Non si vuole sbottonare il presidente americano Donald Trump sulle ragioni dell’invio di oltre 2.000 marines e di una nave d’assalto in Medio Oriente, ma si rincorrono le indiscrezioni secondo cui l’obiettivo sia la presa dell’Isola di Kharg.
Il tycoon si è mostrato infastidito verso le domande che cercano di far luce sulla vicenda. A un reporter che gli ha chiesto «perché sta inviando 5.000 marines e marinai», ha risposto: «Lei è una persona davvero odiosa». Eppure, dopo che gli Stati Uniti hanno distrutto venerdì gli obiettivi militari dell’isola iraniana, alcuni funzionari hanno riferito ad Axios che l’interesse del presidente americano ruota proprio attorno all’idea di conquistare Kharg per mandare al tappeto i pasdaran. Poiché l’isola gestisce il 90% delle esportazioni del greggio iraniano, si strozzerebbero i finanziamenti del regime. E l’operazione potrebbe essere portata a termine solo con l’invasione di terra. Tuttavia, la posta in gioco è alta visto che una mossa del genere scatenerebbe un’ulteriore escalation, con Teheran che risponderebbe con una rappresaglia ancora più massiccia diretta ai Paesi del Golfo. Per questi motivi, un funzionario ha affermato: «Ci sono grandi rischi. Ci sono grandi vantaggi. Il presidente non è ancora pronto e non stiamo dicendo che lo sarà». Pubblicamente a spingere per l’operazione è il senatore repubblicano Lindsey Graham. Ha infatti scritto su X: «Raramente in guerra un nemico ti offre un singolo obiettivo come l’isola di Kharg, che potrebbe cambiare drasticamente l’esito del conflitto. Chi controlla Kharg, controlla il destino di questa guerra».
Anche il New York Times ha rivelato che Trump si trova davanti al bivio se attaccare o meno Kharg o i depositi nucleari. Riguardo all’isola, i soldati americani potrebbero essere bersagliati dagli attacchi dei pasdaran condotti dalla costa o dalle piccole imbarcazioni. In più, non è escluso che il Corpo delle guardie rivoluzionarie Islamiche faccia esplodere gli oleodotti e le infrastrutture portuali. Tradotto: sarebbe richiesta una presenza militare continua, non destinata quindi a concludersi nel breve periodo. Invece, sui depositi nucleari, si tratterebbe di un’invasione unica, non però senza rischi. I tunnel a Isfahan, in cui secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica è stoccata la maggior parte dell’uranio arricchito al 60%, sono difficili da raggiungere. Anche perché alcuni accessi sono stati distrutti dai bombardamenti americani dello scorso giugno. Nel caso dell’operazione di terra, non è chiaro quanto tempo ci possano impiegare le forze speciali per prelevare i contenitori con la massima cautela.
Pur non svelando le carte dell’amministrazione americana, le dichiarazioni rilasciate ieri da Trump in diverse occasioni sono state dei diretti avvertimenti a Teheran in merito al cuore della loro tenuta economica. Al Financial Times ha fatto presente che Washington è pronta ad attaccare l’isola e questa volta non risparmierebbe le infrastrutture petrolifere. «Avete visto che abbiamo colpito l’isola di Kharg, tutto tranne gli oleodotti. Possiamo colpirla in cinque minuti. E non c’è niente che possano fare al riguardo» ha detto. Nel pomeriggio, in un’intervista rilasciata a Pbs, ha di nuovo minacciato di «distruggerla completamente». E durante una conferenza stampa a Washington ha ribadito: «Abbiamo attaccato l’isola di Kharg e abbiamo distrutto praticamente tutto a parte l’area in cui abbiamo lasciato gli oleodotti intatti, ma potrebbe andare anche diversamente, basta dire una parola e questi oleodotti saranno distrutti».
Facendo un bilancio sulle prime due settimane dell’operazione Furia epica, il tycoon ha reso noto che gli Stati Uniti e Israele hanno colpito «7.000 obiettivi» e «ottenuto la riduzione del 90% dei lanci missilistici» iraniani e il «95% degli attacchi con i droni». E quindi «la Marina è sparita, molte navi sono state affondate, non le usano più, le forze antiaeree sono state decimate, i radar non ci sono più e i leader non ci sono più. I missili stanno sparendo, vengono lanciati a livelli molto bassi perché gliene sono rimasti pochi».
A suo dire, Teheran sarebbe propensa a trattare: «Vuole fare un accordo, stanno negoziando e noi abbiamo voluto un dialogo, io parlo con tutti perché a volte ne viene fuori del bene, ma non so se siano pronti». Di tutt’altro avviso è il regime iraniano. Qualche ora prima, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito che «l’Iran non ha cercato né una tregua né negoziati. Tali affermazioni sono deliranti». La rappresaglia del regime andrà avanti finché Trump «non capirà che la guerra illegale che sta imponendo agli americani e agli iraniani è sbagliata». Secondo Axios, tuttavia, un canale diplomatico si sarebbe riaperto tra il ministro iraniano e l’inviato Usa Steve Witkoff.
Sono due invece le osservazioni che il presidente americano ha fornito sui rispettivi alleati, ovvero Israele per Washington e la Russia per l’Iran. Sullo Stato ebraico ci ha tenuto a chiarire che Gerusalemme, che avrebbe 100 testate nucleari, «non farebbe mai» un attacco nucleare contro il territorio iraniano. Dall’altra parte, in merito alle indiscrezioni secondo cui Mosca fornirebbe dati satellitari al regime sugli obiettivi da colpire, il tycoon non è apparso disturbato. Al Financial Times, pur spiegando di «non sapere con certezza» se lo zar russo Vladimir Putin abbia aiutato i pasdaran, ha spezzato una lancia a favore della Russia. «Si potrebbe anche sostenere che in una certa misura abbiamo aiutato l’Ucraina. È difficile dire: “Caspita, cosa state facendo?” quando noi abbiamo fatto la stessa cosa con l’Ucraina».
Silenzio di Mosca su Khamenei jr. Gli 007 Usa: «È gay». E Trump ride
Mentre la guerra tra Iran, Usa e Israele sta infiammando l’intero Golfo persico, si infittisce il mistero sulle condizioni e sugli spostamenti della nuova guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Da giorni circolano voci secondo cui il leader iraniano, rimasto ferito nel raid in cui è stato ucciso il padre Ali Khamenei, sarebbe stato trasferito a Mosca per ricevere cure mediche. L’indiscrezione, pubblicata dal quotidiano kuwaitiano Al Jarida, sostiene che Mojtaba sarebbe arrivato nella capitale russa il 12 marzo a bordo di un aereo militare e sarebbe stato sottoposto a intervento chirurgico in una clinica privata. Dal Cremlino, però, non è arrivata né una conferma né una smentita: «Non commentiamo mai questo tipo di notizie», ha dichiarato Dmitri Peskov, il portavoce di Vladimir Putin.
Sul giallo si è invece espresso Donald Trump: «Non sappiamo se sia morto o meno, nessuno lo ha visto, e questo è un fatto insolito». Anche il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha dichiarato alla Cnbc che Mojtaba Khamenei potrebbe essere «ferito» e «forse incapacitato», sostenendo inoltre che i vertici iraniani sarebbero in preda al panico: «Se volete usare un’analogia storica», ha detto Bessent, «pensate che sono nel bunker di Hitler, ma Hitler è morto».
Sul nuovo leader iraniano, del resto, stanno circolando indiscrezioni ancora più «delicate». Il New York Post ha riferito ieri che gli 007 statunitensi considererebbero credibili informazioni secondo cui Mojtaba Khamenei potrebbe essere omosessuale. La valutazione sarebbe stata presentata al presidente Trump in persona. Secondo quanto riportato dal quotidiano newyorchese, la notizia avrebbe provocato sorpresa e ilarità nello Studio Ovale, con il tycoon che avrebbe reagito ridendo insieme ad alcuni presenti. Le stesse fonti sostengono che Mojtaba avrebbe avuto per anni una relazione con una persona che aveva lavorato come suo tutore durante l’infanzia.
Nonostante questi rumor sul destino della nuova guida suprema, da Teheran arrivano messaggi di continuità istituzionale. Mojtaba Khamenei avrebbe infatti confermato le nomine di dirigenti e funzionari scelti dal padre, nominando inoltre l’ex comandante dei pasdaran, Mohsen Rezaei, come consigliere militare. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghei, ha anzi rispedito oltre Atlantico le insinuazioni di Bennet sul presunto sbandamento dei vertici iraniani: «Il motivo per cui le autorità americane continuano a diffamarci come “una nazione del terrore e dell’odio”», ha detto, «è che gli iraniani non capitolano davanti al bullismo e resistono alla brutale aggressione contro la loro amata patria». Ancora più chiaro è stato Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri in persona: «Non stiamo chiedendo un cessate il fuoco, questa guerra deve finire in un modo tale che nessun altro nemico possa invadere l’Iran», ha affermato alla tv di Stato.
Da parte loro, i Guardiani della rivoluzione hanno annunciato che gli interessi americani nel Golfo potrebbero presto essere colpiti, invitando i dipendenti delle compagnie statunitensi nella regione a «lasciare immediatamente i siti». A finire nel mirino della Repubblica islamica, inoltre, è stata anche la Romania: Bucarest è stata esplicitamente accusata di partecipare a un’«aggressione militare», qualora dovesse consentire agli Stati Uniti di utilizzare basi sul suo territorio per operazioni contro l’Iran. Al tempo stesso, come riferisce Reuters, la Repubblica islamica ha firmato con la Russia un contratto da 589 milioni di dollari per l’acquisto di sistemi di difesa aerea portatili Verba (Manpads). L’accordo, siglato a Mosca a dicembre, prevede 500 lanciatori e 2.500 missili con consegne tra il 2027 e il 2029.
Nel frattempo, proseguono senza sosta le rappresaglie dell’esercito di Teheran. In Israele, per esempio, frammenti di missili balistici iraniani intercettati sono caduti a Gerusalemme nei pressi della Knesset e della Chiesa del Santo Sepolcro. Una grossa scheggia è precipitata persino vicino all’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.