Andrea Battistoni, direttore musicale del Regio di Torino, presenta la prossima stagione del teatro, che si aprirà con una tetralogia all’insegna del Verismo. Protagonisti Mascagni e Leoncavallo: si parte con Cavalleria rusticana e Pagliacci, poi Iris e Bohème. Due perle oscurate dal sole di Puccini.
Giuseppe Iannaccone (Ansa)
Il presidente del Centro per il libro e la lettura: «Il festival vede nella pluralità la sua ragion d’essere più nobile Senza questo principio, perde di senso finanziarlo. Il lasciapassare culturale? Più ridicolo che pericoloso».
Giuseppe Iannaccone, autorevole storico della letteratura, è presidente del Centro per il libro e la lettura, cioè una delle istituzioni che finanziano con denaro pubblico la manifestazione Più libri più liberi, organizzata in collaborazione con l’Associazione italiana editori (Aie), i cui gestori hanno pensato di imporre una sorta di green pass antifascista nel tentativo di escludere editori di destra.
Una decisione duramente contestata da Giorgia Meloni e pure da qualche intellettuale libero come Massimo Cacciari («Se Adelphi firma il patentino non pubblicherò più con loro», ha detto il filosofo a Otto e mezzo) o l’editore di Settecolori Manuel Grillo. Ci sono però numerosi autori progressisti che la mordacchia antifa la apprezzano e anzi sostengono che il vero problema siano le uscite della Meloni. Altri, come Gianni Oliva ieri sulla Stampa, scrivono che la censura è sbagliata perché fa pubblicità agli editori destrorsi, non per altro. Insomma, il dibattito culturale è più tetro che mai.
Solo dal Centro per il libro, Più libri più liberi percepisce tra i 170.000 e i 180.000 euro. A cui si aggiungono i fondi della Regione Lazio, di Roma Capitale, della Camera di commercio... Viene da chiedersi se, a fronte di certe esibizioni di intolleranza, non sia il caso di sospendere l’erogazione di questi soldi.
Professor Iannaccone, che pensa di questa storia del cosiddetto patentino antifascista?
«Sono rimasto sorpreso. Ero convinto che si facesse tesoro delle polemiche strumentali della scorsa edizione e, senza ambiguità e concessioni a frange limitate ma chiassose del mondo letterario italiano, si seguisse alla lettera l’intento della fiera contenuto già nel suo nome. Il libro è libertà: sottoporlo al vaglio - della morale o dell’ideologia - significa contraddirne la funzione. L’idea stessa di una patente è più ridicola che pericolosa, più ipocrita che violenta. Mi sembra un espediente propagandistico che non ha nulla a che vedere con il senso democratico di un festival dell’editoria: che ha nella pluralità, perfino nel conflitto delle idee, la sua ragione più nobile».
Voi come contribuite a Più libri più liberi?
«Il ministero della Cultura, tramite il Centro per il libro e la lettura, sostiene iniziative come Più libri e più liberi, al pari di altri appuntamenti che hanno lo scopo di promuovere la lettura. Questo, in particolare, ci sta a cuore, perché la valorizzazione della piccola e media editoria rappresenta un mezzo decisivo per incentivare la bibliodiversità come occasione di ricchezza e pluralità di linguaggi e punti di vista. Se questo principio viene meno, verrebbe meno anche la ragione del nostro sostegno».
Quindi valutate la possibilità di togliere fondi o chiudere la collaborazione se andranno avanti su questa strada?
«La nostra collaborazione con l’Aie, Associazione italiana editori, è consolidata da anni. Lavoriamo in sintonia perché ci animano obiettivi comuni. Siamo convinti che i suoi vertici possano tornare sui loro passi: non è nell’interesse di nessuno frapporre ostacoli a questo dialogo, tanto meno ciò potrà accadere a causa di una scelta improvvida, così palesemente settaria, anacronistica e contraria ai dettami di quella Costituzione a cui ci si appella spesso, come in questo caso, in modo strumentale».
Ma vi hanno consultato prima di proporre questo patentino, o come si voglia chiamarlo?
«Anche questo ci ha sorpreso. Abbiamo una interlocuzione molto positiva con la presidente Annamaria Malato, da sempre attenta a dare spazio a culture e opinioni diverse. Sono convinto che qualche curatore dell’edizione di quest’anno abbia ritenuto utile appellarsi a un antifascismo di maniera per compattare una certa area politica. Temo che sia stato un boomerang se, come vedo, anche ampi settori del pensiero liberale, riformista e di sinistra rifiutano questa deriva censoria. Ecco, la reazione del mondo intellettuale libero italiano è per noi una buona notizia. Il conformismo e il dogmatismo possono essere combattuti, anche da punti di vista trasversali. Non è una battaglia di parte, insomma. E questo è un bene per la difesa del pensiero libero».
Non è però la prima volta che a Più libri più liberi si vedono boicottaggi e tentativi di censura. Non le sembra che si dovrebbe cambiare orientamento?
«Sono stati fatti errori, in passato, è vero, che però sembravano fossero stati corretti. C’è un problema a monte: quando si dà spazio, perfino nella presentazione ufficiale dell’evento, a personaggi squalificati in cerca di visibilità si rivela - per quanto in buona fede - un certo sentimento di subalternità psicologica nei confronti di ambienti inclini al ricatto e alla discriminazione. Ritirare questa improvvida idea della patente antifascista non servirà solo a ripristinare delle forme di civile convivenza delle idee ma anche e soprattutto a ribadire il valore della cultura come luogo di discussione senza preconcetti».
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Alessandro Morelli (Imagoeconomica)
- Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alessandro Morelli: «Sabato e domenica le primarie della Lega per le Comunali. Il centrodestra può vincere ma ci vuole una sveglia, servono i migliori in campo. Vannacci? Assist alla sinistra».
- A sinistra, arenato il dibattito sui candidati per il 2027. Majorino tesse trame per Palazzo Marino. Intanto i vertici locali del partito denunciano silenzio e continui rinvii della segretaria Schlein.
Lo speciale contiene due articoli.
Alessandro Morelli, sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio, oltre che essere interista è pure consigliere comunale nella sua Milano. E dai banchi dell’opposizione sta lavorando, insieme al resto del Carroccio, per tornare dall’altra parte della barricata a Palazzo Marino dopo le giunte Pisapia e Sala. Sabato e domenica ci sono le primarie della Lega per le comunali di Milano.
Morelli, lei per chi vota?
«Ogni militante non può non votare il segretario federale, un milanese doc. Poi deciderà Matteo Salvini cosa fare…».
Perché votate proprio Salvini? C’è qualcosa che bolle in pentola che non vuole dirci?
«Tra noi milanesi è sentito, la Lega di Milano sostiene sempre Salvini anche per il consigliere di condominio…»
Ma se il vicepremier vincesse le primarie della Lega, come la prenderebbe?
«La prenderebbe bene, credo però abbia altro da fare rispetto a candidarsi a sindaco…»
Scusi senatore, ci faccia capire: voi votate Salvini per dargli ancora più potere nelle trattative per il futuro candidato sindaco di Milano del centrodestra?
«L’idea dalla quale nasce questo voto è dare una sveglia agli alleati di centrodestra. Non so se tutti hanno la nostra foga di vincere le amministrative di Milano. La presenza fisica dimostra che la Lega c’è, in maniera solida ed è la prima a farlo».
Adesso c’è Maurizio Lupi, candidato da Ignazio La Russa, come unico nome del centrodestra…
«Sul tavolo c’è Lupi. La Lega presenterà il proprio … Magari il secondo o il terzo arrivato alle nostre primarie. E poi si vedrà chi sarà scelto…»
La Lega potrà esprimere il candidato per Milano?
«Possibile… siamo carichi e pronti a vincere insieme agli alleati».
Dopo 15 anni di sinistra quante chance ha il centrodestra di riprendere la città?
«A Milano si può vincere… è necessario però il miglior candidato, a prescindere dalla bandiera. Saranno valutati pesi e contrappesi, ci mancherebbe. Ripeto: serve il candidato migliore per tutti. Quando si fanno le riunioni c’è gente che dice: siamo indietro di dieci punti. Io dico invece: possiamo vincere, con il candidato».
Lupi non vi piace?
«Non ho interesse a dire sì o no a Lupi… è il candidato di Fdi al tavolo nazionale? Bene, ma penso si valuteranno anche altri candidati».
Vannacci ha fatto sapere che presenterà anche lui un suo candidato…
«… Direi un assist alla sinistra».
Non si vota solo a Milano, c’è anche Roma dove la Lega aveva candidato Antonio Maria Rinaldi, recentemente passato a Futuro Nazionale. Con le primarie pare però di capire che Milano vi interessi di più di altre città. È così?
«La Lega esprime cinque ministri lombardi, e molti esponenti di governo sono proprio milanesi, ovvio ci sia una sensibilità maggiore su Milano. Poi il tavolo è nazionale, le città sono tante… cerchiamo ovunque i candidati migliori».
Il tavolo nazionale sulle amministrative inevitabilmente si intreccerà con quello per le Politiche… Bisogna dialogare con Vannacci?
«Dipende dalla legge elettorale… non invidio chi sarà al tavolo».
Vannacci, secondo i sondaggi, sale… Da dove si parte per recuperare voti?
«Facendo la Lega, continuando a lavorare per il buon governo proponendo le cose buone che abbiamo fatto sui territori, ribadendo le nostre battaglie storiche… è un percorso, ma i sondaggi pagati dalle testate di Cairo lasciano il tempo che trovano».
Nella Lega si parla molto di modello Csu, di ritorno al Nord, di due leghe in una… A lei piacerebbe un ruolo politico più forte di Zaia e Fedriga?
«Partendo dal presupposto che il segretario è Salvini, io sono dalla parte di chiunque lavora per far crescere la Lega in vista delle Politiche. Però, come diceva Bossi, i panni sporchi vanno lavati in casa. Mi auguro non si lasci spazio a interpretazioni spesso più giornalistiche che reali perché ci fanno solo perdere tempo».
E la Schlein ignora il Pd meneghino
A Milano si scaldano i motori in vista della corsa per il rinnovo del Consiglio comunale e del sindaco del 2027. Qualche segnale è stato lanciato anche nella coalizione di governo, con una sortita del presidente del Senato La Russa che ha tenuto a far sapere la sua opinione sia sui tempi sia sulle caratteristiche per individuare la candidatura. È iniziato invece da diverso tempo ed è molto più articolato, il dibattito per individuare il candidato nel centrosinistra, ma troppa confusione c’è ancora sotto il cielo meneghino ed è quindi molto probabile che la ricerca venga rimandata a settembre.
Tanto per iniziare, a sinistra è ancora aperta la discussione sul «come» decidere il candidato: se ricorrere cioè allo strumento delle primarie o se invece trovare a tavolino un accordo tra i partiti. Sotto questo punto di vista la decisione su come procedere a Milano risente direttamente anche dell’impasse del centrosinistra a livello nazionale. All’indomani della vittoria al referendum sulla giustizia, a sinistra si è partiti lancia in resta con il dibattito su come individuare il candidato leader per le elezioni politiche del 2027, ma poi il dibattito si è impantanato nella palude delle diverse ipotesi, e a questo punto sono molti a dubitare che possano essere le «mitiche» primarie lo strumento per individuare il leader che guiderà la corsa per Palazzo Chigi.
Stessa situazione di incertezza a Milano: ma nel capoluogo lombardo, seppur regni prudenza, non si può davvero dire che tutto sia fermo. Alcuni possibili candidati si sono già palesati, altri invece rimangono in silenzio attendendo il momento propizio. Ovviamente i movimenti sono maggiori soprattutto nel principale partito della coalizione, il Pd.
Uno dei candidati in pectore è l’ex consigliere comunale, ex assessore, ex europarlamentare, ex candidato alla presidenza di Regione Lombardia e attualmente consigliere regionale Pierfrancesco Majorino, che si sta dando molto da fare. Le cronache cittadine raccontano di un susseguirsi di riunioni e incontri con diversi soggetti per saggiare il terreno e verificare se sussistano le condizioni per lanciare la sua (ennesima) candidatura. Tra l’altro dopo aver già partecipato alle primarie contro Beppe Sala nel 2016. Dato che le sue posizioni politiche eccessivamente sinistrorse non sembrano molto gradite a vasti settori moderati, Majorino si sta muovendo in due direzioni: da un lato smussando le sue posizioni per recuperare il consenso moderato (che serve sia per candidarsi che per vincere la contesa) e dall’altro per trovare conforto nell’appoggio pieno e incondizionato di Elly Schlein.
E qui il discorso si fa interessante e, per certi versi, persino divertente. Gli osservatori attenti e informati raccontano che nei diversi incontri che Majorino ha avuto con la segretaria del Partito democratico, quest’ultima abbia più volte affermato che lui sarebbe il candidato ideale. Naturalmente questi «rumors» avrebbero sollecitato sia il segretario cittadino milanese che la segretaria regionale del Pd (che pare non «amino» troppo questa candidatura) a verificare la fondatezza di tutto ciò direttamente alla fonte, e cioè con Roma. Raccontano, però, che nonostante abbiano tentato a più riprese di sollecitare una risposta di Elly Schlein, la segretaria del Pd non si sarebbe mai fatta trovare, lasciando gli elettori milanesi nell’incertezza e in un comprensibile sconcerto.
Quanto viene riferito, sembra proprio descrivere la situazione di confusione nella quale versa il Pd, primo partito del campo largo. Il problema principale è probabilmente la stessa segretaria, che si trova in una posizione delicata: è il leader del partito, ma sembra incapace di prendere posizioni decise e autorevoli. La sua modalità di gestione del partito, feroce nella «bassa cucina» o nel «minuto mantenimento», lascia invece trasparire una mancanza di coraggio e di decisione sulle questioni dirimenti che continuano a essere interpretate come segnali di debolezza, dando spazio a speculazioni e critiche interne. Non migliorano certo il clima le ultime defezioni di alcune rappresentanti istituzionali che non si trovano sintonia con la segretaria.
La figura di Elly Schlein è emblematica di una leader che si dibatte tra la chiarezza ideologica e l’incertezza nell’azione; volgarmente «vorrei ma non posso». Nonostante possieda indubbiamente un bagaglio di idee su temi quali la fiscalità, le pensioni, la lotta alla povertà, e una visione di un’Europa socialista, sembra tuttavia vacillare quando si tratta di prendere decisioni concrete e immediate. Questa percezione di incertezza o peggio di ambiguità, si manifesta chiaramente nelle sue azioni e scelte politiche, dove la fermezza ideale lascia spesso spazio a esitazioni, tentennamenti e passi indietro, anche di fronte a questioni meno complesse e fondamentali, come quella di dire la sua su chi potrebbe essere il candidato (del Pd) per Milano.
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Fiere del libro e festival letterari vogliono imporre il pensiero unico: dal patentino antifascista al tentativo di zittire scrittori come Erri De Luca ed Eshkol Nevo, attaccati perché non parlano di «genocidio» a Gaza.
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I due professori universitari Riccardo Negrini e Paolo Ajmone Marsan smontano le fole: «Vivere in stalla dà benessere, ci sono ventilatori e nutrimenti. In futuro il consumo di carne aumenterà».
Riccardo Negrini insegna zootecnia generale, Paolo Ajmone Marsan è professore di miglioramento genetico animale. Entrambi lavorano all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza-Cremona e insieme hanno scritto Fabbricare carne. Tecnologia e allevamenti del futuro (Il Mulino) con l’obiettivo di smontare alcuni luoghi comuni sull’allevamento e il consumo di carne.
Partiamo da una questione molto discussa negli ultimi tempi. Si parla spesso di allevamenti intensivi. Che cosa sono esattamente? Ce ne sono anche in Italia?
Negrin: «In Italia ci sono gli allevamenti intensivi e rappresentano la massima espressione della capacità di coniugare al meglio tutti i fattori della produzione. Noi preferiamo chiamarli, in realtà, allevamenti specializzati. Un allevamento specializzato è quello in cui gli animali sono condotti con il massimo della tecnologia disponibile, con il massimo della conoscenza disponibile e con il massimo del comfort disponibile. Ovviamente fatte salve eccezioni che, grazie a Dio, sono anche, voglio dire, sanzionate dalla legge in maniera pesante».
Lei sa, però, che quando si parla di allevamenti intensivi le immagini che vengono in mente sono terribili. Opposte a quelle a cui si pensa quando invece si parla di animali lasciati al pascolo in montagna.
Negrini: «Questo fa parte di una narrazione che sta in qualche modo dicotomizzando, creando due poli nettamente opposti nel sistema, con una divisione molto netta anche dell’opinione pubblica. In realtà basterebbe veramente affacciarsi a una stalla cosiddetta intensiva o specializzata come quella che abbiamo noi a Piacenza, ma anche come quelle che si trovano in tutto il nostro territorio nazionale, per rendersi conto che la realtà è ben diversa dalla narrazione. Nella nostra stalla di Piacenza, che è una stalla direi media rispetto alle tecnologie disponibili, gli animali sono liberi di muoversi in campi, i paddock sono monitorati da tecnologia 24 ore al giorno, quindi sono raffrescati, sono alimentati con razioni perfettamente bilanciate, ci sono anche rulli con cui gli animali si possono grattare la schiena... Tant’è che sperimentazioni sul comportamento animale organizzate in modo che gli animali possano scegliere tra due ambienti - quello interno di una stalla cosiddetta intensiva e quello esterno - con dei cancelli che misurano l’intenzionalità degli animali, risulta il fatto che gli questi non forzano per uscire. Anzi, forzano per stare all’interno, dove ovviamente d’estate e in generale stanno meglio».
Insomma, lei sostiene che gli allevamenti cosiddetti intensivi non siano così terribili come vengono dipinti da chi.
Negrini: «È una narrazione che non corrisponde esattamente a quello che succede. L’idea che negli allevamenti intensivi gli animali non abbiano confort e benessere è totalmente fuorviante, se non altro perché gli allevatori stessi hanno tutto l’interesse a che gli animali stiano nella migliore condizione possibile e nel miglior comfort possibile. Paradossalmente, quando gli animali sono al pascolo non sempre sono nella situazione per loro ideale. Se non si provvede con adeguati luoghi d’ombra e con adeguata alimentazione o luoghi di abbeverata. Bisognerebbe andare oltre i luoghi comuni per rendersi conto che il sistema è complesso e è sempre alla ricerca della miglior gestione possibile».
Ma allora che differenza c’è fra una bestia che sta in un allevamento come quelli che avete appena descritto e una che sta, invece, libera in montagna?
Marsan: «È una questione di sistema di allevamento. C’è bisogno di animali che abbiano strutture morfologiche che siano adatte per stare qualche mese al pascolo e poi tornare in stalla. Per quanto riguarda per esempio la produzione di latte, stare al pascolo vuol dire alimentarsi con delle essenze che poi danno composti aromatici particolari e, quindi, conferiscono un aroma particolare al latte. Con cui poi si può fare magari un formaggio tipico. L’allevamento viene fatto in modo intensivo nelle stalle di pianura dove le infrastrutture sono più sviluppate. C’è però un tema da considerare».
Quale?
Marsan: «Gli animali domestici non sono come gli animali selvatici, non hanno le stesse esigenze degli animali selvatici, la domesticazione li ha cambiati in modo sostanziale, sia dal punto di vista genetico sia dal punto di vista del comportamento. Per cui non dobbiamo confondere quelle che pensiamo possano essere le esigenze di un selvatico con quelle che sono le esigenze comportamentali appunto di un domestico».
Quindi oggi una vacca preferisce stare all’interno di una stalla invece che stare fuori, all’aria aperta?
Marsan: «All’interno ha i ventilatori. Una vacca è un ruminante, questa incredibile soluzione evolutiva di una simbiosi tra i microrganismi e l’animale fa sì che abbia un fermentatore all’interno del proprio corpo, un fermentatore che produce calore. Per cui soffre il caldo, quindi preferisce stare all’interno dove ha la ventilazione nel momento in cui la temperatura e l’umidità superano certi limiti. Ha delle doccette, i rulli che dicevo prima, ha spazio, ha da mangiare. Una volta gli animali venivano veramente tenuti alla catena e lì il benessere era inficiato, in questo caso gli animali sono liberi, hanno spazio, hanno cure mediche. Allevamento intensivo vuol dire anche avere una certa una certa disponibilità economica e vuol dire che tutte le stalle moderne hanno sistemi di monitoraggio degli animali. Nella nostra stalla sperimentale gli animali sono monitorati come astronauti: sappiamo quanto mangiano, quanto bevono, quanto si muovono, se si muovono bene o se hanno dei problemi alle zampe, se riposano abbastanza, se ruminano per un numero sufficiente di ore, questo è un indice di benessere. Quando c’è qualcuno di questi parametri che non va bene si va a vedere, si interviene, si prevengono problemi maggiori. Questi sistemi cercano di prevenire invece di curare, questo vuol dire anche, dal punto di vista ambientale, avere un minore consumo di antibiotici».
Questo è un tema molto importante. Come si usano oggi gli antibiotici? Vengono utilizzati per le bestie che si macellano qui in Italia?
Marsan: «Una volta si potevano usare gli antibiotici come fattore di crescita, ma adesso per legge è una cosa proibita. Per cui se gli antibiotici vengono usati è per curare gli animali malati. Se una vacca da latte ha la mastite, per forza bisogna usare gli antibiotici, ma il latte viene immediatamente scartato, viene distrutto, non può essere utilizzato. La stessa cosa per i farmaci. Io sono un genetista, la genetica ha cambiato radicalmente quelli che sono gli obiettivi di selezione. Quando mi sono laureato si pensava alla produzione e basta, ma era il millennio scorso. Adesso più della metà del peso del miglioramento genetico è per i caratteri funzionali, vuol dire che ci si è resi conto che è meglio avere animali più robusti. Il reddito dell’allevatore in questo caso non viene da un fatturato maggiore, ma viene da un risparmio nelle cure, dal fatto che gli animali si ammalano di meno, si stressano di meno, hanno un certo di benessere e quindi c’è un risparmio sugli interventi veterinari».
Si riferisce alla riproduzione degli animali, giusto?
Marsan: «Ci sono dei sistemi complessi, adesso anche molto aiutati dall’analisi del Dna, che riescono a stimare qual è il valore genetico di un animale, quindi quanto sono buoni i geni per la resistenza allo stress piuttosto che per la produzione. Quindi si riesce a fare una selezione mirata. Una volta si spingeva tantissimo per la produzione, per la produttività, adesso ci sono molti caratteri che sono funzionali. Si scelgono animali che sono più robusti, meno sensibili agli stress ambientali, ma anche più efficienti. Attenzione, l’efficienza è importantissima, perché è vero che l’allevamento ha un alto impatto ambientale, ma efficienza vuol dire che l’impatto ambientale viene minimizzato».
Vi chiedo un consiglio per chi consuma carne. Come scegliere la migliore?
Negrini: «Partiamo dal presupposto che l’Italia è un Paese in cui il controllo sulla produzione alimentare e specialmente sui prodotti di origine animale è altissimo e capillare. Quindi da un punto di vista della sicurezza, intesa come qualità igienico-sanitaria, il nostro Paese è uno di quelli in Europa più attento e più all’avanguardia. Il nostro valore aggiunto consiste sicuramente nell’offrire quel qualcosa in più a livello di qualità rispetto a Paesi che possono vantare capacità produttive più massicce. Come, banalmente, la Francia, nostra vicina, che ha estensioni di territorio molto maggiori della nostra. Per cui se sommiamo il controllo igienico-sanitario molto capillare e molto attento alla capacità di valorizzazione delle nostre eccellenze locali - i prodotti Dop e Igp, le nostre razze d’eccellenza - ci rendiamo conto che mediamente la carne che si trova nei nostri allevamenti e nei nostri supermercati è di buona qualità».
Che cosa ci dobbiamo aspettare dal futuro? Cioè, come cambierà la nostra alimentazione? Mangeremo più o meno carne?
Marsan: «Probabilmente mangeremo meno carne in futuro a livello europeo. Ma a livello mondiale tutti gli indicatori dicono che ci sarà un aumento del consumo di prodotti animali in generale. Questo perché ci sono due trend diversi. Uno è l’aumento della popolazione mondiale, anche se non in Italia né Europa. Poi l’aumento della ricchezza. Adesso siamo in un momento di crisi ma il trend è quello: se si guardano gli ultimi 50 anni, c’è un trend di aumento del reddito pro capite in quasi tutto il mondo. Prendete la Cina: venti anni fa era un Paese in via di sviluppo, adesso è al top della tecnologia e il consumo di carne è aumentato in questi ultimi 50-60 anni di nove volte. Ma questo è un trend normale, nel senso che nel momento aumenta il reddito e la gente ha un po’ più di soldi in tasca, cambia dieta. Da una dieta forzatamente priva di prodotti animali iniziano a mangiare prodotti animali. Noi diminuiremo il consumo di carne, probabilmente anche gli Stati Uniti che oggi, forse, ne consumano addirittura troppa. Ma il trend è di aumento della produzione di carne e aumento del consumo di animali».
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