• Tel Aviv ha ospitato il più importante evento mondiale contro la pirateria informatica. La Germania, grazie agli investimenti in ricerca, ha scalato la classifica fino a raggiungere la seconda posizione alle spalle della Corea del Sud. La nazione guidata oggi dal premier Benjamin Netanyahu , invece, è passato dal decimo al quinto posto grazie al boom dei brevetti registrati.
  • Stefano Plantemoli, responsabile della sicurezza informatica del dipartimento dell’Interno: «Ho conosciuto il sistema della Secret Double Octopus lo scorso anno. Iniziamo a sperimentarlo per gli smart worker». Sia accede a pc e device senza digitare alcun codice manualmente: un modo per evitare che gli hacker li rubino.
  • Il colosso Check Point lancia l’allarme. Fortnite, il videogioco di combattimento del momento con 80 milioni di giocatori, nasconde minacce per i dati personali e viene utilizzato come lavanderia di denaro sporco .
  • Oggi le banche, tra cinque anni i consumatori, tra dieci le nostre vite. Sarà questa la penetrazione della blockchain secondo Kfir Nissan, cofondatore e amministratore delegato della startup Valid Network.

Lo speciale contiene quattro articoli.

L’annuale conferenza Cybertech tenutasi a inizio settimana a Tel Aviv è uno degli eventi più importanti per il mondo della sicurezza informatica: si parla di infrastrutture, assicurazioni, commercio, salute ma anche di governi, difesa, ricerca, manifattura, automotive. Perché in questo mondo interconnesso nessun settore può fare a meno di sistemi di difesa dalle cyberminacce. Presente tra gli speaker dell’evento a Tel Aviv anche Giorgio Mosca, responsabile strategie e tecnologie della divisione cybersecurity di Leonardo, l’uomo che ha voluto una tappa italiana di Cybertech, tenutasi a Roma lo scorso settembre.

«Dal 2011 sono cambiati i bersagli delle cyberminacce e gli autori degli attacchi», spiega alla Verità Udi Mokady, presidente e ad di Cyberark, società che si rivolge al mondo civile seppur con competenze a metà con il mondo militare, con oltre 4.200 clienti in 92 Paesi che operano in tutti i settori, compresa la pubblica amministrazione. «Non dobbiamo più pensare all’hacker in pigiama. È il tempo di professionisti, di Stati e di organizzazioni con importanti budget. I grandi target non sono più gli individui ma gli altri Stati e le grandi società». Mokady cita l’esempio dell’attacco alla Sony nel 2015 ricordando le parole dell’ad Michael Lynton che disse: «Sono entrati nella nostra casa, hanno rubato tutto e poi l’hanno bruciata». E più andiamo avanti con la trasformazione digitale, maggiore sarà il costo di errori anche minimi, avverte il numero uno di Cyberark.

Chiediamo a Mokady da dove nasca l’eccellenza israeliana che unisce i mondi civili e militari nel contrasto alle minacce informatiche. «È anche una questione di necessità, visti i nostri “vicini” che ci obbligano ad alzare continuare le difese». Qual è il futuro del cybertech israeliano? Mokady non ha dubbi: «Il nostro Paese passerà da start up nation a scaleup nation»: le aziende israeliane devono cioè superare le sfide delle start up per attraversare il cosiddetto burrone della crescita e imporsi a livello internazionale in termini di mercato, organizzazione e fatturato. «E ciò non può che accadere rafforzando le nostre partnership in tutto il mondo», conclude Mokady.

Per comprendere questa diplomazia in espansione è sufficiente dare un’occhiata agli interventi di punta della conferenza Cybertech: quello del premier israeliano Benjamin Netanyahu e quello di Dieter Kempf, presidente della Confindustria tedesca. Come ha spiegato alla Verità una fonte dell’ufficio del primo ministro israeliano, la collaborazione sul piano della sicurezza informatica tra Israele e Germania si sta intensificando da alcuni anni e la visita di ottobre della cancelliera tedesca Angela Merkel in Israele (con la prima intervista a una televisione straniera dopo l’annuncio del ritiro dalla scena politica concessa all’emettete di Stato israeliana Kan) ha sancito questo legame.

Un abbraccio, quello tra Gerusalemme e Berlino, quasi inevitabile se si guarda il recente indice dell’innovazione pubblicato da Bloomberg. La Germania, grazie agli investimenti in ricerca dei suoi giganti industriali come Volkswagen, Daimler e Bosch, ha scalato la classifica fino a raggiungere la seconda posizione alle spalle della Corea del Sud, prima per la sesta volta in sette anni in questa classifica. Israele, invece, è passato dal decimo posto dell’anno scorso al quinto di quest’anno grazie al boom dei brevetti registrati.

Dietro allo Stato ebraico, giganti come Singapore (sesto posto), gli Stati Uniti (ottavi) e il Giappone (nono). Insegue perfino la Cina, seconda maggiore economia del mondo, che è soltanto sedicesima nonostante colossi come Huawei e Boe.


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