Fabio Uliana, curatore della mostra Marzo con Vivaldi, ci mostra in esclusiva i preziosissimi manoscritti autografi del Prete rosso, conservati dalla Biblioteca nazionale universitaria di Torino. Esposizione aperta e gratuita fino al 26 marzo.
Maura Locatelli con Umberto Bossi
Maura Locatelli, storica segretaria del Senatùr: «Battei a macchina il discorso del Ribaltone. Quando Umberto fu eletto, Andreotti gli offrì soldi per ritirare il simbolo: rifiutò».
«Mi spiace non essere riuscita a salutarlo per l’ultima volta». Maura Locatelli ha una voce sottile e i ricordi teneri come fotografie di famiglia. È stata la segretaria di Umberto Bossi per 15 anni, quelli ruggenti e decisivi, quelli della Lega di lotta e di governo. Oggi chiude gli occhi e vede tutti i Bossi possibili: il segretario indaffarato, il politico scaltro, soprattutto l’uomo del popolo che ha saputo interpretare i sogni della gente del Nord senza cravatta. La rossa di via Bellerio ha un’urgenza, «descrivere, a beneficio di chi non l’ha conosciuto, l’umanità di una persona speciale».
Signora Locatelli, come ha conosciuto Umberto Bossi?
«A un comizio nella mia città, Genova, negli anni Ottanta. Avevo 27 anni ed ero iscritta al sindacato autonomista della Lega. Dopo un comizio mi chiese tout court: cerco una segretaria. Ero perplessa, facevo l’infermiera e studiavo Farmacia all’università. Ma quell’avventura mi intrigava e lui era interessato a una persona fuori dal giro. È cominciato tutto così ed è durato fino al 2007. Alla notizia della sua scomparsa mi ha preso un dolore travolgente».
Dopo anni di silenzio ora tutti tornano a parlare di lui.
«Ho letto poco, ma quante pennellate creative. Per esempio lui era astemio, beveva solo Coca Cola».
Chi era Umberto Bossi?
«Un uomo buono, sempre disponibile con tutti. Qualcuno semplificando ritiene che fosse rozzo, in realtà era una persona del popolo. Pacifico, riflessivo, con un’eleganza interiore tutta sua. Pensi che uno dei compiti che avevamo in via Bellerio a Milano era leggere tutte le lettere che arrivavano. In caso di richieste d’aiuto, anche economiche, lui chiamava, consigliava, aiutava».
Ci faccia un esempio.
«Quando fu realizzato l’asilo nido in via Bellerio era felice, ci teneva moltissimo. Trent’anni fa diceva: se una donna viene a lavorare e ha i figli piccoli, questo servizio è necessario. Credeva nei valori forti oggi in declino: la famiglia, le radici cristiane erano pilastri fondamentali, anche se era laico. Il suo era un mondo semplice dai valori forti».
Cosa le è rimasto di quegli anni?
«Mi ha insegnato la determinazione, lui non si arrendeva mai. Voleva creare un’Italia federale, la rivoluzione attraverso le idee. Era il suo sogno, diventò il suo obiettivo».
Quale fu il momento più bello di quel periodo da barbari sognanti?
«La festa della simbolica indipendenza della Padania nel 1996, con l’ampolla dell’acqua presa alle sorgenti del Po sul Monviso e portata a Venezia. Ma il giorno dopo il bello si trasformò nel brutto: in via Bellerio arrivò la Digos e voleva portarcelo via. Noi eravamo agitatissimi ma Bossi diceva: state calmi. Si sentiva nel giusto, sapeva che dietro non c’era nulla di male. Quella era una festa autorizzata, un giornale titolò: “Lo Stato ha perso la testa”».
Oggi tutti ricordano il sigaro toscano, la canottiera, gli slogan in dialetto.
«Era una forma di comunicazione politica spontanea. Era il modo per annullare la distanza della politica dal cittadino comune. Più la sua gente lo sentiva vicino, più aveva fiducia in lui e nel suo progetto di Italia federale. Con il popolo del Nord c’era simbiosi totale. Le aveva anche dato un nome».
Quale?
«Lo definiva l’“idem sentire”. Sosteneva che il Nord locomotiva del Paese era sempre stato sfruttato, troppo impegnato a lavorare per mantenere tutti e troppo poco per difendere i propri interessi. Ecco, Bossi ha saputo intercettare quella sensibilità».
Nel 1987 la prima comparsa in Parlamento segnò la svolta.
«Furono eletti lui e Giuseppe Leoni. Giulio Andreotti colse il pericolo e gli chiese di ritirare il simbolo mettendo sul tavolo tanti soldi. Bossi rifiutò. Era il periodo raccontato da Daniele Vimercati nel libro Il vento del Nord. Quando Bossi e Leoni tiravano in aria i soldi dello stipendio e ciò che non riuscivano a prendere al volo ricadendo, era del partito».
Arrivarono la vittoria travolgente nel 1994, il governo Berlusconi e il Ribaltone. Come visse quel periodo?
«Il Ribaltone l’ho vissuto in prima persona perché lui mi dettò il discorso alla Camera con cui avrebbe fatto cadere il governo Berlusconi. Dovevo batterlo a macchina. Ma non mi impressionò perché lui ci spiegava tutto. E io avevo fiducia, sapevo che ogni decisione sarebbe stata necessaria per il progetto. Ci diceva sempre: “Pur di ottenere il federalismo posso anche allearmi con il demonio”».
Poi arrivò la stagione amara delle inchieste, dei diamanti, del declino. Che ricordo ne ha?
«Nel 2012 ero già via e non posso dire nulla di concreto. Posso però mettere tutte e due le mani sul fuoco: Umberto Bossi non avrebbe mai fatto nulla che potesse mettere in pericolo l’integrità della Lega. Era la sua creatura, non l’avrebbe mai tradita. Sugli altri non mi pronuncio».
La Lega non era solo Bossi.
«Ho conosciuto pensatori come Gianfranco Miglio, i suoi ministri più cari come Roberto Maroni, Giancarlo Pagliarini, Enrico Speroni, Vito Gnutti, Giancarlo Giorgetti. Anche Matteo Salvini, gli era affezionato come a Luca Zaia e Roberto Cota. Li chiamava “i miei giovani”, li ho visti crescere».
Il delfino varesino era Giorgetti.
«Il suo ragazzo, una testa incredibile fin da giovane. Timido, onesto, capace. Bossi credeva ciecamente in lui e si fidava. Per me è il miglior ministro dell’Economia degli ultimi 30 anni».
Alla fine dell’avventura non ha pensato di entrare in politica? Oggi lo farebbero tutti.
«No, quando è finita quella stagione sono tornata a casa, a Monza, a fare il mio lavoro. Sono infermiera con master in Cure palliative, caposala in una residenza per anziani. Essere sistemata da qualche parte non mi interessava. Me l’aveva insegnato lui: non si scende a compromessi».
Oggi la Lega è molto diversa da quella di allora.
«Anche i tempi sono molto diversi. Vorrei che rimanga agli atti solo una cosa: Bossi più di tutto teneva al suo popolo. L’ho visto fare le 4 di mattina per preparare un discorso, un atto ministeriale. Cuore e testa nell’interesse della Lega».
Cosa temeva più di tutto?
«La globalizzazione che stava arrivando. Aveva annusato il pericolo, sosteneva che avrebbe distrutto l’identità della parte più sana della società. Era un uomo del popolo, aveva la vista lunga».
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Umberto Bossi (Ansa)
Nel salotto tv del nostro direttore, nel lontano 2003, il fondatore del Carroccio illustrò la sua visione: «Le Regioni devono gestirsi in autonomia denari e competenze. Il Nord è grande ma è un nano politico».
Riproponiamo un’intervista realizzata da Maurizio Belpietro a Umberto Bossi nel 2003 per la trasmissione L’Antipatico in onda sulle reti Mediaset. All’epoca il leghista era ministro per le Riforme istituzionali e la Devoluzione nel governo Berlusconi II.
Ministro Bossi. Tremonti dice che la devolution non costerà nulla, invece la Confindustria parla di 34 miliardi di euro. Lei ha fatto i conti? Quanto ci costerà?
«La devoluzione in sé riguarda solo il federalismo costituzionale. Sposta competenze dal centro alla periferia. Per quanto riguarda i costi, che non riguardano l’articolo 117 della Costituzione di cui stiamo parlando, ma il 119, effettivamente non costerà niente».
Veniamo alla Sanità. Il ministero della Sanità ha circa 2.000 dipendenti a Roma. Cosa succederà di questi 2.000 dipendenti? Rimarranno a Roma o verranno smembrati fra le varie regioni?
«Diciamo che i 2.000 dipendenti non sono il problema. Potranno scegliere se collocarsi nel Lazio o altre regioni, oppure se rimanere lì, e dovranno in un circuito ottimale non avere doppioni. L’altra volta, quando fecero le Regioni, ci furono i doppioni: restarono l’apparato centrale e l’apparato regionale. Ma sono cose che si riassorbono in breve tempo e di costi molto marginali, con 1.000-2.000 miliardi copre tutti gli impiegati e la burocrazia».
Quindi un po’ di spesa ci sarà. Ma cerchiamo di capire. Sanità: il Molise avrà la stessa Sanità della Lombardia? E un molisano potrà farsi curare in Lombardia?
«Questo non c’entra assolutamente niente. Se il Molise non ha ospedali che attirino i suoi cittadini, questi andranno dove ci sono ospedali funzionali. Però io la Sanità l’ho messa dentro perché obbliga il ministro Tremonti a fare la riforma fiscale. Il famoso federalismo fiscale, cioè l’applicazione dell’articolo 119 della Costituzione attuale».
Cioè le tasse che rimarranno in terra propria.
«Vuol dire che dovrà smantellare il sistema fiscale».
Nelle 40 righe che lei ha scritto e che dovranno essere inserite nella nuova Costituzione, questo federalismo fiscale non è previsto.
«No, non c’è».
Quindi sarà un passo successivo?
«In Costituzione meno scrivi, più scrivi: questo è il segreto. Avendo messo la Sanità, automaticamente il buon Tremonti si troverà tutti i presidenti delle Regioni che ce l’avranno con lui. Quindi dovrà per forza fare un sistema fiscale flessibile che permetta alle Regioni di autofinanziarsi con il potere impositivo, potere-dovere, che è stato tolto nel 1971-73 dalla legge Vicentini, drammatica perché ha separato quello che spendono gli enti locali da quello che incassa lo Stato, concentrando nello Stato il potere fiscale. Bisogna riunirli i due poteri, altrimenti uno spende e deve pagare l’altro, e prima o dopo qualcuno…».
Su questo si spaventa la sinistra: il fatto che le tasse rimangano sul territorio. Però c’è una notizia: i deputati regionali della Sicilia hanno chiesto e hanno ottenuto, la Camera l’ha già approvato, di avere le proprie tasse sul proprio territorio. Lo sapeva?
«Sì, la Sicilia è un caso particolare, perché lo statuto della Sicilia è stato fatto temporalmente prima della Costituzione della Repubblica italiana. Lì poi è avvenuto lo scambio di sussidio contro sovranità: voi chiedete la vostra sovranità e noi vi diamo il sussidio. Però oggi, non solo per la Sicilia ma per tutto il Sud, vale un principio: il mondo sta cambiando, l’Europa va verso Est, i suoi fondi strutturali pure, la torta del Nord è più piccola di prima, quindi si riduce il sussidio. Il Sud ha bisogno di rivendicare una parte della propria sovranità per salvare quello che ha costruito dal dopoguerra in poi, altrimenti davvero morirebbe ammanettato. Quindi è in atto un processo di cambiamento e oggi lo vuole non solo il Nord, che è un gigante economico e un nano politico che deve contare di più, ma anche il Sud che è davanti a una nuova realtà per cui ha bisogno di sovranità, di poter decidere a casa sua del suo destino».
Anche la scuola? Anche i programmi scolastici saranno decisi in casa propria?
«I programmi scolastici li fa lo Stato. Però lasciamo una piccola quota alla Regione».
Di questa piccola quota che cosa succederà? Si insegneranno le poesie del Porta a Milano e quelle del Belli a Roma?
«La Regione sceglierà quello che vuole. Facciamo un esempio: in Veneto lei sa bene che parlano solo veneto, raramente parlano “normalmente”. Quindi non riesco a capire dov’è il problema nell’ammettere che l’unità nasce dalla diversità».
Ecco, ma lei che cosa farebbe studiare in quella piccola quota di istruzione?
«Ah, non so… Lei sa bene che il modificare la Costituzione in senso federale automaticamente non significa che ci saranno delle buone leggi, dipenderà da chi farà quelle leggii: se ci sono delle teste di legno, non faranno buone leggi. Se ci sono teste migliori faranno buone leggi. Il problema principale del federalismo è stabilire che il potere legislativo in alcune competenze va alle Regioni e che lo Stato non può “fognattare” come fa adesso».
Restiamo sulla scuola. Questo non significa che in Lombardia ci saranno solo insegnanti lombardi che insegnano la matematica lombarda e in Sicilia soltanto insegnanti siciliani che insegnano, invece, letteratura siciliana?
«Ci saranno i concorsi e tutto ciò che ad essi concerne, sarà di competenza delle singole Regioni. Però questo è già diverso perché lei, adesso, parla di organizzazione. L’organizzazione va tutta alla Regione che se la deve pagare».
Con contratti diversi?
«Sa come funziona: se paga di più lo Stato, stanno tutti nello Stato; se paga di più la Regione, sono tutti d’accordo con la Regione. Mi auguro davvero che le Regioni siano all’altezza di un ruolo fondamentale perché legato alla responsabilità. Qui o esce la responsabilità nel Paese, oppure la spesa pubblica continuerà a produrre debito pubblico e oggi non si può più: è precluso dalle leggi europee. Per forza di cose dobbiamo mettere in piedi un Paese, una classe politica responsabile del risultato».
Veniamo alla competenza sulla polizia locale. Cosa sarà questa polizia locale? Saranno i poliziotti, che adesso sono alle dipendenze dello Stato, o saranno i vigili urbani trasformati in polizia locale o sarà un’altra cosa ancora?
«Onestamente nessuno è in grado di dire quello che sarà il futuro. Oggi sappiamo che la competenza sia di polizia giudiziaria sia di ordine pubblico sono competenze esclusive dello Stato, ad eccezione della polizia amministrativa locale, che sono i vigili urbani, che possono avere le stesse competenze della polizia. Se l’amministrazione li usa, hanno il compito di polizia giudiziaria».
Lei sa che ci sono 8.000 vigili urbani in Lombardia e sono quasi quanti i carabinieri.
«Va bene. Ma il problema non è quello della Costituzione. La metto nella competenza esclusiva della Regione la polizia locale che, come vede, non è polizia amministrativa locale. Perché c’è qualcosa da far quadrare rispetto a un passato in cui c’era la polizia amministrativa locale che fa le stesse cose della polizia eccetera. Io sono convinto che ogni Regione ha le caratteristiche specifiche anche come bisogno di polizia e che importante è una specializzazione locale e regionale. Non a caso in tutti i Paesi federali ogni regione ha la propria polizia».
Le voglio leggere una cosa: «Al mantenimento dell’ordine pubblico provvede il presidente della Regione a mezzo della polizia di Stato, che dipende disciplinarmente per l’impiego e l’utilizzazione dal governo regionale. Inoltre il presidente della Regione può chiedere l’intervento delle forze armate e ha diritto di proporre la rimozione e il trasferimento dei funzionari di polizia». La conosce questa norma?
«Sì».
Questo è l’articolo 31 dello Statuto della Regione Sicilia in vigore dal 1946. Lei vuole una cosa del genere?
«Io non voglio niente. Voglio ridare certe competenze e poi la storia provvederà. La storia è una cosa seria e provvede secondo i bisogni, secondo i giudizi e le necessità che emergeranno. Lei usa ad esempio sempre la Sicilia, che è un caso particolare. Il secessionismo viene utilizzato per ottenere il federalismo, per obbligare al cambiamento quello che altrimenti non cambierebbe mai. Poi hanno scambiato la loro sovranità regionale col sussidio. Oggi quel tempo è finito, anche il Sud comincia a guardare alla necessità federalista, cioè all’avere più peso, più potere a casa sua perché il futuro non è più il sussidio. Quindi dovrà combattere, lottare per difendere quello che ha costruito, perché rischia davvero di entrare in crisi».
Ma la devolution non sarà solo una devoluzione di burocrazia?
«No, devoluzione di leggi».
Ma lo capiranno i centri decisionali?
«Queste sono le stupidaggini che dice Confindustria sul Sole 24 Ore, che parla di costi di transizione, per passare da un sistema all’altro, quindi personale nuovo, la burocrazia. Sono scuse. Oppure altre cose che sono, come diceva lei, i costi di duplicazione. Addirittura costi di responsabilità, perché il cittadino è più vicino al politico e, quindi, lo obbligherà a fare le leggi per lui. La storia dimostra il contrario: dimostra che prima, per prendere i voti, non dovevi spendere quando erano i Comuni che avevano la possibilità, con la tassa di famiglia, avevano il potere impositivo. Adesso uno dice: se uniamo a chi spende l’obbligo di coprire le spese, articolo 81 della Costituzione tra l’altro, ebbene il rischio è gravissimo. No, il rischio è che si spenda meno».
Perché, per spiegare una cosa così semplice, usate una parola inglese così difficile?
«Ma perché i processi storici ormai non sono più solo localistici. In Inghilterra si è dato il via alla devoluzione. L’avvento della sinistra ha dato per devoluzione molti poteri a Scozia e Galles».
Mi dica la verità: lei alla secessione non ci pensa più?
«La secessione parte subito come un meccanismo che era in noi come concetto…».
La sogna ancora oppure no?
«No. La secessione… Lei veda me, espressione del Nord che ha certi bisogni. Vedo un gigante economico e un nano politico. Pensai, fin da quando nacque la Lega, al malumore, la separatezza che c’è nel Nord. Il Nord quando pensa a Roma, dice: va be’, lavoriamo, lasciam perdere».
Lei, però, non mi risponde: sì o no?
«Voglio risponderle. Perché lei ne fa un problema personale e invece è un problema della realtà del Nord che ha sempre pensato ai fatti suoi: ha fatto l’Italia e poi si è ritirato a pensare alle fabbriche».
Sì o no?
«No, se viene il federalismo. Il Nord vuole la politica e vuole contare politicamente. Se viene il federalismo automaticamente il gigante economico diventa anche qualcosa che conta a livello politico».
Va bene: se viene il federalismo, non ci sarà la secessione.
«C’è un meccanismo di quel tipo perché viene assorbito dal federalismo».
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Annalisa Imparato (Imagoeconomica)
Il sostituto procuratore per il Sì alla riforma Annalisa Imparato: «La storia ci insegna che spesso le decisioni vengono prese in base all’appartenenza alle correnti. Negli ultimi mesi abbiamo notato un aumento di interesse nei cittadini: hanno colto la necessità di un cambiamento».
Annalisa Imparato, sostituto procuratore a Santa Maria Capua Vetere, è una delle testimonial più brillanti della campagna per il Sì alla riforma Nordio. I lettori della Verità l’hanno letta su queste colonne il 1° marzo scorso. Il pubblico televisivo l’ha conosciuta qualche giorno fa nello studio di Cinque minuti di Bruno Vespa durante il confronto con il pm della Procura di Patti, Andrea Apollonio. Prima che si presentasse Apollonio avevano dato forfait Silvia Albano, la presidente di Magistratura democratica che boccia sistematicamente i trattenimenti dei clandestini nel Cpr in Albania, e Giovanni Salvi, ex procuratore di Cassazione ed ex membro del Csm.
Annalisa Imparato, lei è la «spaventa magistrati del No»?
«È una domanda che mi fa sorridere. Certamente mi sono molto esposta perché questa riforma garantisce una giustizia più trasparente per i cittadini».
Perché magistrati come Silvia Albano e Giovanni Salvi la evitano?
«Forse, ma è una mia idea, hanno preferito dare priorità ai sondaggi. Cioè, hanno scelto di non presentarsi per evitare eventuali cali di gradimento piuttosto che provare a spiegare le ragioni delle loro posizioni. Mi dispiace perché ritengo arricchente il confronto anche con colleghi che hanno posizioni diverse dalle mie e con i quali ci scambiamo quotidianamente idee e valutazioni. Esiste una magistratura ponderata e moderata da ambedue le parti, ma non sempre prevale».
Che cosa teme chi evita di confrontarsi con lei?
«La verità, credo. Sono riemersi fatti sui quali non è stata fatta abbastanza luce e che evidenziano il rapporto scorretto tra magistratura e correnti politicizzate».
Il famoso «sistema Palamara»?
«Chiamiamolo così. Per me Palamara è stato il primo pentito della magistratura. La paura è far riemergere quei fatti, trovandosi poi costretti a ridurre certe sacche di potere».
Il sistema Palamara è ancora attivo?
«Gli ultimi due anni lo dimostrano. È divertente notare come alcuni importanti magistrati, ora testimonial del No al referendum, abbiano completamente cambiato idea sul sorteggio e la politicizzazione delle correnti. Ci sono procuratori capo che due anni fa definivano le correnti il male assoluto o che parlavano di “sistema paramafioso”, un termine che non condivido, e ora hanno cambiato radicalmente posizione».
Si sono ravveduti senza una giustificazione tecnica: il motivo di questa conversione può essere politico?
«La polarizzazione del referendum è la chiave giusta per cogliere le ragioni di certe conversioni. Questa polarizzazione ha avuto un impatto devastante sull’opinione pubblica perché i toni utilizzati hanno ulteriormente allontanato i cittadini dai magistrati. In alcune situazioni abbiamo visto un certo delirio di onnipotenza».
Perché secondo lei il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il pm anche lui a Napoli Henry John Woodcock e l’ex pm antimafia Nino Di Matteo hanno cambiato posizione rispetto a qualche anno fa?
«Evidentemente c’era del malcontento, qualcuno è rimasto insoddisfatto. E così si è fatta strada una sorta di… come potremmo definirla… disforia professionale».
Che cosa intende dire?
«Che ora, in questo preciso momento storico, si percepiscono diversamente da come si percepivano qualche anno fa».
È vero, come ha scritto, che alcuni magistrati trattano promozioni, carriere e favori adottando comportamenti simili a quelli che perseguono nei politici o negli imprenditori?
«È la storia dal 2019 in poi. Una storia di spartizioni e di nomine avvenute con l’intervento delle correnti. Esistono numerose indagini comprovate da fatti documentali».
Alcuni magistrati adottano comportamenti che invece perseguono nei politici e negli imprenditori?
«Comportamenti simili a quelli che possono avvenire a margine di un concorso universitario. Raccomandazioni, sponsorizzazioni, favori».
Il reato sarebbe traffico di influenze illecite?
«Sì, l’abuso d’ufficio non è più reato. Palamara è stato perseguito proprio per traffico di influenze illecite. Un soggetto che agisce in cambio di un vantaggio adotta una condotta impropria».
Un magistrato si comporta così perché ritiene di averne diritto o perché si considera intoccabile?
«Nella scelta dei ruoli apicali i criteri dovrebbero essere il merito e l’anzianità. Ma la storia degli ultimi anni ci ha dimostrato che spesso le decisioni erano orientate dall’appartenenza alle correnti».
E oggi si teme che il sorteggio dei Csm scardini il sistema?
«Il sorteggio elimina, sia nel Csm che nell’Alta corte disciplinare, il rischio che il giudice non sia quello naturale, ma scelto per la tessera di corrente. Il sorteggio è il meccanismo democratico per eccellenza».
Già adottato in molte situazioni che riguardano la magistratura e il Tribunale dei ministri.
«Vale per la commissione concorsi e per le nomine apicali negli organi direttivi e semidirettivi dei magistrati. Ricorre in tutta la nostra carriera. Perché il livello qualitativo e professionale dei magistrati è molto elevato».
Ma non tutti hanno diritto di accesso al sorteggio.
«A quello per il Csm bisognerà avere 12 anni di anzianità. È un sorteggio qualificato».
Anche a lei è capitato di imbattersi nel cosiddetto sistema?
«Ho avuto un approccio lampo a una corrente. Per una curiosità di giovane magistrato mi sono avvicinata, immaginando che fosse un’occasione di confronto tecnico e del tutto estraneo a componenti ideologiche. Invece, ho scoperto che non era così e ho deciso di allontanarmi».
Questo che cos’ha comportato?
«Ho sempre espresso il mio pensiero liberamente e quando ho deciso di schierarmi pubblicamente per il referendum l’ho fatto per un senso di responsabilità nei confronti dei cittadini e della magistratura. Oggi non concordo con chi, da una parte e dall’altra, ha scelto di nascondersi».
È vero che ha avuto anche consulenze governative?
«C’è chi scrive che la destra mi voleva “stipendiare”, ma è una macchinazione per delegittimarmi. Siccome sono stata consulente part-time e a titolo gratuito della Commissione parlamentare sulle ecomafie, mi era stata proposta la nomina come consulente giuridica del Comitato per la legislazione del Senato».
Di che organismo si tratta?
«È un organo costituzionale eminentemente tecnico e non politico, perciò né di destra né di sinistra, che valuta la congruità dei testi legislativi. Non a caso la sua presidenza cambia ogni anno tra maggioranza e opposizione. Comunque, il Csm non ha autorizzato l’incarico perché avrebbe minato la mia imparzialità. E questa è la prova evidente che non sono una donna di corrente».
L’argomento principale del fronte del No è che la riforma assoggetta la magistratura alla politica, vero o falso?
«Il testo riformato dell’articolo 104 della Costituzione prevede l’indipendenza e l’autonomia sia della magistratura giudicante che della magistratura requirente. Non c’è nessuna possibilità di sottomissione del pm al potere esecutivo».
Nei due Csm presieduti dal Capo dello Stato ci sarebbero sempre due terzi di magistrati e un terzo di laici, nell’Alta corte i magistrati sarebbero il 66%, un’altra parte verrebbe scelta col sorteggio in una platea disposta dal Parlamento, non dal governo, e l’ultima parte dal Capo dello Stato.
«Le opposizioni interpretano questa riforma insieme a quella che, secondo loro, ha indebolito la Corte dei conti e a quella che ha cancellato l’abuso d’ufficio. Quindi anche questa riforma sarebbe volta a indebolire la magistratura. Ma è un’assoluta bugia perché i membri togati verranno scelti con un sorteggio qualificato, mentre i laici saranno scelti in un panel di professori di materie giuridiche e avvocati dal Parlamento. E saranno, quindi, espressione sia della maggioranza che dell’opposizione. È una critica del tutto infondata».
Che proviene dal M5s e dal Pd che hanno diversi ex magistrati nelle loro file.
«Tra un anno si vota. Se fosse vero che la riforma porta il pm sotto il controllo della politica, l’attuale maggioranza varerebbe una legge che la esporrebbe alla possibilità che tra un anno la sinistra orienti la magistratura ancora più di adesso. Mi sembra una follia».
È vero che la riforma Nordio non ha effetti sulla vita dei cittadini?
«Magistrati indipendenti dalle influenze politiche saranno più attenti e diligenti perché consapevoli che all’errore può corrispondere un’adeguata sanzione disciplinare».
Eventualità attualmente remota. È per questo che per l’Anm l’Alta corte disciplinare è un tabù?
«Invece è un passo importante nel miglioramento del funzionamento della giustizia perché aumenterà la qualità delle indagini. Ci sarà maggiore cura e maggiore responsabilizzazione del magistrato a causa dell’introduzione della verifica disciplinare. Anche in questo caso si rompe il rapporto di protezione tra il magistrato e la corrente di riferimento».
Lei è mai stata al Palazzo di giustizia di Roma in Piazza Cavour, il cosiddetto Palazzaccio, dove ha sede la Corte di Cassazione?
«L’ho visitato da studentessa».
Da quello che ha rivelato Ermes Antonucci sul Foglio potrebbe essere una visita istruttiva: il sistema ha anche un curioso risvolto immobiliare?
«Le sedi istituzionali dovrebbero essere neutre e neutrali. Quello che ha scritto Antonucci dovrebbe avere grande risonanza perché in quel Palazzo ci sono il Comitato per il No, l’Anm, l’Associazione europea e anche quella mondiale dei magistrati. Tutti s trovano nel Palazzo dove ha sede un organismo che dovrebbe essere assolutamente terzo. E nessuno paga l’affitto. Le solidarietà intercontinentali corrono da una porta all’altra. Mi sembra evidente che qualcosa non funziona».
Come andrà a finire questo referendum?
«Negli ultimi giorni abbiamo registrato una crescita di attenzione dei cittadini che ora possono cogliere il senso di un cambiamento necessario. Non possiamo restare arroccati a un metodo non allineato agli altri Paesi europei. L’Italia deve progredire e completare finalmente la riforma del processo accusatorio voluta da Giuliano Vassalli».
Serve coraggio a esporsi come sta facendo, teme di doversene pentire?
«Non credo proprio. La campagna di delegittimazione di chi si è speso per il Sì, come la collega Bernadette Nicotra, sconfessata da Magistratura indipendente, e Anna Gallucci, attaccata da una parte della stampa e da molti colleghi, è stata ed è avvilente. Anziché denigrarci sui social, magistrati e giornalisti avrebbero potuto spendere quelle energie per motivare il loro sostegno al No. Il rancore e la rabbia non sono mai buoni compagni di viaggio, ancor meno lo sono per dei magistrati».
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