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2024-03-13
Macron fa campagna contro la vita: ai macroniani d’Italia va tutto bene?
Emmanuel Macron (Ansa)
Davanti alla morte, la scelta migliore è il silenzio. Devono aver pensato qualcosa di molto simile i macroniani d’Italia, a partire da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, di fronte alla parabola necrofila del presidente francese. Negli ultimi giorni, Emmanuel Macron ha allungato un’ombra nera sull’Europa proponendo di mandare al fronte ucraino i nostri soldati. Non pago di aver costituzionalizzato l’aborto e di aver annunciato la volontà di favorire l’accesso all’eutanasia e al suicidio assistito. La vita, almeno ultimamente, gli fa improvvisamente orrore e a guardare i sondaggi del suo partito in Francia, forse, si può anche capire il momento cupo di Macron.
In Italia sono ormai decenni che i voti della Chiesa non riempiono le urne, ma con l’affluenza media al 50% anche i consensi dei cattolici possono risultare, se non decisivi, quantomeno vitali per superare una soglia di sbarramento. Specie se si guarda alle formazioni centriste dei vari Renzi e alle ambizioni di un cattolico come Gentiloni, il commissario Ue agli Affari economici che sogna un rientro in Italia in grande stile e all’insegna del moderatismo filofrancese. Solo che di questi tempi Macron è scatenato e sembra quasi un antipapa.
In difficoltà nella campagna elettorale per le Europee, marcato stretto dalle opposizioni sui fallimenti del suo governo nella lotta all’immigrazione clandestina e alle diseguaglianze sociali, il leader di En Marche! ha fatto inserire il diritto all’aborto nella Costituzione francese. Poi, quattro giorni fa, ha dichiarato che vuole iscrivere «la libertà di ricorrere all’aborto» anche «nella carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, dove più nulla è acquisito e tutto è da difendere». Una sottolineatura che riflette la sua paura di fronte alle posizioni dell’Ungheria e non solo. «Noi condurremo questa battaglia sul nostro continente», ha annunciato in una cerimonia pubblica in place Vendome, «dove le forze reazionarie attaccano prima e sempre i diritti delle donne prima di rivolgersi contro i diritti delle minoranze, di tutti gli oppressi, di tutte le libertà». Quindi, domenica scorsa, l’inquilino dell’Eliseo ha chiuso il cerchio (della morte) spiegando che vuole portare Bruxelles a facilitare l’accesso all’eutanasia e al suicidio assistito. Ovviamente non ha usato termini così crudi, ma si è trincerato dietro formule ipocrite come «aiuto attivo a morire». Dopo aver sistemato vecchi e bambini, ha pensato anche ai giovani del Vecchio continente, che vuole mandare a morire al fronte in Ucraina. Due settimane fa, dopo che aveva già ipotizzato l’invio di militari un mese prima, Macron ha di nuovo buttato un sasso nello stagno, affermando di «non escludere» l’opzione dell’impiego diretto dei soldati a disposizione di Volodymyr Zelensky.
E così, mentre il Pontefice suggeriva al presidente ucraino di rivalutare la saggezza della «bandiera bianca», i sostenitori italiani di Macron piombavano nel mutismo di fronte alla sua micidiale tripletta aborto-eutanasia-guerra. Manca un bell’appello a favore delle droghe e poi il catalogo delle pompe funebri è completo.
Ok, Renzi è notoriamente un «cattolico adulto», per dirla alla Romano Prodi, e nel 2016, da premier, andò in Rai da Bruno Vespa a dispensare lezioni di laicità: «Io sono cattolico ma ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo». Eravamo prima della sue derive saudita ed emiratine, Stati dove il diritto alla vita è tutelato in modo assai originale. In ogni caso, in Italia, l’ex sindaco di Firenze sta molto attento a esprimersi su certi temi. Di Macron è sollecito sodale e sogna di sbancare in Europa grazie a un’alleanza con Renew Europe, tagliando la strada all’inciucione tra Popolari e Socialisti, che vogliono confermare Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione. Ma la svolta pro morte di Macron, almeno per ora, lo ha lasciato silente.
Un altro che cammina rasente i muri, di questi tempi, è Paolo Gentiloni, che con Macron scrisse il famigerato Trattato del Quirinale. L’ex premier del Pd, come Enrico Letta, è un sostenitore del presidente francese, ma ama tenere buoni rapporti con le gerarchie vaticane. A Bruxelles molti segnalano che il piano di Macron per il dopo elezioni sia di giocare la carta Mario Draghi per la presidenza del Consiglio europeo (o addirittura per la Commissione) e di spedire l’amico Paolo a Roma, a guidare le nuove brigate internazionali contro Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Immaginare il curiale Gentiloni candidarsi premier con un programma sui «diritti» alla Macron è pura fantascienza. Il 17 febbraio, Gentiloni ha lodato la sua proposta di un esercito europeo, ma poi si è ammutolito. Inutile dire che anche Sandro Gozi, ex prodiano eletto parlamentare europeo in Francia, ha perso la parola di fronte alle ultime sortite dark dell’amato Emmanuel. Idem, per dire, un’altra simpatizzante come l’ex berlusconiana Mariastella Gelmini, oggi vicesegretario di Azione, guidata da Carlo Calenda. Forse sperano che l’amato Macron torni a concentrarsi sull’economia, sulla finanza e sulle banche.
Parigi ora è una minaccia per tutti
Il nostro tempo è contrassegnato da tanti deficit - economici, finanziari, energetici, medici, ecologici e altro ancora - ma il più diffuso e pericoloso è in assoluto il «deficit di buon senso». Se un dubbio poteva ancora esserci, la decisione del Parlamento francese di elevare a rango costituzionale la libertà di abortire - il che significa, in buona sostanza, il diritto d’aborto - ha fugato ogni incertezza: il furore ideologico ha cancellato la naturale dote del buon senso, che ci deve insegnare ad affrontare una questione così delicata come l’aborto, con il valore aggiunto della prudenza, nello sforzo di trovare un delicatissimo equilibrio fra «diritti» in gioco: il diritto alla vita del bimbo e il diritto di scelta della madre.
Ora, in Francia, la ruspa ideologica ha fatto piazza pulita del diritto alla vita: il bambino non conta nulla, non ha alcun diritto, può e deve essere «smaltito» come materiale organico indesiderato, non deve neppure entrare nel dibattito culturale. La vita del bimbo non c’è, non esiste: punto e basta! Smettiamola con questi piagnistei sul bimbo indifeso e innocente, sulla creatura la cui unica colpa è di esistere; un bel colpo di spugna su ogni sentimento di naturale umanità e pietà: questo è il messaggio, nudo e crudo, che viene a infettare, prima che i Parlamenti di tutto il mondo, le coscienze di tutti gli uomini. Ma è anche un vergognoso colpo di spugna sul sentimento di civiltà di ogni popolo: una nazione che non sa prendersi cura dei suoi cittadini più deboli, al punto di considerare «diritto» la loro eliminazione, è indegna dell’appellativo «civile».
Nel dicembre 2007, l’Assemblea generale dell’Onu, a grande maggioranza, votò la moratoria sulla pena di morte. La ragione di fondo fu che è da considerarsi inaccettabile che un uomo dia la morte a un altro uomo, anche se colpevole di crimini o delitti. A distanza di poco meno di 17 anni, mentre sono in corso terribili guerre e massacri, il Parlamento di uno Stato, civile ed europeo, pone come valore prioritario l’interruzione volontaria di gravidanza, cancellando la possibilità - anche solo remota - che si possa (e si debba) fare qualche tentativo per consentire a quel bimbo di poter vedere la luce. Di più: trattandosi di un diritto costituzionale, è categoricamente abolita ogni possibilità di obiezione di coscienza, da parte di chi quel «diritto» ha il «dovere» di renderlo concreto! Potrà un medico rifiutarsi di praticare aborti, perché in conflitto con la propria coscienza? Purtroppo è facile rispondere: assolutamente no, perché trattasi di diritto costituzionalmente protetto.
Risuonano sempre più profetiche le parole di Madre Teresa di Calcutta: l’aborto è il più grande attentato alla pace. Se una nazione, un Parlamento, un popolo, una società attribuiscono all’aborto un valore così alto da richiedere la protezione della legge suprema dello Stato, dobbiamo prendere atto che non solo il buon senso, ma lo stesso senso umano naturale è stato avvelenato. Quel grande uomo che fu Carlo Casini, all’indomani dell’approvazione della legge 194/78, dichiarò che «non ci rassegneremo mai» a una legge che non protegge né il nascituro, né la mamma che non trova, di fatto, nessuno che l’aiuti a portare a termine la sua gravidanza, per quanto difficile sia, negandole la gioia di avere il suo bimbo tra le braccia.
L’altro aspetto, davvero vergognoso del fatto francese, sta proprio qui: chiunque cerchi di aiutare una donna che sta pensando ad abortire, dando sostegni concreti - economici, sociali, lavorativi, contrattuali, assistenziali - per vivere dignitosamente con il suo bimbo, può essere imputato di aver violato nientemeno che la costituzione! Purtroppo il male contagia: dobbiamo tenere gli occhi ben aperti e porre ogni democratica opposizione a chiunque anche solo ventili l’idea di seguire l’esempio francese. Cominciando con il dire a chiare lettere, e numeri alla mano, che in Italia non esiste alcuna lista d’attesa per chi vuole interrompere la gravidanza e il tentativo di porre limiti all’obiezione di coscienza, perché mancherebbe il personale necessario, è assolutamente pretestuoso, perché concretamente infondato. È la strategia tipica della falsa comunicazione, ampiamente sfruttata nel 1978: falsi dati con lo scopo di ottenere quel che si vuole... fino al diritto di aborto in Costituzione.
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Mentre Parigi accelera su aborto, eutanasia e propone di mandare a morire i soldati europei a Kiev, da noi i fan del presidente fingono di non vedere. Ma sulla carta Renzi, Gelmini e Gentiloni ambiscono al voto cattolico.Il furore ideologico dell’Eliseo rischia di contagiare il Continente. Chi fa obiezione di coscienza o prova ad aiutare una donna che pensa di rifiutare suo figlio è in pericolo.Lo speciale contiene due articoli. Davanti alla morte, la scelta migliore è il silenzio. Devono aver pensato qualcosa di molto simile i macroniani d’Italia, a partire da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, di fronte alla parabola necrofila del presidente francese. Negli ultimi giorni, Emmanuel Macron ha allungato un’ombra nera sull’Europa proponendo di mandare al fronte ucraino i nostri soldati. Non pago di aver costituzionalizzato l’aborto e di aver annunciato la volontà di favorire l’accesso all’eutanasia e al suicidio assistito. La vita, almeno ultimamente, gli fa improvvisamente orrore e a guardare i sondaggi del suo partito in Francia, forse, si può anche capire il momento cupo di Macron. In Italia sono ormai decenni che i voti della Chiesa non riempiono le urne, ma con l’affluenza media al 50% anche i consensi dei cattolici possono risultare, se non decisivi, quantomeno vitali per superare una soglia di sbarramento. Specie se si guarda alle formazioni centriste dei vari Renzi e alle ambizioni di un cattolico come Gentiloni, il commissario Ue agli Affari economici che sogna un rientro in Italia in grande stile e all’insegna del moderatismo filofrancese. Solo che di questi tempi Macron è scatenato e sembra quasi un antipapa. In difficoltà nella campagna elettorale per le Europee, marcato stretto dalle opposizioni sui fallimenti del suo governo nella lotta all’immigrazione clandestina e alle diseguaglianze sociali, il leader di En Marche! ha fatto inserire il diritto all’aborto nella Costituzione francese. Poi, quattro giorni fa, ha dichiarato che vuole iscrivere «la libertà di ricorrere all’aborto» anche «nella carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, dove più nulla è acquisito e tutto è da difendere». Una sottolineatura che riflette la sua paura di fronte alle posizioni dell’Ungheria e non solo. «Noi condurremo questa battaglia sul nostro continente», ha annunciato in una cerimonia pubblica in place Vendome, «dove le forze reazionarie attaccano prima e sempre i diritti delle donne prima di rivolgersi contro i diritti delle minoranze, di tutti gli oppressi, di tutte le libertà». Quindi, domenica scorsa, l’inquilino dell’Eliseo ha chiuso il cerchio (della morte) spiegando che vuole portare Bruxelles a facilitare l’accesso all’eutanasia e al suicidio assistito. Ovviamente non ha usato termini così crudi, ma si è trincerato dietro formule ipocrite come «aiuto attivo a morire». Dopo aver sistemato vecchi e bambini, ha pensato anche ai giovani del Vecchio continente, che vuole mandare a morire al fronte in Ucraina. Due settimane fa, dopo che aveva già ipotizzato l’invio di militari un mese prima, Macron ha di nuovo buttato un sasso nello stagno, affermando di «non escludere» l’opzione dell’impiego diretto dei soldati a disposizione di Volodymyr Zelensky. E così, mentre il Pontefice suggeriva al presidente ucraino di rivalutare la saggezza della «bandiera bianca», i sostenitori italiani di Macron piombavano nel mutismo di fronte alla sua micidiale tripletta aborto-eutanasia-guerra. Manca un bell’appello a favore delle droghe e poi il catalogo delle pompe funebri è completo. Ok, Renzi è notoriamente un «cattolico adulto», per dirla alla Romano Prodi, e nel 2016, da premier, andò in Rai da Bruno Vespa a dispensare lezioni di laicità: «Io sono cattolico ma ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo». Eravamo prima della sue derive saudita ed emiratine, Stati dove il diritto alla vita è tutelato in modo assai originale. In ogni caso, in Italia, l’ex sindaco di Firenze sta molto attento a esprimersi su certi temi. Di Macron è sollecito sodale e sogna di sbancare in Europa grazie a un’alleanza con Renew Europe, tagliando la strada all’inciucione tra Popolari e Socialisti, che vogliono confermare Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione. Ma la svolta pro morte di Macron, almeno per ora, lo ha lasciato silente. Un altro che cammina rasente i muri, di questi tempi, è Paolo Gentiloni, che con Macron scrisse il famigerato Trattato del Quirinale. L’ex premier del Pd, come Enrico Letta, è un sostenitore del presidente francese, ma ama tenere buoni rapporti con le gerarchie vaticane. A Bruxelles molti segnalano che il piano di Macron per il dopo elezioni sia di giocare la carta Mario Draghi per la presidenza del Consiglio europeo (o addirittura per la Commissione) e di spedire l’amico Paolo a Roma, a guidare le nuove brigate internazionali contro Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Immaginare il curiale Gentiloni candidarsi premier con un programma sui «diritti» alla Macron è pura fantascienza. Il 17 febbraio, Gentiloni ha lodato la sua proposta di un esercito europeo, ma poi si è ammutolito. Inutile dire che anche Sandro Gozi, ex prodiano eletto parlamentare europeo in Francia, ha perso la parola di fronte alle ultime sortite dark dell’amato Emmanuel. Idem, per dire, un’altra simpatizzante come l’ex berlusconiana Mariastella Gelmini, oggi vicesegretario di Azione, guidata da Carlo Calenda. 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Se un dubbio poteva ancora esserci, la decisione del Parlamento francese di elevare a rango costituzionale la libertà di abortire - il che significa, in buona sostanza, il diritto d’aborto - ha fugato ogni incertezza: il furore ideologico ha cancellato la naturale dote del buon senso, che ci deve insegnare ad affrontare una questione così delicata come l’aborto, con il valore aggiunto della prudenza, nello sforzo di trovare un delicatissimo equilibrio fra «diritti» in gioco: il diritto alla vita del bimbo e il diritto di scelta della madre. Ora, in Francia, la ruspa ideologica ha fatto piazza pulita del diritto alla vita: il bambino non conta nulla, non ha alcun diritto, può e deve essere «smaltito» come materiale organico indesiderato, non deve neppure entrare nel dibattito culturale. La vita del bimbo non c’è, non esiste: punto e basta! Smettiamola con questi piagnistei sul bimbo indifeso e innocente, sulla creatura la cui unica colpa è di esistere; un bel colpo di spugna su ogni sentimento di naturale umanità e pietà: questo è il messaggio, nudo e crudo, che viene a infettare, prima che i Parlamenti di tutto il mondo, le coscienze di tutti gli uomini. Ma è anche un vergognoso colpo di spugna sul sentimento di civiltà di ogni popolo: una nazione che non sa prendersi cura dei suoi cittadini più deboli, al punto di considerare «diritto» la loro eliminazione, è indegna dell’appellativo «civile». Nel dicembre 2007, l’Assemblea generale dell’Onu, a grande maggioranza, votò la moratoria sulla pena di morte. La ragione di fondo fu che è da considerarsi inaccettabile che un uomo dia la morte a un altro uomo, anche se colpevole di crimini o delitti. A distanza di poco meno di 17 anni, mentre sono in corso terribili guerre e massacri, il Parlamento di uno Stato, civile ed europeo, pone come valore prioritario l’interruzione volontaria di gravidanza, cancellando la possibilità - anche solo remota - che si possa (e si debba) fare qualche tentativo per consentire a quel bimbo di poter vedere la luce. Di più: trattandosi di un diritto costituzionale, è categoricamente abolita ogni possibilità di obiezione di coscienza, da parte di chi quel «diritto» ha il «dovere» di renderlo concreto! Potrà un medico rifiutarsi di praticare aborti, perché in conflitto con la propria coscienza? Purtroppo è facile rispondere: assolutamente no, perché trattasi di diritto costituzionalmente protetto. Risuonano sempre più profetiche le parole di Madre Teresa di Calcutta: l’aborto è il più grande attentato alla pace. Se una nazione, un Parlamento, un popolo, una società attribuiscono all’aborto un valore così alto da richiedere la protezione della legge suprema dello Stato, dobbiamo prendere atto che non solo il buon senso, ma lo stesso senso umano naturale è stato avvelenato. Quel grande uomo che fu Carlo Casini, all’indomani dell’approvazione della legge 194/78, dichiarò che «non ci rassegneremo mai» a una legge che non protegge né il nascituro, né la mamma che non trova, di fatto, nessuno che l’aiuti a portare a termine la sua gravidanza, per quanto difficile sia, negandole la gioia di avere il suo bimbo tra le braccia. L’altro aspetto, davvero vergognoso del fatto francese, sta proprio qui: chiunque cerchi di aiutare una donna che sta pensando ad abortire, dando sostegni concreti - economici, sociali, lavorativi, contrattuali, assistenziali - per vivere dignitosamente con il suo bimbo, può essere imputato di aver violato nientemeno che la costituzione! Purtroppo il male contagia: dobbiamo tenere gli occhi ben aperti e porre ogni democratica opposizione a chiunque anche solo ventili l’idea di seguire l’esempio francese. Cominciando con il dire a chiare lettere, e numeri alla mano, che in Italia non esiste alcuna lista d’attesa per chi vuole interrompere la gravidanza e il tentativo di porre limiti all’obiezione di coscienza, perché mancherebbe il personale necessario, è assolutamente pretestuoso, perché concretamente infondato. È la strategia tipica della falsa comunicazione, ampiamente sfruttata nel 1978: falsi dati con lo scopo di ottenere quel che si vuole... fino al diritto di aborto in Costituzione.
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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