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2019-12-24
Altra bomba dei giudici su Bibbiano: «Un peculiare tasso di criminalità»
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Le nuove valutazioni del gip sono un'ulteriore tegola sulla testa per due indagati per le storiacce di Bibbiano. Gli elementi di prova raccolti sono «cristallizzati» e «solidi», la fase delle indagini «è ormai avanzata verso la prossima conclusione» e, per questo motivo, le esigenze cautelari «posso essere soddisfatte». Federica Anghinolfi, ex responsabile del servizio sociale integrato dell'Unione di Comuni della Val d'Enza con una simpatia per le famiglie arcobaleno, e l'assistente sociale Francesco Monopoli sono tornati in libertà. Per loro che ormai - stando alle valutazioni del gip del Tribunale di Reggio Emilia Luca Ramponi - non possono più inquinare le prove, non è necessaria una ulteriore detenzione domiciliare. Ma, sottolinea il gip, «deve confermarsi appieno la gravità indiziaria a carico degli indagati per tutti i fatti oggetto dell'applicazione coercitiva». Anzi, precisa la toga, si può trarre «ulteriore corroborazione circa l'esistenza di un programma criminoso unitario». Al quale avrebbero partecipato anche Nadia Bolognini della Onlus Hansel e Gretel (guidata dal guru Claudio Foti) e la psicologa Imelda Bonaretti. Un programma criminoso che era finalizzato, secondo il gip, «a sostenere l'esistenza di abusi in realtà mai avvenuti». Ovvero: il cuore dell'inchiesta Angeli e demoni. I due, stando agli atti investigativi, erano andati in fissa per una rete di pedofili che agiva in Val d'Enza e che andava a tutti i costi smascherata. In realtà quella rete di pedofili era solo nella loro testa. Arrivando a sostenere perfino che giudici, magistrati e forze dell'ordine erano coinvolti nell'organizzazione occulta che stuprava bambini. La conferma è arrivata agli investigatori da alcuni testimoni. Anna Maria Capponcelli, consulente tecnico del Tribunale per i minorenni di Bologna, per esempio, ha raccontato: «Monopoli mi disse che vi era una cerchia di persone, che mi lasciò intendere essere molto potenti, dedita alla pedofilia. Una cerchia a cui le famiglie dei bambini da loro protetti avevano venduto i propri figli per soddisfare le pulsioni sessuali del gruppo». Una fantasia. Condivisa anche con altre persone. Cinzia Magnarelli, un'altra testimone, invece, ha ricordato che Monopoli le aveva parlato di «racconti dei bimbi da cui emergeva la sussistenza di omicidi di altri bambini, ma anche episodi di cannibalismo e rituali religiosi satanici». Monopoli cercava insomma di ricondurre tutto agli avvenimenti della bassa modenese. Anghinolfi, invece, aveva rivelato quelle inquietanti storie all'ex comandante della polizia municipale Cristina Caggiati: «La Anghinolfi da diversi anni mi parlava di una rete di pedofili che la stessa ipotizzava essere operante anche nel territorio della Val d'Enza». Nel racconto alla comandante dei vigili però la Anghinolfi aveva infilato, oltre a magistrati, carabinieri e poliziotti, anche gli «ecclesiastici». E per condirla ancora un po', aggiunse intrecci con la 'ndrangheta e collegamenti con il caso del piccolo Tommaso Onofri, rapito e ucciso nel 2006. Un bel romanzo creato ad arte per fare da contesto ai sospetti da lanciare sulle famiglie cui volevano strappare i figli. Altre conferme arrivano da due psicologhe. Anche i loro verbali sono finiti nel faldone dell'inchiesta: «Loro (riferendosi ad Anghinolfi e Monopoli, ndr), tenevano in mente prevalentemente l'obiettivo abuso sessuale, tutto ruotava attorno a tale obiettivo e su di esso ci veniva chiesto di orientare i nostri accertamenti anche quando vi erano versioni alternative all'abuso su cui lavorare e da approfondire». Il gip va a fondo sulla personalità di Anghinolfi: «Risulta mostrare un peculiare atteggiamento che denota il suo tasso potenziale di criminalità». E ancora: «È sicuramente fortemente corrispondente per indole anche per inclinazione personale e comunanza ideologica alle posizioni aprioristiche di cui risulta ispiratrice (al pari di Monopoli, Foti e Bolognini)». In più, «sono la sua stessa condizione personale e le sue profonde convinzioni a renderla portata a sostenere con erinnica perseveranza la causa dell'abuso da dimostrarsi a ogni costo». E in effetti, annota il gip, «la stessa ha così manifestato il suo atteggiamento verso soprattutto il genere maschile (cui appartengono in gran parte i genitori o altri soggetti presunti abusanti)». Quel ruolo da responsabile del servizio sociale, ricoperto con piglio «militare» e nel quale esercitava il suo «carisma», però, ora (a sei mesi dagli arresti) è venuto meno. E lo stesso, valuta il gip, può dirsi di Monopoli. I due, insomma, non possono reiterare. Anche perché «i contatti con il mondo politico e ideologico di riferimento», apprezza il giudice, «proprio in ragione dell'ampio risalto dato dai mass media alla vicenda non avranno verosimilmente in concreto esiti negativi (...), posto che il timore per la propria immagine pubblica che un appoggio diretto agli indagati comporterebbe costituirà un adeguato cordone sanitario più di qualsivoglia altra misura cautelare».
L’uomo di Bonaccini divide la sinistra
Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Lo sa benissimo Stefano Bonaccini, che quotidiane sedute in palestra hanno ormai ben tornito. Tempra fisica e morale gli serviranno. La sua rielezione a governatore dell'Emilia Romagna, dove si voterà il 26 gennaio 2019, è ben più tribolata del previsto. Così il muscolare presidente s'affida a rocciosi candidati. Come Carlo Fagioli, punta di diamante del suo listino. L'imprenditore del reggiano ha fama di implacabile. Una delle aziende di famiglia, la Snatt Logistica, è negli annali delle controversie sindacali. Nel 2011 revocò un appalto alla cooperativa Gfe, Gruppo facchini emiliano, dopo che i 516 dipendenti, pagati 5 euro l'ora, avevano avuto l'ardire di chiedere l'applicazione del contratto nazionale. I soci, soprattutto migranti indiani, furono licenziati con un sms. Seguì straziante e turbolenta vertenza: manifestazioni, presidi permanenti e scioperi della fame.
Migranti & diritti. Terreno scivolosissimo per la sinistra progressista. Con alleati e sindacati lancia in resta. A cominciare da Coraggiosa, sigla che fa riferimento a Vasco Errani. L'ex presidente della regione, adesso senatore di Articolo uno, assalta: «Non si licenzia con gli sms, c'è un diritto del lavoro che noi vogliamo innovare. Il futuro non è nella precarietà». Tra i candidati del suo movimento c'è anche Sergio Guaitolini, già segretario Fiom a Reggio Emilia e provincia, che sbotta: «La notizia della candidatura di Fagioli non mi entusiasma affatto». Eufemismo condiviso da altri alfieri di Coraggiosa. «Ricordiamo ancora il dramma dei lavoratori che dormirono sul sagrato per giorni. Ci auguriamo che tutti si impegnino per dignità e diritti» attacca Silvia Prodi. Il cognome della battagliera ex consigliera regionale uscente non è un'omonimia: è la figliola di Quintilio Prodi, fratello di Romano. Insomma, Silvia è la nipote del Professore. Come lei, non maschera disappunto Gianguido Naldi, già a capo della Fiom emiliana e oggi segretario regionale di Sinistra italiana: «La candidatura di Fagioli è contraddittoria». O Umberto Franciosi, che guida la Flai, gli agricoli della Cgil: «Qui si va a caccia di voti e si sconfina andando a pescare personaggi del genere». Mentre è laconico Simone Vecchi, successore di Guaitolini al comando delle tute blu reggiane nonché fratello di Luca, sindaco dem del capoluogo: «La vicenda la conosco poco. Le darei una visione imparziale e scorretta».
C'è da capirlo. La conferma di Bonaccini è in bilico. Le polemiche sui facchini indiani non sono un gran viatico, specie in terra di sardine. Il coriaceo governatore però non arretra: «Fagioli resta in lista, ci mancherebbe. Non ho dubbi che saprà interpretare la necessità di qualità del lavoro». E i poveri migranti messi alla porta? «Il caso si sgonfierà. Lo sgonfieranno le stesse parole usate dall'imprenditore». Ovvero Fagioli, che con il fratello guida l'omonimo gruppo, specializzato in trasporti e sollevamenti eccezionali: «Non ho nulla da recriminare sul mio passato» assicura. «Sono certo di aver rispettato la legge e aver fatto del bene a molte persone. Ci sono stati diversi processi e abbiamo avuto sempre ragione. Le sentenze lo confermano». Intanto, su Facebook annuncia i suoi intendimenti politici: adoperarsi «affinché le aspirazioni di ognuno possano essere sorrette da una reale eguaglianza nelle opportunità».
Già, ecco però il passato che ritorna. È il 2011. A quell'epoca, Gfe lavora quasi in esclusiva per Snatt. Ma i 516 dipendenti della coop, ricostruisce ReggioSera, lamentano le loro condizioni: troppa flessibilità, paga incongrua, nessuna tutela per malattia o maternità, festività ridotte. I facchini, quasi tutti migranti, decidono dunque di applicare il contratto nazionale. Decisione non gradita all'impresa, che non vuole sobbarcarsi i costi. Vengono create così due nuove cooperative, ma è assunto solo chi accetta il salario ridotto. Molti riottosi non ci stanno: intentano causa all'azienda e finiscono in cassa integrazione.
Un'epopea su cui pure l'avversaria di Bonaccini, la leghista Lucia Borgonzoni, non rinuncia a maramaldeggiare: «Fagioli prima era venuto da noi. Ma avevo raccolto voci contrastanti, che non mi avevano convinto». L'interessato rettifica: una conoscente gli ha presentato l'aspirante governatrice, ma lui non si riconosceva nel programma. Vuoi mettere con la «piena e buona occupazione» promessa da Bonaccini?
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Il gip libera Federica Anghinolfi e Francesco Monopoli, ma nel compilare il provvedimento accende i fari sul loro metodo grazie a numerose testimonianze: «piglio militare» nella gestione dei servizi sociali e «contatti» con la politica.L'uomo di Stefano Bonaccini divide la sinistra. Il candidato dem alle regionali emiliane mette in lista Carlo Fagioli, al centro di grandi controversie sindacali. Da Vasco Errani alla nipote di Prodi, i compagni insorgono.Lo speciale comprende due articoli. Le nuove valutazioni del gip sono un'ulteriore tegola sulla testa per due indagati per le storiacce di Bibbiano. Gli elementi di prova raccolti sono «cristallizzati» e «solidi», la fase delle indagini «è ormai avanzata verso la prossima conclusione» e, per questo motivo, le esigenze cautelari «posso essere soddisfatte». Federica Anghinolfi, ex responsabile del servizio sociale integrato dell'Unione di Comuni della Val d'Enza con una simpatia per le famiglie arcobaleno, e l'assistente sociale Francesco Monopoli sono tornati in libertà. Per loro che ormai - stando alle valutazioni del gip del Tribunale di Reggio Emilia Luca Ramponi - non possono più inquinare le prove, non è necessaria una ulteriore detenzione domiciliare. Ma, sottolinea il gip, «deve confermarsi appieno la gravità indiziaria a carico degli indagati per tutti i fatti oggetto dell'applicazione coercitiva». Anzi, precisa la toga, si può trarre «ulteriore corroborazione circa l'esistenza di un programma criminoso unitario». Al quale avrebbero partecipato anche Nadia Bolognini della Onlus Hansel e Gretel (guidata dal guru Claudio Foti) e la psicologa Imelda Bonaretti. Un programma criminoso che era finalizzato, secondo il gip, «a sostenere l'esistenza di abusi in realtà mai avvenuti». Ovvero: il cuore dell'inchiesta Angeli e demoni. I due, stando agli atti investigativi, erano andati in fissa per una rete di pedofili che agiva in Val d'Enza e che andava a tutti i costi smascherata. In realtà quella rete di pedofili era solo nella loro testa. Arrivando a sostenere perfino che giudici, magistrati e forze dell'ordine erano coinvolti nell'organizzazione occulta che stuprava bambini. La conferma è arrivata agli investigatori da alcuni testimoni. Anna Maria Capponcelli, consulente tecnico del Tribunale per i minorenni di Bologna, per esempio, ha raccontato: «Monopoli mi disse che vi era una cerchia di persone, che mi lasciò intendere essere molto potenti, dedita alla pedofilia. Una cerchia a cui le famiglie dei bambini da loro protetti avevano venduto i propri figli per soddisfare le pulsioni sessuali del gruppo». Una fantasia. Condivisa anche con altre persone. Cinzia Magnarelli, un'altra testimone, invece, ha ricordato che Monopoli le aveva parlato di «racconti dei bimbi da cui emergeva la sussistenza di omicidi di altri bambini, ma anche episodi di cannibalismo e rituali religiosi satanici». Monopoli cercava insomma di ricondurre tutto agli avvenimenti della bassa modenese. Anghinolfi, invece, aveva rivelato quelle inquietanti storie all'ex comandante della polizia municipale Cristina Caggiati: «La Anghinolfi da diversi anni mi parlava di una rete di pedofili che la stessa ipotizzava essere operante anche nel territorio della Val d'Enza». Nel racconto alla comandante dei vigili però la Anghinolfi aveva infilato, oltre a magistrati, carabinieri e poliziotti, anche gli «ecclesiastici». E per condirla ancora un po', aggiunse intrecci con la 'ndrangheta e collegamenti con il caso del piccolo Tommaso Onofri, rapito e ucciso nel 2006. Un bel romanzo creato ad arte per fare da contesto ai sospetti da lanciare sulle famiglie cui volevano strappare i figli. Altre conferme arrivano da due psicologhe. Anche i loro verbali sono finiti nel faldone dell'inchiesta: «Loro (riferendosi ad Anghinolfi e Monopoli, ndr), tenevano in mente prevalentemente l'obiettivo abuso sessuale, tutto ruotava attorno a tale obiettivo e su di esso ci veniva chiesto di orientare i nostri accertamenti anche quando vi erano versioni alternative all'abuso su cui lavorare e da approfondire». Il gip va a fondo sulla personalità di Anghinolfi: «Risulta mostrare un peculiare atteggiamento che denota il suo tasso potenziale di criminalità». E ancora: «È sicuramente fortemente corrispondente per indole anche per inclinazione personale e comunanza ideologica alle posizioni aprioristiche di cui risulta ispiratrice (al pari di Monopoli, Foti e Bolognini)». In più, «sono la sua stessa condizione personale e le sue profonde convinzioni a renderla portata a sostenere con erinnica perseveranza la causa dell'abuso da dimostrarsi a ogni costo». E in effetti, annota il gip, «la stessa ha così manifestato il suo atteggiamento verso soprattutto il genere maschile (cui appartengono in gran parte i genitori o altri soggetti presunti abusanti)». Quel ruolo da responsabile del servizio sociale, ricoperto con piglio «militare» e nel quale esercitava il suo «carisma», però, ora (a sei mesi dagli arresti) è venuto meno. E lo stesso, valuta il gip, può dirsi di Monopoli. I due, insomma, non possono reiterare. Anche perché «i contatti con il mondo politico e ideologico di riferimento», apprezza il giudice, «proprio in ragione dell'ampio risalto dato dai mass media alla vicenda non avranno verosimilmente in concreto esiti negativi (...), posto che il timore per la propria immagine pubblica che un appoggio diretto agli indagati comporterebbe costituirà un adeguato cordone sanitario più di qualsivoglia altra misura cautelare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altra-bomba-dei-giudici-su-bibbiano-un-peculiare-tasso-di-criminalita-2641674527.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="luomo-di-bonaccini-divide-la-sinistra" data-post-id="2641674527" data-published-at="1778614218" data-use-pagination="False"> L’uomo di Bonaccini divide la sinistra Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Lo sa benissimo Stefano Bonaccini, che quotidiane sedute in palestra hanno ormai ben tornito. Tempra fisica e morale gli serviranno. La sua rielezione a governatore dell'Emilia Romagna, dove si voterà il 26 gennaio 2019, è ben più tribolata del previsto. Così il muscolare presidente s'affida a rocciosi candidati. Come Carlo Fagioli, punta di diamante del suo listino. L'imprenditore del reggiano ha fama di implacabile. Una delle aziende di famiglia, la Snatt Logistica, è negli annali delle controversie sindacali. Nel 2011 revocò un appalto alla cooperativa Gfe, Gruppo facchini emiliano, dopo che i 516 dipendenti, pagati 5 euro l'ora, avevano avuto l'ardire di chiedere l'applicazione del contratto nazionale. I soci, soprattutto migranti indiani, furono licenziati con un sms. Seguì straziante e turbolenta vertenza: manifestazioni, presidi permanenti e scioperi della fame. Migranti & diritti. Terreno scivolosissimo per la sinistra progressista. Con alleati e sindacati lancia in resta. A cominciare da Coraggiosa, sigla che fa riferimento a Vasco Errani. L'ex presidente della regione, adesso senatore di Articolo uno, assalta: «Non si licenzia con gli sms, c'è un diritto del lavoro che noi vogliamo innovare. Il futuro non è nella precarietà». Tra i candidati del suo movimento c'è anche Sergio Guaitolini, già segretario Fiom a Reggio Emilia e provincia, che sbotta: «La notizia della candidatura di Fagioli non mi entusiasma affatto». Eufemismo condiviso da altri alfieri di Coraggiosa. «Ricordiamo ancora il dramma dei lavoratori che dormirono sul sagrato per giorni. Ci auguriamo che tutti si impegnino per dignità e diritti» attacca Silvia Prodi. Il cognome della battagliera ex consigliera regionale uscente non è un'omonimia: è la figliola di Quintilio Prodi, fratello di Romano. Insomma, Silvia è la nipote del Professore. Come lei, non maschera disappunto Gianguido Naldi, già a capo della Fiom emiliana e oggi segretario regionale di Sinistra italiana: «La candidatura di Fagioli è contraddittoria». O Umberto Franciosi, che guida la Flai, gli agricoli della Cgil: «Qui si va a caccia di voti e si sconfina andando a pescare personaggi del genere». Mentre è laconico Simone Vecchi, successore di Guaitolini al comando delle tute blu reggiane nonché fratello di Luca, sindaco dem del capoluogo: «La vicenda la conosco poco. Le darei una visione imparziale e scorretta». C'è da capirlo. La conferma di Bonaccini è in bilico. Le polemiche sui facchini indiani non sono un gran viatico, specie in terra di sardine. Il coriaceo governatore però non arretra: «Fagioli resta in lista, ci mancherebbe. Non ho dubbi che saprà interpretare la necessità di qualità del lavoro». E i poveri migranti messi alla porta? «Il caso si sgonfierà. Lo sgonfieranno le stesse parole usate dall'imprenditore». Ovvero Fagioli, che con il fratello guida l'omonimo gruppo, specializzato in trasporti e sollevamenti eccezionali: «Non ho nulla da recriminare sul mio passato» assicura. «Sono certo di aver rispettato la legge e aver fatto del bene a molte persone. Ci sono stati diversi processi e abbiamo avuto sempre ragione. Le sentenze lo confermano». Intanto, su Facebook annuncia i suoi intendimenti politici: adoperarsi «affinché le aspirazioni di ognuno possano essere sorrette da una reale eguaglianza nelle opportunità». Già, ecco però il passato che ritorna. È il 2011. A quell'epoca, Gfe lavora quasi in esclusiva per Snatt. Ma i 516 dipendenti della coop, ricostruisce ReggioSera, lamentano le loro condizioni: troppa flessibilità, paga incongrua, nessuna tutela per malattia o maternità, festività ridotte. I facchini, quasi tutti migranti, decidono dunque di applicare il contratto nazionale. Decisione non gradita all'impresa, che non vuole sobbarcarsi i costi. Vengono create così due nuove cooperative, ma è assunto solo chi accetta il salario ridotto. Molti riottosi non ci stanno: intentano causa all'azienda e finiscono in cassa integrazione. Un'epopea su cui pure l'avversaria di Bonaccini, la leghista Lucia Borgonzoni, non rinuncia a maramaldeggiare: «Fagioli prima era venuto da noi. Ma avevo raccolto voci contrastanti, che non mi avevano convinto». L'interessato rettifica: una conoscente gli ha presentato l'aspirante governatrice, ma lui non si riconosceva nel programma. Vuoi mettere con la «piena e buona occupazione» promessa da Bonaccini?
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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