Riportata a casa. Rimessi a cuccia
@Filippo Attili
I leader di sinistra, a partire da Matteo Renzi, insieme ai giornali progressisti, avevano descritto una gestione caotica del caso. E chi sperava in tempi lunghi, per inchiodare l’esecutivo, prova ad aggrapparsi a presunti riscatti.

E adesso, con la liberazione di Cecilia Sala grazie a una straordinaria opera di collaborazione fra diplomazia e servizi italiani gestita personalmente dal presidente del Consiglio, chi consolerà i leader dell’opposizione privati dell’argomento chiave per fare polemica contro Giorgia Meloni? Provate a rileggervi le dichiarazioni di alcuni leader della sinistra e anche a riguardarvi le critiche che i giornaloni hanno mosso a Palazzo Chigi. Per giorni abbiamo dovuto sorbirci le lezioncine di Matteo Renzi, il quale spiegava che per ottenere la scarcerazione della giornalista del Foglio era indispensabile riunire le opposizioni e informarle della situazione. Per raggiungere l’obiettivo, mentre sciava sulle piste di Cortina, il senatore semplice di Scandicci si dichiarava perfino disposto a interrompere le vacanze, ma allo stesso tempo accusava il governo di aver lasciato la vicenda principalmente nelle mani degli uomini dei servizi segreti. «La disponibilità del sottosegretario Mantovano a riferire al Copasir è il minimo sindacale, ma è del tutto insufficiente ad affrontare la complessità del problema», scriveva proprio lo stesso Renzi pochi giorni fa in una lettera alla Verità. «Davvero per la premier questa vicenda riguarda solo le agenzie di intelligence per cui individua la sede del Copasir come luogo di confronto?». Il disappunto del fondatore di Italia viva è tracimato su più organi di stampa, insieme con quello del resto dell’opposizione, di Elly Schlein e Giuseppe Conte, pronti ad accusare i vertici di Palazzo Chigi di non aver allertato Cecilia Sala dopo l’arresto disposto dalla Procura di Milano del tecnico informatico da cui è scaturita la rappresaglia nei confronti della giornalista. Inesperienza, inefficienza, ritardi eccetera. Ovviamente dalle stesse persone che difendono l’autonomia della magistratura, ma che se c’è la possibilità di far polemica sono perfino pronti a sostenere che il governo avrebbe dovuto influenzare l’azione della Procura, magari per ottenere, se non l’inottemperanza alla richiesta di arresto del cittadino con passaporto elvetico e iraniano, almeno la sua immediata rimessa in libertà.

Per cercare di sfruttare cinicamente il caso, soprattutto dopo la mossa a sorpresa del viaggio di Giorgia Meloni a Mar-a-Lago, per incontrare (e probabilmente informare) Donald Trump, a sinistra hanno provato, con la collaborazione di alcuni giornali, a montare un conflitto interno alla maggioranza e ai vertici dei nostri apparati di sicurezza. Prima con le accuse al presidente del Consiglio di aver agito da sola, senza informare i partner e i nostri apparati diplomatici. Poi approfittando delle dimissioni di Elisabetta Belloni dal vertice del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, ovvero la struttura di coordinamento delle agenzie di intelligence. In pratica, si volevano mettere in luce l’impreparazione e anche la confusione all’interno del governo, denunciando l’incapacità di ottenere in tempi brevi la scarcerazione di Cecilia Sala.

Purtroppo per i leader politici alla Renzi e per i giornali della parrocchia progressista, ma meglio, molto meglio, per Cecilia Sala e i suoi familiari, le cose sono andate diversamente. Il blitz negli Stati Uniti e le mosse concordate tra diplomatici e 007 (a Teheran si è recato personalmente il capo dell’Aise, il generale Giovanni Caravelli), hanno ottenuto la liberazione, senza neppure attendere che il rientro della giornalista coincidesse con quello del tecnico informatico arrestato su richiesta degli Stati Uniti.

Ovviamente il circo degli speculatori sulla pelle degli altri non si è arrestato neppure ieri. Incassato il successo personale di Giorgia Meloni, sui siti già rimbalzava la domanda di rito: che cosa è stato pagato in cambio? Quali accordi segreti avrebbe stretto il presidente del Consiglio con l’Iran e anche con gli Stati Uniti? Segnalo soltanto che nel passato sono stati rapiti da vari tagliagole alcuni giornalisti, tra i quali Giuliana Sgrena del Manifesto e Daniele Mastrogiacomo di Repubblica, oltre a varie vispe terese, tra le quali Simona Pari e Simona Torretta, Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, ma nessuno cercò di andare fino in fondo per capire che cosa si fosse dato in cambio. Anzi, quando un giornale scrisse che per l’inviato del quotidiano ai tempi di proprietà di Carlo De Benedetti fosse stato pagato un riscatto di 9 milioni, a smentire ci pensò direttamente il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema. A riprova che alla fine tutto torna.

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