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2021-07-22
È allarme per i casi in salita ma a Milano i contagiati sono al 99% asintomatici
Zero sintomatici su 126 positivi. Il dato, che si riferisce al 17 luglio, è nell'ultimo report dell'Azienda territoriale sanitaria (Ats) di Milano sul monitoraggio dell'epidemia Covid-19. Ma anche nei giorni precedenti il database che registra i sintomi è inchiodato al massimo a poche unità. Rispetto agli andamenti registrati da gennaio 2020 a oggi si nota che, mentre fino a maggio, all'aumentare dei tamponi e dei casi positivi si vedeva una crescita nel numero di persone con sintomi, ricoveri e decessi, da giugno - come si vede nei grafici - la discontinuità ha del clamoroso. Crollano casi e sintomatici, con buona pace delle cassandre che prevedevano disastri e ospedali sotto assedio. Negli ultimi dieci giorni, in Lombardia, a fronte di una media di circa 400 casi positivi al giorno, ci sono stati 4 decessi e sono rimasti praticamente invariati i ricoveri in reparto (intorno a 130) e nelle terapie intensive (una trentina). Un dato simile si ricava anche a livello nazionale nel report settimanale del 14 luglio dell'Istituto superiore di sanità (Iss) dove, a fronte di un numero di tamponi superiore a 1,2 milioni, il 5 luglio, i positivi si fermano intorno a 2-3.000 e i sintomatici sono circa la metà, con ricoveri e decessi ai minimi. Anche ieri i nuovi casi registrati erano 4.259 (+700 rispetto a martedì), 21 decessi, in calo i ricoveri nelle terapie intensive (158) e stabili a 1.196 (+2) i ricoveri ordinari. All'aumento del numero dei test, a differenza dei mesi precedenti, ci sono meno casi e moltissimi senza sintomi. «Gli zero sintomatici di Milano sono tali, ma possono esserci dei ritardi nella registrazione del dato», osserva Carlo Signorelli, ordinario di Igiene all'Università di Parma e Vita salute del San Raffaele. «Probabilmente saranno giovani sotto i 30 anni trovati per tracciamento o perché in partenza per le vacanze. La Lombardia è la regione che ha vaccinato di più, quindi anche più soggetti a rischio sono immunizzati: ci sta il fatto che non ci siano morti e ricoverati». A fronte di questi dati, soprattutto nel caso di assenza di sintomi, con una trasmissione del virus verosimilmente ridotta, si potrebbe pensare a una gestione diversa anche delle quarantene, attualmente di 10-14 giorni per vaccinati e non. La questione però non è proprio così semplice. «Sappiamo che gli asintomatici trasmettono poco il virus, ma non ci sono i numeri», osserva Signorelli. «Fino a prova contraria, c'è la possibilità che il virus circoli e, oltre a variare, possa infettare quel 10% di persone fragili in cui il vaccino non dà copertura completa». Si tratta di un'interpretazione restrittiva e, in un certo senso, deludente per chi si è procurato il green pass sperando in una certa libertà di movimento. «Trovo un po' esagerato che il positivo vaccinato debba fare la quarantena», continua l'esperto che è anche nel Cts di Regione Lombardia, «ma si applica il principio di massima cautela, che forse è un po' troppo rigido, ma è la stessa strategia intrapresa all'inizio della pandemia e che punta a voler vaccinare il più possibile per impedire la circolazione del virus. Lo scenario però è cambiato». Il Covid-19 è ormai endemico, il virus sta circolando e quindi bisogna mettere in atto misure per conviverci salvaguardando i fragili. «È il dovere di un servizio sanitario universalistico come il nostro», ricorda Signorelli, ma ci sono vie diverse per raggiungere il risultato, soprattutto se l'obiettivo non è più eradicare il virus, ma conviverci contenendo i danni. Servirebbe un cambio di strategia che però è poco probabile arrivi dal ministero della Salute o dall'Iss. In Italia è stata intrapresa, «sin dall'inizio una linea ipercautelativa che difficilmente il governo abbandonerà», osserva l'esperto. «Nelle prossime settimane dovrebbero esserci dei dati sul reale rischio di trasmissione dei vaccinati, ma sono studi complessi», continua il professore che sottolinea come, a questo punto, nell'improbabilità di un cambio di rotta, serva «vaccinare i fragili, magari con il coinvolgimento dei medici di medicina generale, e agire sui trasporti, soprattutto in vista della ripresa della scuola». Il luogo più a rischio di infezione, secondo il professore «non sono le manifestazioni all'aperto e nemmeno le aule scolastiche, dove anche il concetto di contatto stretto potrebbe essere interpretato come solo il gruppo dei vicini di banco». Nemmeno sul fronte trasporti però si vede qualche movimento. Forse può essere complesso aumentare le corse di treni e metropolitane, ma scaglionare gli accessi a scuola, come fatto in qualche regione, potrebbe limitare la circolazione del virus. In ogni caso, la vaccinazione ha cambiato lo scenario e la previsione è «di una nuova ondata di positivi, ma senza casi gravi, pochi morti e poca terapia intensiva», afferma Signorelli. La convivenza con il Covid-19 è inevitabile, ma non disastrosa. Certo, resta da capire quanto è contagioso il positivo vaccinato e la durata dell'immunità, ma se la strategia di contrasto del governo resterà quella rigida e lenta che ha finora applicato, anche questi importanti risultati potrebbero essere ignorati.
La Capua augura ai non vaccinati la bancarotta dopo la degenza

Ilaria Capua (Ansa)
Cara dottoressa Ilaria Capua, abbiamo molto apprezzato la sua idea di far pagare il ricovero (1.000-2.000 euro al giorno) a chi non si vaccina, nel caso si ammalasse. Del resto lei sul Covid non ne ha mai sbagliata una, fin da quando diceva «è solo un sindrome simil influenzale, non ci saranno forme gravi, anzi sarà sempre più debole». Era il febbraio 2020, ricorda? «È solo una brutta influenza?», le chiedevano. E lei: «Bisogna vedere se è brutta». Da allora ha continuato a sparare sentenze dal buen ritiro della Florida, incassando gettoni a ogni apparizione Tv e promuovendo ben tre libri (tre!) sulla pandemia. A dimostrazione del fatto che forse di virus non ne capirà moltissimo, ma di quattrini assolutamente sì. Per questo la sua opinione è importante quando si tratta di trovare le cure giuste non tanto per le persone, che in fondo a lei come veterinaria poco interessano.
Quanto per i bilanci che le stanno evidentemente a cuore. In effetti l'idea di far cassa nella sanità costringendo a pagare chi non si sottopone al vaccino (che non è obbligatorio) ci sembra così intelligente che le chiederemmo se possibile di lavorarci su e di estenderla oltre i limitati confini del Covid. Se, per dire, uno anziché prendere il sempre sicuro treno viaggia su una moto potente, che è molto più rischiosa, e si sfracella in autostrada, perché dovremmo pagargli le cure in ospedale? E se, per dire, uno alla domenica, anziché andare ai giardinetti, sceglie di fare paracadutismo o rafting o parapendio e si rompe una gamba, perché dovremmo pagargli le cure in ospedale? E se, per dire, uno anziché rimanere fedele a sua moglie, va a trans e si becca l'Aids, perché dovremmo pagargli le cure in ospedale?
Potremmo andare avanti all'infinito, lo vede? Come tutte le trovate geniali, anche la sua apre grandi prospettive. Lei stessa del resto conclude il suo immortale articolo sul Corriere della Sera (dal titolo: «Danni collaterali») dicendo che questo è solo il primo passo.
Si capisce. Duemila euro per un ricovero sono l'inizio, soltanto per coprire «i costi non sanitari», cioè «letto, biancheria, mensa, servizio di pulizie». In un secondo tempo si passerà anche a far pagare «infermieri, medici e medicine», così il costo potrebbe aumentare assai. Gli incassi pure. Resterebbe da capire perché il non vaccinato dovrebbe continuare a pagare le tasse, ma questo è un piccolo dettaglio che magari facciamo risolvere al suo abilissimo ufficio contratti, che ne dice?
E poi si potrebbe fare anche un passo in più. Lei, per dire, propone di far pagare le cure ai non vaccinati nel caso si prendano il Covid. Perché fermarsi qui? Perché solo in caso di Covid? Perché non far pagare le cure ai non vaccinati qualsiasi malattia si prendano?
S'immagini la scena. Uno ha l'infarto, arriva l'ambulanza e gli chiedono: lei è vaccinato? No? O tira fuori la carta di credito o muore qui. Così si fa pressione sui non vaccinati. Finalmente. Gli si fa pagare un prezzo della loro scelta (che non è obbligatoria, sia chiaro). Anzi, già che ci siamo: perché aspettare che ai non vaccinati venga un infarto? Tagliamo loro direttamente una mano. O un orecchio. Così imparano. Non ti vaccini? Devi pagare e devi soffrire. In fondo anche questi sono soltanto «danni collaterali», no?
Grazie per il suo prezioso contributo, cara Capua. Lo vede quanti spunti interessanti arrivano da una trovata così geniale? Lei ci arriva partendo da un assunto apodittico: «La scienza ha fatto il suo dovere. Che cosa possiamo volere di più?». Ora, mi permetta: che la scienza abbia fatto il suo dovere è piuttosto discutibile e lo sa anche lei, che nei mesi scorsi, con un lampo di lucidità, disse: «La comunità scientifica ha fallito. Dobbiamo fare autocritica».
Ma tant'è. Sappiamo che è più facile collegarsi con La7 che con l'autocritica. Però, ecco, di fronte alla sua domanda «che cosa possiamo volere di più?», avremmo, sommessamente, pacatamente, rispettosamente, una risposta da suggerire. C
he cosa possiamo volere di più? Vorremmo che gli scienziati e gli pseudoscienziati la smettessero di sparare bestialità. Anche quando, essendo veterinari, sono dei veri specialisti nel settore.
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I dati della città metropolitana confermano: positivi in aumento, però la stragrande maggioranza di loro non ha nulla. Calo dei ricoveri e intensive a livello nazionale.Ilaria Capua vuol far pagare le eventuali cure a chi rifiuta la puntura, che è facoltativa.Lo speciale contiene due articoli.Zero sintomatici su 126 positivi. Il dato, che si riferisce al 17 luglio, è nell'ultimo report dell'Azienda territoriale sanitaria (Ats) di Milano sul monitoraggio dell'epidemia Covid-19. Ma anche nei giorni precedenti il database che registra i sintomi è inchiodato al massimo a poche unità. Rispetto agli andamenti registrati da gennaio 2020 a oggi si nota che, mentre fino a maggio, all'aumentare dei tamponi e dei casi positivi si vedeva una crescita nel numero di persone con sintomi, ricoveri e decessi, da giugno - come si vede nei grafici - la discontinuità ha del clamoroso. Crollano casi e sintomatici, con buona pace delle cassandre che prevedevano disastri e ospedali sotto assedio. Negli ultimi dieci giorni, in Lombardia, a fronte di una media di circa 400 casi positivi al giorno, ci sono stati 4 decessi e sono rimasti praticamente invariati i ricoveri in reparto (intorno a 130) e nelle terapie intensive (una trentina). Un dato simile si ricava anche a livello nazionale nel report settimanale del 14 luglio dell'Istituto superiore di sanità (Iss) dove, a fronte di un numero di tamponi superiore a 1,2 milioni, il 5 luglio, i positivi si fermano intorno a 2-3.000 e i sintomatici sono circa la metà, con ricoveri e decessi ai minimi. Anche ieri i nuovi casi registrati erano 4.259 (+700 rispetto a martedì), 21 decessi, in calo i ricoveri nelle terapie intensive (158) e stabili a 1.196 (+2) i ricoveri ordinari. All'aumento del numero dei test, a differenza dei mesi precedenti, ci sono meno casi e moltissimi senza sintomi. «Gli zero sintomatici di Milano sono tali, ma possono esserci dei ritardi nella registrazione del dato», osserva Carlo Signorelli, ordinario di Igiene all'Università di Parma e Vita salute del San Raffaele. «Probabilmente saranno giovani sotto i 30 anni trovati per tracciamento o perché in partenza per le vacanze. La Lombardia è la regione che ha vaccinato di più, quindi anche più soggetti a rischio sono immunizzati: ci sta il fatto che non ci siano morti e ricoverati». A fronte di questi dati, soprattutto nel caso di assenza di sintomi, con una trasmissione del virus verosimilmente ridotta, si potrebbe pensare a una gestione diversa anche delle quarantene, attualmente di 10-14 giorni per vaccinati e non. La questione però non è proprio così semplice. «Sappiamo che gli asintomatici trasmettono poco il virus, ma non ci sono i numeri», osserva Signorelli. «Fino a prova contraria, c'è la possibilità che il virus circoli e, oltre a variare, possa infettare quel 10% di persone fragili in cui il vaccino non dà copertura completa». Si tratta di un'interpretazione restrittiva e, in un certo senso, deludente per chi si è procurato il green pass sperando in una certa libertà di movimento. «Trovo un po' esagerato che il positivo vaccinato debba fare la quarantena», continua l'esperto che è anche nel Cts di Regione Lombardia, «ma si applica il principio di massima cautela, che forse è un po' troppo rigido, ma è la stessa strategia intrapresa all'inizio della pandemia e che punta a voler vaccinare il più possibile per impedire la circolazione del virus. Lo scenario però è cambiato». Il Covid-19 è ormai endemico, il virus sta circolando e quindi bisogna mettere in atto misure per conviverci salvaguardando i fragili. «È il dovere di un servizio sanitario universalistico come il nostro», ricorda Signorelli, ma ci sono vie diverse per raggiungere il risultato, soprattutto se l'obiettivo non è più eradicare il virus, ma conviverci contenendo i danni. Servirebbe un cambio di strategia che però è poco probabile arrivi dal ministero della Salute o dall'Iss. In Italia è stata intrapresa, «sin dall'inizio una linea ipercautelativa che difficilmente il governo abbandonerà», osserva l'esperto. «Nelle prossime settimane dovrebbero esserci dei dati sul reale rischio di trasmissione dei vaccinati, ma sono studi complessi», continua il professore che sottolinea come, a questo punto, nell'improbabilità di un cambio di rotta, serva «vaccinare i fragili, magari con il coinvolgimento dei medici di medicina generale, e agire sui trasporti, soprattutto in vista della ripresa della scuola». Il luogo più a rischio di infezione, secondo il professore «non sono le manifestazioni all'aperto e nemmeno le aule scolastiche, dove anche il concetto di contatto stretto potrebbe essere interpretato come solo il gruppo dei vicini di banco». Nemmeno sul fronte trasporti però si vede qualche movimento. Forse può essere complesso aumentare le corse di treni e metropolitane, ma scaglionare gli accessi a scuola, come fatto in qualche regione, potrebbe limitare la circolazione del virus. In ogni caso, la vaccinazione ha cambiato lo scenario e la previsione è «di una nuova ondata di positivi, ma senza casi gravi, pochi morti e poca terapia intensiva», afferma Signorelli. La convivenza con il Covid-19 è inevitabile, ma non disastrosa. Certo, resta da capire quanto è contagioso il positivo vaccinato e la durata dell'immunità, ma se la strategia di contrasto del governo resterà quella rigida e lenta che ha finora applicato, anche questi importanti risultati potrebbero essere ignorati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/allarme-casi-salita-milano-asintomatici-2653884826.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-capua-augura-ai-non-vaccinati-la-bancarotta-dopo-la-degenza" data-post-id="2653884826" data-published-at="1626894667" data-use-pagination="False"> La Capua augura ai non vaccinati la bancarotta dopo la degenza Ilaria Capua (Ansa) Cara dottoressa Ilaria Capua, abbiamo molto apprezzato la sua idea di far pagare il ricovero (1.000-2.000 euro al giorno) a chi non si vaccina, nel caso si ammalasse. Del resto lei sul Covid non ne ha mai sbagliata una, fin da quando diceva «è solo un sindrome simil influenzale, non ci saranno forme gravi, anzi sarà sempre più debole». Era il febbraio 2020, ricorda? «È solo una brutta influenza?», le chiedevano. E lei: «Bisogna vedere se è brutta». Da allora ha continuato a sparare sentenze dal buen ritiro della Florida, incassando gettoni a ogni apparizione Tv e promuovendo ben tre libri (tre!) sulla pandemia. A dimostrazione del fatto che forse di virus non ne capirà moltissimo, ma di quattrini assolutamente sì. Per questo la sua opinione è importante quando si tratta di trovare le cure giuste non tanto per le persone, che in fondo a lei come veterinaria poco interessano. Quanto per i bilanci che le stanno evidentemente a cuore. In effetti l'idea di far cassa nella sanità costringendo a pagare chi non si sottopone al vaccino (che non è obbligatorio) ci sembra così intelligente che le chiederemmo se possibile di lavorarci su e di estenderla oltre i limitati confini del Covid. Se, per dire, uno anziché prendere il sempre sicuro treno viaggia su una moto potente, che è molto più rischiosa, e si sfracella in autostrada, perché dovremmo pagargli le cure in ospedale? E se, per dire, uno alla domenica, anziché andare ai giardinetti, sceglie di fare paracadutismo o rafting o parapendio e si rompe una gamba, perché dovremmo pagargli le cure in ospedale? E se, per dire, uno anziché rimanere fedele a sua moglie, va a trans e si becca l'Aids, perché dovremmo pagargli le cure in ospedale? Potremmo andare avanti all'infinito, lo vede? Come tutte le trovate geniali, anche la sua apre grandi prospettive. Lei stessa del resto conclude il suo immortale articolo sul Corriere della Sera (dal titolo: «Danni collaterali») dicendo che questo è solo il primo passo. Si capisce. Duemila euro per un ricovero sono l'inizio, soltanto per coprire «i costi non sanitari», cioè «letto, biancheria, mensa, servizio di pulizie». In un secondo tempo si passerà anche a far pagare «infermieri, medici e medicine», così il costo potrebbe aumentare assai. Gli incassi pure. Resterebbe da capire perché il non vaccinato dovrebbe continuare a pagare le tasse, ma questo è un piccolo dettaglio che magari facciamo risolvere al suo abilissimo ufficio contratti, che ne dice? E poi si potrebbe fare anche un passo in più. Lei, per dire, propone di far pagare le cure ai non vaccinati nel caso si prendano il Covid. Perché fermarsi qui? Perché solo in caso di Covid? Perché non far pagare le cure ai non vaccinati qualsiasi malattia si prendano? S'immagini la scena. Uno ha l'infarto, arriva l'ambulanza e gli chiedono: lei è vaccinato? No? O tira fuori la carta di credito o muore qui. Così si fa pressione sui non vaccinati. Finalmente. Gli si fa pagare un prezzo della loro scelta (che non è obbligatoria, sia chiaro). Anzi, già che ci siamo: perché aspettare che ai non vaccinati venga un infarto? Tagliamo loro direttamente una mano. O un orecchio. Così imparano. Non ti vaccini? Devi pagare e devi soffrire. In fondo anche questi sono soltanto «danni collaterali», no? Grazie per il suo prezioso contributo, cara Capua. Lo vede quanti spunti interessanti arrivano da una trovata così geniale? Lei ci arriva partendo da un assunto apodittico: «La scienza ha fatto il suo dovere. Che cosa possiamo volere di più?». Ora, mi permetta: che la scienza abbia fatto il suo dovere è piuttosto discutibile e lo sa anche lei, che nei mesi scorsi, con un lampo di lucidità, disse: «La comunità scientifica ha fallito. Dobbiamo fare autocritica». Ma tant'è. Sappiamo che è più facile collegarsi con La7 che con l'autocritica. Però, ecco, di fronte alla sua domanda «che cosa possiamo volere di più?», avremmo, sommessamente, pacatamente, rispettosamente, una risposta da suggerire. C he cosa possiamo volere di più? Vorremmo che gli scienziati e gli pseudoscienziati la smettessero di sparare bestialità. Anche quando, essendo veterinari, sono dei veri specialisti nel settore.
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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Ecco #DimmiLaVerità del 6 maggio 2026. L'avvocato Capozzo, vicepresidente Accademia Italiana Scienze Forensi, sugli sviluppi del caso Garlasco.