Al MART di Rovereto, Albrecht Dürer dialoga con l’arte del Novecento

Sino al 3 marzo 2024, in mostra al MART di Rovereto la celebre Madonna col Bambino e una serie di incisioni di Albrecht Dürer – tutte provenienti dalla prestigiosa collezione della Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo – in un dialogo appassionante con le opere di grandi artisti del XX secolo, da Boccioni a Casorati, da De Chirico a Wildt. Filo conduttore: mater et melancholia, la maternità e la melanconia.

Nata da un’idea di Vittorio Sgarbi e curata da Daniela Ferrari e Stefano Roffi, la tradizionale mostra invernale del MART parte da Albrecht Dürer (1471-1528) e da alcuni suoi celebri capolavori – lo straordinario dipinto Madonna col bambino in primis, seguito da una serie di incisioni, tra le quali spiccano Adamo ed Eva e Melencolia I, senza dubbio la più conosciuta ed enigmatica tra quelle realizzate dal «Maestro di Norimberga» – per indagare due tematiche di portata universale, da sempre soggetti prediletti di studio di filosofi e pensatori : la maternità e la malinconia. Due leitmotiv di grande interesse, che quest’esposizione indaga mettendo «in dialogo» i lavori di Dürer, senza ombra di dubbio il massimo esponente della pittura tedesca rinascimentale, con quelli dei grandi Maestri del ‘900: il risultato è un percorso espositivo di grande originalità, un viaggio nel tempo (oltre che nella storia dell’arte) che regala al visitatore il privilegio di ammirare – partendo proprio dai capolavori di Dürer – pietre miliari dell’arte italiana moderna e contemporanea.

A cominciare da due preziose incisioni di Giorgio Morandi (Natura morta con pane e limone del 1921 e Grande natura morta scura, del 1934) e dallo straordinario Autoritratto con il fratello di Giorgio de Chirico, opera eseguita nel 1924, non esposta al pubblico per decenni e solo recentemente entrata a far delle Collezioni del Mart. Altro gioiello in mostra – e splendida «declinazione» del tema della maternità – è la scultura, levigata e perfetta, di Adolfo Wildt Madre (Madre Ravera,1929), che concentra nell’espressività dolente del volto il ritratto della rassegnazione disperata e impotente di fronte alla morte: un’opera magistrale, in cui il chiaro richiamo all’iconografia cristiana – la donna ritratta sembra una Madonna rinascimentale – assume un valore più umano, spirituale e terreno.

Una Vergine moderna, a metà fra il sacro e il profano, è invece la madre ritratta da Gino Severini in Maternità (1916): la modella, di una bellezza straniante e atemporale, è la moglie Jeanne, che nell’ amorevole atto di allattare il figlioletto diventa incarnazione di una Madonna contemporanea. Anche in Felice Casorati , che di Severini è amico e contemporaneo, ricorre spesso il tema degli affetti familiari, materni soprattutto e le sue madri – nell’ampia parabola della sua ricerca artistica – assumono una dimensione quasi sacra, pur nella loro compostezza e semplicità. Come la donna raffigurata in L’attesa (1918), un’opera che ha molti significati e che, in questa mostra in particolare, può essere anche vista come il trait d’union fra il tema della mater e quello della melancholia, quella malinconia che, in un tuttuno con la nostalgia, la solitudine e la fascinazione del mistero, per Giorgio de Chirico (ma anche per Severini, Morandi, Casorati, Martini e altri esponenti delle avanguardie del primo Novecento) diventa una condizione esistenziale, di vita e di arte.

Una malinconia che è tensione interiore, che può albergare in noi stessi e negli ambienti silenti, che può essere anche nostalgia associata alla partenza (come in un busto di Arturo Martini, che modella in terracotta il volto della figlia Maria, chiamata affettuosamente Nena) o profondo, muto, doloroso sconforto, come ben rappresentato ne Il solitario (1937) di Emanuele Cavalli. Una malinconia «avvolgente » e cupa, la stessa che si ritrova nelle due tele he chiudono il percorso espositivo: Chiaro di luna (1891) di Gaetano Previati e Vertigine (2023) dell’artista contemporaneo Michele Parisi.

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