
Vengo da una civiltà che ha messo l’uomo al centro, che ha costruito gli uliveti e i campanili, che ha inventato l’ospedale, l’università, il diritto romano, la perizia notarile, la sentenza motivata, la libertà di studiare e la libertà di sbagliare, una civiltà che adesso, in piedi davanti allo specchio, finge di non vedere il proprio cadavere. 250.000 bambine e bambini britannici, cristiani per nascita o per cultura, di 8, 10, 11, 12 anni, stuprati per decenni, in 149 distretti del Regno Unito, da bande organizzate di uomini maomettani, in stragrande maggioranza pachistani. Lo dice il rapporto Lowe, lo confermano in scala minore il rapporto Casey, l’inchiesta Jay su Rotherham con le sue 1.400 vittime in una sola città, le sentenze di Rochdale, Telford, Oxford, Newcastle, Oldham, Bristol, Derby, Keighley. Bambine date in pasto, drogate, prostituite, marchiate a fuoco con stampi di ferro arroventati, picchiate, ingravidate, costrette ad abortire, costrette a convertirsi all’islam, chiamate kuffar, chiamate white trash, spazzatura bianca. Anche bambini. E le bambine talvolta partorivano e poi sparivano, e i loro figli sparivano con loro, e le madri delle bambine venivano arrestate dalla polizia mentre i carnefici delle figlie venivano scortati a casa, dalla stessa polizia inglese, quella che adesso si occupa di acchiappare quelli che scrivono cose sgradevoli sull’islam su Facebook.
Viene arrestato chi scrive la verità: gli stupratori, come i terroristi, come le bande che uccidono e terrorizzano sono figli sani del Corano, sono eroi della loro comunità, hanno eseguito l’ordine coranico di umiliare gli infedeli, ucciderli, mutilarli. Ho raccolto questi ordini che tutti devono conoscere nel libro Islam senza veli, e spiego come sia indispensabile che ogni funzionario pubblico che abbia a che fare con maomettani conosca i versi che prescrivono la persecuzione violenta degli infedeli come ordine di Allah, e ponga un questionario dove si chiede ai maomettani di dissociarsene. I maomettani potrebbero mentire, certo, ma il punto è questo: costringere il funzionario a prendere atto di quei versi, così che non sia più possibile quello che è successo.
È successo che per trent’anni tutti hanno taciuto: l’accusa di islamofobia vuol dire morte sociale, perdita del lavoro, processo e prigione. Tutti hanno taciuto, perché parlare era razzismo. Hanno taciuto, e intanto le bambine venivano stuprate, le loro vite distrutte dalle torture, dalle umiliazioni, dagli aborti. Le loro vite sono state distrutte per decenni, mentre i salotti discutevano di pronomi e di privilegio bianco, perché la superbia è quella, sentirsi buoni e superiori proteggendo criminali e stupratori. Dove sono le femministe, le penne raffinate che firmavano appelli per qualunque boiata? The Closing of the Muslim Mind (La chiusura della mente musulmana) di Robert R. Reilly, è il testo che spiega che i problemi dell’islam sono due: la violenza del Corano e la paralisi dello sviluppo intellettuale. Nei primi secoli dell’islam, con la conquista dei territori bizantini e sassanidi, l’islam incontrò la filosofia greca. Nacque una scuola, i mutaziliti, che insegnò una cosa semplice e gigantesca: Dio è ragionevole. Dio non può essere ingiusto. Dio non può contraddire la ragione, perché la ragione è parte della Sua natura. Il mondo, di conseguenza, è intelligibile. L’uomo può conoscerlo, può deliberare. L’uomo è libero. L’islam poteva essere una religione feroce e intelligente e l’intelligenza avrebbe stemperato la ferocia prescritta da Corano. Ma poi accadde il disastro. Vinse l’altra scuola. Vinsero gli ashariti, vinse al Ghazali, vinse l’idea che Dio è puro arbitrio, pura volontà, puro capriccio. Dio non è vincolato dalla ragione: Dio è oltre la ragione. Il bene è ciò che Dio comanda. Il male è ciò che Dio vieta. Questo rende i versi violenti del Corano armi puntate sempre contro ognuno di noi. L’omicidio del maomettano è male perché Dio lo dice, non perché spegne una vita; l’omicidio dell’infedele è bene perché Dio lo dice. La causalità non esiste: non esistono cause seconde, esiste soltanto la volontà di Dio. Questo vieta la filosofia, blocca ogni progresso. L’islam è una religione feroce e irrazionale. Averroè provò a rispondere, e i suoi libri furono bruciati a Cordova nel 1195. Chi crede di curare una patologia spirituale figlia di una deformazione teologica feroce e irrazionale che ha generato una cultura disfunzionale con i sussidi, con le borse di studio, con i corsi di integrazione, con le buone maniere e i ditini alzati, è un pericoloso idiota, in realtà un collaborazionista, che fingerà di non vedere un quarto di milione di bambine stuprate. Il problema è teologico, filosofico, spirituale. Il problema è che una civiltà che ha abolito la ragione non può che produrre ferocia organizzata. Stiamo importando una teologia che ci odia e che ha abolito la ragione, e pretendiamo che produca cittadini con cui convivere. A una bambina di 11 anni stuprata da venti uomini in una notte, sulla sua terra, non si risponde con un convegno. Si risponde con la collera, con la giustizia spietata di una civiltà che si ricorda di sé, una civiltà che ricordi di avere ulivi, sale, Tommaso e Galileo, Dante e Manzoni, e a difendere tutto questo Carlo Martello, Giovanni d’Austria, e Giovanni Sobieski che hanno guidato la cristianità alle vittorie di Poitier, Lepanto e Vienna. L’undicenne che ha avuto la vagina spaccata dai venti pachistani che l’hanno stuprata per tutta la notte si è trovata di fronte squadre di medici e infermieri che non hanno denunciato e hanno taciuto. Episodi atroci come questo si sono verificati in molte guerre, da parte dell’esercito vincitore contro le donne degli sconfitti. I giapponesi trattavano così le donne manciù dopo aver sconfitto militarmente la Manciuria. Il Pakistan non ha mai sconfitto la gran Bretagna. L’islam non ha mai sconfitto militarmente l’Europa. La ragazzina è diventata il disprezzato giocattolo sessuale di uomini che non hanno mai sconfitto militarmente il suo popolo.
Nel suo geniale libro Il morbo Paolo Gambi intuisce che alla base del suicidio della civiltà occidentale c’è l’inversione dell’archetipo dell’eroe. Si passa dall’eroe che combatte, si sacrifica per la propria gente, all’archetipo del ribelle, cioè qualcuno che combatte contro la civiltà che lo ha generato. La base dell’archetipo del ribelle è la superbia. Del primo ribelle della storia, l’Angelo ribelle, è la superbia la tentazione irresistibile, non il denaro o il potere. L’archetipo dell’eroe che combatte per la propria gente è stato sostituito dall’archetipo del ribelle che combatte contro la propria gente, sempre dalla parte di qualcun altro. Il marxismo ha creato un sottotipo di archetipo ancora più deforme che è l’archetipo dello sconfitto. Non importa avere torto marcio, l’importante è essere sconfitti. Noi abbiamo creato cultura, scienza arte, pensiero filosofico: siamo forti, quindi cattivi a prescindere. Gli aguzzini della ragazzina undicenne, come quelli che arrivano con i barconi, sono mantenuti da sussidi di disoccupazione, provenienti da Paesi in cronico sottosviluppo economico, che non producono né premi Nobel né pensiero scientifico, sconfitti dalla storia, per le ragioni spiegate da Reilly. Che la loro civiltà sia disfunzionale cozza contro il dogma del marxismo idiota che tutte le civiltà si equivalgono, che tutte le religioni si equivalgono. Più i maomettani sono terroristi e stupratori, più ci dobbiamo scusare con loro, scambiati per vittime della società occidentali da un branco di corrotti idioti, resi collaborazionisti dai fiumi di petrodollari che dal 1974 corrompono politici e intellettuali (o cosiddetti tali). Più le aggressioni dei maomettani sono gravi, più i «buoni» li amano, spiegano che il problema siamo noi, che non li abbiamo amati abbastanza, non li abbiamo integrati. Per prima cosa dobbiamo liberarci dei «buoni», levare dalle loro mani scuole e televisioni, ridurli all’opposizione per sempre. O le nostre ragazzine finiranno come quelle di Birmingham






