2018-09-01
Alfa e Ilva sacrificate per entrare nell’euro
Pur di ottenere l'ingresso nella moneta unica che ci ha impoveriti, Romano Prodi, Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi hanno messo in saldo le nostre aziende. Scelta di cui paghiamo ancora il conto: le imprese che rendono arricchiscono i privati, quelle che perdono pesano sullo Stato.La stagione delle privatizzazioni è stata probabilmente il peggior affare che il contribuente italiano potesse fare. Il professor Francesco Giavazzi ha stimato quanto gli italiani hanno versato nelle casse dell'industria di Stato dal 1933 - anno di costituzione dell'Iri - al 1992, quando Giuliano Amato dichiarò aperta ufficialmente la stagione della svendita. Giavazzi lo ha quantificato nel 72% del Pil: 1.150 miliardi di euro. Per fare un raffronto basti dire che, a seconda di come le si contabilizzano, le privatizzazioni hanno fatto incassare da 110.000 a 180.000 miliardi (stima ottimistica di Gian Maria Gros-Pietro) di lire, tra 55 e 90 miliardi di euro. Se si potesse fare un conto della serva (comunque impreciso, visto che ci sono la generazione di valore, gli stipendi erogati, gli stock patrimoniali da considerare, perché molte delle industrie di Stato sono ancora in tutto o in parte di proprietà del ministero del Tesoro e alcune rendono ancora tanti soldi), se ne concluderebbe che gli italiani ci hanno rimesso dai 1.040 ai 1.095 miliardi, circa la metà del nostro debito pubblico. Ma non basta, perché le privatizzazioni sono state fatte a uno scopo preciso: i vari Giuliano Amato, Mario Draghi, ma su tutti Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi, ispirati da Beniamino Andreatta, hanno agito per agganciarci all'euro. E allora al conto possiamo aggiungere la distruzione di valore che l'euro ha prodotto nel sistema produttivo italiano: abbiamo perduto a oggi un quarto del valore della nostra economia (circa 400 miliardi) e abbiamo ceduto in mani estere oltre 800 aziende per un valore pari a 180 miliardi di euro, cioè il doppio del valore delle privatizzazioni. Qualsiasi indicatore si prenda, si vede che l'Italia si è impoverita. Certo l'erosione diventa fortissima dal 2008 e c'è un dato significativo: quello del reddito pro capite. Nel 1995 l'Italia era il Paese con il più alto reddito medio pro capite in Europa: appena sopra i 24.000 euro. Oggi (dati 2016) l'Italia ha quello più basso: circa 26.000 euro, contro i 27.000 della media Ue e i 29,7 della media dei Paesi dell'Eurozona. In termini reali in undici anni gli italiani hanno perso il 15% del loro reddito.In questo quadro bisogna giudicare complessivamente le privatizzazioni. Se dovevano servire a portarci nell'euro ci hanno impoveriti, se dovevano servire a raffreddare lo stock di debito hanno fallito, se dovevano liberare capacità produttive sono state un disastro perché si sono tradotte in realtà in un trasferimento di ricchezza dal pubblico a pochi privati. E questa è la storia soprattutto delle privatizzazioni industriali: di quell'immensa galassia che era l'Iri.Artefice di tutto è stato Romano Prodi che ha svenduto, ma non ha costruito una politica industriale. A parere di Giulio Sapelli questo è accaduto perché Prodi non era capace di elaborare una politica industriale. Lo dimostrò il primo «affare» simbolico, ma anche consistente della sua prima presidenza all'Iri: la vendita dell'Alfa Romeo. Correva l'anno 1986 e sarebbe arrivato a sintesi un disprezzo dell'avvocato Gianni Agnelli che durava dal 1968, quando Aldo Moro pose la prima pietra dello stabilimento di Pomigliano d'Arco: la famosa Alfa Sud. Gli Agnelli non gradivano che ci fosse concorrenza in casa e quando l'Afa Romeo si alleò con la Nissan nel 1980 per la produzione della Arna da Torino fecero fuoco e fiamme.In realtà la Fiat più volte nel corso della sua vita largamente foraggiata dal pubblico ha cercato di fare alleanze per rafforzare il settore automobilistico e per tutti gli anni Settanta Agnelli corteggiò la Ford. Non se ne fece di nulla. Quando Prodi fu invitato a generare utili con l'Iri perché i debiti cominciavano a essere troppi cercò subito di liberarsi del settore auto. Avanzò alla Fiat una proposta: prendetevi Pomigliano, vi do anche 500 miliardi, ma toglietemi l'incombenza. In Fiat scommisero sul fatto che l'Alfa sarebbe fallita e ci rimasero molto male quando la Ford si presentò con 5.000 miliardi. Cesare Romiti rilanciò. L'offerta di Fiat era di 8.100 miliardi. In realtà la Fiat ottenne uno «sconto» e alla fine pagò nell'86 solo 1.750 miliardi, 700 miliardi di debiti se li accollò Finmeccanica e, secondo quanto dirà nel 1995 l'allora ministro dell'industria Alberto Clò, la Fiat doveva ancora onorare 475 miliardi di rate scadute. Il risultato dell'affare Alfa Romeo fu che la fabbrica di Arese è stata chiusa, e che oggi l'Alfa è un asset di Fca. Per avere un'idea basti dire che nel 1985 le perdite consoliate di Afa Romeo erano pari a 1.850 miliardi di lire cui andavano sommati altri 1.800 miliardi di finanziamenti. Molti anni dopo - come riportò Dario Di Vico sul Corriere della Sera - Romano Prodi dirà: «Quando trattai l'Alfa con la Ford, li avvisai: se la Fiat reagisce l'accordo salta perché in Italia si rivoltano vescovi e sindacati. E così fu». Romiti replicò: «Caro Romano, noi e la Ford facemmo due offerte e la nostra risultò più alta». La verità è che non c'era né da parte di Prodi né da parte di Romiti nessuna politica industriale a sostegno dell'Alfa. Uno schema che le privatizzazioni seguiranno come una coazione a ripetere e di cui si pagano oggi le conseguenze.L'attualità propone la tragicommedia dell'Ilva di Taranto. Ebbene anche quella è una conseguenza della visione solo ragionieristica delle privatizzazioni. Fu proprio Prodi a rendere ingestibile il bilancio della Finsider. Quando arriva all'Iri nella sua prima presidenza ha una missione chiara: mettere sotto controllo l'enorme debito dell'acciaio. In realtà è un debito «politico». L'idea della Dc era quella di produrre acciaio a basso costo per stimolare l'industrializzazione del Paese, ma il progetto produce prima un buco di 2.500 miliardi e poi, quando arriva Prodi, rende necessario un rifinanziamento per quasi 14.000 miliardi.A chiusura della partita Finsider accumula 25.000 miliardi di perdite e viene venduta a spezzatino tra il 1988 e il 1995. Prodi la trasforma in Ilva, poi con un'abile regia vengono accontentai tutti i pretendenti, che comprarono l'acciaio di Stato a prezzo di saldo. La dismissione era nota come piano Nakamura, dal nome del manager italonipponico, ex di Nippon steel, che era stato incaricato di recuperare un po' di soldi. Hyao Nakamura, d'accordo con Prodi e poi con il suo successore Franco Nobili, smembrò l'Ilva in tre pezzi: Terni, Taranto laminati piani, e Ilva vera e propria. Così Lucchini con 360 miliardi si portò a casa Piombino e Condoi. Più tardi la Lucchini rischia di saltare e arrivano i russi, che poi vendono agli algerini che a loro volta vendono agli indiani di Jindal. Ora l'Europa ci metterà 15 milioni e la Toscana 30 per vedere di riaccende i forni. Diverso il caso di Terni, acciaieria di altissima specializzazione che nel '93 viene aggiudicata dopo un lungo braccio di ferro tra diverse cordate alla Kai (Agarini, Falk, Riva e Krupp) per 650 miliardi a rate. Soltanto nel primo anno di gestione la Kai avrà un utile di 150 miliardi, l'importo della rata. La Krupp poi diventerà proprietaria di tutta la Acciai speciali Terni, che in due anni torna pienamente in utile. Infine c'è l'aggiudicazione della più grande acciaieria d'Europa: Taranto. Se la prendono i Riva per 2.300 miliardi saldati nel '95. Non viene chiesto loro nessun piano industriale né ambientale. Come è andata è cronaca dei nostri giorni. L'ultima industria siderurgica ceduta è stata la Dalmine, finita ai Rocca che sono tra i Paperoni del mondo. Il gruppo Tenaris, con società nei quattro continenti, ha avuto contenziosi con il fisco italiano. La Dalmine se la portarono a casa nel '98 per meno di 300 miliardi di allora. In totale la siderurgia italiana svenduta, che ha lasciato sul campo uno strascico di crisi aziendali, di perdite occupazionali e di disastri ambientali, ha riportato nelle casse dell'Iri poco meno di 4.000 miliardi, un decimo di quanto pagato dal pubblico negli anni.Sull'altare dell'acciaio Filippo Maria Pandolfi sacrificò nel 1984 il latte italiano. Prodi lo mandò in Europa con il mandato di difendere la produzione di acciaio che allora l'Iri riteneva irrinunciabile e concesse in cambio ai partner di stabilire la quota di produzione delle nostre stalle su stime di fantasia. Peraltro Pandolfi arrivò a Bruxelles privo di statistiche. Che avesse ragione Enrico Cuccia quando disse di Prodi: «Nel 1988 ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti»? Uno schema che nel corso delle privatizzazioni sarà riproposto per tutti i comparti industriali. Compresa Iritecna, dove stavano le costruzioni e le proprietà immobiliari. Un capitolo sul quale nessuno ha mai fatto piena luce perché si trattava di affari minori. Tranne che per Aeroporti di Roma, di cui ci occuperemo domani. Ma l'obbiettivo era l'Europa. E il patto d'acciaio era: svendere per fare cassa. E così si è fatto.(5. Continua)
Diego Fusaro (Imagoeconomica)