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2021-07-22
È allarme per i casi in salita ma a Milano i contagiati sono al 99% asintomatici
Zero sintomatici su 126 positivi. Il dato, che si riferisce al 17 luglio, è nell'ultimo report dell'Azienda territoriale sanitaria (Ats) di Milano sul monitoraggio dell'epidemia Covid-19. Ma anche nei giorni precedenti il database che registra i sintomi è inchiodato al massimo a poche unità. Rispetto agli andamenti registrati da gennaio 2020 a oggi si nota che, mentre fino a maggio, all'aumentare dei tamponi e dei casi positivi si vedeva una crescita nel numero di persone con sintomi, ricoveri e decessi, da giugno - come si vede nei grafici - la discontinuità ha del clamoroso. Crollano casi e sintomatici, con buona pace delle cassandre che prevedevano disastri e ospedali sotto assedio. Negli ultimi dieci giorni, in Lombardia, a fronte di una media di circa 400 casi positivi al giorno, ci sono stati 4 decessi e sono rimasti praticamente invariati i ricoveri in reparto (intorno a 130) e nelle terapie intensive (una trentina). Un dato simile si ricava anche a livello nazionale nel report settimanale del 14 luglio dell'Istituto superiore di sanità (Iss) dove, a fronte di un numero di tamponi superiore a 1,2 milioni, il 5 luglio, i positivi si fermano intorno a 2-3.000 e i sintomatici sono circa la metà, con ricoveri e decessi ai minimi. Anche ieri i nuovi casi registrati erano 4.259 (+700 rispetto a martedì), 21 decessi, in calo i ricoveri nelle terapie intensive (158) e stabili a 1.196 (+2) i ricoveri ordinari. All'aumento del numero dei test, a differenza dei mesi precedenti, ci sono meno casi e moltissimi senza sintomi. «Gli zero sintomatici di Milano sono tali, ma possono esserci dei ritardi nella registrazione del dato», osserva Carlo Signorelli, ordinario di Igiene all'Università di Parma e Vita salute del San Raffaele. «Probabilmente saranno giovani sotto i 30 anni trovati per tracciamento o perché in partenza per le vacanze. La Lombardia è la regione che ha vaccinato di più, quindi anche più soggetti a rischio sono immunizzati: ci sta il fatto che non ci siano morti e ricoverati». A fronte di questi dati, soprattutto nel caso di assenza di sintomi, con una trasmissione del virus verosimilmente ridotta, si potrebbe pensare a una gestione diversa anche delle quarantene, attualmente di 10-14 giorni per vaccinati e non. La questione però non è proprio così semplice. «Sappiamo che gli asintomatici trasmettono poco il virus, ma non ci sono i numeri», osserva Signorelli. «Fino a prova contraria, c'è la possibilità che il virus circoli e, oltre a variare, possa infettare quel 10% di persone fragili in cui il vaccino non dà copertura completa». Si tratta di un'interpretazione restrittiva e, in un certo senso, deludente per chi si è procurato il green pass sperando in una certa libertà di movimento. «Trovo un po' esagerato che il positivo vaccinato debba fare la quarantena», continua l'esperto che è anche nel Cts di Regione Lombardia, «ma si applica il principio di massima cautela, che forse è un po' troppo rigido, ma è la stessa strategia intrapresa all'inizio della pandemia e che punta a voler vaccinare il più possibile per impedire la circolazione del virus. Lo scenario però è cambiato». Il Covid-19 è ormai endemico, il virus sta circolando e quindi bisogna mettere in atto misure per conviverci salvaguardando i fragili. «È il dovere di un servizio sanitario universalistico come il nostro», ricorda Signorelli, ma ci sono vie diverse per raggiungere il risultato, soprattutto se l'obiettivo non è più eradicare il virus, ma conviverci contenendo i danni. Servirebbe un cambio di strategia che però è poco probabile arrivi dal ministero della Salute o dall'Iss. In Italia è stata intrapresa, «sin dall'inizio una linea ipercautelativa che difficilmente il governo abbandonerà», osserva l'esperto. «Nelle prossime settimane dovrebbero esserci dei dati sul reale rischio di trasmissione dei vaccinati, ma sono studi complessi», continua il professore che sottolinea come, a questo punto, nell'improbabilità di un cambio di rotta, serva «vaccinare i fragili, magari con il coinvolgimento dei medici di medicina generale, e agire sui trasporti, soprattutto in vista della ripresa della scuola». Il luogo più a rischio di infezione, secondo il professore «non sono le manifestazioni all'aperto e nemmeno le aule scolastiche, dove anche il concetto di contatto stretto potrebbe essere interpretato come solo il gruppo dei vicini di banco». Nemmeno sul fronte trasporti però si vede qualche movimento. Forse può essere complesso aumentare le corse di treni e metropolitane, ma scaglionare gli accessi a scuola, come fatto in qualche regione, potrebbe limitare la circolazione del virus. In ogni caso, la vaccinazione ha cambiato lo scenario e la previsione è «di una nuova ondata di positivi, ma senza casi gravi, pochi morti e poca terapia intensiva», afferma Signorelli. La convivenza con il Covid-19 è inevitabile, ma non disastrosa. Certo, resta da capire quanto è contagioso il positivo vaccinato e la durata dell'immunità, ma se la strategia di contrasto del governo resterà quella rigida e lenta che ha finora applicato, anche questi importanti risultati potrebbero essere ignorati.
La Capua augura ai non vaccinati la bancarotta dopo la degenza

Ilaria Capua (Ansa)
Cara dottoressa Ilaria Capua, abbiamo molto apprezzato la sua idea di far pagare il ricovero (1.000-2.000 euro al giorno) a chi non si vaccina, nel caso si ammalasse. Del resto lei sul Covid non ne ha mai sbagliata una, fin da quando diceva «è solo un sindrome simil influenzale, non ci saranno forme gravi, anzi sarà sempre più debole». Era il febbraio 2020, ricorda? «È solo una brutta influenza?», le chiedevano. E lei: «Bisogna vedere se è brutta». Da allora ha continuato a sparare sentenze dal buen ritiro della Florida, incassando gettoni a ogni apparizione Tv e promuovendo ben tre libri (tre!) sulla pandemia. A dimostrazione del fatto che forse di virus non ne capirà moltissimo, ma di quattrini assolutamente sì. Per questo la sua opinione è importante quando si tratta di trovare le cure giuste non tanto per le persone, che in fondo a lei come veterinaria poco interessano.
Quanto per i bilanci che le stanno evidentemente a cuore. In effetti l'idea di far cassa nella sanità costringendo a pagare chi non si sottopone al vaccino (che non è obbligatorio) ci sembra così intelligente che le chiederemmo se possibile di lavorarci su e di estenderla oltre i limitati confini del Covid. Se, per dire, uno anziché prendere il sempre sicuro treno viaggia su una moto potente, che è molto più rischiosa, e si sfracella in autostrada, perché dovremmo pagargli le cure in ospedale? E se, per dire, uno alla domenica, anziché andare ai giardinetti, sceglie di fare paracadutismo o rafting o parapendio e si rompe una gamba, perché dovremmo pagargli le cure in ospedale? E se, per dire, uno anziché rimanere fedele a sua moglie, va a trans e si becca l'Aids, perché dovremmo pagargli le cure in ospedale?
Potremmo andare avanti all'infinito, lo vede? Come tutte le trovate geniali, anche la sua apre grandi prospettive. Lei stessa del resto conclude il suo immortale articolo sul Corriere della Sera (dal titolo: «Danni collaterali») dicendo che questo è solo il primo passo.
Si capisce. Duemila euro per un ricovero sono l'inizio, soltanto per coprire «i costi non sanitari», cioè «letto, biancheria, mensa, servizio di pulizie». In un secondo tempo si passerà anche a far pagare «infermieri, medici e medicine», così il costo potrebbe aumentare assai. Gli incassi pure. Resterebbe da capire perché il non vaccinato dovrebbe continuare a pagare le tasse, ma questo è un piccolo dettaglio che magari facciamo risolvere al suo abilissimo ufficio contratti, che ne dice?
E poi si potrebbe fare anche un passo in più. Lei, per dire, propone di far pagare le cure ai non vaccinati nel caso si prendano il Covid. Perché fermarsi qui? Perché solo in caso di Covid? Perché non far pagare le cure ai non vaccinati qualsiasi malattia si prendano?
S'immagini la scena. Uno ha l'infarto, arriva l'ambulanza e gli chiedono: lei è vaccinato? No? O tira fuori la carta di credito o muore qui. Così si fa pressione sui non vaccinati. Finalmente. Gli si fa pagare un prezzo della loro scelta (che non è obbligatoria, sia chiaro). Anzi, già che ci siamo: perché aspettare che ai non vaccinati venga un infarto? Tagliamo loro direttamente una mano. O un orecchio. Così imparano. Non ti vaccini? Devi pagare e devi soffrire. In fondo anche questi sono soltanto «danni collaterali», no?
Grazie per il suo prezioso contributo, cara Capua. Lo vede quanti spunti interessanti arrivano da una trovata così geniale? Lei ci arriva partendo da un assunto apodittico: «La scienza ha fatto il suo dovere. Che cosa possiamo volere di più?». Ora, mi permetta: che la scienza abbia fatto il suo dovere è piuttosto discutibile e lo sa anche lei, che nei mesi scorsi, con un lampo di lucidità, disse: «La comunità scientifica ha fallito. Dobbiamo fare autocritica».
Ma tant'è. Sappiamo che è più facile collegarsi con La7 che con l'autocritica. Però, ecco, di fronte alla sua domanda «che cosa possiamo volere di più?», avremmo, sommessamente, pacatamente, rispettosamente, una risposta da suggerire. C
he cosa possiamo volere di più? Vorremmo che gli scienziati e gli pseudoscienziati la smettessero di sparare bestialità. Anche quando, essendo veterinari, sono dei veri specialisti nel settore.
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I dati della città metropolitana confermano: positivi in aumento, però la stragrande maggioranza di loro non ha nulla. Calo dei ricoveri e intensive a livello nazionale.Ilaria Capua vuol far pagare le eventuali cure a chi rifiuta la puntura, che è facoltativa.Lo speciale contiene due articoli.Zero sintomatici su 126 positivi. Il dato, che si riferisce al 17 luglio, è nell'ultimo report dell'Azienda territoriale sanitaria (Ats) di Milano sul monitoraggio dell'epidemia Covid-19. Ma anche nei giorni precedenti il database che registra i sintomi è inchiodato al massimo a poche unità. Rispetto agli andamenti registrati da gennaio 2020 a oggi si nota che, mentre fino a maggio, all'aumentare dei tamponi e dei casi positivi si vedeva una crescita nel numero di persone con sintomi, ricoveri e decessi, da giugno - come si vede nei grafici - la discontinuità ha del clamoroso. Crollano casi e sintomatici, con buona pace delle cassandre che prevedevano disastri e ospedali sotto assedio. Negli ultimi dieci giorni, in Lombardia, a fronte di una media di circa 400 casi positivi al giorno, ci sono stati 4 decessi e sono rimasti praticamente invariati i ricoveri in reparto (intorno a 130) e nelle terapie intensive (una trentina). Un dato simile si ricava anche a livello nazionale nel report settimanale del 14 luglio dell'Istituto superiore di sanità (Iss) dove, a fronte di un numero di tamponi superiore a 1,2 milioni, il 5 luglio, i positivi si fermano intorno a 2-3.000 e i sintomatici sono circa la metà, con ricoveri e decessi ai minimi. Anche ieri i nuovi casi registrati erano 4.259 (+700 rispetto a martedì), 21 decessi, in calo i ricoveri nelle terapie intensive (158) e stabili a 1.196 (+2) i ricoveri ordinari. All'aumento del numero dei test, a differenza dei mesi precedenti, ci sono meno casi e moltissimi senza sintomi. «Gli zero sintomatici di Milano sono tali, ma possono esserci dei ritardi nella registrazione del dato», osserva Carlo Signorelli, ordinario di Igiene all'Università di Parma e Vita salute del San Raffaele. «Probabilmente saranno giovani sotto i 30 anni trovati per tracciamento o perché in partenza per le vacanze. La Lombardia è la regione che ha vaccinato di più, quindi anche più soggetti a rischio sono immunizzati: ci sta il fatto che non ci siano morti e ricoverati». A fronte di questi dati, soprattutto nel caso di assenza di sintomi, con una trasmissione del virus verosimilmente ridotta, si potrebbe pensare a una gestione diversa anche delle quarantene, attualmente di 10-14 giorni per vaccinati e non. La questione però non è proprio così semplice. «Sappiamo che gli asintomatici trasmettono poco il virus, ma non ci sono i numeri», osserva Signorelli. «Fino a prova contraria, c'è la possibilità che il virus circoli e, oltre a variare, possa infettare quel 10% di persone fragili in cui il vaccino non dà copertura completa». Si tratta di un'interpretazione restrittiva e, in un certo senso, deludente per chi si è procurato il green pass sperando in una certa libertà di movimento. «Trovo un po' esagerato che il positivo vaccinato debba fare la quarantena», continua l'esperto che è anche nel Cts di Regione Lombardia, «ma si applica il principio di massima cautela, che forse è un po' troppo rigido, ma è la stessa strategia intrapresa all'inizio della pandemia e che punta a voler vaccinare il più possibile per impedire la circolazione del virus. Lo scenario però è cambiato». Il Covid-19 è ormai endemico, il virus sta circolando e quindi bisogna mettere in atto misure per conviverci salvaguardando i fragili. «È il dovere di un servizio sanitario universalistico come il nostro», ricorda Signorelli, ma ci sono vie diverse per raggiungere il risultato, soprattutto se l'obiettivo non è più eradicare il virus, ma conviverci contenendo i danni. Servirebbe un cambio di strategia che però è poco probabile arrivi dal ministero della Salute o dall'Iss. In Italia è stata intrapresa, «sin dall'inizio una linea ipercautelativa che difficilmente il governo abbandonerà», osserva l'esperto. «Nelle prossime settimane dovrebbero esserci dei dati sul reale rischio di trasmissione dei vaccinati, ma sono studi complessi», continua il professore che sottolinea come, a questo punto, nell'improbabilità di un cambio di rotta, serva «vaccinare i fragili, magari con il coinvolgimento dei medici di medicina generale, e agire sui trasporti, soprattutto in vista della ripresa della scuola». Il luogo più a rischio di infezione, secondo il professore «non sono le manifestazioni all'aperto e nemmeno le aule scolastiche, dove anche il concetto di contatto stretto potrebbe essere interpretato come solo il gruppo dei vicini di banco». Nemmeno sul fronte trasporti però si vede qualche movimento. Forse può essere complesso aumentare le corse di treni e metropolitane, ma scaglionare gli accessi a scuola, come fatto in qualche regione, potrebbe limitare la circolazione del virus. In ogni caso, la vaccinazione ha cambiato lo scenario e la previsione è «di una nuova ondata di positivi, ma senza casi gravi, pochi morti e poca terapia intensiva», afferma Signorelli. La convivenza con il Covid-19 è inevitabile, ma non disastrosa. Certo, resta da capire quanto è contagioso il positivo vaccinato e la durata dell'immunità, ma se la strategia di contrasto del governo resterà quella rigida e lenta che ha finora applicato, anche questi importanti risultati potrebbero essere ignorati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/allarme-casi-salita-milano-asintomatici-2653884826.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-capua-augura-ai-non-vaccinati-la-bancarotta-dopo-la-degenza" data-post-id="2653884826" data-published-at="1626894667" data-use-pagination="False"> La Capua augura ai non vaccinati la bancarotta dopo la degenza Ilaria Capua (Ansa) Cara dottoressa Ilaria Capua, abbiamo molto apprezzato la sua idea di far pagare il ricovero (1.000-2.000 euro al giorno) a chi non si vaccina, nel caso si ammalasse. Del resto lei sul Covid non ne ha mai sbagliata una, fin da quando diceva «è solo un sindrome simil influenzale, non ci saranno forme gravi, anzi sarà sempre più debole». Era il febbraio 2020, ricorda? «È solo una brutta influenza?», le chiedevano. E lei: «Bisogna vedere se è brutta». Da allora ha continuato a sparare sentenze dal buen ritiro della Florida, incassando gettoni a ogni apparizione Tv e promuovendo ben tre libri (tre!) sulla pandemia. A dimostrazione del fatto che forse di virus non ne capirà moltissimo, ma di quattrini assolutamente sì. Per questo la sua opinione è importante quando si tratta di trovare le cure giuste non tanto per le persone, che in fondo a lei come veterinaria poco interessano. Quanto per i bilanci che le stanno evidentemente a cuore. In effetti l'idea di far cassa nella sanità costringendo a pagare chi non si sottopone al vaccino (che non è obbligatorio) ci sembra così intelligente che le chiederemmo se possibile di lavorarci su e di estenderla oltre i limitati confini del Covid. Se, per dire, uno anziché prendere il sempre sicuro treno viaggia su una moto potente, che è molto più rischiosa, e si sfracella in autostrada, perché dovremmo pagargli le cure in ospedale? E se, per dire, uno alla domenica, anziché andare ai giardinetti, sceglie di fare paracadutismo o rafting o parapendio e si rompe una gamba, perché dovremmo pagargli le cure in ospedale? E se, per dire, uno anziché rimanere fedele a sua moglie, va a trans e si becca l'Aids, perché dovremmo pagargli le cure in ospedale? Potremmo andare avanti all'infinito, lo vede? Come tutte le trovate geniali, anche la sua apre grandi prospettive. Lei stessa del resto conclude il suo immortale articolo sul Corriere della Sera (dal titolo: «Danni collaterali») dicendo che questo è solo il primo passo. Si capisce. Duemila euro per un ricovero sono l'inizio, soltanto per coprire «i costi non sanitari», cioè «letto, biancheria, mensa, servizio di pulizie». In un secondo tempo si passerà anche a far pagare «infermieri, medici e medicine», così il costo potrebbe aumentare assai. Gli incassi pure. Resterebbe da capire perché il non vaccinato dovrebbe continuare a pagare le tasse, ma questo è un piccolo dettaglio che magari facciamo risolvere al suo abilissimo ufficio contratti, che ne dice? E poi si potrebbe fare anche un passo in più. Lei, per dire, propone di far pagare le cure ai non vaccinati nel caso si prendano il Covid. Perché fermarsi qui? Perché solo in caso di Covid? Perché non far pagare le cure ai non vaccinati qualsiasi malattia si prendano? S'immagini la scena. Uno ha l'infarto, arriva l'ambulanza e gli chiedono: lei è vaccinato? No? O tira fuori la carta di credito o muore qui. Così si fa pressione sui non vaccinati. Finalmente. Gli si fa pagare un prezzo della loro scelta (che non è obbligatoria, sia chiaro). Anzi, già che ci siamo: perché aspettare che ai non vaccinati venga un infarto? Tagliamo loro direttamente una mano. O un orecchio. Così imparano. Non ti vaccini? Devi pagare e devi soffrire. In fondo anche questi sono soltanto «danni collaterali», no? Grazie per il suo prezioso contributo, cara Capua. Lo vede quanti spunti interessanti arrivano da una trovata così geniale? Lei ci arriva partendo da un assunto apodittico: «La scienza ha fatto il suo dovere. Che cosa possiamo volere di più?». Ora, mi permetta: che la scienza abbia fatto il suo dovere è piuttosto discutibile e lo sa anche lei, che nei mesi scorsi, con un lampo di lucidità, disse: «La comunità scientifica ha fallito. Dobbiamo fare autocritica». Ma tant'è. Sappiamo che è più facile collegarsi con La7 che con l'autocritica. Però, ecco, di fronte alla sua domanda «che cosa possiamo volere di più?», avremmo, sommessamente, pacatamente, rispettosamente, una risposta da suggerire. C he cosa possiamo volere di più? Vorremmo che gli scienziati e gli pseudoscienziati la smettessero di sparare bestialità. Anche quando, essendo veterinari, sono dei veri specialisti nel settore.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.