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2024-01-15
Dall’inflazione a Kiev, le variabili chiave della corsa alla Casa Bianca
Joe Biden e Donald Trump (Ansa)
Man mano che elezioni presidenziali americane di novembre si avvicinano, vale forse la pena di dare un’occhiata a quelli che saranno i temi principali della campagna elettorale.
Economia
L’economia americana sta dando segni di oggettivi vitalità sia per quanto riguarda la crescita del Pil sia in riferimento alla creazione di posti di lavoro. Eppure i sondaggi registrano da tempo un’insoddisfazione significativa da parte degli elettori nei confronti della gestione economica di Joe Biden. Come si spiega un simile paradosso? Si spiega con il fatto che gli effetti dell’inflazione, che era notevolmente cresciuta nel 2022 e nella prima parte del 2023, continuano a farsi sentire. Un’inflazione che era aumentata anche a causa delle politiche del presidente americano. Si pensi solo all’American Rescue Plan: un mega pacchetto di aiuti contro il Covid da 1,9 trilioni di dollari che Biden siglò a marzo 2021 sotto pressione della sinistra dem. A detta di vari analisti quel provvedimento ha contribuito significativamente a incrementare l’inflazione che, a giugno 2022, raggiunse il picco nell’arco di ben quarant’anni. Infine, è pur vero che negli ultimi mesi l’inflazione è calata. Tuttavia il merito, più che della Casa Bianca, sembra essere stato della Federal Reserve. In questa situazione, i repubblicani stanno andando all’attacco del presidente, che – sul versante economico – rischia di rivelarsi vulnerabile.
Immigrazione
La gestione dell’immigrazione clandestina ha sempre rappresentato una delle principali spine nel fianco di Joe Biden. Il problema risiede nel fatto che, pur di attaccare la linea dura di Trump durante la campagna elettorale del 2020, l’attuale presidente sposò una posizione aperturista, che poi però ha dovuto fondamentalmente sconfessare una volta insediatosi alla Casa Bianca. Su questo spinoso dossier, Biden ha quindi scontentato tutti: la sinistra dem lo accusa di scarsa discontinuità rispetto al predecessore, mentre i repubblicani (e anche qualche democratico centrista) lo tacciano di eccessivo lassismo. In tutto questo, nell’anno fiscale 2022 gli Stati Uniti hanno registrato il record storico di arrivi di immigrati clandestini alla frontiera meridionale. Una frontiera che, nelle ultime settimane, è tornata decisamente sotto pressione. Non a caso, i principali candidati alla nomination presidenziale repubblicana – da Trump a Nikki Haley, passando per Ron DeSantis – stanno attaccando il presidente sul piano della politica migratoria. Senza trascurare che malumori nei confronti dell’attuale Casa Bianca sono stati espressi anche da vari amministratori locali democratici. Un sondaggio della Cbs, pubblicato il 7 gennaio scorso, ha del resto rilevato che soltanto il 32% degli americani si dice soddisfatto di come Biden sta affrontando il dossier migratorio.
Guerra in Ucraina
Ad agosto, un sondaggio della Cnn ha registrato che il 55% degli elettori americani è contrario a ulteriori aiuti a Kiev. Si tratta di un dato che, al di là di come la si possa pensare nel merito, non potrà non avere una sua rilevanza nella campagna elettorale per le presidenziali Usa. Una certa vulgata tende a sostenere che Biden vorrebbe mantenere un aiuto granitico all’Ucraina ma che i repubblicani – in preda a istinti isolazionisti – glielo starebbero impedendo. In realtà, la situazione è un poco più complessa. I parlamentari del Gop hanno infatti subordinato l’approvazione di ulteriore assistenza ucraina a politiche migratorie più severe al confine meridionale con il Messico. E attenzione: a sposare questa linea sono anche senatori repubblicani graniticamente pro Kiev e tutt’altro che isolazionisti, come Mitch McConnell e Lindsey Graham. Biden in teoria sarebbe anche d’accordo ad accettare questo compromesso: il problema per lui è che, se lo facesse, dovrebbe affrontare una vera e propria rivolta da parte dell’ala sinistra del suo stesso partito. Trump ha dichiarato che farebbe finire il conflitto in 24 ore: al momento, non si sa se si tratti di una boutade o se l’ex presidente abbia davvero un piano in mente. Biden, dal canto suo, è in rapporti piuttosto turbolenti con il governo di Kiev, come testimoniato dagli attriti di cui ha parlato il Washington Post sulla controffensiva ucraina. Come che sia, il destino della crisi ucraina è strettamente collegato alle dinamiche della campagna elettorale statunitense.
Crisi di Gaza
La crisi di Gaza, innescata dal brutale attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023, sta avendo delle ripercussioni elettorali negli Stati Uniti soprattutto in seno al campo democratico. La sinistra dell’Asinello è infatti storicamente su posizioni de facto filo-palestinesi e sta accusando Biden di essere troppo vicino allo Stato ebraico. Addirittura ampie frange di musulmani americani, che sono in gran parte elettori dem, hanno avviato una campagna per cercare di boicottare la rielezione dell’attuale presidente americano. Un’opposizione, quella interna, che Biden deve affrontare anche al Congresso: vari parlamentari democratici di estrema sinistra lo stanno infatti criticando per la gestione della crisi di Gaza. Di contro, il fronte repubblicano è tendenzialmente compatto a favore dello Stato ebraico.
Aborto
Nel Gop la prospettiva pro-life resta decisamente maggioritaria. Il dibattito interno riguarda l’approccio da tenere. Secondo vari analisti, i risultati sotto le aspettative dei repubblicani alle ultime Midterm sarebbero frutto di alcune posizioni considerate troppo rigide in materia di opposizione all’interruzione di gravidanza. Per questa ragione, nel campo repubblicano, sia Trump sia Nikki Haley stanno al momento evitando di proporre un divieto federale dell’aborto. L’obiettivo di entrambi è quello di non alienarsi il fondamentale voto degli elettori indipendenti (a partire da quelli residenti nelle aree suburbane). Biden, al contrario, sta conducendo una campagna assolutamente favorevole all’interruzione di gravidanza. Entrò addirittura in polemica con la Corte Suprema nel 2022, quando fu ribaltata la sentenza Roe v Wade.
Nell'Iowa al via le primarie repubblicane
Sono primarie repubblicane atipiche quelle che si aprono oggi con il caucus dell’Iowa. Il frontrunner è un ex presidente in cerca di riconferma su cui pendono ben quattro incriminazioni: una situazione che non ha precedenti nella storia americana. E non è tutto. Quello stesso frontrunner rischia di ritrovarsi incandidabile a causa di una serie di ricorsi legali che hanno invocato la sua interdizione sulla base di una clausola del Quattordicesimo emendamento: una clausola, secondo cui non possono ricoprire incarichi pubblici coloro che abbiano preso parte ad attività sediziose.
Insomma, che queste primarie ruoteranno interamente attorno alla figura di Donald Trump è quasi scontato. L’ex presidente è più battagliero che mai e, rispetto a un anno fa, è tornato pienamente in pista. Nonostante fosse uscito ammaccato dalle elezioni di metà mandato del 2022, si è infatti ripreso proprio grazie alle incriminazioni che gli sono piovute addosso a partire dal 30 marzo scorso. Da allora, secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics dedicata alle primarie repubblicane, l’ex presidente ha conquistato 20 punti percentuali a livello nazionale. Questo vuol dire che, almeno in termini di consensi, Trump è uscito politicamente rafforzato dalle tegole giudiziarie che lo hanno colpito. L’incognita riguarda adesso semmai come tali tegole si intersecheranno con le primarie in partenza oggi.
Il primo processo, quello sul presunto tentativo di ribaltamento delle elezioni del 2020, dovrebbe cominciare il 4 marzo: il giorno prima del Super Tuesday, quando numerosi Stati voteranno contemporaneamente, assegnando gran parte dei delegati necessari per conquistare la nomination presidenziale. Non solo. La Corte Suprema degli Stati Uniti dovrà anche pronunciarsi sulla sentenza del Colorado che ha escluso l’ex presidente dalle primarie di questo Stato. Le incognite, come si vede, sono molte. Per ora, l’unica cosa certa è che, come abbiamo visto, i vari guai giudiziari hanno avuto l’unico effetto di rivitalizzare elettoralmente Trump.
E sono i numeri a parlare. Sempre secondo Real Clear Politics, l’ex presidente è al 63% dei consensi a livello nazionale per quanto riguarda le primarie, potendo contare su un vantaggio di circa 50 punti rispetto ai principali contendenti in campo. Numeri che, se confermati alla prova del voto, potrebbero consentire all’ex presidente di blindare matematicamente la nomination già a marzo. Ricordiamo d’altronde che Trump vinse le primarie del 2016 con il 45% dei voti complessivi, mentre Mitt Romney si aggiudicò quelle del 2012 attestandosi al 52%.
È dunque chiaro che, con una situazione simile, il principale punto interrogativo oggi attiene alla sfera giudiziaria. Che cosa accadrebbe se Trump fosse condannato durante la campagna elettorale? Tecnicamente potrebbe continuare a correre per la Casa Bianca anche da dietro le sbarre (come insegna il precedente del socialista Eugene V. Debs, che partecipò alle presidenziali del 1920 mentre era incarcerato). E se invece Trump fosse dichiarato incandidabile dopo aver matematicamente blindato la nomination? A quel punto la palla passerebbe probabilmente alla Convention nazionale di luglio e scoppierebbe il caos.
Nel frattempo, l’ex presidente resta il grande favorito per vincere queste primarie. In Iowa, ha un vantaggio del 35%: una cifra che, dovesse essere confermata alle urne, rappresenterebbe probabilmente un colpo fatale alla campagna di Ron DeSantis, che ha finora scommesso quasi tutto proprio su questo Stato. Il governatore della Florida appare ormai sempre più nel pallone. E stanno circolando indiscrezioni secondo cui, in caso di risultato insoddisfacente al caucus odierno, potrebbe addirittura ritirarsi dalla competizione. Trump è al momento avanti di 30 punti anche in South Carolina, lo Stato di cui fu governatrice Nikki Haley dal 2011 al 2017: la differenza rispetto all’Iowa è però che qui si voterà a fine febbraio. Bisognerà quindi capire se l’ex presidente sarà in grado di mantenere un simile vantaggio nelle prossime settimane.
Eh sì, perché il vero spartiacque di questa competizione potrebbero rivelarsi le primarie del New Hampshire, previste il 23 gennaio. Qui al momento Trump continua a restare in vantaggio. Tuttavia è anche vero che la Haley sta guadagnando terreno: un recente sondaggio della Cnn la dà a soli sette punti dall’ex presidente. I guai per Trump potrebbero aumentare dopo che, pochi giorni fa, si è ritirato dalla corsa Chris Christie. Candidato apertamente antitrumpista, l’ex governatore del New Jersey aveva in cassaforte un significativo pacchetto di voti in New Hampshire (circa il 10%): voti che adesso potrebbero virare sull’ex ambasciatrice all’Onu, la quale può anche contare sul potente network di finanziatori gravitante attorno al miliardario Charles Koch.
Se non proprio vincere, l’obiettivo della Haley in New Hampshire è arrivare almeno al secondo posto a una distanza ravvicinata rispetto a Trump. Un risultato, questo, con cui l’ex ambasciatrice potrebbe rivendicare di essere competitiva e far così decollare la propria campagna elettorale. Le primarie repubblicane del New Hampshire hanno d’altronde anche un significato storico e, per così dire, psicologico. È dal 2004 che il candidato che le vince riesce poi a conquistare la nomination del Gop. Attenzione però. In primis, non tutti i sondaggi sono oggi per lei benevoli come quello della Cnn. Una rilevazione della Suffolk University la dà infatti 20 punti dietro all’ex presidente nel cosiddetto Granite State. In secondo luogo, una recente analisi di Politico a firma di Jonathan Martin ha mostrato che, anche qualora registrasse una buona performance in New Hampshire, non è detto che la Haley avrebbe grandi chances di conquistare alla fine la nomination. Stando a tale analisi, l’elettorato del Granite State non sarebbe infatti più rappresentativo della maggioranza dei nuovi elettori repubblicani: oggi, secondo Martin, la sfida non sarebbe più tra conservatori ed establishment, ma tutto si fonderebbe su una distinzione di «classe». È, in altri termini, la working class che sta diventando sempre più centrale nel Gop. E, da questo punto di vista, Trump, almeno virtualmente, resta avvantaggiato.
Come che sia, l’ex ambasciatrice è oggi meglio posizionata di DeSantis rispetto all’eventualità di ottenere una candidatura alla vicepresidenza. Se Trump vincesse la nomination, potrebbe scegliere lei come running mate, anziché il governatore della Florida. Questo consentirebbe all’ex presidente di federare le varie anime del Partito repubblicano e di tendere un ramoscello d’ulivo a quegli apparati governativi che, soprattutto al Pentagono, apprezzano le posizioni in politica estera della Haley. Di contro, l’elettore medio di DeSantis, se il governatore uscisse di scena, virerebbe quasi certamente su Trump già di suo.
Sì, sono primarie repubblicane atipiche quelle che cominciano oggi. E azzardare previsioni sul futuro politico degli Usa non è forse mai stato così difficile.
Mary Kissel: «Se Biden si ritirasse dalla contesa molti elettori dem approverebbero»
Le incognite che aleggiano sulle prossime elezioni americane non riguardano soltanto i guai giudiziari di Donald Trump e l’impopolarità crescente di Joe Biden. Emerge anche un tema di possibili interferenze da parte della Repubblica popolare cinese. Per cercare di fare chiarezza su queste dinamiche aggrovigliate, La Verità ha deciso di intervistare Mary Kissel, che è stata senior advisor dell’allora segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e che è attualmente vicepresidente esecutivo di Stephens Inc.
Mary Kissel, secondo lei che cosa accadrebbe se il presidente Biden si ritirasse dalla campagna presidenziale?
«Questa è una domanda difficile a cui rispondere. La stragrande maggioranza degli americani di entrambi i partiti politici ritiene che il presidente Biden sia troppo vecchio per candidarsi alla rielezione. Molti democratici potrebbero accogliere favorevolmente l’opportunità di sostenere un candidato diverso, più giovane, anche se venisse inserito nella scheda elettorale a ridosso delle elezioni di novembre. Ma contano anche la qualità e l’attrattiva del candidato repubblicano».
Cosa potrebbe accadere se Donald Trump venisse interdetto dalla partecipazione alle elezioni dopo aver conquistato la nomination presidenziale repubblicana?
«Interdetto da chi? La Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncerà presto sugli sforzi a livello statale per squalificare l’ex presidente dalle elezioni. E probabilmente li troverà incostituzionali. Il miglior giudice del presidente Trump sono gli elettori americani».
Quali sono, secondo lei, i principali fallimenti politici del presidente Biden?
«I principali fallimenti politici del presidente Biden includono i suoi risultati economici, l’inflazione persistente e l’aumento della criminalità, una politica lassista alle frontiere e un mondo sempre più caotico in cui la leadership degli Stati Uniti sta tramontando. I suoi fallimenti politici sono dovuti a lui stesso».
Prosegua.
«Ha pompato denaro nell’economia, provocando un’inflazione paralizzante. Ha condotto una linea di appeasement nei confronti dei nemici dell’America, portando all’avventurismo di russi, cinesi e iraniani».
A proposito della Cina, pensa che Pechino potrebbe cercare di influenzare le prossime elezioni statunitensi? Se sì, quali misure dovrebbero essere adottate?
«Vari rami della Cina comunista hanno lavorato duramente per molti anni con l’obiettivo di influenzare le elezioni statunitensi a livello federale, statale e locale. L’opinione pubblica americana comincia solo ora a rendersi conto della portata di queste campagne. La nostra democrazia ha debolezze intrinseche perché siamo una società aperta. Ma il governo degli Stati Uniti può lavorare in modo più completo per sradicare le operazioni di influenza illegali e informare l’opinione pubblica americana sulle attività malevole di Pechino».
Quali saranno gli Stati che si riveleranno cruciali alle prossime presidenziali?
«Guarderei agli Stati in bilico tradizionalmente importanti di Ohio, Pennsylvania e Florida: anche se la Florida è diventata più conservatrice negli ultimi cicli elettorali. Ancora una volta, è difficile prevedere le dinamiche della corsa oggi, dato che nessuno dei due partiti ha scelto ufficialmente il proprio candidato. La strada da qui alle Convention di partito è molto lontana».
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L’economia Usa dà segni di vitalità, però i cittadini sono insoddisfatti. Presidente in affanno sui migranti. Cautela a destra sull’aborto.Oggi nell’Iowa si aprono le primarie repubblicane. Trump è sempre il grande favorito, ma su di lui pende il rischio di incandidabilità. Tra gli sfidanti, DeSantis è nel pallone mentre la Haley, in ascesa, punta alla vicepresidenza.L’analista Mary Kissel: «Per le previsioni è presto. La Cina proverà a influenzare la campagna».Lo speciale contiene tre articoli.Man mano che elezioni presidenziali americane di novembre si avvicinano, vale forse la pena di dare un’occhiata a quelli che saranno i temi principali della campagna elettorale.EconomiaL’economia americana sta dando segni di oggettivi vitalità sia per quanto riguarda la crescita del Pil sia in riferimento alla creazione di posti di lavoro. Eppure i sondaggi registrano da tempo un’insoddisfazione significativa da parte degli elettori nei confronti della gestione economica di Joe Biden. Come si spiega un simile paradosso? Si spiega con il fatto che gli effetti dell’inflazione, che era notevolmente cresciuta nel 2022 e nella prima parte del 2023, continuano a farsi sentire. Un’inflazione che era aumentata anche a causa delle politiche del presidente americano. Si pensi solo all’American Rescue Plan: un mega pacchetto di aiuti contro il Covid da 1,9 trilioni di dollari che Biden siglò a marzo 2021 sotto pressione della sinistra dem. A detta di vari analisti quel provvedimento ha contribuito significativamente a incrementare l’inflazione che, a giugno 2022, raggiunse il picco nell’arco di ben quarant’anni. Infine, è pur vero che negli ultimi mesi l’inflazione è calata. Tuttavia il merito, più che della Casa Bianca, sembra essere stato della Federal Reserve. In questa situazione, i repubblicani stanno andando all’attacco del presidente, che – sul versante economico – rischia di rivelarsi vulnerabile.Immigrazione La gestione dell’immigrazione clandestina ha sempre rappresentato una delle principali spine nel fianco di Joe Biden. Il problema risiede nel fatto che, pur di attaccare la linea dura di Trump durante la campagna elettorale del 2020, l’attuale presidente sposò una posizione aperturista, che poi però ha dovuto fondamentalmente sconfessare una volta insediatosi alla Casa Bianca. Su questo spinoso dossier, Biden ha quindi scontentato tutti: la sinistra dem lo accusa di scarsa discontinuità rispetto al predecessore, mentre i repubblicani (e anche qualche democratico centrista) lo tacciano di eccessivo lassismo. In tutto questo, nell’anno fiscale 2022 gli Stati Uniti hanno registrato il record storico di arrivi di immigrati clandestini alla frontiera meridionale. Una frontiera che, nelle ultime settimane, è tornata decisamente sotto pressione. Non a caso, i principali candidati alla nomination presidenziale repubblicana – da Trump a Nikki Haley, passando per Ron DeSantis – stanno attaccando il presidente sul piano della politica migratoria. Senza trascurare che malumori nei confronti dell’attuale Casa Bianca sono stati espressi anche da vari amministratori locali democratici. Un sondaggio della Cbs, pubblicato il 7 gennaio scorso, ha del resto rilevato che soltanto il 32% degli americani si dice soddisfatto di come Biden sta affrontando il dossier migratorio.Guerra in UcrainaAd agosto, un sondaggio della Cnn ha registrato che il 55% degli elettori americani è contrario a ulteriori aiuti a Kiev. Si tratta di un dato che, al di là di come la si possa pensare nel merito, non potrà non avere una sua rilevanza nella campagna elettorale per le presidenziali Usa. Una certa vulgata tende a sostenere che Biden vorrebbe mantenere un aiuto granitico all’Ucraina ma che i repubblicani – in preda a istinti isolazionisti – glielo starebbero impedendo. In realtà, la situazione è un poco più complessa. I parlamentari del Gop hanno infatti subordinato l’approvazione di ulteriore assistenza ucraina a politiche migratorie più severe al confine meridionale con il Messico. E attenzione: a sposare questa linea sono anche senatori repubblicani graniticamente pro Kiev e tutt’altro che isolazionisti, come Mitch McConnell e Lindsey Graham. Biden in teoria sarebbe anche d’accordo ad accettare questo compromesso: il problema per lui è che, se lo facesse, dovrebbe affrontare una vera e propria rivolta da parte dell’ala sinistra del suo stesso partito. Trump ha dichiarato che farebbe finire il conflitto in 24 ore: al momento, non si sa se si tratti di una boutade o se l’ex presidente abbia davvero un piano in mente. Biden, dal canto suo, è in rapporti piuttosto turbolenti con il governo di Kiev, come testimoniato dagli attriti di cui ha parlato il Washington Post sulla controffensiva ucraina. Come che sia, il destino della crisi ucraina è strettamente collegato alle dinamiche della campagna elettorale statunitense. Crisi di Gaza La crisi di Gaza, innescata dal brutale attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023, sta avendo delle ripercussioni elettorali negli Stati Uniti soprattutto in seno al campo democratico. La sinistra dell’Asinello è infatti storicamente su posizioni de facto filo-palestinesi e sta accusando Biden di essere troppo vicino allo Stato ebraico. Addirittura ampie frange di musulmani americani, che sono in gran parte elettori dem, hanno avviato una campagna per cercare di boicottare la rielezione dell’attuale presidente americano. Un’opposizione, quella interna, che Biden deve affrontare anche al Congresso: vari parlamentari democratici di estrema sinistra lo stanno infatti criticando per la gestione della crisi di Gaza. Di contro, il fronte repubblicano è tendenzialmente compatto a favore dello Stato ebraico. AbortoNel Gop la prospettiva pro-life resta decisamente maggioritaria. Il dibattito interno riguarda l’approccio da tenere. Secondo vari analisti, i risultati sotto le aspettative dei repubblicani alle ultime Midterm sarebbero frutto di alcune posizioni considerate troppo rigide in materia di opposizione all’interruzione di gravidanza. Per questa ragione, nel campo repubblicano, sia Trump sia Nikki Haley stanno al momento evitando di proporre un divieto federale dell’aborto. L’obiettivo di entrambi è quello di non alienarsi il fondamentale voto degli elettori indipendenti (a partire da quelli residenti nelle aree suburbane). Biden, al contrario, sta conducendo una campagna assolutamente favorevole all’interruzione di gravidanza. Entrò addirittura in polemica con la Corte Suprema nel 2022, quando fu ribaltata la sentenza Roe v Wade.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/analisi-elezioni-usa-2666957338.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nell-iowa-al-via-le-primarie-repubblicane" data-post-id="2666957338" data-published-at="1705320220" data-use-pagination="False"> Nell'Iowa al via le primarie repubblicane Sono primarie repubblicane atipiche quelle che si aprono oggi con il caucus dell’Iowa. Il frontrunner è un ex presidente in cerca di riconferma su cui pendono ben quattro incriminazioni: una situazione che non ha precedenti nella storia americana. E non è tutto. Quello stesso frontrunner rischia di ritrovarsi incandidabile a causa di una serie di ricorsi legali che hanno invocato la sua interdizione sulla base di una clausola del Quattordicesimo emendamento: una clausola, secondo cui non possono ricoprire incarichi pubblici coloro che abbiano preso parte ad attività sediziose. Insomma, che queste primarie ruoteranno interamente attorno alla figura di Donald Trump è quasi scontato. L’ex presidente è più battagliero che mai e, rispetto a un anno fa, è tornato pienamente in pista. Nonostante fosse uscito ammaccato dalle elezioni di metà mandato del 2022, si è infatti ripreso proprio grazie alle incriminazioni che gli sono piovute addosso a partire dal 30 marzo scorso. Da allora, secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics dedicata alle primarie repubblicane, l’ex presidente ha conquistato 20 punti percentuali a livello nazionale. Questo vuol dire che, almeno in termini di consensi, Trump è uscito politicamente rafforzato dalle tegole giudiziarie che lo hanno colpito. L’incognita riguarda adesso semmai come tali tegole si intersecheranno con le primarie in partenza oggi. Il primo processo, quello sul presunto tentativo di ribaltamento delle elezioni del 2020, dovrebbe cominciare il 4 marzo: il giorno prima del Super Tuesday, quando numerosi Stati voteranno contemporaneamente, assegnando gran parte dei delegati necessari per conquistare la nomination presidenziale. Non solo. La Corte Suprema degli Stati Uniti dovrà anche pronunciarsi sulla sentenza del Colorado che ha escluso l’ex presidente dalle primarie di questo Stato. Le incognite, come si vede, sono molte. Per ora, l’unica cosa certa è che, come abbiamo visto, i vari guai giudiziari hanno avuto l’unico effetto di rivitalizzare elettoralmente Trump. E sono i numeri a parlare. Sempre secondo Real Clear Politics, l’ex presidente è al 63% dei consensi a livello nazionale per quanto riguarda le primarie, potendo contare su un vantaggio di circa 50 punti rispetto ai principali contendenti in campo. Numeri che, se confermati alla prova del voto, potrebbero consentire all’ex presidente di blindare matematicamente la nomination già a marzo. Ricordiamo d’altronde che Trump vinse le primarie del 2016 con il 45% dei voti complessivi, mentre Mitt Romney si aggiudicò quelle del 2012 attestandosi al 52%. È dunque chiaro che, con una situazione simile, il principale punto interrogativo oggi attiene alla sfera giudiziaria. Che cosa accadrebbe se Trump fosse condannato durante la campagna elettorale? Tecnicamente potrebbe continuare a correre per la Casa Bianca anche da dietro le sbarre (come insegna il precedente del socialista Eugene V. Debs, che partecipò alle presidenziali del 1920 mentre era incarcerato). E se invece Trump fosse dichiarato incandidabile dopo aver matematicamente blindato la nomination? A quel punto la palla passerebbe probabilmente alla Convention nazionale di luglio e scoppierebbe il caos. Nel frattempo, l’ex presidente resta il grande favorito per vincere queste primarie. In Iowa, ha un vantaggio del 35%: una cifra che, dovesse essere confermata alle urne, rappresenterebbe probabilmente un colpo fatale alla campagna di Ron DeSantis, che ha finora scommesso quasi tutto proprio su questo Stato. Il governatore della Florida appare ormai sempre più nel pallone. E stanno circolando indiscrezioni secondo cui, in caso di risultato insoddisfacente al caucus odierno, potrebbe addirittura ritirarsi dalla competizione. Trump è al momento avanti di 30 punti anche in South Carolina, lo Stato di cui fu governatrice Nikki Haley dal 2011 al 2017: la differenza rispetto all’Iowa è però che qui si voterà a fine febbraio. Bisognerà quindi capire se l’ex presidente sarà in grado di mantenere un simile vantaggio nelle prossime settimane. Eh sì, perché il vero spartiacque di questa competizione potrebbero rivelarsi le primarie del New Hampshire, previste il 23 gennaio. Qui al momento Trump continua a restare in vantaggio. Tuttavia è anche vero che la Haley sta guadagnando terreno: un recente sondaggio della Cnn la dà a soli sette punti dall’ex presidente. I guai per Trump potrebbero aumentare dopo che, pochi giorni fa, si è ritirato dalla corsa Chris Christie. Candidato apertamente antitrumpista, l’ex governatore del New Jersey aveva in cassaforte un significativo pacchetto di voti in New Hampshire (circa il 10%): voti che adesso potrebbero virare sull’ex ambasciatrice all’Onu, la quale può anche contare sul potente network di finanziatori gravitante attorno al miliardario Charles Koch. Se non proprio vincere, l’obiettivo della Haley in New Hampshire è arrivare almeno al secondo posto a una distanza ravvicinata rispetto a Trump. Un risultato, questo, con cui l’ex ambasciatrice potrebbe rivendicare di essere competitiva e far così decollare la propria campagna elettorale. Le primarie repubblicane del New Hampshire hanno d’altronde anche un significato storico e, per così dire, psicologico. È dal 2004 che il candidato che le vince riesce poi a conquistare la nomination del Gop. Attenzione però. In primis, non tutti i sondaggi sono oggi per lei benevoli come quello della Cnn. Una rilevazione della Suffolk University la dà infatti 20 punti dietro all’ex presidente nel cosiddetto Granite State. In secondo luogo, una recente analisi di Politico a firma di Jonathan Martin ha mostrato che, anche qualora registrasse una buona performance in New Hampshire, non è detto che la Haley avrebbe grandi chances di conquistare alla fine la nomination. Stando a tale analisi, l’elettorato del Granite State non sarebbe infatti più rappresentativo della maggioranza dei nuovi elettori repubblicani: oggi, secondo Martin, la sfida non sarebbe più tra conservatori ed establishment, ma tutto si fonderebbe su una distinzione di «classe». È, in altri termini, la working class che sta diventando sempre più centrale nel Gop. E, da questo punto di vista, Trump, almeno virtualmente, resta avvantaggiato. Come che sia, l’ex ambasciatrice è oggi meglio posizionata di DeSantis rispetto all’eventualità di ottenere una candidatura alla vicepresidenza. Se Trump vincesse la nomination, potrebbe scegliere lei come running mate, anziché il governatore della Florida. Questo consentirebbe all’ex presidente di federare le varie anime del Partito repubblicano e di tendere un ramoscello d’ulivo a quegli apparati governativi che, soprattutto al Pentagono, apprezzano le posizioni in politica estera della Haley. Di contro, l’elettore medio di DeSantis, se il governatore uscisse di scena, virerebbe quasi certamente su Trump già di suo. Sì, sono primarie repubblicane atipiche quelle che cominciano oggi. E azzardare previsioni sul futuro politico degli Usa non è forse mai stato così difficile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/analisi-elezioni-usa-2666957338.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mary-kissel-se-biden-si-ritirasse-dalla-contesa-molti-elettori-dem-approverebbero" data-post-id="2666957338" data-published-at="1705320220" data-use-pagination="False"> Mary Kissel: «Se Biden si ritirasse dalla contesa molti elettori dem approverebbero» Le incognite che aleggiano sulle prossime elezioni americane non riguardano soltanto i guai giudiziari di Donald Trump e l’impopolarità crescente di Joe Biden. Emerge anche un tema di possibili interferenze da parte della Repubblica popolare cinese. Per cercare di fare chiarezza su queste dinamiche aggrovigliate, La Verità ha deciso di intervistare Mary Kissel, che è stata senior advisor dell’allora segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e che è attualmente vicepresidente esecutivo di Stephens Inc. Mary Kissel, secondo lei che cosa accadrebbe se il presidente Biden si ritirasse dalla campagna presidenziale? «Questa è una domanda difficile a cui rispondere. La stragrande maggioranza degli americani di entrambi i partiti politici ritiene che il presidente Biden sia troppo vecchio per candidarsi alla rielezione. Molti democratici potrebbero accogliere favorevolmente l’opportunità di sostenere un candidato diverso, più giovane, anche se venisse inserito nella scheda elettorale a ridosso delle elezioni di novembre. Ma contano anche la qualità e l’attrattiva del candidato repubblicano». Cosa potrebbe accadere se Donald Trump venisse interdetto dalla partecipazione alle elezioni dopo aver conquistato la nomination presidenziale repubblicana? «Interdetto da chi? La Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncerà presto sugli sforzi a livello statale per squalificare l’ex presidente dalle elezioni. E probabilmente li troverà incostituzionali. Il miglior giudice del presidente Trump sono gli elettori americani». Quali sono, secondo lei, i principali fallimenti politici del presidente Biden? «I principali fallimenti politici del presidente Biden includono i suoi risultati economici, l’inflazione persistente e l’aumento della criminalità, una politica lassista alle frontiere e un mondo sempre più caotico in cui la leadership degli Stati Uniti sta tramontando. I suoi fallimenti politici sono dovuti a lui stesso». Prosegua. «Ha pompato denaro nell’economia, provocando un’inflazione paralizzante. Ha condotto una linea di appeasement nei confronti dei nemici dell’America, portando all’avventurismo di russi, cinesi e iraniani». A proposito della Cina, pensa che Pechino potrebbe cercare di influenzare le prossime elezioni statunitensi? Se sì, quali misure dovrebbero essere adottate? «Vari rami della Cina comunista hanno lavorato duramente per molti anni con l’obiettivo di influenzare le elezioni statunitensi a livello federale, statale e locale. L’opinione pubblica americana comincia solo ora a rendersi conto della portata di queste campagne. La nostra democrazia ha debolezze intrinseche perché siamo una società aperta. Ma il governo degli Stati Uniti può lavorare in modo più completo per sradicare le operazioni di influenza illegali e informare l’opinione pubblica americana sulle attività malevole di Pechino». Quali saranno gli Stati che si riveleranno cruciali alle prossime presidenziali? «Guarderei agli Stati in bilico tradizionalmente importanti di Ohio, Pennsylvania e Florida: anche se la Florida è diventata più conservatrice negli ultimi cicli elettorali. Ancora una volta, è difficile prevedere le dinamiche della corsa oggi, dato che nessuno dei due partiti ha scelto ufficialmente il proprio candidato. La strada da qui alle Convention di partito è molto lontana».
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.