
Nuova accusa delle toghe al faccendiere. Chiusa l’inchiesta che riscrive la storia della falsa corruzione e delle nomine al Csm. Partiamo dalla notizia: la Procura generale di Perugia, guidata da Sergio Sottani, ha inviato l’avviso di chiusura delle indagini al faccendiere Piero Amara (che sta scontando una pena residua di circa 8 mesi nel carcere di Spoleto per un vecchio cumulo di condanne) con la clamorosa accusa di aver calunniato Luca Palamara e il suo collega Stefano Fava, travolti professionalmente da una strombazzatissima indagine per corruzione e rivelazione di segreto che ha partorito un topolino (un doppio patteggiamento per traffico di influenze, per Palamara, e una condanna per accesso abusivo, per Fava). Ma adesso, forse, quella storia è tutta da riscrivere.Per mesi le dichiarazioni di Amara hanno sconvolto il mondo della magistratura, dal Csm al Consiglio di Stato. Toghe su toghe sono state accusate di aver preso mazzette e una delle storie lanciate nel ventilatore dall’ex avvocato aveva portato la Procura di Perugia a contestare la corruzione nei confronti dell’ex presidente dell’Anm. Un giornale, festante, esattamente sei anni fa, titolò: «Corruzione al Csm». Un’operazione giudiziario-mediatica che sventò lo spostamento a destra del parlamentino dei giudici e l’approdo del procuratore conservatore Marcello Viola a Roma. Ma nonostante il «pericolo» sia stato sventato, l’uomo sospettato di aver ideato il piano, l’ex campione delle toghe progressiste Palamara, è stato accompagnato alla porta e radiato dalla magistratura grazie alla saldatura del vecchio Csm alla Procura di Perugia, con il pieno sostegno delle correnti di Area e Md e della Procura di Roma che, per prima, aveva considerato Amara una sorta di oracolo di Delfi. Negli anni scorsi diversi indagini avevano messo in discussione l’attendibilità di Amara, lasciando, però, sempre sullo sfondo le sue accuse più esplosive, quelle contro il reprobo Palamara e il suo collega Fava, colpevole pure lui di aver messo in discussione un certo tipo di sistema.Anzi, il Sistema, per dirla con l’ex consigliere del Csm a cui è stata strappata la toga. In una nota la difesa di Amara elogia il lavoro dei pm perugini, precisando che le nuove indagini «si stanno svolgendo in un contesto di straordinaria attenzione alle esigenze di tutela difensiva dell’imputato» e che «la Procura generale, correttamente, sta esaminando la complessità delle dichiarazioni rese da Amara in relazione a tutti i procedimenti rilevanti ove questi ha reso dichiarazioni, muovendo dal principio, condiviso da questa difesa, per cui il vaglio di attendibilità impone l’esame di fattori generali e complessi». Un lavoro di analisi che nessuno, sino ad ora, si era preso la briga di fare. Gli avvocati fanno anche sapere di confidare nel fatto «che la Procura generale possa, all’esito delle indagini, determinarsi nel formulare una richiesta di archiviazione nei confronti del proprio assistito». Ma è l’ultimo punto della nota il più sorprendente: «L’avvocato Amara non ha mai accusato né di corruzione, né di istigazione di corruzione il dottor Luca Palamara. I rapporti tra il dottor Palamara e il dottor Centofanti (Fabrizio, lobbista imputato in diversi processi, ndr), per un verso, e l’avvocato Amara, per un altro verso, non hanno mai avuto una natura corruttiva, né mai il dottor Palamara ha formulato richieste di qualunque utilità in cambio del mercimonio della propria funzione». Esattamente il contrario di quanto sostenuto nel decreto di perquisizione notificato a Palamara nel maggio del 2019, un atto che ha sconvolto la carriera dell’ex magistrato e che per giorni i quotidiani, Corriere della Sera e Repubblica in testa, hanno rilanciato come una sentenza di condanna. Nel documento si leggeva, infatti, che «gli indagati Piero Amara e Giuseppe Calafiore hanno reso plurimi interrogatori dinanzi agli inquirenti della capitale e di Messina […] e hanno fornito anche alcuni elementi in qualche misura utili alla presente indagine che consentono di delineare il sostrato di rapporti in essere tra Palamara e Centofanti».Da allora sono passati sei anni e, per la prima volta, il grande accusatore sostiene di non aver mai detto quanto a lui attribuito. Insomma abbiamo scherzato. Ma non tutti devono essersi divertiti. Sottani e il sostituto procuratore Paolo Barlucchi, nell’avviso di conclusione delle indagini recapitato ad Amara, contestano un lungo elenco di calunnie nei confronti di Palamara e di Fava, di cui l’avvocato siciliano si sarebbe reso protagonista nel corso degli interrogatori resi a Terni il 6 settembre e il 9 novembre 2021 e, addirittura, nel corso del dibattimento a carico degli stessi Palamara e Fava, il 7 ottobre 2022 a Perugia, quando è stato sentito come testimone. Sottani, contrariamente a quanto ritenuto finora dai pm umbri e capitolini, all’esito delle indagini è arrivato alla conclusione che Amara abbia accusato falsamente Palamara di corruzione in atti giudiziari e che pertanto le investigazioni svolte e le condanne emesse, in gran parte, sulla base di tali accuse (due sentenze di patteggiamento), siano viziate dalla falsità. E che qualcosa non andasse era già apparso evidente (come abbiamo scritto su questo giornale) nel momento la contestazione della corruzione era stata via via modificata per ben cinque volte e, infine, derubricata a traffico di influenze. Un percorso tortuoso che aveva fatto sorgere più di un dubbio sull’affidabilità del presunto super testimone. Per esempio Amara avrebbe accusato falsamente l’ex presidente dell’Anm di avere richiesto un orologio del valore di 30.000 euro per far assolvere davanti al Csm un magistrato, molto amico del faccendiere, in un procedimento disciplinare. L’altra contestazione riguardava un presunto intervento di Palamara nei confronti di un giudice della Cassazione per fargli annullare una sentenza, con cui era stato condannato il già citato amico di Amara.C’è poi un’accusa di istigazione alla corruzione secondo cui Palamara avrebbe ricevuto ospitalità al Sestriere da un imprenditore per intervenire sul presidente del Tribunale di Milano per far nominare un arbitro favorevole al munifico ospite. Un’altra contestazione riguardava una presunta rivelazione di segreto a favore di Amara e del sodale Calafiore, che sarebbe stata effettuata con la complicità dell’allora procuratore di Messina. Ma anche in questo caso ci troveremmo di fronte a una calunnia. Per quanto riguarda Fava, la Procura generale smonta ben cinque accuse nei suoi confronti. In questo caso Amara aveva rivelato ai pm perugini il contenuto delle presunte confidenze ricevute da un’ufficiale della Guardia di finanza che collaborava con lo stesso magistrato. La donna avrebbe riferito dell’astio che Fava nutriva nei confronti dell’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e di come le sue indagini fossero indirizzate ad approfondire i rapporti economici intercorsi tra Amara e alcuni suoi collaboratori e il fratello dello stesso Pignatone. Nell’avviso viene precisato che alcune delle scoperte attribuite alle perquisizioni ordinate da Fava fossero in realtà atti acquisiti nel fascicolo a seguito di un invio di documentazione da parte di un’altra Procura. Le indagini (e i relativi testimoni) avrebbero permesso di appurare che l’ufficiale delle Fiamme gialle non avrebbe mai parlato di tali questioni con Amara, né con la sua presunta fonte Centofanti. Per i magistrati Amara avrebbe tratto le sue informazioni «unicamente da appartenenti al Gico della Guardia di finanza di Roma, corrompendo a tale scopo la polizia giudiziaria con la dazione di 30.000 euro tramite il maresciallo dei carabinieri Francesco Loreto Sarcina», ex agente dei servizi segreti. Infine, Amara avrebbe accusato Fava di aver spifferato notizie sulle sue indagini a Palamara, circostanza che, secondo la Procura, non si sarebbe mai verificata. Adesso, in attesa di un probabile nuovo processo per calunnia, Amara si appresta a testimoniare in aula, a Roma, contro l’ex giudice del Consiglio di Stato Nicola Russo, già assolto in via definitiva dopo una condanna in primo grado a 11 anni scaturita dalle accuse dell’ex legale.Evidentemente alcuni pm non riescono proprio a rinunciare alle dichiarazioni di Amara, mentre i difensori di quest’ultimo rivendicano che, «allo stato, tutti i procedimenti che sono stati aperti nei confronti dell’avvocato Amara a seguito delle dichiarazioni dallo stesso rese e che sono stati sottoposti al vaglio del giudice si sono risolti con sentenza di assoluzione o con decreto di archiviazione». Inoltre i legali ricordano come il traffico illecito di influenze che ha portato al patteggiamento di Palamara sia stato contestato all’ex presidente dell’Anm «sulla base delle dichiarazioni rese dall’avvocato Amara» e citano una memoria del procuratore di Perugia Raffaele Cantone (con cui Sottani ha già dimostrato una notevole diversità di vedute, nonostante la comune militanza tra le toghe progressiste) «in cui» il magistrato «ha estremamente valorizzato la particolare attendibilità delle dichiarazioni di Amara nei confronti del dottor Palamara».Di fronte alle notizie raccolte dal nostro giornale, gli avvocati di Palamara, Benedetto Marzocchi Buratti e Roberto Rampioni, concludono: «Abbiamo sempre creduto nell’innocenza del nostro assistito e le accurate indagini della Procura generale di Perugia stanno facendo emergere la verità. Il nostro assistito è soddisfatto perché emerge chiaramente l’infondatezza di accuse infamanti, come quelle di aver tentato di strumentalizzare i colleghi o di aver piegato la propria funzione per interessi privati. Comportamenti che non ha mai tenuto, come era già ben noto a tantissimi magistrati».
Guerra aperta tra cartelli della droga pakistani, marocchini e albanesi. E i clan cinesi si contendono la prostituzione.
A Prato la Procura guidata da Luca Tescaroli sta fissando su una mappa i gruppi di stranieri che si fronteggiano a colpi di machete, spedizioni punitive, regolamenti di conti e tafferugli. Non sono episodi isolati, ma tasselli di «una più ampia contrapposizione tra gruppi criminali». Su questa cartina geografica i magistrati ieri hanno puntellato un altro caso: pakistani, marocchini e albanesi si sono scontrati in «una vera e propria faida urbana». Che ha prodotto quattro arresti: due marocchini di 22 e 25 anni, un pakistano di 34 e un albanese di 38, accusati di aver partecipato alle spedizioni punitive. E che sembra confermare l’esistenza di due blocchi distinti (uno pakistano e uno composto da marocchini e albanesi) in lotta per il controllo di un pezzo della città, in particolare dei quartieri in cui circolano droga e denaro.
L’aumento dei tassi reali giapponesi azzoppa il meccanismo del «carry trade», la divisa indiana non è più difesa dalla Banca centrale: ignorare l’effetto oscillazioni significa fare metà analisi del proprio portafoglio.
Il rischio di cambio resta il grande convitato di pietra per chi investe fuori dall’euro, mentre l’attenzione è spesso concentrata solo su azioni e bond. Gli ultimi scossoni su yen giapponese e rupia indiana ricordano che la valuta può amplificare o azzerare i rendimenti di fondi ed Etf in valuta estera, trasformando un portafoglio «conservativo» in qualcosa di molto più volatile di quanto l’investitore percepisca.
Per Ursula von der Leyen è «inaccettabile» che gli europei siano i soli a sborsare per il Paese invaso. Perciò rilancia la confisca degli asset russi. Belgio e Ungheria però si oppongono. Così la Commissione pensa al piano B: l’ennesimo prestito, nonostante lo scandalo mazzette.
Per un attimo, Ursula von der Leyen è sembrata illuminata dal buon senso: «È inaccettabile», ha tuonato ieri, di fronte alla plenaria del Parlamento Ue a Strasburgo, pensare che «i contribuenti europei pagheranno da soli il conto» per il «fabbisogno finanziario dell’Ucraina», nel biennio 2026/2027. Ma è stato solo un attimo, appunto. La presidente della Commissione non aveva in mente i famigerati cessi d’oro dei corrotti ucraini, che si sono pappati gli aiuti occidentali. E nemmeno i funzionari lambiti dallo scandalo mazzette (Andrij Yermak), o addirittura coinvolti nell’inchiesta (Rustem Umerov), ai quali Volodymyr Zelensky ha rinnovato lo stesso la fiducia, tanto da mandarli a negoziare con gli americani a Ginevra. La tedesca non pretende che i nostri beneficati facciano pulizia. Piuttosto, vuole costringere Mosca a sborsare il necessario per Kiev. «Nell’ultimo Consiglio europeo», ha ricordato ai deputati riuniti, «abbiamo presentato un documento di opzioni» per sostenere il Paese sotto attacco. «Questo include un’opzione sui beni russi immobilizzati. Il passo successivo», ha dunque annunciato, sarà «un testo giuridico», che l’esecutivo è pronto a presentare.
Luis de Guindos (Ansa)
Nel «Rapporto stabilità finanziaria» il vice di Christine Lagarde parla di «vulnerabilità» e «bruschi aggiustamenti». Debito in crescita, deficit fuori controllo e spese militari in aumento fanno di Parigi l’anello debole dell’Unione.
A Francoforte hanno imparato l’arte delle allusioni. Parlano di «vulnerabilità» di «bruschi aggiustamenti». Ad ascoltare con attenzione, tra le righe si sente un nome che risuona come un brontolio lontano. Non serve pronunciarlo: basta dire crisi di fiducia, conti pubblici esplosivi, spread che si stiracchia al mattino come un vecchio atleta arrugginito per capire che l’ombra ha sede in Francia. L’elefante nella cristalleria finanziaria europea.




