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2021-08-25
Al Qaeda inneggia alla jihad: allarme rifugiati
Ansa
Secondo alcune indiscrezioni pubblicate dal Washington Post, ma non confermate dal Pentagono, il direttore della Cia, William Burns, avrebbe incontrato segretamente il leader, cofondatore e futuro presidente talebano Abdul Ghani Baradar. Se è vero che i due si sono visti avranno discusso del fatto che è praticamente impossibile per gli Usa e per gli alleati, completare la partenza degli occidentali da Kabul per il prossimo 31 agosto.
Che l'incontro ci sia stato oppure no, c'è grande preoccupazione per quello che potrebbe accadere visto che i talebani sono stati molto chiari con il loro «se resteranno dopo il 31 agosto reagiremo». Ma non solo: qualificate fonti d'intelligence rivelano a La Verità «che si temono attacchi da parte dell'Isis nella zona dell'aeroporto di Kabul», un modo per dare inizio allo scontro che sarà inevitabile tra i nuovi padroni dell'Afghanistan , i talebani, al Qaeda e la rete Haqqani e le cellule dello Stato islamico desiderose di segnare un punto a loro favore proprio nel nuovo Emirato.
Sul fronte qaedista, mentre si registra il silenzio del medico egiziano e leader del gruppo, Ayman Al Zawahiri (che a questo punto potrebbe essere davvero morto come da tempo si sostiene), l'altra notte è arrivata una prima presa di posizione sull'Afghanistan. Infatti, per glorificare quanto accaduto, il canale responsabile di tutte le comunicazioni ufficiali del comando centrale di al Qaeda ha pubblicato un testo di congratulazioni per la vittoria dell'Emirato islamico dell'Afghanistan sugli Stati Uniti e la Nato. Il testo, scritto in lingua urdu, dovrebbe chiudere il cerchio della costellazione di al Qaeda attivatasi in sequenza dopo l'annunciata vittoria dei talebani sulle forze della coalizione a guida Usa. Il comando centrale di al Qaeda potrebbe complimentarsi quasi certamente con i talebani nel messaggio che pubblicherà per celebrare il 20° anniversario delle stragi dell'11 settembre. Nel testo si legge: «Sia lodato Allah, l'Unico e Solo. Nei giorni scorsi, le scene dei mujahideen dell'Emirato islamico sulla terra dell'Afghanistan, specialmente sul trono, hanno raffreddato (noi diremmo riscaldato, ndr) i cuori dei musulmani di tutto il mondo e riempito i cuori degli strumenti degli infedeli oppressivi, pieni di sensi di colpa. In questa occasione propizia, ci congratuliamo con Amir al-Mu'minin Shaykh al-Hadith wa al-Quran Shaykh Hibaullah Akhundzada (che Dio lo benedica e gli conceda la pace), il suo vice politico Mullah Abdul Ghani Baradar (che Dio lo benedica), e il nono rispettato califfo Sirajuddin Haqqani che Dio lo benedica e gli conceda la pace. Congratulazioni a tutti i leader e mujaheddin dell'Emirato islamico a nome del loro partito e dei credenti del subcontinente». Molti i riferimenti a quanto la comunità musulmana di tutto il mondo secondo al Qaeda ora debba fare: «Il messaggio per tutti i musulmani al tempo dell'Emirato islamico in Afghanistan è che non c'è altra scelta che intraprendere la via della jihad per combattere e difendersi dalle forze invasori, oppressive e d'invasione, calpestando lo scacchiere della democrazia posto dalle potenze mondiali. Il messaggio per tutti i musulmani in questo momento è che l'aggressione delle potenze mondiali è contrastata non esitando a fare tutti i tipi di sacrifici e persistendo nella perseveranza di quei sacrifici».
Il messaggio prosegue: «In questo momento, il consiglio per tutti i musulmani è che, indipendentemente dalle circostanze, la spina dorsale della protezione dei propri valori religiosi e della difesa del proprio onore nazionale non è lo stile di nessuna nazione musulmana. È una lezione per i musulmani che i musulmani di qualsiasi regione possono resistere all'assalto del nemico solo quando loro come nazione sono pronti per questo e l'intera nazione - i mujaheddin e il popolo di Maometto e Iman - ed essere uno. Allo stesso tempo, c'è una lezione per i movimenti islamici che la diplomazia e la diplomazia con le potenze mondiali non possono avere successo se non dimostrano la loro forza attraverso la guerra».
Mentre si discute moltissimo dei profughi afghani, di chi li prende, quanti saranno e dove andranno, in pochi si chiedono chi siano davvero le persone che vogliono partire e quelle già fuggite da Kabul. Alcuni casi registrati in queste ore non inducono all'ottimismo: un afghano arrivato in Francia tramite l'Operazione Apagan e era già nel mirino della Dgsi in quanto «avrebbe avuto un legame con i talebani in un dato momento che resta da definire» è stato arrestato insieme ad altri quattro compatrioti come «misura individuale di controllo e sorveglianza amministrativa» (Micas), prevista nell'ambito delle leggi antiterrorismo. Preoccupazione in Germania dopo che si è scoperto che sono arrivati insieme ai profughi afghani un certo numero di criminali che i talebani avevano liberato dalle carceri durante l'insurrezione e lo stesso è accaduto in Gran Bretagna dove un afghano presente nelle blacklist delle compagnie aeree è arrivato inspiegabilmente a Londra. Ben più grave e senza ancora spiegazioni la vicenda raccontata dal ministro degli Esteri dell'Ucraina che ha affermato: «La scorsa settimana un gruppo di uomini sconosciuti ha dirottato un aereo ucraino dall'aeroporto di Kabul verso l'Iran». Nessuno sapeva di questo episodio e di cosa sia poi accaduto.
Due cose sono certe: all'aeroporto di Kabul la situazione è completamente fuori controllo mentre l'altra è che nessuno sa quanti terroristi/criminali sono arrivati e arriveranno in Occidente dall'Afghanistan. Allora più che pensare a quanto sono «distensivi» i talebani sarebbe bene porsi questa domanda e agire per tempo.
La Cina coccola i padroni talebani: «Le sanzioni? Controproducenti»
La Cina, che all'indomani della conquista di Kabul da parte dei talebani aveva auspicato «relazioni favorevoli» con i nuovi potenti dell'Afghanistan, si conferma il Paese più disponibile verso l'Emirato islamico. Quanto ciò sia frutto di una scelta di propaganda antiamericana e antioccidentale o di concreti interessi di Pechino verso l'Afghanistan che verrà, questo non è ancora ben chiaro. Perché se da una parte il Paese può avere, per posizione geografica e risorse minerarie, un ruolo nella Via della Seta, dall'altra la Cina teme che l'instabilità possa diffondersi nel resto della regione.
Intanto, però, ieri la diplomazia cinese ha bocciato l'ipotesi di sanzioni all'Afghanistan avanzata dal ministro degli Esteri britannico, Dominc Raab, in un intervento pubblicato dal Telegraph. «La comunità internazionale dovrebbe incoraggiare e spingere la situazione afghana verso una direzione positiva», ha detto Wang Wenbin, portavoce del ministero degli Esteri cinese, rimarcando sostegno a «ricostruzione pacifica» e a miglioramento dei livelli di sussistenza e benessere. «Le sanzioni arbitrarie contro i Talebani non risolveranno il problema e saranno soltanto controproducenti».
Le parole che giungono da Pechino mettono a rischio i piani del Regno Unito, presidente di turno del G7, ma anche dell'Italia, a capo del G20. Queste dichiarazioni suonano, infatti, come una pietra tombale sugli sforzi di Londra, assieme a Parigi, per presentare al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una risoluzione sull'Afghanistan che possa trovare il consenso anche di Pechino e Mosca. Ma rappresentano anche un ostacolo all'impegno di Roma, che sta cercando di organizzare una riunione dei leader del G20 straordinaria dedicata all'Afghanistan a settembre.
Attualmente i talebani sono sanzionati dalla Nazioni Unite tramite la risoluzione 1267 del 1999 (tre anni dopo la nascita dell'Emirato islamico e due prima dell'attentato alle Torri gemelle e il conseguente intervento militare statunitense), che ha come destinatari anche l'organizzazione terroristica al Qaeda. La risoluzione ha introdotto una lista nera di soggetti che sono collegati a talebani e al Qaeda, a cui vengono inflitte sanzioni tra cui il congelamento dei beni e il travel ban.
Nel 2011, però, il regime di sanzioni è stato suddiviso per creare percorsi separati per i talebani (risoluzione 1988) e per al Qaeda (risoluzione 1989), con l'intento di sostenere il processo di pace in Afghanistan creando una leva per convincere gli «studenti coranici» a un approccio più aperto, o per meglio dire meno brutale. Tuttavia, come ha osservato Brian O'Toole, ex alto funzionario del dipartimento del Tesoro statunitense, sull'Atlantic council, «questa divisione sembra aver creato parte della confusione» nel già ingarbugliato Palazzo di vetro.
Nonostante le promesse iniziali dei talebani, «i primi risultati sulla gestione dei diritti umani sono inquietanti», nota l'esperto. Appuntamento, dunque, a dicembre, quando è prevista una revisione dell'intero regime di sanzioni delle Nazioni Unite contro i talebani. Pechino, come Mosca, potrebbe decidere di porre il veto aprendo una crisi diplomatica all'interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, avverte O'Toole.
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Messaggio all'Emirato islamico e invito a «dimostrare la propria forza attraverso la guerra». Nessuno sa quanti terroristi sono già arrivati in Occidente confusi con i profughi. Arresti in Francia, sospetti in Germania e Uk. Mistero su un volo ucraino dirottato.Pechino mette a rischio i piani dell'Italia, a capo del G20, e affossa una soluzione Onu.Lo speciale contiene due articoli.Secondo alcune indiscrezioni pubblicate dal Washington Post, ma non confermate dal Pentagono, il direttore della Cia, William Burns, avrebbe incontrato segretamente il leader, cofondatore e futuro presidente talebano Abdul Ghani Baradar. Se è vero che i due si sono visti avranno discusso del fatto che è praticamente impossibile per gli Usa e per gli alleati, completare la partenza degli occidentali da Kabul per il prossimo 31 agosto. Che l'incontro ci sia stato oppure no, c'è grande preoccupazione per quello che potrebbe accadere visto che i talebani sono stati molto chiari con il loro «se resteranno dopo il 31 agosto reagiremo». Ma non solo: qualificate fonti d'intelligence rivelano a La Verità «che si temono attacchi da parte dell'Isis nella zona dell'aeroporto di Kabul», un modo per dare inizio allo scontro che sarà inevitabile tra i nuovi padroni dell'Afghanistan , i talebani, al Qaeda e la rete Haqqani e le cellule dello Stato islamico desiderose di segnare un punto a loro favore proprio nel nuovo Emirato. Sul fronte qaedista, mentre si registra il silenzio del medico egiziano e leader del gruppo, Ayman Al Zawahiri (che a questo punto potrebbe essere davvero morto come da tempo si sostiene), l'altra notte è arrivata una prima presa di posizione sull'Afghanistan. Infatti, per glorificare quanto accaduto, il canale responsabile di tutte le comunicazioni ufficiali del comando centrale di al Qaeda ha pubblicato un testo di congratulazioni per la vittoria dell'Emirato islamico dell'Afghanistan sugli Stati Uniti e la Nato. Il testo, scritto in lingua urdu, dovrebbe chiudere il cerchio della costellazione di al Qaeda attivatasi in sequenza dopo l'annunciata vittoria dei talebani sulle forze della coalizione a guida Usa. Il comando centrale di al Qaeda potrebbe complimentarsi quasi certamente con i talebani nel messaggio che pubblicherà per celebrare il 20° anniversario delle stragi dell'11 settembre. Nel testo si legge: «Sia lodato Allah, l'Unico e Solo. Nei giorni scorsi, le scene dei mujahideen dell'Emirato islamico sulla terra dell'Afghanistan, specialmente sul trono, hanno raffreddato (noi diremmo riscaldato, ndr) i cuori dei musulmani di tutto il mondo e riempito i cuori degli strumenti degli infedeli oppressivi, pieni di sensi di colpa. In questa occasione propizia, ci congratuliamo con Amir al-Mu'minin Shaykh al-Hadith wa al-Quran Shaykh Hibaullah Akhundzada (che Dio lo benedica e gli conceda la pace), il suo vice politico Mullah Abdul Ghani Baradar (che Dio lo benedica), e il nono rispettato califfo Sirajuddin Haqqani che Dio lo benedica e gli conceda la pace. Congratulazioni a tutti i leader e mujaheddin dell'Emirato islamico a nome del loro partito e dei credenti del subcontinente». Molti i riferimenti a quanto la comunità musulmana di tutto il mondo secondo al Qaeda ora debba fare: «Il messaggio per tutti i musulmani al tempo dell'Emirato islamico in Afghanistan è che non c'è altra scelta che intraprendere la via della jihad per combattere e difendersi dalle forze invasori, oppressive e d'invasione, calpestando lo scacchiere della democrazia posto dalle potenze mondiali. Il messaggio per tutti i musulmani in questo momento è che l'aggressione delle potenze mondiali è contrastata non esitando a fare tutti i tipi di sacrifici e persistendo nella perseveranza di quei sacrifici». Il messaggio prosegue: «In questo momento, il consiglio per tutti i musulmani è che, indipendentemente dalle circostanze, la spina dorsale della protezione dei propri valori religiosi e della difesa del proprio onore nazionale non è lo stile di nessuna nazione musulmana. È una lezione per i musulmani che i musulmani di qualsiasi regione possono resistere all'assalto del nemico solo quando loro come nazione sono pronti per questo e l'intera nazione - i mujaheddin e il popolo di Maometto e Iman - ed essere uno. Allo stesso tempo, c'è una lezione per i movimenti islamici che la diplomazia e la diplomazia con le potenze mondiali non possono avere successo se non dimostrano la loro forza attraverso la guerra». Mentre si discute moltissimo dei profughi afghani, di chi li prende, quanti saranno e dove andranno, in pochi si chiedono chi siano davvero le persone che vogliono partire e quelle già fuggite da Kabul. Alcuni casi registrati in queste ore non inducono all'ottimismo: un afghano arrivato in Francia tramite l'Operazione Apagan e era già nel mirino della Dgsi in quanto «avrebbe avuto un legame con i talebani in un dato momento che resta da definire» è stato arrestato insieme ad altri quattro compatrioti come «misura individuale di controllo e sorveglianza amministrativa» (Micas), prevista nell'ambito delle leggi antiterrorismo. Preoccupazione in Germania dopo che si è scoperto che sono arrivati insieme ai profughi afghani un certo numero di criminali che i talebani avevano liberato dalle carceri durante l'insurrezione e lo stesso è accaduto in Gran Bretagna dove un afghano presente nelle blacklist delle compagnie aeree è arrivato inspiegabilmente a Londra. Ben più grave e senza ancora spiegazioni la vicenda raccontata dal ministro degli Esteri dell'Ucraina che ha affermato: «La scorsa settimana un gruppo di uomini sconosciuti ha dirottato un aereo ucraino dall'aeroporto di Kabul verso l'Iran». Nessuno sapeva di questo episodio e di cosa sia poi accaduto. Due cose sono certe: all'aeroporto di Kabul la situazione è completamente fuori controllo mentre l'altra è che nessuno sa quanti terroristi/criminali sono arrivati e arriveranno in Occidente dall'Afghanistan. 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Perché se da una parte il Paese può avere, per posizione geografica e risorse minerarie, un ruolo nella Via della Seta, dall'altra la Cina teme che l'instabilità possa diffondersi nel resto della regione. Intanto, però, ieri la diplomazia cinese ha bocciato l'ipotesi di sanzioni all'Afghanistan avanzata dal ministro degli Esteri britannico, Dominc Raab, in un intervento pubblicato dal Telegraph. «La comunità internazionale dovrebbe incoraggiare e spingere la situazione afghana verso una direzione positiva», ha detto Wang Wenbin, portavoce del ministero degli Esteri cinese, rimarcando sostegno a «ricostruzione pacifica» e a miglioramento dei livelli di sussistenza e benessere. «Le sanzioni arbitrarie contro i Talebani non risolveranno il problema e saranno soltanto controproducenti». Le parole che giungono da Pechino mettono a rischio i piani del Regno Unito, presidente di turno del G7, ma anche dell'Italia, a capo del G20. Queste dichiarazioni suonano, infatti, come una pietra tombale sugli sforzi di Londra, assieme a Parigi, per presentare al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una risoluzione sull'Afghanistan che possa trovare il consenso anche di Pechino e Mosca. Ma rappresentano anche un ostacolo all'impegno di Roma, che sta cercando di organizzare una riunione dei leader del G20 straordinaria dedicata all'Afghanistan a settembre. Attualmente i talebani sono sanzionati dalla Nazioni Unite tramite la risoluzione 1267 del 1999 (tre anni dopo la nascita dell'Emirato islamico e due prima dell'attentato alle Torri gemelle e il conseguente intervento militare statunitense), che ha come destinatari anche l'organizzazione terroristica al Qaeda. La risoluzione ha introdotto una lista nera di soggetti che sono collegati a talebani e al Qaeda, a cui vengono inflitte sanzioni tra cui il congelamento dei beni e il travel ban. Nel 2011, però, il regime di sanzioni è stato suddiviso per creare percorsi separati per i talebani (risoluzione 1988) e per al Qaeda (risoluzione 1989), con l'intento di sostenere il processo di pace in Afghanistan creando una leva per convincere gli «studenti coranici» a un approccio più aperto, o per meglio dire meno brutale. Tuttavia, come ha osservato Brian O'Toole, ex alto funzionario del dipartimento del Tesoro statunitense, sull'Atlantic council, «questa divisione sembra aver creato parte della confusione» nel già ingarbugliato Palazzo di vetro. Nonostante le promesse iniziali dei talebani, «i primi risultati sulla gestione dei diritti umani sono inquietanti», nota l'esperto. Appuntamento, dunque, a dicembre, quando è prevista una revisione dell'intero regime di sanzioni delle Nazioni Unite contro i talebani. Pechino, come Mosca, potrebbe decidere di porre il veto aprendo una crisi diplomatica all'interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, avverte O'Toole.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 24 giugno con Carlo Cambi
Giancarlo Giorgetti (Michele Silvestro)
Prima la sorpresa. Poi la speranza. Infine la politica. In mezzo, come sempre, Giancarlo Giorgetti snocciola una montagna di numeri e lancia una manciata di frecciate.
Sul palco del Giorno della Verità, incalzato dalle domande di Maurizio Belpietro, il ministro dell’Economia si presenta con un messaggio che vale molto più di una semplice fotografia dei conti pubblici. Perché dietro le cifre, dietro il Superbonus, dietro il debito e perfino dietro le schermaglie nella Lega, emerge un’idea precisa: il governo intende arrivare alla fine naturale della legislatura. Il voto ad aprile si allontana. Prima delle elezioni bisogna completare il percorso dell’autonomia differenziata e il federalismo fiscale. Un’agenda che richiede tempo, passaggi parlamentari e soprattutto stabilità politica. Considerati i calendari l’ipotesi delle urne a primavera perde consistenza. Ma la vera novità arriva dai numeri.
Per anni l’Italia è stata raccontata come il sorvegliato speciale costretto a presentarsi agli esami comunitari con il cappello in mano. Giorgetti prova a ribaltare il racconto. «L’Italia è uno dei pochi Paesi che rispetta totalmente il Patto di stabilità europeo». Un messaggio indirizzato ai mercati, alla Commissione europea e agli elettori. Il ministro sostiene che Roma sta facendo i compiti meglio di molti partner continentali che per anni hanno impartito lezioni di rigore. «Potremmo scoprire a settembre di essere dentro il 3%, uscendo dalla procedura d’infrazione». Il ministro sceglie la prudenza. «Le probabilità non sono altissime» ammette «Ma la partita non è ancora finita, ci sono i tempi supplementari». La metafora calcistica non è casuale. Lui che tifa Southampton e che addirittura contribuì a fondare un fan club conosce bene la passione degli inglesi per le scommesse. Soprattutto quelle giocate all’ultimo minuto. La speranza è legata al gigantesco lavoro di pulizia contabile sui contributi all’edilizia. «I controlli sul Superbonus stanno producendo risultati e per questo ringrazio l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza». Stanno emergendo gigantesche irregolarità che valgono dieci miliardi. Da quando è arrivato all’Economia non ha mai nascosto il suo giudizio. Considera quella misura una delle più controverse mai realizzate dalla finanza pubblica italiana. «Tra bonus facciate e Superbonus sono stati spesi circa 195 miliardi». Una montagna di denaro. Diverse leggi finanziarie messe una sopra l’altra come mattoni.
Secondo il ministro, il problema non riguarda soltanto il costo. È sbagliato anche il modo in cui quei soldi sono stati distribuiti. A suo parere bisognava concentrarsi sulle prime case, sulle famiglie in difficoltà, sulle situazioni realmente meritevoli di sostegno. Invece ha finito per finanziare ristrutturazioni di ville, residenze di pregio e persino castelli. Insomma ha regalato cappotti termici anche all’aristocrazia immobiliare. «Ci sono ancora da liquidare circa 40 miliardi nel 2026 e altri 23 miliardi nel 2027» ricorda. In sostanza il conto continua a correre anche quando il banchetto è stato già smontato. Se il Superbonus rappresenta il capitolo delle zavorre, la finanza è quello delle soddisfazioni. Per anni il debito italiano è stato descritto come una montagna instabile, una minaccia permanente, una specie di Vesuvio finanziario pronto a risvegliarsi. Oggi Giorgetti racconta una storia diversa. «Adesso c’è la corsa a comprare Btp: anche banche centrali asiatiche sono venute a comprare debito pubblico italiano, cosa che non avevano mai fatto». I mercati internazionali stanno mostrando fiducia. «Anche gestire il debito pubblico è sovranismo». Una definizione che probabilmente farà discutere economisti e politologi ma che fotografa bene il ragionamento di Giorgetti: uno Stato è davvero sovrano quando riesce a finanziare il proprio debito a condizioni sostenibili. E finora, osserva, i risultati gli stanno dando ragione.
«Siamo riusciti a venderlo e anche a un buon prezzo». Naturalmente il ministro non nasconde il problema rappresentato dai tassi d'interesse.
Con quasi 3.000 miliardi di debito ogni movimento deciso dalla Banca centrale europea viene osservato con la stessa attenzione con cui un cardiologo segue il battito di un paziente delicato.
«Se mi chiedete se sono contento che aumentino i tassi di interesse, dico di no». Ogni rialzo costa miliardi. Ogni punto percentuale si trasforma in una fattura da pagare.
Sul fronte della difesa, invece, Giorgetti sceglie la via della diplomazia. Nessuna polemica con Guido Crosetto. Nessuna guerra di bilancio. «Tutti legittimamente chiedono stanziamenti. Chi deve fare il bilancio deve dosarli saggiamente». Tutti vogliono soldi, ma qualcuno deve fare i conti. Poi arriva la politica. Quella vera. Quella che agita i corridoi dei partiti molto più delle tabelle del deficit. La Lega attraversa settimane agitate. Giorgetti sceglie una definizione destinata probabilmente a entrare negli annali del lessico politico. «La Lega è un movimento politico effervescente». Ma non per questo fuori controllo. «Troveremo la via giusta». Molto meno diplomatico quando il discorso cade su Roberto Vannacci. «Il programma economico mi sembra leggermente irrealistico». Aggiunge una riflessione che sembra una lezione di realismo politico.
«Capisco che la politica a volte sconfini nell’utopia e che l’utopia può essere una bellissima cosa. Ma bisogna essere realisti». E forse è proprio questa la chiave di lettura dell’intervento del ministro.
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La sequenza è partita dai listini asiatici. In Corea del Sud il Kospi ha accusato un tonfo del 10%, in una seduta segnata da volatilità eccezionale. A Tokyo, il Nikkei ha perso il 3,5%, mentre Shanghai ha ceduto l’1,4% e Shenzhen oltre il 3%. In ribasso anche Hong Kong, a -1,82%. Il messaggio arrivato dall’Asia è stato chiaro: la correzione non riguarda un singolo mercato, ma un comparto globale dove i grandi gruppi tecnologici e la filiera dei chip hanno assunto un peso crescente negli indici.
A Wall Street la flessione ha colpito con forza Nasdaq e S&P 500, scesi ai livelli più bassi da oltre una settimana. Secondo gli esperti, gli investitori starebbero valutando una Federal Reserve più restrittiva e, soprattutto, i rischi legati ai programmi di investimento nell’intelligenza artificiale finanziati tramite debito dalle società cloud. La questione non è soltanto la domanda futura di IA, ma la capacità delle aziende di trasformare capex molto elevati in ricavi e margini sufficienti a giustificarne il costo finanziario.
I numeri fotografano la portata del movimento. Micron Technology e SanDisk, tra i migliori titoli dello S&P 500 dall’inizio dell’anno, hanno perso rispettivamente il 12% e il 13%. L’indice Philadelphia Semiconductor è crollato del 7,3%, mentre il settore tecnologico dello S&P 500 ha lasciato sul terreno il 3,2%. Se la discesa dovesse consolidarsi, il Nasdaq 100 rischierebbe di cedere più di 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, secondo le stime richiamate dagli operatori. Il punto critico è l’affollamento delle compravendite sull’IA. Quando una quota ampia del mercato possiede gli stessi titoli, una revisione delle aspettative può trasformarsi rapidamente in una corsa alle vendite.
L’Europa da tutto questo non è rimasta immune. Londra ha chiuso in lieve controtendenza, +0,17%, ma Francoforte ha perso lo 0,81% e Parigi lo 0,71%. A Milano il Ftse Mib ha segnato -1,46%, risultando il peggiore tra i principali listini europei. A pesare sono stati soprattutto i titoli esposti alla tecnologia e al ciclo industriale: STMicroelectronics ha ceduto l’8,44%, Stellantis il 6,74%, Prysmian il 4,10% e Avio il 3,47%. La seduta ha mostrato quanto la narrativa dell’IA sia ormai un fattore sistemico per i mercati.
La tecnologia continua, dunque, a rappresentare un motore di crescita, ma le quotazioni elevate e il ricorso al debito impongono una verifica severa dei fondamentali. Per gli investitori, il tema non è più soltanto individuare i vincitori della rivoluzione artificiale: è capire a quale prezzo, e con quali tempi, quella rivoluzione riuscirà a generare rendimenti sostenibili senza comprimere ulteriormente i multipli di Borsa.
Sul mercato valutario l’euro ha arretrato leggermente sul dollaro, scendendo a quota 1,138. Debole anche l’oro, che ieri ha perso l’1,34% arrivando a 4.135,6 dollari l’oncia. Vendite diffuse anche sul petrolio: il Light Sweet Crude ha proseguito la seduta a 73,13 dollari al barile. Sul fronte obbligazionario è aumentata leggermente la tensione: lo spread è salito di poco a 71 punti base, in rialzo di 7 punti rispetto alla chiusura precedente. Il rendimento del Btp decennale si è attestata al 3,63%.
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