Stefano Fassina:«Per evitare il suicidio l’Ue deve ricostruire rapporti con la Russia»
Viene voglia di citare il film su Batman, Il cavaliere oscuro: quella di Stefano Fassina, già viceministro dell’Economia nel governo Letta, ora presidente dell’associazione Patria e Costituzione, non è la sinistra che ci meritiamo, ma è quella di cui abbiamo bisogno.
Donald Trump ha offeso Giorgia Meloni.
«È preoccupante. Innanzitutto, per il comportamento dell’amministrazione Usa. Al di là dell’episodio di venerdì, la tregua siglata in Iran è l’ennesima prova che la Casa Bianca si muove senza consapevolezza dei danni che produce. Dopodiché, l’offesa, molto grave, non derubricabile a incidente, era rivolta al nostro popolo: la Meloni rappresentava la nazione intera».
Lei si è detta «allibita»
«È l’esito della sua accondiscendenza nei confronti di Trump: dai dazi, al Venezuela - Meloni è stata una delle poche leader occidentali a definire legittimo quel blitz - al “non condivido né condanno” sulla guerra in Iran. Questa condiscendenza, evidentemente, dall’altra parte dell’Atlantico ha generato aspettative che non potevano essere corrisposte quando il comportamento dell’amministrazione americana ha manifestamente colpito l’interesse nazionale».
Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer: non è che con gli altri leader europei Trump sia stato più gentile.
«E non è che questi leader siano stati meno accondiscendenti della Meloni. Di Merz, ricordo l’imbarazzante siparietto alla Casa Bianca: quando Trump attaccava pesantemente Pedro Sánchez, che aveva tenuto la schiena dritta sull’Iran, il cancelliere non aveva proferito parola».
E ora gli ha regalato la maglietta della Germania con il numero 47 (Trump è il quarantasettesimo presidente, ndr).
«Nemmeno Starmer ha compiuto atti di particolare autonomia».
Sánchez che li ha compiuti - sulle basi, Spagna e Italia hanno fatto la stessa cosa - ha preso sberle lo stesso.
«La differenza non sta nell’attacco in sé, quanto nelle parole usate da Trump, che ha dipinto la presidente del Consiglio come una questuante. Come se, appunto, si fosse sentito tradito nelle sue attese».
La potenza americana in declino, dinanzi all’ascesa cinese, si ritrincera, scarica gli alleati, o almeno li induce, anche violentemente, a responsabilizzarsi. C’era da aspettarselo, ma a questo passaggio storico le classi dirigenti europee sono arrivate impreparate.
«Qui si tende a rimuovere la realtà, proprio in senso psicologico: quando non riesci a rapportarti con un evento, fai finta che non esista o che sia un incidente di percorso. Era già evidente nella vicenda dei dazi».
Sì?
«Gli Stati Uniti non possono più essere i compratori di ultima istanza per il resto del mondo. Quello schema è tramontato, per ragioni macroeconomiche e geopolitiche strutturali. E invece gli europei provano a tenerlo in piedi».
Finito Trump, cambieranno le cose?
«Ma no: anche l’amministrazione Biden è stata protezionista, anche se con più stile. Primo: non ha smantellato nessuna delle chiusure di Trump. Secondo: con gli interventi di agevolazione agli investimenti in America, ha condotto un’operazione che aveva obiettivi analoghi. Dopo Trump, non cambierà il segno, nemmeno in termini del livello di attenzione alle varie aree del mondo».
La priorità è l’Indo-Pacifico?
«È evidente. Ma in Europa c’è una enorme difficoltà a riconoscere la necessità di una correzione radicale di rotta nella politica estera ed economica».
Di che tipo?
«Non si tratta di diventare nemici degli Usa. Ma vanno costruite relazioni strategiche con i Brics per un ordine multilaterale simmetrico».
Dove la parte del leone la fa la lettera «C» di Cina. I rapporti economici con Pechino nascondono le loro insidie.
«Infatti, non abbiamo dinanzi delle passeggiate di salute. Il punto però è un altro. E le conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo lo rafforzano».
A che si riferisce?
«Se continui a considerare la Russia una “minaccia esistenziale” e a coprire il criminale governo israeliano ti poni in una condizione inevitabile di subalternità agli Stati Uniti e ti precludi quel rapporto con i Brics. Non è solo un problema cinese. Nessuno dei Brics ti verrebbe dietro: l’India, il Brasile, il Sudafrica. Se questo passaggio storico non è affrancato da una lettura suicida della Russia, finiremo privi di una prospettiva da coltivare. Al netto delle difficoltà che ognuna di esse comporta».
Che pensa dell’Ucraina nell’Ue?
«Cosa è avvenuto quando nell’Ue sono entrati gli altri Paesi dell’Est? Non è una congettura maliziosa e sovranista: se, in un mercato che non ha protezioni, infili milioni di lavoratori abituati a prendere 400 euro al mese e giurisdizioni con tassazioni da paradiso fiscale, induci delocalizzazioni e dumping salariale. Soprattutto a danno di chi percepisce salari più bassi, tanto più che la forza lavoro che proviene dall’Est è altamente scolarizzata».
Ha sentito la sinistra parlarne?
«Poco».
Dov’è la difficoltà?
«In un europeismo astratto, che considera qualunque iniziativa che vada verso l’integrazione positiva a prescindere, senza una valutazione del suo impatto economico, sociale e geopolitico. Perché è un fatto che l’allargamento abbia reso all’Europa più difficile svolgere la funzione di ponte tra Est e Ovest e Nord e Sud che le spetta. Ciò spiega perché ci sia stata la Brexit e perché la destra abbia continuato ad acquistare consenso».
A proposito di idee astratte: Elly Schlein si dice favorevole alla difesa comune e contraria al riarmo dei singoli Stati.
«Non c’è dubbio che sia una fase in cui è opportuno ripensare la difesa, sapendo che la difesa unica, l’esercito unico, il comando unico, non possono esistere. Quello che si può fare è coordinare gli eserciti nazionali e i sistemi d’armi nazionali. Il punto, però, è che tutto ciò deve arrivare dopo che sia stata compiuta una scelta geopolitica».
Cioè?
«Il riarmo è uno strumento. Ma cosa vuoi farci con le armi? Qual è l’obiettivo? Lo stato di guerra permanente, in base alla lettura della Russia come minaccia esistenziale? Questi interrogativi sono stati rimossi. Quale politica estera vuoi condurre? Quella di Kaja Kallas? O una politica estera che ricostruisca relazioni con la Russia? Il comunicato finale del Consiglio Ue sembrava scritto quattro anni fa. L’Unione europea si limita ad affermare che sosterrà i negoziati. Ma chi li deve portare avanti?».
La Meloni parla di un mediatore che venga da un Paese di media potenza.
«Parla esattamente di quello che andrebbe fatto, ma nel testo non c’è una riga. Francia e Germania hanno criticato António Costa perché ha aperto un canale con il Cremlino. Così si snatura l’Europa, che sta diventando l’Europa della guerra, non più l’Europa del welfare e del lavoro».
Intanto l’Ucraina martella le metropoli russe con i droni.
«Con questi raid e con gli atteggiamenti dei cosiddetti volenterosi, si sta promuovendo l’escalation».
Ma al netto delle incursioni simboliche, rimane difficile che Kiev riconquisti i territori perduti.
«Le previsioni del Fondo monetario e della Commissione europea, soggetti non sospettabili di putinismo, sono chiare: la Russia, che dovrebbe avere un’economia prossima al collasso, crescerà più della media dell’Eurozona nei prossimi due anni; avrà un deficit nettamente al di sotto del 3% e un debito pubblico al 20% del Pil; il rublo si è rivalutato, tornando ai livelli pre-guerra; e la bilancia commerciale ha un avanzo doppio rispetto a quello dell’Ue. Scommettere, dopo quattro anni, sul collasso di Mosca e sulla vittoria sul campo, è fuori dalla realtà. E siccome le classi dirigenti conoscono questi dati meglio di noi, temo che l’intenzione sia di alimentare l’escalation per mobilitare opinioni pubbliche fredde».
La logica del nemico esterno?
«Esatto. E l’iniziativa è di tre signori - Macron, Merz e Starmer - che sono, nelle rispettive nazioni, parecchio malmessi».
Negli ultimi anni, la sinistra si è incagliata su immigrazione e sicurezza. Che dovrebbe fare?
«Affermare che regolare i flussi è necessario per renderli sostenibili. Affrontare le cause strutturali delle migrazioni. Sa, quando iniziai a frequentare le sezioni del Pci, la cooperazione allo sviluppo era considerata essenziale».
Tradotto: aiutiamoli a casa loro?
«Uso le parole della Dottrina sociale della Chiesa: esiste il diritto a non emigrare».
L’ha ripetuto papa Leone XIV, davanti a Sánchez.
«D’altronde, noi soffriamo quando i nostri giovani migliori se ne vanno; non è che per gli altri sia una benedizione. L’accoglienza deve essere seguita da politiche di integrazione: sono costose, richiedono capacità amministrative, ma sono necessarie. Altrimenti, soprattutto nelle aree più complicate delle città, i conflitti esplodono. A me piacerebbe che la coalizione progressista comunicasse che è pronta ad assumersi fino in fondo tale responsabilità. Su questo, come sul problema demografico».
Secondo Francesco Boccia, non si risolve facendo fare più figli agli italiani. Sarà…
«Gli orizzonti della demografia sono molto lunghi: in senso strettamente tecnico, Boccia ha anche ragione. Ma a me interesserebbe capire perché non si fanno più figli. Non penso solo alla dimensione economica. C’è un’emergenza antropologica di cui anche la politica dovrebbe farsi carico».







