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2018-11-03
A scuola si costruisce la «società meticcia»
LV
La distorsione ideologica e politica dei libri di testo agisce a più livelli, ma c'è un tema su cui la propaganda - dalle elementari fino alle superiori - è martellante: l'immigrazione. Partiamo dalle medie, dove è diffuso il testo di educazione civica Le regole dello stare insieme di Alberto Pellegrino, pubblicato da Bulgarini. A pagina 46, il prezioso volume si occupa di razzismo e di migranti. Sentite con che lucidità affronta l'argomento: «Le migrazioni», racconta, «hanno sempre avuto un ruolo importante nello sviluppo economico, politico e sociale della popolazione. Tuttavia, un'immigrazione massiccia e incontrollata può avere gravi ripercussioni sociali e politiche nei Paesi di accoglienza, provocando tensioni etniche e religiose, disagi sociali e scontri anche a livello politico». Fin qui, tutto bene. Ma il testo prosegue: «Non sono quindi sufficienti le misure a favore dell'integrazione, ma devono essere adottati tutti i provvedimenti necessari per impedire qualsiasi manifestazione di razzismo e xenofobia, cioè di avversione verso gli stranieri e verso ciò che proviene dall'estero». Ah, ecco. Non basta integrare gli immigrati, bisogna anche bastonare i razzisti. Notate la sottigliezza: chi si oppone all'immigrazione selvaggia è, automaticamente, un razzista e uno xenofobo.
Andiamo avanti. Il libro spiega che «il fenomeno migratorio verificatosi nell'Europa occidentale ha portato alla formazione di un nuovo pluralismo etnico e culturale. […] Purtroppo, parallelamente a queste trasformazioni culturali e religiose, si è assistito alla ripresa di una cultura razzista, xenofoba e intollerante, che in passato era stata condannata a ampiamente rifiutata. Generalmente il razzismo prevede l'esaltazione delle differenze fisiche e culturali, in base alle quali viene identificato il “diverso", che diventa un nemico da fronteggiare e rendere “innocuo"». I razzisti, chiarisce il testo, sono di vario tipo. Ci sono i fanatici che parlano di differenze razziali, poi c'è «una categoria più vasta di persone le quali, di fronte al fenomeno dell'immigrazione, provano smarrimento, irritazione e paura: smarrimento nei confronti di chi è “diverso" per colore della pelle, cultura e religione; irritazione verso chi “invade" il nostro “territorio" e non rispetta le regole sociali e quelle del mercato del lavoro; paura nei confronti di chi viene ritenuto socialmente pericoloso. Queste persone aspirano alla chiusura totale delle frontiere e all'espulsione degli stranieri».
Certo, chi è contrario all'immigrazione di massa è spaventato, confuso, arrabbiato. Uno che non ragiona bene, che non capisce. «Fortunatamente però», si legge nel libro, «esiste anche una minoranza che pur riconoscendo le difficoltà connesse alle nuove forme di convivenza, ritiene necessario impegnarsi per arrivare a un'integrazione culturale e sociale fra gruppi etnici diversi». Ah, già, che fortuna: esiste il Pd, esiste Laura Boldrini. Queste sì che sono brave persone con le idee giuste.
Attenti, però, perché mica è finita qui. Poco dopo, a pagina 49, si torna sull'argomento. C'è un capitoletto intitolato «Il cammino verso una società multietnica». Nelle poche righe che lo compongono si spiega che, a volte, l'integrazione è molto, molto difficile, anche perché gli immigrati cercano con ogni mezzo di conservare la propria identità culturale e linguistica, come «forma di difesa contro l'isolamento e l'emarginazione». Sapete perché succede? «A volte l'irrigidimento dei gruppi extracomunitari è una risposta a manifestazioni di intolleranza e di razzismo oppure al sorgere di movimenti ideologici e politici a sfondo razzista, che suscitano sentimenti di paura e di ulteriore chiusura». Ovvio: se l'integrazione è difficile è colpa dei «razzisti».
Il bello, tuttavia, viene nella conclusione. Il testo per i ragazzini delle medie, infatti, scrive chiaro e tondo: «È tuttavia necessario iniziare il cammino verso una società multietnica, multiculturale e multireligiosa, pacificata dalla nascita di una cultura scaturita da una sintesi di valori e di costumi fra loro diversi». Capito? È «necessario», nientemeno, creare una società multietnica e multireligiosa. E chi si oppone è xenofobo.
Dalle medie passiamo alle superiori, per la precisione al manuale di «grammatica e scrittura» chiamato Fare il punto. Competenti in italiano di Anna Ferralasco, Anna Maria Moiso e Francesco Testa (pubblicato da Pearson). Qui, in teoria, la propaganda immigrazionista proprio non dovrebbe entrare. Eppure… L'impostazione ideologica del manuale è chiarissima. Tantissimi dei testi proposti per i vari esercizi di analisi, per dire, sono tratti da Repubblica. Nel capitolo «La struttura e le tecniche di esposizione» c'è perfino un brano copiato e incollato dal sito di Roberto Saviano, intitolato «Uno scrittore sotto scorta». Gli studenti imparano la grammatica, ma pagina dopo pagina sono punzecchiati da piccole suggestioni politiche. In questo modo, la propaganda è meno evidente, ma forse ancora più efficace. Facciamo un esempio.
A pagina 214 si parla di pronomi relativi e pronomi misti. Bisogna individuarli all'interno di un breve testo. E, guarda un po', il testo in questione si intitola «Libertà di movimento», è corredato da una foto di migranti e recita: «Chiunque abbia desiderio o necessità di spostarsi deve poterlo fare. Chi vuole migliorare la propria condizione e realizzarsi deve essere libero di circolare». Insomma, una celebrazione delle frontiere aperte.
A pagina 599, ecco un altro esercizio. Qui lo studente deve individuare «il problema, la tesi e l'antitesi». Il testo scelto spiega che «la maggior parte degli italiani […] sono convinti che il tasso di criminalità degli stranieri è 5-6 volte superiore a quello dei nostri connazionali e che, senza di loro, il nostro Paese sarebbe senz'altro più sicuro. A smontare questa convinzione è uno studio presentato da Caritas/Migrantes». In realtà, è verissimo che gli stranieri commettano più reati degli italiani, come dimostrano, fra gli altri, i dati diffusi dall'autorevole Luca Ricolfi. Ma il testo aggiunge: «La colpa di tale visione distorta della realtà è da ricercare soprattutto nelle notizie e informazioni diffusi da giornali e tg e nelle campagne elettorali di alcuni partiti politici». Ottimo, qui si unisce l'utile al dilettevole: lo studente impara la grammatica e allo stesso tempo si indottrina. Cose che nemmeno nei migliori regimi.
Compito per lo studente: elenca tutti i benefici portati dall'immigrazione
Compito per casa: «Sottolinea nel testo gli effetti positivi che le migrazioni hanno avuto nel passato e nel presente e riportane almeno quattro nell'elenco sottostante». Subito dopo, ecco quello che viene definito «compito di realtà»: si chiede di «raccontare la storia di un migrante» in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Questi esercizi sono contenuti nel secondo volume di L'occhio della Storia. Corso integrato di storia e geografia (Laterza) firmato da Andrea Giardina e Claudio Cerreti. Il tomo in questione si rivolge agli studenti delle superiori. È un libro fresco fresco di pubblicazione, visto che la prima edizione è del 2018. I contenuti, però, sono sempre i soliti. Ovvero propaganda immigrazionista a tappeto. A farla da padrone, ancora una volta, sono le tirate a favore della società meticcia, sparse un po' dappertutto nel volume. A pagina 96, per esempio, subito dopo un capitolo dedicato alla storia di Roma, si spiega che «oggi la scuola deve favorire l'integrazione dei figli degli immigrati e quindi la creazione di una società plurietnica e multiculturale».
A pagina 142, invece, si parla di demografia. E indovinate un po' che cosa si afferma... Ovvio: che gli stranieri ci pagano le pensioni. Nei prossimi anni, dicono gli autori, in Italia non ci saranno abbastanza persone in grado di sostenere il sistema previdenziale, «a meno che non prosegua una immigrazione abbastanza consistente da ingrossare le classi in età lavorativa».
La parte migliore, tuttavia, comincia a pagina 281, nel capitolo intitolato «Migrazioni: incontri di popoli». Subito si illustra la «perenne mobilità degli esseri umani». Ovvio: siamo tutti migranti. Molto interessante il focus dedicato agli stranieri in Italia, in cui si precisa che «i cosiddetti “immigrati clandestini"» sono «per la maggior parte entrati in Italia legalmente, con un normale visto d'ingresso, ma poi non lo hanno rinnovato o non hanno chiesto il permesso di soggiorno». Ah, davvero? Curioso.
Quanto agli arrivi con i barconi, invece, si precisa che «su questi temi ci sono purtroppo cattiva informazione, molto allarmismo e dati spesso difficili da interpretare». Già, cattiva informazione come quella che fa questo libro...
Alla fine del capitolo si trova una pagina riassuntiva che sintetizza i concetti principali. Tra le altre cose, spiega: «I migranti sono una risorsa per i Paesi di origine perché ne alimentano l'economia inviando denaro, le cosiddette “rimesse". I migranti sono una ricchezza anche per il Paese che li riceve perché rivitalizzano la struttura demografica - con nuovi nati e un incremento della popolazione giovanile - e sostengono l'economia».
I «meticciamenti», inoltre, «hanno rappresentato una risorsa significativa per lo sviluppo del genere umano: più vulnerabili appaiono agli studiosi i sistemi sociali chiusi, che si sottraggono a questo processo di “mescolamento"». La propaganda, però, non è ancora finita. A pagina 338 si parla di invasioni barbariche, presentate come «migrazioni dei popoli germanici». Scrivono gli autori: «Questo fenomeno migratorio ha contribuito alla costruzione di quel mondo romano-barbarico che è alla base della nostra Europa, quella stessa Europa che oggi si sente spaventata e minaccia dall'arrivo di masse di migranti e rifugiati». Subito dopo, gli studenti sono invitati a informarsi sul fatto che «il presidente dell'Ungheria Victor Orban (si scrive Orbán, ndr) «ha intrapreso una politica di contenimento dei migranti, innalzando una sorta di muro di filo spinato lungo i confini del suo Paese». Proprio cattivo, questo ungherese...
Infine, la perla: a pagina 463 c'è la foto della locandina del Festival Sabir, cioè la kermesse pro migranti organizzata da Arci, Caritas, Cgil, Asgi e numerose altre associazioni (in pratica è una passerella per le Ong). Oltre alla propaganda, dunque, c'è pure la marchetta agli amici attivisti. Il tutto a beneficio degli studenti italiani.
Francesco Borgonovo
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Un libro di testo delle medie spiega che oggi è «necessario iniziare il cammino» verso una nuova civiltà che sia «multietnica, multiculturale e multireligiosa». Chi si oppone alle frontiere aperte esprime una «cultura razzista, xenofoba e intollerante». Compito per lo studente: elenca tutti i benefici portati dall'immigrazione. Il manuale del liceo celebra l'accoglienza pure negli esercizi. E fa pubblicità al festival pro Ong organizzato da Arci e Caritas. Lo speciale contiene due articoli. La distorsione ideologica e politica dei libri di testo agisce a più livelli, ma c'è un tema su cui la propaganda - dalle elementari fino alle superiori - è martellante: l'immigrazione. Partiamo dalle medie, dove è diffuso il testo di educazione civica Le regole dello stare insieme di Alberto Pellegrino, pubblicato da Bulgarini. A pagina 46, il prezioso volume si occupa di razzismo e di migranti. Sentite con che lucidità affronta l'argomento: «Le migrazioni», racconta, «hanno sempre avuto un ruolo importante nello sviluppo economico, politico e sociale della popolazione. Tuttavia, un'immigrazione massiccia e incontrollata può avere gravi ripercussioni sociali e politiche nei Paesi di accoglienza, provocando tensioni etniche e religiose, disagi sociali e scontri anche a livello politico». Fin qui, tutto bene. Ma il testo prosegue: «Non sono quindi sufficienti le misure a favore dell'integrazione, ma devono essere adottati tutti i provvedimenti necessari per impedire qualsiasi manifestazione di razzismo e xenofobia, cioè di avversione verso gli stranieri e verso ciò che proviene dall'estero». Ah, ecco. Non basta integrare gli immigrati, bisogna anche bastonare i razzisti. Notate la sottigliezza: chi si oppone all'immigrazione selvaggia è, automaticamente, un razzista e uno xenofobo. Andiamo avanti. Il libro spiega che «il fenomeno migratorio verificatosi nell'Europa occidentale ha portato alla formazione di un nuovo pluralismo etnico e culturale. […] Purtroppo, parallelamente a queste trasformazioni culturali e religiose, si è assistito alla ripresa di una cultura razzista, xenofoba e intollerante, che in passato era stata condannata a ampiamente rifiutata. Generalmente il razzismo prevede l'esaltazione delle differenze fisiche e culturali, in base alle quali viene identificato il “diverso", che diventa un nemico da fronteggiare e rendere “innocuo"». I razzisti, chiarisce il testo, sono di vario tipo. Ci sono i fanatici che parlano di differenze razziali, poi c'è «una categoria più vasta di persone le quali, di fronte al fenomeno dell'immigrazione, provano smarrimento, irritazione e paura: smarrimento nei confronti di chi è “diverso" per colore della pelle, cultura e religione; irritazione verso chi “invade" il nostro “territorio" e non rispetta le regole sociali e quelle del mercato del lavoro; paura nei confronti di chi viene ritenuto socialmente pericoloso. Queste persone aspirano alla chiusura totale delle frontiere e all'espulsione degli stranieri». Certo, chi è contrario all'immigrazione di massa è spaventato, confuso, arrabbiato. Uno che non ragiona bene, che non capisce. «Fortunatamente però», si legge nel libro, «esiste anche una minoranza che pur riconoscendo le difficoltà connesse alle nuove forme di convivenza, ritiene necessario impegnarsi per arrivare a un'integrazione culturale e sociale fra gruppi etnici diversi». Ah, già, che fortuna: esiste il Pd, esiste Laura Boldrini. Queste sì che sono brave persone con le idee giuste. Attenti, però, perché mica è finita qui. Poco dopo, a pagina 49, si torna sull'argomento. C'è un capitoletto intitolato «Il cammino verso una società multietnica». Nelle poche righe che lo compongono si spiega che, a volte, l'integrazione è molto, molto difficile, anche perché gli immigrati cercano con ogni mezzo di conservare la propria identità culturale e linguistica, come «forma di difesa contro l'isolamento e l'emarginazione». Sapete perché succede? «A volte l'irrigidimento dei gruppi extracomunitari è una risposta a manifestazioni di intolleranza e di razzismo oppure al sorgere di movimenti ideologici e politici a sfondo razzista, che suscitano sentimenti di paura e di ulteriore chiusura». Ovvio: se l'integrazione è difficile è colpa dei «razzisti». Il bello, tuttavia, viene nella conclusione. Il testo per i ragazzini delle medie, infatti, scrive chiaro e tondo: «È tuttavia necessario iniziare il cammino verso una società multietnica, multiculturale e multireligiosa, pacificata dalla nascita di una cultura scaturita da una sintesi di valori e di costumi fra loro diversi». Capito? È «necessario», nientemeno, creare una società multietnica e multireligiosa. E chi si oppone è xenofobo. Dalle medie passiamo alle superiori, per la precisione al manuale di «grammatica e scrittura» chiamato Fare il punto. Competenti in italiano di Anna Ferralasco, Anna Maria Moiso e Francesco Testa (pubblicato da Pearson). Qui, in teoria, la propaganda immigrazionista proprio non dovrebbe entrare. Eppure… L'impostazione ideologica del manuale è chiarissima. Tantissimi dei testi proposti per i vari esercizi di analisi, per dire, sono tratti da Repubblica. Nel capitolo «La struttura e le tecniche di esposizione» c'è perfino un brano copiato e incollato dal sito di Roberto Saviano, intitolato «Uno scrittore sotto scorta». Gli studenti imparano la grammatica, ma pagina dopo pagina sono punzecchiati da piccole suggestioni politiche. In questo modo, la propaganda è meno evidente, ma forse ancora più efficace. Facciamo un esempio. A pagina 214 si parla di pronomi relativi e pronomi misti. Bisogna individuarli all'interno di un breve testo. E, guarda un po', il testo in questione si intitola «Libertà di movimento», è corredato da una foto di migranti e recita: «Chiunque abbia desiderio o necessità di spostarsi deve poterlo fare. Chi vuole migliorare la propria condizione e realizzarsi deve essere libero di circolare». Insomma, una celebrazione delle frontiere aperte. A pagina 599, ecco un altro esercizio. Qui lo studente deve individuare «il problema, la tesi e l'antitesi». Il testo scelto spiega che «la maggior parte degli italiani […] sono convinti che il tasso di criminalità degli stranieri è 5-6 volte superiore a quello dei nostri connazionali e che, senza di loro, il nostro Paese sarebbe senz'altro più sicuro. A smontare questa convinzione è uno studio presentato da Caritas/Migrantes». In realtà, è verissimo che gli stranieri commettano più reati degli italiani, come dimostrano, fra gli altri, i dati diffusi dall'autorevole Luca Ricolfi. Ma il testo aggiunge: «La colpa di tale visione distorta della realtà è da ricercare soprattutto nelle notizie e informazioni diffusi da giornali e tg e nelle campagne elettorali di alcuni partiti politici». Ottimo, qui si unisce l'utile al dilettevole: lo studente impara la grammatica e allo stesso tempo si indottrina. Cose che nemmeno nei migliori regimi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-scuola-si-costruisce-la-societa-meticcia-2617489968.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="compito-per-lo-studente-elenca-tutti-i-benefici-portati-dall-immigrazione" data-post-id="2617489968" data-published-at="1773514269" data-use-pagination="False"> Compito per lo studente: elenca tutti i benefici portati dall'immigrazione Compito per casa: «Sottolinea nel testo gli effetti positivi che le migrazioni hanno avuto nel passato e nel presente e riportane almeno quattro nell'elenco sottostante». Subito dopo, ecco quello che viene definito «compito di realtà»: si chiede di «raccontare la storia di un migrante» in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Questi esercizi sono contenuti nel secondo volume di L'occhio della Storia. Corso integrato di storia e geografia (Laterza) firmato da Andrea Giardina e Claudio Cerreti. Il tomo in questione si rivolge agli studenti delle superiori. È un libro fresco fresco di pubblicazione, visto che la prima edizione è del 2018. I contenuti, però, sono sempre i soliti. Ovvero propaganda immigrazionista a tappeto. A farla da padrone, ancora una volta, sono le tirate a favore della società meticcia, sparse un po' dappertutto nel volume. A pagina 96, per esempio, subito dopo un capitolo dedicato alla storia di Roma, si spiega che «oggi la scuola deve favorire l'integrazione dei figli degli immigrati e quindi la creazione di una società plurietnica e multiculturale». A pagina 142, invece, si parla di demografia. E indovinate un po' che cosa si afferma... Ovvio: che gli stranieri ci pagano le pensioni. Nei prossimi anni, dicono gli autori, in Italia non ci saranno abbastanza persone in grado di sostenere il sistema previdenziale, «a meno che non prosegua una immigrazione abbastanza consistente da ingrossare le classi in età lavorativa». La parte migliore, tuttavia, comincia a pagina 281, nel capitolo intitolato «Migrazioni: incontri di popoli». Subito si illustra la «perenne mobilità degli esseri umani». Ovvio: siamo tutti migranti. Molto interessante il focus dedicato agli stranieri in Italia, in cui si precisa che «i cosiddetti “immigrati clandestini"» sono «per la maggior parte entrati in Italia legalmente, con un normale visto d'ingresso, ma poi non lo hanno rinnovato o non hanno chiesto il permesso di soggiorno». Ah, davvero? Curioso. Quanto agli arrivi con i barconi, invece, si precisa che «su questi temi ci sono purtroppo cattiva informazione, molto allarmismo e dati spesso difficili da interpretare». Già, cattiva informazione come quella che fa questo libro... Alla fine del capitolo si trova una pagina riassuntiva che sintetizza i concetti principali. Tra le altre cose, spiega: «I migranti sono una risorsa per i Paesi di origine perché ne alimentano l'economia inviando denaro, le cosiddette “rimesse". I migranti sono una ricchezza anche per il Paese che li riceve perché rivitalizzano la struttura demografica - con nuovi nati e un incremento della popolazione giovanile - e sostengono l'economia». I «meticciamenti», inoltre, «hanno rappresentato una risorsa significativa per lo sviluppo del genere umano: più vulnerabili appaiono agli studiosi i sistemi sociali chiusi, che si sottraggono a questo processo di “mescolamento"». La propaganda, però, non è ancora finita. A pagina 338 si parla di invasioni barbariche, presentate come «migrazioni dei popoli germanici». Scrivono gli autori: «Questo fenomeno migratorio ha contribuito alla costruzione di quel mondo romano-barbarico che è alla base della nostra Europa, quella stessa Europa che oggi si sente spaventata e minaccia dall'arrivo di masse di migranti e rifugiati». Subito dopo, gli studenti sono invitati a informarsi sul fatto che «il presidente dell'Ungheria Victor Orban (si scrive Orbán, ndr) «ha intrapreso una politica di contenimento dei migranti, innalzando una sorta di muro di filo spinato lungo i confini del suo Paese». Proprio cattivo, questo ungherese... Infine, la perla: a pagina 463 c'è la foto della locandina del Festival Sabir, cioè la kermesse pro migranti organizzata da Arci, Caritas, Cgil, Asgi e numerose altre associazioni (in pratica è una passerella per le Ong). Oltre alla propaganda, dunque, c'è pure la marchetta agli amici attivisti. Il tutto a beneficio degli studenti italiani. Francesco Borgonovo
Come raccontato dal vicedirettore Francesco Borgonovo a Tivù Verità, nuovo scontro nel caso della famiglia nel bosco: l’assistente sociale ha denunciato per violenza privata gli avvocati dei Trevallion. Intanto la garante dell’infanzia Marina Terragni replica duramente ai servizi sociali e parla di segnali di disagio nei bambini.
Nuovo capitolo nello scontro ormai aperto attorno al caso della cosiddetta «famiglia nel bosco». L’assistente sociale che segue la vicenda avrebbe presentato una denuncia per violenza privata contro gli avvocati dei Trevallion, Danila Solinas e Marco Femminella. Una mossa che segna un ulteriore irrigidimento dei rapporti tra i servizi sociali e la famiglia, già al centro di forti tensioni negli ultimi mesi.
L’intera vicenda era partita dalla relazione redatta dall’assistente sociale Veruska D’Angelo, nella quale venivano segnalate diverse criticità legate alla situazione familiare. Da allora il confronto con Catherine Trevallion, madre dei bambini, si è progressivamente trasformato in un conflitto sempre più duro.
Negli ultimi giorni si è aggiunto un altro episodio. Durante la visita a Vasto della garante nazionale per l’infanzia, Marina Terragni, l’assistente sociale non si sarebbe presentata all’incontro fissato. La stessa Terragni ha raccontato di aver avuto difficoltà anche a contattarla telefonicamente. Secondo alcune fonti, tuttavia, quella stessa mattina sarebbe stato organizzato un incontro con Nathan Trevallion e con la garante abruzzese per l’infanzia, dal quale la madre sarebbe rimasta esclusa. In quell’occasione si sarebbe parlato dei possibili passi futuri e di un percorso per riavvicinare i bambini. A stretto giro è intervenuto anche l’avvocato incaricato di tutelare i servizi sociali. Il legale ha contestato le dichiarazioni della garante nazionale, sostenendo che l’assistente sociale non avrebbe partecipato all’incontro perché impegnata in attività legate proprio alla gestione della vicenda. Nella stessa nota si ribadisce inoltre che i servizi sociali avrebbero operato correttamente. Sempre secondo questa ricostruzione, il tribunale aveva disposto non solo l’allontanamento della madre dalla struttura protetta di Vasto ma anche il trasferimento dei bambini. Tuttavia, dopo l’uscita della madre dalla comunità, i rapporti tra il personale della struttura e i minori sarebbero tornati sereni, circostanza che avrebbe consentito ai bambini di restare lì. L’assistente sociale avrebbe inoltre inviato una lettera al tribunale dell’Aquila nella quale ribadisce la correttezza del proprio operato. Nella comunicazione si sostiene che, al momento dell’allontanamento della madre dalla struttura, i bambini fossero tranquilli e che le tensioni sarebbero nate dal comportamento della donna.
Una versione che però viene contestata da alcune testimonianze, secondo le quali durante quel momento i bambini avrebbero reagito con forte agitazione e pianto. Nel frattempo è arrivata anche la replica di Marina Terragni, che ha smentito in modo netto le ricostruzioni dei servizi sociali. La garante ha dichiarato di non aver mai sostenuto che i bambini stiano bene, ma soltanto che si trovano in buone condizioni fisiche. Al tempo stesso ha parlato di una «notevole agitazione psicomotoria» e di atteggiamenti di paura e diffidenza verso gli estranei, segnali che indicherebbero un evidente disagio.
Il risultato è uno scontro sempre più duro: da una parte i servizi sociali, dall’altra la famiglia Trevallion con i propri legali e l’attenzione della garante nazionale. Un conflitto istituzionale che, mentre le posizioni si irrigidiscono, rischia di lasciare in secondo piano proprio i protagonisti più fragili di tutta la vicenda: i bambini.
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Kulsum Shadab Wahab, fondatrice di Ara Lumiere, tra i capi della collezione «Wounds of Gold»
Da anni impegnata nel sostegno alle donne sopravvissute alla violenza di genere, Wahab ha fondato Ara Lumiere con l’obiettivo di offrire dignità, autonomia economica e nuove opportunità a chi è stata vittima di attacchi con l’acido.
Nel novembre scorso è stata inoltre nominata Women empowerment ambassador per la Camera nazionale della moda italiana, riconoscimento che rafforza il legame tra il suo impegno sociale e il sistema della moda. Il progetto Ara Lumiere si fonda su un modello produttivo preciso: l’atelier impiega esclusivamente donne sopravvissute ad attacchi con acido, coinvolgendole in ogni fase della creazione. Non si tratta di un gesto simbolico, ma di una scelta strutturale che integra artigianalità, formazione e indipendenza economica. Da questa esperienza concreta nasce «Wounds of Gold». La collezione trasforma la memoria in linguaggio visivo: le cicatrici non vengono nascoste né attenuate, ma diventano costruzione, superficie e architettura del capo. Linee irregolari, interruzioni materiche e contrasti tattili traducono l’idea di resilienza in forme sartoriali. La collezione attinge alla forza espressiva dei tessuti indiani, interpretati come materiali vivi, plasmati dal tempo e dall’intervento umano.
Le tradizioni della tessitura vengono rilette attraverso una sartorialità contemporanea che unisce radici culturali e visione futura. Ricami in zari e broccati vengono trattati e manipolati per evocare abrasioni e fratture, creando superfici che ricordano metalli consumati. Il risultato sono texture segnate ma risolute, capaci di raccontare una storia senza rinunciare alla raffinatezza. La palette cromatica è intensa e simbolica. L’oro emerge come elemento narrativo centrale: non semplice ornamento, ma segno di dignità riconquistata. L’argento introduce tensione e modernità, l’avorio suggerisce rinascita, mentre il nero ancora la collezione alla realtà, riconoscendo il trauma senza lasciargli dominare il racconto. Insieme, questi colori costruiscono un percorso visivo che va dalla frattura alla ricomposizione, dall’ombra alla luce. Le silhouette si distinguono per una struttura quasi architettonica, che tuttavia conserva una dimensione intima. Giacche e blazer sartoriali assumono la forma di corazze contemporanee: protettive ma eleganti, rigorose ma sensibili. Le linee volutamente irregolari, le proporzioni leggermente alterate e le texture stratificate riflettono corpi modellati dall’esperienza, lontani dall’idea di perfezione idealizzata che spesso domina la moda. A sostenere il percorso di Ara Lumiere è anche l’agenzia Negri Firman Pr & Communications, guidata da Silvia Negri. La collaborazione nasce da una visione comune: valorizzare un progetto che fonde moda etica, sostenibilità e impegno sociale, trasformando l’abbigliamento in uno strumento di advocacy e cambiamento. L’agenzia ha inoltre sviluppato il concept dell’evento di presentazione della collezione, curandone il posizionamento creativo, l’art direction e la produzione, con l’obiettivo di tradurre i valori del brand in un’esperienza immersiva.
Kulsum Shadab Wahab, originaria dell’India, è una filantropa e imprenditrice impegnata nel supporto alle donne sopravvissute alla violenza di genere e agli attacchi con l’acido. La sua attività filantropica e imprenditoriale nasce proprio in India, dove il progetto Ara Lumiere coinvolge donne sopravvissute a queste aggressioni nella produzione artigianale dei capi, offrendo formazione e indipendenza economica. Con «Wounds of Gold», Ara Lumiere dimostra come il processo creativo possa generare opportunità concrete oltre l’estetica. Ogni capo porta con sé una presenza e una storia, trasformando l’abito in una testimonianza viva.
La collezione invita a riconsiderare i concetti di bellezza, forza e lusso, mostrando come anche una cicatrice possa diventare forma, struttura e luce. In questo modo la moda si afferma non solo come espressione stilistica, ma come strumento di autonomia, dignità e rinascita. «Lo spirito delle donne, il loro coraggio, la loro resilienza e quella forza silenziosa saranno sempre la mia guida. Nel mio ruolo di ambasciatrice custodisco le loro storie e vado avanti con determinazione e responsabilità. Attraverso la moda e l’impegno sociale mi adopero per promuovere un mondo in cui ogni donna possa sentirsi libera, forte e capace di costruire il proprio destino, generando un cambiamento globale», ha concluso Kulsum Shadab Wahab.
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(Ansa)
L’ambasciatore dovrebbe evidenziare a Landini e compagni la drammatica situazione del popolo cubano e illustrare le sfide che il Paese, alle prese con «le strette» di Trump, affronta quotidianamente. Più o meno come successo di recente, in occasione di un convegno («Difendere Cuba e il diritto internazionale: la campagna Energia per la vita») organizzato nella Sala del Carroccio in Campidoglio. L’incontro è stato ideato da diverse associazioni e tra queste spiccavano i nomi di Cgil, Anpi e Arci. Così come tra i relatori si faceva notare la presenza del segretario generale della Cgil, Pino Gesmundo, considerato uno degli uomini più vicini al Lider Maximo , Landini.
Tutto legittimo, ci mancherebbe. Qui non è in discussione il diritto dei cubani di difendere la libertà del loro popolo o la possibilità di organizzare delle iniziative per raccogliere aiuti o solidarietà. Viene invece assai difficile comprendere perché questa sia diventata una delle principali attività (tra convegni e flotille varie) di un sindacato che dovrebbe avere ben altre priorità: preoccuparsi di chi sta perdendo il posto di lavoro.
Anche perché, nonostante i buoni dati sull’occupazione, peraltro ripetutamente confutati dalla stessa Cgil, basterebbe la situazione dell’automotive e di Stellantis per convincere i duri e puri della Fiom a spostare il centro dei loro pensieri.
Che la situazione in casa ex Fiat sia critica lo ripetiamo da mesi. Ma con gli eredi degli Agnelli non c’è mai limite al peggio. Solo ieri, tanto per lasciar spazio ai fatti nuovi, Stellantis ha «messo alla porta» della fabbrica di Atessa altri 305 dipendenti. Il linguaggio usato dall’azienda è molto meno diretto, si parla di apertura di una procedura di incentivazione all’esodo, ma la sostanza è quella. Ci sono altre posizioni di troppo che vanno tagliate.
Che si aggiungono alle continue sforbiciate degli ultimi anni. Nella Val di Sangro gli addetti sono passati dai circa 6.500 di alcuni anni fa agli attuali 4.330, con la prospettiva di scendere a poco più di 4.000 al termine della nuova procedura di incentivazione all’uscita. Nello stesso momento, come è ovvio che sia, è crollata anche la produzione, passata dai 297.000 furgoni realizzati nel 2018 aai 166.000 del 2025.
Cambiano solo i numeri, ma la sostanza degli altri stabilimenti italiani è la stessa. E i vari siti, da Mirafiori fino a Pomigliano, Termoli e Melfi, si portano dietro la drammatica scia di chiusure e licenziamenti che sta falcidiando l’indotto. Ieri l’epicentro è stato Cassino dove i lavoratori hanno proclamato una giornata di sciopero.
Motivazione? Secondo quanto riferito dalle organizzazioni sindacali, all’origine della protesta ci sarebbe la decisione di Stellantis di negare l’accesso all’assemblea delle aziende dell’indotto. In particolare Logitech, Teknoservice e Trasnova. Che paradossalmente sono quelle più colpite dalla crisi, con una cassa integrazione continua e prospettive occupazionali assai incerte.
Il punto è che la cronaca aziendale su Stellantis (ieri altro tracollo in Borsa: ha perso il 4,37%) assomiglia sempre di più a una sorta di bollettino di guerra. Con delle giornate più funeste, come quelle che sono appena trascorse. Anche perché raccontano di nuove iniziative strategiche (per adesso smentite) che porterebbero le ex fabbriche Agnelli sempre più lontane dal Belpase.
Giovedì Bloomberg ha parlato di incontri con i produttori cinesi Xiaomi e Xpeng per valutare diverse opzioni per una potenziale ristrutturazione delle attività europee del gruppo. Evidenziando che tra le alternative prese in considerazione ci sarebbe la possibilità di acquisire partecipazioni in alcuni marchi del gruppo. Per esempio Maserati. Stellantis ha smentito in modo anche abbastanza seccato.
Non sarebbe, però, la prima volta che una smentita degli Elkann si trasforma in tempi rapidi nell’ennesimo annuncio drammatico per i lavoratori.
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(IStock)
«Mostrano un legame molto solido e intenso […] una coppia matura, equilibrata, traspare fiducia e stima nell’altro […] caratterialmente sono l’opposto ma questo non li divide, piuttosto li integra», si legge nel provvedimento del tribunale di cui dà notizia il Corriere della Sera. Uniti civilmente dal 2019, vogliono adottare un bambino di un orfanatrofio all’estero ma l’articolo 6 della legge 184 sulle adozioni parla chiaro: «L’adozione è consentita a coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni».
Il vincolo matrimoniale è requisito fondamentale, in Italia non esiste il matrimonio legale tra persone dello stesso sesso e le coppie unite civilmente dopo la legge Cirinnà del 2016 non possono accedere all’adozione congiunta. La Consulta, con sentenza 33/2025 aveva dichiarato incostituzionale il comma 1 dell’articolo 29 bis della legge in questione «solo» nella parte in cui non includeva le persone singole, residenti in Italia, fra coloro che possono presentare dichiarazione di disponibilità all’adozione internazionale.
Il tribunale di Venezia sostiene che la normativa risulta discriminante sia per le coppie unite civilmente, sia per i bambini e contrasta con i principi della Convenzione europea per i diritti dell’uomo. Per l’avvocato Valentina Pizzol, che assiste la coppia, il divieto diventa facilmente aggirabile: «Se i nostri clienti divorziassero, ciascuno di loro potrebbe adottare un bimbo e dopo anche ricostituire l’unione civile», ha tenuto a sottolineare.
È vero, ritenendo che di fronte a una situazione di abbandono e di sofferenza del bambino bisogna guardare al suo concreto interesse, con la sentenza 33 la Consulta ha, però, aperto solo a persone di stato libero e non ai componenti di unioni civili. Il single può essere Lgbt, ma l’orientamento sessuale non sembra un criterio rilevante per valutare la sua idoneità genitoriale, mentre le coppie gay restano escluse. I giudici costituzionali dovevano immaginare che prima o poi anche le coppie dello stesso sesso avrebbero puntato i piedi per vedersi riconosciuto il diritto di adottare un minore all’estero.
Una norma che impedisce l’adozione internazionale a due uomini uniti civilmente non ha «alcuno scopo legittimo e non trova una ragione plausibile alla luce del principio di uguaglianza», sostiene il Tribunale dei minorenni, secondo il quale la coppia di veneziani «ha risorse idonee a farsi carico di minori in stato di abbandono». Fa bene Pro vita & famiglia a protestare, affermando attraverso il suo portavoce Jacopo Coghe che la decisione «di rimettere alla Corte costituzionale la norma sulle adozioni è grave perché strumentalizza e snatura il senso del supremo interesse di un minore».
L’associazione ricorda che «l’adozione esiste per dare a un bambino una mamma e un papà, non per esaudire il “diritto al figlio” degli adulti». Però la Consulta, riconoscendo che i single risultano in astratto idonei a prendersi cura di un minore abbandonato, idonei a offrire un «ambiente stabile e armonioso», lo scorso anno ha aperto la strada alle pretese anche degli omosessuali. Ha inaugurato «quella pericolosa deriva del “diritto al figlio”», come sottolinea Coghe.
Certo, poi spetta al giudice minorile accertare l’idoneità affettiva, la capacità di mantenere, di educare dell’aspirante genitore, tenendo pure conto della rete familiare di riferimento, però se un single omosessuale offre garanzie la sua dichiarazione di disponibilità ad adottare un minore straniero residente all’estero non viene negata. E la coppia omosessuale allora punta i piedi, si ribella.
Pro vita & famiglia denuncia anche una «contraddizione palese» nella magistratura minorile italiana: «Mentre il tribunale di Venezia vuole far adottare un bambino a coppie gay, i colleghi dell’Aquila, con la famiglia del bosco, li strappano ai genitori naturali. È chiaro che i giudici devono rivedere urgentemente la loro concezione, evidentemente fallace, di “superiore interesse del minore”».
Le sentenze della Consulta diventano il pretesto per forzare la mano con il legislatore anche in tema di suicidio assistito. L’archiviazione delle inchieste nei confronti di Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, autodenunciatosi per aver accompagnato in Svizzera nel 2022 due malati terminali che rifiutavano trattamenti di sostegno vitale, sta spostando la questione non punibilità riconosciuta dalla Consulta a una pretesa di diritto generalizzato «all’aiuto alla morte volontaria».
L’associazione ha annunciato mobilitazioni nelle piazze di tutta Italia, dal 6 al 19 aprile. Obiettivo, chiedere al governo di ritirare la legge che «escluderebbe il Servizio sanitario nazionale (e, dunque, le Regioni stesse) da questi percorsi; limiterebbe il diritto all’aiuto alla morte volontaria solo a pazienti attaccati a una macchina (escludendo così molti pazienti oncologici terminali o affetti da patologie neurodegenerative); eliminerebbe il ruolo dei Comitati etici locali, sostituiti da un Comitato nazionale di nomina governativa». Verrebbe anche annullato il testamento biologico, per chi fa richiesta di aiuto alla morte volontaria.
A dispetto delle proclamazioni e dei toni che si preannunciano sempre più accesi, non va dimenticato che la Consulta ha sempre ritenuto pregiudiziale a ogni trattamento di fine vita il ricorso alle cure palliative e che la cultura della vita va di pari passo con la cura della sofferenza. L’autodeterminazione vale anche nelle scelte di morte?
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