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2018-11-03
A scuola si costruisce la «società meticcia»
LV
La distorsione ideologica e politica dei libri di testo agisce a più livelli, ma c'è un tema su cui la propaganda - dalle elementari fino alle superiori - è martellante: l'immigrazione. Partiamo dalle medie, dove è diffuso il testo di educazione civica Le regole dello stare insieme di Alberto Pellegrino, pubblicato da Bulgarini. A pagina 46, il prezioso volume si occupa di razzismo e di migranti. Sentite con che lucidità affronta l'argomento: «Le migrazioni», racconta, «hanno sempre avuto un ruolo importante nello sviluppo economico, politico e sociale della popolazione. Tuttavia, un'immigrazione massiccia e incontrollata può avere gravi ripercussioni sociali e politiche nei Paesi di accoglienza, provocando tensioni etniche e religiose, disagi sociali e scontri anche a livello politico». Fin qui, tutto bene. Ma il testo prosegue: «Non sono quindi sufficienti le misure a favore dell'integrazione, ma devono essere adottati tutti i provvedimenti necessari per impedire qualsiasi manifestazione di razzismo e xenofobia, cioè di avversione verso gli stranieri e verso ciò che proviene dall'estero». Ah, ecco. Non basta integrare gli immigrati, bisogna anche bastonare i razzisti. Notate la sottigliezza: chi si oppone all'immigrazione selvaggia è, automaticamente, un razzista e uno xenofobo.
Andiamo avanti. Il libro spiega che «il fenomeno migratorio verificatosi nell'Europa occidentale ha portato alla formazione di un nuovo pluralismo etnico e culturale. […] Purtroppo, parallelamente a queste trasformazioni culturali e religiose, si è assistito alla ripresa di una cultura razzista, xenofoba e intollerante, che in passato era stata condannata a ampiamente rifiutata. Generalmente il razzismo prevede l'esaltazione delle differenze fisiche e culturali, in base alle quali viene identificato il “diverso", che diventa un nemico da fronteggiare e rendere “innocuo"». I razzisti, chiarisce il testo, sono di vario tipo. Ci sono i fanatici che parlano di differenze razziali, poi c'è «una categoria più vasta di persone le quali, di fronte al fenomeno dell'immigrazione, provano smarrimento, irritazione e paura: smarrimento nei confronti di chi è “diverso" per colore della pelle, cultura e religione; irritazione verso chi “invade" il nostro “territorio" e non rispetta le regole sociali e quelle del mercato del lavoro; paura nei confronti di chi viene ritenuto socialmente pericoloso. Queste persone aspirano alla chiusura totale delle frontiere e all'espulsione degli stranieri».
Certo, chi è contrario all'immigrazione di massa è spaventato, confuso, arrabbiato. Uno che non ragiona bene, che non capisce. «Fortunatamente però», si legge nel libro, «esiste anche una minoranza che pur riconoscendo le difficoltà connesse alle nuove forme di convivenza, ritiene necessario impegnarsi per arrivare a un'integrazione culturale e sociale fra gruppi etnici diversi». Ah, già, che fortuna: esiste il Pd, esiste Laura Boldrini. Queste sì che sono brave persone con le idee giuste.
Attenti, però, perché mica è finita qui. Poco dopo, a pagina 49, si torna sull'argomento. C'è un capitoletto intitolato «Il cammino verso una società multietnica». Nelle poche righe che lo compongono si spiega che, a volte, l'integrazione è molto, molto difficile, anche perché gli immigrati cercano con ogni mezzo di conservare la propria identità culturale e linguistica, come «forma di difesa contro l'isolamento e l'emarginazione». Sapete perché succede? «A volte l'irrigidimento dei gruppi extracomunitari è una risposta a manifestazioni di intolleranza e di razzismo oppure al sorgere di movimenti ideologici e politici a sfondo razzista, che suscitano sentimenti di paura e di ulteriore chiusura». Ovvio: se l'integrazione è difficile è colpa dei «razzisti».
Il bello, tuttavia, viene nella conclusione. Il testo per i ragazzini delle medie, infatti, scrive chiaro e tondo: «È tuttavia necessario iniziare il cammino verso una società multietnica, multiculturale e multireligiosa, pacificata dalla nascita di una cultura scaturita da una sintesi di valori e di costumi fra loro diversi». Capito? È «necessario», nientemeno, creare una società multietnica e multireligiosa. E chi si oppone è xenofobo.
Dalle medie passiamo alle superiori, per la precisione al manuale di «grammatica e scrittura» chiamato Fare il punto. Competenti in italiano di Anna Ferralasco, Anna Maria Moiso e Francesco Testa (pubblicato da Pearson). Qui, in teoria, la propaganda immigrazionista proprio non dovrebbe entrare. Eppure… L'impostazione ideologica del manuale è chiarissima. Tantissimi dei testi proposti per i vari esercizi di analisi, per dire, sono tratti da Repubblica. Nel capitolo «La struttura e le tecniche di esposizione» c'è perfino un brano copiato e incollato dal sito di Roberto Saviano, intitolato «Uno scrittore sotto scorta». Gli studenti imparano la grammatica, ma pagina dopo pagina sono punzecchiati da piccole suggestioni politiche. In questo modo, la propaganda è meno evidente, ma forse ancora più efficace. Facciamo un esempio.
A pagina 214 si parla di pronomi relativi e pronomi misti. Bisogna individuarli all'interno di un breve testo. E, guarda un po', il testo in questione si intitola «Libertà di movimento», è corredato da una foto di migranti e recita: «Chiunque abbia desiderio o necessità di spostarsi deve poterlo fare. Chi vuole migliorare la propria condizione e realizzarsi deve essere libero di circolare». Insomma, una celebrazione delle frontiere aperte.
A pagina 599, ecco un altro esercizio. Qui lo studente deve individuare «il problema, la tesi e l'antitesi». Il testo scelto spiega che «la maggior parte degli italiani […] sono convinti che il tasso di criminalità degli stranieri è 5-6 volte superiore a quello dei nostri connazionali e che, senza di loro, il nostro Paese sarebbe senz'altro più sicuro. A smontare questa convinzione è uno studio presentato da Caritas/Migrantes». In realtà, è verissimo che gli stranieri commettano più reati degli italiani, come dimostrano, fra gli altri, i dati diffusi dall'autorevole Luca Ricolfi. Ma il testo aggiunge: «La colpa di tale visione distorta della realtà è da ricercare soprattutto nelle notizie e informazioni diffusi da giornali e tg e nelle campagne elettorali di alcuni partiti politici». Ottimo, qui si unisce l'utile al dilettevole: lo studente impara la grammatica e allo stesso tempo si indottrina. Cose che nemmeno nei migliori regimi.
Compito per lo studente: elenca tutti i benefici portati dall'immigrazione
Compito per casa: «Sottolinea nel testo gli effetti positivi che le migrazioni hanno avuto nel passato e nel presente e riportane almeno quattro nell'elenco sottostante». Subito dopo, ecco quello che viene definito «compito di realtà»: si chiede di «raccontare la storia di un migrante» in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Questi esercizi sono contenuti nel secondo volume di L'occhio della Storia. Corso integrato di storia e geografia (Laterza) firmato da Andrea Giardina e Claudio Cerreti. Il tomo in questione si rivolge agli studenti delle superiori. È un libro fresco fresco di pubblicazione, visto che la prima edizione è del 2018. I contenuti, però, sono sempre i soliti. Ovvero propaganda immigrazionista a tappeto. A farla da padrone, ancora una volta, sono le tirate a favore della società meticcia, sparse un po' dappertutto nel volume. A pagina 96, per esempio, subito dopo un capitolo dedicato alla storia di Roma, si spiega che «oggi la scuola deve favorire l'integrazione dei figli degli immigrati e quindi la creazione di una società plurietnica e multiculturale».
A pagina 142, invece, si parla di demografia. E indovinate un po' che cosa si afferma... Ovvio: che gli stranieri ci pagano le pensioni. Nei prossimi anni, dicono gli autori, in Italia non ci saranno abbastanza persone in grado di sostenere il sistema previdenziale, «a meno che non prosegua una immigrazione abbastanza consistente da ingrossare le classi in età lavorativa».
La parte migliore, tuttavia, comincia a pagina 281, nel capitolo intitolato «Migrazioni: incontri di popoli». Subito si illustra la «perenne mobilità degli esseri umani». Ovvio: siamo tutti migranti. Molto interessante il focus dedicato agli stranieri in Italia, in cui si precisa che «i cosiddetti “immigrati clandestini"» sono «per la maggior parte entrati in Italia legalmente, con un normale visto d'ingresso, ma poi non lo hanno rinnovato o non hanno chiesto il permesso di soggiorno». Ah, davvero? Curioso.
Quanto agli arrivi con i barconi, invece, si precisa che «su questi temi ci sono purtroppo cattiva informazione, molto allarmismo e dati spesso difficili da interpretare». Già, cattiva informazione come quella che fa questo libro...
Alla fine del capitolo si trova una pagina riassuntiva che sintetizza i concetti principali. Tra le altre cose, spiega: «I migranti sono una risorsa per i Paesi di origine perché ne alimentano l'economia inviando denaro, le cosiddette “rimesse". I migranti sono una ricchezza anche per il Paese che li riceve perché rivitalizzano la struttura demografica - con nuovi nati e un incremento della popolazione giovanile - e sostengono l'economia».
I «meticciamenti», inoltre, «hanno rappresentato una risorsa significativa per lo sviluppo del genere umano: più vulnerabili appaiono agli studiosi i sistemi sociali chiusi, che si sottraggono a questo processo di “mescolamento"». La propaganda, però, non è ancora finita. A pagina 338 si parla di invasioni barbariche, presentate come «migrazioni dei popoli germanici». Scrivono gli autori: «Questo fenomeno migratorio ha contribuito alla costruzione di quel mondo romano-barbarico che è alla base della nostra Europa, quella stessa Europa che oggi si sente spaventata e minaccia dall'arrivo di masse di migranti e rifugiati». Subito dopo, gli studenti sono invitati a informarsi sul fatto che «il presidente dell'Ungheria Victor Orban (si scrive Orbán, ndr) «ha intrapreso una politica di contenimento dei migranti, innalzando una sorta di muro di filo spinato lungo i confini del suo Paese». Proprio cattivo, questo ungherese...
Infine, la perla: a pagina 463 c'è la foto della locandina del Festival Sabir, cioè la kermesse pro migranti organizzata da Arci, Caritas, Cgil, Asgi e numerose altre associazioni (in pratica è una passerella per le Ong). Oltre alla propaganda, dunque, c'è pure la marchetta agli amici attivisti. Il tutto a beneficio degli studenti italiani.
Francesco Borgonovo
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Un libro di testo delle medie spiega che oggi è «necessario iniziare il cammino» verso una nuova civiltà che sia «multietnica, multiculturale e multireligiosa». Chi si oppone alle frontiere aperte esprime una «cultura razzista, xenofoba e intollerante». Compito per lo studente: elenca tutti i benefici portati dall'immigrazione. Il manuale del liceo celebra l'accoglienza pure negli esercizi. E fa pubblicità al festival pro Ong organizzato da Arci e Caritas. Lo speciale contiene due articoli. La distorsione ideologica e politica dei libri di testo agisce a più livelli, ma c'è un tema su cui la propaganda - dalle elementari fino alle superiori - è martellante: l'immigrazione. Partiamo dalle medie, dove è diffuso il testo di educazione civica Le regole dello stare insieme di Alberto Pellegrino, pubblicato da Bulgarini. A pagina 46, il prezioso volume si occupa di razzismo e di migranti. Sentite con che lucidità affronta l'argomento: «Le migrazioni», racconta, «hanno sempre avuto un ruolo importante nello sviluppo economico, politico e sociale della popolazione. Tuttavia, un'immigrazione massiccia e incontrollata può avere gravi ripercussioni sociali e politiche nei Paesi di accoglienza, provocando tensioni etniche e religiose, disagi sociali e scontri anche a livello politico». Fin qui, tutto bene. Ma il testo prosegue: «Non sono quindi sufficienti le misure a favore dell'integrazione, ma devono essere adottati tutti i provvedimenti necessari per impedire qualsiasi manifestazione di razzismo e xenofobia, cioè di avversione verso gli stranieri e verso ciò che proviene dall'estero». Ah, ecco. Non basta integrare gli immigrati, bisogna anche bastonare i razzisti. Notate la sottigliezza: chi si oppone all'immigrazione selvaggia è, automaticamente, un razzista e uno xenofobo. Andiamo avanti. Il libro spiega che «il fenomeno migratorio verificatosi nell'Europa occidentale ha portato alla formazione di un nuovo pluralismo etnico e culturale. […] Purtroppo, parallelamente a queste trasformazioni culturali e religiose, si è assistito alla ripresa di una cultura razzista, xenofoba e intollerante, che in passato era stata condannata a ampiamente rifiutata. Generalmente il razzismo prevede l'esaltazione delle differenze fisiche e culturali, in base alle quali viene identificato il “diverso", che diventa un nemico da fronteggiare e rendere “innocuo"». I razzisti, chiarisce il testo, sono di vario tipo. Ci sono i fanatici che parlano di differenze razziali, poi c'è «una categoria più vasta di persone le quali, di fronte al fenomeno dell'immigrazione, provano smarrimento, irritazione e paura: smarrimento nei confronti di chi è “diverso" per colore della pelle, cultura e religione; irritazione verso chi “invade" il nostro “territorio" e non rispetta le regole sociali e quelle del mercato del lavoro; paura nei confronti di chi viene ritenuto socialmente pericoloso. Queste persone aspirano alla chiusura totale delle frontiere e all'espulsione degli stranieri». Certo, chi è contrario all'immigrazione di massa è spaventato, confuso, arrabbiato. Uno che non ragiona bene, che non capisce. «Fortunatamente però», si legge nel libro, «esiste anche una minoranza che pur riconoscendo le difficoltà connesse alle nuove forme di convivenza, ritiene necessario impegnarsi per arrivare a un'integrazione culturale e sociale fra gruppi etnici diversi». Ah, già, che fortuna: esiste il Pd, esiste Laura Boldrini. Queste sì che sono brave persone con le idee giuste. Attenti, però, perché mica è finita qui. Poco dopo, a pagina 49, si torna sull'argomento. C'è un capitoletto intitolato «Il cammino verso una società multietnica». Nelle poche righe che lo compongono si spiega che, a volte, l'integrazione è molto, molto difficile, anche perché gli immigrati cercano con ogni mezzo di conservare la propria identità culturale e linguistica, come «forma di difesa contro l'isolamento e l'emarginazione». Sapete perché succede? «A volte l'irrigidimento dei gruppi extracomunitari è una risposta a manifestazioni di intolleranza e di razzismo oppure al sorgere di movimenti ideologici e politici a sfondo razzista, che suscitano sentimenti di paura e di ulteriore chiusura». Ovvio: se l'integrazione è difficile è colpa dei «razzisti». Il bello, tuttavia, viene nella conclusione. Il testo per i ragazzini delle medie, infatti, scrive chiaro e tondo: «È tuttavia necessario iniziare il cammino verso una società multietnica, multiculturale e multireligiosa, pacificata dalla nascita di una cultura scaturita da una sintesi di valori e di costumi fra loro diversi». Capito? È «necessario», nientemeno, creare una società multietnica e multireligiosa. E chi si oppone è xenofobo. Dalle medie passiamo alle superiori, per la precisione al manuale di «grammatica e scrittura» chiamato Fare il punto. Competenti in italiano di Anna Ferralasco, Anna Maria Moiso e Francesco Testa (pubblicato da Pearson). Qui, in teoria, la propaganda immigrazionista proprio non dovrebbe entrare. Eppure… L'impostazione ideologica del manuale è chiarissima. Tantissimi dei testi proposti per i vari esercizi di analisi, per dire, sono tratti da Repubblica. Nel capitolo «La struttura e le tecniche di esposizione» c'è perfino un brano copiato e incollato dal sito di Roberto Saviano, intitolato «Uno scrittore sotto scorta». Gli studenti imparano la grammatica, ma pagina dopo pagina sono punzecchiati da piccole suggestioni politiche. In questo modo, la propaganda è meno evidente, ma forse ancora più efficace. Facciamo un esempio. A pagina 214 si parla di pronomi relativi e pronomi misti. Bisogna individuarli all'interno di un breve testo. E, guarda un po', il testo in questione si intitola «Libertà di movimento», è corredato da una foto di migranti e recita: «Chiunque abbia desiderio o necessità di spostarsi deve poterlo fare. Chi vuole migliorare la propria condizione e realizzarsi deve essere libero di circolare». Insomma, una celebrazione delle frontiere aperte. A pagina 599, ecco un altro esercizio. Qui lo studente deve individuare «il problema, la tesi e l'antitesi». Il testo scelto spiega che «la maggior parte degli italiani […] sono convinti che il tasso di criminalità degli stranieri è 5-6 volte superiore a quello dei nostri connazionali e che, senza di loro, il nostro Paese sarebbe senz'altro più sicuro. A smontare questa convinzione è uno studio presentato da Caritas/Migrantes». In realtà, è verissimo che gli stranieri commettano più reati degli italiani, come dimostrano, fra gli altri, i dati diffusi dall'autorevole Luca Ricolfi. Ma il testo aggiunge: «La colpa di tale visione distorta della realtà è da ricercare soprattutto nelle notizie e informazioni diffusi da giornali e tg e nelle campagne elettorali di alcuni partiti politici». Ottimo, qui si unisce l'utile al dilettevole: lo studente impara la grammatica e allo stesso tempo si indottrina. Cose che nemmeno nei migliori regimi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-scuola-si-costruisce-la-societa-meticcia-2617489968.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="compito-per-lo-studente-elenca-tutti-i-benefici-portati-dall-immigrazione" data-post-id="2617489968" data-published-at="1775475195" data-use-pagination="False"> Compito per lo studente: elenca tutti i benefici portati dall'immigrazione Compito per casa: «Sottolinea nel testo gli effetti positivi che le migrazioni hanno avuto nel passato e nel presente e riportane almeno quattro nell'elenco sottostante». Subito dopo, ecco quello che viene definito «compito di realtà»: si chiede di «raccontare la storia di un migrante» in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Questi esercizi sono contenuti nel secondo volume di L'occhio della Storia. Corso integrato di storia e geografia (Laterza) firmato da Andrea Giardina e Claudio Cerreti. Il tomo in questione si rivolge agli studenti delle superiori. È un libro fresco fresco di pubblicazione, visto che la prima edizione è del 2018. I contenuti, però, sono sempre i soliti. Ovvero propaganda immigrazionista a tappeto. A farla da padrone, ancora una volta, sono le tirate a favore della società meticcia, sparse un po' dappertutto nel volume. A pagina 96, per esempio, subito dopo un capitolo dedicato alla storia di Roma, si spiega che «oggi la scuola deve favorire l'integrazione dei figli degli immigrati e quindi la creazione di una società plurietnica e multiculturale». A pagina 142, invece, si parla di demografia. E indovinate un po' che cosa si afferma... Ovvio: che gli stranieri ci pagano le pensioni. Nei prossimi anni, dicono gli autori, in Italia non ci saranno abbastanza persone in grado di sostenere il sistema previdenziale, «a meno che non prosegua una immigrazione abbastanza consistente da ingrossare le classi in età lavorativa». La parte migliore, tuttavia, comincia a pagina 281, nel capitolo intitolato «Migrazioni: incontri di popoli». Subito si illustra la «perenne mobilità degli esseri umani». Ovvio: siamo tutti migranti. Molto interessante il focus dedicato agli stranieri in Italia, in cui si precisa che «i cosiddetti “immigrati clandestini"» sono «per la maggior parte entrati in Italia legalmente, con un normale visto d'ingresso, ma poi non lo hanno rinnovato o non hanno chiesto il permesso di soggiorno». Ah, davvero? Curioso. Quanto agli arrivi con i barconi, invece, si precisa che «su questi temi ci sono purtroppo cattiva informazione, molto allarmismo e dati spesso difficili da interpretare». Già, cattiva informazione come quella che fa questo libro... Alla fine del capitolo si trova una pagina riassuntiva che sintetizza i concetti principali. Tra le altre cose, spiega: «I migranti sono una risorsa per i Paesi di origine perché ne alimentano l'economia inviando denaro, le cosiddette “rimesse". I migranti sono una ricchezza anche per il Paese che li riceve perché rivitalizzano la struttura demografica - con nuovi nati e un incremento della popolazione giovanile - e sostengono l'economia». I «meticciamenti», inoltre, «hanno rappresentato una risorsa significativa per lo sviluppo del genere umano: più vulnerabili appaiono agli studiosi i sistemi sociali chiusi, che si sottraggono a questo processo di “mescolamento"». La propaganda, però, non è ancora finita. A pagina 338 si parla di invasioni barbariche, presentate come «migrazioni dei popoli germanici». Scrivono gli autori: «Questo fenomeno migratorio ha contribuito alla costruzione di quel mondo romano-barbarico che è alla base della nostra Europa, quella stessa Europa che oggi si sente spaventata e minaccia dall'arrivo di masse di migranti e rifugiati». Subito dopo, gli studenti sono invitati a informarsi sul fatto che «il presidente dell'Ungheria Victor Orban (si scrive Orbán, ndr) «ha intrapreso una politica di contenimento dei migranti, innalzando una sorta di muro di filo spinato lungo i confini del suo Paese». Proprio cattivo, questo ungherese... Infine, la perla: a pagina 463 c'è la foto della locandina del Festival Sabir, cioè la kermesse pro migranti organizzata da Arci, Caritas, Cgil, Asgi e numerose altre associazioni (in pratica è una passerella per le Ong). Oltre alla propaganda, dunque, c'è pure la marchetta agli amici attivisti. Il tutto a beneficio degli studenti italiani. Francesco Borgonovo
6 aprile 2009, L'Aquila: le macerie riempiono una strada nel centro dopo il devastante terremoto che ha colpito la città (Ansa)
«Il 6 aprile di 17 anni fa il terremoto in Abruzzo, la ferita resta aperta», ha dichiarato il ministro. «Oggi ricordiamo commossi le 309 persone la cui vita fu spezzata dalla violenza del terremoto che nel 2009 colpì l’Abruzzo». Piantedosi ha rivolto il proprio pensiero anche ai feriti e a chi ha dovuto affrontare le conseguenze del sisma, sottolineando la reazione della popolazione nei giorni successivi. «Il mio pensiero va anche a tutti coloro che rimasero feriti e a chi, con dignità e determinazione, ha affrontato il dolore e la devastazione che seguirono al sisma», ha aggiunto. Il ministro ha poi voluto ringraziare le strutture impegnate nei soccorsi: «Rinnovo la mia gratitudine alle Forze dell’ordine, ai Vigili del fuoco, ai militari, ai volontari della Protezione Civile e a tutti i soccorritori che, fin dalle prime ore, hanno lavorato senza sosta per salvare vite umane e assistere la popolazione colpita». Infine, ha richiamato l’impegno sul fronte della prevenzione e della sicurezza dei territori.
A L’Aquila, la commemorazione si è svolta tra la sera del 5 e la notte del 6 aprile, in una forma diversa rispetto al tradizionale corteo, ma con una partecipazione diffusa e raccolta. La città si è fermata nel silenzio, accompagnata dalla musica dei Solisti Aquilani, che all’Emiciclo hanno eseguito brani di Händel, Vivaldi e Bach durante la cerimonia. Accanto alle istituzioni, con il sindaco Pierluigi Biondi e rappresentanti locali, erano presenti cittadini, forze dell’ordine e associazioni.
Al centro della commemorazione il telo con i nomi delle vittime, stampati in rosso, e lo striscione dei familiari con la scritta: «Per loro. Per tutti i familiari delle vittime. L’Aquila 6 aprile 2009». La notte del ricordo è proseguita al Parco della Memoria, dove è stato acceso il braciere dal funzionario comunale Daniele Ciuffetelli, in rappresentanza dei dipendenti del Comune. Qui si è svolta anche la lettura dei nomi delle 309 vittime e la deposizione dei fiori sulla fontana monumentale.
Nel corso della cerimonia è intervenuto Vincenzo Vittorini, in rappresentanza dei familiari, che ha ricordato «la notte più lunga per gli aquilani» e il valore della memoria come responsabilità condivisa. «Abbiamo scelto di non sfilare, ma di ritrovarci», ha spiegato, richiamando anche la figura di Antonietta Centofanti e citando José Saramago: «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo». Un appello, rivolto soprattutto ai più giovani, a farsi «sentinelle della memoria» per non disperdere il ricordo nel tempo. La commemorazione si è chiusa nel segno della sobrietà, tra musica, fiori e silenzio, mentre sui social il sindaco Biondi ha scritto: «Onoriamo la nostra notte più lunga, la luce fa sperare. Onoriamo il dolore, attraversiamo il buio, camminiamo nel silenzio verso il giorno».
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Gli sfollati fuggono dal campo di Zamzam a causa del conflitto in corso nel Darfur settentrionale in Sudan (Ansa)
Dopo oltre 150.000 morti e 13 milioni di profughi, il conflitto tra il capo dell’esercito al Burhan e il leader paramilitare Hemeti resta senza sbocco. I governativi riconquistano la capitale, mentre i paramilitari dominano il Darfur e sono accusati di pulizia etnica. Paese diviso e crisi umanitaria fuori controllo.
Da ormai tre anni il Sudan è dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha causato oltre 150.000 vittime e quasi 13 milioni di profughi. La nazione africana ha una popolazione di 46 milioni di abitanti e oltre la metà di questi hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, mentre 20 milioni sono a rischio di carestia.
Questo conflitto è iniziato all’interno del Consiglio Sovrano, nato dopo il colpo di stato del 25 ottobre del 2021, per il tentativo di integrare nell’esercito nazionale il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido. Il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemeti, capo di questi miliziani, aveva chiesto un lungo periodo di transizione per non perdere il suo potere, ma al rifiuto del capo della giunta militare era iniziato il conflitto. Le Forze di Supporto Rapido avevano agito all’alba del 13 aprile prendendo di sorpresa l’esercito del generale Abdel-Fattah al Burhan, che aveva perso il controllo di interi quartieri di Khartoum. I governativi avevano reagito utilizzando l’aviazione sudanese e martellando la capitale con centinaia di vittime fra la popolazione civile. Intanto lo scontro fra i due generali aveva coinvolto tutto il paese con i paramilitari che avevano dilagato in Darfur, la loro regione di provenienza. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti gli eredi dei miliziani Janjaweed ( diavoli a cavallo), i genocidiari che nei primi anni del 2000 avevano massacrato la popolazione africana del Darfur.
Lo stesso Hemeti aveva fatto parte di queste bande irregolari,utilizzate dal governo del presidente Omar al Bashir per effettuare un’autentica pulizia etnica dei popoli non arabi. Il conflitto ha vissuto molte fasi alterne nell’arco di questi tre anni, ma oggi le Forze armate Sudanesi hanno stabilmente ripreso il controllo di Khartoum, riportando il governo nella capitale dopo essersi spostati a Port Sudan, eletta come capitale provvisoria. Nel Kordofan, una regione a sud, si continua combattere e le Forze di Supporto Rapido hanno siglato un’alleanza con un signore della guerra locale Abdelaziz al Hilu, che con i suoi mercenari ha preso il controllo del Kordofan settentrionale. Le milizie, create sia su base etnica che politica, hanno un ruolo sempre più importante nella guerra civile sudanese che coinvolge direttamente o indirettamente diverse nazioni dell’area. Il generale al Burhan ogni settimana vola al Cairo dove prende ordini dal presidente egiziano al Sisi, che è il suo principale mentore e che ha rifornito l’esercito sudanese di armi ed istruttori. Le Forze di Supporto Rapido sono invece economicamente sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e parzialmente dall’Arabia Saudita, che attraverso il poroso confine con il Ciad permette ai paramilitari di avere armi e soldi. Con il passare dei mesi i paramilitari hanno perso terreno, ma hanno preso il controllo della totalità del Darfur, la regione occidentale. Qui per espugnare l’ultima città difesa da un milizia alleata dei governativi hanno bloccato ogni via di accesso prendendo el Fasher per fame. Una volta entrate le Forze di Supporto Rapido hanno giustiziato i notabili della città, costringendo alla fuga migliaia di persone.
Le Nazioni Unite hanno aperto una serie di inchieste per indagare sui crimini di guerra commessi sia dai ribelli che dai governativi, in una nazione nella quale lo stupro è diventato un’arma di guerra. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti accusate di pulizia etnica in Darfur, dove vivono diverse tribù africane come i Fur e i Masalit, che questi miliziani vogliono sterminare per arabizzare la regione. Questa operazione viene portata avanti da anni utilizzando uomini delle tribù beduine dei Baggara e degli Abbala, da cui provengono la maggioranza dei fedelissimi di Hemeti. Al terzo anno di combattimenti le forze del governo ed i suoi alleati controllano circa il 70% del Sudan, mentre i ribelli l’altro 30%. Il generale Hemeti ha anche formato un governo parallelo nelle aree sotto il suo controllo ed ha minacciato una secessione nel martoriato Darfur, tutto mentre il popolo del Sudan continua a morire nell’indifferenza del mondo.
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Un ingegnere prepara un drone intercettore FPV (First Person View) P1-Sun per il volo durante i test effettuati dal produttore SkyFall in una località non specificata in Ucraina (Getty Imasges)
«Secondo un documento operativo sulle tattiche FPV attribuito a fonti militari legate al conflitto ucraino», questi sistemi sono diventati uno degli strumenti più incisivi delle operazioni tattiche, capaci di influenzare direttamente l’esito degli scontri e di ridefinire il rapporto tra forze terrestri e supporto aereo. I droni FPV (First Person View) sono piccoli velivoli senza pilota controllati a distanza tramite una telecamera che trasmette immagini in tempo reale all’operatore, il quale li guida come se fosse a bordo. A differenza dei droni tradizionali vengono pilotati manualmente con grande precisione, consentendo manovre rapide e voli a bassa quota. Derivati dal mondo civile e costruiti con componenti modulari a basso costo, sono facilmente modificabili e impiegabili in massa. Possono raggiungere velocità elevate, ma hanno autonomia limitata e raggio operativo ridotto. In ambito militare vengono spesso utilizzati come munizioni guidate, dirette direttamente contro il bersaglio, combinando flessibilità, precisione e costi contenuti.
Questo rapporto tra efficacia operativa e prezzo ha accelerato la diffusione dei FPV e ne ha favorito l’integrazione nelle unità combattenti. Nel documento emerge come i droni «kamikaze» abbiano progressivamente assunto un ruolo dominante nel causare perdite sul campo, trasformandosi da strumenti di supporto a protagonisti dell’azione offensiva. Il cambiamento non riguarda solo la tecnologia, ma anche la dottrina. Le operazioni non si limitano più a un singolo drone impiegato in modo isolato, ma prevedono coordinamento, sequenze di attacco e integrazione con altre armi. In questo scenario, il drone diventa una sorta di artiglieria tattica a corto raggio, capace di intervenire in tempi rapidi e con elevata precisione. Tra le tecniche più diffuse figura la modalità cosiddetta «classica», basata sulla cooperazione tra drone di ricognizione e drone d’attacco. Il primo individua il bersaglio e trasmette le coordinate, mentre il secondo procede all’ingaggio. Questo schema consente di colpire rapidamente obiettivi mobili o posizioni fortificate. Accanto a questa tecnica si sviluppano operazioni di «free hunting», in cui i droni vengono lanciati contro obiettivi già individuati, aumentando la pressione costante sull’avversario.
Un’evoluzione significativa è rappresentata dagli attacchi «swarm», cioè l’impiego simultaneo di più droni contro un singolo obiettivo o una zona specifica. Questo approccio consente di saturare le difese e ridurre la capacità di reazione. L’uso coordinato di più piattaforme trasforma il drone in uno strumento di attacco di massa, capace di generare effetti simili a quelli di un bombardamento di precisione su scala tattica. Il documento descrive inoltre l’impiego dei FPV come supporto diretto alle unità d’assalto. Durante l’avanzata, i droni vengono utilizzati in sequenza per neutralizzare posizioni nemiche, coprire il movimento delle truppe e colpire eventuali rinforzi. Questa integrazione con la manovra terrestre riduce l’esposizione dei soldati e aumenta la velocità dell’offensiva. L’efficacia cresce ulteriormente quando i droni vengono combinati con artiglieria e mortai, creando un sistema di fuoco distribuito e flessibile.Particolarmente rilevante è la tattica dell’imboscata, in cui il drone viene posizionato in anticipo e resta in attesa del bersaglio. In questa configurazione il FPV si trasforma in una mina intelligente, capace di colpire improvvisamente veicoli o personale. L’impiego di droni relay estende il raggio operativo e aumenta il tempo di attesa, rendendo l’attacco più imprevedibile. Questa modalità dimostra come i droni possano essere utilizzati non solo per l’offensiva immediata, ma anche per il controllo del terreno.
Il documento evidenzia anche l’uso di attacchi combinati. Un primo drone colpisce un veicolo o una posizione, mentre un secondo interviene contro il personale durante le operazioni di evacuazione. Analogamente, la tecnica del doppio attacco prevede l’impiego di due droni in successione per penetrare coperture e colpire all’interno di strutture protette. Queste procedure indicano un crescente livello di coordinamento e sofisticazione tattica. Un altro elemento significativo riguarda l’organizzazione delle squadre operative. L’impiego dei FPV richiede team dedicati, composti da pilota, operatore di ricognizione, specialista delle munizioni e coordinatore. Questo assetto conferma la trasformazione del drone in un sistema integrato e non più in uno strumento individuale. La professionalizzazione degli operatori e la standardizzazione delle procedure aumentano l’efficacia complessiva delle operazioni. L’analisi del documento mostra come i droni FPV stiano riducendo il vantaggio dei mezzi corazzati, abbassando il costo delle operazioni offensive e aumentando la letalità a corto raggio. La combinazione di flessibilità, precisione e rapidità rende questi sistemi centrali nella guerra moderna. La diffusione capillare dei FPV indica una trasformazione destinata a incidere sui conflitti futuri, dove la superiorità numerica e l’innovazione tattica avranno un peso sempre maggiore. La guerra sul campo di battaglia diventa così più decentralizzata e dinamica. Unità leggere, supportate da droni a basso costo, possono colpire con precisione e rapidità, ridisegnando gli equilibri operativi. In questo scenario, la capacità di adattamento e l’uso intelligente della tecnologia diventano fattori decisivi, mentre i droni FPV si affermano come uno degli strumenti più influenti della guerra contemporanea.
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