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2024-03-13
Macron fa campagna contro la vita: ai macroniani d’Italia va tutto bene?
Emmanuel Macron (Ansa)
Davanti alla morte, la scelta migliore è il silenzio. Devono aver pensato qualcosa di molto simile i macroniani d’Italia, a partire da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, di fronte alla parabola necrofila del presidente francese. Negli ultimi giorni, Emmanuel Macron ha allungato un’ombra nera sull’Europa proponendo di mandare al fronte ucraino i nostri soldati. Non pago di aver costituzionalizzato l’aborto e di aver annunciato la volontà di favorire l’accesso all’eutanasia e al suicidio assistito. La vita, almeno ultimamente, gli fa improvvisamente orrore e a guardare i sondaggi del suo partito in Francia, forse, si può anche capire il momento cupo di Macron.
In Italia sono ormai decenni che i voti della Chiesa non riempiono le urne, ma con l’affluenza media al 50% anche i consensi dei cattolici possono risultare, se non decisivi, quantomeno vitali per superare una soglia di sbarramento. Specie se si guarda alle formazioni centriste dei vari Renzi e alle ambizioni di un cattolico come Gentiloni, il commissario Ue agli Affari economici che sogna un rientro in Italia in grande stile e all’insegna del moderatismo filofrancese. Solo che di questi tempi Macron è scatenato e sembra quasi un antipapa.
In difficoltà nella campagna elettorale per le Europee, marcato stretto dalle opposizioni sui fallimenti del suo governo nella lotta all’immigrazione clandestina e alle diseguaglianze sociali, il leader di En Marche! ha fatto inserire il diritto all’aborto nella Costituzione francese. Poi, quattro giorni fa, ha dichiarato che vuole iscrivere «la libertà di ricorrere all’aborto» anche «nella carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, dove più nulla è acquisito e tutto è da difendere». Una sottolineatura che riflette la sua paura di fronte alle posizioni dell’Ungheria e non solo. «Noi condurremo questa battaglia sul nostro continente», ha annunciato in una cerimonia pubblica in place Vendome, «dove le forze reazionarie attaccano prima e sempre i diritti delle donne prima di rivolgersi contro i diritti delle minoranze, di tutti gli oppressi, di tutte le libertà». Quindi, domenica scorsa, l’inquilino dell’Eliseo ha chiuso il cerchio (della morte) spiegando che vuole portare Bruxelles a facilitare l’accesso all’eutanasia e al suicidio assistito. Ovviamente non ha usato termini così crudi, ma si è trincerato dietro formule ipocrite come «aiuto attivo a morire». Dopo aver sistemato vecchi e bambini, ha pensato anche ai giovani del Vecchio continente, che vuole mandare a morire al fronte in Ucraina. Due settimane fa, dopo che aveva già ipotizzato l’invio di militari un mese prima, Macron ha di nuovo buttato un sasso nello stagno, affermando di «non escludere» l’opzione dell’impiego diretto dei soldati a disposizione di Volodymyr Zelensky.
E così, mentre il Pontefice suggeriva al presidente ucraino di rivalutare la saggezza della «bandiera bianca», i sostenitori italiani di Macron piombavano nel mutismo di fronte alla sua micidiale tripletta aborto-eutanasia-guerra. Manca un bell’appello a favore delle droghe e poi il catalogo delle pompe funebri è completo.
Ok, Renzi è notoriamente un «cattolico adulto», per dirla alla Romano Prodi, e nel 2016, da premier, andò in Rai da Bruno Vespa a dispensare lezioni di laicità: «Io sono cattolico ma ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo». Eravamo prima della sue derive saudita ed emiratine, Stati dove il diritto alla vita è tutelato in modo assai originale. In ogni caso, in Italia, l’ex sindaco di Firenze sta molto attento a esprimersi su certi temi. Di Macron è sollecito sodale e sogna di sbancare in Europa grazie a un’alleanza con Renew Europe, tagliando la strada all’inciucione tra Popolari e Socialisti, che vogliono confermare Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione. Ma la svolta pro morte di Macron, almeno per ora, lo ha lasciato silente.
Un altro che cammina rasente i muri, di questi tempi, è Paolo Gentiloni, che con Macron scrisse il famigerato Trattato del Quirinale. L’ex premier del Pd, come Enrico Letta, è un sostenitore del presidente francese, ma ama tenere buoni rapporti con le gerarchie vaticane. A Bruxelles molti segnalano che il piano di Macron per il dopo elezioni sia di giocare la carta Mario Draghi per la presidenza del Consiglio europeo (o addirittura per la Commissione) e di spedire l’amico Paolo a Roma, a guidare le nuove brigate internazionali contro Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Immaginare il curiale Gentiloni candidarsi premier con un programma sui «diritti» alla Macron è pura fantascienza. Il 17 febbraio, Gentiloni ha lodato la sua proposta di un esercito europeo, ma poi si è ammutolito. Inutile dire che anche Sandro Gozi, ex prodiano eletto parlamentare europeo in Francia, ha perso la parola di fronte alle ultime sortite dark dell’amato Emmanuel. Idem, per dire, un’altra simpatizzante come l’ex berlusconiana Mariastella Gelmini, oggi vicesegretario di Azione, guidata da Carlo Calenda. Forse sperano che l’amato Macron torni a concentrarsi sull’economia, sulla finanza e sulle banche.
Parigi ora è una minaccia per tutti
Il nostro tempo è contrassegnato da tanti deficit - economici, finanziari, energetici, medici, ecologici e altro ancora - ma il più diffuso e pericoloso è in assoluto il «deficit di buon senso». Se un dubbio poteva ancora esserci, la decisione del Parlamento francese di elevare a rango costituzionale la libertà di abortire - il che significa, in buona sostanza, il diritto d’aborto - ha fugato ogni incertezza: il furore ideologico ha cancellato la naturale dote del buon senso, che ci deve insegnare ad affrontare una questione così delicata come l’aborto, con il valore aggiunto della prudenza, nello sforzo di trovare un delicatissimo equilibrio fra «diritti» in gioco: il diritto alla vita del bimbo e il diritto di scelta della madre.
Ora, in Francia, la ruspa ideologica ha fatto piazza pulita del diritto alla vita: il bambino non conta nulla, non ha alcun diritto, può e deve essere «smaltito» come materiale organico indesiderato, non deve neppure entrare nel dibattito culturale. La vita del bimbo non c’è, non esiste: punto e basta! Smettiamola con questi piagnistei sul bimbo indifeso e innocente, sulla creatura la cui unica colpa è di esistere; un bel colpo di spugna su ogni sentimento di naturale umanità e pietà: questo è il messaggio, nudo e crudo, che viene a infettare, prima che i Parlamenti di tutto il mondo, le coscienze di tutti gli uomini. Ma è anche un vergognoso colpo di spugna sul sentimento di civiltà di ogni popolo: una nazione che non sa prendersi cura dei suoi cittadini più deboli, al punto di considerare «diritto» la loro eliminazione, è indegna dell’appellativo «civile».
Nel dicembre 2007, l’Assemblea generale dell’Onu, a grande maggioranza, votò la moratoria sulla pena di morte. La ragione di fondo fu che è da considerarsi inaccettabile che un uomo dia la morte a un altro uomo, anche se colpevole di crimini o delitti. A distanza di poco meno di 17 anni, mentre sono in corso terribili guerre e massacri, il Parlamento di uno Stato, civile ed europeo, pone come valore prioritario l’interruzione volontaria di gravidanza, cancellando la possibilità - anche solo remota - che si possa (e si debba) fare qualche tentativo per consentire a quel bimbo di poter vedere la luce. Di più: trattandosi di un diritto costituzionale, è categoricamente abolita ogni possibilità di obiezione di coscienza, da parte di chi quel «diritto» ha il «dovere» di renderlo concreto! Potrà un medico rifiutarsi di praticare aborti, perché in conflitto con la propria coscienza? Purtroppo è facile rispondere: assolutamente no, perché trattasi di diritto costituzionalmente protetto.
Risuonano sempre più profetiche le parole di Madre Teresa di Calcutta: l’aborto è il più grande attentato alla pace. Se una nazione, un Parlamento, un popolo, una società attribuiscono all’aborto un valore così alto da richiedere la protezione della legge suprema dello Stato, dobbiamo prendere atto che non solo il buon senso, ma lo stesso senso umano naturale è stato avvelenato. Quel grande uomo che fu Carlo Casini, all’indomani dell’approvazione della legge 194/78, dichiarò che «non ci rassegneremo mai» a una legge che non protegge né il nascituro, né la mamma che non trova, di fatto, nessuno che l’aiuti a portare a termine la sua gravidanza, per quanto difficile sia, negandole la gioia di avere il suo bimbo tra le braccia.
L’altro aspetto, davvero vergognoso del fatto francese, sta proprio qui: chiunque cerchi di aiutare una donna che sta pensando ad abortire, dando sostegni concreti - economici, sociali, lavorativi, contrattuali, assistenziali - per vivere dignitosamente con il suo bimbo, può essere imputato di aver violato nientemeno che la costituzione! Purtroppo il male contagia: dobbiamo tenere gli occhi ben aperti e porre ogni democratica opposizione a chiunque anche solo ventili l’idea di seguire l’esempio francese. Cominciando con il dire a chiare lettere, e numeri alla mano, che in Italia non esiste alcuna lista d’attesa per chi vuole interrompere la gravidanza e il tentativo di porre limiti all’obiezione di coscienza, perché mancherebbe il personale necessario, è assolutamente pretestuoso, perché concretamente infondato. È la strategia tipica della falsa comunicazione, ampiamente sfruttata nel 1978: falsi dati con lo scopo di ottenere quel che si vuole... fino al diritto di aborto in Costituzione.
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Mentre Parigi accelera su aborto, eutanasia e propone di mandare a morire i soldati europei a Kiev, da noi i fan del presidente fingono di non vedere. Ma sulla carta Renzi, Gelmini e Gentiloni ambiscono al voto cattolico.Il furore ideologico dell’Eliseo rischia di contagiare il Continente. Chi fa obiezione di coscienza o prova ad aiutare una donna che pensa di rifiutare suo figlio è in pericolo.Lo speciale contiene due articoli. Davanti alla morte, la scelta migliore è il silenzio. Devono aver pensato qualcosa di molto simile i macroniani d’Italia, a partire da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, di fronte alla parabola necrofila del presidente francese. Negli ultimi giorni, Emmanuel Macron ha allungato un’ombra nera sull’Europa proponendo di mandare al fronte ucraino i nostri soldati. Non pago di aver costituzionalizzato l’aborto e di aver annunciato la volontà di favorire l’accesso all’eutanasia e al suicidio assistito. La vita, almeno ultimamente, gli fa improvvisamente orrore e a guardare i sondaggi del suo partito in Francia, forse, si può anche capire il momento cupo di Macron. In Italia sono ormai decenni che i voti della Chiesa non riempiono le urne, ma con l’affluenza media al 50% anche i consensi dei cattolici possono risultare, se non decisivi, quantomeno vitali per superare una soglia di sbarramento. Specie se si guarda alle formazioni centriste dei vari Renzi e alle ambizioni di un cattolico come Gentiloni, il commissario Ue agli Affari economici che sogna un rientro in Italia in grande stile e all’insegna del moderatismo filofrancese. Solo che di questi tempi Macron è scatenato e sembra quasi un antipapa. In difficoltà nella campagna elettorale per le Europee, marcato stretto dalle opposizioni sui fallimenti del suo governo nella lotta all’immigrazione clandestina e alle diseguaglianze sociali, il leader di En Marche! ha fatto inserire il diritto all’aborto nella Costituzione francese. Poi, quattro giorni fa, ha dichiarato che vuole iscrivere «la libertà di ricorrere all’aborto» anche «nella carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, dove più nulla è acquisito e tutto è da difendere». Una sottolineatura che riflette la sua paura di fronte alle posizioni dell’Ungheria e non solo. «Noi condurremo questa battaglia sul nostro continente», ha annunciato in una cerimonia pubblica in place Vendome, «dove le forze reazionarie attaccano prima e sempre i diritti delle donne prima di rivolgersi contro i diritti delle minoranze, di tutti gli oppressi, di tutte le libertà». Quindi, domenica scorsa, l’inquilino dell’Eliseo ha chiuso il cerchio (della morte) spiegando che vuole portare Bruxelles a facilitare l’accesso all’eutanasia e al suicidio assistito. Ovviamente non ha usato termini così crudi, ma si è trincerato dietro formule ipocrite come «aiuto attivo a morire». Dopo aver sistemato vecchi e bambini, ha pensato anche ai giovani del Vecchio continente, che vuole mandare a morire al fronte in Ucraina. Due settimane fa, dopo che aveva già ipotizzato l’invio di militari un mese prima, Macron ha di nuovo buttato un sasso nello stagno, affermando di «non escludere» l’opzione dell’impiego diretto dei soldati a disposizione di Volodymyr Zelensky. E così, mentre il Pontefice suggeriva al presidente ucraino di rivalutare la saggezza della «bandiera bianca», i sostenitori italiani di Macron piombavano nel mutismo di fronte alla sua micidiale tripletta aborto-eutanasia-guerra. Manca un bell’appello a favore delle droghe e poi il catalogo delle pompe funebri è completo. Ok, Renzi è notoriamente un «cattolico adulto», per dirla alla Romano Prodi, e nel 2016, da premier, andò in Rai da Bruno Vespa a dispensare lezioni di laicità: «Io sono cattolico ma ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo». Eravamo prima della sue derive saudita ed emiratine, Stati dove il diritto alla vita è tutelato in modo assai originale. In ogni caso, in Italia, l’ex sindaco di Firenze sta molto attento a esprimersi su certi temi. Di Macron è sollecito sodale e sogna di sbancare in Europa grazie a un’alleanza con Renew Europe, tagliando la strada all’inciucione tra Popolari e Socialisti, che vogliono confermare Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione. Ma la svolta pro morte di Macron, almeno per ora, lo ha lasciato silente. Un altro che cammina rasente i muri, di questi tempi, è Paolo Gentiloni, che con Macron scrisse il famigerato Trattato del Quirinale. L’ex premier del Pd, come Enrico Letta, è un sostenitore del presidente francese, ma ama tenere buoni rapporti con le gerarchie vaticane. A Bruxelles molti segnalano che il piano di Macron per il dopo elezioni sia di giocare la carta Mario Draghi per la presidenza del Consiglio europeo (o addirittura per la Commissione) e di spedire l’amico Paolo a Roma, a guidare le nuove brigate internazionali contro Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Immaginare il curiale Gentiloni candidarsi premier con un programma sui «diritti» alla Macron è pura fantascienza. Il 17 febbraio, Gentiloni ha lodato la sua proposta di un esercito europeo, ma poi si è ammutolito. Inutile dire che anche Sandro Gozi, ex prodiano eletto parlamentare europeo in Francia, ha perso la parola di fronte alle ultime sortite dark dell’amato Emmanuel. Idem, per dire, un’altra simpatizzante come l’ex berlusconiana Mariastella Gelmini, oggi vicesegretario di Azione, guidata da Carlo Calenda. Forse sperano che l’amato Macron torni a concentrarsi sull’economia, sulla finanza e sulle banche.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aborto-francia-macron-2667500687.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="parigi-ora-e-una-minaccia-per-tutti" data-post-id="2667500687" data-published-at="1710326974" data-use-pagination="False"> Parigi ora è una minaccia per tutti Il nostro tempo è contrassegnato da tanti deficit - economici, finanziari, energetici, medici, ecologici e altro ancora - ma il più diffuso e pericoloso è in assoluto il «deficit di buon senso». Se un dubbio poteva ancora esserci, la decisione del Parlamento francese di elevare a rango costituzionale la libertà di abortire - il che significa, in buona sostanza, il diritto d’aborto - ha fugato ogni incertezza: il furore ideologico ha cancellato la naturale dote del buon senso, che ci deve insegnare ad affrontare una questione così delicata come l’aborto, con il valore aggiunto della prudenza, nello sforzo di trovare un delicatissimo equilibrio fra «diritti» in gioco: il diritto alla vita del bimbo e il diritto di scelta della madre. Ora, in Francia, la ruspa ideologica ha fatto piazza pulita del diritto alla vita: il bambino non conta nulla, non ha alcun diritto, può e deve essere «smaltito» come materiale organico indesiderato, non deve neppure entrare nel dibattito culturale. La vita del bimbo non c’è, non esiste: punto e basta! Smettiamola con questi piagnistei sul bimbo indifeso e innocente, sulla creatura la cui unica colpa è di esistere; un bel colpo di spugna su ogni sentimento di naturale umanità e pietà: questo è il messaggio, nudo e crudo, che viene a infettare, prima che i Parlamenti di tutto il mondo, le coscienze di tutti gli uomini. Ma è anche un vergognoso colpo di spugna sul sentimento di civiltà di ogni popolo: una nazione che non sa prendersi cura dei suoi cittadini più deboli, al punto di considerare «diritto» la loro eliminazione, è indegna dell’appellativo «civile». Nel dicembre 2007, l’Assemblea generale dell’Onu, a grande maggioranza, votò la moratoria sulla pena di morte. La ragione di fondo fu che è da considerarsi inaccettabile che un uomo dia la morte a un altro uomo, anche se colpevole di crimini o delitti. A distanza di poco meno di 17 anni, mentre sono in corso terribili guerre e massacri, il Parlamento di uno Stato, civile ed europeo, pone come valore prioritario l’interruzione volontaria di gravidanza, cancellando la possibilità - anche solo remota - che si possa (e si debba) fare qualche tentativo per consentire a quel bimbo di poter vedere la luce. Di più: trattandosi di un diritto costituzionale, è categoricamente abolita ogni possibilità di obiezione di coscienza, da parte di chi quel «diritto» ha il «dovere» di renderlo concreto! Potrà un medico rifiutarsi di praticare aborti, perché in conflitto con la propria coscienza? Purtroppo è facile rispondere: assolutamente no, perché trattasi di diritto costituzionalmente protetto. Risuonano sempre più profetiche le parole di Madre Teresa di Calcutta: l’aborto è il più grande attentato alla pace. Se una nazione, un Parlamento, un popolo, una società attribuiscono all’aborto un valore così alto da richiedere la protezione della legge suprema dello Stato, dobbiamo prendere atto che non solo il buon senso, ma lo stesso senso umano naturale è stato avvelenato. Quel grande uomo che fu Carlo Casini, all’indomani dell’approvazione della legge 194/78, dichiarò che «non ci rassegneremo mai» a una legge che non protegge né il nascituro, né la mamma che non trova, di fatto, nessuno che l’aiuti a portare a termine la sua gravidanza, per quanto difficile sia, negandole la gioia di avere il suo bimbo tra le braccia. L’altro aspetto, davvero vergognoso del fatto francese, sta proprio qui: chiunque cerchi di aiutare una donna che sta pensando ad abortire, dando sostegni concreti - economici, sociali, lavorativi, contrattuali, assistenziali - per vivere dignitosamente con il suo bimbo, può essere imputato di aver violato nientemeno che la costituzione! Purtroppo il male contagia: dobbiamo tenere gli occhi ben aperti e porre ogni democratica opposizione a chiunque anche solo ventili l’idea di seguire l’esempio francese. Cominciando con il dire a chiare lettere, e numeri alla mano, che in Italia non esiste alcuna lista d’attesa per chi vuole interrompere la gravidanza e il tentativo di porre limiti all’obiezione di coscienza, perché mancherebbe il personale necessario, è assolutamente pretestuoso, perché concretamente infondato. È la strategia tipica della falsa comunicazione, ampiamente sfruttata nel 1978: falsi dati con lo scopo di ottenere quel che si vuole... fino al diritto di aborto in Costituzione.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
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Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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