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2024-01-15
Dall’inflazione a Kiev, le variabili chiave della corsa alla Casa Bianca
Joe Biden e Donald Trump (Ansa)
Man mano che elezioni presidenziali americane di novembre si avvicinano, vale forse la pena di dare un’occhiata a quelli che saranno i temi principali della campagna elettorale.
Economia
L’economia americana sta dando segni di oggettivi vitalità sia per quanto riguarda la crescita del Pil sia in riferimento alla creazione di posti di lavoro. Eppure i sondaggi registrano da tempo un’insoddisfazione significativa da parte degli elettori nei confronti della gestione economica di Joe Biden. Come si spiega un simile paradosso? Si spiega con il fatto che gli effetti dell’inflazione, che era notevolmente cresciuta nel 2022 e nella prima parte del 2023, continuano a farsi sentire. Un’inflazione che era aumentata anche a causa delle politiche del presidente americano. Si pensi solo all’American Rescue Plan: un mega pacchetto di aiuti contro il Covid da 1,9 trilioni di dollari che Biden siglò a marzo 2021 sotto pressione della sinistra dem. A detta di vari analisti quel provvedimento ha contribuito significativamente a incrementare l’inflazione che, a giugno 2022, raggiunse il picco nell’arco di ben quarant’anni. Infine, è pur vero che negli ultimi mesi l’inflazione è calata. Tuttavia il merito, più che della Casa Bianca, sembra essere stato della Federal Reserve. In questa situazione, i repubblicani stanno andando all’attacco del presidente, che – sul versante economico – rischia di rivelarsi vulnerabile.
Immigrazione
La gestione dell’immigrazione clandestina ha sempre rappresentato una delle principali spine nel fianco di Joe Biden. Il problema risiede nel fatto che, pur di attaccare la linea dura di Trump durante la campagna elettorale del 2020, l’attuale presidente sposò una posizione aperturista, che poi però ha dovuto fondamentalmente sconfessare una volta insediatosi alla Casa Bianca. Su questo spinoso dossier, Biden ha quindi scontentato tutti: la sinistra dem lo accusa di scarsa discontinuità rispetto al predecessore, mentre i repubblicani (e anche qualche democratico centrista) lo tacciano di eccessivo lassismo. In tutto questo, nell’anno fiscale 2022 gli Stati Uniti hanno registrato il record storico di arrivi di immigrati clandestini alla frontiera meridionale. Una frontiera che, nelle ultime settimane, è tornata decisamente sotto pressione. Non a caso, i principali candidati alla nomination presidenziale repubblicana – da Trump a Nikki Haley, passando per Ron DeSantis – stanno attaccando il presidente sul piano della politica migratoria. Senza trascurare che malumori nei confronti dell’attuale Casa Bianca sono stati espressi anche da vari amministratori locali democratici. Un sondaggio della Cbs, pubblicato il 7 gennaio scorso, ha del resto rilevato che soltanto il 32% degli americani si dice soddisfatto di come Biden sta affrontando il dossier migratorio.
Guerra in Ucraina
Ad agosto, un sondaggio della Cnn ha registrato che il 55% degli elettori americani è contrario a ulteriori aiuti a Kiev. Si tratta di un dato che, al di là di come la si possa pensare nel merito, non potrà non avere una sua rilevanza nella campagna elettorale per le presidenziali Usa. Una certa vulgata tende a sostenere che Biden vorrebbe mantenere un aiuto granitico all’Ucraina ma che i repubblicani – in preda a istinti isolazionisti – glielo starebbero impedendo. In realtà, la situazione è un poco più complessa. I parlamentari del Gop hanno infatti subordinato l’approvazione di ulteriore assistenza ucraina a politiche migratorie più severe al confine meridionale con il Messico. E attenzione: a sposare questa linea sono anche senatori repubblicani graniticamente pro Kiev e tutt’altro che isolazionisti, come Mitch McConnell e Lindsey Graham. Biden in teoria sarebbe anche d’accordo ad accettare questo compromesso: il problema per lui è che, se lo facesse, dovrebbe affrontare una vera e propria rivolta da parte dell’ala sinistra del suo stesso partito. Trump ha dichiarato che farebbe finire il conflitto in 24 ore: al momento, non si sa se si tratti di una boutade o se l’ex presidente abbia davvero un piano in mente. Biden, dal canto suo, è in rapporti piuttosto turbolenti con il governo di Kiev, come testimoniato dagli attriti di cui ha parlato il Washington Post sulla controffensiva ucraina. Come che sia, il destino della crisi ucraina è strettamente collegato alle dinamiche della campagna elettorale statunitense.
Crisi di Gaza
La crisi di Gaza, innescata dal brutale attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023, sta avendo delle ripercussioni elettorali negli Stati Uniti soprattutto in seno al campo democratico. La sinistra dell’Asinello è infatti storicamente su posizioni de facto filo-palestinesi e sta accusando Biden di essere troppo vicino allo Stato ebraico. Addirittura ampie frange di musulmani americani, che sono in gran parte elettori dem, hanno avviato una campagna per cercare di boicottare la rielezione dell’attuale presidente americano. Un’opposizione, quella interna, che Biden deve affrontare anche al Congresso: vari parlamentari democratici di estrema sinistra lo stanno infatti criticando per la gestione della crisi di Gaza. Di contro, il fronte repubblicano è tendenzialmente compatto a favore dello Stato ebraico.
Aborto
Nel Gop la prospettiva pro-life resta decisamente maggioritaria. Il dibattito interno riguarda l’approccio da tenere. Secondo vari analisti, i risultati sotto le aspettative dei repubblicani alle ultime Midterm sarebbero frutto di alcune posizioni considerate troppo rigide in materia di opposizione all’interruzione di gravidanza. Per questa ragione, nel campo repubblicano, sia Trump sia Nikki Haley stanno al momento evitando di proporre un divieto federale dell’aborto. L’obiettivo di entrambi è quello di non alienarsi il fondamentale voto degli elettori indipendenti (a partire da quelli residenti nelle aree suburbane). Biden, al contrario, sta conducendo una campagna assolutamente favorevole all’interruzione di gravidanza. Entrò addirittura in polemica con la Corte Suprema nel 2022, quando fu ribaltata la sentenza Roe v Wade.
Nell'Iowa al via le primarie repubblicane
Sono primarie repubblicane atipiche quelle che si aprono oggi con il caucus dell’Iowa. Il frontrunner è un ex presidente in cerca di riconferma su cui pendono ben quattro incriminazioni: una situazione che non ha precedenti nella storia americana. E non è tutto. Quello stesso frontrunner rischia di ritrovarsi incandidabile a causa di una serie di ricorsi legali che hanno invocato la sua interdizione sulla base di una clausola del Quattordicesimo emendamento: una clausola, secondo cui non possono ricoprire incarichi pubblici coloro che abbiano preso parte ad attività sediziose.
Insomma, che queste primarie ruoteranno interamente attorno alla figura di Donald Trump è quasi scontato. L’ex presidente è più battagliero che mai e, rispetto a un anno fa, è tornato pienamente in pista. Nonostante fosse uscito ammaccato dalle elezioni di metà mandato del 2022, si è infatti ripreso proprio grazie alle incriminazioni che gli sono piovute addosso a partire dal 30 marzo scorso. Da allora, secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics dedicata alle primarie repubblicane, l’ex presidente ha conquistato 20 punti percentuali a livello nazionale. Questo vuol dire che, almeno in termini di consensi, Trump è uscito politicamente rafforzato dalle tegole giudiziarie che lo hanno colpito. L’incognita riguarda adesso semmai come tali tegole si intersecheranno con le primarie in partenza oggi.
Il primo processo, quello sul presunto tentativo di ribaltamento delle elezioni del 2020, dovrebbe cominciare il 4 marzo: il giorno prima del Super Tuesday, quando numerosi Stati voteranno contemporaneamente, assegnando gran parte dei delegati necessari per conquistare la nomination presidenziale. Non solo. La Corte Suprema degli Stati Uniti dovrà anche pronunciarsi sulla sentenza del Colorado che ha escluso l’ex presidente dalle primarie di questo Stato. Le incognite, come si vede, sono molte. Per ora, l’unica cosa certa è che, come abbiamo visto, i vari guai giudiziari hanno avuto l’unico effetto di rivitalizzare elettoralmente Trump.
E sono i numeri a parlare. Sempre secondo Real Clear Politics, l’ex presidente è al 63% dei consensi a livello nazionale per quanto riguarda le primarie, potendo contare su un vantaggio di circa 50 punti rispetto ai principali contendenti in campo. Numeri che, se confermati alla prova del voto, potrebbero consentire all’ex presidente di blindare matematicamente la nomination già a marzo. Ricordiamo d’altronde che Trump vinse le primarie del 2016 con il 45% dei voti complessivi, mentre Mitt Romney si aggiudicò quelle del 2012 attestandosi al 52%.
È dunque chiaro che, con una situazione simile, il principale punto interrogativo oggi attiene alla sfera giudiziaria. Che cosa accadrebbe se Trump fosse condannato durante la campagna elettorale? Tecnicamente potrebbe continuare a correre per la Casa Bianca anche da dietro le sbarre (come insegna il precedente del socialista Eugene V. Debs, che partecipò alle presidenziali del 1920 mentre era incarcerato). E se invece Trump fosse dichiarato incandidabile dopo aver matematicamente blindato la nomination? A quel punto la palla passerebbe probabilmente alla Convention nazionale di luglio e scoppierebbe il caos.
Nel frattempo, l’ex presidente resta il grande favorito per vincere queste primarie. In Iowa, ha un vantaggio del 35%: una cifra che, dovesse essere confermata alle urne, rappresenterebbe probabilmente un colpo fatale alla campagna di Ron DeSantis, che ha finora scommesso quasi tutto proprio su questo Stato. Il governatore della Florida appare ormai sempre più nel pallone. E stanno circolando indiscrezioni secondo cui, in caso di risultato insoddisfacente al caucus odierno, potrebbe addirittura ritirarsi dalla competizione. Trump è al momento avanti di 30 punti anche in South Carolina, lo Stato di cui fu governatrice Nikki Haley dal 2011 al 2017: la differenza rispetto all’Iowa è però che qui si voterà a fine febbraio. Bisognerà quindi capire se l’ex presidente sarà in grado di mantenere un simile vantaggio nelle prossime settimane.
Eh sì, perché il vero spartiacque di questa competizione potrebbero rivelarsi le primarie del New Hampshire, previste il 23 gennaio. Qui al momento Trump continua a restare in vantaggio. Tuttavia è anche vero che la Haley sta guadagnando terreno: un recente sondaggio della Cnn la dà a soli sette punti dall’ex presidente. I guai per Trump potrebbero aumentare dopo che, pochi giorni fa, si è ritirato dalla corsa Chris Christie. Candidato apertamente antitrumpista, l’ex governatore del New Jersey aveva in cassaforte un significativo pacchetto di voti in New Hampshire (circa il 10%): voti che adesso potrebbero virare sull’ex ambasciatrice all’Onu, la quale può anche contare sul potente network di finanziatori gravitante attorno al miliardario Charles Koch.
Se non proprio vincere, l’obiettivo della Haley in New Hampshire è arrivare almeno al secondo posto a una distanza ravvicinata rispetto a Trump. Un risultato, questo, con cui l’ex ambasciatrice potrebbe rivendicare di essere competitiva e far così decollare la propria campagna elettorale. Le primarie repubblicane del New Hampshire hanno d’altronde anche un significato storico e, per così dire, psicologico. È dal 2004 che il candidato che le vince riesce poi a conquistare la nomination del Gop. Attenzione però. In primis, non tutti i sondaggi sono oggi per lei benevoli come quello della Cnn. Una rilevazione della Suffolk University la dà infatti 20 punti dietro all’ex presidente nel cosiddetto Granite State. In secondo luogo, una recente analisi di Politico a firma di Jonathan Martin ha mostrato che, anche qualora registrasse una buona performance in New Hampshire, non è detto che la Haley avrebbe grandi chances di conquistare alla fine la nomination. Stando a tale analisi, l’elettorato del Granite State non sarebbe infatti più rappresentativo della maggioranza dei nuovi elettori repubblicani: oggi, secondo Martin, la sfida non sarebbe più tra conservatori ed establishment, ma tutto si fonderebbe su una distinzione di «classe». È, in altri termini, la working class che sta diventando sempre più centrale nel Gop. E, da questo punto di vista, Trump, almeno virtualmente, resta avvantaggiato.
Come che sia, l’ex ambasciatrice è oggi meglio posizionata di DeSantis rispetto all’eventualità di ottenere una candidatura alla vicepresidenza. Se Trump vincesse la nomination, potrebbe scegliere lei come running mate, anziché il governatore della Florida. Questo consentirebbe all’ex presidente di federare le varie anime del Partito repubblicano e di tendere un ramoscello d’ulivo a quegli apparati governativi che, soprattutto al Pentagono, apprezzano le posizioni in politica estera della Haley. Di contro, l’elettore medio di DeSantis, se il governatore uscisse di scena, virerebbe quasi certamente su Trump già di suo.
Sì, sono primarie repubblicane atipiche quelle che cominciano oggi. E azzardare previsioni sul futuro politico degli Usa non è forse mai stato così difficile.
Mary Kissel: «Se Biden si ritirasse dalla contesa molti elettori dem approverebbero»
Le incognite che aleggiano sulle prossime elezioni americane non riguardano soltanto i guai giudiziari di Donald Trump e l’impopolarità crescente di Joe Biden. Emerge anche un tema di possibili interferenze da parte della Repubblica popolare cinese. Per cercare di fare chiarezza su queste dinamiche aggrovigliate, La Verità ha deciso di intervistare Mary Kissel, che è stata senior advisor dell’allora segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e che è attualmente vicepresidente esecutivo di Stephens Inc.
Mary Kissel, secondo lei che cosa accadrebbe se il presidente Biden si ritirasse dalla campagna presidenziale?
«Questa è una domanda difficile a cui rispondere. La stragrande maggioranza degli americani di entrambi i partiti politici ritiene che il presidente Biden sia troppo vecchio per candidarsi alla rielezione. Molti democratici potrebbero accogliere favorevolmente l’opportunità di sostenere un candidato diverso, più giovane, anche se venisse inserito nella scheda elettorale a ridosso delle elezioni di novembre. Ma contano anche la qualità e l’attrattiva del candidato repubblicano».
Cosa potrebbe accadere se Donald Trump venisse interdetto dalla partecipazione alle elezioni dopo aver conquistato la nomination presidenziale repubblicana?
«Interdetto da chi? La Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncerà presto sugli sforzi a livello statale per squalificare l’ex presidente dalle elezioni. E probabilmente li troverà incostituzionali. Il miglior giudice del presidente Trump sono gli elettori americani».
Quali sono, secondo lei, i principali fallimenti politici del presidente Biden?
«I principali fallimenti politici del presidente Biden includono i suoi risultati economici, l’inflazione persistente e l’aumento della criminalità, una politica lassista alle frontiere e un mondo sempre più caotico in cui la leadership degli Stati Uniti sta tramontando. I suoi fallimenti politici sono dovuti a lui stesso».
Prosegua.
«Ha pompato denaro nell’economia, provocando un’inflazione paralizzante. Ha condotto una linea di appeasement nei confronti dei nemici dell’America, portando all’avventurismo di russi, cinesi e iraniani».
A proposito della Cina, pensa che Pechino potrebbe cercare di influenzare le prossime elezioni statunitensi? Se sì, quali misure dovrebbero essere adottate?
«Vari rami della Cina comunista hanno lavorato duramente per molti anni con l’obiettivo di influenzare le elezioni statunitensi a livello federale, statale e locale. L’opinione pubblica americana comincia solo ora a rendersi conto della portata di queste campagne. La nostra democrazia ha debolezze intrinseche perché siamo una società aperta. Ma il governo degli Stati Uniti può lavorare in modo più completo per sradicare le operazioni di influenza illegali e informare l’opinione pubblica americana sulle attività malevole di Pechino».
Quali saranno gli Stati che si riveleranno cruciali alle prossime presidenziali?
«Guarderei agli Stati in bilico tradizionalmente importanti di Ohio, Pennsylvania e Florida: anche se la Florida è diventata più conservatrice negli ultimi cicli elettorali. Ancora una volta, è difficile prevedere le dinamiche della corsa oggi, dato che nessuno dei due partiti ha scelto ufficialmente il proprio candidato. La strada da qui alle Convention di partito è molto lontana».
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L’economia Usa dà segni di vitalità, però i cittadini sono insoddisfatti. Presidente in affanno sui migranti. Cautela a destra sull’aborto.Oggi nell’Iowa si aprono le primarie repubblicane. Trump è sempre il grande favorito, ma su di lui pende il rischio di incandidabilità. Tra gli sfidanti, DeSantis è nel pallone mentre la Haley, in ascesa, punta alla vicepresidenza.L’analista Mary Kissel: «Per le previsioni è presto. La Cina proverà a influenzare la campagna».Lo speciale contiene tre articoli.Man mano che elezioni presidenziali americane di novembre si avvicinano, vale forse la pena di dare un’occhiata a quelli che saranno i temi principali della campagna elettorale.EconomiaL’economia americana sta dando segni di oggettivi vitalità sia per quanto riguarda la crescita del Pil sia in riferimento alla creazione di posti di lavoro. Eppure i sondaggi registrano da tempo un’insoddisfazione significativa da parte degli elettori nei confronti della gestione economica di Joe Biden. Come si spiega un simile paradosso? Si spiega con il fatto che gli effetti dell’inflazione, che era notevolmente cresciuta nel 2022 e nella prima parte del 2023, continuano a farsi sentire. Un’inflazione che era aumentata anche a causa delle politiche del presidente americano. Si pensi solo all’American Rescue Plan: un mega pacchetto di aiuti contro il Covid da 1,9 trilioni di dollari che Biden siglò a marzo 2021 sotto pressione della sinistra dem. A detta di vari analisti quel provvedimento ha contribuito significativamente a incrementare l’inflazione che, a giugno 2022, raggiunse il picco nell’arco di ben quarant’anni. Infine, è pur vero che negli ultimi mesi l’inflazione è calata. Tuttavia il merito, più che della Casa Bianca, sembra essere stato della Federal Reserve. In questa situazione, i repubblicani stanno andando all’attacco del presidente, che – sul versante economico – rischia di rivelarsi vulnerabile.Immigrazione La gestione dell’immigrazione clandestina ha sempre rappresentato una delle principali spine nel fianco di Joe Biden. Il problema risiede nel fatto che, pur di attaccare la linea dura di Trump durante la campagna elettorale del 2020, l’attuale presidente sposò una posizione aperturista, che poi però ha dovuto fondamentalmente sconfessare una volta insediatosi alla Casa Bianca. Su questo spinoso dossier, Biden ha quindi scontentato tutti: la sinistra dem lo accusa di scarsa discontinuità rispetto al predecessore, mentre i repubblicani (e anche qualche democratico centrista) lo tacciano di eccessivo lassismo. In tutto questo, nell’anno fiscale 2022 gli Stati Uniti hanno registrato il record storico di arrivi di immigrati clandestini alla frontiera meridionale. Una frontiera che, nelle ultime settimane, è tornata decisamente sotto pressione. Non a caso, i principali candidati alla nomination presidenziale repubblicana – da Trump a Nikki Haley, passando per Ron DeSantis – stanno attaccando il presidente sul piano della politica migratoria. Senza trascurare che malumori nei confronti dell’attuale Casa Bianca sono stati espressi anche da vari amministratori locali democratici. Un sondaggio della Cbs, pubblicato il 7 gennaio scorso, ha del resto rilevato che soltanto il 32% degli americani si dice soddisfatto di come Biden sta affrontando il dossier migratorio.Guerra in UcrainaAd agosto, un sondaggio della Cnn ha registrato che il 55% degli elettori americani è contrario a ulteriori aiuti a Kiev. Si tratta di un dato che, al di là di come la si possa pensare nel merito, non potrà non avere una sua rilevanza nella campagna elettorale per le presidenziali Usa. Una certa vulgata tende a sostenere che Biden vorrebbe mantenere un aiuto granitico all’Ucraina ma che i repubblicani – in preda a istinti isolazionisti – glielo starebbero impedendo. In realtà, la situazione è un poco più complessa. I parlamentari del Gop hanno infatti subordinato l’approvazione di ulteriore assistenza ucraina a politiche migratorie più severe al confine meridionale con il Messico. E attenzione: a sposare questa linea sono anche senatori repubblicani graniticamente pro Kiev e tutt’altro che isolazionisti, come Mitch McConnell e Lindsey Graham. Biden in teoria sarebbe anche d’accordo ad accettare questo compromesso: il problema per lui è che, se lo facesse, dovrebbe affrontare una vera e propria rivolta da parte dell’ala sinistra del suo stesso partito. Trump ha dichiarato che farebbe finire il conflitto in 24 ore: al momento, non si sa se si tratti di una boutade o se l’ex presidente abbia davvero un piano in mente. Biden, dal canto suo, è in rapporti piuttosto turbolenti con il governo di Kiev, come testimoniato dagli attriti di cui ha parlato il Washington Post sulla controffensiva ucraina. Come che sia, il destino della crisi ucraina è strettamente collegato alle dinamiche della campagna elettorale statunitense. Crisi di Gaza La crisi di Gaza, innescata dal brutale attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023, sta avendo delle ripercussioni elettorali negli Stati Uniti soprattutto in seno al campo democratico. La sinistra dell’Asinello è infatti storicamente su posizioni de facto filo-palestinesi e sta accusando Biden di essere troppo vicino allo Stato ebraico. Addirittura ampie frange di musulmani americani, che sono in gran parte elettori dem, hanno avviato una campagna per cercare di boicottare la rielezione dell’attuale presidente americano. Un’opposizione, quella interna, che Biden deve affrontare anche al Congresso: vari parlamentari democratici di estrema sinistra lo stanno infatti criticando per la gestione della crisi di Gaza. Di contro, il fronte repubblicano è tendenzialmente compatto a favore dello Stato ebraico. AbortoNel Gop la prospettiva pro-life resta decisamente maggioritaria. Il dibattito interno riguarda l’approccio da tenere. Secondo vari analisti, i risultati sotto le aspettative dei repubblicani alle ultime Midterm sarebbero frutto di alcune posizioni considerate troppo rigide in materia di opposizione all’interruzione di gravidanza. Per questa ragione, nel campo repubblicano, sia Trump sia Nikki Haley stanno al momento evitando di proporre un divieto federale dell’aborto. L’obiettivo di entrambi è quello di non alienarsi il fondamentale voto degli elettori indipendenti (a partire da quelli residenti nelle aree suburbane). Biden, al contrario, sta conducendo una campagna assolutamente favorevole all’interruzione di gravidanza. Entrò addirittura in polemica con la Corte Suprema nel 2022, quando fu ribaltata la sentenza Roe v Wade.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/analisi-elezioni-usa-2666957338.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nell-iowa-al-via-le-primarie-repubblicane" data-post-id="2666957338" data-published-at="1705320220" data-use-pagination="False"> Nell'Iowa al via le primarie repubblicane Sono primarie repubblicane atipiche quelle che si aprono oggi con il caucus dell’Iowa. Il frontrunner è un ex presidente in cerca di riconferma su cui pendono ben quattro incriminazioni: una situazione che non ha precedenti nella storia americana. E non è tutto. Quello stesso frontrunner rischia di ritrovarsi incandidabile a causa di una serie di ricorsi legali che hanno invocato la sua interdizione sulla base di una clausola del Quattordicesimo emendamento: una clausola, secondo cui non possono ricoprire incarichi pubblici coloro che abbiano preso parte ad attività sediziose. Insomma, che queste primarie ruoteranno interamente attorno alla figura di Donald Trump è quasi scontato. L’ex presidente è più battagliero che mai e, rispetto a un anno fa, è tornato pienamente in pista. Nonostante fosse uscito ammaccato dalle elezioni di metà mandato del 2022, si è infatti ripreso proprio grazie alle incriminazioni che gli sono piovute addosso a partire dal 30 marzo scorso. Da allora, secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics dedicata alle primarie repubblicane, l’ex presidente ha conquistato 20 punti percentuali a livello nazionale. Questo vuol dire che, almeno in termini di consensi, Trump è uscito politicamente rafforzato dalle tegole giudiziarie che lo hanno colpito. L’incognita riguarda adesso semmai come tali tegole si intersecheranno con le primarie in partenza oggi. Il primo processo, quello sul presunto tentativo di ribaltamento delle elezioni del 2020, dovrebbe cominciare il 4 marzo: il giorno prima del Super Tuesday, quando numerosi Stati voteranno contemporaneamente, assegnando gran parte dei delegati necessari per conquistare la nomination presidenziale. Non solo. La Corte Suprema degli Stati Uniti dovrà anche pronunciarsi sulla sentenza del Colorado che ha escluso l’ex presidente dalle primarie di questo Stato. Le incognite, come si vede, sono molte. Per ora, l’unica cosa certa è che, come abbiamo visto, i vari guai giudiziari hanno avuto l’unico effetto di rivitalizzare elettoralmente Trump. E sono i numeri a parlare. Sempre secondo Real Clear Politics, l’ex presidente è al 63% dei consensi a livello nazionale per quanto riguarda le primarie, potendo contare su un vantaggio di circa 50 punti rispetto ai principali contendenti in campo. Numeri che, se confermati alla prova del voto, potrebbero consentire all’ex presidente di blindare matematicamente la nomination già a marzo. Ricordiamo d’altronde che Trump vinse le primarie del 2016 con il 45% dei voti complessivi, mentre Mitt Romney si aggiudicò quelle del 2012 attestandosi al 52%. È dunque chiaro che, con una situazione simile, il principale punto interrogativo oggi attiene alla sfera giudiziaria. Che cosa accadrebbe se Trump fosse condannato durante la campagna elettorale? Tecnicamente potrebbe continuare a correre per la Casa Bianca anche da dietro le sbarre (come insegna il precedente del socialista Eugene V. Debs, che partecipò alle presidenziali del 1920 mentre era incarcerato). E se invece Trump fosse dichiarato incandidabile dopo aver matematicamente blindato la nomination? A quel punto la palla passerebbe probabilmente alla Convention nazionale di luglio e scoppierebbe il caos. Nel frattempo, l’ex presidente resta il grande favorito per vincere queste primarie. In Iowa, ha un vantaggio del 35%: una cifra che, dovesse essere confermata alle urne, rappresenterebbe probabilmente un colpo fatale alla campagna di Ron DeSantis, che ha finora scommesso quasi tutto proprio su questo Stato. Il governatore della Florida appare ormai sempre più nel pallone. E stanno circolando indiscrezioni secondo cui, in caso di risultato insoddisfacente al caucus odierno, potrebbe addirittura ritirarsi dalla competizione. Trump è al momento avanti di 30 punti anche in South Carolina, lo Stato di cui fu governatrice Nikki Haley dal 2011 al 2017: la differenza rispetto all’Iowa è però che qui si voterà a fine febbraio. Bisognerà quindi capire se l’ex presidente sarà in grado di mantenere un simile vantaggio nelle prossime settimane. Eh sì, perché il vero spartiacque di questa competizione potrebbero rivelarsi le primarie del New Hampshire, previste il 23 gennaio. Qui al momento Trump continua a restare in vantaggio. Tuttavia è anche vero che la Haley sta guadagnando terreno: un recente sondaggio della Cnn la dà a soli sette punti dall’ex presidente. I guai per Trump potrebbero aumentare dopo che, pochi giorni fa, si è ritirato dalla corsa Chris Christie. Candidato apertamente antitrumpista, l’ex governatore del New Jersey aveva in cassaforte un significativo pacchetto di voti in New Hampshire (circa il 10%): voti che adesso potrebbero virare sull’ex ambasciatrice all’Onu, la quale può anche contare sul potente network di finanziatori gravitante attorno al miliardario Charles Koch. Se non proprio vincere, l’obiettivo della Haley in New Hampshire è arrivare almeno al secondo posto a una distanza ravvicinata rispetto a Trump. Un risultato, questo, con cui l’ex ambasciatrice potrebbe rivendicare di essere competitiva e far così decollare la propria campagna elettorale. Le primarie repubblicane del New Hampshire hanno d’altronde anche un significato storico e, per così dire, psicologico. È dal 2004 che il candidato che le vince riesce poi a conquistare la nomination del Gop. Attenzione però. In primis, non tutti i sondaggi sono oggi per lei benevoli come quello della Cnn. Una rilevazione della Suffolk University la dà infatti 20 punti dietro all’ex presidente nel cosiddetto Granite State. In secondo luogo, una recente analisi di Politico a firma di Jonathan Martin ha mostrato che, anche qualora registrasse una buona performance in New Hampshire, non è detto che la Haley avrebbe grandi chances di conquistare alla fine la nomination. Stando a tale analisi, l’elettorato del Granite State non sarebbe infatti più rappresentativo della maggioranza dei nuovi elettori repubblicani: oggi, secondo Martin, la sfida non sarebbe più tra conservatori ed establishment, ma tutto si fonderebbe su una distinzione di «classe». È, in altri termini, la working class che sta diventando sempre più centrale nel Gop. E, da questo punto di vista, Trump, almeno virtualmente, resta avvantaggiato. Come che sia, l’ex ambasciatrice è oggi meglio posizionata di DeSantis rispetto all’eventualità di ottenere una candidatura alla vicepresidenza. Se Trump vincesse la nomination, potrebbe scegliere lei come running mate, anziché il governatore della Florida. Questo consentirebbe all’ex presidente di federare le varie anime del Partito repubblicano e di tendere un ramoscello d’ulivo a quegli apparati governativi che, soprattutto al Pentagono, apprezzano le posizioni in politica estera della Haley. Di contro, l’elettore medio di DeSantis, se il governatore uscisse di scena, virerebbe quasi certamente su Trump già di suo. Sì, sono primarie repubblicane atipiche quelle che cominciano oggi. E azzardare previsioni sul futuro politico degli Usa non è forse mai stato così difficile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/analisi-elezioni-usa-2666957338.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mary-kissel-se-biden-si-ritirasse-dalla-contesa-molti-elettori-dem-approverebbero" data-post-id="2666957338" data-published-at="1705320220" data-use-pagination="False"> Mary Kissel: «Se Biden si ritirasse dalla contesa molti elettori dem approverebbero» Le incognite che aleggiano sulle prossime elezioni americane non riguardano soltanto i guai giudiziari di Donald Trump e l’impopolarità crescente di Joe Biden. Emerge anche un tema di possibili interferenze da parte della Repubblica popolare cinese. Per cercare di fare chiarezza su queste dinamiche aggrovigliate, La Verità ha deciso di intervistare Mary Kissel, che è stata senior advisor dell’allora segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e che è attualmente vicepresidente esecutivo di Stephens Inc. Mary Kissel, secondo lei che cosa accadrebbe se il presidente Biden si ritirasse dalla campagna presidenziale? «Questa è una domanda difficile a cui rispondere. La stragrande maggioranza degli americani di entrambi i partiti politici ritiene che il presidente Biden sia troppo vecchio per candidarsi alla rielezione. Molti democratici potrebbero accogliere favorevolmente l’opportunità di sostenere un candidato diverso, più giovane, anche se venisse inserito nella scheda elettorale a ridosso delle elezioni di novembre. Ma contano anche la qualità e l’attrattiva del candidato repubblicano». Cosa potrebbe accadere se Donald Trump venisse interdetto dalla partecipazione alle elezioni dopo aver conquistato la nomination presidenziale repubblicana? «Interdetto da chi? La Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncerà presto sugli sforzi a livello statale per squalificare l’ex presidente dalle elezioni. E probabilmente li troverà incostituzionali. Il miglior giudice del presidente Trump sono gli elettori americani». Quali sono, secondo lei, i principali fallimenti politici del presidente Biden? «I principali fallimenti politici del presidente Biden includono i suoi risultati economici, l’inflazione persistente e l’aumento della criminalità, una politica lassista alle frontiere e un mondo sempre più caotico in cui la leadership degli Stati Uniti sta tramontando. I suoi fallimenti politici sono dovuti a lui stesso». Prosegua. «Ha pompato denaro nell’economia, provocando un’inflazione paralizzante. Ha condotto una linea di appeasement nei confronti dei nemici dell’America, portando all’avventurismo di russi, cinesi e iraniani». A proposito della Cina, pensa che Pechino potrebbe cercare di influenzare le prossime elezioni statunitensi? Se sì, quali misure dovrebbero essere adottate? «Vari rami della Cina comunista hanno lavorato duramente per molti anni con l’obiettivo di influenzare le elezioni statunitensi a livello federale, statale e locale. L’opinione pubblica americana comincia solo ora a rendersi conto della portata di queste campagne. La nostra democrazia ha debolezze intrinseche perché siamo una società aperta. Ma il governo degli Stati Uniti può lavorare in modo più completo per sradicare le operazioni di influenza illegali e informare l’opinione pubblica americana sulle attività malevole di Pechino». Quali saranno gli Stati che si riveleranno cruciali alle prossime presidenziali? «Guarderei agli Stati in bilico tradizionalmente importanti di Ohio, Pennsylvania e Florida: anche se la Florida è diventata più conservatrice negli ultimi cicli elettorali. Ancora una volta, è difficile prevedere le dinamiche della corsa oggi, dato che nessuno dei due partiti ha scelto ufficialmente il proprio candidato. La strada da qui alle Convention di partito è molto lontana».
Clamorose novità su Garlasco: convocati in procura anche Marco Poggi e le gemelle Cappa.E intanto ci si interroga sui messaggi che Andrea Sempio scriveva nelle comunità online di seduttori. Che personalità rivelano quegli scritti ambigui?
«Da tempo gli Stati Uniti discutono di un disimpegno in Europa, noi dobbiamo rafforzare la nostra sicurezza e crescere nella capacità di risposta. È una scelta che non dipende da me, personalmente non la condivido. L’Italia ha sempre mantenuto gli impegni, lo ha sempre fatto in ambito Nato anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti, in Afghanistan come in Iraq. Alcune cose dette nei nostri confronti non le considero corrette».
Così il premier Giorgia Meloni, da Erevan, commentando l’annuncio di Trump sul ritiro di militari americani dalle basi europee, Italia inclusa. Ha aggiunto di ritenere probabile un prossimo incontro con Rubio.
Il presidente della Bce Christine Lagarde (Ansa)
Tassi fermi solo in apparenza: i mercati prevedono nuovi rialzi della Bce entro fine anno. Mentre il caro energia continua a pesare, arrivano segnali negativi anche sul fronte dei mutui, con le famiglie esposte al variabile sempre più sotto pressione e una finestra sempre più stretta per chi vuole bloccare condizioni ancora favorevoli.
La pausa decisa dalla Banca centrale europea sui tassi d’interesse somiglia più a una sospensione temporanea che a un vero cambio di rotta. I mercati, infatti, continuano a scommettere su nuovi rialzi entro la fine dell’anno, con conseguenze dirette per milioni di famiglie italiane alle prese con un mutuo.
Secondo le indicazioni che emergono dall’analisi della curva dei futures, le attese sono per almeno due aumenti complessivi pari allo 0,50% entro i prossimi mesi. Un percorso che, salvo scossoni improvvisi sul piano globale, potrebbe non esaurirsi nel breve periodo: le stime indicano infatti un ulteriore possibile ritocco all’inizio del 2027, seguito poi da una fase di stabilità dei tassi fino alla prima metà del 2029. Nel frattempo, l’impatto più immediato si scarica su chi ha scelto il tasso variabile. In un contesto già segnato dall’aumento del costo dell’energia e dall’inflazione su beni e servizi, il rincaro del denaro rischia di comprimere ulteriormente i bilanci familiari. Il meccanismo è diretto: l’Euribor, indice di riferimento per i mutui variabili, tende infatti a seguire da vicino le decisioni della Bce.
Le simulazioni parlano chiaro. Per un mutuo da 150.000 euro della durata di 30 anni - una delle formule più diffuse in Italia - un aumento dei tassi dello 0,50% si traduce in circa 42 euro in più al mese, pari a oltre 500 euro l’anno. Un aggravio che, moltiplicato per la durata del finanziamento, assume un peso tutt’altro che marginale. Diversa la situazione per chi ha già sottoscritto un mutuo a tasso fisso: in questo caso, le condizioni restano invariate e non si registrano effetti diretti delle decisioni della Bce. Il quadro cambia invece per chi è in procinto di acquistare casa. In questa fase di transizione, alcune banche mantengono ancora offerte con tassi bloccati per chi riesce a chiudere l’operazione entro l’estate. È il caso, ad esempio, di istituti che garantiscono le condizioni per i contratti firmati entro la fine di agosto o settembre. Una finestra temporale che potrebbe rivelarsi decisiva.
Chi invece rimanda la scelta si troverà con ogni probabilità ad affrontare condizioni meno favorevoli, con tassi già influenzati dai rialzi attesi e rate mensili più onerose. In altre parole, il costo del rinvio rischia di essere concreto. La pausa della Bce, dunque, non basta a rassicurare. Piuttosto, segnala una fase di attesa carica di incertezza, in cui famiglie e mercato immobiliare restano esposti alle prossime mosse della politica monetaria.
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La vendita di denaro falso è una delle attività criminali più diffuse e, al tempo stesso, più sottovalutate nel dibattito pubblico. Non si tratta solo di piccoli truffatori che immettono banconote contraffatte nel circuito commerciale: dietro questo fenomeno esistono reti organizzate, spesso transnazionali, che sfruttano tecnologia avanzata, canali digitali e sistemi di pagamento difficilmente tracciabili. Il commercio di banconote false avviene principalmente attraverso il dark web, piattaforme criptate e, sempre più spesso, anche tramite social network e app di messaggistica. I venditori propongono «pacchetti» di contanti contraffatti con sconti progressivi: più si acquista, meno si paga. In alcuni casi, 1.000 euro falsi o mille dollari possono essere venduti per poche centinaia di euro reali. Le organizzazioni criminali utilizzano stampanti professionali, inchiostri speciali e tecniche sofisticate per replicare elementi di sicurezza sempre più complessi. Tuttavia, la qualità varia: accanto a copie grossolane esistono falsi di alta fattura, difficili da individuare a occhio nudo. «Buongiorno, sono interessato all’acquisto di 50.000 euro in banconote da 50, 100, 20 e 10 euro. Tuttavia, vorrei sapere quale qualità potete garantire, che tipo di pagamento prevedete e i tempi di consegna. Resto in attesa di una vostra risposta». Così inizia, su Tor Market, il nostro viaggio nel dark web alla ricerca di soldi falsi. Nel sito si possono acquistare non solo euro falsi, ma anche dollari americani, dollari australiani, dollari canadesi e rupie indiane. La risposta arriva dopo pochi minuti: «Salve, noi utilizziamo la nuova tecnologia 2026! Stampiamo e vendiamo banconote contraffatte di qualità Grade-A di tutte le valute in tutto il mondo. Le nostre banconote sono stampate utilizzando fibra di cotone (80-99%), originariamente derivata da comuni stracci di lino bianco, fibra di legno (1-3%), biossido di titanio (2-3,5% del peso totale della fibra di legno), poliammide epicloridrina (0,5-2% del peso totale della fibra di cotone), cloruro di alluminio, resina melamminica-formaldeide e colla animale. Superano i test Uv e della penna allo iodio e possono quindi essere utilizzate in negozi, banche locali, casinò, sportelli Atm e cambiavalute. Le nostre banconote contengono le seguenti caratteristiche di sicurezza che le rendono apparentemente autentiche».
Le organizzazioni criminali che operano nel settore non sono improvvisate. Si tratta spesso di reti transnazionali che utilizzano tecnologie avanzate per replicare gli elementi di sicurezza delle banconote: filigrane, ologrammi, inchiostri speciali. Accanto a falsi di bassa qualità, facilmente individuabili, circolano copie sempre più sofisticate, difficili da riconoscere senza strumenti adeguati. Non a caso, i tagli più contraffatti restano quelli da 20 e 50 euro, più semplici da spendere e meno soggetti a controlli approfonditi. Il cuore del business, però, non è solo la produzione, ma la distribuzione. La vendita di denaro falso si è progressivamente spostata online, sfruttando piattaforme criptate, circuiti del dark web e canali di messaggistica difficilmente monitorabili. Qui le banconote vengono offerte in veri e propri «listini»: mille euro falsi oppure dollari americani possono essere acquistati per poche centinaia di euro reali, con sconti crescenti al crescere dei volumi. Il pagamento avviene quasi sempre in criptovalute come Bitcoin, che garantiscono un certo grado di anonimato e rendono più complesso il lavoro delle forze di polizia. Una volta acquistato, il denaro contraffatto viene immesso nel circuito economico attraverso canali difficili da tracciare. Piccoli esercizi commerciali, mercati affollati, locali notturni: sono questi i contesti in cui le banconote false riescono più facilmente a passare inosservate.
In altri casi, il contante viene utilizzato all’interno di economie parallele, legate al traffico di droga o ad altre attività illegali, dove i controlli sono praticamente assenti. Il dato economico complessivo, seppur difficile da quantificare con precisione, è significativo. Considerando un valore medio di 50 euro per banconota, si può stimare che ogni anno vengano intercettati oltre 20 milioni di euro falsi nell’Eurozona. Ma si tratta solo della punta dell’iceberg: una parte consistente sfugge inevitabilmente ai controlli. A rendere il fenomeno ancora più insidioso è la sua evoluzione tecnologica. L’accesso a strumenti di stampa sempre più avanzati e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale stanno abbassando la soglia d’ingresso per nuovi attori criminali. In questo contesto, la digitalizzazione dei pagamenti non ha eliminato il contante, che continua a essere ampiamente utilizzato e, proprio per questo, resta un obiettivo privilegiato. La geografia del denaro falso non ha più confini netti, ma segue rotte precise. Le indagini europee e internazionali delineano una mappa ricorrente, fatta di hub produttivi, snodi logistici e canali di distribuzione che attraversano più continenti. L’Europa orientale – in particolare Bulgaria, Romania e Ucraina – resta uno dei principali poli di produzione. Qui i costi contenuti e la disponibilità di competenze tecniche favoriscono la nascita di laboratori clandestini capaci di realizzare falsi anche sofisticati. Diverso il ruolo di Italia e Spagna, che si configurano soprattutto come piattaforme di distribuzione: il denaro contraffatto arriva, viene smistato e immesso nei circuiti economici. In Italia, diverse inchieste hanno individuato centri attivi tra Campania e Lazio, spesso collegati alla criminalità organizzata. A fare da cerniera tra Europa e Medio Oriente è la Turchia, utilizzata come crocevia per il transito delle banconote. Sul fronte sud, il Nord Africa – con Marocco e Algeria – svolge un ruolo chiave nella diffusione locale e nel passaggio verso l’Europa. Più a est, la Cina è spesso associata alla produzione di materiali, strumenti e, in alcuni casi, di banconote di qualità elevata.
Il fenomeno resta globale. Anche il dollaro è un bersaglio prioritario, con reti attive in Sud America e nel Sud-Est asiatico, come evidenziato dall’Us Secret Service. In questo scenario, l’Italia rappresenta un caso emblematico. Il Paese ha una lunga storia legata alla contraffazione di valuta: negli anni, le forze dell’ordine hanno smantellato vere e proprie «fabbriche» di banconote false. Alcune organizzazioni hanno raggiunto livelli tali da costruirsi una reputazione internazionale per la qualità dei falsi, poi esportati in tutta Europa. Nel mondo della contraffazione esiste una storia che, più di altre, restituisce il livello raggiunto da alcune reti criminali: quella della cosiddetta «superdollar», la banconota da 100 dollari falsa quasi indistinguibile dall’originale. Non si tratta del classico falso grossolano, ma di un prodotto realizzato con una cura maniacale: carta simile a quella autentica, inchiostri sofisticati e dettagli di sicurezza riprodotti con precisione tale da mettere in difficoltà persino gli esperti. Secondo diverse indagini dell’Us Secret Service, la qualità di queste banconote ha alimentato per anni sospetti su una possibile produzione sostenuta da strutture ben più avanzate rispetto alla criminalità tradizionale. Ma il vero elemento sorprendente non è solo tecnico: è strategico. A differenza dei falsi comuni, immessi sul mercato in grandi quantità, la «superdollar» veniva utilizzata con estrema cautela: piccole dosi, distribuite nel tempo, per evitare di attirare l’attenzione e mantenere intatto il valore del falso.
Così i nuovi dollari sfidano l'IA
Negli Stati Uniti il denaro falso continua a circolare, ma i numeri raccontano una realtà molto distante dall’allarme spesso percepito. Non siamo di fronte a un fenomeno fuori controllo, bensì a una minaccia costante ma contenuta, monitorata con attenzione dalle autorità federali e progressivamente ridimensionata grazie all’evoluzione tecnologica. Secondo le stime della Federal reserve, il valore complessivo delle banconote contraffatte in circolazione oscilla tra i 15 e i 30 milioni di dollari. Una cifra che può sembrare rilevante, ma che cambia radicalmente significato se confrontata con la massa monetaria statunitense: oltre 2.000 miliardi di dollari in contanti. In termini pratici, si parla di una banconota falsa ogni decine di migliaia di esemplari autentici.
Il rischio, per il cittadino medio, resta quindi estremamente basso. Il contrasto operativo è affidato in gran parte allo United States Secret Service, che ogni anno sequestra decine di milioni di dollari contraffatti. Le operazioni colpiscono soprattutto reti organizzate, spesso legate a circuiti internazionali, ma non mancano casi più rudimentali. In diverse città americane sono state smantellate tipografie clandestine capaci di produrre migliaia di banconote, soprattutto da 20 e 100 dollari, i tagli più utilizzati nella vita quotidiana e quindi più facili da «spendere» senza destare sospetti.
Un caso emblematico riguarda un sequestro avvenuto nel Midwest, dove le autorità hanno individuato una rete che distribuiva dollari falsi attraverso piccoli esercizi commerciali e distributori automatici. In un’altra operazione sulla costa Ovest, invece, è stato scoperto un sistema più sofisticato che utilizzava stampanti ad alta definizione e carta trattata chimicamente per imitare le caratteristiche tattili delle banconote originali. Nonostante questi episodi, il trend generale è in calo. Le nuove banconote statunitensi integrano elementi di sicurezza sempre più avanzati: filigrane tridimensionali, inchiostri cangianti, microstampe e bande di sicurezza difficili da replicare. A questo si aggiunge il ruolo crescente della tecnologia digitale: software di analisi, scanner intelligenti e sistemi di tracciamento permettono di individuare le anomalie con maggiore rapidità.
Ma la vera trasformazione riguarda il fronte della falsificazione. Se in passato il rischio principale era legato alle tipografie clandestine, oggi emergono nuove minacce ibride. L’Intelligenza artificiale consente di migliorare la qualità delle riproduzioni, mentre le reti criminali sfruttano il web e le criptovalute per distribuire e monetizzare il falso con maggiore discrezione. Non è un caso che le autorità stiano spostando sempre più risorse sul monitoraggio digitale, dove il confine tra contraffazione, frode e cybercrime diventa sempre più sottile.
In definitiva, il denaro falso negli Stati Uniti esiste e continua a rappresentare un problema operativo per forze dell’ordine e commercianti. Tuttavia, i dati indicano con chiarezza che si tratta di un fenomeno marginale rispetto alla dimensione complessiva dell’economia. La vera sfida, oggi, non è tanto la quantità di banconote contraffatte in circolazione, quanto la capacità delle organizzazioni criminali di adattarsi a un contesto tecnologico che continua ad essere in rapida evoluzione.
La «fabbrica di euro» è l’Est Europa, Madrid e Roma hub di smistamento
Il denaro falso continua a circolare nei sistemi economici europei, ma i dati restituiscono un quadro meno allarmante rispetto alla percezione diffusa. Non si tratta di un’emergenza sistemica, bensì di un fenomeno stabile, attentamente monitorato e, negli ultimi anni, in progressiva riduzione. Resta però una minaccia concreta per cittadini ed esercenti, soprattutto nei contesti di pagamento rapido. Secondo la Bce, nel 2025 sono state ritirate circa 444.000 banconote contraffatte, in calo rispetto alle oltre 550.000 individuate nel 2024. Numeri che, se considerati isolatamente, possono apparire rilevanti, ma che cambiano significato se rapportati alla massa di denaro autentico in circolazione: decine di miliardi di banconote. In termini proporzionali, si parla di circa 14 falsi per ogni milione di esemplari veri, una probabilità estremamente bassa per il singolo cittadino.Il fenomeno, tuttavia, non è scomparso: si è trasformato, adattandosi alle logiche delle organizzazioni criminali. I tagli più colpiti restano quelli da 20 e 50 euro, che rappresentano circa l’80% delle banconote false intercettate. La scelta è strategica: sono i tagli più utilizzati nella quotidianità e quindi più facili da immettere in circolazione senza attirare controlli. Al contrario, le banconote da 100 e 200 euro risultano meno appetibili, perché più soggette a verifiche. Dal punto di vista geografico, oltre il 95% dei falsi viene individuato all’interno dell’area euro. Questo conferma l’esistenza di reti criminali radicate in Europa, spesso con basi operative nei Paesi dell’Est, ma capaci di operare su scala transnazionale. La contraffazione non è più un’attività artigianale isolata, bensì un sistema organizzato e flessibile. In questo scenario, l’Intelligenza artificiale rappresenta un fattore di evoluzione. I modelli di generazione di immagini ad alta risoluzione consentono di riprodurre con crescente precisione dettagli complessi: sfumature cromatiche, microelementi grafici e texture. Software avanzati permettono di simulare effetti ottici e imperfezioni tipiche delle banconote autentiche. Il risultato non è perfetto, ma spesso sufficiente a superare controlli superficiali.Anche la fase di stampa ha subito una trasformazione: le tipografie clandestine sono state in parte sostituite da stampanti di alta gamma, abbinate a sistemi di elaborazione digitale. Questo consente produzioni più rapide e meno costose. L’Intelligenza artificiale interviene inoltre nel miglioramento continuo: analizza gli errori, corregge i difetti e aumenta progressivamente la qualità delle copie. La tecnologia gioca un ruolo anche nella distribuzione. Le reti criminali utilizzano piattaforme digitali, chat criptate e social network per vendere banconote false a intermediari di basso livello. In alcuni casi, sistemi automatizzati selezionano i potenziali acquirenti e gestiscono i contatti, riducendo il rischio di infiltrazioni e rendendo la filiera più difficile da intercettare. Le indagini condotte negli ultimi anni in diversi Paesi europei confermano questo salto qualitativo. In Italia, a Napoli, è stata smantellata una delle principali centrali di produzione di euro falsi, con il sequestro di migliaia di banconote da 20 e 50 euro pronte per la distribuzione. Il laboratorio disponeva di macchinari sofisticati, capaci di riprodurre con buona precisione gli elementi di sicurezza.In Spagna, la Guardia Civil ha individuato una rete attiva lungo la costa mediterranea, dove i falsi venivano immessi soprattutto nel circuito turistico, sfruttando l’elevato volume di transazioni e la minore attenzione nei pagamenti in contanti. In Germania, invece, un’operazione coordinata ha portato alla scoperta di un sistema di vendita online, con banconote contraffatte cedute a prezzo ridotto a intermediari incaricati di inserirle nel mercato. Questi casi dimostrano come la contraffazione sia oggi un vero business criminale, capace di adattarsi sia ai contesti economici sia all’innovazione tecnologica. Nonostante ciò, le banconote della serie «Europa» mantengono un elevato livello di sicurezza. Filigrane, ologrammi dinamici, numeri in rilievo ed elementi visibili sotto luce ultravioletta rendono estremamente complessa una riproduzione completa e convincente.I falsari, infatti, non puntano alla perfezione assoluta, ma a copie «abbastanza credibili» da non destare sospetti immediati. È su questa soglia di ambiguità che si gioca la partita. Per questo il contrasto si basa su un doppio livello: da un lato l’aggiornamento continuo dei sistemi di controllo, dall’altro la prevenzione. Le autorità europee e nazionali investono nella formazione degli operatori e nella diffusione di pratiche di verifica semplici ma efficaci: controllare al tatto, osservare in controluce, verificare gli elementi di sicurezza. In definitiva, il denaro falso rappresenta una minaccia reale ma contenuta. I numeri indicano che il sistema regge, ma la presenza costante di reti criminali e l’evoluzione tecnologica impongono attenzione. La sfida resta aperta e si gioca ogni giorno tra innovazione e vigilanza quotidiana.
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