Raccontare Elon Musk non è semplice, anche perché la personalità dell’uomo pervade le aziende che ha fondato sino a fare dell’entità Musk un piccolo (grande) universo interconnesso.
Dopo la prima avventura giovanile tutta finanziaria di PayPal, le aziende di Musk sono diventate molto concrete. Tesla, SpaceX, Starlink, Neuralink, xAI non sono iniziative isolate, né semplicemente diversificate. Nel tempo hanno assunto la forma di un sistema industriale coerente, costruito attorno ad alcuni assi strategici molto chiari: controllo delle infrastrutture fisiche, integrazione verticale delle filiere, riduzione dei costi attraverso economie di scala e standardizzazione, un certo dominio del software a comando dell’hardware.
In questo universo, Tesla è il punto di partenza più visibile. Nata come casa automobilistica elettrica, è diventata progressivamente un’impresa di manifattura avanzata, con una forte componente energetica e informatica. Le batterie, i sistemi di accumulo, la gestione intelligente della rete, l’ottimizzazione dei processi produttivi sono man mano diventati elementi centrali quanto l’auto in sé. Negli ultimi anni l’attenzione di Musk in Tesla si è spostata sempre più verso la guida autonoma, la robotica e l’intelligenza artificiale applicata alla produzione. Il veicolo non è più soltanto un mezzo di trasporto, ma una piattaforma mobile di sensori e dati, integrata in un sistema più ampio. Allo stesso tempo, il business è stato complicato da due fattori esterni. Uno è l’arrivo sui mercati mondiali dei costruttori cinesi, che ha provocato una contrazione dei margini, un calo delle quote di mercato e costretto Musk sulla difensiva. L’altro fattore è l’arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Al di là del rapporto personale tra i due, Trump sta cancellando le norme sulle emissioni che sono alla base del meccanismo dei crediti di emissione, la cui vendita costituisce una parte sostanziale dei margini di Tesla.
Ecco perché la svolta verso le auto a guida autonoma non è solo una evoluzione di Tesla, ma un passo quasi obbligato per sopravvivere alla spietata concorrenza e al mutato quadro regolatorio. L’idea è quella di un parco di veicoli autonomi, sempre connessi in rete e gestiti centralmente, come terminali. Per il mondo dell’automobile, si tratta di un cambio notevole nei rapporti tra produzione, vendita e utilizzo. Lo stesso vale per la robotica umanoide, presentata come naturale estensione delle competenze sviluppate sull’auto. Su questo, Musk sta investendo molto del suo capitale di credibilità, puntando molto sull’intelligenza artificiale come anima dei robot.
Lo spazio rappresenta l’altro pilastro del sistema Musk. Con SpaceX il settore spaziale, tradizionalmente dominato da grandi programmi con fondi pubblici e costi elevatissimi, è stato trasformato attraverso una logica di produzione industriale piuttosto aggressiva. Il riutilizzo dei razzi, la standardizzazione dei componenti, l’accelerazione dei cicli di sviluppo hanno ridotto i costi di accesso allo spazio in modo sostanziale. Questo ha cambiato radicalmente gli equilibri del settore, rendendo l’aeronautica spaziale una dimensione industriale aperta e dotata di continuità, non più episodica. Tanto che il Pentagono è uno dei maggiori clienti di Musk, che tramite SpaceX fornisce lanci di satelliti del Pentagono e della U.S. Space Force, inclusi satelliti di comunicazione, navigazione e intelligence. In altre parole, SpaceX è un prime contractor industriale del governo americano, inserito pienamente nell’apparato militare-industriale statunitense.
Starlink è a un tempo creatura gemella e conseguenza diretta di questa trasformazione. La costellazione di satelliti a bassa orbita che fornisce connettività globale non è solo un servizio commerciale per la connessione ad Internet. È diventata (o è nata già come tale) una infrastruttura di comunicazione autonoma, pervasiva e difficilmente sostituibile nel breve periodo. In molte aree del mondo Starlink ha dimostrato di poter funzionare dove le reti terrestri non arrivano o vengono interrotte e ciò conferisce all’azienda un valore strategico che va oltre il mercato delle telecomunicazioni. Tanto è vero che il governo americano è grande cliente del sistema satellitare privato di Musk, al punto anzi da partecipare allo sviluppo di Starshield, la rete simile a Starlink per i servizi militari.
Diversa è la vicenda di X, l’ex Twitter, acquistata nel 2022 per 44 miliardi di dollari. Il controllo di un canale informativo di questo tipo, integrato con enormi capacità di calcolo e con progetti di intelligenza artificiale come xAI, introduce un ulteriore livello nell’ecosistema muskiano, quello della gestione e dell’elaborazione dei flussi informativi. Ciò è tanto più vero dal momento in cui la società di intelligenza artificiale di Musk, xAI, ha acquisito X con un’operazione da 33 miliardi di dollari lo scorso anno. X è una fabbrica di dati in tempo reale, tra flussi testuali, interazioni pubbliche, linguaggio non filtrato, dinamiche di influenza e polarizzazione delle opinioni. Si tratta di una vera miniera d’oro per i modelli di intelligenza artificiale che Musk sviluppa in xAI. Dunque, portare X dentro lo sviluppatore di Ia della galassia Musk aveva un perfetto senso industriale. In pratica, il social X è il cibo con cui si nutre l’intelligenza artificiale che finisce nei robot umanoidi. Detta così, la cosa può sembrare preoccupante e forse lo è.
Mentre Neuralink, che si occupa di interfacce uomo-macchina, si inserisce nella stessa logica di lungo periodo, qualche giorno fa Musk ha avviato l’acquisizione di xAI da parte di SpaceX. La compagnia di Ia è stata valutata 250 miliardi di dollari, mentre SpaceX vale circa 1.000 miliardi, dunque la società risultante vale circa 1.250 miliardi di dollari e rappresenta ora la punta di lancia per il progetto di creare data center nello spazio e integrare la comunicazione satellitare con le operazioni spaziali.
In questo quadro, il progetto di mandare l’uomo su Marte sembra abbastanza coerente, anche se per ora si parla solo di intenzioni. È vero però che anche se l’obiettivo finale resta lontano, il percorso per arrivarci produce in sé ricadute industriali concrete, dai materiali ai sistemi energetici, dalla logistica avanzata all’automazione.
Il risultato di tutto ciò è un sistema industriale in sé compiuto, che assomiglia sempre meno a un gruppo industriale tradizionale e sempre più a una piattaforma tecnologica estesa, capace di operare su più livelli contemporaneamente. Non tutte le promesse di Elon Musk si sono tradotte in risultati immediati, e alcuni progetti restano incompiuti o assai controversi. La concentrazione di competenze, infrastrutture e potere tecnologico spiega perché il percorso di Musk continui a suscitare attenzione, consenso e opposizione ben oltre il mondo della tecnologia.
Pressing sui manager e culto dell’errore. Così trova soluzioni non convenzionali
Al pari del suo mondo imprenditoriale, la vita privata di Elon Musk è un vorticoso carosello che ne fa un personaggio non comune. Musk è cresciuto in Sudafrica, in un contesto familiare segnato da tensioni con il padre, da lui definito una presenza opprimente, mentre la figura che emerge come riferimento stabile è quella della madre, Maye Musk. Modella nata in Canada, nutrizionista, ha cresciuto i figli da sola dopo il divorzio, spostandosi tra Sudafrica, Canada e Stati Uniti. Elon ha tutte e tre le cittadinanze. La signora Musk ha spesso raccontato una giovinezza segnata da precarietà economica, lavori multipli e continui trasferimenti. Senza scadere nella psicologia facile, possiamo arguire che un tale ambiente abbia inciso sul modo in cui Elon Musk percepisce il rischio e l’instabilità, cioè non come anomalie, ma come condizioni normali. Pochi anni fa, durante una trasmissione televisiva, il miliardario ha detto di avere un disturbo dello spettro autistico (Asd). Anche la sua vita sentimentale è stata irregolare e frammentata. Si è sposato tre volte, due con la stessa donna, Talulah Riley, attrice inglese, mentre dalla prima moglie Justine Wilson, scrittrice canadese, ha avuto sei figli. Il loro primo figlio è morto in culla dopo 10 settimane e gli altri cinque sono arrivati con due parti gemellari dopo fecondazione in vitro. Da una successiva relazione con la musicista canadese Grimes sono nati altri tre figli, al primo dei quali è stato dato il curioso nome X Æ A-12 (sic), che si pronuncia «X Ash A Twelve». Dalla relazione con Shivon Zilis, dirigente di Neuralink, sono nati altri quattro figli, mentre circa un anno fa Ashley St. Clair, commentatrice politica americana, ha rivelato di avere avuto un figlio da Elon Musk. Voci mai confermate parlano di altri figli, ma il conto ufficiale si ferma qui, per ora. Del resto, l’imprenditore ha dichiarato di considerare il calo demografico una delle principali minacce per il futuro delle società occidentali. Può essere interessante notare che la visione della paternità da parte di Musk non appare ideologica, ma piuttosto personale. Dalle sue affermazioni si percepisce che Musk considera la paternità come parte di una responsabilità storica. Resta il mistero su come sia possibile coltivare una relazione con 13 figli e contemporaneamente gestire un impero che vale centinaia di miliardi. Questa struttura personale si riflette direttamente nel suo modo di lavorare, stando alle testimonianze e alle dichiarazioni dello stesso Musk. Le sue organizzazioni sono ambienti che tollerano, e in parte producono, attrito. Il suo stile decisionale si fonda sull’uso deliberato del caos. Cambi improvvisi di priorità, obiettivi ridefiniti, richieste contraddittorie sono la norma nelle sue aziende, il che può risultare indigesto a molte persone. In diverse testimonianze si parla di email notturne con nuove direttive, priorità che cambiano più volte nella stessa settimana, scadenze ravvicinate e richieste di soluzioni rapide. A quanto pare, chi lavora con Musk è sottoposto a una pressione costante, che contribuisce a selezionare in tempi brevi chi è disposto a reggere. A quanto sembra, Musk tende inoltre a ridurre al minimo la distanza tra vertice e operatività. Entra nei dettagli tecnici, discute soluzioni ingegneristiche, interviene sulle linee di produzione. Questo coinvolgimento diretto può accelerare alcune decisioni, ma può anche creare frizioni continue con manager e tecnici.Questo modo di condurre le aziende non emerge solo dal racconto dei collaboratori, ma è stato documentata in modo sistematico. Le biografie di Musk basate su accesso diretto, in particolare quelle di Ashlee Vance e Walter Isaacson, descrivono un modello decisionale fondato sulla compressione estrema dei tempi, sul cambiamento frequente delle priorità e sull’intervento diretto del fondatore nei processi tecnici. Isaacson, che ha seguito Musk molto da vicino per diversi anni, riporta come questo approccio venga usato consapevolmente per mettere sotto stress le organizzazioni, forzare soluzioni non convenzionali e selezionare rapidamente persone e idee. Lo stesso Musk ha più volte rivendicato pubblicamente la necessità di accettare errori, fallimenti intermedi e annunci anticipati come parte integrante di una strategia orientata alla velocità più che alla stabilità.Anche la comunicazione pubblica segue la stessa logica personale. Musk utilizza i social in modo diretto, spesso impulsivo, mescolando annunci, polemiche e provocazioni. Celebre la lite con Donald Trump condotta via social dopo l’abbandono del ruolo di tagliatore della spesa pubblica alla Casa Bianca. Questo comportamento alimenta controversie e talvolta danneggia le sue stesse aziende, ma a quanto pare la figura del social media manager non fa per lui.Nel complesso, la figura di Musk non si comprende separando vita privata e attività imprenditoriale, che formano un insieme coerente e danno la misura di un personaggio davvero unico.
Troppo simile a Trump per andarci d’accordo
Il rapporto tra Elon Musk e la politica non si discosta dai suoi modelli di vita. Tra caos e impulsività, il miliardario si presenta come strenuo difensore dell’autonomia individuale e critico delle istituzioni pubbliche, anche se in questi anni ha svolto ruoli che lo hanno portato dentro i centri decisionali del potere statunitense e all’intersezione tra impresa globale e sovranità statale. Per Musk, deficit e debito pubblico sono un male assoluto o quasi, in linea con il suo credo da self made man a metà tra l’anarchia e il monetarismo alla Milton Friedman. Eppure, una buona fetta dei suoi ricavi sono spesa pubblica. Con la seconda presidenza di Donald Trump, il legame tra Musk e la politica americana ha raggiunto un momento topico. Trump ha creato all’inizio del 2025 il Department of Government Efficiency (Doge), un’organizzazione temporanea con l’obiettivo di tagliare sprechi e snellire l’apparato federale, e ha chiamato Musk a guidarla. La struttura non ha poteri di legge autonomi, ma mirava a influenzare in modo diretto la gestione delle tante agenzie federali. Musk ha promosso misure aggressive e annunci ambiziosi di risparmi, ma nel corso di pochi mesi le resistenze istituzionali, i limiti legali e le critiche interne hanno ridimensionato i risultati dichiarati. A maggio 2025 già terminava il momento Doge di Musk e la successiva rottura con Trump, legata alle critiche di Musk al Big Beautiful Bill della Casa Bianca, ha reso pubblica una spaccatura profonda. Talmente profonda che subito dopo la fine del Doge, Musk ha annunciato l’intenzione di fondare un proprio partito. Idea poi rientrata, per fortuna di tutti (soprattutto la sua). Il rapporto con Trump poi è stato recuperato, anche considerata l’interdipendenza dei due sui dossier Starlink e SpaceX.Durante la campagna per le elezioni presidenziali Usa del 2024 Musk si è scontrato duramente con Thierry Breton, allora commissario europeo per il Mercato interno. Breton aveva richiamato Musk a rispettare gli obblighi del Digital Services Act (Dsa) sul controllo della disinformazione e dei contenuti illegali su X. La lettera è stata inviata poco prima di una diretta su X con Trump. La risposta di Musk è stata durissima, con toni forti sui social e accuse di ingerenza politica, alimentando una polemica di alto profilo che è proseguita anche nei mesi successivi.Questi episodi mostrano come Musk sia una presenza che incide direttamente sulle scelte pubbliche, e non un semplice imprenditore che legittimamente esercita pressioni. Attraverso i suoi ruoli consultivi con la Casa Bianca è certamente un partner del governo ascoltato e influente, anche se con Donald Trump è una bella gara, quanto a discontinuità. La capacità di Elon Musk di muoversi tra potere economico, influenze normative e dibattito pubblico lo rende, di fatto, una figura politica di peso, pur mantenendo un ruolo formalmente estraneo alla politica.







