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2019-12-24
Altra bomba dei giudici su Bibbiano: «Un peculiare tasso di criminalità»
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Le nuove valutazioni del gip sono un'ulteriore tegola sulla testa per due indagati per le storiacce di Bibbiano. Gli elementi di prova raccolti sono «cristallizzati» e «solidi», la fase delle indagini «è ormai avanzata verso la prossima conclusione» e, per questo motivo, le esigenze cautelari «posso essere soddisfatte». Federica Anghinolfi, ex responsabile del servizio sociale integrato dell'Unione di Comuni della Val d'Enza con una simpatia per le famiglie arcobaleno, e l'assistente sociale Francesco Monopoli sono tornati in libertà. Per loro che ormai - stando alle valutazioni del gip del Tribunale di Reggio Emilia Luca Ramponi - non possono più inquinare le prove, non è necessaria una ulteriore detenzione domiciliare. Ma, sottolinea il gip, «deve confermarsi appieno la gravità indiziaria a carico degli indagati per tutti i fatti oggetto dell'applicazione coercitiva». Anzi, precisa la toga, si può trarre «ulteriore corroborazione circa l'esistenza di un programma criminoso unitario». Al quale avrebbero partecipato anche Nadia Bolognini della Onlus Hansel e Gretel (guidata dal guru Claudio Foti) e la psicologa Imelda Bonaretti. Un programma criminoso che era finalizzato, secondo il gip, «a sostenere l'esistenza di abusi in realtà mai avvenuti». Ovvero: il cuore dell'inchiesta Angeli e demoni. I due, stando agli atti investigativi, erano andati in fissa per una rete di pedofili che agiva in Val d'Enza e che andava a tutti i costi smascherata. In realtà quella rete di pedofili era solo nella loro testa. Arrivando a sostenere perfino che giudici, magistrati e forze dell'ordine erano coinvolti nell'organizzazione occulta che stuprava bambini. La conferma è arrivata agli investigatori da alcuni testimoni. Anna Maria Capponcelli, consulente tecnico del Tribunale per i minorenni di Bologna, per esempio, ha raccontato: «Monopoli mi disse che vi era una cerchia di persone, che mi lasciò intendere essere molto potenti, dedita alla pedofilia. Una cerchia a cui le famiglie dei bambini da loro protetti avevano venduto i propri figli per soddisfare le pulsioni sessuali del gruppo». Una fantasia. Condivisa anche con altre persone. Cinzia Magnarelli, un'altra testimone, invece, ha ricordato che Monopoli le aveva parlato di «racconti dei bimbi da cui emergeva la sussistenza di omicidi di altri bambini, ma anche episodi di cannibalismo e rituali religiosi satanici». Monopoli cercava insomma di ricondurre tutto agli avvenimenti della bassa modenese. Anghinolfi, invece, aveva rivelato quelle inquietanti storie all'ex comandante della polizia municipale Cristina Caggiati: «La Anghinolfi da diversi anni mi parlava di una rete di pedofili che la stessa ipotizzava essere operante anche nel territorio della Val d'Enza». Nel racconto alla comandante dei vigili però la Anghinolfi aveva infilato, oltre a magistrati, carabinieri e poliziotti, anche gli «ecclesiastici». E per condirla ancora un po', aggiunse intrecci con la 'ndrangheta e collegamenti con il caso del piccolo Tommaso Onofri, rapito e ucciso nel 2006. Un bel romanzo creato ad arte per fare da contesto ai sospetti da lanciare sulle famiglie cui volevano strappare i figli. Altre conferme arrivano da due psicologhe. Anche i loro verbali sono finiti nel faldone dell'inchiesta: «Loro (riferendosi ad Anghinolfi e Monopoli, ndr), tenevano in mente prevalentemente l'obiettivo abuso sessuale, tutto ruotava attorno a tale obiettivo e su di esso ci veniva chiesto di orientare i nostri accertamenti anche quando vi erano versioni alternative all'abuso su cui lavorare e da approfondire». Il gip va a fondo sulla personalità di Anghinolfi: «Risulta mostrare un peculiare atteggiamento che denota il suo tasso potenziale di criminalità». E ancora: «È sicuramente fortemente corrispondente per indole anche per inclinazione personale e comunanza ideologica alle posizioni aprioristiche di cui risulta ispiratrice (al pari di Monopoli, Foti e Bolognini)». In più, «sono la sua stessa condizione personale e le sue profonde convinzioni a renderla portata a sostenere con erinnica perseveranza la causa dell'abuso da dimostrarsi a ogni costo». E in effetti, annota il gip, «la stessa ha così manifestato il suo atteggiamento verso soprattutto il genere maschile (cui appartengono in gran parte i genitori o altri soggetti presunti abusanti)». Quel ruolo da responsabile del servizio sociale, ricoperto con piglio «militare» e nel quale esercitava il suo «carisma», però, ora (a sei mesi dagli arresti) è venuto meno. E lo stesso, valuta il gip, può dirsi di Monopoli. I due, insomma, non possono reiterare. Anche perché «i contatti con il mondo politico e ideologico di riferimento», apprezza il giudice, «proprio in ragione dell'ampio risalto dato dai mass media alla vicenda non avranno verosimilmente in concreto esiti negativi (...), posto che il timore per la propria immagine pubblica che un appoggio diretto agli indagati comporterebbe costituirà un adeguato cordone sanitario più di qualsivoglia altra misura cautelare».
L’uomo di Bonaccini divide la sinistra
Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Lo sa benissimo Stefano Bonaccini, che quotidiane sedute in palestra hanno ormai ben tornito. Tempra fisica e morale gli serviranno. La sua rielezione a governatore dell'Emilia Romagna, dove si voterà il 26 gennaio 2019, è ben più tribolata del previsto. Così il muscolare presidente s'affida a rocciosi candidati. Come Carlo Fagioli, punta di diamante del suo listino. L'imprenditore del reggiano ha fama di implacabile. Una delle aziende di famiglia, la Snatt Logistica, è negli annali delle controversie sindacali. Nel 2011 revocò un appalto alla cooperativa Gfe, Gruppo facchini emiliano, dopo che i 516 dipendenti, pagati 5 euro l'ora, avevano avuto l'ardire di chiedere l'applicazione del contratto nazionale. I soci, soprattutto migranti indiani, furono licenziati con un sms. Seguì straziante e turbolenta vertenza: manifestazioni, presidi permanenti e scioperi della fame.
Migranti & diritti. Terreno scivolosissimo per la sinistra progressista. Con alleati e sindacati lancia in resta. A cominciare da Coraggiosa, sigla che fa riferimento a Vasco Errani. L'ex presidente della regione, adesso senatore di Articolo uno, assalta: «Non si licenzia con gli sms, c'è un diritto del lavoro che noi vogliamo innovare. Il futuro non è nella precarietà». Tra i candidati del suo movimento c'è anche Sergio Guaitolini, già segretario Fiom a Reggio Emilia e provincia, che sbotta: «La notizia della candidatura di Fagioli non mi entusiasma affatto». Eufemismo condiviso da altri alfieri di Coraggiosa. «Ricordiamo ancora il dramma dei lavoratori che dormirono sul sagrato per giorni. Ci auguriamo che tutti si impegnino per dignità e diritti» attacca Silvia Prodi. Il cognome della battagliera ex consigliera regionale uscente non è un'omonimia: è la figliola di Quintilio Prodi, fratello di Romano. Insomma, Silvia è la nipote del Professore. Come lei, non maschera disappunto Gianguido Naldi, già a capo della Fiom emiliana e oggi segretario regionale di Sinistra italiana: «La candidatura di Fagioli è contraddittoria». O Umberto Franciosi, che guida la Flai, gli agricoli della Cgil: «Qui si va a caccia di voti e si sconfina andando a pescare personaggi del genere». Mentre è laconico Simone Vecchi, successore di Guaitolini al comando delle tute blu reggiane nonché fratello di Luca, sindaco dem del capoluogo: «La vicenda la conosco poco. Le darei una visione imparziale e scorretta».
C'è da capirlo. La conferma di Bonaccini è in bilico. Le polemiche sui facchini indiani non sono un gran viatico, specie in terra di sardine. Il coriaceo governatore però non arretra: «Fagioli resta in lista, ci mancherebbe. Non ho dubbi che saprà interpretare la necessità di qualità del lavoro». E i poveri migranti messi alla porta? «Il caso si sgonfierà. Lo sgonfieranno le stesse parole usate dall'imprenditore». Ovvero Fagioli, che con il fratello guida l'omonimo gruppo, specializzato in trasporti e sollevamenti eccezionali: «Non ho nulla da recriminare sul mio passato» assicura. «Sono certo di aver rispettato la legge e aver fatto del bene a molte persone. Ci sono stati diversi processi e abbiamo avuto sempre ragione. Le sentenze lo confermano». Intanto, su Facebook annuncia i suoi intendimenti politici: adoperarsi «affinché le aspirazioni di ognuno possano essere sorrette da una reale eguaglianza nelle opportunità».
Già, ecco però il passato che ritorna. È il 2011. A quell'epoca, Gfe lavora quasi in esclusiva per Snatt. Ma i 516 dipendenti della coop, ricostruisce ReggioSera, lamentano le loro condizioni: troppa flessibilità, paga incongrua, nessuna tutela per malattia o maternità, festività ridotte. I facchini, quasi tutti migranti, decidono dunque di applicare il contratto nazionale. Decisione non gradita all'impresa, che non vuole sobbarcarsi i costi. Vengono create così due nuove cooperative, ma è assunto solo chi accetta il salario ridotto. Molti riottosi non ci stanno: intentano causa all'azienda e finiscono in cassa integrazione.
Un'epopea su cui pure l'avversaria di Bonaccini, la leghista Lucia Borgonzoni, non rinuncia a maramaldeggiare: «Fagioli prima era venuto da noi. Ma avevo raccolto voci contrastanti, che non mi avevano convinto». L'interessato rettifica: una conoscente gli ha presentato l'aspirante governatrice, ma lui non si riconosceva nel programma. Vuoi mettere con la «piena e buona occupazione» promessa da Bonaccini?
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Il gip libera Federica Anghinolfi e Francesco Monopoli, ma nel compilare il provvedimento accende i fari sul loro metodo grazie a numerose testimonianze: «piglio militare» nella gestione dei servizi sociali e «contatti» con la politica.L'uomo di Stefano Bonaccini divide la sinistra. Il candidato dem alle regionali emiliane mette in lista Carlo Fagioli, al centro di grandi controversie sindacali. Da Vasco Errani alla nipote di Prodi, i compagni insorgono.Lo speciale comprende due articoli. Le nuove valutazioni del gip sono un'ulteriore tegola sulla testa per due indagati per le storiacce di Bibbiano. Gli elementi di prova raccolti sono «cristallizzati» e «solidi», la fase delle indagini «è ormai avanzata verso la prossima conclusione» e, per questo motivo, le esigenze cautelari «posso essere soddisfatte». Federica Anghinolfi, ex responsabile del servizio sociale integrato dell'Unione di Comuni della Val d'Enza con una simpatia per le famiglie arcobaleno, e l'assistente sociale Francesco Monopoli sono tornati in libertà. Per loro che ormai - stando alle valutazioni del gip del Tribunale di Reggio Emilia Luca Ramponi - non possono più inquinare le prove, non è necessaria una ulteriore detenzione domiciliare. Ma, sottolinea il gip, «deve confermarsi appieno la gravità indiziaria a carico degli indagati per tutti i fatti oggetto dell'applicazione coercitiva». Anzi, precisa la toga, si può trarre «ulteriore corroborazione circa l'esistenza di un programma criminoso unitario». Al quale avrebbero partecipato anche Nadia Bolognini della Onlus Hansel e Gretel (guidata dal guru Claudio Foti) e la psicologa Imelda Bonaretti. Un programma criminoso che era finalizzato, secondo il gip, «a sostenere l'esistenza di abusi in realtà mai avvenuti». Ovvero: il cuore dell'inchiesta Angeli e demoni. I due, stando agli atti investigativi, erano andati in fissa per una rete di pedofili che agiva in Val d'Enza e che andava a tutti i costi smascherata. In realtà quella rete di pedofili era solo nella loro testa. Arrivando a sostenere perfino che giudici, magistrati e forze dell'ordine erano coinvolti nell'organizzazione occulta che stuprava bambini. La conferma è arrivata agli investigatori da alcuni testimoni. Anna Maria Capponcelli, consulente tecnico del Tribunale per i minorenni di Bologna, per esempio, ha raccontato: «Monopoli mi disse che vi era una cerchia di persone, che mi lasciò intendere essere molto potenti, dedita alla pedofilia. Una cerchia a cui le famiglie dei bambini da loro protetti avevano venduto i propri figli per soddisfare le pulsioni sessuali del gruppo». Una fantasia. Condivisa anche con altre persone. Cinzia Magnarelli, un'altra testimone, invece, ha ricordato che Monopoli le aveva parlato di «racconti dei bimbi da cui emergeva la sussistenza di omicidi di altri bambini, ma anche episodi di cannibalismo e rituali religiosi satanici». Monopoli cercava insomma di ricondurre tutto agli avvenimenti della bassa modenese. Anghinolfi, invece, aveva rivelato quelle inquietanti storie all'ex comandante della polizia municipale Cristina Caggiati: «La Anghinolfi da diversi anni mi parlava di una rete di pedofili che la stessa ipotizzava essere operante anche nel territorio della Val d'Enza». Nel racconto alla comandante dei vigili però la Anghinolfi aveva infilato, oltre a magistrati, carabinieri e poliziotti, anche gli «ecclesiastici». E per condirla ancora un po', aggiunse intrecci con la 'ndrangheta e collegamenti con il caso del piccolo Tommaso Onofri, rapito e ucciso nel 2006. Un bel romanzo creato ad arte per fare da contesto ai sospetti da lanciare sulle famiglie cui volevano strappare i figli. Altre conferme arrivano da due psicologhe. Anche i loro verbali sono finiti nel faldone dell'inchiesta: «Loro (riferendosi ad Anghinolfi e Monopoli, ndr), tenevano in mente prevalentemente l'obiettivo abuso sessuale, tutto ruotava attorno a tale obiettivo e su di esso ci veniva chiesto di orientare i nostri accertamenti anche quando vi erano versioni alternative all'abuso su cui lavorare e da approfondire». Il gip va a fondo sulla personalità di Anghinolfi: «Risulta mostrare un peculiare atteggiamento che denota il suo tasso potenziale di criminalità». E ancora: «È sicuramente fortemente corrispondente per indole anche per inclinazione personale e comunanza ideologica alle posizioni aprioristiche di cui risulta ispiratrice (al pari di Monopoli, Foti e Bolognini)». In più, «sono la sua stessa condizione personale e le sue profonde convinzioni a renderla portata a sostenere con erinnica perseveranza la causa dell'abuso da dimostrarsi a ogni costo». E in effetti, annota il gip, «la stessa ha così manifestato il suo atteggiamento verso soprattutto il genere maschile (cui appartengono in gran parte i genitori o altri soggetti presunti abusanti)». Quel ruolo da responsabile del servizio sociale, ricoperto con piglio «militare» e nel quale esercitava il suo «carisma», però, ora (a sei mesi dagli arresti) è venuto meno. E lo stesso, valuta il gip, può dirsi di Monopoli. I due, insomma, non possono reiterare. Anche perché «i contatti con il mondo politico e ideologico di riferimento», apprezza il giudice, «proprio in ragione dell'ampio risalto dato dai mass media alla vicenda non avranno verosimilmente in concreto esiti negativi (...), posto che il timore per la propria immagine pubblica che un appoggio diretto agli indagati comporterebbe costituirà un adeguato cordone sanitario più di qualsivoglia altra misura cautelare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altra-bomba-dei-giudici-su-bibbiano-un-peculiare-tasso-di-criminalita-2641674527.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="luomo-di-bonaccini-divide-la-sinistra" data-post-id="2641674527" data-published-at="1781732376" data-use-pagination="False"> L’uomo di Bonaccini divide la sinistra Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Lo sa benissimo Stefano Bonaccini, che quotidiane sedute in palestra hanno ormai ben tornito. Tempra fisica e morale gli serviranno. La sua rielezione a governatore dell'Emilia Romagna, dove si voterà il 26 gennaio 2019, è ben più tribolata del previsto. Così il muscolare presidente s'affida a rocciosi candidati. Come Carlo Fagioli, punta di diamante del suo listino. L'imprenditore del reggiano ha fama di implacabile. Una delle aziende di famiglia, la Snatt Logistica, è negli annali delle controversie sindacali. Nel 2011 revocò un appalto alla cooperativa Gfe, Gruppo facchini emiliano, dopo che i 516 dipendenti, pagati 5 euro l'ora, avevano avuto l'ardire di chiedere l'applicazione del contratto nazionale. I soci, soprattutto migranti indiani, furono licenziati con un sms. Seguì straziante e turbolenta vertenza: manifestazioni, presidi permanenti e scioperi della fame. Migranti & diritti. Terreno scivolosissimo per la sinistra progressista. Con alleati e sindacati lancia in resta. A cominciare da Coraggiosa, sigla che fa riferimento a Vasco Errani. L'ex presidente della regione, adesso senatore di Articolo uno, assalta: «Non si licenzia con gli sms, c'è un diritto del lavoro che noi vogliamo innovare. Il futuro non è nella precarietà». Tra i candidati del suo movimento c'è anche Sergio Guaitolini, già segretario Fiom a Reggio Emilia e provincia, che sbotta: «La notizia della candidatura di Fagioli non mi entusiasma affatto». Eufemismo condiviso da altri alfieri di Coraggiosa. «Ricordiamo ancora il dramma dei lavoratori che dormirono sul sagrato per giorni. Ci auguriamo che tutti si impegnino per dignità e diritti» attacca Silvia Prodi. Il cognome della battagliera ex consigliera regionale uscente non è un'omonimia: è la figliola di Quintilio Prodi, fratello di Romano. Insomma, Silvia è la nipote del Professore. Come lei, non maschera disappunto Gianguido Naldi, già a capo della Fiom emiliana e oggi segretario regionale di Sinistra italiana: «La candidatura di Fagioli è contraddittoria». O Umberto Franciosi, che guida la Flai, gli agricoli della Cgil: «Qui si va a caccia di voti e si sconfina andando a pescare personaggi del genere». Mentre è laconico Simone Vecchi, successore di Guaitolini al comando delle tute blu reggiane nonché fratello di Luca, sindaco dem del capoluogo: «La vicenda la conosco poco. Le darei una visione imparziale e scorretta». C'è da capirlo. La conferma di Bonaccini è in bilico. Le polemiche sui facchini indiani non sono un gran viatico, specie in terra di sardine. Il coriaceo governatore però non arretra: «Fagioli resta in lista, ci mancherebbe. Non ho dubbi che saprà interpretare la necessità di qualità del lavoro». E i poveri migranti messi alla porta? «Il caso si sgonfierà. Lo sgonfieranno le stesse parole usate dall'imprenditore». Ovvero Fagioli, che con il fratello guida l'omonimo gruppo, specializzato in trasporti e sollevamenti eccezionali: «Non ho nulla da recriminare sul mio passato» assicura. «Sono certo di aver rispettato la legge e aver fatto del bene a molte persone. Ci sono stati diversi processi e abbiamo avuto sempre ragione. Le sentenze lo confermano». Intanto, su Facebook annuncia i suoi intendimenti politici: adoperarsi «affinché le aspirazioni di ognuno possano essere sorrette da una reale eguaglianza nelle opportunità». Già, ecco però il passato che ritorna. È il 2011. A quell'epoca, Gfe lavora quasi in esclusiva per Snatt. Ma i 516 dipendenti della coop, ricostruisce ReggioSera, lamentano le loro condizioni: troppa flessibilità, paga incongrua, nessuna tutela per malattia o maternità, festività ridotte. I facchini, quasi tutti migranti, decidono dunque di applicare il contratto nazionale. Decisione non gradita all'impresa, che non vuole sobbarcarsi i costi. Vengono create così due nuove cooperative, ma è assunto solo chi accetta il salario ridotto. Molti riottosi non ci stanno: intentano causa all'azienda e finiscono in cassa integrazione. Un'epopea su cui pure l'avversaria di Bonaccini, la leghista Lucia Borgonzoni, non rinuncia a maramaldeggiare: «Fagioli prima era venuto da noi. Ma avevo raccolto voci contrastanti, che non mi avevano convinto». L'interessato rettifica: una conoscente gli ha presentato l'aspirante governatrice, ma lui non si riconosceva nel programma. Vuoi mettere con la «piena e buona occupazione» promessa da Bonaccini?
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.