Andrea Tosatto analizza il doppio pesismo del sistema culturale italiano e il caso di Enrico Ruggeri a Codogno dimostra una realtà amara: la caccia alle streghe non è mai finita. Se sei un artista e ti uniformi alla narrazione di volta in volta imposta dal potere vieni applaudito e coccolato dal sistema ma se provi ad avere "spina dorsale", se esprimi dubbi legittimi o mostri onestà intellettuale, scatta immediatamente il veto politico. Arrivano le richieste di cancellazione, i boicottaggi nei teatri e il linciaggio mediatico.
Nel riquadro la psicoterapeuta Sandra Sassaroli (iStock)
La psicoterapeuta Sandra Sassaroli: «Molti ragazzini mi ripetono: “Questo per me è troppo”. Ma noi siamo fatti per affrontare tutto. L’errore nasce dalla iperprotezione dei figli: dopo i 14 anni vanno lasciati in pace».
Se dovessimo indicare una parola rappresentativa della civiltà occidentale odierna probabilmente dovremmo scegliere il termine trauma. Viviamo in un tempo di minoranze che si dichiarano oppresse e che chiedono risarcimenti e compensazioni per i traumi subiti. È tendenza diffusa specie fra le giovani generazioni esibire i traumi quasi fossero una questione identitaria.
Non c’è Vip che non ami esibire le proprie ferite in interviste accorate. Il trauma è il nuovo feticcio d’Occidente. E le conseguenze sono evidenti: la fragilità si diffonde perché il trauma può diventare una prigione. Affrontarlo e superarlo tuttavia è possibile, come spiega Il trauma non è un destino (Vallardi), nuovo libro di Sandra Sassaroli.
Psichiatra e psicoterapeuta, Sassaroli ha fondato le scuole di psicoterapia Studi Cognitivi e il servizio inTherapy, è docente universitaria, ed è stata tra le prime a portare in Italia la terapia cognitivo-comportamentale. «Il trauma è la letteratura del Novecento, è tutto il cinema in cui troviamo eventi psicologici... I traumi sono tanti, c’è un trauma grave, un evento improvviso come un terremoto ad esempio. Sono a casa tranquilla a pranzo o a cena e improvvisamente mi cade la casa: ecco, questo è un trauma acuto e recente. Poi esistono tutti i traumi dell’attaccamento, che riguardano cioè la nostra storia evolutiva: quando c’è mancanza di cura, quando c’è minaccia, quando ci sono botte o gravi trascuratezze... Esistono eventi gravi nelle nostre vite, in fasi diverse, che ci lasciano qualcosa. Ci danneggiano nella nostra evoluzione e nelle nostre capacità di affrontare il mondo. Però è vero che oggi c’è un’esasperazione di questi aspetti, quindi ho voluto rimarcare il fatto che noi - essendo uomini e donne su questa terra da milioni di anni - siamo sempre stati adatti ad affrontare gli intoppi della nostra esistenza».
Perché altrimenti quello che mi sembra che stia avvenendo in questi anni, qualcuno ci ha anche scritto dei pamphlet un po’ urticanti, è che il trauma diventa poi come un enorme alibi: io non sono in grado di vivere pienamente perché sono traumatizzato e quindi mi nascondo dietro questo mio dolore o questa difficoltà che ho avuto in passato per giustificare tutta una serie di comportamenti discutibili.
«Infatti cerco di stabilire anche nel libro una differenza. Esistono dei problemi antichi che vale la pena di capire e approfondire, anche se c’è poca ricerca sul fatto che l’approfondimento in sé sia curativo. Però esistono anche dei gravissimi problemi che i nostri pazienti portano quando pensano troppo a sé stessi come traumatizzati. L’esito di questa quantità di pensiero è mancanza di desiderio e di competenza nell’affrontare la realtà. Sono traumatizzato, ma il problema può essere che ci penso troppo, continuamente, o che mi blocco e uso il trauma per non affrontare dei problemi che invece dovrei essere capace di affrontare».
Ma davvero ci sono traumi che possono essere affrontati e superati?
«Provo a fare degli esempi. Se ho un trauma, esistono delle tecniche per affrontare questi aspetti antichi della mia storia evolutiva. Questo è un pezzo della terapia, però non è l’unica terapia possibile. Invece, spesso, è la cosa che ci chiedono di più i pazienti».
Insomma insistono troppo sul trauma passato...
«Sì. Poi esistono persone che non imparano nelle loro famiglie a gestire le emozioni in un modo utile ed efficace. Questo accade se ho un genitore che tutte le volte che gli parlo urla e getta qualcosa contro il muro. O se il mio insegnante alle elementari perde ogni volta la pazienza e grida. Quando arriva un’emozione di dolore, di rabbia, di fastidio si può usarla meglio, esistono terapie efficaci per questo tipo di problemi. Ad esempio la Dbt (Dialectical Behavior Therapy), una terapia di gruppo efficace».
Altri tipi di problemi?
«Esistono come dicevo quelli che ci pensano troppo. Ininterrottamente penso che non valgo niente, che sono sfortunato. Oppure mi chiedo domani come farò ad affrontare la realtà, che non me la caverò... Questo è quello che si chiama pensiero ripetitivo, che è rimuginio-ruminazione, ed è un altro tipo di sofferenza mentale. Anche qui ci sono degli interventi efficaci, che sono stati messi a punto da studiosi soprattutto inglesi. Noi qui in Italia abbiamo applicato questi metodi sui disturbi dell’alimentazione. Quando abbiamo cominciato a studiare i disturbi dell’alimentazione non c’era neanche un articolo che sostenesse che i pazienti rimuginassero. E invece pochi rimuginano quanto le pazienti con un disturbo alimentare. Si tratta di applicare a diversi tipi di domande risposte adeguate dal punto di vista clinico».
Ma quale è la soglia di dolore che ciascuno di noi può ragionevolmente sopportare? La fissazione sul trauma a cui accennavamo - che è anche sociale, culturale - può darsi che ci renda incapaci di sopportare il dolore, la pressione, la fatica? Lo vediamo in molti casi di cronaca, specialmente riguardanti gli adolescenti, a cui sembra mancare la capacità di sopportare lo stress.
«Noi siamo fatti per affrontare tutto. Uno dei problemi dei nostri pazienti è che vengono dicendo: “È troppo per me. Ho già amato, non posso più soffrire come ho sofferto in quella circostanza...”. Ma non è così, noi siamo fatti per affrontare tutto, siamo in un mondo in trasformazione, siamo dei corpi, delle menti in trasformazione. Quindi non vedo soglie. Certo però possiamo imparare ad alzare la soglia. Vedo ad esempio, quando insegno all’università, dei ragazzini molto impauriti, che ripetono “è troppo, è troppo”. Passano il tempo a fare il bilancio delle loro prestazioni... Penso che questo sia il lato negativo degli studi sull’evoluzione dei bambini di John Bowlby (fondatore della teoria dell’attaccamento, ndr) fatti nel Novecento. I bambini prima non esistevano, nei quadri erano come i cani: cani e bambini sotto il tavolo. A un certo punto nasce la letteratura di Dickens, nasce l’attenzione ai bambini. E poi arriva la ricerca che dice: guardate che i bambini trattati male soffrono e diventeranno alunni sofferenti. Oggi molti pazienti mi raccontano di genitori iperprotettivi, e l’iperprotezione è la parte negativa di una importante attenzione ai bambini».
Prima i bambini non esistevano, come suggeriva lei. Sembra invece che oggi si tenda a restare sempre bambini. E questa iperprotezione sembra non faccia altro che caricare di ansia i ragazzini. Li rende, come diceva qualcuno negli Stati Uniti, snowflakes, fiocchi di neve. Cioè inadatti a rispondere ai mutamenti della vita, esseri fragili che vanno in tilt per poco.
«Sì, li iper proteggiamo, ne facciamo uno o due massimo: prima se ne facevano dieci, era molto diverso. Li rendiamo fragili, però poi abbiamo sempre la pretesa che siano i più bravi del mondo. Le racconto un caso. Una volta ho avuto un esordio psicotico di un ragazzino con un lieve ritardo mentale che i genitori stavano mandando a studiare all’estero. È difficile per un genitore capire che un figlio può essere fragile e che deve semplicemente lasciarlo vivere. Tutti noi ci aspettiamo che questi figli saranno più bravi di noi, esploreranno più di noi, gireranno il mondo, sapranno 18 lingue... E non ci rendiamo conto che nelle famiglie c’è sempre stato quello un po’ più fragile, che esplorava di meno e che veniva amato per ciò che era e anche accettato. Quindi da un lato c’è infragilimento, dall’altro ci sono le pretese. Troppo trauma, infragilimento, pretese».
Può essere che tutto questo dipenda, come sostiene qualcuno, dalla mancanza del padre simbolico? Cioè dal difficile rapporto che abbiamo oggi con il senso del limite? Il padre è colui che fissa limiti e confini. Imparare a rispettarli significa da una parte accettare che esistano impedimenti e difficoltà che dobbiamo imparare a affrontare. Dall’altra imparare che ci sono fragilità e limitazioni che dobbiamo accettare senza esagerare appunto con le pretese.
«Tutto questo non sta più avvenendo. Faccio un esempio. Mi capita un pranzo con dei giovani. A un certo punto tutti zitti perché sta parlando un bambino di cinque anni: “Scusate Luca voleva dire una cosa...”. Ma quando mai è avvenuto qualcosa di simile? Non ho ricordi, essendo io abbastanza anziana, di me che interrompevo una conversazione degli adulti. In ogni caso io non volevo neanche essere tragica, volevo soltanto indicare un fenomeno in evoluzione che ha punti di forza - cioè il fatto che questi bambini siano molto amati - ma anche limiti, confini. Questi bambini bisognerebbe guardarli di più invece di attaccare alla loro mente le nostre pretese».
Viene anche da dire: come può essere libero un figlio se lo si carica di tante aspettative?
«Appunto. Vedo dei genitori anziani, di ragazzi di 25 anni, che ancora li vogliono consigliare, guidare... Ciò che sostengo, in modo provocatorio, è che quando i nostri figli arrivano a 14 anni, quello che dovevamo fare con loro di buono l’abbiamo fatto. Da quel momento in poi dobbiamo essere delle amorose orecchie per ascoltarli se ci chiamano. Ma ora vedo delle pretese di educazione, di spinta, di investimento che secondo me diventano un ostacolo all’ascolto. Insomma i figli ogni tanto bisogna lasciarli un po’ in pace».
Sembra però che queste contraddizioni riguardino anche gli adulti. Oggi molti sostengono che da un lato siamo tutti molto fragili, dall’altro però esiste troppa competizione.
«Sinceramente io penso che si competa moltissimo in astratto. Cioè rimuginando, guardando il futuro pieni di dubbi... Forse è tutto molto più semplice».
Cioè?
«Mettiamo che io e lei stiamo guardando due giocatori di tennis. Guardiamo, guardiamo, immaginiamo, rimuginiamo... Poi però uno di noi dice: senti, andiamo a berci una birra. Li lasciamo giocare e ci tuffiamo nella realtà concreta. Pensare meno, pensare meglio. Impariamo a fare di più e a pensare di meno, no? Mettiamo le nostre mani nella realtà e facendo impariamo. In fondo se guardiamo anche i nostri piccoli percorsi professionali, spesso le scelte sono avvenute per caso, quando facevamo veramente le cose, non quando le immaginavamo grandiosamente».
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Il fumettista Max Bunker, pseudonimo di Luciano Secchi, in una foto degli anni Settanta. Nel riquadro il figlio Riccardo
L’autore, figlio di Max Bunker: «Tornano il negozio di fiori, i pochi soldi, la critica sociale. La mia collaborazione col “nemico” Sergio Bonelli non fu mai un problema in famiglia».
Riccardo Secchi, il nuovo numero di Alan Ford, ora in edicola, è il primo da te sceneggiato dopo 680 consecutivi (probabilmente un record mondiale) scritti da tuo padre Luciano, alias Max Bunker, classe 1939. Perché il titolo dell’episodio è «Ritorno alle origini»?
«Era necessario indicare subito e in modo chiaro ai lettori la direzione che s’intende prendere con questa nuova fase del personaggio: si tornerà al nucleo iniziale del Gruppo TNT riportandolo progressivamente al negozio di fiori e alle tipiche condizioni di poca disponibilità economica. Ci saranno due storie per così dire di transizione, poi si procederà con una serie di avventure che intendono recuperare lo spirito dei primi tempi, critica sociale compresa, che ritengo sia una delle anime costitutive della serie».
Quando tuo padre ha mandato in edicola il primo numero di Alan Ford, disegnato da Magnus (nome d’arte di Roberto Raviola), era il maggio del 1969. Tu avevi sette anni.
«Francamente non ho ricordi particolari riguardo all’uscita di Alan Ford, ero ancora molto piccolo e di certo non è un fumetto per bambini. L’ho recuperato qualche anno dopo, diciamo da adolescente, ma quando uscì per me era un altro fumetto scritto da mio padre, da mettere insieme a quelli che aveva già creato: Maschera Nera, Kriminal, Satanik… Che comunque mi erano proibiti. Diciamo che allora non ero un lettore dei fumetti scritti da Max Bunker».
Il quale, però, ne produceva a getto continuo.
«Andava in redazione tutti i giorni ma ho comunque l’immagine di lui a casa che scrive con la sua Olivetti rossa mentre ascolta musica con la cuffia: principalmente Burt Bacharach, Elvis Presley e Frankie Laine».
È stato tuo padre a chiederti di raccogliere il suo testimone o ti sei proposto tu?
«È stato mio padre, io non ci pensavo proprio».
Le storie da te scritte avranno la sua supervisione?
«Quando Max Bunker mi ha chiesto se volevo occuparmi di Alan Ford mi sono preso qualche giorno di riflessione. Poi gli ho sottoposto l’idea dei due numeri “di passaggio” per riportare i personaggi al loro stato originario, con i relativi soggetti. Ho scritto anche qualche spunto di eventuali storie future e fortunatamente è andato tutto bene. Mio padre ha letto la prima sceneggiatura e l’ha approvata, dopodiché non ha più voluto visionare niente dicendo che preferisce leggere gli albi quando saranno stampati. Quindi sì, sono totalmente libero nei temi delle storie e nelle modalità di raccontarle. Ciò che leggerete è esattamente quello che ritengo debba essere Alan Ford oggi, il che significa che non ci sono scusanti».
Sul finire degli anni Settanta, nel programma di Rai 2 SuperGulp! Fumetti in Tv, andava in onda addirittura una versione «animata» di Alan Ford.
«La vedevo, certamente, come tutti i miei compagni di classe. Però più di Alan mi piaceva Nick Carter di Bonvi, con l’indimenticabile nemico Stanislao Moulinsky!».
Ma Alan Ford lo hai letto sempre?
«Come dicevo, ho iniziato a leggerlo da ragazzino recuperando le prime annate e poi proseguendo con continuità, specie lavorando in redazione e seguendone la realizzazione. Quando ho iniziato la carriera di sceneggiatore ho diradato un po’, ma qualche numero all’anno l’ho sempre letto».
Da chi è formato lo staff grafico di Alan Ford attualmente?
«In ordine alfabetico, ci sono Luka Bonardi, Alfredo Boschini, Luca Esposito e Daniele Tomasi, a cui va il merito di avere garantito negli ultimi anni continuità a una testata con una caratterizzazione grafica così particolare. Tuttavia stiamo testando anche nuovi disegnatori e, se tutto va bene, già entro l’anno potremmo vedere su Alan anche qualche mano nuova».
Il modello stilistico sarà sempre Magnus?
«Il riferimento base non può che essere Magnus, diciamo quello dei primi cinquanta numeri. Non è mai stato facile trovare disegnatori per Alan, Magnus è stato un disegnatore unico e irripetibile, ma la storia della testata va molto oltre i famigerati primi 75 numeri, quelli firmati Magnus & Bunker, che per alcuni sono l’unico vero Alan Ford. Ritengo che non sia così, ci sono stati periodi di grande qualità anche con altri disegnatori».
Qual è oggi la composizione del pubblico di Alan Ford?
«Di base c’è una fascia di lettori storici e molto fedeli, uno zoccolo duro come si dice, ma mi sono arrivati feedback anche da lettori decisamente più giovani che hanno conosciuto Alan molti anni dopo la sua uscita e per vie diverse. Vedremo se il nuovo corso riuscirà a intercettare altro pubblico».
Preferenze tra i personaggi del Gruppo Tnt?
«Alan Ford è una serie corale, e forse più che i singoli elementi a funzionare davvero è la loro interazione. Non posso nascondere però una simpatia per il Conte Oliver, uomo dalle mille risorse, e per lo stesso Alan, che i primi anni esprimeva sempre un’ingenuità istintiva che si contrapponeva alla violenta furbizia e spregiudicatezza del mondo intorno a lui».
E in generale tra i personaggi ideati da tuo padre quali ti piacciono?
«Max Bunker ha creato diversi personaggi divenuti storici. Escludendo Alan Ford, quello che ritengo ancora uno dei più moderni è Satanik, uscito nel 1964. È un personaggio che coglie la trasformazione del femminile di quel periodo storico, accelerata dal boom economico, e la ripropone in chiave nera ed erotica, con riferimenti all’horror e all’occultismo. È stata la capostipite di tutte le eroine sexy e secondo me la sua influenza è arrivata fino a Dylan Dog».
Qualità che apprezzi in tuo padre come scrittore di fumetti?
«Ha portato concetti moderni nella scrittura per il fumetto. Il primo grande successo fu Kriminal, nel 1964, che nasceva dall’esperienza di Diabolik di due anni prima, ma subito si è posto oltre estremizzando il sesso e la violenza, con tanto di numeri sequestrati e denunce. Già allora si vedeva una narrazione più asciutta, veloce, incisiva e meno didascalica di quella classica da fumetto. L’acme è proprio Alan Ford, un fumetto che non ha precedenti e neppure epigoni: corale, declinato in tanti generi e con una precisa visione antropologica ed esistenziale. È un progetto molto sofisticato, me ne sono accorto meglio studiandolo e smontandone delle storie per cercare di penetrare ancora di più all’interno della serie».
Tuo padre è un uomo dalla forte personalità, oltre a essere un autore acclamato da decenni: questo non ti ha mai scoraggiato dall’intraprendere la sua stessa carriera? Non hai avvertito il peso del confronto?
«La descrizione che fai di mio padre si attaglia a tutti gli editori importanti che ho conosciuto. C’è molta retorica in questo senso. E comunque no, non ho mai pensato al confronto: sentivo di avere delle storie da raccontare, cosa che ho cercato di fare al mio meglio. Direi che sono stato fortunato, dato che ho potuto farlo con i maggiori editori».
Bunker ha più volte dichiarato di stimare Gian Luigi Bonelli, il creatore di Tex, ma di non avere una grande opinione del figlio Sergio, ideatore di Zagor e di Mister No e, soprattutto, editore di enorme successo: come reagì quando tu iniziasti a collaborare proprio con la Bonelli?
«La rivalità tra Bonelli e mio padre non mi ha mai interessato e l’ho sempre lasciata a loro. Se proprio devo dire qualcosa al riguardo direi che all’origine c’è probabilmente il fatto che hanno un carattere in realtà molto simile. Sergio Bonelli rimane comunque l’editore che mi ha permesso di provare a scrivere fumetti professionalmente, cosa che sono riuscito a fare grazie ad Antonio Serra, editor di Nathan Never, che ha creduto in me prima che ci credessi io. Per quanto riguarda il fatto di lavorare per il “nemico” Bonelli, mio padre non mi ha mai detto nulla. C’è tanta letteratura anche intorno alla “terribile” figura di Max Bunker…».
Insomma la prese bene?
«Quando ho deciso di dedicarmi alla scrittura ho lasciato la redazione e mi sono dato da fare per trovare delle valide collaborazioni. Ovviamente mio padre non c’entrava nulla con le mie scelte, a partire da quella verso Sergio Bonelli. Secondo me la mia collaborazione imbarazzava di più lui, Bonelli intendo».
Il futuro del fumetto in Italia?
«Non sono pessimista sul fumetto in sé. L’Italia è un Paese in cui si sono letti sempre molti fumetti e si continua a farlo. In certi ambiti come manga, graphic novel, libreria, festival, credo abbia anche guadagnato spazio e riconoscimento. Però è entrato in crisi il modello che aveva sostenuto il fumetto popolare italiano: l’edicola, la serialità economica, l’incontro casuale con il lettore. Alan Ford nasceva dentro quel sistema. Oggi la sfida è trovare nuovi canali senza perdere quella forza popolare: la capacità di arrivare a lettori diversi, non solo agli appassionati già formati».
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Il nuovo sindaco di Reggio Calabria Francesco Cannizzaro (Imagoeconomica)
Il neosindaco di Reggio Calabria Francesco Cannizzaro: «Voglio un casinò, una cabinovia e il Ponte sullo Stretto. Mi hanno massacrato perché ho invocato la Madonna. Il congiuntivo sbagliato? Un falso».
«Fidatevi di me. Reggio Calabria diventerà la Montecarlo del Sud». Alla fine, forse anche grazie a un aiuto ultraterreno, Francesco «Ciccio» Cannizzaro ha trionfato a valanga, doppiando gli avversari e strappando la città al centrosinistra dopo 12 anni. E la campagna social che puntava a raffigurarlo come un emulo di Cetto La Qualunque (il burbero personaggio di Antonio Albanese) anziché ostacolarlo, gli ha tirato la volata.
Signor sindaco, come si sente?
«Felice. Mi aspettavo di vincere ma non in maniera così imponente. Questo consenso mi entusiasma e mi riempie di responsabilità».
Si offeso per il paragone con Cetto La Qualunque?
«Solita storia. Quando non sanno a cosa appigliarsi per controbattere, quelli della sinistra denigrano. Sono fatti così. Hanno estrapolato una frase di un comizio per attaccarmi, ho le spalle molto larghe e ci rido sopra».
Per la cronaca, la frase circolata su internet oggetto della polemica è stata questa: «Vi prometto che Reggio, con l’aiuto di Dio e della Madonna della Consolazione risorgerà!».
«Per quella frase è successo un manicomio, tutta una trappola mediatica orchestrata dal Pd locale, poi rimbalzata sulle testate nazionali, ma non capisco cosa ci sia di male. Non ho mica invocato Satana».
Da dove è scaturito il riferimento?
«Era un comizio molto appassionato, ho parlato 50 minuti a braccio. Ho invocato la Madonna, che è la patrona di Reggio Calabria, alla quale tutta la città si unisce e affida le paure, i problemi e le speranze».
Dunque le punzecchiature non la sfiorano?
«Sono un cattolico cristiano, credente assoluto. Anche nell’esercizio delle funzioni da primo cittadino di questa città, tutti i giorni chiederò alla Madonna della Consolazione di guidare i nostri percorsi amministrativi, e di assisterci come classe dirigente che determinano la vita di questa città».
Perché se l’è presa con Bonelli dei Verdi?
«No, è Bonelli che ha attaccato me. Ha detto che devo imparare l’italiano, mi ha accusato di aver sbagliato un congiuntivo. Anzi, approfitto di questa intervista per ristabilire la verità: non ho fatto nessun errore.
La frase «incriminata» sarebbe questa: «Mi candido a scrivere la storia insieme a voi e a diventare il miglior sindaco che la città di Reggio Calabria abbi mai avuto».
«Avevo alle spalle un’ora di comizio. A un certo punto mi si è asciugata la bocca. E invece di dire “abbia”, mi è uscito “abbi”. Ho tralasciato una vocale perché non avevo più saliva, ma il congiuntivo non lo sbaglio mai, la stessa affermazione l’ho utilizzata decine e decine di volte, mai sbagliato prima di allora, anche qui hanno estrapolato il video per tentare di denigrare, i soliti piddini, ci ho riso sopra».
Un inciampo può capitare. Luigi Di Maio ci ha costruito una carriera.
«Insisto, non è stato un errore di grammatica. E ho voluto evitare di ridicolizzare Bonelli. Ho fatto una piccola ricerca sulle sue dichiarazioni passate, e ho scoperto che ha detto molto di peggio. Non dovrebbe nemmeno sedersi in Parlamento».
Mettiamo da parte il congiuntivo e decliniamo al futuro. Adesso cosa farà?
«Adesso, con questi numeri, bisogna assumersi delle responsabilità. Farò di tutto per non deludere il popolo reggino».
A chi dedica questa vittoria?
«A due grandi amici che non ci sono più. Iole Santelli, già presidente di questa Regione, e Maurizio Dettore, mio amico e collega parlamentare, morto improvvisamente mentre svolgeva il ruolo di Garante nazionale dei detenuti».
È vero che sua madre non voleva che lei si candidasse?
«Diciamo che era un po’ titubante. Mi diceva: sei a Roma, magari in futuro potresti andare al governo, e Reggio è una città complessa, ma come sempre ha sostenuto anche questa scelta, così come tutti i membri della mia famiglia».
E lei cosa ha risposto?
«Ho detto a mia mamma che, anche da sindaco, andrò a pranzo a casa sua tutti i giorni. L’ho resa felice».
Una lista, la sua, con numerosi partiti. Lei lo ha chiamato «laboratorio politico del centrodestra». Cosa intende?
«Abbiamo portato alla vittoria l’impianto tradizionale del centrodestra, rafforzato da tanti contenitori civici. È stato un esperimento di successo».
Azione ha appoggiato la sua candidatura, ma Carlo Calenda ha preso le distanze dopo il voto: «Cannizzaro? Imbarazzante? Ho lasciato scegliere il partito locale senza conoscerlo. Non succederà più». Cosa pensa di questo dietrofront fuori tempo?
«Non me ne frega nulla di Calenda, lo scriva pure. Anche se certe dichiarazioni lasciano sbalorditi. Calenda deve prima fare pace con sé stesso e poi chiarire (se ci riesce) con il suo partito, che nonostante sia così piccolo si contraddice da solo».
Che rapporto ha con Roberto Occhiuto, il «rivale» calabrese di Tajani.
«Roberto è un amico fraterno, è il
miglior presidente che la Calabria abbia mai avuto, non è assolutamente il rivale di nessuno e un uomo libero che da dirigente nazionale vuole un partito sempre più aperto e liberale. Tajani è sulla stessa linea. Il dibattito interno c’è, ma è sereno e tranquillo e costruttivo».
Si aspetta un ringiovanimento della leadership in Forza Italia?
«Mi aspetto un partito che cresca nei numeri, nel nome di chi l’ha creato, Silvio Berlusconi. E anche da questo punto di vista, la Calabria sarà un modello organizzativo anche per il resto del Paese».
Cosa intende quando promette di fare di Reggio Calabria «un brand»?
«Lancerò il marchio “Made in Reggio”, che racchiuderà tutte le eccellenze di questa magnifica città. Penso soprattutto all’agroalimentare, ai prodotti che ci rendono famosi ovunque. Lo sa che il gelato di Reggio è stato giudicato il più buono del mondo? Voglio fare di questa città la capitale mondiale del gelato, per rilanciare cultura e turismo».
Slogan?
«Reggio Calabria diventerà la Montecarlo del Sud. Uno slogan che ho lanciato oramai da molto tempo e il bravo Vincenzo De Luca ha cercato di fregarmi per la sua Salerno, ma l’ho detto prima io per la mia Reggio».
Compresi i casinò?
«Se la legge italiana lo consente, perché no? Sarebbe un’attrattiva importante per un turismo più ricco».
Ha fatto molto parlare l’inno della sua campagna elettorale: «Adesso Reggio, Reggio Calabria/ Senti il cuore che batte più su, più su/ Questa notte diventa luce vera, questa città non è più prigioniera». Anche questa è farina del suo sacco?
«È bellissimo, abbiamo fatto un grande lavoro di squadra. Lo cantano anche i bambini. Ma non è un inno a Cannizzaro, è la canzone della città, anche perché non contiene riferimenti politici».
È stato accusato di sognare una cabinovia immaginaria all’interno della città che collega il mare alla collina.
«E guardi che la faremo davvero. Reggio si trova nel cuore dello Stretto, ti svegli la mattina e sei in mezzo al Mediterraneo, con un panorama mozzafiato. Voglio una cabinovia che dal porto salga sulla collina di Pentimele, esattamente ai fortini, un posto fantastico dove si domina la città. Sarà un’attrazione unica al mondo».
E poi?
«E poi inviterò Elly Schlein sulla cabinovia, visto che in campagna elettorale non si è fatta vedere. Forse perché imbarazzata dei suoi dirigenti di partito».
Addirittura?
«Faccia lei. Sono arrivati a Reggio tutti i ministri del centrodestra. La sinistra, che qui governa da 12 anni, ha mandato solo Francesco Boccia a dire sciocchezze».
Perché la sinistra cittadina ha perso 30 punti in sei anni?
«Hanno amministrato malissimo. Siamo rimasti fanalino di coda in tutti i comparti, maglia nera, mancano i servizi essenziali. Quindi da un lato i reggini hanno bocciato la mala gestione di questi anni, dall’altro hanno apprezzato il mio programma. Da Roma ho lavorato molto per Reggio, ho portato risultati tangibili, e questo sforzo è stato riconosciuto».
Ma al Ponte sullo Stretto lei ci crede davvero?
«Certo, è un enorme opportunità per tutto il paese, e per l’Europa intera. Porterà posti di lavoro, infrastrutture, insomma uno shock economico positivo. L’ex sindaco Falcomatà si è ben guardato dal cogliere l’occasione».
Cioè?
«L’ideologia di cui è pervaso non gli ha permesso di accettare la sfida del Ponte. Le opere compensative non gli interessano. Con i suoi ricorsi ha fatto perdere 100.000 euro alle casse comunali. Assurdo».
A 19 anni ero assessore di un piccolo comune. Poi la provincia, la regione, il Parlamento. Cosa fa quando non fa politica?
«In realtà corro comunque, perché sono appassionato di automobilismo. Gareggio a livello amatoriale, ma credo che da oggi non avrò più molto tempo per coltivare i miei passatempi».
40 anni, single?
«Sì sono single momentaneamente. Ma inizio ad avere voglia di una famiglia, di un figlio. Credo che sia anche naturale, in tutti questi anni ho dato tutto me stesso alla politica e a servire il mio territorio».
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Un piccolo reattore modulare sperimentale di Newcleo (Ansa). Nel riquadro Elisabeth Rizzotti, cofondatrice della società che progetta e sviluppa reattori di quarta generazione
Elisabeth Rizzotti, cofondatrice di Newcleo (progetta e sviluppa reattori di quarta generazione), non ha dubbi: «La filiera è già pronta, il vero ostacolo adesso è l’euroburocrazia. Bene l’impegno della Meloni».
La cofondatrice di Newcleo non ha dubbi: «La filiera è pronta, il nuovo nucleare può partire anche subito. E i benefici in bolletta possono essere più rapidi di quel che si pensa. Poi bisognerà aspettare certo perché ci sono i problemi dell’euroburocrazia. Ma il mercato ci crede, noi da soli abbiamo raccolto un miliardo di finanziamenti privati, e Giorgia Meloni ha acceso un faro su un tema importantissimo. Il disegno di legge delega rappresenta un segnale decisivo per il nostro settore. L’Italia ha bisogno di recuperare il tempo perduto, rimediare agli errori passati e ogni settimana è importante per farlo». Quotazione negli Usa? «Il Nasdaq è da sempre lo sbocco naturale per chi vuole fare innovazione».
Ha lanciato il sasso e riaperto il capitolo dell’energia atomica. Giorgia Meloni di fronte al mondo industriale italiano ha affermato che per il governo il nucleare è la soluzione più pulita ed efficace, tecnologia su cui investire e accelerare. E per capire come sarebbero le centrali di nuova generazione, lo abbiamo chiesto a Elisabeth Rizzotti, co-fondatrice di Newcleo, start up dell’energia atomica.
Per affrontare il problema energetico, la premier Meloni ha rilanciato il nucleare in tema di sicurezza nazionale e ha annunciato una legge delega entro l’estate. Un quadro normativo accelerato è possibile?
«Giorgia Meloni ha acceso un faro su un tema importantissimo. Il disegno di legge delega rappresenta un segnale importante per il nostro settore. L’Italia ha bisogno di recuperare il tempo perduto, rimediare agli errori passati e ogni settimana è importante per farlo. La vera prova sarà istituire rapidamente l’Autorità per la sicurezza nucleare: senza di essa nessun progetto può partire e nessun investitore privato può impegnarsi seriamente nel nostro Paese. Anche Newcleo è pronta a realizzare progetti concreti con partner italiani già coinvolti e non vediamo l’ora di poter richiedere le prime autorizzazioni».
Come cambierebbe concretamente la roadmap industriale in Italia nei prossimi due anni?
«Ci sono differenti step che vanno rispettati. Nel momento in cui ci sarà un’Autorità per la sicurezza nucleare pronta ad accogliere le domande per realizzare reattori in Italia, saremo tra i primi a presentare la documentazione necessaria ad avviare il processo di autorizzazione. È qualcosa che abbiamo già fatto in Francia e che ci stiamo preparando a fare anche negli Stati Uniti. Operare in più di un Paese ci consente di vedere come diverse autorità di regolamentazione affrontano l’approvazione dei progetti nucleari. In Italia, il processo autorizzativo accelerato - il cosiddetto fast track previsto dal disegno di legge delega - è una misura che accogliamo con entusiasmo: portare in Italia l’esperienza maturata all’estero ci consentirà di autorizzare i progetti nel minor tempo possibile».
L’Italia ha chiuso le centrali nel 1987 e ribadito il no nel 2011. Quali condizioni politiche, normative e industriali servirebbero per costruire un vostro reattore sul territorio italiano entro il 2035?
«L’Italia è, come ha riconosciuto Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, ovvero l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, il Paese più nucleare tra i Paesi non nucleari. Sembra un gioco di parole ma, invece, non lo è. Abbiamo una filiera che ha dimostrato eccellenza e resilienza, con oltre 70 aziende specializzate che coprono l’intera catena di valore e un forte posizionamento internazionale. Manca solo il quadro normativo: un’Autorità per la sicurezza nucleare e un processo autorizzativo snello che mantenga al centro la sicurezza degli impianti. Gli Stati Uniti sono esemplari in questo senso e hanno stabilito di autorizzare il disegno di un reattore in 18 mesi, garantendo tutti gli standard di sicurezza internazionali. Con questi strumenti, il 2035 non è affatto un target ambizioso, ma un obiettivo che l’Italia può e deve darsi».
E quanto tempo sarebbe necessario per godere di benefici economici sulle bollette e i conti degli italiani?
«Prima di quanto si pensi. Con la quarta generazione stiamo passando da un nucleare pagato dai contribuenti a un nucleare finanziato dai privati, ponendo al centro la sicurezza a lungo termine degli impianti, la loro sostenibilità finanziaria e i benefici per gli utenti finali – e quindi il costo per il consumatore. I nostri reattori sono intrinsecamente sicuri, più piccoli, meno costosi, e possono essere costruiti in circa tre anni. I numeri di Confindustria ci dicono già oggi qual è il costo dell’assenza del nucleare: nel primo semestre 2025 le imprese italiane hanno pagato l’energia quasi il 30% in più della media europea. Un mix energetico senza nucleare è strutturalmente più costoso. Dotarsi di questa tecnologia è quindi una scelta che va ben oltre l’energia: è una questione di competitività industriale e di autonomia strategica per il nostro Paese».
Newcleo punta sui reattori a piombo fuso e sul combustibile da scorie riprocessate. Faccio l’avvocato del diavolo, perché questa tecnologia dovrebbe convincere chi oggi associa il nucleare alle tragedie di Chernobyl e Fukushima?
«I nostri reattori affrontano due sfide fondamentali per la percezione e l’immagine del nucleare: la sicurezza e il riciclo dei materiali radioattivi. Si tratta di una tecnologia passivamente sicura, che elimina il rischio di incidenti gravi. Semplificando, in caso di blackout, il piombo aumenta di temperatura e spegne il reattore senza intervento umano per la fisica stessa. In secondo luogo, sono reattori “veloci”, pensati per funzionare con combustibile prodotto a partire da materiali radioattivi riprocessati, vale a dire le cosiddette scorie. In questo modo possiamo non solo contribuire alla gestione efficace di questi materiali, ma gli diamo anche nuova vita riducendo il quantitativo di scorie da stoccare e, soprattutto, la loro radioattività nel tempo».
Ci spiega come funziona il vostro impianto?
«A parte per gli aspetti tecnologici legati all’utilizzo del piombo, un nostro reattore è simile ad altri reattori. Al centro si trova il combustibile nucleare che, attraverso la fissione degli atomi, si scalda. A sua volta, questo calore scalda il piombo liquido all’interno del reattore, che poi lo trasferisce ad un generatore che produce vapore veicolato successivamente in una turbina per produrre elettricità. In parole semplici, è come un grande bollitore collegato ad una dinamo che accende una lampadina».
Avete raccolto oltre un miliardo di euro da investitori privati. Che ruolo dovrebbe avere lo Stato - italiano o europeo - nel finanziare il nucleare di nuova generazione, e quanto pesano i ritardi burocratici rispetto a concorrenti cinesi e americani?
«La raccolta dimostra che il mercato crede in questa tecnologia. Il ruolo del pubblico rimane però essenziale per abilitare il privato, non per sostituirlo: per ogni euro ricevuto dal pubblico ne abbiamo raccolti 34 dai privati. L’Europa ha individuato i bisogni del settore, ma manca ancora un piano chiaro di policy e di finanziamento - la Strategia sui Piccoli Reattori Modulari prevede fino a 200 milioni in garanzie dal Fondo per l’innovazione entro il 2028 per tutti i progetti europei, inclusi quelli che guardano alla fusione, mentre Newcleo da sola ha raccolto oltre un miliardo. Capisce che la matematica non gira? Apprezziamo la determinazione del governo italiano su questo dossier, e mi aspetto ora lo stesso coraggio a Bruxelles: la burocrazia europea rischia di essere il nostro vero concorrente».
Perché la decisione di Newcleo di quotarsi negli Usa?
«Il Nasdaq è da sempre lo sbocco naturale per chi vuole fare innovazione. È il listino al mondo che raccoglie più capitali per lo sviluppo di tecnologie innovative. Basti pensare alle grandi aziende che lo hanno scelto: Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon, Google, Tesla. Negli Stati Uniti c’è una disponibilità di capitali per l’innovazione 100 volte maggiore rispetto all’Europa. Per la nostra ambizione il Nasdaq era l’unico listino adatto».
I critici sostengono che i piccoli reattori modulari non raggiungeranno mai costi competitivi con eolico e solare: l’esempio, sempre citato, è quello spagnolo dove l’energia alternativa copre il 20% del fabbisogno nazionale…
«È una domanda legittima, ma i dati ci dicono qualcosa di importante. Il vero costo dell’energia non è solo il prezzo di produzione, ma il costo di sistema: le rinnovabili richiedono accumuli, infrastrutture di bilanciamento e capacità di riserva che pesano su tutti i consumatori. Non si tratta di scegliere tra nucleare e rinnovabili: si tratta di costruire un sistema energetico completo, e il nucleare può integrare le rinnovabili rendendo il sistema più sostenibile e competitivo».
Cosa direbbe a chi pensa che il nucleare di quarta generazione sia l’ennesima illusione che arriverà troppo tardi e costerà troppo?
«Risponderei che la tecnologia esiste ed è già stata provata. Noi affrontiamo la sfida industriale e ingegneristica di combinare tecnologie esistenti per produrre energia a prezzi competitivi. All’inizio del Novecento c’era chi affermava che l’automobile sarebbe stata solo una moda passeggera. Negli anni Novanta pensare che tutti avremmo avuto un cellulare in grado di connettersi ad internet sembrava fantascienza. Eppure, la forza di chi ha avuto il coraggio di andare avanti anche di fronte alle sfide più grandi è ciò che oggi consente a tutti, detrattori originali inclusi, di godere dei vantaggi delle grandi innovazioni».
La Meloni ha legato nucleare e competitività delle imprese, puntando il dito contro l’Europa: è d’accordo?
«La presidente Meloni ha ragione: l’energia è competitività, e la competitività è sovranità. Accelerare sul nucleare significa restituire alle imprese italiane le condizioni per competere ad armi pari in Europa e nel mondo e questo governo sta finalmente dando i segnali giusti».
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