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2019-12-24
Altra bomba dei giudici su Bibbiano: «Un peculiare tasso di criminalità»
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Le nuove valutazioni del gip sono un'ulteriore tegola sulla testa per due indagati per le storiacce di Bibbiano. Gli elementi di prova raccolti sono «cristallizzati» e «solidi», la fase delle indagini «è ormai avanzata verso la prossima conclusione» e, per questo motivo, le esigenze cautelari «posso essere soddisfatte». Federica Anghinolfi, ex responsabile del servizio sociale integrato dell'Unione di Comuni della Val d'Enza con una simpatia per le famiglie arcobaleno, e l'assistente sociale Francesco Monopoli sono tornati in libertà. Per loro che ormai - stando alle valutazioni del gip del Tribunale di Reggio Emilia Luca Ramponi - non possono più inquinare le prove, non è necessaria una ulteriore detenzione domiciliare. Ma, sottolinea il gip, «deve confermarsi appieno la gravità indiziaria a carico degli indagati per tutti i fatti oggetto dell'applicazione coercitiva». Anzi, precisa la toga, si può trarre «ulteriore corroborazione circa l'esistenza di un programma criminoso unitario». Al quale avrebbero partecipato anche Nadia Bolognini della Onlus Hansel e Gretel (guidata dal guru Claudio Foti) e la psicologa Imelda Bonaretti. Un programma criminoso che era finalizzato, secondo il gip, «a sostenere l'esistenza di abusi in realtà mai avvenuti». Ovvero: il cuore dell'inchiesta Angeli e demoni. I due, stando agli atti investigativi, erano andati in fissa per una rete di pedofili che agiva in Val d'Enza e che andava a tutti i costi smascherata. In realtà quella rete di pedofili era solo nella loro testa. Arrivando a sostenere perfino che giudici, magistrati e forze dell'ordine erano coinvolti nell'organizzazione occulta che stuprava bambini. La conferma è arrivata agli investigatori da alcuni testimoni. Anna Maria Capponcelli, consulente tecnico del Tribunale per i minorenni di Bologna, per esempio, ha raccontato: «Monopoli mi disse che vi era una cerchia di persone, che mi lasciò intendere essere molto potenti, dedita alla pedofilia. Una cerchia a cui le famiglie dei bambini da loro protetti avevano venduto i propri figli per soddisfare le pulsioni sessuali del gruppo». Una fantasia. Condivisa anche con altre persone. Cinzia Magnarelli, un'altra testimone, invece, ha ricordato che Monopoli le aveva parlato di «racconti dei bimbi da cui emergeva la sussistenza di omicidi di altri bambini, ma anche episodi di cannibalismo e rituali religiosi satanici». Monopoli cercava insomma di ricondurre tutto agli avvenimenti della bassa modenese. Anghinolfi, invece, aveva rivelato quelle inquietanti storie all'ex comandante della polizia municipale Cristina Caggiati: «La Anghinolfi da diversi anni mi parlava di una rete di pedofili che la stessa ipotizzava essere operante anche nel territorio della Val d'Enza». Nel racconto alla comandante dei vigili però la Anghinolfi aveva infilato, oltre a magistrati, carabinieri e poliziotti, anche gli «ecclesiastici». E per condirla ancora un po', aggiunse intrecci con la 'ndrangheta e collegamenti con il caso del piccolo Tommaso Onofri, rapito e ucciso nel 2006. Un bel romanzo creato ad arte per fare da contesto ai sospetti da lanciare sulle famiglie cui volevano strappare i figli. Altre conferme arrivano da due psicologhe. Anche i loro verbali sono finiti nel faldone dell'inchiesta: «Loro (riferendosi ad Anghinolfi e Monopoli, ndr), tenevano in mente prevalentemente l'obiettivo abuso sessuale, tutto ruotava attorno a tale obiettivo e su di esso ci veniva chiesto di orientare i nostri accertamenti anche quando vi erano versioni alternative all'abuso su cui lavorare e da approfondire». Il gip va a fondo sulla personalità di Anghinolfi: «Risulta mostrare un peculiare atteggiamento che denota il suo tasso potenziale di criminalità». E ancora: «È sicuramente fortemente corrispondente per indole anche per inclinazione personale e comunanza ideologica alle posizioni aprioristiche di cui risulta ispiratrice (al pari di Monopoli, Foti e Bolognini)». In più, «sono la sua stessa condizione personale e le sue profonde convinzioni a renderla portata a sostenere con erinnica perseveranza la causa dell'abuso da dimostrarsi a ogni costo». E in effetti, annota il gip, «la stessa ha così manifestato il suo atteggiamento verso soprattutto il genere maschile (cui appartengono in gran parte i genitori o altri soggetti presunti abusanti)». Quel ruolo da responsabile del servizio sociale, ricoperto con piglio «militare» e nel quale esercitava il suo «carisma», però, ora (a sei mesi dagli arresti) è venuto meno. E lo stesso, valuta il gip, può dirsi di Monopoli. I due, insomma, non possono reiterare. Anche perché «i contatti con il mondo politico e ideologico di riferimento», apprezza il giudice, «proprio in ragione dell'ampio risalto dato dai mass media alla vicenda non avranno verosimilmente in concreto esiti negativi (...), posto che il timore per la propria immagine pubblica che un appoggio diretto agli indagati comporterebbe costituirà un adeguato cordone sanitario più di qualsivoglia altra misura cautelare».
L’uomo di Bonaccini divide la sinistra
Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Lo sa benissimo Stefano Bonaccini, che quotidiane sedute in palestra hanno ormai ben tornito. Tempra fisica e morale gli serviranno. La sua rielezione a governatore dell'Emilia Romagna, dove si voterà il 26 gennaio 2019, è ben più tribolata del previsto. Così il muscolare presidente s'affida a rocciosi candidati. Come Carlo Fagioli, punta di diamante del suo listino. L'imprenditore del reggiano ha fama di implacabile. Una delle aziende di famiglia, la Snatt Logistica, è negli annali delle controversie sindacali. Nel 2011 revocò un appalto alla cooperativa Gfe, Gruppo facchini emiliano, dopo che i 516 dipendenti, pagati 5 euro l'ora, avevano avuto l'ardire di chiedere l'applicazione del contratto nazionale. I soci, soprattutto migranti indiani, furono licenziati con un sms. Seguì straziante e turbolenta vertenza: manifestazioni, presidi permanenti e scioperi della fame.
Migranti & diritti. Terreno scivolosissimo per la sinistra progressista. Con alleati e sindacati lancia in resta. A cominciare da Coraggiosa, sigla che fa riferimento a Vasco Errani. L'ex presidente della regione, adesso senatore di Articolo uno, assalta: «Non si licenzia con gli sms, c'è un diritto del lavoro che noi vogliamo innovare. Il futuro non è nella precarietà». Tra i candidati del suo movimento c'è anche Sergio Guaitolini, già segretario Fiom a Reggio Emilia e provincia, che sbotta: «La notizia della candidatura di Fagioli non mi entusiasma affatto». Eufemismo condiviso da altri alfieri di Coraggiosa. «Ricordiamo ancora il dramma dei lavoratori che dormirono sul sagrato per giorni. Ci auguriamo che tutti si impegnino per dignità e diritti» attacca Silvia Prodi. Il cognome della battagliera ex consigliera regionale uscente non è un'omonimia: è la figliola di Quintilio Prodi, fratello di Romano. Insomma, Silvia è la nipote del Professore. Come lei, non maschera disappunto Gianguido Naldi, già a capo della Fiom emiliana e oggi segretario regionale di Sinistra italiana: «La candidatura di Fagioli è contraddittoria». O Umberto Franciosi, che guida la Flai, gli agricoli della Cgil: «Qui si va a caccia di voti e si sconfina andando a pescare personaggi del genere». Mentre è laconico Simone Vecchi, successore di Guaitolini al comando delle tute blu reggiane nonché fratello di Luca, sindaco dem del capoluogo: «La vicenda la conosco poco. Le darei una visione imparziale e scorretta».
C'è da capirlo. La conferma di Bonaccini è in bilico. Le polemiche sui facchini indiani non sono un gran viatico, specie in terra di sardine. Il coriaceo governatore però non arretra: «Fagioli resta in lista, ci mancherebbe. Non ho dubbi che saprà interpretare la necessità di qualità del lavoro». E i poveri migranti messi alla porta? «Il caso si sgonfierà. Lo sgonfieranno le stesse parole usate dall'imprenditore». Ovvero Fagioli, che con il fratello guida l'omonimo gruppo, specializzato in trasporti e sollevamenti eccezionali: «Non ho nulla da recriminare sul mio passato» assicura. «Sono certo di aver rispettato la legge e aver fatto del bene a molte persone. Ci sono stati diversi processi e abbiamo avuto sempre ragione. Le sentenze lo confermano». Intanto, su Facebook annuncia i suoi intendimenti politici: adoperarsi «affinché le aspirazioni di ognuno possano essere sorrette da una reale eguaglianza nelle opportunità».
Già, ecco però il passato che ritorna. È il 2011. A quell'epoca, Gfe lavora quasi in esclusiva per Snatt. Ma i 516 dipendenti della coop, ricostruisce ReggioSera, lamentano le loro condizioni: troppa flessibilità, paga incongrua, nessuna tutela per malattia o maternità, festività ridotte. I facchini, quasi tutti migranti, decidono dunque di applicare il contratto nazionale. Decisione non gradita all'impresa, che non vuole sobbarcarsi i costi. Vengono create così due nuove cooperative, ma è assunto solo chi accetta il salario ridotto. Molti riottosi non ci stanno: intentano causa all'azienda e finiscono in cassa integrazione.
Un'epopea su cui pure l'avversaria di Bonaccini, la leghista Lucia Borgonzoni, non rinuncia a maramaldeggiare: «Fagioli prima era venuto da noi. Ma avevo raccolto voci contrastanti, che non mi avevano convinto». L'interessato rettifica: una conoscente gli ha presentato l'aspirante governatrice, ma lui non si riconosceva nel programma. Vuoi mettere con la «piena e buona occupazione» promessa da Bonaccini?
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Il gip libera Federica Anghinolfi e Francesco Monopoli, ma nel compilare il provvedimento accende i fari sul loro metodo grazie a numerose testimonianze: «piglio militare» nella gestione dei servizi sociali e «contatti» con la politica.L'uomo di Stefano Bonaccini divide la sinistra. Il candidato dem alle regionali emiliane mette in lista Carlo Fagioli, al centro di grandi controversie sindacali. Da Vasco Errani alla nipote di Prodi, i compagni insorgono.Lo speciale comprende due articoli. Le nuove valutazioni del gip sono un'ulteriore tegola sulla testa per due indagati per le storiacce di Bibbiano. Gli elementi di prova raccolti sono «cristallizzati» e «solidi», la fase delle indagini «è ormai avanzata verso la prossima conclusione» e, per questo motivo, le esigenze cautelari «posso essere soddisfatte». Federica Anghinolfi, ex responsabile del servizio sociale integrato dell'Unione di Comuni della Val d'Enza con una simpatia per le famiglie arcobaleno, e l'assistente sociale Francesco Monopoli sono tornati in libertà. Per loro che ormai - stando alle valutazioni del gip del Tribunale di Reggio Emilia Luca Ramponi - non possono più inquinare le prove, non è necessaria una ulteriore detenzione domiciliare. Ma, sottolinea il gip, «deve confermarsi appieno la gravità indiziaria a carico degli indagati per tutti i fatti oggetto dell'applicazione coercitiva». Anzi, precisa la toga, si può trarre «ulteriore corroborazione circa l'esistenza di un programma criminoso unitario». Al quale avrebbero partecipato anche Nadia Bolognini della Onlus Hansel e Gretel (guidata dal guru Claudio Foti) e la psicologa Imelda Bonaretti. Un programma criminoso che era finalizzato, secondo il gip, «a sostenere l'esistenza di abusi in realtà mai avvenuti». Ovvero: il cuore dell'inchiesta Angeli e demoni. I due, stando agli atti investigativi, erano andati in fissa per una rete di pedofili che agiva in Val d'Enza e che andava a tutti i costi smascherata. In realtà quella rete di pedofili era solo nella loro testa. Arrivando a sostenere perfino che giudici, magistrati e forze dell'ordine erano coinvolti nell'organizzazione occulta che stuprava bambini. La conferma è arrivata agli investigatori da alcuni testimoni. Anna Maria Capponcelli, consulente tecnico del Tribunale per i minorenni di Bologna, per esempio, ha raccontato: «Monopoli mi disse che vi era una cerchia di persone, che mi lasciò intendere essere molto potenti, dedita alla pedofilia. Una cerchia a cui le famiglie dei bambini da loro protetti avevano venduto i propri figli per soddisfare le pulsioni sessuali del gruppo». Una fantasia. Condivisa anche con altre persone. Cinzia Magnarelli, un'altra testimone, invece, ha ricordato che Monopoli le aveva parlato di «racconti dei bimbi da cui emergeva la sussistenza di omicidi di altri bambini, ma anche episodi di cannibalismo e rituali religiosi satanici». Monopoli cercava insomma di ricondurre tutto agli avvenimenti della bassa modenese. Anghinolfi, invece, aveva rivelato quelle inquietanti storie all'ex comandante della polizia municipale Cristina Caggiati: «La Anghinolfi da diversi anni mi parlava di una rete di pedofili che la stessa ipotizzava essere operante anche nel territorio della Val d'Enza». Nel racconto alla comandante dei vigili però la Anghinolfi aveva infilato, oltre a magistrati, carabinieri e poliziotti, anche gli «ecclesiastici». E per condirla ancora un po', aggiunse intrecci con la 'ndrangheta e collegamenti con il caso del piccolo Tommaso Onofri, rapito e ucciso nel 2006. Un bel romanzo creato ad arte per fare da contesto ai sospetti da lanciare sulle famiglie cui volevano strappare i figli. Altre conferme arrivano da due psicologhe. Anche i loro verbali sono finiti nel faldone dell'inchiesta: «Loro (riferendosi ad Anghinolfi e Monopoli, ndr), tenevano in mente prevalentemente l'obiettivo abuso sessuale, tutto ruotava attorno a tale obiettivo e su di esso ci veniva chiesto di orientare i nostri accertamenti anche quando vi erano versioni alternative all'abuso su cui lavorare e da approfondire». Il gip va a fondo sulla personalità di Anghinolfi: «Risulta mostrare un peculiare atteggiamento che denota il suo tasso potenziale di criminalità». E ancora: «È sicuramente fortemente corrispondente per indole anche per inclinazione personale e comunanza ideologica alle posizioni aprioristiche di cui risulta ispiratrice (al pari di Monopoli, Foti e Bolognini)». In più, «sono la sua stessa condizione personale e le sue profonde convinzioni a renderla portata a sostenere con erinnica perseveranza la causa dell'abuso da dimostrarsi a ogni costo». E in effetti, annota il gip, «la stessa ha così manifestato il suo atteggiamento verso soprattutto il genere maschile (cui appartengono in gran parte i genitori o altri soggetti presunti abusanti)». Quel ruolo da responsabile del servizio sociale, ricoperto con piglio «militare» e nel quale esercitava il suo «carisma», però, ora (a sei mesi dagli arresti) è venuto meno. E lo stesso, valuta il gip, può dirsi di Monopoli. I due, insomma, non possono reiterare. Anche perché «i contatti con il mondo politico e ideologico di riferimento», apprezza il giudice, «proprio in ragione dell'ampio risalto dato dai mass media alla vicenda non avranno verosimilmente in concreto esiti negativi (...), posto che il timore per la propria immagine pubblica che un appoggio diretto agli indagati comporterebbe costituirà un adeguato cordone sanitario più di qualsivoglia altra misura cautelare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altra-bomba-dei-giudici-su-bibbiano-un-peculiare-tasso-di-criminalita-2641674527.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="luomo-di-bonaccini-divide-la-sinistra" data-post-id="2641674527" data-published-at="1779396919" data-use-pagination="False"> L’uomo di Bonaccini divide la sinistra Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Lo sa benissimo Stefano Bonaccini, che quotidiane sedute in palestra hanno ormai ben tornito. Tempra fisica e morale gli serviranno. La sua rielezione a governatore dell'Emilia Romagna, dove si voterà il 26 gennaio 2019, è ben più tribolata del previsto. Così il muscolare presidente s'affida a rocciosi candidati. Come Carlo Fagioli, punta di diamante del suo listino. L'imprenditore del reggiano ha fama di implacabile. Una delle aziende di famiglia, la Snatt Logistica, è negli annali delle controversie sindacali. Nel 2011 revocò un appalto alla cooperativa Gfe, Gruppo facchini emiliano, dopo che i 516 dipendenti, pagati 5 euro l'ora, avevano avuto l'ardire di chiedere l'applicazione del contratto nazionale. I soci, soprattutto migranti indiani, furono licenziati con un sms. Seguì straziante e turbolenta vertenza: manifestazioni, presidi permanenti e scioperi della fame. Migranti & diritti. Terreno scivolosissimo per la sinistra progressista. Con alleati e sindacati lancia in resta. A cominciare da Coraggiosa, sigla che fa riferimento a Vasco Errani. L'ex presidente della regione, adesso senatore di Articolo uno, assalta: «Non si licenzia con gli sms, c'è un diritto del lavoro che noi vogliamo innovare. Il futuro non è nella precarietà». Tra i candidati del suo movimento c'è anche Sergio Guaitolini, già segretario Fiom a Reggio Emilia e provincia, che sbotta: «La notizia della candidatura di Fagioli non mi entusiasma affatto». Eufemismo condiviso da altri alfieri di Coraggiosa. «Ricordiamo ancora il dramma dei lavoratori che dormirono sul sagrato per giorni. Ci auguriamo che tutti si impegnino per dignità e diritti» attacca Silvia Prodi. Il cognome della battagliera ex consigliera regionale uscente non è un'omonimia: è la figliola di Quintilio Prodi, fratello di Romano. Insomma, Silvia è la nipote del Professore. Come lei, non maschera disappunto Gianguido Naldi, già a capo della Fiom emiliana e oggi segretario regionale di Sinistra italiana: «La candidatura di Fagioli è contraddittoria». O Umberto Franciosi, che guida la Flai, gli agricoli della Cgil: «Qui si va a caccia di voti e si sconfina andando a pescare personaggi del genere». Mentre è laconico Simone Vecchi, successore di Guaitolini al comando delle tute blu reggiane nonché fratello di Luca, sindaco dem del capoluogo: «La vicenda la conosco poco. Le darei una visione imparziale e scorretta». C'è da capirlo. La conferma di Bonaccini è in bilico. Le polemiche sui facchini indiani non sono un gran viatico, specie in terra di sardine. Il coriaceo governatore però non arretra: «Fagioli resta in lista, ci mancherebbe. Non ho dubbi che saprà interpretare la necessità di qualità del lavoro». E i poveri migranti messi alla porta? «Il caso si sgonfierà. Lo sgonfieranno le stesse parole usate dall'imprenditore». Ovvero Fagioli, che con il fratello guida l'omonimo gruppo, specializzato in trasporti e sollevamenti eccezionali: «Non ho nulla da recriminare sul mio passato» assicura. «Sono certo di aver rispettato la legge e aver fatto del bene a molte persone. Ci sono stati diversi processi e abbiamo avuto sempre ragione. Le sentenze lo confermano». Intanto, su Facebook annuncia i suoi intendimenti politici: adoperarsi «affinché le aspirazioni di ognuno possano essere sorrette da una reale eguaglianza nelle opportunità». Già, ecco però il passato che ritorna. È il 2011. A quell'epoca, Gfe lavora quasi in esclusiva per Snatt. Ma i 516 dipendenti della coop, ricostruisce ReggioSera, lamentano le loro condizioni: troppa flessibilità, paga incongrua, nessuna tutela per malattia o maternità, festività ridotte. I facchini, quasi tutti migranti, decidono dunque di applicare il contratto nazionale. Decisione non gradita all'impresa, che non vuole sobbarcarsi i costi. Vengono create così due nuove cooperative, ma è assunto solo chi accetta il salario ridotto. Molti riottosi non ci stanno: intentano causa all'azienda e finiscono in cassa integrazione. Un'epopea su cui pure l'avversaria di Bonaccini, la leghista Lucia Borgonzoni, non rinuncia a maramaldeggiare: «Fagioli prima era venuto da noi. Ma avevo raccolto voci contrastanti, che non mi avevano convinto». L'interessato rettifica: una conoscente gli ha presentato l'aspirante governatrice, ma lui non si riconosceva nel programma. Vuoi mettere con la «piena e buona occupazione» promessa da Bonaccini?
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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