Mirko Frezza: «Come ex galeotto potevo fare solo il macellaio. O entrare in politica»
Un film sul golf come metafora di vita. Il tempo è ancora nostro segna l’esordio alla regia dell’attore Maurizio Matteo Merli, figlio di uno dei grandi protagonisti del poliziesco all’italiana anni Settanta, il commissario per eccellenza Maurizio Merli. A interpretarlo Mirko Frezza, che sembra anche lui uscito dalle atmosfere di quel cinema.
Ne Il tempo è ancora nostro interpreta un personaggio che sembra costruito a sua misura.
«Il personaggio, Stefano, non dico che mi rappresenta in pieno, però rappresenta il mondo da dove vengo. Maurizio mi parlava di questo film mentre lo scriveva, perciò credo che avesse già in mente me per quel ruolo».
Lei non mai avuto la passione del golf?
«Manco lontanamente. È stata una bella scoperta per me il golf, anche perché le 18 buche del film sono un percorso di vita. Il confronto del personaggio con il padre, interpretato da Andrea Roncato, mi rispecchia molto e mi ha lasciato dei punti di riflessione».
Con Il tempo è ancora nostro si trova proiettato nel mondo altolocato del golf.
«Penso che questo film abbia contribuito a sfatare il mito del golf come sport inaccessibile. Siamo stati quattro settimane a girare al Golf Club Terre dei Consoli e, ti dico la verità, segnarsi e comprare una sacca non è così più costoso di iscriversi in una palestra importante. Ho conosciuto lì persone di tutti gli strati sociali».
Dal mondo del golf proviene Ascanio Pacelli, coprotagonista del film.
«Durante le riprese Ascanio è migliorato molto. Quando ci siamo trasferiti nel campo da golf, in un ambiente che conosceva bene, si è sentito molto più sicuro. Ascanio è la persona più disciplinata del mondo ed è molto rispettoso e affabile».
Anche lei si messo a giocare a golf?
«Ci ho provato, tanto è vero che c’è un aneddoto carino. Nel film mi arrabbio con un giocatore, prendo la mazza, anzi il ferro, perché se lo chiama mazza si arrabbiano, per colpire la pallina e mandarla vicino alla buca. Mi hanno detto: “Provaci quando siamo in scena”, perché di solito un principiante la prima volta la pija, poi non la pija più, ovviamente».
Il colpo di fortuna del principiante.
«Ho detto da sborone: “Ma che state a di’?!”. Ho preso e non so dove ho mandato la palla. Tutti: “Bravo, bravo”. Poi quando siamo andati a fare la scena, non l’ho più presa. Ho colpito per terra, sono andato a vuoto, mi sono strappato! Il golf sembra una baggianata, ma c’è una tecnica, se no ti fai male. Non è il mio sport, io vengo dalla pallanuoto».
Come Nanni Moretti!
«Ho giocato per 12 anni a pallanuoto, sul Lungotevere, perché andavo a scuola al Convitto Nazionale».
Che c’entrava con il Convitto Nazionale?
«Io vengo da una scuola perbene! Ero convittore, dormivo là dentro. Ho frequentato dalla prima elementare fino alla seconda media. Mia madre mi voleva dare un’istruzione diversa di quella che si poteva avere in periferia. Io, invece, da bambino l’ho vissuta come un abbandono».
Perché è andato via in seconda media?
«Non ho finito le medie perché nel 1985 ci fu una lite: un professore diede uno schiaffo al figlio di un principe, con il quale eravamo come fratelli, per otto anni avevamo dormito vicino. Io reagii dando una sediata al professore e fummo espulsi sia io che il professore. Io ero già grosso e prendevo le difese di tutti».
Sembra l’incipit di un film dei fratelli Vanzina.
«C’era gente che veniva con l’autista, mio padre faceva il macellaro! Stavo proprio in un altro mondo, immagina Cristian De Sica quando fa finta di essere ricco, viene invitato sulla barca e arriva col calzino bucato».
Uno degli episodi di Fratelli d’Italia. Si sentiva così?
«Beh, io ero così. Durante le vacanze tornavo alla Rustica e vedevo una realtà diversa: lì si menavano, fumavano, giocavano a pallone, si scrategnavano tutti».
Dove si trovava meglio?
«Sicuramente in periferia, è più adatta a me. In periferia c’è tanta umanità: l’80% è gente che si spacca dalla mattina alla sera per sopravvivere alla giornata, non per risolvere la vita loro, perché le istituzioni sono assenti, in periferia se fanno vedere solo quando ci sono le elezioni. Questa è la realtà».
Come ne La banda del gobbo con Tomas Milian, per ricominciare è andato a lavorare al mattatoio…
«Mia moglie è rimasta incinta del terzo figlio quando avevo 42 anni e mi ha detto: “O cambi vita o io non porto avanti la gravidanza”. Avevo già due figlie. Le ho detto: “E che devo fa’ per cambià vita?”. “Devi lavora’!”. L’unico lavoro che potevano dare a un pluripregiudicato era il mattatoio. L’alternativa era la politica perché chi ha precedenti o fa il ministro o va a lavorare al mattatoio, no?».
Non è finito lì sulle orme di suo padre?
«Ci ho pensato quando lavoravo là: “Tutto quanto ritorna”. Papà mio nasceva come disossatore nel mattatoio, poi aveva aperto un paio di macellerie. Infatti mi ha detto: “Se ti avessi insegnato il mestiere, non stavi a passa’ la scopa, mo’ eri bravo a taglia’ la carne». Ma io mi ero tagliato veramente da ragazzo: tredici punti alla mano, allora mi ero tenuto alla larga».
Invece al cinema come ha cominciato?
«Un giorno ho incontrato un amico che mi ha detto: “Vuoi veni’ a lavora’ con me?”. “Dove?”. “Al cinema”. “E che vengo a fa’?”. “Il capogruppo. Devi strilla’ alla gente. Ti do 200 euro al giorno”. Sono andato a lavorare per Maurizio Cusano, che era specializzato in film americani, quindi ho partecipato a Angeli e demoni, Miracolo a Sant’Anna, Two Lives, Gangs of New York».
Era un momento d’oro per il cinema italiano.
«Un giorno stavo sul set della serie Roma, dovevo far passare delle bighe, ma c’era da spostare una macchina degli stuntmen che bloccava la strada. L’aiuto regista inglese mi strillava, ma io non capivo. “Vabbè, la sposto io ‘sta macchina”. Siccome era tutto il giorno che vedevo gli stuntmen che facevano un percorso a Cinecittà per una scena da preparare per 007, mi sono detto: “Mo’ la faccio pure io ‘sta pista”. Quando sono arrivato alla fine, mi sono incontrato davanti un omone, Gianluca Petrazzi».
Lo stuntman…
«Mi ha detto: “Ma tu chi sei?”. “Aho, non comincia’ a arrabbiarti, io dovevo sposta’ la macchina, mi sono fatto prenne dalla cosa, scusami”. “Vuoi venire a lavorare per me? Hai fatto il percorso in 40 secondi in meno dello stuntman!”. Così sono andato a lavorare con Petrazzi».
E da stuntman com’è diventato attore?
«Un giorno Petrazzi mi ha mandato sul set di Michele Soavi che girava Narcotici perché si era fatto male lo stuntman. Mi sono presentato: “Io so’ lo stuntman. Devo arriva’ co’ la macchina, prenne due botte d’entrata e mori’”. Soavi ha fatto segno di no: “E chi la fa morire una faccia così?”. Mi ha creato una parte sul momento, malgrado la serie fosse alla seconda stagione. Quando stavano finendo le riprese, mi ha detto: “Sei troppo bravo. Se firmo per una serie importante, porto pure a te, sei uno dei quattro protagonisti”. La serie era Rocco Schiavone, che mi ha portato molta fortuna».
Il film che le ha cambiato la vita è Il più grande sogno di Michele Vannucci.
«Michele era un allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia. Per diplomarsi doveva girare un cortometraggio con Alessandro Borghi, Nati per correre. Alessandro, che avevo conosciuto sul set di un film girato alla Rustica, 5 (Cinque) di Francesco Maria Dominedò, mi ha chiamato per il corto e ha raccontato a Michele la storia della mia vita e così è nato Il più grande sogno».
Nel film racconta la storia dell’associazione Casale Caletto. Quando l’ha creata?
«L’associazione già esisteva. Io sono andato lì per scontare una pena. Prima stava dentro a un garage. A un certo punto mi hanno candidato a diventare presidente del comitato. Ho vinto e ho detto: “Aho, voglio una scrivania”. Ho preso una struttura di 1.000 metri, dove oggi facciamo 1.700 pasti, 400 pacchi viveri, assistenza medica e legale. Abbiamo 22 ragazzi in affidamento ai servizi sociali».
Questo suo percorso particolare come lo vivono in famiglia?
«È stato molto emozionante quando i miei figli sono andati al cinema a vedere Il più grande sogno. Io sono rimasto fuori perché ero molto teso: “Ma non è che offendo qualcuno? Non è che adesso i miei figli vedono qualcosa che non sapevano?”. E invece quando sono usciti dalla sala, mi hanno abbracciato, come per dire: “Abbiamo capito che cosa hai passato e quello che hai fatto per noi”. Non è stato semplice uscire dall’altro mondo».
Il mondo di mezzo…
«Durante la pandemia sono rimasto senza lavorare per 26 mesi. Non avevo nemmeno il latte nel frigo. Il cinema si era bloccato. Mi sono detto: “Ma che cavolo mi ero messo in testa di fare?!”. A quarant’anni avevo aperto il mio primo conto in banca, avevo un mutuo, pagavo le tasse, c’era tutto un mondo diverso attorno a me. In quel momento di difficoltà mi hanno aiutato gli amici di un tempo: “Te li prestamo noi i soldi. Mirko, non torna’ indietro. Ti sei fatto un mazzo per cambiare e ora vuoi torna’ indietro?”. Ho ricominciato con un piccolo film horror, Tenebra di Antonello De Leo, e mi sono messo a fare anche il direttore di produzione per avere un paracadute. Da allora non mi sono più fermato. Se imparavo l’inglese, forse qualcosa in più potevo fare co’ ‘sta faccia».
Continua a frequentare i suoi compagni d’avventure dell’altra vita?
«Sempre, non li scordo mai. Sono i miei primi sostenitori, i miei primi fan, si atteggiano. Qualcuno sta pagando delle pene importanti e quando posso li aiuto. Certo, oggi li comprendo di meno quando parliamo di alcune cose, però ho capito perché: loro vivono ancora con l’orgoglio, che, come dice Vasco Rossi, “fa più morti del petrolio”. Io l’orgoglio l’ho proprio cancellato, non so manco più cosa sia. L’amore di mia moglie mi ha trascinato a poco a poco fuori da quel micromondo, dandomi una seconda possibilità. Mi sono trasformato perché ho visto che c’era qualcuno che mi voleva bene e al terzo figlio mi sono accorto de esse padre».







