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2024-05-20
A nozze con lo straniero. Così i matrimoni misti stanno cambiando l’Italia
(iStock)
Cresce il numero dei matrimoni in Italia e questo grazie anche, e soprattutto, al boom di quelli in cui almeno uno sposo è straniero. E sono numeri record anche per quanto riguarda le unioni civili tra gay. La fotografia che rilascia annualmente l’Istat sullo stato di salute dei matrimoni in Italia può apparentemente lasciare ben sperare per quanto riguarda la stabilità delle unioni ma solo se si guardano i dati anno su anno. Leggendoli in filigrana e con una profondità temporale di almeno una quarantina d’anni, infatti, l’Istat certifica quello che tutti constatano con i propri occhi: ci si sposa meno, sempre più tardi, preferibilmente con rito civile e non più con quello religioso.
Secondo i dati dell’Istituto italiano di statistica, nel 2022 (ultimo anno di rilevazione complessiva) sono stati celebrati in Italia 189.140 matrimoni, il 4,8% in più rispetto al 2021 e il 2,7% in più in confronto al 2019, anno precedente la crisi pandemica (durante la quale molte coppie hanno rinviato le nozze). I matrimoni religiosi, pressoché stabili rispetto al 2021 (-0,5%), diminuiscono sensibilmente (-5,6%), però, rispetto al periodo pre-pandemico. A trainare le nozze nel Bel Paese sono soprattutto i matrimoni tra italiani e stranieri: nel 2022 sono state celebrate 29.574 nozze con almeno uno sposo straniero (il 15,6% del totale dei matrimoni), in aumento del 21,3% rispetto all’anno precedente. In particolare, poi, i matrimoni misti (in cui uno sposo è italiano e l’altro straniero) ammontano a 20.678 e continuano a rappresentare la parte più consistente dei matrimoni con almeno uno sposo straniero (69,9%). Quasi i tre quarti dei matrimoni misti riguardano coppie con sposo italiano e sposa straniera (15.138, l’8% delle celebrazioni a livello nazionale nel 2022). Le donne italiane che hanno scelto un partner straniero sono 5.540, il 2,9% del totale delle spose.
Sorprende, ma fino a un certo punto, la nazionalità dei partner: nel 2022 gli uomini italiani hanno sposato una cittadina rumena nel 18,9% dei casi, ucraina nel 10,2% e russa nel 6,9%. Le donne italiane hanno contratto matrimonio più frequentemente con uno sposo di cittadinanza marocchina (12,6%) o albanese (8,5%). Tra i matrimoni misti, oltre uno su dieci, inoltre, coinvolge uno sposo italiano per acquisizione; se consideriamo i matrimoni misti tra sposa italiana e sposo straniero, in più di uno su quattro la sposa italiana è di origine straniera. Una quota che era molto contenuta sino a una decina di anni fa.
Se, anno su anno, il numero di nozze celebrate mostra un incremento, a livello tendenziale, come detto, la nuzialità è in diminuzione nel nostro Paese da oltre quarant’anni: quella dei primi matrimoni (146.222 quelli celebrati nel 2022, il 77,3% del totale), al netto delle oscillazioni di breve periodo, è strettamente connessa alla progressiva diffusione delle libere unioni. Queste sono più che triplicate tra il biennio 2000-2001 e il biennio 2021-2022 (da circa 440.000 a più di 1.500.000). Negli ultimi decenni, inoltre, «il netto ridimensionamento numerico delle nuove generazioni, dovuto alla bassa fecondità, sta producendo un effetto strutturale negativo sui matrimoni. L’aumento dell’instabilità coniugale contribuisce alla diffusione delle seconde nozze e delle famiglie composte da almeno una persona che abbia vissuto una precedente esperienza matrimoniale, fenomeno che genera nuove tipologie familiari», commentano da Istat. Nel 2022 le seconde (o successive) nozze sono state 42.918, finora il valore più alto mai registrato (la quota sul totale dei matrimoni è del 22,7%).
Dunque, spariscono i matrimoni, ci si sposa sempre più tardi (la quota di giovani che resta nella famiglia di origine fino alla soglia dei 35 anni è pari al 61,2%, quasi tre punti percentuali in più in meno di 20 anni) ma anche le chiese come «location» del rito sono divenute minoranza. Nel 2022 il 56,4% dei matrimoni è stato celebrato con rito civile, in continuità con il valore dell’anno precedente (54,1%). La scelta del rito civile va diffondendosi sempre di più anche tra i primi matrimoni (45,1% nel 2022). E c’è un altro aspetto che da otto anni contribuisce a scompaginare i dati sui matrimoni: il 5 giugno 2016 è entrata in vigore la legge che ha introdotto in Italia l’istituto dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. Nel corso del secondo semestre 2016 si costituirono 2.336 unioni civili. «Al boom iniziale ha fatto poi seguito una progressiva stabilizzazione, anche accentuata dalle difficoltà legate al periodo della pandemia». Le 2.813 unioni civili tra omosessuali (in maggior parte uomini: ben 1.594, il 56,7% del totale) costituite presso gli uffici di Stato civile dei Comuni italiani nel 2022 mostrano «un apprezzabile aumento rispetto all’anno precedente (+31,0%) e un sostanziale incremento anche rispetto al 2019 (+22,5%)», certifica l’Istituto. E, considerando i dati provvisori dei primi otto mesi del 2023 (gli unici disponibili al momento per l’anno scorso) la tendenza all’aumento appare confermata: circa il 10% in più del 2022. A fare da calamita, per le unioni omosessuali, sono soprattutto i grandi Comuni: più di un quarto delle unioni si sono costituite in 12 città. In testa Roma (con l’8,6%), seguita da Milano (5,9%).
Se in termini numerici l’istituto del matrimonio conferma una crisi, non è lo stesso per il costo della cerimonia e di tutto quello che ci gira attorno. Secondo una recente ricerca di Facile.it, realizzata con mUp Research e Norstat, il budget medio che una coppia deve mettere in conto di spendere è più che raddoppiato nel giro di quarant’anni. Se fino agli anni Ottanta sposarsi con un centinaio di invitati costava mediamente 7.000 euro, ora per lo stesso numero di ospiti si spendono 14.000 euro tra cerimonia, abiti, fiori e partecipazioni. Secondo la ricerca, il 70% delle coppie hanno dovuto chiedere un aiuto economico ai genitori, oppure hanno dovuto chiedere un prestito (soprattutto in Campania, Puglia, Sicilia e Calabria).
«I figli rapiti non sono casi rari»
«Alle ragazze e alle donne italiane consiglio di stare attente: è successo e continua a succedere. Se instaurano certi legami, poi se ne possono pentire amaramente». Luca Zita è un avvocato esperto in diritto della famiglia e dei minori. Negli anni è diventato uno dei massimi esperti per quanto riguarda i casi di minori rapiti dai padri musulmani e portati, contro il volere della madre italiana, nei Paesi d’origine. Nel 2017 riuscì, dopo 5 anni di battaglie legali, a restituire la figlia Emma alla mamma Alice dopo che il padre siriano l’aveva rapita nel dicembre del 2011.
Avvocato, quello dei rapimenti di minori è un caso evidentemente limite. Ma non è una rarità.
«No, non è una rarità. Accade che il genitore non italiano tenti di portare via dall’Italia il proprio figlio o la propria figlia, senza il consenso della madre. Di solito, anzi quasi sempre, si tratta di uomini che arrivano, e tornano, in Paesi islamici. La mia esperienza dice che queste coppie miste vivono due esperienze diverse: la prima durante gli anni del fidanzamento, dove il comportamento dell’uomo musulmano è esemplare, appare integrato benissimo nella nostra società. Poi tutto cambia dopo il matrimonio e la paternità. Quando nasce una famiglia e un figlio, iniziano i problemi».
Quali sono?
«La cultura è diversa, c’è in quella islamica una diversa concezione della famiglia, del ruolo della donna e di quello dei figli. Davvero, il divario culturale che c’è tra questi due mondi è enorme. E bisogna tenerne conto quando si vuole instaurare un rapporto di affetto».
Nel caso di rapimenti dei minori, che tipo di difficoltà ci sono?
«Principalmente, il fatto che gli atti della giustizia italiana rimangono lettera morta. Non c’è alcuna tutela per la madre e per il minore nei Paesi islamici, il padre ha una potestà assoluta. Questa sostanziale impunità assicurata dal proprio Stato di origine viene trasmessa e assorbita anche dal padre musulmano, che può rapire il proprio figlio avendo la certezza di restare sostanzialmente impunito se ritorna a “casa”. È molto difficile ottenere l’applicazione di una misura coercitiva forte. E non è solo la giustizia a essere in difficoltà: per essere efficace, avrebbe bisogno del sostegno della diplomazia. Ma anche su questo fronte, le probabilità di incidere sono molto, molto poche».
Lei sta lavorando su casi di minori sottratti dal genitore?
«Certo, come detto questi episodi succedono sempre. È una delle conseguenze più difficili da gestire dei cosiddetti matrimoni misti. Ci sono mamme che non vedono il proprio figlio da più di dieci anni. Ribadisco che le coppie devono essere consapevoli del divario culturale che c’è tra noi occidentali e gli islamici. Non dico che il rapimento di un minore avviene quando finisce ogni matrimonio misto, ma avviene più spesso di quanto si possa pensare. Anche se vivono in Italia, i genitori di origine musulmana non intendono aderire al nostro modello di nucleo familiare, disciplinato da leggi che non vengono riconosciute. E da qui nascono i problemi».
Sui coniugi islamici la Chiesa ha ribaltato l’approccio di Ruini
Nozze da «sconsigliare» o «luogo privilegiato di dialogo interreligioso»? Sono due tesi diametralmente opposte. Eppure, sono state promosse dalla stessa, millenaria, istituzione: la Chiesa cattolica. Che sui matrimoni misti, in particolare su quelli che coinvolgono cristiani e musulmani, ha cambiato radicalmente approccio negli ultimi anni. Oggi, infatti, prevale la seconda interpretazione, quella di una sostanziale apertura, promossa da papa Francesco con l’esortazione apostolica del 2016 Amoris Laetitia. «I matrimoni con disparità di culto», scrive il Pontefice, «rappresentano un luogo privilegiato di dialogo interreligioso». Certo, comportano «alcune speciali difficoltà sia riguardo alla identità cristiana della famiglia sia all’educazione dei figli». Ma «il numero delle famiglie con disparità di culto sono in crescita ed esigono una cura pastorale differenziata». I vescovi, dunque, sono chiamati a esercitare «un discernimento pastorale commisurato al bene spirituale delle coppie». Per Francesco, dunque, «il bene di due persone è superiore alla norma», sintetizza Avvenire, anche se quest’ultima non può essere cancellata. Rimane in vigore, ma va interpretata nella maniera più elastica possibile. Le diversità, però, sono notevoli. Per il Corano, un uomo musulmano può sposare una «donna del Libro» (cioè cristiana o ebrea) mentre una musulmana non può sposare un «politeista» o un «miscredente», categorie all’interno delle quali sono annoverati anche cristiani ed ebrei. A meno che questi ultimi siano disposti a sottoscrivere la shahada, cioè la dichiarazione di fede islamica, un autentico atto di apostasia della fede cattolica. Serve ricordare, poi, che per l’islam il matrimonio è un rapporto asimmetrico dove all’uomo viene, in maniera unilaterale, riconosciuta una serie di diritti, a partire dalla scelta dell’educazione per i figli.
Francesco, con l’apertura del 2016, ha ribaltato l’approccio avuto fino a quel momento dalla Chiesa cattolica e codificato con le indicazioni fornite dalla Conferenza episcopale italiana, pubblicate nel 2005 e sintetizzate dalla presentazione firmata dall’allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini: laddove Francesco oggi ribadisce il ruolo centrale dei matrimoni misti per il dialogo interreligioso, Ruini suggeriva «prudenza e fermezza», richiedendo una «riaffermata consapevolezza dell’identità cristiana e della visione cattolica del matrimonio» a fronte del «discernimento» bergogliano. Si tratta di un documento che rappresenta «il punto di arrivo di una ampia riflessione effettuata dal Consiglio episcopale permanente, sulla base di apporti qualificati di teologi pastoralisti, di canonisti e di esperti in ecumenismo e in diritto islamico», si legge ancora nella presentazione del 2005. Questo pool di esperti aveva stabilito che «l’esperienza mostra come sia rilevante, per esempio, la scelta del luogo di residenza della futura coppia e la fondata previsione di restarvi nel futuro: lo stabilirsi in Italia, o comunque in Occidente, offre al vincolo matrimoniale (e alla parte cattolica in particolare) maggiori garanzie, che invece nella maggior parte dei casi vengono meno quando la coppia si trasferisce in un Paese islamico». Da qui la linea di «sconsigliare o comunque non incoraggiare questi matrimoni», secondo una linea di pensiero «significativamente condivisa anche dai musulmani». «La fragilità intrinseca di tali unioni, i delicati problemi concernenti l’esercizio adulto e responsabile della propria fede cattolica da parte del coniuge battezzato e l’educazione religiosa dei figli, nonché la diversa concezione dell’istituto matrimoniale, dei diritti e doveri reciproci dei coniugi, della patria potestà e degli aspetti patrimoniali ed ereditari, la differente visione del ruolo della donna, le interferenze dell’ambiente familiare d’origine, costituiscono elementi che non possono essere sottovalutati dal momento che potrebbero suscitare gravi crisi nella coppia», scriveva la Cei nel 2005. Prudenza e fermezza, oggi, spazzate via dallo «sguardo benevolo e accogliente» di Francesco.
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Aumentano le unioni con almeno un componente non originario del Belpaese. I maschi impalmano rumene, ucraine e russe. Le femmine scelgono marocchini e albanesi.«I figli rapiti non sono casi rari». L’avvocato Luca Zita: «Ad agire sono quasi sempre musulmani che tornano con la loro prole nei Paesi d’origine. Là il padre ha potestà assoluta: un divario culturale sottovalutato».Sui coniugi islamici la Chiesa ha ribaltato l’approccio di Camillo Ruini. Nel 2005 la Cei sottolineava «la fragilità» di quei rapporti e i rischi che correvano le donne cristiane. Nel 2016, invece, l’«Amoris Laetitia» di Francesco parla addirittura di «luogo privilegiato di dialogo».Lo speciale comprende tre articoli.Cresce il numero dei matrimoni in Italia e questo grazie anche, e soprattutto, al boom di quelli in cui almeno uno sposo è straniero. E sono numeri record anche per quanto riguarda le unioni civili tra gay. La fotografia che rilascia annualmente l’Istat sullo stato di salute dei matrimoni in Italia può apparentemente lasciare ben sperare per quanto riguarda la stabilità delle unioni ma solo se si guardano i dati anno su anno. Leggendoli in filigrana e con una profondità temporale di almeno una quarantina d’anni, infatti, l’Istat certifica quello che tutti constatano con i propri occhi: ci si sposa meno, sempre più tardi, preferibilmente con rito civile e non più con quello religioso.Secondo i dati dell’Istituto italiano di statistica, nel 2022 (ultimo anno di rilevazione complessiva) sono stati celebrati in Italia 189.140 matrimoni, il 4,8% in più rispetto al 2021 e il 2,7% in più in confronto al 2019, anno precedente la crisi pandemica (durante la quale molte coppie hanno rinviato le nozze). I matrimoni religiosi, pressoché stabili rispetto al 2021 (-0,5%), diminuiscono sensibilmente (-5,6%), però, rispetto al periodo pre-pandemico. A trainare le nozze nel Bel Paese sono soprattutto i matrimoni tra italiani e stranieri: nel 2022 sono state celebrate 29.574 nozze con almeno uno sposo straniero (il 15,6% del totale dei matrimoni), in aumento del 21,3% rispetto all’anno precedente. In particolare, poi, i matrimoni misti (in cui uno sposo è italiano e l’altro straniero) ammontano a 20.678 e continuano a rappresentare la parte più consistente dei matrimoni con almeno uno sposo straniero (69,9%). Quasi i tre quarti dei matrimoni misti riguardano coppie con sposo italiano e sposa straniera (15.138, l’8% delle celebrazioni a livello nazionale nel 2022). Le donne italiane che hanno scelto un partner straniero sono 5.540, il 2,9% del totale delle spose. Sorprende, ma fino a un certo punto, la nazionalità dei partner: nel 2022 gli uomini italiani hanno sposato una cittadina rumena nel 18,9% dei casi, ucraina nel 10,2% e russa nel 6,9%. Le donne italiane hanno contratto matrimonio più frequentemente con uno sposo di cittadinanza marocchina (12,6%) o albanese (8,5%). Tra i matrimoni misti, oltre uno su dieci, inoltre, coinvolge uno sposo italiano per acquisizione; se consideriamo i matrimoni misti tra sposa italiana e sposo straniero, in più di uno su quattro la sposa italiana è di origine straniera. Una quota che era molto contenuta sino a una decina di anni fa. Se, anno su anno, il numero di nozze celebrate mostra un incremento, a livello tendenziale, come detto, la nuzialità è in diminuzione nel nostro Paese da oltre quarant’anni: quella dei primi matrimoni (146.222 quelli celebrati nel 2022, il 77,3% del totale), al netto delle oscillazioni di breve periodo, è strettamente connessa alla progressiva diffusione delle libere unioni. Queste sono più che triplicate tra il biennio 2000-2001 e il biennio 2021-2022 (da circa 440.000 a più di 1.500.000). Negli ultimi decenni, inoltre, «il netto ridimensionamento numerico delle nuove generazioni, dovuto alla bassa fecondità, sta producendo un effetto strutturale negativo sui matrimoni. L’aumento dell’instabilità coniugale contribuisce alla diffusione delle seconde nozze e delle famiglie composte da almeno una persona che abbia vissuto una precedente esperienza matrimoniale, fenomeno che genera nuove tipologie familiari», commentano da Istat. Nel 2022 le seconde (o successive) nozze sono state 42.918, finora il valore più alto mai registrato (la quota sul totale dei matrimoni è del 22,7%). Dunque, spariscono i matrimoni, ci si sposa sempre più tardi (la quota di giovani che resta nella famiglia di origine fino alla soglia dei 35 anni è pari al 61,2%, quasi tre punti percentuali in più in meno di 20 anni) ma anche le chiese come «location» del rito sono divenute minoranza. Nel 2022 il 56,4% dei matrimoni è stato celebrato con rito civile, in continuità con il valore dell’anno precedente (54,1%). La scelta del rito civile va diffondendosi sempre di più anche tra i primi matrimoni (45,1% nel 2022). E c’è un altro aspetto che da otto anni contribuisce a scompaginare i dati sui matrimoni: il 5 giugno 2016 è entrata in vigore la legge che ha introdotto in Italia l’istituto dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. Nel corso del secondo semestre 2016 si costituirono 2.336 unioni civili. «Al boom iniziale ha fatto poi seguito una progressiva stabilizzazione, anche accentuata dalle difficoltà legate al periodo della pandemia». Le 2.813 unioni civili tra omosessuali (in maggior parte uomini: ben 1.594, il 56,7% del totale) costituite presso gli uffici di Stato civile dei Comuni italiani nel 2022 mostrano «un apprezzabile aumento rispetto all’anno precedente (+31,0%) e un sostanziale incremento anche rispetto al 2019 (+22,5%)», certifica l’Istituto. E, considerando i dati provvisori dei primi otto mesi del 2023 (gli unici disponibili al momento per l’anno scorso) la tendenza all’aumento appare confermata: circa il 10% in più del 2022. A fare da calamita, per le unioni omosessuali, sono soprattutto i grandi Comuni: più di un quarto delle unioni si sono costituite in 12 città. In testa Roma (con l’8,6%), seguita da Milano (5,9%).Se in termini numerici l’istituto del matrimonio conferma una crisi, non è lo stesso per il costo della cerimonia e di tutto quello che ci gira attorno. Secondo una recente ricerca di Facile.it, realizzata con mUp Research e Norstat, il budget medio che una coppia deve mettere in conto di spendere è più che raddoppiato nel giro di quarant’anni. Se fino agli anni Ottanta sposarsi con un centinaio di invitati costava mediamente 7.000 euro, ora per lo stesso numero di ospiti si spendono 14.000 euro tra cerimonia, abiti, fiori e partecipazioni. 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Negli anni è diventato uno dei massimi esperti per quanto riguarda i casi di minori rapiti dai padri musulmani e portati, contro il volere della madre italiana, nei Paesi d’origine. Nel 2017 riuscì, dopo 5 anni di battaglie legali, a restituire la figlia Emma alla mamma Alice dopo che il padre siriano l’aveva rapita nel dicembre del 2011. Avvocato, quello dei rapimenti di minori è un caso evidentemente limite. Ma non è una rarità. «No, non è una rarità. Accade che il genitore non italiano tenti di portare via dall’Italia il proprio figlio o la propria figlia, senza il consenso della madre. Di solito, anzi quasi sempre, si tratta di uomini che arrivano, e tornano, in Paesi islamici. La mia esperienza dice che queste coppie miste vivono due esperienze diverse: la prima durante gli anni del fidanzamento, dove il comportamento dell’uomo musulmano è esemplare, appare integrato benissimo nella nostra società. Poi tutto cambia dopo il matrimonio e la paternità. Quando nasce una famiglia e un figlio, iniziano i problemi». Quali sono? «La cultura è diversa, c’è in quella islamica una diversa concezione della famiglia, del ruolo della donna e di quello dei figli. Davvero, il divario culturale che c’è tra questi due mondi è enorme. E bisogna tenerne conto quando si vuole instaurare un rapporto di affetto». Nel caso di rapimenti dei minori, che tipo di difficoltà ci sono? «Principalmente, il fatto che gli atti della giustizia italiana rimangono lettera morta. Non c’è alcuna tutela per la madre e per il minore nei Paesi islamici, il padre ha una potestà assoluta. Questa sostanziale impunità assicurata dal proprio Stato di origine viene trasmessa e assorbita anche dal padre musulmano, che può rapire il proprio figlio avendo la certezza di restare sostanzialmente impunito se ritorna a “casa”. È molto difficile ottenere l’applicazione di una misura coercitiva forte. E non è solo la giustizia a essere in difficoltà: per essere efficace, avrebbe bisogno del sostegno della diplomazia. Ma anche su questo fronte, le probabilità di incidere sono molto, molto poche». Lei sta lavorando su casi di minori sottratti dal genitore? «Certo, come detto questi episodi succedono sempre. È una delle conseguenze più difficili da gestire dei cosiddetti matrimoni misti. Ci sono mamme che non vedono il proprio figlio da più di dieci anni. Ribadisco che le coppie devono essere consapevoli del divario culturale che c’è tra noi occidentali e gli islamici. Non dico che il rapimento di un minore avviene quando finisce ogni matrimonio misto, ma avviene più spesso di quanto si possa pensare. Anche se vivono in Italia, i genitori di origine musulmana non intendono aderire al nostro modello di nucleo familiare, disciplinato da leggi che non vengono riconosciute. 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Oggi, infatti, prevale la seconda interpretazione, quella di una sostanziale apertura, promossa da papa Francesco con l’esortazione apostolica del 2016 Amoris Laetitia. «I matrimoni con disparità di culto», scrive il Pontefice, «rappresentano un luogo privilegiato di dialogo interreligioso». Certo, comportano «alcune speciali difficoltà sia riguardo alla identità cristiana della famiglia sia all’educazione dei figli». Ma «il numero delle famiglie con disparità di culto sono in crescita ed esigono una cura pastorale differenziata». I vescovi, dunque, sono chiamati a esercitare «un discernimento pastorale commisurato al bene spirituale delle coppie». Per Francesco, dunque, «il bene di due persone è superiore alla norma», sintetizza Avvenire, anche se quest’ultima non può essere cancellata. Rimane in vigore, ma va interpretata nella maniera più elastica possibile. Le diversità, però, sono notevoli. Per il Corano, un uomo musulmano può sposare una «donna del Libro» (cioè cristiana o ebrea) mentre una musulmana non può sposare un «politeista» o un «miscredente», categorie all’interno delle quali sono annoverati anche cristiani ed ebrei. A meno che questi ultimi siano disposti a sottoscrivere la shahada, cioè la dichiarazione di fede islamica, un autentico atto di apostasia della fede cattolica. Serve ricordare, poi, che per l’islam il matrimonio è un rapporto asimmetrico dove all’uomo viene, in maniera unilaterale, riconosciuta una serie di diritti, a partire dalla scelta dell’educazione per i figli. Francesco, con l’apertura del 2016, ha ribaltato l’approccio avuto fino a quel momento dalla Chiesa cattolica e codificato con le indicazioni fornite dalla Conferenza episcopale italiana, pubblicate nel 2005 e sintetizzate dalla presentazione firmata dall’allora presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini: laddove Francesco oggi ribadisce il ruolo centrale dei matrimoni misti per il dialogo interreligioso, Ruini suggeriva «prudenza e fermezza», richiedendo una «riaffermata consapevolezza dell’identità cristiana e della visione cattolica del matrimonio» a fronte del «discernimento» bergogliano. Si tratta di un documento che rappresenta «il punto di arrivo di una ampia riflessione effettuata dal Consiglio episcopale permanente, sulla base di apporti qualificati di teologi pastoralisti, di canonisti e di esperti in ecumenismo e in diritto islamico», si legge ancora nella presentazione del 2005. Questo pool di esperti aveva stabilito che «l’esperienza mostra come sia rilevante, per esempio, la scelta del luogo di residenza della futura coppia e la fondata previsione di restarvi nel futuro: lo stabilirsi in Italia, o comunque in Occidente, offre al vincolo matrimoniale (e alla parte cattolica in particolare) maggiori garanzie, che invece nella maggior parte dei casi vengono meno quando la coppia si trasferisce in un Paese islamico». Da qui la linea di «sconsigliare o comunque non incoraggiare questi matrimoni», secondo una linea di pensiero «significativamente condivisa anche dai musulmani». «La fragilità intrinseca di tali unioni, i delicati problemi concernenti l’esercizio adulto e responsabile della propria fede cattolica da parte del coniuge battezzato e l’educazione religiosa dei figli, nonché la diversa concezione dell’istituto matrimoniale, dei diritti e doveri reciproci dei coniugi, della patria potestà e degli aspetti patrimoniali ed ereditari, la differente visione del ruolo della donna, le interferenze dell’ambiente familiare d’origine, costituiscono elementi che non possono essere sottovalutati dal momento che potrebbero suscitare gravi crisi nella coppia», scriveva la Cei nel 2005. Prudenza e fermezza, oggi, spazzate via dallo «sguardo benevolo e accogliente» di Francesco.
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
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A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
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Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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