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2024-05-20
A nozze con lo straniero. Così i matrimoni misti stanno cambiando l’Italia
(iStock)
Cresce il numero dei matrimoni in Italia e questo grazie anche, e soprattutto, al boom di quelli in cui almeno uno sposo è straniero. E sono numeri record anche per quanto riguarda le unioni civili tra gay. La fotografia che rilascia annualmente l’Istat sullo stato di salute dei matrimoni in Italia può apparentemente lasciare ben sperare per quanto riguarda la stabilità delle unioni ma solo se si guardano i dati anno su anno. Leggendoli in filigrana e con una profondità temporale di almeno una quarantina d’anni, infatti, l’Istat certifica quello che tutti constatano con i propri occhi: ci si sposa meno, sempre più tardi, preferibilmente con rito civile e non più con quello religioso.
Secondo i dati dell’Istituto italiano di statistica, nel 2022 (ultimo anno di rilevazione complessiva) sono stati celebrati in Italia 189.140 matrimoni, il 4,8% in più rispetto al 2021 e il 2,7% in più in confronto al 2019, anno precedente la crisi pandemica (durante la quale molte coppie hanno rinviato le nozze). I matrimoni religiosi, pressoché stabili rispetto al 2021 (-0,5%), diminuiscono sensibilmente (-5,6%), però, rispetto al periodo pre-pandemico. A trainare le nozze nel Bel Paese sono soprattutto i matrimoni tra italiani e stranieri: nel 2022 sono state celebrate 29.574 nozze con almeno uno sposo straniero (il 15,6% del totale dei matrimoni), in aumento del 21,3% rispetto all’anno precedente. In particolare, poi, i matrimoni misti (in cui uno sposo è italiano e l’altro straniero) ammontano a 20.678 e continuano a rappresentare la parte più consistente dei matrimoni con almeno uno sposo straniero (69,9%). Quasi i tre quarti dei matrimoni misti riguardano coppie con sposo italiano e sposa straniera (15.138, l’8% delle celebrazioni a livello nazionale nel 2022). Le donne italiane che hanno scelto un partner straniero sono 5.540, il 2,9% del totale delle spose.
Sorprende, ma fino a un certo punto, la nazionalità dei partner: nel 2022 gli uomini italiani hanno sposato una cittadina rumena nel 18,9% dei casi, ucraina nel 10,2% e russa nel 6,9%. Le donne italiane hanno contratto matrimonio più frequentemente con uno sposo di cittadinanza marocchina (12,6%) o albanese (8,5%). Tra i matrimoni misti, oltre uno su dieci, inoltre, coinvolge uno sposo italiano per acquisizione; se consideriamo i matrimoni misti tra sposa italiana e sposo straniero, in più di uno su quattro la sposa italiana è di origine straniera. Una quota che era molto contenuta sino a una decina di anni fa.
Se, anno su anno, il numero di nozze celebrate mostra un incremento, a livello tendenziale, come detto, la nuzialità è in diminuzione nel nostro Paese da oltre quarant’anni: quella dei primi matrimoni (146.222 quelli celebrati nel 2022, il 77,3% del totale), al netto delle oscillazioni di breve periodo, è strettamente connessa alla progressiva diffusione delle libere unioni. Queste sono più che triplicate tra il biennio 2000-2001 e il biennio 2021-2022 (da circa 440.000 a più di 1.500.000). Negli ultimi decenni, inoltre, «il netto ridimensionamento numerico delle nuove generazioni, dovuto alla bassa fecondità, sta producendo un effetto strutturale negativo sui matrimoni. L’aumento dell’instabilità coniugale contribuisce alla diffusione delle seconde nozze e delle famiglie composte da almeno una persona che abbia vissuto una precedente esperienza matrimoniale, fenomeno che genera nuove tipologie familiari», commentano da Istat. Nel 2022 le seconde (o successive) nozze sono state 42.918, finora il valore più alto mai registrato (la quota sul totale dei matrimoni è del 22,7%).
Dunque, spariscono i matrimoni, ci si sposa sempre più tardi (la quota di giovani che resta nella famiglia di origine fino alla soglia dei 35 anni è pari al 61,2%, quasi tre punti percentuali in più in meno di 20 anni) ma anche le chiese come «location» del rito sono divenute minoranza. Nel 2022 il 56,4% dei matrimoni è stato celebrato con rito civile, in continuità con il valore dell’anno precedente (54,1%). La scelta del rito civile va diffondendosi sempre di più anche tra i primi matrimoni (45,1% nel 2022). E c’è un altro aspetto che da otto anni contribuisce a scompaginare i dati sui matrimoni: il 5 giugno 2016 è entrata in vigore la legge che ha introdotto in Italia l’istituto dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. Nel corso del secondo semestre 2016 si costituirono 2.336 unioni civili. «Al boom iniziale ha fatto poi seguito una progressiva stabilizzazione, anche accentuata dalle difficoltà legate al periodo della pandemia». Le 2.813 unioni civili tra omosessuali (in maggior parte uomini: ben 1.594, il 56,7% del totale) costituite presso gli uffici di Stato civile dei Comuni italiani nel 2022 mostrano «un apprezzabile aumento rispetto all’anno precedente (+31,0%) e un sostanziale incremento anche rispetto al 2019 (+22,5%)», certifica l’Istituto. E, considerando i dati provvisori dei primi otto mesi del 2023 (gli unici disponibili al momento per l’anno scorso) la tendenza all’aumento appare confermata: circa il 10% in più del 2022. A fare da calamita, per le unioni omosessuali, sono soprattutto i grandi Comuni: più di un quarto delle unioni si sono costituite in 12 città. In testa Roma (con l’8,6%), seguita da Milano (5,9%).
Se in termini numerici l’istituto del matrimonio conferma una crisi, non è lo stesso per il costo della cerimonia e di tutto quello che ci gira attorno. Secondo una recente ricerca di Facile.it, realizzata con mUp Research e Norstat, il budget medio che una coppia deve mettere in conto di spendere è più che raddoppiato nel giro di quarant’anni. Se fino agli anni Ottanta sposarsi con un centinaio di invitati costava mediamente 7.000 euro, ora per lo stesso numero di ospiti si spendono 14.000 euro tra cerimonia, abiti, fiori e partecipazioni. Secondo la ricerca, il 70% delle coppie hanno dovuto chiedere un aiuto economico ai genitori, oppure hanno dovuto chiedere un prestito (soprattutto in Campania, Puglia, Sicilia e Calabria).
«I figli rapiti non sono casi rari»
«Alle ragazze e alle donne italiane consiglio di stare attente: è successo e continua a succedere. Se instaurano certi legami, poi se ne possono pentire amaramente». Luca Zita è un avvocato esperto in diritto della famiglia e dei minori. Negli anni è diventato uno dei massimi esperti per quanto riguarda i casi di minori rapiti dai padri musulmani e portati, contro il volere della madre italiana, nei Paesi d’origine. Nel 2017 riuscì, dopo 5 anni di battaglie legali, a restituire la figlia Emma alla mamma Alice dopo che il padre siriano l’aveva rapita nel dicembre del 2011.
Avvocato, quello dei rapimenti di minori è un caso evidentemente limite. Ma non è una rarità.
«No, non è una rarità. Accade che il genitore non italiano tenti di portare via dall’Italia il proprio figlio o la propria figlia, senza il consenso della madre. Di solito, anzi quasi sempre, si tratta di uomini che arrivano, e tornano, in Paesi islamici. La mia esperienza dice che queste coppie miste vivono due esperienze diverse: la prima durante gli anni del fidanzamento, dove il comportamento dell’uomo musulmano è esemplare, appare integrato benissimo nella nostra società. Poi tutto cambia dopo il matrimonio e la paternità. Quando nasce una famiglia e un figlio, iniziano i problemi».
Quali sono?
«La cultura è diversa, c’è in quella islamica una diversa concezione della famiglia, del ruolo della donna e di quello dei figli. Davvero, il divario culturale che c’è tra questi due mondi è enorme. E bisogna tenerne conto quando si vuole instaurare un rapporto di affetto».
Nel caso di rapimenti dei minori, che tipo di difficoltà ci sono?
«Principalmente, il fatto che gli atti della giustizia italiana rimangono lettera morta. Non c’è alcuna tutela per la madre e per il minore nei Paesi islamici, il padre ha una potestà assoluta. Questa sostanziale impunità assicurata dal proprio Stato di origine viene trasmessa e assorbita anche dal padre musulmano, che può rapire il proprio figlio avendo la certezza di restare sostanzialmente impunito se ritorna a “casa”. È molto difficile ottenere l’applicazione di una misura coercitiva forte. E non è solo la giustizia a essere in difficoltà: per essere efficace, avrebbe bisogno del sostegno della diplomazia. Ma anche su questo fronte, le probabilità di incidere sono molto, molto poche».
Lei sta lavorando su casi di minori sottratti dal genitore?
«Certo, come detto questi episodi succedono sempre. È una delle conseguenze più difficili da gestire dei cosiddetti matrimoni misti. Ci sono mamme che non vedono il proprio figlio da più di dieci anni. Ribadisco che le coppie devono essere consapevoli del divario culturale che c’è tra noi occidentali e gli islamici. Non dico che il rapimento di un minore avviene quando finisce ogni matrimonio misto, ma avviene più spesso di quanto si possa pensare. Anche se vivono in Italia, i genitori di origine musulmana non intendono aderire al nostro modello di nucleo familiare, disciplinato da leggi che non vengono riconosciute. E da qui nascono i problemi».
Sui coniugi islamici la Chiesa ha ribaltato l’approccio di Ruini
Nozze da «sconsigliare» o «luogo privilegiato di dialogo interreligioso»? Sono due tesi diametralmente opposte. Eppure, sono state promosse dalla stessa, millenaria, istituzione: la Chiesa cattolica. Che sui matrimoni misti, in particolare su quelli che coinvolgono cristiani e musulmani, ha cambiato radicalmente approccio negli ultimi anni. Oggi, infatti, prevale la seconda interpretazione, quella di una sostanziale apertura, promossa da papa Francesco con l’esortazione apostolica del 2016 Amoris Laetitia. «I matrimoni con disparità di culto», scrive il Pontefice, «rappresentano un luogo privilegiato di dialogo interreligioso». Certo, comportano «alcune speciali difficoltà sia riguardo alla identità cristiana della famiglia sia all’educazione dei figli». Ma «il numero delle famiglie con disparità di culto sono in crescita ed esigono una cura pastorale differenziata». I vescovi, dunque, sono chiamati a esercitare «un discernimento pastorale commisurato al bene spirituale delle coppie». Per Francesco, dunque, «il bene di due persone è superiore alla norma», sintetizza Avvenire, anche se quest’ultima non può essere cancellata. Rimane in vigore, ma va interpretata nella maniera più elastica possibile. Le diversità, però, sono notevoli. Per il Corano, un uomo musulmano può sposare una «donna del Libro» (cioè cristiana o ebrea) mentre una musulmana non può sposare un «politeista» o un «miscredente», categorie all’interno delle quali sono annoverati anche cristiani ed ebrei. A meno che questi ultimi siano disposti a sottoscrivere la shahada, cioè la dichiarazione di fede islamica, un autentico atto di apostasia della fede cattolica. Serve ricordare, poi, che per l’islam il matrimonio è un rapporto asimmetrico dove all’uomo viene, in maniera unilaterale, riconosciuta una serie di diritti, a partire dalla scelta dell’educazione per i figli.
Francesco, con l’apertura del 2016, ha ribaltato l’approccio avuto fino a quel momento dalla Chiesa cattolica e codificato con le indicazioni fornite dalla Conferenza episcopale italiana, pubblicate nel 2005 e sintetizzate dalla presentazione firmata dall’allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini: laddove Francesco oggi ribadisce il ruolo centrale dei matrimoni misti per il dialogo interreligioso, Ruini suggeriva «prudenza e fermezza», richiedendo una «riaffermata consapevolezza dell’identità cristiana e della visione cattolica del matrimonio» a fronte del «discernimento» bergogliano. Si tratta di un documento che rappresenta «il punto di arrivo di una ampia riflessione effettuata dal Consiglio episcopale permanente, sulla base di apporti qualificati di teologi pastoralisti, di canonisti e di esperti in ecumenismo e in diritto islamico», si legge ancora nella presentazione del 2005. Questo pool di esperti aveva stabilito che «l’esperienza mostra come sia rilevante, per esempio, la scelta del luogo di residenza della futura coppia e la fondata previsione di restarvi nel futuro: lo stabilirsi in Italia, o comunque in Occidente, offre al vincolo matrimoniale (e alla parte cattolica in particolare) maggiori garanzie, che invece nella maggior parte dei casi vengono meno quando la coppia si trasferisce in un Paese islamico». Da qui la linea di «sconsigliare o comunque non incoraggiare questi matrimoni», secondo una linea di pensiero «significativamente condivisa anche dai musulmani». «La fragilità intrinseca di tali unioni, i delicati problemi concernenti l’esercizio adulto e responsabile della propria fede cattolica da parte del coniuge battezzato e l’educazione religiosa dei figli, nonché la diversa concezione dell’istituto matrimoniale, dei diritti e doveri reciproci dei coniugi, della patria potestà e degli aspetti patrimoniali ed ereditari, la differente visione del ruolo della donna, le interferenze dell’ambiente familiare d’origine, costituiscono elementi che non possono essere sottovalutati dal momento che potrebbero suscitare gravi crisi nella coppia», scriveva la Cei nel 2005. Prudenza e fermezza, oggi, spazzate via dallo «sguardo benevolo e accogliente» di Francesco.
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Aumentano le unioni con almeno un componente non originario del Belpaese. I maschi impalmano rumene, ucraine e russe. Le femmine scelgono marocchini e albanesi.«I figli rapiti non sono casi rari». L’avvocato Luca Zita: «Ad agire sono quasi sempre musulmani che tornano con la loro prole nei Paesi d’origine. Là il padre ha potestà assoluta: un divario culturale sottovalutato».Sui coniugi islamici la Chiesa ha ribaltato l’approccio di Camillo Ruini. Nel 2005 la Cei sottolineava «la fragilità» di quei rapporti e i rischi che correvano le donne cristiane. Nel 2016, invece, l’«Amoris Laetitia» di Francesco parla addirittura di «luogo privilegiato di dialogo».Lo speciale comprende tre articoli.Cresce il numero dei matrimoni in Italia e questo grazie anche, e soprattutto, al boom di quelli in cui almeno uno sposo è straniero. E sono numeri record anche per quanto riguarda le unioni civili tra gay. La fotografia che rilascia annualmente l’Istat sullo stato di salute dei matrimoni in Italia può apparentemente lasciare ben sperare per quanto riguarda la stabilità delle unioni ma solo se si guardano i dati anno su anno. Leggendoli in filigrana e con una profondità temporale di almeno una quarantina d’anni, infatti, l’Istat certifica quello che tutti constatano con i propri occhi: ci si sposa meno, sempre più tardi, preferibilmente con rito civile e non più con quello religioso.Secondo i dati dell’Istituto italiano di statistica, nel 2022 (ultimo anno di rilevazione complessiva) sono stati celebrati in Italia 189.140 matrimoni, il 4,8% in più rispetto al 2021 e il 2,7% in più in confronto al 2019, anno precedente la crisi pandemica (durante la quale molte coppie hanno rinviato le nozze). I matrimoni religiosi, pressoché stabili rispetto al 2021 (-0,5%), diminuiscono sensibilmente (-5,6%), però, rispetto al periodo pre-pandemico. A trainare le nozze nel Bel Paese sono soprattutto i matrimoni tra italiani e stranieri: nel 2022 sono state celebrate 29.574 nozze con almeno uno sposo straniero (il 15,6% del totale dei matrimoni), in aumento del 21,3% rispetto all’anno precedente. In particolare, poi, i matrimoni misti (in cui uno sposo è italiano e l’altro straniero) ammontano a 20.678 e continuano a rappresentare la parte più consistente dei matrimoni con almeno uno sposo straniero (69,9%). Quasi i tre quarti dei matrimoni misti riguardano coppie con sposo italiano e sposa straniera (15.138, l’8% delle celebrazioni a livello nazionale nel 2022). Le donne italiane che hanno scelto un partner straniero sono 5.540, il 2,9% del totale delle spose. Sorprende, ma fino a un certo punto, la nazionalità dei partner: nel 2022 gli uomini italiani hanno sposato una cittadina rumena nel 18,9% dei casi, ucraina nel 10,2% e russa nel 6,9%. Le donne italiane hanno contratto matrimonio più frequentemente con uno sposo di cittadinanza marocchina (12,6%) o albanese (8,5%). Tra i matrimoni misti, oltre uno su dieci, inoltre, coinvolge uno sposo italiano per acquisizione; se consideriamo i matrimoni misti tra sposa italiana e sposo straniero, in più di uno su quattro la sposa italiana è di origine straniera. Una quota che era molto contenuta sino a una decina di anni fa. Se, anno su anno, il numero di nozze celebrate mostra un incremento, a livello tendenziale, come detto, la nuzialità è in diminuzione nel nostro Paese da oltre quarant’anni: quella dei primi matrimoni (146.222 quelli celebrati nel 2022, il 77,3% del totale), al netto delle oscillazioni di breve periodo, è strettamente connessa alla progressiva diffusione delle libere unioni. Queste sono più che triplicate tra il biennio 2000-2001 e il biennio 2021-2022 (da circa 440.000 a più di 1.500.000). Negli ultimi decenni, inoltre, «il netto ridimensionamento numerico delle nuove generazioni, dovuto alla bassa fecondità, sta producendo un effetto strutturale negativo sui matrimoni. L’aumento dell’instabilità coniugale contribuisce alla diffusione delle seconde nozze e delle famiglie composte da almeno una persona che abbia vissuto una precedente esperienza matrimoniale, fenomeno che genera nuove tipologie familiari», commentano da Istat. Nel 2022 le seconde (o successive) nozze sono state 42.918, finora il valore più alto mai registrato (la quota sul totale dei matrimoni è del 22,7%). Dunque, spariscono i matrimoni, ci si sposa sempre più tardi (la quota di giovani che resta nella famiglia di origine fino alla soglia dei 35 anni è pari al 61,2%, quasi tre punti percentuali in più in meno di 20 anni) ma anche le chiese come «location» del rito sono divenute minoranza. Nel 2022 il 56,4% dei matrimoni è stato celebrato con rito civile, in continuità con il valore dell’anno precedente (54,1%). La scelta del rito civile va diffondendosi sempre di più anche tra i primi matrimoni (45,1% nel 2022). E c’è un altro aspetto che da otto anni contribuisce a scompaginare i dati sui matrimoni: il 5 giugno 2016 è entrata in vigore la legge che ha introdotto in Italia l’istituto dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. Nel corso del secondo semestre 2016 si costituirono 2.336 unioni civili. «Al boom iniziale ha fatto poi seguito una progressiva stabilizzazione, anche accentuata dalle difficoltà legate al periodo della pandemia». Le 2.813 unioni civili tra omosessuali (in maggior parte uomini: ben 1.594, il 56,7% del totale) costituite presso gli uffici di Stato civile dei Comuni italiani nel 2022 mostrano «un apprezzabile aumento rispetto all’anno precedente (+31,0%) e un sostanziale incremento anche rispetto al 2019 (+22,5%)», certifica l’Istituto. E, considerando i dati provvisori dei primi otto mesi del 2023 (gli unici disponibili al momento per l’anno scorso) la tendenza all’aumento appare confermata: circa il 10% in più del 2022. A fare da calamita, per le unioni omosessuali, sono soprattutto i grandi Comuni: più di un quarto delle unioni si sono costituite in 12 città. In testa Roma (con l’8,6%), seguita da Milano (5,9%).Se in termini numerici l’istituto del matrimonio conferma una crisi, non è lo stesso per il costo della cerimonia e di tutto quello che ci gira attorno. Secondo una recente ricerca di Facile.it, realizzata con mUp Research e Norstat, il budget medio che una coppia deve mettere in conto di spendere è più che raddoppiato nel giro di quarant’anni. Se fino agli anni Ottanta sposarsi con un centinaio di invitati costava mediamente 7.000 euro, ora per lo stesso numero di ospiti si spendono 14.000 euro tra cerimonia, abiti, fiori e partecipazioni. 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Negli anni è diventato uno dei massimi esperti per quanto riguarda i casi di minori rapiti dai padri musulmani e portati, contro il volere della madre italiana, nei Paesi d’origine. Nel 2017 riuscì, dopo 5 anni di battaglie legali, a restituire la figlia Emma alla mamma Alice dopo che il padre siriano l’aveva rapita nel dicembre del 2011. Avvocato, quello dei rapimenti di minori è un caso evidentemente limite. Ma non è una rarità. «No, non è una rarità. Accade che il genitore non italiano tenti di portare via dall’Italia il proprio figlio o la propria figlia, senza il consenso della madre. Di solito, anzi quasi sempre, si tratta di uomini che arrivano, e tornano, in Paesi islamici. La mia esperienza dice che queste coppie miste vivono due esperienze diverse: la prima durante gli anni del fidanzamento, dove il comportamento dell’uomo musulmano è esemplare, appare integrato benissimo nella nostra società. Poi tutto cambia dopo il matrimonio e la paternità. Quando nasce una famiglia e un figlio, iniziano i problemi». Quali sono? «La cultura è diversa, c’è in quella islamica una diversa concezione della famiglia, del ruolo della donna e di quello dei figli. Davvero, il divario culturale che c’è tra questi due mondi è enorme. E bisogna tenerne conto quando si vuole instaurare un rapporto di affetto». Nel caso di rapimenti dei minori, che tipo di difficoltà ci sono? «Principalmente, il fatto che gli atti della giustizia italiana rimangono lettera morta. Non c’è alcuna tutela per la madre e per il minore nei Paesi islamici, il padre ha una potestà assoluta. Questa sostanziale impunità assicurata dal proprio Stato di origine viene trasmessa e assorbita anche dal padre musulmano, che può rapire il proprio figlio avendo la certezza di restare sostanzialmente impunito se ritorna a “casa”. È molto difficile ottenere l’applicazione di una misura coercitiva forte. E non è solo la giustizia a essere in difficoltà: per essere efficace, avrebbe bisogno del sostegno della diplomazia. Ma anche su questo fronte, le probabilità di incidere sono molto, molto poche». Lei sta lavorando su casi di minori sottratti dal genitore? «Certo, come detto questi episodi succedono sempre. È una delle conseguenze più difficili da gestire dei cosiddetti matrimoni misti. Ci sono mamme che non vedono il proprio figlio da più di dieci anni. Ribadisco che le coppie devono essere consapevoli del divario culturale che c’è tra noi occidentali e gli islamici. Non dico che il rapimento di un minore avviene quando finisce ogni matrimonio misto, ma avviene più spesso di quanto si possa pensare. Anche se vivono in Italia, i genitori di origine musulmana non intendono aderire al nostro modello di nucleo familiare, disciplinato da leggi che non vengono riconosciute. 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Oggi, infatti, prevale la seconda interpretazione, quella di una sostanziale apertura, promossa da papa Francesco con l’esortazione apostolica del 2016 Amoris Laetitia. «I matrimoni con disparità di culto», scrive il Pontefice, «rappresentano un luogo privilegiato di dialogo interreligioso». Certo, comportano «alcune speciali difficoltà sia riguardo alla identità cristiana della famiglia sia all’educazione dei figli». Ma «il numero delle famiglie con disparità di culto sono in crescita ed esigono una cura pastorale differenziata». I vescovi, dunque, sono chiamati a esercitare «un discernimento pastorale commisurato al bene spirituale delle coppie». Per Francesco, dunque, «il bene di due persone è superiore alla norma», sintetizza Avvenire, anche se quest’ultima non può essere cancellata. Rimane in vigore, ma va interpretata nella maniera più elastica possibile. Le diversità, però, sono notevoli. Per il Corano, un uomo musulmano può sposare una «donna del Libro» (cioè cristiana o ebrea) mentre una musulmana non può sposare un «politeista» o un «miscredente», categorie all’interno delle quali sono annoverati anche cristiani ed ebrei. A meno che questi ultimi siano disposti a sottoscrivere la shahada, cioè la dichiarazione di fede islamica, un autentico atto di apostasia della fede cattolica. Serve ricordare, poi, che per l’islam il matrimonio è un rapporto asimmetrico dove all’uomo viene, in maniera unilaterale, riconosciuta una serie di diritti, a partire dalla scelta dell’educazione per i figli. Francesco, con l’apertura del 2016, ha ribaltato l’approccio avuto fino a quel momento dalla Chiesa cattolica e codificato con le indicazioni fornite dalla Conferenza episcopale italiana, pubblicate nel 2005 e sintetizzate dalla presentazione firmata dall’allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini: laddove Francesco oggi ribadisce il ruolo centrale dei matrimoni misti per il dialogo interreligioso, Ruini suggeriva «prudenza e fermezza», richiedendo una «riaffermata consapevolezza dell’identità cristiana e della visione cattolica del matrimonio» a fronte del «discernimento» bergogliano. Si tratta di un documento che rappresenta «il punto di arrivo di una ampia riflessione effettuata dal Consiglio episcopale permanente, sulla base di apporti qualificati di teologi pastoralisti, di canonisti e di esperti in ecumenismo e in diritto islamico», si legge ancora nella presentazione del 2005. Questo pool di esperti aveva stabilito che «l’esperienza mostra come sia rilevante, per esempio, la scelta del luogo di residenza della futura coppia e la fondata previsione di restarvi nel futuro: lo stabilirsi in Italia, o comunque in Occidente, offre al vincolo matrimoniale (e alla parte cattolica in particolare) maggiori garanzie, che invece nella maggior parte dei casi vengono meno quando la coppia si trasferisce in un Paese islamico». Da qui la linea di «sconsigliare o comunque non incoraggiare questi matrimoni», secondo una linea di pensiero «significativamente condivisa anche dai musulmani». «La fragilità intrinseca di tali unioni, i delicati problemi concernenti l’esercizio adulto e responsabile della propria fede cattolica da parte del coniuge battezzato e l’educazione religiosa dei figli, nonché la diversa concezione dell’istituto matrimoniale, dei diritti e doveri reciproci dei coniugi, della patria potestà e degli aspetti patrimoniali ed ereditari, la differente visione del ruolo della donna, le interferenze dell’ambiente familiare d’origine, costituiscono elementi che non possono essere sottovalutati dal momento che potrebbero suscitare gravi crisi nella coppia», scriveva la Cei nel 2005. Prudenza e fermezza, oggi, spazzate via dallo «sguardo benevolo e accogliente» di Francesco.
Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 maggio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini parliamo delle stragi di Piazza della Loggia e Ustica.