True
2021-08-25
Al Qaeda inneggia alla jihad: allarme rifugiati
Ansa
Secondo alcune indiscrezioni pubblicate dal Washington Post, ma non confermate dal Pentagono, il direttore della Cia, William Burns, avrebbe incontrato segretamente il leader, cofondatore e futuro presidente talebano Abdul Ghani Baradar. Se è vero che i due si sono visti avranno discusso del fatto che è praticamente impossibile per gli Usa e per gli alleati, completare la partenza degli occidentali da Kabul per il prossimo 31 agosto.
Che l'incontro ci sia stato oppure no, c'è grande preoccupazione per quello che potrebbe accadere visto che i talebani sono stati molto chiari con il loro «se resteranno dopo il 31 agosto reagiremo». Ma non solo: qualificate fonti d'intelligence rivelano a La Verità «che si temono attacchi da parte dell'Isis nella zona dell'aeroporto di Kabul», un modo per dare inizio allo scontro che sarà inevitabile tra i nuovi padroni dell'Afghanistan , i talebani, al Qaeda e la rete Haqqani e le cellule dello Stato islamico desiderose di segnare un punto a loro favore proprio nel nuovo Emirato.
Sul fronte qaedista, mentre si registra il silenzio del medico egiziano e leader del gruppo, Ayman Al Zawahiri (che a questo punto potrebbe essere davvero morto come da tempo si sostiene), l'altra notte è arrivata una prima presa di posizione sull'Afghanistan. Infatti, per glorificare quanto accaduto, il canale responsabile di tutte le comunicazioni ufficiali del comando centrale di al Qaeda ha pubblicato un testo di congratulazioni per la vittoria dell'Emirato islamico dell'Afghanistan sugli Stati Uniti e la Nato. Il testo, scritto in lingua urdu, dovrebbe chiudere il cerchio della costellazione di al Qaeda attivatasi in sequenza dopo l'annunciata vittoria dei talebani sulle forze della coalizione a guida Usa. Il comando centrale di al Qaeda potrebbe complimentarsi quasi certamente con i talebani nel messaggio che pubblicherà per celebrare il 20° anniversario delle stragi dell'11 settembre. Nel testo si legge: «Sia lodato Allah, l'Unico e Solo. Nei giorni scorsi, le scene dei mujahideen dell'Emirato islamico sulla terra dell'Afghanistan, specialmente sul trono, hanno raffreddato (noi diremmo riscaldato, ndr) i cuori dei musulmani di tutto il mondo e riempito i cuori degli strumenti degli infedeli oppressivi, pieni di sensi di colpa. In questa occasione propizia, ci congratuliamo con Amir al-Mu'minin Shaykh al-Hadith wa al-Quran Shaykh Hibaullah Akhundzada (che Dio lo benedica e gli conceda la pace), il suo vice politico Mullah Abdul Ghani Baradar (che Dio lo benedica), e il nono rispettato califfo Sirajuddin Haqqani che Dio lo benedica e gli conceda la pace. Congratulazioni a tutti i leader e mujaheddin dell'Emirato islamico a nome del loro partito e dei credenti del subcontinente». Molti i riferimenti a quanto la comunità musulmana di tutto il mondo secondo al Qaeda ora debba fare: «Il messaggio per tutti i musulmani al tempo dell'Emirato islamico in Afghanistan è che non c'è altra scelta che intraprendere la via della jihad per combattere e difendersi dalle forze invasori, oppressive e d'invasione, calpestando lo scacchiere della democrazia posto dalle potenze mondiali. Il messaggio per tutti i musulmani in questo momento è che l'aggressione delle potenze mondiali è contrastata non esitando a fare tutti i tipi di sacrifici e persistendo nella perseveranza di quei sacrifici».
Il messaggio prosegue: «In questo momento, il consiglio per tutti i musulmani è che, indipendentemente dalle circostanze, la spina dorsale della protezione dei propri valori religiosi e della difesa del proprio onore nazionale non è lo stile di nessuna nazione musulmana. È una lezione per i musulmani che i musulmani di qualsiasi regione possono resistere all'assalto del nemico solo quando loro come nazione sono pronti per questo e l'intera nazione - i mujaheddin e il popolo di Maometto e Iman - ed essere uno. Allo stesso tempo, c'è una lezione per i movimenti islamici che la diplomazia e la diplomazia con le potenze mondiali non possono avere successo se non dimostrano la loro forza attraverso la guerra».
Mentre si discute moltissimo dei profughi afghani, di chi li prende, quanti saranno e dove andranno, in pochi si chiedono chi siano davvero le persone che vogliono partire e quelle già fuggite da Kabul. Alcuni casi registrati in queste ore non inducono all'ottimismo: un afghano arrivato in Francia tramite l'Operazione Apagan e era già nel mirino della Dgsi in quanto «avrebbe avuto un legame con i talebani in un dato momento che resta da definire» è stato arrestato insieme ad altri quattro compatrioti come «misura individuale di controllo e sorveglianza amministrativa» (Micas), prevista nell'ambito delle leggi antiterrorismo. Preoccupazione in Germania dopo che si è scoperto che sono arrivati insieme ai profughi afghani un certo numero di criminali che i talebani avevano liberato dalle carceri durante l'insurrezione e lo stesso è accaduto in Gran Bretagna dove un afghano presente nelle blacklist delle compagnie aeree è arrivato inspiegabilmente a Londra. Ben più grave e senza ancora spiegazioni la vicenda raccontata dal ministro degli Esteri dell'Ucraina che ha affermato: «La scorsa settimana un gruppo di uomini sconosciuti ha dirottato un aereo ucraino dall'aeroporto di Kabul verso l'Iran». Nessuno sapeva di questo episodio e di cosa sia poi accaduto.
Due cose sono certe: all'aeroporto di Kabul la situazione è completamente fuori controllo mentre l'altra è che nessuno sa quanti terroristi/criminali sono arrivati e arriveranno in Occidente dall'Afghanistan. Allora più che pensare a quanto sono «distensivi» i talebani sarebbe bene porsi questa domanda e agire per tempo.
La Cina coccola i padroni talebani: «Le sanzioni? Controproducenti»
La Cina, che all'indomani della conquista di Kabul da parte dei talebani aveva auspicato «relazioni favorevoli» con i nuovi potenti dell'Afghanistan, si conferma il Paese più disponibile verso l'Emirato islamico. Quanto ciò sia frutto di una scelta di propaganda antiamericana e antioccidentale o di concreti interessi di Pechino verso l'Afghanistan che verrà, questo non è ancora ben chiaro. Perché se da una parte il Paese può avere, per posizione geografica e risorse minerarie, un ruolo nella Via della Seta, dall'altra la Cina teme che l'instabilità possa diffondersi nel resto della regione.
Intanto, però, ieri la diplomazia cinese ha bocciato l'ipotesi di sanzioni all'Afghanistan avanzata dal ministro degli Esteri britannico, Dominc Raab, in un intervento pubblicato dal Telegraph. «La comunità internazionale dovrebbe incoraggiare e spingere la situazione afghana verso una direzione positiva», ha detto Wang Wenbin, portavoce del ministero degli Esteri cinese, rimarcando sostegno a «ricostruzione pacifica» e a miglioramento dei livelli di sussistenza e benessere. «Le sanzioni arbitrarie contro i Talebani non risolveranno il problema e saranno soltanto controproducenti».
Le parole che giungono da Pechino mettono a rischio i piani del Regno Unito, presidente di turno del G7, ma anche dell'Italia, a capo del G20. Queste dichiarazioni suonano, infatti, come una pietra tombale sugli sforzi di Londra, assieme a Parigi, per presentare al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una risoluzione sull'Afghanistan che possa trovare il consenso anche di Pechino e Mosca. Ma rappresentano anche un ostacolo all'impegno di Roma, che sta cercando di organizzare una riunione dei leader del G20 straordinaria dedicata all'Afghanistan a settembre.
Attualmente i talebani sono sanzionati dalla Nazioni Unite tramite la risoluzione 1267 del 1999 (tre anni dopo la nascita dell'Emirato islamico e due prima dell'attentato alle Torri gemelle e il conseguente intervento militare statunitense), che ha come destinatari anche l'organizzazione terroristica al Qaeda. La risoluzione ha introdotto una lista nera di soggetti che sono collegati a talebani e al Qaeda, a cui vengono inflitte sanzioni tra cui il congelamento dei beni e il travel ban.
Nel 2011, però, il regime di sanzioni è stato suddiviso per creare percorsi separati per i talebani (risoluzione 1988) e per al Qaeda (risoluzione 1989), con l'intento di sostenere il processo di pace in Afghanistan creando una leva per convincere gli «studenti coranici» a un approccio più aperto, o per meglio dire meno brutale. Tuttavia, come ha osservato Brian O'Toole, ex alto funzionario del dipartimento del Tesoro statunitense, sull'Atlantic council, «questa divisione sembra aver creato parte della confusione» nel già ingarbugliato Palazzo di vetro.
Nonostante le promesse iniziali dei talebani, «i primi risultati sulla gestione dei diritti umani sono inquietanti», nota l'esperto. Appuntamento, dunque, a dicembre, quando è prevista una revisione dell'intero regime di sanzioni delle Nazioni Unite contro i talebani. Pechino, come Mosca, potrebbe decidere di porre il veto aprendo una crisi diplomatica all'interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, avverte O'Toole.
Continua a leggereRiduci
Messaggio all'Emirato islamico e invito a «dimostrare la propria forza attraverso la guerra». Nessuno sa quanti terroristi sono già arrivati in Occidente confusi con i profughi. Arresti in Francia, sospetti in Germania e Uk. Mistero su un volo ucraino dirottato.Pechino mette a rischio i piani dell'Italia, a capo del G20, e affossa una soluzione Onu.Lo speciale contiene due articoli.Secondo alcune indiscrezioni pubblicate dal Washington Post, ma non confermate dal Pentagono, il direttore della Cia, William Burns, avrebbe incontrato segretamente il leader, cofondatore e futuro presidente talebano Abdul Ghani Baradar. Se è vero che i due si sono visti avranno discusso del fatto che è praticamente impossibile per gli Usa e per gli alleati, completare la partenza degli occidentali da Kabul per il prossimo 31 agosto. Che l'incontro ci sia stato oppure no, c'è grande preoccupazione per quello che potrebbe accadere visto che i talebani sono stati molto chiari con il loro «se resteranno dopo il 31 agosto reagiremo». Ma non solo: qualificate fonti d'intelligence rivelano a La Verità «che si temono attacchi da parte dell'Isis nella zona dell'aeroporto di Kabul», un modo per dare inizio allo scontro che sarà inevitabile tra i nuovi padroni dell'Afghanistan , i talebani, al Qaeda e la rete Haqqani e le cellule dello Stato islamico desiderose di segnare un punto a loro favore proprio nel nuovo Emirato. Sul fronte qaedista, mentre si registra il silenzio del medico egiziano e leader del gruppo, Ayman Al Zawahiri (che a questo punto potrebbe essere davvero morto come da tempo si sostiene), l'altra notte è arrivata una prima presa di posizione sull'Afghanistan. Infatti, per glorificare quanto accaduto, il canale responsabile di tutte le comunicazioni ufficiali del comando centrale di al Qaeda ha pubblicato un testo di congratulazioni per la vittoria dell'Emirato islamico dell'Afghanistan sugli Stati Uniti e la Nato. Il testo, scritto in lingua urdu, dovrebbe chiudere il cerchio della costellazione di al Qaeda attivatasi in sequenza dopo l'annunciata vittoria dei talebani sulle forze della coalizione a guida Usa. Il comando centrale di al Qaeda potrebbe complimentarsi quasi certamente con i talebani nel messaggio che pubblicherà per celebrare il 20° anniversario delle stragi dell'11 settembre. Nel testo si legge: «Sia lodato Allah, l'Unico e Solo. Nei giorni scorsi, le scene dei mujahideen dell'Emirato islamico sulla terra dell'Afghanistan, specialmente sul trono, hanno raffreddato (noi diremmo riscaldato, ndr) i cuori dei musulmani di tutto il mondo e riempito i cuori degli strumenti degli infedeli oppressivi, pieni di sensi di colpa. In questa occasione propizia, ci congratuliamo con Amir al-Mu'minin Shaykh al-Hadith wa al-Quran Shaykh Hibaullah Akhundzada (che Dio lo benedica e gli conceda la pace), il suo vice politico Mullah Abdul Ghani Baradar (che Dio lo benedica), e il nono rispettato califfo Sirajuddin Haqqani che Dio lo benedica e gli conceda la pace. Congratulazioni a tutti i leader e mujaheddin dell'Emirato islamico a nome del loro partito e dei credenti del subcontinente». Molti i riferimenti a quanto la comunità musulmana di tutto il mondo secondo al Qaeda ora debba fare: «Il messaggio per tutti i musulmani al tempo dell'Emirato islamico in Afghanistan è che non c'è altra scelta che intraprendere la via della jihad per combattere e difendersi dalle forze invasori, oppressive e d'invasione, calpestando lo scacchiere della democrazia posto dalle potenze mondiali. Il messaggio per tutti i musulmani in questo momento è che l'aggressione delle potenze mondiali è contrastata non esitando a fare tutti i tipi di sacrifici e persistendo nella perseveranza di quei sacrifici». Il messaggio prosegue: «In questo momento, il consiglio per tutti i musulmani è che, indipendentemente dalle circostanze, la spina dorsale della protezione dei propri valori religiosi e della difesa del proprio onore nazionale non è lo stile di nessuna nazione musulmana. È una lezione per i musulmani che i musulmani di qualsiasi regione possono resistere all'assalto del nemico solo quando loro come nazione sono pronti per questo e l'intera nazione - i mujaheddin e il popolo di Maometto e Iman - ed essere uno. Allo stesso tempo, c'è una lezione per i movimenti islamici che la diplomazia e la diplomazia con le potenze mondiali non possono avere successo se non dimostrano la loro forza attraverso la guerra». Mentre si discute moltissimo dei profughi afghani, di chi li prende, quanti saranno e dove andranno, in pochi si chiedono chi siano davvero le persone che vogliono partire e quelle già fuggite da Kabul. Alcuni casi registrati in queste ore non inducono all'ottimismo: un afghano arrivato in Francia tramite l'Operazione Apagan e era già nel mirino della Dgsi in quanto «avrebbe avuto un legame con i talebani in un dato momento che resta da definire» è stato arrestato insieme ad altri quattro compatrioti come «misura individuale di controllo e sorveglianza amministrativa» (Micas), prevista nell'ambito delle leggi antiterrorismo. Preoccupazione in Germania dopo che si è scoperto che sono arrivati insieme ai profughi afghani un certo numero di criminali che i talebani avevano liberato dalle carceri durante l'insurrezione e lo stesso è accaduto in Gran Bretagna dove un afghano presente nelle blacklist delle compagnie aeree è arrivato inspiegabilmente a Londra. Ben più grave e senza ancora spiegazioni la vicenda raccontata dal ministro degli Esteri dell'Ucraina che ha affermato: «La scorsa settimana un gruppo di uomini sconosciuti ha dirottato un aereo ucraino dall'aeroporto di Kabul verso l'Iran». Nessuno sapeva di questo episodio e di cosa sia poi accaduto. Due cose sono certe: all'aeroporto di Kabul la situazione è completamente fuori controllo mentre l'altra è che nessuno sa quanti terroristi/criminali sono arrivati e arriveranno in Occidente dall'Afghanistan. Allora più che pensare a quanto sono «distensivi» i talebani sarebbe bene porsi questa domanda e agire per tempo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/al-qaeda-inneggia-alla-jihad-allarme-rifugiati-2654785397.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-cina-coccola-i-padroni-talebani-le-sanzioni-controproducenti" data-post-id="2654785397" data-published-at="1629888497" data-use-pagination="False"> La Cina coccola i padroni talebani: «Le sanzioni? Controproducenti» La Cina, che all'indomani della conquista di Kabul da parte dei talebani aveva auspicato «relazioni favorevoli» con i nuovi potenti dell'Afghanistan, si conferma il Paese più disponibile verso l'Emirato islamico. Quanto ciò sia frutto di una scelta di propaganda antiamericana e antioccidentale o di concreti interessi di Pechino verso l'Afghanistan che verrà, questo non è ancora ben chiaro. Perché se da una parte il Paese può avere, per posizione geografica e risorse minerarie, un ruolo nella Via della Seta, dall'altra la Cina teme che l'instabilità possa diffondersi nel resto della regione. Intanto, però, ieri la diplomazia cinese ha bocciato l'ipotesi di sanzioni all'Afghanistan avanzata dal ministro degli Esteri britannico, Dominc Raab, in un intervento pubblicato dal Telegraph. «La comunità internazionale dovrebbe incoraggiare e spingere la situazione afghana verso una direzione positiva», ha detto Wang Wenbin, portavoce del ministero degli Esteri cinese, rimarcando sostegno a «ricostruzione pacifica» e a miglioramento dei livelli di sussistenza e benessere. «Le sanzioni arbitrarie contro i Talebani non risolveranno il problema e saranno soltanto controproducenti». Le parole che giungono da Pechino mettono a rischio i piani del Regno Unito, presidente di turno del G7, ma anche dell'Italia, a capo del G20. Queste dichiarazioni suonano, infatti, come una pietra tombale sugli sforzi di Londra, assieme a Parigi, per presentare al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una risoluzione sull'Afghanistan che possa trovare il consenso anche di Pechino e Mosca. Ma rappresentano anche un ostacolo all'impegno di Roma, che sta cercando di organizzare una riunione dei leader del G20 straordinaria dedicata all'Afghanistan a settembre. Attualmente i talebani sono sanzionati dalla Nazioni Unite tramite la risoluzione 1267 del 1999 (tre anni dopo la nascita dell'Emirato islamico e due prima dell'attentato alle Torri gemelle e il conseguente intervento militare statunitense), che ha come destinatari anche l'organizzazione terroristica al Qaeda. La risoluzione ha introdotto una lista nera di soggetti che sono collegati a talebani e al Qaeda, a cui vengono inflitte sanzioni tra cui il congelamento dei beni e il travel ban. Nel 2011, però, il regime di sanzioni è stato suddiviso per creare percorsi separati per i talebani (risoluzione 1988) e per al Qaeda (risoluzione 1989), con l'intento di sostenere il processo di pace in Afghanistan creando una leva per convincere gli «studenti coranici» a un approccio più aperto, o per meglio dire meno brutale. Tuttavia, come ha osservato Brian O'Toole, ex alto funzionario del dipartimento del Tesoro statunitense, sull'Atlantic council, «questa divisione sembra aver creato parte della confusione» nel già ingarbugliato Palazzo di vetro. Nonostante le promesse iniziali dei talebani, «i primi risultati sulla gestione dei diritti umani sono inquietanti», nota l'esperto. Appuntamento, dunque, a dicembre, quando è prevista una revisione dell'intero regime di sanzioni delle Nazioni Unite contro i talebani. Pechino, come Mosca, potrebbe decidere di porre il veto aprendo una crisi diplomatica all'interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, avverte O'Toole.
Ecco il risultato del lavoro della Repubblica dei Giudici: Alberto Stasi è in prigione da 16 anni per un delitto che potrebbe non aver commesso e gli indizi ora vedrebbero come colpevole Andrea Sempio. Prove ignorate, perizie ribaltate e l’anomalia della Cassazione. Il sospetto di un errore giudiziario si fa sempre più pesante.
Nicole Minetti (Ansa)
Secondo il procuratore Francesca Nanni e il sostituto Gaetano Brusa l’ulteriore approfondimento non sarebbe necessario dopo le ricostruzioni ritenute «poco attendibili» fatte da Mabel De Los Santos Torres a mezzo stampa.
«Per ora il parere sulla grazia è confermato». A indurre i magistrati milanesi a prendere questa posizione sarebbero tre novità: l’arrivo di un primo fascicolo dell’Interpol, che non comprova il racconto impressionista della donna; il riscontro negativo dei colleghi di Montevideo che hanno negato l’esistenza di fascicoli aperti per reati contro la morale a carico dell’ex igienista dentale; le smentite della stessa testimone (con ritrattazioni e «non ricordo») durante conversazioni con le televisioni uruguaiane. Un passo avanti che consente anche ai corazzieri del Quirinale di dormire sonni tranquilli.
Qualche giorno fa la signora Torres aveva riaperto i dubbi sull’opportunità di concedere il massimo atto di clemenza, firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con un’intervista al Fatto Quotidiano nella quale sosteneva che Minetti non aveva mai cambiato vita e aveva continuato a fare ciò per cui era stata condannata in Italia: il favoreggiamento della prostituzione. La massaggiatrice aveva parlato di «festini con escort di imprenditori e politici anche italiani». E aveva aggiunto - lei che per 20 anni aveva lavorato nella proprietà - che ragazze pure minorenni reclutate in Argentina, Brasile, Italia e Uruguay facevano passerella nella riedizione «gaucha» delle cene eleganti di vecchia memoria.
«Ho cominciato a lavorare per Cipriani a 23 anni», ha detto Mabel De Los Santos Torres. «Facevo massaggi anche a casa sua. All’inizio era un ambiente diverso: feste, modelle, gente ricca. Poi, col tempo, tutto è diventato altro. Prima c’erano le presentazioni, gli imprenditori, il jet set argentino, brasiliano ed europeo. Poi restavano gli amici di casa. E lì iniziavano alcool, droga e sesso». Ha anche avanzato accuse di molestie: «Giuseppe pretendeva massaggi sempre più intimi. Quando mi rifiutai iniziarono i problemi e smisero di chiamarmi». Secondo la sua narrazione, Nicole Minetti «viveva lì per lunghi periodi ed era lei a scegliere le ragazze. Al figlio invece (sempre secondo il racconto della donna, ndr) badava la tata uruguaiana».
Una ricostruzione shock non confermata da nessuna indagine, anzi smentita dagli approfondimenti giudiziari. La massaggiatrice in un primo tempo si era detta disponibile a testimoniare davanti ai pm milanesi «a condizione di essere protetta perché ho paura». I legali di Minetti-Cipriani, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra avevano replicato così alle nuove accuse: «Sono falsità. I giornalisti, invece di prendere atto della realtà, rilanciano diffondendo ulteriori notizie che nulla hanno a che vedere con la verità. Si tratta di circostanze del tutto inveritiere, anche queste facilmente smentibili documenti alla mano. Procederemo in sede giudiziaria nei confronti dei responsabili di questa violenta campagna mediatica».
Ora la Procura generale ha fatto un passo ufficiale. Aveva ricevuto il nullaosta dal ministero della Giustizia per concretizzare la rogatoria ma ha ritenuto di non dover proseguire nelle verifiche per «l’inattendibilità della teste» in una ricostruzione «priva di fondamento». Il nodo di tutto è il cambiamento dello stile di vita di Minetti, alla base del recepimento della domanda di grazia da parte degli uffici del Quirinale. Nel caso che non fosse confermato, l’architrave comincerebbe a scricchiolare. Non sembra così.
Sulla liceità dell’adozione del bambino affetto da grave patologia le certezze sono ormai granitiche: l’iter è stato formalmente validato da una sentenza del tribunale di Maldonado e riconosciuto anche dal Tribunale dei minori di Venezia. Un altro punto riguarda le cure mediche del minore. Nella richiesta di grazia, Minetti aveva riferito di avere consultato in via informale medici italiani - tra cui specialisti dell’ospedale San Raffaele e di una struttura di Padova - prima di decidere di portare il bambino a Boston, dove opera un centro all’avanguardia per quella specifica malattia. L’iter era stato autorizzato dall’Inau (istituto uruguaiano per i minori) poiché il bimbo era ancora in regime di pre-adozione.
In ogni caso la vicenda non si conclude qui. La Procura generale di Milano è alla ricerca di nuove testimonianze e attende per i primi di giugno un nuovo dossier dall’Interpol per completare l’istruttoria. Ci sarebbe anche l’inchiesta di Sigfrido Ranucci, ma da quel fronte nessuna novità. Sta ancora verificando.
Continua a leggereRiduci