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2024-01-15
Dall’inflazione a Kiev, le variabili chiave della corsa alla Casa Bianca
Joe Biden e Donald Trump (Ansa)
Man mano che elezioni presidenziali americane di novembre si avvicinano, vale forse la pena di dare un’occhiata a quelli che saranno i temi principali della campagna elettorale.
Economia
L’economia americana sta dando segni di oggettivi vitalità sia per quanto riguarda la crescita del Pil sia in riferimento alla creazione di posti di lavoro. Eppure i sondaggi registrano da tempo un’insoddisfazione significativa da parte degli elettori nei confronti della gestione economica di Joe Biden. Come si spiega un simile paradosso? Si spiega con il fatto che gli effetti dell’inflazione, che era notevolmente cresciuta nel 2022 e nella prima parte del 2023, continuano a farsi sentire. Un’inflazione che era aumentata anche a causa delle politiche del presidente americano. Si pensi solo all’American Rescue Plan: un mega pacchetto di aiuti contro il Covid da 1,9 trilioni di dollari che Biden siglò a marzo 2021 sotto pressione della sinistra dem. A detta di vari analisti quel provvedimento ha contribuito significativamente a incrementare l’inflazione che, a giugno 2022, raggiunse il picco nell’arco di ben quarant’anni. Infine, è pur vero che negli ultimi mesi l’inflazione è calata. Tuttavia il merito, più che della Casa Bianca, sembra essere stato della Federal Reserve. In questa situazione, i repubblicani stanno andando all’attacco del presidente, che – sul versante economico – rischia di rivelarsi vulnerabile.
Immigrazione
La gestione dell’immigrazione clandestina ha sempre rappresentato una delle principali spine nel fianco di Joe Biden. Il problema risiede nel fatto che, pur di attaccare la linea dura di Trump durante la campagna elettorale del 2020, l’attuale presidente sposò una posizione aperturista, che poi però ha dovuto fondamentalmente sconfessare una volta insediatosi alla Casa Bianca. Su questo spinoso dossier, Biden ha quindi scontentato tutti: la sinistra dem lo accusa di scarsa discontinuità rispetto al predecessore, mentre i repubblicani (e anche qualche democratico centrista) lo tacciano di eccessivo lassismo. In tutto questo, nell’anno fiscale 2022 gli Stati Uniti hanno registrato il record storico di arrivi di immigrati clandestini alla frontiera meridionale. Una frontiera che, nelle ultime settimane, è tornata decisamente sotto pressione. Non a caso, i principali candidati alla nomination presidenziale repubblicana – da Trump a Nikki Haley, passando per Ron DeSantis – stanno attaccando il presidente sul piano della politica migratoria. Senza trascurare che malumori nei confronti dell’attuale Casa Bianca sono stati espressi anche da vari amministratori locali democratici. Un sondaggio della Cbs, pubblicato il 7 gennaio scorso, ha del resto rilevato che soltanto il 32% degli americani si dice soddisfatto di come Biden sta affrontando il dossier migratorio.
Guerra in Ucraina
Ad agosto, un sondaggio della Cnn ha registrato che il 55% degli elettori americani è contrario a ulteriori aiuti a Kiev. Si tratta di un dato che, al di là di come la si possa pensare nel merito, non potrà non avere una sua rilevanza nella campagna elettorale per le presidenziali Usa. Una certa vulgata tende a sostenere che Biden vorrebbe mantenere un aiuto granitico all’Ucraina ma che i repubblicani – in preda a istinti isolazionisti – glielo starebbero impedendo. In realtà, la situazione è un poco più complessa. I parlamentari del Gop hanno infatti subordinato l’approvazione di ulteriore assistenza ucraina a politiche migratorie più severe al confine meridionale con il Messico. E attenzione: a sposare questa linea sono anche senatori repubblicani graniticamente pro Kiev e tutt’altro che isolazionisti, come Mitch McConnell e Lindsey Graham. Biden in teoria sarebbe anche d’accordo ad accettare questo compromesso: il problema per lui è che, se lo facesse, dovrebbe affrontare una vera e propria rivolta da parte dell’ala sinistra del suo stesso partito. Trump ha dichiarato che farebbe finire il conflitto in 24 ore: al momento, non si sa se si tratti di una boutade o se l’ex presidente abbia davvero un piano in mente. Biden, dal canto suo, è in rapporti piuttosto turbolenti con il governo di Kiev, come testimoniato dagli attriti di cui ha parlato il Washington Post sulla controffensiva ucraina. Come che sia, il destino della crisi ucraina è strettamente collegato alle dinamiche della campagna elettorale statunitense.
Crisi di Gaza
La crisi di Gaza, innescata dal brutale attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023, sta avendo delle ripercussioni elettorali negli Stati Uniti soprattutto in seno al campo democratico. La sinistra dell’Asinello è infatti storicamente su posizioni de facto filo-palestinesi e sta accusando Biden di essere troppo vicino allo Stato ebraico. Addirittura ampie frange di musulmani americani, che sono in gran parte elettori dem, hanno avviato una campagna per cercare di boicottare la rielezione dell’attuale presidente americano. Un’opposizione, quella interna, che Biden deve affrontare anche al Congresso: vari parlamentari democratici di estrema sinistra lo stanno infatti criticando per la gestione della crisi di Gaza. Di contro, il fronte repubblicano è tendenzialmente compatto a favore dello Stato ebraico.
Aborto
Nel Gop la prospettiva pro-life resta decisamente maggioritaria. Il dibattito interno riguarda l’approccio da tenere. Secondo vari analisti, i risultati sotto le aspettative dei repubblicani alle ultime Midterm sarebbero frutto di alcune posizioni considerate troppo rigide in materia di opposizione all’interruzione di gravidanza. Per questa ragione, nel campo repubblicano, sia Trump sia Nikki Haley stanno al momento evitando di proporre un divieto federale dell’aborto. L’obiettivo di entrambi è quello di non alienarsi il fondamentale voto degli elettori indipendenti (a partire da quelli residenti nelle aree suburbane). Biden, al contrario, sta conducendo una campagna assolutamente favorevole all’interruzione di gravidanza. Entrò addirittura in polemica con la Corte Suprema nel 2022, quando fu ribaltata la sentenza Roe v Wade.
Nell'Iowa al via le primarie repubblicane
Sono primarie repubblicane atipiche quelle che si aprono oggi con il caucus dell’Iowa. Il frontrunner è un ex presidente in cerca di riconferma su cui pendono ben quattro incriminazioni: una situazione che non ha precedenti nella storia americana. E non è tutto. Quello stesso frontrunner rischia di ritrovarsi incandidabile a causa di una serie di ricorsi legali che hanno invocato la sua interdizione sulla base di una clausola del Quattordicesimo emendamento: una clausola, secondo cui non possono ricoprire incarichi pubblici coloro che abbiano preso parte ad attività sediziose.
Insomma, che queste primarie ruoteranno interamente attorno alla figura di Donald Trump è quasi scontato. L’ex presidente è più battagliero che mai e, rispetto a un anno fa, è tornato pienamente in pista. Nonostante fosse uscito ammaccato dalle elezioni di metà mandato del 2022, si è infatti ripreso proprio grazie alle incriminazioni che gli sono piovute addosso a partire dal 30 marzo scorso. Da allora, secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics dedicata alle primarie repubblicane, l’ex presidente ha conquistato 20 punti percentuali a livello nazionale. Questo vuol dire che, almeno in termini di consensi, Trump è uscito politicamente rafforzato dalle tegole giudiziarie che lo hanno colpito. L’incognita riguarda adesso semmai come tali tegole si intersecheranno con le primarie in partenza oggi.
Il primo processo, quello sul presunto tentativo di ribaltamento delle elezioni del 2020, dovrebbe cominciare il 4 marzo: il giorno prima del Super Tuesday, quando numerosi Stati voteranno contemporaneamente, assegnando gran parte dei delegati necessari per conquistare la nomination presidenziale. Non solo. La Corte Suprema degli Stati Uniti dovrà anche pronunciarsi sulla sentenza del Colorado che ha escluso l’ex presidente dalle primarie di questo Stato. Le incognite, come si vede, sono molte. Per ora, l’unica cosa certa è che, come abbiamo visto, i vari guai giudiziari hanno avuto l’unico effetto di rivitalizzare elettoralmente Trump.
E sono i numeri a parlare. Sempre secondo Real Clear Politics, l’ex presidente è al 63% dei consensi a livello nazionale per quanto riguarda le primarie, potendo contare su un vantaggio di circa 50 punti rispetto ai principali contendenti in campo. Numeri che, se confermati alla prova del voto, potrebbero consentire all’ex presidente di blindare matematicamente la nomination già a marzo. Ricordiamo d’altronde che Trump vinse le primarie del 2016 con il 45% dei voti complessivi, mentre Mitt Romney si aggiudicò quelle del 2012 attestandosi al 52%.
È dunque chiaro che, con una situazione simile, il principale punto interrogativo oggi attiene alla sfera giudiziaria. Che cosa accadrebbe se Trump fosse condannato durante la campagna elettorale? Tecnicamente potrebbe continuare a correre per la Casa Bianca anche da dietro le sbarre (come insegna il precedente del socialista Eugene V. Debs, che partecipò alle presidenziali del 1920 mentre era incarcerato). E se invece Trump fosse dichiarato incandidabile dopo aver matematicamente blindato la nomination? A quel punto la palla passerebbe probabilmente alla Convention nazionale di luglio e scoppierebbe il caos.
Nel frattempo, l’ex presidente resta il grande favorito per vincere queste primarie. In Iowa, ha un vantaggio del 35%: una cifra che, dovesse essere confermata alle urne, rappresenterebbe probabilmente un colpo fatale alla campagna di Ron DeSantis, che ha finora scommesso quasi tutto proprio su questo Stato. Il governatore della Florida appare ormai sempre più nel pallone. E stanno circolando indiscrezioni secondo cui, in caso di risultato insoddisfacente al caucus odierno, potrebbe addirittura ritirarsi dalla competizione. Trump è al momento avanti di 30 punti anche in South Carolina, lo Stato di cui fu governatrice Nikki Haley dal 2011 al 2017: la differenza rispetto all’Iowa è però che qui si voterà a fine febbraio. Bisognerà quindi capire se l’ex presidente sarà in grado di mantenere un simile vantaggio nelle prossime settimane.
Eh sì, perché il vero spartiacque di questa competizione potrebbero rivelarsi le primarie del New Hampshire, previste il 23 gennaio. Qui al momento Trump continua a restare in vantaggio. Tuttavia è anche vero che la Haley sta guadagnando terreno: un recente sondaggio della Cnn la dà a soli sette punti dall’ex presidente. I guai per Trump potrebbero aumentare dopo che, pochi giorni fa, si è ritirato dalla corsa Chris Christie. Candidato apertamente antitrumpista, l’ex governatore del New Jersey aveva in cassaforte un significativo pacchetto di voti in New Hampshire (circa il 10%): voti che adesso potrebbero virare sull’ex ambasciatrice all’Onu, la quale può anche contare sul potente network di finanziatori gravitante attorno al miliardario Charles Koch.
Se non proprio vincere, l’obiettivo della Haley in New Hampshire è arrivare almeno al secondo posto a una distanza ravvicinata rispetto a Trump. Un risultato, questo, con cui l’ex ambasciatrice potrebbe rivendicare di essere competitiva e far così decollare la propria campagna elettorale. Le primarie repubblicane del New Hampshire hanno d’altronde anche un significato storico e, per così dire, psicologico. È dal 2004 che il candidato che le vince riesce poi a conquistare la nomination del Gop. Attenzione però. In primis, non tutti i sondaggi sono oggi per lei benevoli come quello della Cnn. Una rilevazione della Suffolk University la dà infatti 20 punti dietro all’ex presidente nel cosiddetto Granite State. In secondo luogo, una recente analisi di Politico a firma di Jonathan Martin ha mostrato che, anche qualora registrasse una buona performance in New Hampshire, non è detto che la Haley avrebbe grandi chances di conquistare alla fine la nomination. Stando a tale analisi, l’elettorato del Granite State non sarebbe infatti più rappresentativo della maggioranza dei nuovi elettori repubblicani: oggi, secondo Martin, la sfida non sarebbe più tra conservatori ed establishment, ma tutto si fonderebbe su una distinzione di «classe». È, in altri termini, la working class che sta diventando sempre più centrale nel Gop. E, da questo punto di vista, Trump, almeno virtualmente, resta avvantaggiato.
Come che sia, l’ex ambasciatrice è oggi meglio posizionata di DeSantis rispetto all’eventualità di ottenere una candidatura alla vicepresidenza. Se Trump vincesse la nomination, potrebbe scegliere lei come running mate, anziché il governatore della Florida. Questo consentirebbe all’ex presidente di federare le varie anime del Partito repubblicano e di tendere un ramoscello d’ulivo a quegli apparati governativi che, soprattutto al Pentagono, apprezzano le posizioni in politica estera della Haley. Di contro, l’elettore medio di DeSantis, se il governatore uscisse di scena, virerebbe quasi certamente su Trump già di suo.
Sì, sono primarie repubblicane atipiche quelle che cominciano oggi. E azzardare previsioni sul futuro politico degli Usa non è forse mai stato così difficile.
Mary Kissel: «Se Biden si ritirasse dalla contesa molti elettori dem approverebbero»
Le incognite che aleggiano sulle prossime elezioni americane non riguardano soltanto i guai giudiziari di Donald Trump e l’impopolarità crescente di Joe Biden. Emerge anche un tema di possibili interferenze da parte della Repubblica popolare cinese. Per cercare di fare chiarezza su queste dinamiche aggrovigliate, La Verità ha deciso di intervistare Mary Kissel, che è stata senior advisor dell’allora segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e che è attualmente vicepresidente esecutivo di Stephens Inc.
Mary Kissel, secondo lei che cosa accadrebbe se il presidente Biden si ritirasse dalla campagna presidenziale?
«Questa è una domanda difficile a cui rispondere. La stragrande maggioranza degli americani di entrambi i partiti politici ritiene che il presidente Biden sia troppo vecchio per candidarsi alla rielezione. Molti democratici potrebbero accogliere favorevolmente l’opportunità di sostenere un candidato diverso, più giovane, anche se venisse inserito nella scheda elettorale a ridosso delle elezioni di novembre. Ma contano anche la qualità e l’attrattiva del candidato repubblicano».
Cosa potrebbe accadere se Donald Trump venisse interdetto dalla partecipazione alle elezioni dopo aver conquistato la nomination presidenziale repubblicana?
«Interdetto da chi? La Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncerà presto sugli sforzi a livello statale per squalificare l’ex presidente dalle elezioni. E probabilmente li troverà incostituzionali. Il miglior giudice del presidente Trump sono gli elettori americani».
Quali sono, secondo lei, i principali fallimenti politici del presidente Biden?
«I principali fallimenti politici del presidente Biden includono i suoi risultati economici, l’inflazione persistente e l’aumento della criminalità, una politica lassista alle frontiere e un mondo sempre più caotico in cui la leadership degli Stati Uniti sta tramontando. I suoi fallimenti politici sono dovuti a lui stesso».
Prosegua.
«Ha pompato denaro nell’economia, provocando un’inflazione paralizzante. Ha condotto una linea di appeasement nei confronti dei nemici dell’America, portando all’avventurismo di russi, cinesi e iraniani».
A proposito della Cina, pensa che Pechino potrebbe cercare di influenzare le prossime elezioni statunitensi? Se sì, quali misure dovrebbero essere adottate?
«Vari rami della Cina comunista hanno lavorato duramente per molti anni con l’obiettivo di influenzare le elezioni statunitensi a livello federale, statale e locale. L’opinione pubblica americana comincia solo ora a rendersi conto della portata di queste campagne. La nostra democrazia ha debolezze intrinseche perché siamo una società aperta. Ma il governo degli Stati Uniti può lavorare in modo più completo per sradicare le operazioni di influenza illegali e informare l’opinione pubblica americana sulle attività malevole di Pechino».
Quali saranno gli Stati che si riveleranno cruciali alle prossime presidenziali?
«Guarderei agli Stati in bilico tradizionalmente importanti di Ohio, Pennsylvania e Florida: anche se la Florida è diventata più conservatrice negli ultimi cicli elettorali. Ancora una volta, è difficile prevedere le dinamiche della corsa oggi, dato che nessuno dei due partiti ha scelto ufficialmente il proprio candidato. La strada da qui alle Convention di partito è molto lontana».
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L’economia Usa dà segni di vitalità, però i cittadini sono insoddisfatti. Presidente in affanno sui migranti. Cautela a destra sull’aborto.Oggi nell’Iowa si aprono le primarie repubblicane. Trump è sempre il grande favorito, ma su di lui pende il rischio di incandidabilità. Tra gli sfidanti, DeSantis è nel pallone mentre la Haley, in ascesa, punta alla vicepresidenza.L’analista Mary Kissel: «Per le previsioni è presto. La Cina proverà a influenzare la campagna».Lo speciale contiene tre articoli.Man mano che elezioni presidenziali americane di novembre si avvicinano, vale forse la pena di dare un’occhiata a quelli che saranno i temi principali della campagna elettorale.EconomiaL’economia americana sta dando segni di oggettivi vitalità sia per quanto riguarda la crescita del Pil sia in riferimento alla creazione di posti di lavoro. Eppure i sondaggi registrano da tempo un’insoddisfazione significativa da parte degli elettori nei confronti della gestione economica di Joe Biden. Come si spiega un simile paradosso? Si spiega con il fatto che gli effetti dell’inflazione, che era notevolmente cresciuta nel 2022 e nella prima parte del 2023, continuano a farsi sentire. Un’inflazione che era aumentata anche a causa delle politiche del presidente americano. Si pensi solo all’American Rescue Plan: un mega pacchetto di aiuti contro il Covid da 1,9 trilioni di dollari che Biden siglò a marzo 2021 sotto pressione della sinistra dem. A detta di vari analisti quel provvedimento ha contribuito significativamente a incrementare l’inflazione che, a giugno 2022, raggiunse il picco nell’arco di ben quarant’anni. Infine, è pur vero che negli ultimi mesi l’inflazione è calata. Tuttavia il merito, più che della Casa Bianca, sembra essere stato della Federal Reserve. In questa situazione, i repubblicani stanno andando all’attacco del presidente, che – sul versante economico – rischia di rivelarsi vulnerabile.Immigrazione La gestione dell’immigrazione clandestina ha sempre rappresentato una delle principali spine nel fianco di Joe Biden. Il problema risiede nel fatto che, pur di attaccare la linea dura di Trump durante la campagna elettorale del 2020, l’attuale presidente sposò una posizione aperturista, che poi però ha dovuto fondamentalmente sconfessare una volta insediatosi alla Casa Bianca. Su questo spinoso dossier, Biden ha quindi scontentato tutti: la sinistra dem lo accusa di scarsa discontinuità rispetto al predecessore, mentre i repubblicani (e anche qualche democratico centrista) lo tacciano di eccessivo lassismo. In tutto questo, nell’anno fiscale 2022 gli Stati Uniti hanno registrato il record storico di arrivi di immigrati clandestini alla frontiera meridionale. Una frontiera che, nelle ultime settimane, è tornata decisamente sotto pressione. Non a caso, i principali candidati alla nomination presidenziale repubblicana – da Trump a Nikki Haley, passando per Ron DeSantis – stanno attaccando il presidente sul piano della politica migratoria. Senza trascurare che malumori nei confronti dell’attuale Casa Bianca sono stati espressi anche da vari amministratori locali democratici. Un sondaggio della Cbs, pubblicato il 7 gennaio scorso, ha del resto rilevato che soltanto il 32% degli americani si dice soddisfatto di come Biden sta affrontando il dossier migratorio.Guerra in UcrainaAd agosto, un sondaggio della Cnn ha registrato che il 55% degli elettori americani è contrario a ulteriori aiuti a Kiev. Si tratta di un dato che, al di là di come la si possa pensare nel merito, non potrà non avere una sua rilevanza nella campagna elettorale per le presidenziali Usa. Una certa vulgata tende a sostenere che Biden vorrebbe mantenere un aiuto granitico all’Ucraina ma che i repubblicani – in preda a istinti isolazionisti – glielo starebbero impedendo. In realtà, la situazione è un poco più complessa. I parlamentari del Gop hanno infatti subordinato l’approvazione di ulteriore assistenza ucraina a politiche migratorie più severe al confine meridionale con il Messico. E attenzione: a sposare questa linea sono anche senatori repubblicani graniticamente pro Kiev e tutt’altro che isolazionisti, come Mitch McConnell e Lindsey Graham. Biden in teoria sarebbe anche d’accordo ad accettare questo compromesso: il problema per lui è che, se lo facesse, dovrebbe affrontare una vera e propria rivolta da parte dell’ala sinistra del suo stesso partito. Trump ha dichiarato che farebbe finire il conflitto in 24 ore: al momento, non si sa se si tratti di una boutade o se l’ex presidente abbia davvero un piano in mente. Biden, dal canto suo, è in rapporti piuttosto turbolenti con il governo di Kiev, come testimoniato dagli attriti di cui ha parlato il Washington Post sulla controffensiva ucraina. Come che sia, il destino della crisi ucraina è strettamente collegato alle dinamiche della campagna elettorale statunitense. Crisi di Gaza La crisi di Gaza, innescata dal brutale attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023, sta avendo delle ripercussioni elettorali negli Stati Uniti soprattutto in seno al campo democratico. La sinistra dell’Asinello è infatti storicamente su posizioni de facto filo-palestinesi e sta accusando Biden di essere troppo vicino allo Stato ebraico. Addirittura ampie frange di musulmani americani, che sono in gran parte elettori dem, hanno avviato una campagna per cercare di boicottare la rielezione dell’attuale presidente americano. Un’opposizione, quella interna, che Biden deve affrontare anche al Congresso: vari parlamentari democratici di estrema sinistra lo stanno infatti criticando per la gestione della crisi di Gaza. Di contro, il fronte repubblicano è tendenzialmente compatto a favore dello Stato ebraico. AbortoNel Gop la prospettiva pro-life resta decisamente maggioritaria. Il dibattito interno riguarda l’approccio da tenere. Secondo vari analisti, i risultati sotto le aspettative dei repubblicani alle ultime Midterm sarebbero frutto di alcune posizioni considerate troppo rigide in materia di opposizione all’interruzione di gravidanza. Per questa ragione, nel campo repubblicano, sia Trump sia Nikki Haley stanno al momento evitando di proporre un divieto federale dell’aborto. L’obiettivo di entrambi è quello di non alienarsi il fondamentale voto degli elettori indipendenti (a partire da quelli residenti nelle aree suburbane). Biden, al contrario, sta conducendo una campagna assolutamente favorevole all’interruzione di gravidanza. Entrò addirittura in polemica con la Corte Suprema nel 2022, quando fu ribaltata la sentenza Roe v Wade.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/analisi-elezioni-usa-2666957338.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nell-iowa-al-via-le-primarie-repubblicane" data-post-id="2666957338" data-published-at="1705320220" data-use-pagination="False"> Nell'Iowa al via le primarie repubblicane Sono primarie repubblicane atipiche quelle che si aprono oggi con il caucus dell’Iowa. Il frontrunner è un ex presidente in cerca di riconferma su cui pendono ben quattro incriminazioni: una situazione che non ha precedenti nella storia americana. E non è tutto. Quello stesso frontrunner rischia di ritrovarsi incandidabile a causa di una serie di ricorsi legali che hanno invocato la sua interdizione sulla base di una clausola del Quattordicesimo emendamento: una clausola, secondo cui non possono ricoprire incarichi pubblici coloro che abbiano preso parte ad attività sediziose. Insomma, che queste primarie ruoteranno interamente attorno alla figura di Donald Trump è quasi scontato. L’ex presidente è più battagliero che mai e, rispetto a un anno fa, è tornato pienamente in pista. Nonostante fosse uscito ammaccato dalle elezioni di metà mandato del 2022, si è infatti ripreso proprio grazie alle incriminazioni che gli sono piovute addosso a partire dal 30 marzo scorso. Da allora, secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics dedicata alle primarie repubblicane, l’ex presidente ha conquistato 20 punti percentuali a livello nazionale. Questo vuol dire che, almeno in termini di consensi, Trump è uscito politicamente rafforzato dalle tegole giudiziarie che lo hanno colpito. L’incognita riguarda adesso semmai come tali tegole si intersecheranno con le primarie in partenza oggi. Il primo processo, quello sul presunto tentativo di ribaltamento delle elezioni del 2020, dovrebbe cominciare il 4 marzo: il giorno prima del Super Tuesday, quando numerosi Stati voteranno contemporaneamente, assegnando gran parte dei delegati necessari per conquistare la nomination presidenziale. Non solo. La Corte Suprema degli Stati Uniti dovrà anche pronunciarsi sulla sentenza del Colorado che ha escluso l’ex presidente dalle primarie di questo Stato. Le incognite, come si vede, sono molte. Per ora, l’unica cosa certa è che, come abbiamo visto, i vari guai giudiziari hanno avuto l’unico effetto di rivitalizzare elettoralmente Trump. E sono i numeri a parlare. Sempre secondo Real Clear Politics, l’ex presidente è al 63% dei consensi a livello nazionale per quanto riguarda le primarie, potendo contare su un vantaggio di circa 50 punti rispetto ai principali contendenti in campo. Numeri che, se confermati alla prova del voto, potrebbero consentire all’ex presidente di blindare matematicamente la nomination già a marzo. Ricordiamo d’altronde che Trump vinse le primarie del 2016 con il 45% dei voti complessivi, mentre Mitt Romney si aggiudicò quelle del 2012 attestandosi al 52%. È dunque chiaro che, con una situazione simile, il principale punto interrogativo oggi attiene alla sfera giudiziaria. Che cosa accadrebbe se Trump fosse condannato durante la campagna elettorale? Tecnicamente potrebbe continuare a correre per la Casa Bianca anche da dietro le sbarre (come insegna il precedente del socialista Eugene V. Debs, che partecipò alle presidenziali del 1920 mentre era incarcerato). E se invece Trump fosse dichiarato incandidabile dopo aver matematicamente blindato la nomination? A quel punto la palla passerebbe probabilmente alla Convention nazionale di luglio e scoppierebbe il caos. Nel frattempo, l’ex presidente resta il grande favorito per vincere queste primarie. In Iowa, ha un vantaggio del 35%: una cifra che, dovesse essere confermata alle urne, rappresenterebbe probabilmente un colpo fatale alla campagna di Ron DeSantis, che ha finora scommesso quasi tutto proprio su questo Stato. Il governatore della Florida appare ormai sempre più nel pallone. E stanno circolando indiscrezioni secondo cui, in caso di risultato insoddisfacente al caucus odierno, potrebbe addirittura ritirarsi dalla competizione. Trump è al momento avanti di 30 punti anche in South Carolina, lo Stato di cui fu governatrice Nikki Haley dal 2011 al 2017: la differenza rispetto all’Iowa è però che qui si voterà a fine febbraio. Bisognerà quindi capire se l’ex presidente sarà in grado di mantenere un simile vantaggio nelle prossime settimane. Eh sì, perché il vero spartiacque di questa competizione potrebbero rivelarsi le primarie del New Hampshire, previste il 23 gennaio. Qui al momento Trump continua a restare in vantaggio. Tuttavia è anche vero che la Haley sta guadagnando terreno: un recente sondaggio della Cnn la dà a soli sette punti dall’ex presidente. I guai per Trump potrebbero aumentare dopo che, pochi giorni fa, si è ritirato dalla corsa Chris Christie. Candidato apertamente antitrumpista, l’ex governatore del New Jersey aveva in cassaforte un significativo pacchetto di voti in New Hampshire (circa il 10%): voti che adesso potrebbero virare sull’ex ambasciatrice all’Onu, la quale può anche contare sul potente network di finanziatori gravitante attorno al miliardario Charles Koch. Se non proprio vincere, l’obiettivo della Haley in New Hampshire è arrivare almeno al secondo posto a una distanza ravvicinata rispetto a Trump. Un risultato, questo, con cui l’ex ambasciatrice potrebbe rivendicare di essere competitiva e far così decollare la propria campagna elettorale. Le primarie repubblicane del New Hampshire hanno d’altronde anche un significato storico e, per così dire, psicologico. È dal 2004 che il candidato che le vince riesce poi a conquistare la nomination del Gop. Attenzione però. In primis, non tutti i sondaggi sono oggi per lei benevoli come quello della Cnn. Una rilevazione della Suffolk University la dà infatti 20 punti dietro all’ex presidente nel cosiddetto Granite State. In secondo luogo, una recente analisi di Politico a firma di Jonathan Martin ha mostrato che, anche qualora registrasse una buona performance in New Hampshire, non è detto che la Haley avrebbe grandi chances di conquistare alla fine la nomination. Stando a tale analisi, l’elettorato del Granite State non sarebbe infatti più rappresentativo della maggioranza dei nuovi elettori repubblicani: oggi, secondo Martin, la sfida non sarebbe più tra conservatori ed establishment, ma tutto si fonderebbe su una distinzione di «classe». È, in altri termini, la working class che sta diventando sempre più centrale nel Gop. E, da questo punto di vista, Trump, almeno virtualmente, resta avvantaggiato. Come che sia, l’ex ambasciatrice è oggi meglio posizionata di DeSantis rispetto all’eventualità di ottenere una candidatura alla vicepresidenza. Se Trump vincesse la nomination, potrebbe scegliere lei come running mate, anziché il governatore della Florida. Questo consentirebbe all’ex presidente di federare le varie anime del Partito repubblicano e di tendere un ramoscello d’ulivo a quegli apparati governativi che, soprattutto al Pentagono, apprezzano le posizioni in politica estera della Haley. Di contro, l’elettore medio di DeSantis, se il governatore uscisse di scena, virerebbe quasi certamente su Trump già di suo. Sì, sono primarie repubblicane atipiche quelle che cominciano oggi. E azzardare previsioni sul futuro politico degli Usa non è forse mai stato così difficile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/analisi-elezioni-usa-2666957338.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="mary-kissel-se-biden-si-ritirasse-dalla-contesa-molti-elettori-dem-approverebbero" data-post-id="2666957338" data-published-at="1705320220" data-use-pagination="False"> Mary Kissel: «Se Biden si ritirasse dalla contesa molti elettori dem approverebbero» Le incognite che aleggiano sulle prossime elezioni americane non riguardano soltanto i guai giudiziari di Donald Trump e l’impopolarità crescente di Joe Biden. Emerge anche un tema di possibili interferenze da parte della Repubblica popolare cinese. Per cercare di fare chiarezza su queste dinamiche aggrovigliate, La Verità ha deciso di intervistare Mary Kissel, che è stata senior advisor dell’allora segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e che è attualmente vicepresidente esecutivo di Stephens Inc. Mary Kissel, secondo lei che cosa accadrebbe se il presidente Biden si ritirasse dalla campagna presidenziale? «Questa è una domanda difficile a cui rispondere. La stragrande maggioranza degli americani di entrambi i partiti politici ritiene che il presidente Biden sia troppo vecchio per candidarsi alla rielezione. Molti democratici potrebbero accogliere favorevolmente l’opportunità di sostenere un candidato diverso, più giovane, anche se venisse inserito nella scheda elettorale a ridosso delle elezioni di novembre. Ma contano anche la qualità e l’attrattiva del candidato repubblicano». Cosa potrebbe accadere se Donald Trump venisse interdetto dalla partecipazione alle elezioni dopo aver conquistato la nomination presidenziale repubblicana? «Interdetto da chi? La Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncerà presto sugli sforzi a livello statale per squalificare l’ex presidente dalle elezioni. E probabilmente li troverà incostituzionali. Il miglior giudice del presidente Trump sono gli elettori americani». Quali sono, secondo lei, i principali fallimenti politici del presidente Biden? «I principali fallimenti politici del presidente Biden includono i suoi risultati economici, l’inflazione persistente e l’aumento della criminalità, una politica lassista alle frontiere e un mondo sempre più caotico in cui la leadership degli Stati Uniti sta tramontando. I suoi fallimenti politici sono dovuti a lui stesso». Prosegua. «Ha pompato denaro nell’economia, provocando un’inflazione paralizzante. Ha condotto una linea di appeasement nei confronti dei nemici dell’America, portando all’avventurismo di russi, cinesi e iraniani». A proposito della Cina, pensa che Pechino potrebbe cercare di influenzare le prossime elezioni statunitensi? Se sì, quali misure dovrebbero essere adottate? «Vari rami della Cina comunista hanno lavorato duramente per molti anni con l’obiettivo di influenzare le elezioni statunitensi a livello federale, statale e locale. L’opinione pubblica americana comincia solo ora a rendersi conto della portata di queste campagne. La nostra democrazia ha debolezze intrinseche perché siamo una società aperta. Ma il governo degli Stati Uniti può lavorare in modo più completo per sradicare le operazioni di influenza illegali e informare l’opinione pubblica americana sulle attività malevole di Pechino». Quali saranno gli Stati che si riveleranno cruciali alle prossime presidenziali? «Guarderei agli Stati in bilico tradizionalmente importanti di Ohio, Pennsylvania e Florida: anche se la Florida è diventata più conservatrice negli ultimi cicli elettorali. Ancora una volta, è difficile prevedere le dinamiche della corsa oggi, dato che nessuno dei due partiti ha scelto ufficialmente il proprio candidato. La strada da qui alle Convention di partito è molto lontana».
Alessandro Morelli (Imagoeconomica)
Alessandro Morelli, sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio, oltre che essere interista è pure consigliere comunale nella sua Milano. E dai banchi dell’opposizione sta lavorando, insieme al resto del Carroccio, per tornare dall’altra parte della barricata a Palazzo Marino dopo le giunte Pisapia e Sala. Sabato e domenica ci sono le primarie della Lega per le comunali di Milano.
Morelli, lei per chi vota?
«Ogni militante non può non votare il segretario federale, un milanese doc. Poi deciderà Matteo Salvini cosa fare…».
Perché votate proprio Salvini? C’è qualcosa che bolle in pentola che non vuole dirci?
«Tra noi milanesi è sentito, la Lega di Milano sostiene sempre Salvini anche per il consigliere di condominio…»
Ma se il vicepremier vincesse le primarie della Lega, come la prenderebbe?
«La prenderebbe bene, credo però abbia altro da fare rispetto a candidarsi a sindaco…»
Scusi senatore, ci faccia capire: voi votate Salvini per dargli ancora più potere nelle trattative per il futuro candidato sindaco di Milano del centrodestra?
«L’idea dalla quale nasce questo voto è dare una sveglia agli alleati di centrodestra. Non so se tutti hanno la nostra foga di vincere le amministrative di Milano. La presenza fisica dimostra che la Lega c’è, in maniera solida ed è la prima a farlo».
Adesso c’è Maurizio Lupi, candidato da Ignazio La Russa, come unico nome del centrodestra…
«Sul tavolo c’è Lupi. La Lega presenterà il proprio … Magari il secondo o il terzo arrivato alle nostre primarie. E poi si vedrà chi sarà scelto…»
La Lega potrà esprimere il candidato per Milano?
«Possibile… siamo carichi e pronti a vincere insieme agli alleati».
Dopo 15 anni di sinistra quante chance ha il centrodestra di riprendere la città?
«A Milano si può vincere… è necessario però il miglior candidato, a prescindere dalla bandiera. Saranno valutati pesi e contrappesi, ci mancherebbe. Ripeto: serve il candidato migliore per tutti. Quando si fanno le riunioni c’è gente che dice: siamo indietro di dieci punti. Io dico invece: possiamo vincere, con il candidato».
Lupi non vi piace?
«Non ho interesse a dire sì o no a Lupi… è il candidato di Fdi al tavolo nazionale? Bene, ma penso si valuteranno anche altri candidati».
Vannacci ha fatto sapere che presenterà anche lui un suo candidato…
«… Direi un assist alla sinistra».
Non si vota solo a Milano, c’è anche Roma dove la Lega aveva candidato Antonio Maria Rinaldi, recentemente passato a Futuro Nazionale. Con le primarie pare però di capire che Milano vi interessi di più di altre città. È così?
«La Lega esprime cinque ministri lombardi, e molti esponenti di governo sono proprio milanesi, ovvio ci sia una sensibilità maggiore su Milano. Poi il tavolo è nazionale, le città sono tante… cerchiamo ovunque i candidati migliori».
Il tavolo nazionale sulle amministrative inevitabilmente si intreccerà con quello per le Politiche… Bisogna dialogare con Vannacci?
«Dipende dalla legge elettorale… non invidio chi sarà al tavolo».
Vannacci, secondo i sondaggi, sale… Da dove si parte per recuperare voti?
«Facendo la Lega, continuando a lavorare per il buon governo proponendo le cose buone che abbiamo fatto sui territori, ribadendo le nostre battaglie storiche… è un percorso, ma i sondaggi pagati dalle testate di Cairo lasciano il tempo che trovano».
Nella Lega si parla molto di modello Csu, di ritorno al Nord, di due leghe in una… A lei piacerebbe un ruolo politico più forte di Zaia e Fedriga?
«Partendo dal presupposto che il segretario è Salvini, io sono dalla parte di chiunque lavora per far crescere la Lega in vista delle Politiche. Però, come diceva Bossi, i panni sporchi vanno lavati in casa. Mi auguro non si lasci spazio a interpretazioni spesso più giornalistiche che reali perché ci fanno solo perdere tempo».
E la Schlein ignora il Pd meneghino
A Milano si scaldano i motori in vista della corsa per il rinnovo del Consiglio comunale e del sindaco del 2027. Qualche segnale è stato lanciato anche nella coalizione di governo, con una sortita del presidente del Senato La Russa che ha tenuto a far sapere la sua opinione sia sui tempi sia sulle caratteristiche per individuare la candidatura. È iniziato invece da diverso tempo ed è molto più articolato, il dibattito per individuare il candidato nel centrosinistra, ma troppa confusione c’è ancora sotto il cielo meneghino ed è quindi molto probabile che la ricerca venga rimandata a settembre.
Tanto per iniziare, a sinistra è ancora aperta la discussione sul «come» decidere il candidato: se ricorrere cioè allo strumento delle primarie o se invece trovare a tavolino un accordo tra i partiti. Sotto questo punto di vista la decisione su come procedere a Milano risente direttamente anche dell’impasse del centrosinistra a livello nazionale. All’indomani della vittoria al referendum sulla giustizia, a sinistra si è partiti lancia in resta con il dibattito su come individuare il candidato leader per le elezioni politiche del 2027, ma poi il dibattito si è impantanato nella palude delle diverse ipotesi, e a questo punto sono molti a dubitare che possano essere le «mitiche» primarie lo strumento per individuare il leader che guiderà la corsa per Palazzo Chigi.
Stessa situazione di incertezza a Milano: ma nel capoluogo lombardo, seppur regni prudenza, non si può davvero dire che tutto sia fermo. Alcuni possibili candidati si sono già palesati, altri invece rimangono in silenzio attendendo il momento propizio. Ovviamente i movimenti sono maggiori soprattutto nel principale partito della coalizione, il Pd.
Uno dei candidati in pectore è l’ex consigliere comunale, ex assessore, ex europarlamentare, ex candidato alla presidenza di Regione Lombardia e attualmente consigliere regionale Pierfrancesco Majorino, che si sta dando molto da fare. Le cronache cittadine raccontano di un susseguirsi di riunioni e incontri con diversi soggetti per saggiare il terreno e verificare se sussistano le condizioni per lanciare la sua (ennesima) candidatura. Tra l’altro dopo aver già partecipato alle primarie contro Beppe Sala nel 2016. Dato che le sue posizioni politiche eccessivamente sinistrorse non sembrano molto gradite a vasti settori moderati, Majorino si sta muovendo in due direzioni: da un lato smussando le sue posizioni per recuperare il consenso moderato (che serve sia per candidarsi che per vincere la contesa) e dall’altro per trovare conforto nell’appoggio pieno e incondizionato di Elly Schlein.
E qui il discorso si fa interessante e, per certi versi, persino divertente. Gli osservatori attenti e informati raccontano che nei diversi incontri che Majorino ha avuto con la segretaria del Partito democratico, quest’ultima abbia più volte affermato che lui sarebbe il candidato ideale. Naturalmente questi «rumors» avrebbero sollecitato sia il segretario cittadino milanese che la segretaria regionale del Pd (che pare non «amino» troppo questa candidatura) a verificare la fondatezza di tutto ciò direttamente alla fonte, e cioè con Roma. Raccontano, però, che nonostante abbiano tentato a più riprese di sollecitare una risposta di Elly Schlein, la segretaria del Pd non si sarebbe mai fatta trovare, lasciando gli elettori milanesi nell’incertezza e in un comprensibile sconcerto.
Quanto viene riferito, sembra proprio descrivere la situazione di confusione nella quale versa il Pd, primo partito del campo largo. Il problema principale è probabilmente la stessa segretaria, che si trova in una posizione delicata: è il leader del partito, ma sembra incapace di prendere posizioni decise e autorevoli. La sua modalità di gestione del partito, feroce nella «bassa cucina» o nel «minuto mantenimento», lascia invece trasparire una mancanza di coraggio e di decisione sulle questioni dirimenti che continuano a essere interpretate come segnali di debolezza, dando spazio a speculazioni e critiche interne. Non migliorano certo il clima le ultime defezioni di alcune rappresentanti istituzionali che non si trovano sintonia con la segretaria.
La figura di Elly Schlein è emblematica di una leader che si dibatte tra la chiarezza ideologica e l’incertezza nell’azione; volgarmente «vorrei ma non posso». Nonostante possieda indubbiamente un bagaglio di idee su temi quali la fiscalità, le pensioni, la lotta alla povertà, e una visione di un’Europa socialista, sembra tuttavia vacillare quando si tratta di prendere decisioni concrete e immediate. Questa percezione di incertezza o peggio di ambiguità, si manifesta chiaramente nelle sue azioni e scelte politiche, dove la fermezza ideale lascia spesso spazio a esitazioni, tentennamenti e passi indietro, anche di fronte a questioni meno complesse e fondamentali, come quella di dire la sua su chi potrebbe essere il candidato (del Pd) per Milano.
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JD Vance (Ansa)
La storia di una conversione. È questo, se vogliamo, il senso più profondo di Communion: il libro di JD Vance, uscito ieri negli Stati Uniti.
In quest’opera, il vicepresidente americano racconta due lati di sé distinti ma inscindibilmente interconnessi: quello intimo e quello politico. Vance parla innanzitutto del suo travagliato percorso interiore che, in gioventù, ha man mano messo in crisi la fede cristiano-evangelica in cui era stato cresciuto. Il vicepresidente cita la «rabbia» e un «senso di tradimento» che, nati dalle sofferenze e dalle tragedie della vita, lo hanno portato all’ateismo e, in particolare, alla filosofia individualistica di Ayn Rand. «Non mi importava della volontà di Dio. Mi importava di me stesso».
Da qui, racconta Vance, è tuttavia iniziato un percorso inverso che, nel corso degli anni, lo ha infine portato alla conversione al cattolicesimo.
Sotto questo aspetto, il vicepresidente sottolinea l’importanza del suo incontro con Peter Thiel. «Probabilmente la persona più intelligente che avessi mai conosciuto, si identificava apertamente come cristiano». Vance sostiene quindi che, grazie al fondatore di Palantir, sarebbe riuscito a scardinare la convinzione «secondo cui le persone stupide erano religiose e le persone intelligenti erano atee». Da Thiel, Vance è poi risalito a René Girard: filosofo particolarmente vicino al fondatore di Palantir.
Ed è proprio attraverso il pensiero girardiano che l’attuale vicepresidente americano sarebbe rientrato, per così dire, in contatto con la figura di Cristo: colui che, secondo il filosofo francese, avrebbe messo in crisi l’atavico (e crudele) meccanismo dei capri espiatori alla base delle società politiche. E si arriva così al 2018, quando, durante una visita in una cattedrale francese, Vance racconta di aver avvertito un «senso di appartenenza e di presenza». Un’esperienza, questa, che, l’anno successivo, lo avrebbe portato a convertirsi al cattolicesimo e a comprendere la centralità dell’eucaristia. «È uno dei mezzi più potenti per ricevere la grazia di Dio», scrive il vicepresidente, dicendosi influenzato da autori come Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, Tolkien, Chesterton e Lewis.
Tuttavia, come detto, Communion è un libro anche politico. Il vicepresidente parla innanzitutto dell’impatto della fede sul suo impegno pubblico. Secondo Vance, l’antiabortismo tipico del Partito repubblicano non va abbandonato ma ripensato. «Dovremo formulare argomentazioni cristiane più convincenti, incentrate sulla costruzione di una cultura e di un’economia in grado di sostenere concretamente le giovani famiglie e la vita che esse portano nel mondo». Tra l’altro, il vicepresidente si dice possibilista sull’eventualità di un’armonizzazione tra l’amministrazione Trump e la Chiesa in materia migratoria. «L’invocazione della dignità dei migranti da parte della Chiesa impone una riflessione sui compromessi morali. E si può credere che tali compromessi portino a privilegiare una politica migratoria rigorosa senza disumanizzare nessuno».
In secondo luogo, Vance racconta anche della sua conversione politica al trumpismo: un tempo feroce critico dell’attuale presidente americano, fu nel 2016 che iniziò a rendersi conto di come le sue ricette fossero in linea con gli interessi dei colletti blu della Rust Belt. Un cambio di posizione che, stando alle sue stesse parole, Vance ha pagato con l’astio dei media che prima lo avevano elogiato. Infine, nel suo libro, il vicepresidente non rinuncia a una stoccata ai vertici della Santa Sede. «Ero lì, il cattolico di più alto rango nel governo degli Stati Uniti, e il Vaticano sembrava riluttante ad andare oltre le banali frasi fatte nella sua guida morale», scrive Vance, ricordando l’incontro che ebbe a Pasqua dell’anno scorso con i diplomatici vaticani a Roma sull’immigrazione irregolare.
E arriviamo quindi a una domanda ovvia: e se lo stretto connubio tra fede e dimensione politica di Communion fosse un manifesto in vista delle primarie repubblicane presidenziali del 2028? Non si può certo escludere. Che Vance nutra delle ambizioni in tal senso, non è un mistero. Così come non è un mistero che, in caso, il suo principale rivale sarebbe probabilmente un altro cattolico come il segretario di Stato americano Marco Rubio. Guarda caso, in Communion, il vicepresidente valorizza i tre principali pilastri della coalizione elettorale che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024: i cattolici, i colletti blu della Rust Belt e (almeno una parte) del settore ipertecnologico (si pensi a Thiel). Al contempo, il vicepresidente ha mostrato una certa dose di coraggio, visto che alcuni passaggi del libro - soprattutto quello sulla necessità di un antiabortismo diverso - potrebbero irritare le aree più intransigenti della destra evangelica.
E comunque, al di là delle prossime elezioni, il libro di Vance si inserisce in un contesto culturale più ampio. Il cattolicesimo americano sta sperimentando una sorta di nuova primavera. L’anno scorso, è stato eletto il primo papa statunitense della storia e la stessa amministrazione Trump ospita ai suoi vertici numerosi fedeli della Chiesa di Roma. Communion si configura quindi come un tassello di questo complesso mosaico. Un mosaico che conferma la vitalità, sacramentale, sociale e intellettuale del cattolicesimo statunitense. Una vitalità da cui la Chiesa europea dovrebbe forse apprendere qualche lezione significativa.
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Emmanuel Macron (Getty Images)
Il G7 di Evian è per lui una delle ultime vetrine internazionali, sebbene la presenza ingombrante del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nonché di figure più «fresche» e destinate ancora a far parlare di sé, come il premier italiano Giorgia Meloni e quello nipponico Sanae Takaichi, lo mettano in ombra. Macron ha puntato molto sulla cena alla reggia di Versailles con Trump, con entusiasmo del presidente Usa: «Non è una copia dorata, è l’originale». Lì nel 1783 fu firmata la pace che consacrò la secessione dei nascenti Usa dall’Impero coloniale inglese grazie all’aiuto militare francese. Ricorso storico a cui Macron spera di riallacciarsi mostrando una Francia che tratta da pari a pari con gli Stati Uniti. Brucia ancora, forse, il ricordo dei funerali di papa Francesco, nell’aprile 2025, quando, nella Basilica di San Pietro, Trump volle parlare in disparte col presidente ucraino Volodymir Zelensky tenendone fuori Macron.
Si è rifatto a Evian con un trilaterale Trump-Macron-Zelensky dal quale è uscito il solito appello alla Russia affinché «faccia un accordo», nulla di nuovo sotto il cielo. Al G7 il presidente francese s’è premurato di presentare i vari «benvenuto» agli ospiti, con un post social in cui a ogni alleato ha riservato una specifica colonna sonora di sottofondo. A Trump ha associato Love is a long road di Tom Petty, per la Meloni ha optato per Felicità di Al Bano e Romina, poi Lieblingsmensch (persona preferita) di Namika per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Arigato dei Nxnja Beats per la Takaichi, J'irai où tu iras (Andrò dove andrai tu) di Celine Dion per il premier canadese Mark Carney, The world is not enough dei Garbage, colonna sonora di James Bond, per il britannico Keir Starmer, infine, brano assai più scontato, L’inno alla gioia»di Beethoven, già considerata inno dell’Unione Europea, per Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo.
Quel Macron che anela a una guida francese per la missione navale europea nel Golfo Persico, allo scopo di recuperare al paese quella parte di «grandeur» perduta con la fine del colonialismo e che sopravvive grazie all’arsenale nucleare, bada ora ai contenuti musicali mentre nei dossier che contano il suo governo sembra più un gregario. Anche i calorosi baci e abbracci che Macron s’è scambiato con Merz all’insegna dell’asse franco-tedesco che ha sempre fatto da architrave dell’Ue, ovvero la «Framania», lasciano il tempo che trovano considerato che appena pochi giorni fa è stato chiuso il programma franco-tedesco per il nuovo aereo da caccia Fcas, Future Combat Air System, dopo anni di incomprensioni fra la francese Dassault e la tedesca Airbus. Francia e Germania hanno già visto fallire di recente altri due importanti progetti di difesa, l’evoluzione dell’elicottero Tiger e il carro armato Mgcs.
Ora la Francia si troverà a far da sola, come già 35 anni fa col Rafale, quando uscì dal programma Eurofighter. E che dire del crollo dell’influenza francese nel Sahel, dopo i golpe filorussi fra 2020 e 2023? Capitoli da svoltare per Macron, che negli ultimi anni ha sondato il terreno in cerca di popolarità con varie boutade. Una volta diceva sconsolato che «la Nato è in morte cerebrale». Poi ha sparato che sarebbe stato «pronto a condividere l’arsenale nucleare francese con l’Ue», estendendo l’ombrello della Force de Dissuasion (che si chiamava Force de Frappe ai tempi di Charles De Gaulle), salvo poi specificare che sarebbe rimasto tutto sotto il controllo dei francesi. Ora non gli resta che fare il «padrone di casa» e attendere un programmato momento di gloria per domani sera alle 20.00, quando è attesa su France 2 una sua intervista con la giornalista Caroline Roux sui grandi temi, da Hormuz al Libano, a proposito dei quali può però solo prender atto di decisioni altrui.
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Giorgia Meloni (Ansa)
A testimoniarlo, alcune «scenette» simpatiche catturate dai media. La prima: i leader si preparano a sedersi a tavola per il pranzo sul Medio Oriente, la Meloni si avvicina a un capannello nel quale c’è il presidente Usa, che sta parlando con il cancelliere tedesco Friederich Merz. Arriva il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, che vedendo la Meloni e Trump che parlano dice: «Siete di nuovo amici».
«Siamo sempre stati amici», risponde la Meloni, sorridendo. Trump fa il neomelodico: «Sono stato abbandonato», scherza, e la Meloni ribatte: «Ma no!». Il gelo tra la presidente del Consiglio e Trump, ricordiamolo, era calato due mesi fa, esattamente a metà aprile, quando l’inquilino della Casa Bianca aveva attaccato papa Leone provocando la dura reazione, in difesa del Santo Padre, di Giorgia Meloni, che aveva definito «inaccettabili» le parole del tycoon.
Il nostro premier aveva anche detto «no» alla partecipazione dell’Italia a operazioni militari per riaprire lo stretto di Hormuz. «È lei che è inaccettabile», aveva attaccato Trump in una intervista al Corriere, «perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo, molto diversa da quello che pensavo».
Va detto con franchezza che in fondo la fine della luna di miele politica tra Trump e la Meloni non aveva provocato né disperazione né tristezza a Palazzo Chigi, considerata la bassissima popolarità che il presidente americano riscuote in Italia (peggio di lui solo Benjamin Netanyahu).
Nell’ultimo sondaggio EuroScope, realizzato da Polling Europe, gli italiani sono sono i più contrari all’intervento militare in Iran di tutto il continente: il 73% lo giudica ingiustificato. Tuttavia, ora è interesse della Meloni far trapelare che il rapporto con «l’amico Donald» è stato riallacciato: non a caso sono state fonti diplomatiche italiane a far sapere che l’altro ieri, in occasione della cena dei leader del G7, i due si sono incontrati. Un colloquio descritto come «di chiarimento», «utile», con al centro l’interesse a ribadire il principio di unità dell’Occidente, ritenuto «necessario in questa fase di crisi».
Tornando a ieri, la Meloni si presenta al vertice con un outfit notevole: un tailleur con giacca e pantalone avana chiaro, con tanto di cravatta. Un look che suscita interesse e approvazione da parte dei colleghi: al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che fa notare lo stile di Giorgia, lei risponde «consideratemi una combattente». Si chiacchiera anche della scelta della Meloni di smettere di fumare: «Ho preso un caffè per svegliarmi», dice agli altri leader, «ma niente sigaretta. Ho smesso di fumare un mese fa» (la prova del fuoco, anzi dell’accendino, sarà la sera dei risultati delle prossime politiche). Sul conflitto ucraino, la posizione espressa da Meloni ha contestato la narrazione del Cremlino, sostenendo che la situazione sul terreno non corrisponde all'immagine di una Russia in avanzata. Da qui la convinzione che il presidente russo Vladimir Putin non possa ottenere attraverso il negoziato ciò che non è riuscito a conquistare militarmente. Per Roma, la condizione essenziale per arrivare a una pace credibile resta dunque il mantenimento del sostegno occidentale a Kiev. La Meloni incontra anche, tra gli altri, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati arabi uniti, e il premier canadese Mark Carney. Con quest’ultimo il presidente del Consiglio si trattiene a lungo: un colloquio che vede al centro l’argomento dei minerali critici.
La Meloni ringrazia Carney per la decisione del Canada di riservare all’Italia un accesso prioritario alle sue scorte, garantendo la sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Nel pomeriggio, bilaterale con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nahyan. I due leader discutono della situazione nella regione anche alla luce del memorandum d’intesa siglato tra Iran e Stati Uniti, concordando sulla necessità di sostenere gli sforzi internazionali volti ad assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. La Meloni ribadisce il pieno sostegno dell’Italia alla sicurezza degli Emirati Arabi Uniti e di tutte le Nazioni del Golfo. A proposito di Hormuz, l’Italia è pronta a fare la sua parte per mettere in sicurezza lo stretto, utilizzando i cacciamine della Marina militare, considerati tra i migliori al mondo. Il «Crotone» e il «Rimini» sono vicini alla zona, nel porto di Gibuti, con circa 500 militari a bordo. Per entrare in azione, come ribadito dalla Meloni, occorre innanzitutto un passaggio in Parlamento, e poi che ci sia la certezza che le ostilità siano cessate.
Si attende in particolare la firma ufficiale, attesa per dopodomani 19 giugno, di quello che al momento è un accordo preliminare tra Washington e Teheran. Occorrerà oltretutto definire in quale quadro giuridico si configurerà la missione internazionale che avrà il compito di mettere in sicurezza Hormuz, una operazione che, solo per quel che riguarda lo sminamento, potrebbe richiedere diversi mesi.
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