei che cosa accadrebbe se il presidente Biden si ritirasse dalla campagna presidenziale? «Questa è una domanda difficile a cui rispondere. La stragrande maggioranza degli americani di entrambi i partiti politici ritiene che il presidente Biden sia troppo vecchio per candidarsi alla rielezione. Molti democratici potrebbero accogliere favorevolmente l’opportunità di sostenere un candidato diverso, più giovane, anche se venisse inserito nella scheda elettorale a ridosso delle elezioni di novembre. Ma contano anche la qualità e l’attrattiva del candidato repubblicano». Cosa potrebbe accadere se Donald Trump venisse interdetto dalla partecipazione alle elezioni dopo aver conquistato la nomination presidenziale repubblicana? «Interdetto da chi? La Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncerà presto sugli sforzi a livello statale per squalificare l’ex presidente dalle elezioni. E probabilmente li troverà incostituzionali. Il miglior giudice del presidente Trump sono gli elettori americani». Quali sono, secondo lei, i principali fallimenti politici del presidente Biden? «I principali fallimenti politici del presidente Biden includono i suoi risultati economici, l’inflazione persistente e l’aumento della criminalità, una politica lassista alle frontiere e un mondo sempre più caotico in cui la leadership degli Stati Uniti sta tramontando. I suoi fallimenti politici sono dovuti a lui stesso». Prosegua. «Ha pompato denaro nell’economia, provocando un’inflazione paralizzante. Ha condotto una linea di appeasement nei confronti dei nemici dell’America, portando all’avventurismo di russi, cinesi e iraniani». A proposito della Cina, pensa che Pechino potrebbe cercare di influenzare le prossime elezioni statunitensi? Se sì, quali misure dovrebbero essere adottate? «Vari rami della Cina comunista hanno lavorato duramente per molti anni con l’obiettivo di influenzare le elezioni statunitensi a livello federale, statale e locale. L’opinione pubblica americana comincia solo ora a rendersi conto della portata di queste campagne. La nostra democrazia ha debolezze intrinseche perché siamo una società aperta. Ma il governo degli Stati Uniti può lavorare in modo più completo per sradicare le operazioni di influenza illegali e informare l’opinione pubblica americana sulle attività malevole di Pechino». Quali saranno gli Stati che si riveleranno cruciali alle prossime presidenziali? «Guarderei agli Stati in bilico tradizionalmente importanti di Ohio, Pennsylvania e Florida: anche se la Florida è diventata più conservatrice negli ultimi cicli elettorali. Ancora una volta, è difficile prevedere le dinamiche della corsa oggi, dato che nessuno dei due partiti ha scelto ufficialmente il proprio candidato. La strada da qui alle Convention di partito è molto lontana».
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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