True
2024-05-20
A nozze con lo straniero. Così i matrimoni misti stanno cambiando l’Italia
(iStock)
Cresce il numero dei matrimoni in Italia e questo grazie anche, e soprattutto, al boom di quelli in cui almeno uno sposo è straniero. E sono numeri record anche per quanto riguarda le unioni civili tra gay. La fotografia che rilascia annualmente l’Istat sullo stato di salute dei matrimoni in Italia può apparentemente lasciare ben sperare per quanto riguarda la stabilità delle unioni ma solo se si guardano i dati anno su anno. Leggendoli in filigrana e con una profondità temporale di almeno una quarantina d’anni, infatti, l’Istat certifica quello che tutti constatano con i propri occhi: ci si sposa meno, sempre più tardi, preferibilmente con rito civile e non più con quello religioso.
Secondo i dati dell’Istituto italiano di statistica, nel 2022 (ultimo anno di rilevazione complessiva) sono stati celebrati in Italia 189.140 matrimoni, il 4,8% in più rispetto al 2021 e il 2,7% in più in confronto al 2019, anno precedente la crisi pandemica (durante la quale molte coppie hanno rinviato le nozze). I matrimoni religiosi, pressoché stabili rispetto al 2021 (-0,5%), diminuiscono sensibilmente (-5,6%), però, rispetto al periodo pre-pandemico. A trainare le nozze nel Bel Paese sono soprattutto i matrimoni tra italiani e stranieri: nel 2022 sono state celebrate 29.574 nozze con almeno uno sposo straniero (il 15,6% del totale dei matrimoni), in aumento del 21,3% rispetto all’anno precedente. In particolare, poi, i matrimoni misti (in cui uno sposo è italiano e l’altro straniero) ammontano a 20.678 e continuano a rappresentare la parte più consistente dei matrimoni con almeno uno sposo straniero (69,9%). Quasi i tre quarti dei matrimoni misti riguardano coppie con sposo italiano e sposa straniera (15.138, l’8% delle celebrazioni a livello nazionale nel 2022). Le donne italiane che hanno scelto un partner straniero sono 5.540, il 2,9% del totale delle spose.
Sorprende, ma fino a un certo punto, la nazionalità dei partner: nel 2022 gli uomini italiani hanno sposato una cittadina rumena nel 18,9% dei casi, ucraina nel 10,2% e russa nel 6,9%. Le donne italiane hanno contratto matrimonio più frequentemente con uno sposo di cittadinanza marocchina (12,6%) o albanese (8,5%). Tra i matrimoni misti, oltre uno su dieci, inoltre, coinvolge uno sposo italiano per acquisizione; se consideriamo i matrimoni misti tra sposa italiana e sposo straniero, in più di uno su quattro la sposa italiana è di origine straniera. Una quota che era molto contenuta sino a una decina di anni fa.
Se, anno su anno, il numero di nozze celebrate mostra un incremento, a livello tendenziale, come detto, la nuzialità è in diminuzione nel nostro Paese da oltre quarant’anni: quella dei primi matrimoni (146.222 quelli celebrati nel 2022, il 77,3% del totale), al netto delle oscillazioni di breve periodo, è strettamente connessa alla progressiva diffusione delle libere unioni. Queste sono più che triplicate tra il biennio 2000-2001 e il biennio 2021-2022 (da circa 440.000 a più di 1.500.000). Negli ultimi decenni, inoltre, «il netto ridimensionamento numerico delle nuove generazioni, dovuto alla bassa fecondità, sta producendo un effetto strutturale negativo sui matrimoni. L’aumento dell’instabilità coniugale contribuisce alla diffusione delle seconde nozze e delle famiglie composte da almeno una persona che abbia vissuto una precedente esperienza matrimoniale, fenomeno che genera nuove tipologie familiari», commentano da Istat. Nel 2022 le seconde (o successive) nozze sono state 42.918, finora il valore più alto mai registrato (la quota sul totale dei matrimoni è del 22,7%).
Dunque, spariscono i matrimoni, ci si sposa sempre più tardi (la quota di giovani che resta nella famiglia di origine fino alla soglia dei 35 anni è pari al 61,2%, quasi tre punti percentuali in più in meno di 20 anni) ma anche le chiese come «location» del rito sono divenute minoranza. Nel 2022 il 56,4% dei matrimoni è stato celebrato con rito civile, in continuità con il valore dell’anno precedente (54,1%). La scelta del rito civile va diffondendosi sempre di più anche tra i primi matrimoni (45,1% nel 2022). E c’è un altro aspetto che da otto anni contribuisce a scompaginare i dati sui matrimoni: il 5 giugno 2016 è entrata in vigore la legge che ha introdotto in Italia l’istituto dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. Nel corso del secondo semestre 2016 si costituirono 2.336 unioni civili. «Al boom iniziale ha fatto poi seguito una progressiva stabilizzazione, anche accentuata dalle difficoltà legate al periodo della pandemia». Le 2.813 unioni civili tra omosessuali (in maggior parte uomini: ben 1.594, il 56,7% del totale) costituite presso gli uffici di Stato civile dei Comuni italiani nel 2022 mostrano «un apprezzabile aumento rispetto all’anno precedente (+31,0%) e un sostanziale incremento anche rispetto al 2019 (+22,5%)», certifica l’Istituto. E, considerando i dati provvisori dei primi otto mesi del 2023 (gli unici disponibili al momento per l’anno scorso) la tendenza all’aumento appare confermata: circa il 10% in più del 2022. A fare da calamita, per le unioni omosessuali, sono soprattutto i grandi Comuni: più di un quarto delle unioni si sono costituite in 12 città. In testa Roma (con l’8,6%), seguita da Milano (5,9%).
Se in termini numerici l’istituto del matrimonio conferma una crisi, non è lo stesso per il costo della cerimonia e di tutto quello che ci gira attorno. Secondo una recente ricerca di Facile.it, realizzata con mUp Research e Norstat, il budget medio che una coppia deve mettere in conto di spendere è più che raddoppiato nel giro di quarant’anni. Se fino agli anni Ottanta sposarsi con un centinaio di invitati costava mediamente 7.000 euro, ora per lo stesso numero di ospiti si spendono 14.000 euro tra cerimonia, abiti, fiori e partecipazioni. Secondo la ricerca, il 70% delle coppie hanno dovuto chiedere un aiuto economico ai genitori, oppure hanno dovuto chiedere un prestito (soprattutto in Campania, Puglia, Sicilia e Calabria).
«I figli rapiti non sono casi rari»
«Alle ragazze e alle donne italiane consiglio di stare attente: è successo e continua a succedere. Se instaurano certi legami, poi se ne possono pentire amaramente». Luca Zita è un avvocato esperto in diritto della famiglia e dei minori. Negli anni è diventato uno dei massimi esperti per quanto riguarda i casi di minori rapiti dai padri musulmani e portati, contro il volere della madre italiana, nei Paesi d’origine. Nel 2017 riuscì, dopo 5 anni di battaglie legali, a restituire la figlia Emma alla mamma Alice dopo che il padre siriano l’aveva rapita nel dicembre del 2011.
Avvocato, quello dei rapimenti di minori è un caso evidentemente limite. Ma non è una rarità.
«No, non è una rarità. Accade che il genitore non italiano tenti di portare via dall’Italia il proprio figlio o la propria figlia, senza il consenso della madre. Di solito, anzi quasi sempre, si tratta di uomini che arrivano, e tornano, in Paesi islamici. La mia esperienza dice che queste coppie miste vivono due esperienze diverse: la prima durante gli anni del fidanzamento, dove il comportamento dell’uomo musulmano è esemplare, appare integrato benissimo nella nostra società. Poi tutto cambia dopo il matrimonio e la paternità. Quando nasce una famiglia e un figlio, iniziano i problemi».
Quali sono?
«La cultura è diversa, c’è in quella islamica una diversa concezione della famiglia, del ruolo della donna e di quello dei figli. Davvero, il divario culturale che c’è tra questi due mondi è enorme. E bisogna tenerne conto quando si vuole instaurare un rapporto di affetto».
Nel caso di rapimenti dei minori, che tipo di difficoltà ci sono?
«Principalmente, il fatto che gli atti della giustizia italiana rimangono lettera morta. Non c’è alcuna tutela per la madre e per il minore nei Paesi islamici, il padre ha una potestà assoluta. Questa sostanziale impunità assicurata dal proprio Stato di origine viene trasmessa e assorbita anche dal padre musulmano, che può rapire il proprio figlio avendo la certezza di restare sostanzialmente impunito se ritorna a “casa”. È molto difficile ottenere l’applicazione di una misura coercitiva forte. E non è solo la giustizia a essere in difficoltà: per essere efficace, avrebbe bisogno del sostegno della diplomazia. Ma anche su questo fronte, le probabilità di incidere sono molto, molto poche».
Lei sta lavorando su casi di minori sottratti dal genitore?
«Certo, come detto questi episodi succedono sempre. È una delle conseguenze più difficili da gestire dei cosiddetti matrimoni misti. Ci sono mamme che non vedono il proprio figlio da più di dieci anni. Ribadisco che le coppie devono essere consapevoli del divario culturale che c’è tra noi occidentali e gli islamici. Non dico che il rapimento di un minore avviene quando finisce ogni matrimonio misto, ma avviene più spesso di quanto si possa pensare. Anche se vivono in Italia, i genitori di origine musulmana non intendono aderire al nostro modello di nucleo familiare, disciplinato da leggi che non vengono riconosciute. E da qui nascono i problemi».
Sui coniugi islamici la Chiesa ha ribaltato l’approccio di Ruini
Nozze da «sconsigliare» o «luogo privilegiato di dialogo interreligioso»? Sono due tesi diametralmente opposte. Eppure, sono state promosse dalla stessa, millenaria, istituzione: la Chiesa cattolica. Che sui matrimoni misti, in particolare su quelli che coinvolgono cristiani e musulmani, ha cambiato radicalmente approccio negli ultimi anni. Oggi, infatti, prevale la seconda interpretazione, quella di una sostanziale apertura, promossa da papa Francesco con l’esortazione apostolica del 2016 Amoris Laetitia. «I matrimoni con disparità di culto», scrive il Pontefice, «rappresentano un luogo privilegiato di dialogo interreligioso». Certo, comportano «alcune speciali difficoltà sia riguardo alla identità cristiana della famiglia sia all’educazione dei figli». Ma «il numero delle famiglie con disparità di culto sono in crescita ed esigono una cura pastorale differenziata». I vescovi, dunque, sono chiamati a esercitare «un discernimento pastorale commisurato al bene spirituale delle coppie». Per Francesco, dunque, «il bene di due persone è superiore alla norma», sintetizza Avvenire, anche se quest’ultima non può essere cancellata. Rimane in vigore, ma va interpretata nella maniera più elastica possibile. Le diversità, però, sono notevoli. Per il Corano, un uomo musulmano può sposare una «donna del Libro» (cioè cristiana o ebrea) mentre una musulmana non può sposare un «politeista» o un «miscredente», categorie all’interno delle quali sono annoverati anche cristiani ed ebrei. A meno che questi ultimi siano disposti a sottoscrivere la shahada, cioè la dichiarazione di fede islamica, un autentico atto di apostasia della fede cattolica. Serve ricordare, poi, che per l’islam il matrimonio è un rapporto asimmetrico dove all’uomo viene, in maniera unilaterale, riconosciuta una serie di diritti, a partire dalla scelta dell’educazione per i figli.
Francesco, con l’apertura del 2016, ha ribaltato l’approccio avuto fino a quel momento dalla Chiesa cattolica e codificato con le indicazioni fornite dalla Conferenza episcopale italiana, pubblicate nel 2005 e sintetizzate dalla presentazione firmata dall’allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini: laddove Francesco oggi ribadisce il ruolo centrale dei matrimoni misti per il dialogo interreligioso, Ruini suggeriva «prudenza e fermezza», richiedendo una «riaffermata consapevolezza dell’identità cristiana e della visione cattolica del matrimonio» a fronte del «discernimento» bergogliano. Si tratta di un documento che rappresenta «il punto di arrivo di una ampia riflessione effettuata dal Consiglio episcopale permanente, sulla base di apporti qualificati di teologi pastoralisti, di canonisti e di esperti in ecumenismo e in diritto islamico», si legge ancora nella presentazione del 2005. Questo pool di esperti aveva stabilito che «l’esperienza mostra come sia rilevante, per esempio, la scelta del luogo di residenza della futura coppia e la fondata previsione di restarvi nel futuro: lo stabilirsi in Italia, o comunque in Occidente, offre al vincolo matrimoniale (e alla parte cattolica in particolare) maggiori garanzie, che invece nella maggior parte dei casi vengono meno quando la coppia si trasferisce in un Paese islamico». Da qui la linea di «sconsigliare o comunque non incoraggiare questi matrimoni», secondo una linea di pensiero «significativamente condivisa anche dai musulmani». «La fragilità intrinseca di tali unioni, i delicati problemi concernenti l’esercizio adulto e responsabile della propria fede cattolica da parte del coniuge battezzato e l’educazione religiosa dei figli, nonché la diversa concezione dell’istituto matrimoniale, dei diritti e doveri reciproci dei coniugi, della patria potestà e degli aspetti patrimoniali ed ereditari, la differente visione del ruolo della donna, le interferenze dell’ambiente familiare d’origine, costituiscono elementi che non possono essere sottovalutati dal momento che potrebbero suscitare gravi crisi nella coppia», scriveva la Cei nel 2005. Prudenza e fermezza, oggi, spazzate via dallo «sguardo benevolo e accogliente» di Francesco.
Continua a leggereRiduci
Aumentano le unioni con almeno un componente non originario del Belpaese. I maschi impalmano rumene, ucraine e russe. Le femmine scelgono marocchini e albanesi.«I figli rapiti non sono casi rari». L’avvocato Luca Zita: «Ad agire sono quasi sempre musulmani che tornano con la loro prole nei Paesi d’origine. Là il padre ha potestà assoluta: un divario culturale sottovalutato».Sui coniugi islamici la Chiesa ha ribaltato l’approccio di Camillo Ruini. Nel 2005 la Cei sottolineava «la fragilità» di quei rapporti e i rischi che correvano le donne cristiane. Nel 2016, invece, l’«Amoris Laetitia» di Francesco parla addirittura di «luogo privilegiato di dialogo».Lo speciale comprende tre articoli.Cresce il numero dei matrimoni in Italia e questo grazie anche, e soprattutto, al boom di quelli in cui almeno uno sposo è straniero. E sono numeri record anche per quanto riguarda le unioni civili tra gay. La fotografia che rilascia annualmente l’Istat sullo stato di salute dei matrimoni in Italia può apparentemente lasciare ben sperare per quanto riguarda la stabilità delle unioni ma solo se si guardano i dati anno su anno. Leggendoli in filigrana e con una profondità temporale di almeno una quarantina d’anni, infatti, l’Istat certifica quello che tutti constatano con i propri occhi: ci si sposa meno, sempre più tardi, preferibilmente con rito civile e non più con quello religioso.Secondo i dati dell’Istituto italiano di statistica, nel 2022 (ultimo anno di rilevazione complessiva) sono stati celebrati in Italia 189.140 matrimoni, il 4,8% in più rispetto al 2021 e il 2,7% in più in confronto al 2019, anno precedente la crisi pandemica (durante la quale molte coppie hanno rinviato le nozze). I matrimoni religiosi, pressoché stabili rispetto al 2021 (-0,5%), diminuiscono sensibilmente (-5,6%), però, rispetto al periodo pre-pandemico. A trainare le nozze nel Bel Paese sono soprattutto i matrimoni tra italiani e stranieri: nel 2022 sono state celebrate 29.574 nozze con almeno uno sposo straniero (il 15,6% del totale dei matrimoni), in aumento del 21,3% rispetto all’anno precedente. In particolare, poi, i matrimoni misti (in cui uno sposo è italiano e l’altro straniero) ammontano a 20.678 e continuano a rappresentare la parte più consistente dei matrimoni con almeno uno sposo straniero (69,9%). Quasi i tre quarti dei matrimoni misti riguardano coppie con sposo italiano e sposa straniera (15.138, l’8% delle celebrazioni a livello nazionale nel 2022). Le donne italiane che hanno scelto un partner straniero sono 5.540, il 2,9% del totale delle spose. Sorprende, ma fino a un certo punto, la nazionalità dei partner: nel 2022 gli uomini italiani hanno sposato una cittadina rumena nel 18,9% dei casi, ucraina nel 10,2% e russa nel 6,9%. Le donne italiane hanno contratto matrimonio più frequentemente con uno sposo di cittadinanza marocchina (12,6%) o albanese (8,5%). Tra i matrimoni misti, oltre uno su dieci, inoltre, coinvolge uno sposo italiano per acquisizione; se consideriamo i matrimoni misti tra sposa italiana e sposo straniero, in più di uno su quattro la sposa italiana è di origine straniera. Una quota che era molto contenuta sino a una decina di anni fa. Se, anno su anno, il numero di nozze celebrate mostra un incremento, a livello tendenziale, come detto, la nuzialità è in diminuzione nel nostro Paese da oltre quarant’anni: quella dei primi matrimoni (146.222 quelli celebrati nel 2022, il 77,3% del totale), al netto delle oscillazioni di breve periodo, è strettamente connessa alla progressiva diffusione delle libere unioni. Queste sono più che triplicate tra il biennio 2000-2001 e il biennio 2021-2022 (da circa 440.000 a più di 1.500.000). Negli ultimi decenni, inoltre, «il netto ridimensionamento numerico delle nuove generazioni, dovuto alla bassa fecondità, sta producendo un effetto strutturale negativo sui matrimoni. L’aumento dell’instabilità coniugale contribuisce alla diffusione delle seconde nozze e delle famiglie composte da almeno una persona che abbia vissuto una precedente esperienza matrimoniale, fenomeno che genera nuove tipologie familiari», commentano da Istat. Nel 2022 le seconde (o successive) nozze sono state 42.918, finora il valore più alto mai registrato (la quota sul totale dei matrimoni è del 22,7%). Dunque, spariscono i matrimoni, ci si sposa sempre più tardi (la quota di giovani che resta nella famiglia di origine fino alla soglia dei 35 anni è pari al 61,2%, quasi tre punti percentuali in più in meno di 20 anni) ma anche le chiese come «location» del rito sono divenute minoranza. Nel 2022 il 56,4% dei matrimoni è stato celebrato con rito civile, in continuità con il valore dell’anno precedente (54,1%). La scelta del rito civile va diffondendosi sempre di più anche tra i primi matrimoni (45,1% nel 2022). E c’è un altro aspetto che da otto anni contribuisce a scompaginare i dati sui matrimoni: il 5 giugno 2016 è entrata in vigore la legge che ha introdotto in Italia l’istituto dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. Nel corso del secondo semestre 2016 si costituirono 2.336 unioni civili. «Al boom iniziale ha fatto poi seguito una progressiva stabilizzazione, anche accentuata dalle difficoltà legate al periodo della pandemia». Le 2.813 unioni civili tra omosessuali (in maggior parte uomini: ben 1.594, il 56,7% del totale) costituite presso gli uffici di Stato civile dei Comuni italiani nel 2022 mostrano «un apprezzabile aumento rispetto all’anno precedente (+31,0%) e un sostanziale incremento anche rispetto al 2019 (+22,5%)», certifica l’Istituto. E, considerando i dati provvisori dei primi otto mesi del 2023 (gli unici disponibili al momento per l’anno scorso) la tendenza all’aumento appare confermata: circa il 10% in più del 2022. A fare da calamita, per le unioni omosessuali, sono soprattutto i grandi Comuni: più di un quarto delle unioni si sono costituite in 12 città. In testa Roma (con l’8,6%), seguita da Milano (5,9%).Se in termini numerici l’istituto del matrimonio conferma una crisi, non è lo stesso per il costo della cerimonia e di tutto quello che ci gira attorno. Secondo una recente ricerca di Facile.it, realizzata con mUp Research e Norstat, il budget medio che una coppia deve mettere in conto di spendere è più che raddoppiato nel giro di quarant’anni. Se fino agli anni Ottanta sposarsi con un centinaio di invitati costava mediamente 7.000 euro, ora per lo stesso numero di ospiti si spendono 14.000 euro tra cerimonia, abiti, fiori e partecipazioni. Secondo la ricerca, il 70% delle coppie hanno dovuto chiedere un aiuto economico ai genitori, oppure hanno dovuto chiedere un prestito (soprattutto in Campania, Puglia, Sicilia e Calabria).<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-nozze-con-lo-straniero-cosi-i-matrimoni-misti-stanno-cambiando-litalia-2668315078.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-figli-rapiti-non-sono-casi-rari" data-post-id="2668315078" data-published-at="1716152411" data-use-pagination="False"> «I figli rapiti non sono casi rari» «Alle ragazze e alle donne italiane consiglio di stare attente: è successo e continua a succedere. Se instaurano certi legami, poi se ne possono pentire amaramente». Luca Zita è un avvocato esperto in diritto della famiglia e dei minori. Negli anni è diventato uno dei massimi esperti per quanto riguarda i casi di minori rapiti dai padri musulmani e portati, contro il volere della madre italiana, nei Paesi d’origine. Nel 2017 riuscì, dopo 5 anni di battaglie legali, a restituire la figlia Emma alla mamma Alice dopo che il padre siriano l’aveva rapita nel dicembre del 2011. Avvocato, quello dei rapimenti di minori è un caso evidentemente limite. Ma non è una rarità. «No, non è una rarità. Accade che il genitore non italiano tenti di portare via dall’Italia il proprio figlio o la propria figlia, senza il consenso della madre. Di solito, anzi quasi sempre, si tratta di uomini che arrivano, e tornano, in Paesi islamici. La mia esperienza dice che queste coppie miste vivono due esperienze diverse: la prima durante gli anni del fidanzamento, dove il comportamento dell’uomo musulmano è esemplare, appare integrato benissimo nella nostra società. Poi tutto cambia dopo il matrimonio e la paternità. Quando nasce una famiglia e un figlio, iniziano i problemi». Quali sono? «La cultura è diversa, c’è in quella islamica una diversa concezione della famiglia, del ruolo della donna e di quello dei figli. Davvero, il divario culturale che c’è tra questi due mondi è enorme. E bisogna tenerne conto quando si vuole instaurare un rapporto di affetto». Nel caso di rapimenti dei minori, che tipo di difficoltà ci sono? «Principalmente, il fatto che gli atti della giustizia italiana rimangono lettera morta. Non c’è alcuna tutela per la madre e per il minore nei Paesi islamici, il padre ha una potestà assoluta. Questa sostanziale impunità assicurata dal proprio Stato di origine viene trasmessa e assorbita anche dal padre musulmano, che può rapire il proprio figlio avendo la certezza di restare sostanzialmente impunito se ritorna a “casa”. È molto difficile ottenere l’applicazione di una misura coercitiva forte. E non è solo la giustizia a essere in difficoltà: per essere efficace, avrebbe bisogno del sostegno della diplomazia. Ma anche su questo fronte, le probabilità di incidere sono molto, molto poche». Lei sta lavorando su casi di minori sottratti dal genitore? «Certo, come detto questi episodi succedono sempre. È una delle conseguenze più difficili da gestire dei cosiddetti matrimoni misti. Ci sono mamme che non vedono il proprio figlio da più di dieci anni. Ribadisco che le coppie devono essere consapevoli del divario culturale che c’è tra noi occidentali e gli islamici. Non dico che il rapimento di un minore avviene quando finisce ogni matrimonio misto, ma avviene più spesso di quanto si possa pensare. Anche se vivono in Italia, i genitori di origine musulmana non intendono aderire al nostro modello di nucleo familiare, disciplinato da leggi che non vengono riconosciute. E da qui nascono i problemi». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-nozze-con-lo-straniero-cosi-i-matrimoni-misti-stanno-cambiando-litalia-2668315078.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sui-coniugi-islamici-la-chiesa-ha-ribaltato-lapproccio-di-ruini" data-post-id="2668315078" data-published-at="1716152411" data-use-pagination="False"> Sui coniugi islamici la Chiesa ha ribaltato l’approccio di Ruini Nozze da «sconsigliare» o «luogo privilegiato di dialogo interreligioso»? Sono due tesi diametralmente opposte. Eppure, sono state promosse dalla stessa, millenaria, istituzione: la Chiesa cattolica. Che sui matrimoni misti, in particolare su quelli che coinvolgono cristiani e musulmani, ha cambiato radicalmente approccio negli ultimi anni. Oggi, infatti, prevale la seconda interpretazione, quella di una sostanziale apertura, promossa da papa Francesco con l’esortazione apostolica del 2016 Amoris Laetitia. «I matrimoni con disparità di culto», scrive il Pontefice, «rappresentano un luogo privilegiato di dialogo interreligioso». Certo, comportano «alcune speciali difficoltà sia riguardo alla identità cristiana della famiglia sia all’educazione dei figli». Ma «il numero delle famiglie con disparità di culto sono in crescita ed esigono una cura pastorale differenziata». I vescovi, dunque, sono chiamati a esercitare «un discernimento pastorale commisurato al bene spirituale delle coppie». Per Francesco, dunque, «il bene di due persone è superiore alla norma», sintetizza Avvenire, anche se quest’ultima non può essere cancellata. Rimane in vigore, ma va interpretata nella maniera più elastica possibile. Le diversità, però, sono notevoli. Per il Corano, un uomo musulmano può sposare una «donna del Libro» (cioè cristiana o ebrea) mentre una musulmana non può sposare un «politeista» o un «miscredente», categorie all’interno delle quali sono annoverati anche cristiani ed ebrei. A meno che questi ultimi siano disposti a sottoscrivere la shahada, cioè la dichiarazione di fede islamica, un autentico atto di apostasia della fede cattolica. Serve ricordare, poi, che per l’islam il matrimonio è un rapporto asimmetrico dove all’uomo viene, in maniera unilaterale, riconosciuta una serie di diritti, a partire dalla scelta dell’educazione per i figli. Francesco, con l’apertura del 2016, ha ribaltato l’approccio avuto fino a quel momento dalla Chiesa cattolica e codificato con le indicazioni fornite dalla Conferenza episcopale italiana, pubblicate nel 2005 e sintetizzate dalla presentazione firmata dall’allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini: laddove Francesco oggi ribadisce il ruolo centrale dei matrimoni misti per il dialogo interreligioso, Ruini suggeriva «prudenza e fermezza», richiedendo una «riaffermata consapevolezza dell’identità cristiana e della visione cattolica del matrimonio» a fronte del «discernimento» bergogliano. Si tratta di un documento che rappresenta «il punto di arrivo di una ampia riflessione effettuata dal Consiglio episcopale permanente, sulla base di apporti qualificati di teologi pastoralisti, di canonisti e di esperti in ecumenismo e in diritto islamico», si legge ancora nella presentazione del 2005. Questo pool di esperti aveva stabilito che «l’esperienza mostra come sia rilevante, per esempio, la scelta del luogo di residenza della futura coppia e la fondata previsione di restarvi nel futuro: lo stabilirsi in Italia, o comunque in Occidente, offre al vincolo matrimoniale (e alla parte cattolica in particolare) maggiori garanzie, che invece nella maggior parte dei casi vengono meno quando la coppia si trasferisce in un Paese islamico». Da qui la linea di «sconsigliare o comunque non incoraggiare questi matrimoni», secondo una linea di pensiero «significativamente condivisa anche dai musulmani». «La fragilità intrinseca di tali unioni, i delicati problemi concernenti l’esercizio adulto e responsabile della propria fede cattolica da parte del coniuge battezzato e l’educazione religiosa dei figli, nonché la diversa concezione dell’istituto matrimoniale, dei diritti e doveri reciproci dei coniugi, della patria potestà e degli aspetti patrimoniali ed ereditari, la differente visione del ruolo della donna, le interferenze dell’ambiente familiare d’origine, costituiscono elementi che non possono essere sottovalutati dal momento che potrebbero suscitare gravi crisi nella coppia», scriveva la Cei nel 2005. Prudenza e fermezza, oggi, spazzate via dallo «sguardo benevolo e accogliente» di Francesco.
Il martirio di San Simonino da Trento di Giovanni Gasparro (nel riquadro)
Giovanni Gasparro è uno dei più grandi pittori italiani, apprezzato nel mondo. Negli ultimi sei anni la sua vita e il suo lavoro sono stati funestati da una accusa infamante: quella di essere un antisemita che istiga alla discriminazione razziale. Pochi giorni fa è stato assolto, ma la vicenda lascia un segno.
Finalmente si è conclusa questa storia assurda. Che cosa ha deciso il tribunale?
«Il tribunale di Bari, in composizione collegiale, mi ha assolto “perché il fatto non sussiste” dall’accusa di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, mossa dalla comunità ebraica, per il dipinto Martirio di San Simonino da Trento e i commenti esplicativi relativi all’opera. Sostanzialmente, i giudici hanno confermato quanto stabilito già nel 2022 nell’ordinanza di archiviazione emessa dal gip presso il tribunale di Milano dove ero imputato per il medesimo dipinto. Oltretutto, l’archiviazione per infondatezza della notizia di reato era in accoglimento della richiesta del pubblico ministero e fu accolta dal gip. Cosa che non è successa a Bari, la mia città, dove sono stato rinviato a giudizio con un’accusa infamante quanto ingiusta, lontana dalla mia indole e dalla mia opera artistica. Sarebbe bastato guardare la mia produzione pittorica, la mia attività di incisore, scenografo o leggere i miei scritti per capire che artisticamente e umanamente penso e agisco in modo diametralmente opposto rispetto alle accuse che mi sono state rivolte dai miei denuncianti».
Quanto è durato questo procedimento?
«Il dipinto (che ha avuto una lunga genesi, dal 2018 al 2019) fu pubblicato online nel marzo del 2020 ma mai esposto fisicamente. All’indomani della pubblicazione fui denunciato e da allora è iniziato un calvario giudiziario che si è diramato in due filoni, quello di Milano e quello di Roma, quest’ultimo poi passato a Bari. Da allora, sino alla sentenza dell’altro giorno, sono trascorsi sei lunghi anni. Un lasso di tempo interminabile in cui i media enfatizzavano la mia potenziale colpevolezza e io declinavo tutte le richieste di interviste che mi pervenivano da tutte le maggiori testate nazionali e persino dagli Usa, Israele, Polonia, Brasile, ecc, con il fermo proposito di non alimentare il clamore sulla vicenda».
Non è difficile immaginare che impatto possa avere avuto tutto ciò sulla sua vita...
«Sono innumerevoli i risvolti negativi innescati da questo procedimento penale. Sul piano umano e familiare sono facilmente intuibili, oltretutto in un periodo della mia vita in cui sono pesantemente peggiorate le condizioni di salute di mia madre e che, poi, l’hanno portata alla morte. La pressione emotiva, il rischio di una condanna penale (il pm chiedeva per me sei mesi di reclusione) e la gogna sono già una condanna inflitta a un imputato che si vede catapultato in un’aula di tribunale alla stregua di un comune malfattore, interrogato per il suo operato artistico. Ricevere la visita improvvisa della Digos a casa come fossi un delinquente, dover subire interrogatori in questura in una Bari deserta, in pieno lockdown, e poi tutta la trafila giudiziaria con il processo è stato umiliante quanto surreale. Tutto per aver dipinto su tela la riproposizione di un’iconografia d’arte sacra che ha una storia lunga mezzo millennio (tanto è durato il culto del piccolo Simonino come compatrono di Trento) e i cui esemplari antichi sono ancora esposti alla pubblica fruizione in chiese, musei, biblioteche e persino sulla pubblica via, in tutta Europa. Davvero una situazione surreale che mi ha lasciato sbigottito ed incredulo».
E sul lavoro è stato danneggiato?
«Ovviamente, pur avendo quest’unico carico pendente riferito al processo, non ho potuto concorrere a bandi e concorsi d’arte prestigiosissimi come quello indetto per la realizzazione della Via Crucis per la basilica di San Pietro in Vaticano, non ho potuto firmare commissioni altrettanto prestigiose per l’acquisizione di mie opere per musei e collezioni private di tutto il mondo. Questo, insieme alle onerose spese legali da sostenere, mi ha causato anche un danno materiale ed economico esorbitante. Molti collezionisti privati o istituzioni hanno dovuto, obtorto collo, o per ragioni ideologiche connesse con la vicenda, negarmi rapporti professionali. E chissà quanti altri non hanno neppure provato a contattarmi, dissuasi dalla vicenda giudiziaria che mi vedeva coinvolto. Dai primissimi mesi ne scrissero il Times of Israel e il Jerusalem Post e anche in Italia sono stato oggetto di una campagna mediatica di infimo livello, senza possibilità d’appello, ancora trattato come un pericoloso antisemita».
Sei anni per confermare una decisione che era già stata presa da un altro tribunale non le sembrano troppi?
«Mi sono sembrati un tempo biblico. Perché tra i trenta e i quarant’anni un artista è nell’età in cui può estrinsecare il proprio pensiero e le proprie abilità tecniche con maggior vigore fisico e intellettuale. Sicché sento di esser stato defraudato di sei preziosissimi anni di lavoro e arte che nessuno potrà restituirmi».
È uscito da questa storia a testa alta, totalmente innocente. C’è, tuttavia, qualche macchia che rimane?
«Tutta la vicenda mi ha cagionato un danno d’immagine ma anche in termini finanziari, artistici, familiari, professionali, ecc, incalcolabili. In parallelo e a seguito dello stigma infamante di antisemita, sono stato oggetto di hackeraggi dei miei siti Web, i miei detrattori hanno tentato (talvolta riuscendoci), di farmi revocare commissioni artistiche, premi internazionali già vinti, spogliare gli altari delle chiese dalle mie pale dipinte. Sono stato oggetto di insulti in tutte le lingue e su tutti i miei canali di comunicazione, nonché di pedinamenti a Bari (finanche nella cripta della cattedrale) e minacce di morte. Il tutto, ripeto, con una pressione mediatica di certi giornali che oggi sono silenti rispetto alla mia assoluzione. Tutte le istituzioni civili, religiose e culturali del mio contesto d’origine, comprese quelle che ostentano a ogni piè sospinto la propria indignazione per le censure artistiche, non hanno mosso un dito in mia difesa».
Quali istituzioni?
«L’episodio più eclatante e inopportuno è stato quello legato alla censura subita dal sindaco di Bari, Vito Leccese, quando, a ridosso dell’inaugurazione, ha cancellato la mia esposizione personale presso la Pinacoteca Corrado Giaquinto. Mostra che era stata voluta dalla precedente amministrazione. Il sindaco ammise, a mezzo stampa, come riportato da tutte le testate locali, “di aver annullato, da sindaco, la mostra del pittore Giovanni Gasparro dopo le segnalazioni di Chiara di Segni della comunità ebraica, secondo cui le opere contenevano messaggi antisemiti”. Un vero e proprio atto di censura culturale per un cittadino e pittore libero e incensurato. Sicché è parsa a tutti come una pretestuosa e ingiustificabile censura. Inoltre, ero già a processo quando mi fu chiesto insistentemente dalla direzione della Pinacoteca e dalla delegata alla cultura della Città metropolitana di Bari, di realizzare questa mostra. Tutto il personale del museo, la curatrice dell’esposizione e la direzione erano a conoscenza delle opere che sarebbero state esposte e quindi anche l’operato di costoro è stato screditato. La censura subita non ha riguardato il dipinto Martirio di San Simonino da Trento, per cui ero a processo (considerando il fatto che non era affatto prevista la sua esposizione a Bari) bensì l’intera mia opera artistica».
Un colpo bruttissimo...
«Per il catalogo della mostra stavano scrivendo storici dell’arte di fama internazionale. Un danno d’immagine e professionale indicibile. Ho esposto in tutto il mondo da quando avevo vent’anni. Mai mi sarei aspettato, proprio nella città in cui sono nato e ho scelto di tornare a vivere, di subire in parallelo un processo penale ed una censura artistica di questo calibro. Questo mi ha profondamente ferito e ho meditato di trasferirmi altrove. A ogni modo, in questi anni, altri spiriti intellettualmente onesti, culturalmente e spiritualmente nobili non mi hanno fatto mancare commissioni e coinvolgimenti in mostre di ancor più rilevante prestigio».
Continua a leggereRiduci
content.jwplatform.com
Potremmo quasi definirla una ricetta di base da arricchire a piacimento. Noi l’abbiamo preparata così perché aspettiamo amici non carnivori a cena e dunque ci serviva di proporre un piatto d’intermezzo che fosse compatibile con le loro preferenze alimentari. Ma voi potete arricchire con salsiccia, pancetta, speck o magari inserendo altro formaggio a cubetti. La ricetta è semplice e di sicuro effetto. Si può gustare sia tiepida che fredda, evitate però di servirla appena sfornata.
Ingredienti – 300 gr di bietole già lessate, 250 gr di ricotta mista, una confezione di pasta brisé, un uovo, 6 noci, 150 gr di Parmigiano Reggiano o Grana Padano grattugiati, 4 cucchiai di olio extravergine di oliva, sale, peperoncino (o pepe) in polvere e noce moscata qb
Procedimento – In una ciotola amalgamate la ricotta con le bietole che avrete sminuzzato grossolanamente, aggiustate di sale e peperoncino e abbondante noce moscata. Sgusciate le noci e riducetele a granella. Separate il bianco dell’uovo dal tuorlo che terrete da parte Ora aggiungete al composto di bietola e ricotta tutto il formaggio grattugiato, l’olio extravergine di oliva, la granella di noci e la chiara dell’uovo. Amalgamate bene. In una tortiera sistemate con la carta forno la pasta brisé e riempite con il composto. Sbattete il rosso d’uovo. Ripiegate i bordi della pasta brisé al centro della torta e pennellate con l’uovo. Guarnite con un paio di mezze noci e andate in forno a 180 gradi per circa una mezz’ora.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di amalgamare gli ingredienti girando con un cucchiaione di legno!
Abbinamento – Ricotta chiama un grande bianco: il Trebbiano d’Abruzzo! In alternativa ottimi il Vermentino o il Fiano di Avellino.
Continua a leggereRiduci
In ordine da sinistra: Pietro Gaeta, Francesco Minisci e Paolo Auriemma (Ansa)
E con ringraziamenti quando si incassava il risultato, come quello di Francesco Cascini, che si contendeva la poltrona da pm a Piazza Clodio con il collega Carlo Villani: «Senza di te non avevo speranze». Della vicenda si interessò anche Cascini senior, Giuseppe, al quale Palamara scrisse: «Ora in Terza (commissione, ndr) a difendere tuo fratello». Qualche ora dopo, a battaglia vinta arrivarono i ringraziamenti: «Grazie Luca». Lo stesso Cascini senior, poi, diventò procuratore aggiunto a Roma. Palamara convinse il concorrente diretto Sergio Colaiocco a ritirare la domanda.
È una sequenza. Un filo diretto con il centro delle decisioni. Ed è proprio questa trama che aiuta a comprendere come funziona davvero il Csm quando è attraversato dalle correnti. In alcuni casi si potrebbe ritenere una coincidenza: ma tutte le toghe che hanno bussato alla porta di Palamara quando era componente del Csm (2014-2018) hanno fatto carriera in danno di altri magistrati. Pietro Gaeta compare nelle chat perché avrebbe cercato un’interlocuzione con Palamara tramite Pina Casella, in servizio alla Procura generale della Cassazione: «Ciao Luca sono in ufficio con Gaeta che vorrebbe salutarti come già sai». E ancora: «Ciao Luca. Rimandiamo il tuo appuntamento di domani con Gaeta alla prossima settimana?». In quell’occasione Gaeta ottenne la nomina ad avvocato generale. Poi, ulteriormente promosso nel febbraio 2025, ha raggiunto la carica di procuratore generale della Corte di Cassazione.
E proprio con Gaeta si consuma un passaggio paradossale. Il magistrato è stato l’accusatore di Palamara nel procedimento disciplinare, creando una grottesca situazione che viene ricostruita così: il pm Gaeta chiese ai giudici (la famigerata Sezione disciplinare del Csm) la sanzione massima per l’incolpato Palamara, sulla graticola per una condotta, l’interferenza sul Csm, posta in essere dallo stesso Gaeta in concorso con l’incolpato Palamara. La vicenda arrivò in Parlamento tramite le interrogazioni di Maurizio Gasparri, ma i ministri Alfonso Bonafede e poi Marta Cartabia non hanno mai risposto. Di «polvere sotto il tappeto», per dirla come l’attuale Guardasigilli, Carlo Nordio, insomma, ce n’è in abbondanza.
Paolo Abritti, all’epoca referente Unicost, indicò a Palamara i nomi per le presidenze di sezione a Perugia. Tra le richieste c’era quella per Carla Maria Giangaboni, avanzata con un messaggino stringato: «Giangaboni (Area) pst penale». Sarà proprio lei a finire sulla poltrona da presidente della sezione penale del tribunale di Perugia e a occuparsi poi proprio del procedimento contro Palamara. L’ennesimo cortocircuito. Non mancarono le segnalazioni. L’ex deputata dem Donatella Ferranti, ora in Cassazione (ruolo nel quale ha deciso di recente un ricorso dei sostenitori del No al referendum), si spese per due colleghi: «Luca volevo segnalarti che Eugenio Turco ha uno specifico interesse per pres sezione Viterbo. Cerca poi di parlare con Cascini. Mi raccomando per tutto anche Viterbo oltre Francesco». Le due frecce colpirono il centro del bersaglio. Oggi Turco, ulteriormente promosso a gennaio 2026, è presidente del tribunale di Grosseto. Francesco Salzano, invece, è andato in pensione nel 2025. Il tutto senza conseguenze.
Ci sono poi le intermediazioni. Michele Prestipino, citato nelle chat di Francesco Minisci (diventato procuratore di Frosinone a settembre 2025) si sarebbe speso per una collega: «Per presidente sezione tribunale Messina c’è Romeo, che Michele dice che è in quell’ufficio ed è molto brava». Pochi giorni dopo Minisci tornò sull’argomento: «Come si mettono le cose? Me lo ha chiesto Michele, ci tiene». Anche queste chat finirono in un limbo. Prestipino venne promosso viceprocuratore nazionale antimafia nell’aprile 2024 per poi dimettersi dopo un’accusa di rivelazione del segreto d’ufficio, la Romeo, che dopo aver ricoperto l’incarico pietito a Palamara, si è trasferita nello stesso ruolo a Catania. Anche le indicazioni diventano nomine stabili. Per Antonella Consiglio viene chiesta e ottenuta dall’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone la presidenza dell’ufficio gip di Palermo, ruolo nel quale di recente ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare (annullata dalla Cassazione) per l’ex prefetto Filippo Piritore, accusato di aver depistato le indagini dell’omicidio di Piersanti Mattarella. Laura Pedio, indicata chiaramente nelle chat con un «Greco la vuole?» e con un «è sua, capito?», in quel momento diventa procuratore aggiunto a Milano e, senza alcuno strascico per le chat, viene promossa alla carica di procuratore di Lodi nel settembre 2024. Ma era stato proprio Francesco Greco, ex procuratore di Milano, a fustigare pubblicamente il sistema descritto come quel «mondo che vive nei corridoi degli alberghi e nelle retrovie della burocrazia romana e che non ci appartiene e non appartiene ai magistrati del Nord… ci ha lasciati sconcertati». Uscirono poi i messaggi di confidenza tra Greco e Palamara, con tanto di appuntamento a Roma «al solito posto». Anche Francesco Cananzi, giudice in Cassazione, si mostrò molto critico e si era ripromesso di «rifondare la corrente e di scommettere nel rilancio di Unicst com polo moderato». Mandò un messaggio anche lui: «Luca puoi vedere di fare Falco per pst Chieti». Sepolcro imbiancato. Come quello di Massimo Forciniti, già presidente di sezione al tribunale di Crotone e consigliere del Csm con Palamara, autore di messaggi come «intervieni e vota Fidelbo», viene promosso a maggio 2025 presidente di sezione del Tribunale di Catanzaro. Onelio Dodero, oggi fortemente schierato per il No (in un’intervista alla Stampa ha paragonato il referendum a una scelta «tra Barabba… e Cristo», sostenendo che il sì «sgretolerà sempre di più la democrazia»), arriva alla Procura di Cuneo passando dalle chat della moglie Alessandra Salvadori: «A breve votiamo Cuneo. Tutto ok!» e «Grazie Luca! Davvero una bella notizia finalmente». Dodero è tuttora procuratore di Cuneo. Salvadori, invece, presiede una sezione del tribunale di Torino.
Perfino le richieste più insistenti non hanno intralciato le corse verso i posti più ambiti. Paolo Auriemma, pure lui per il No, scrisse: «Colaiocco continua a chiamarmi. Dice che domani si decide sulla nomina di procuratore aggiunto e mi sembra che abbia le idee abbastanza chiare […]. Però se mi dedichi cinque minuti risolviamo questo problema…». Nel febbraio 2025 diventa procuratore della Repubblica di Rieti. E l’elenco potrebbe continuare. Perché di magistrati che, nonostante le chat con Palamara hanno fatto carriera ce ne sono tanti. Basta rileggere i messaggi. Quante volte lo stratega delle nomine ha ricevuto richieste del tipo: «Posso chiamarti?». Perfino per delle richieste di intervento: «Luca vedi che c’è il proc gen che sta esagerando... prima diceva in giro che non andavo bene perché sarei del posto... adesso va dicendo che non vado bene perché sono senza polso». Il tutto in un sistema di relazioni che non si è fermato. E che, alla prova dei fatti, non ha fermato neppure le carriere.
Continua a leggereRiduci