Maurizio Belpietro smonta la tesi del «folle isolato» dietro l'attacco di Salim El Koudri: «Ha seguito il modello terroristico dell'Isis colpendo cittadini inermi. Ma si preferisce derubricare tutto a disagio psichico pur di non ammettere il fallimento dell'integrazione automatica e dei passaporti facili. La cittadinanza non cancella lo sradicamento delle seconde generazioni».
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2026-05-19
«Il più rock di tutti i tempi? Beethoven. In Italia i testi contano più che all’estero»
Domenico Paganelli
Il direttore artistico Domenico Paganelli: «I ragazzi di oggi hanno disimparato a possedere gli album. Ai giovani dico sempre: “Non prostituite la vostra musica a logiche di mercato”».
Dal cilindro magico della musica fuoriesce un profluvio di brani che ci catturano o ci hanno catturato. Canzoni leggere? Testi impegnati? In fondo poco importa. Ci hanno raggiunto, interessato, immalinconito o rasserenato. Tuttavia, esiste un teorema in base al quale spiegare il successo o l’insuccesso di una canzone?
Domenico Paganelli, detto Mimmo, tarantino e milanese d’azione, è stato dirigente artistico della Rca (oggi Sony Bmg), della Peer Southern e della Emi. È un alchimista della musica pop ed è appena uscito il suo libro Music Masterclass (edizioni Dantone). La sua è sempre stata una politica della qualità e ha collaborato con mostri sacri del pop italiano, da Dalla a Battiato, da Vecchioni a Fossati, da Bennato a Guccini, da Branduardi a Vasco Rossi, da De Gregori a Rino Gaetano e molti altri.
Come conobbe Rino Gaetano?
«Aveva appena fatto Sanremo. Lo conobbi nel 1977. Quando veniva a Milano ero io che organizzavo la promozione, le radio, le interviste, erano nate le tv private».
I testi di questo cantautore, talvolta più espliciti, talaltra più enigmatici, davano fastidio a qualche potente?
«Era un cantautore emergente. Secondo me non ha dato fastidio ai potenti perché aveva un certo modo di dire le cose… Una volta cantò Nun te reggae più davanti a Susanna Agnelli (sorella di Gianni Agnelli, ndr.) e lei lo trovò divertente…».
Sì, ad Acquario, in Rai, 1978. Tuttavia, in quell’occasione, Costanzo lo mise un po’ alla berlina…
«In quella trasmissione era molto timido, non tanto a suo agio. Usò tutto il mestiere possibile. In effetti non fu molto aiutato. Ma la sua coerenza fece sì che disse ciò che pensava».
Il cielo è sempre più blu. Canzone di denuncia sociale. Quel refrain era ironico o sarcastico?
«In quella canzone parlava di qualcosa di negativo ma i grandi fanno in modo di bilanciarlo con qualcosa di positivo e non c’è frase più bella di questa che lui ha scritto. “Guardiamo avanti e siamo positivi”. Non era sarcastico ma ironico. L’ironia è una grande arma».
Sono stati espressi dubbi sulla sua morte, in quell’incidente stradale…
«Non ho mai creduto a disegni nascosti. C’è da dire che Rino è un artista anomalo. Quando è morto era sì famoso ma non c’era ancora il sentore del mito e ha quasi superato gli altri cantautori, ma post mortem. Dalla, Pino Daniele, Pino Mango - che se ne andò sul palco - erano già grandi in vita. Lui vendette molto con Gianna, un singolo, ma per gli album era da 30-50.000 copie, una quantità all’epoca non elevatissima ma normale».
La celebre Luci a San Siro di Vecchioni, che parlava di compromessi imposti per vendere dischi. «Parli di sesso, da buoncostume… / Scrivi Vecchioni / scrivi canzoni / che più ne scrivi più sei bravo e fai i danée…».
«Era una critica nei confronti del “fai questo che vogliono le discografiche” ma un artista può prendere la scorciatoia per il successo. Il duetto Vecchioni-Guccini al premio Tenco è più una riflessione tra artisti. Insomma, il denaro non ha mai fatto schifo a nessun artista. Vecchioni scrisse quella canzone per un artista barese, Rossano, e aveva un altro titolo e un altro testo. Non successe nulla, la ripescò ma il testo non gli calzava e lo riscrisse. Venne quel capolavoro di Luci a San Siro. Più di una volta Guccini mi ha detto che questa canzone l’avrebbe voluta scrivere lui».
Il pubblico può influire sul mercato discografico?
«Il pubblico, alla lunga, è sempre un sovrano. Si facevano anche gli spot su un disco e questo poteva far vendere di più. Ma il pubblico ha un sesto senso. C’è da dire poi che nelle scuole si insegnano i cantautori, ma tra dieci o vent’anni forse si farà la stessa cosa con la musica rap…».
Il fatto che un disco abbia successo dipende anche dal momento in cui esce?
«Può accadere che un album sia bellissimo ma un po’ in anticipo sui tempi. Deve essere giusto al momento giusto. Se è troppo in anticipo non va bene, se troppo in ritardo nemmeno. Se è troppo in ritardo significa che ciò che in quel disco l’artista dice è stato già detto da qualcun altro. Dal momento in cui un artista concepisce un disco, diciamo a casa sua, al momento operativo passano circa sei mesi, talvolta un anno e nel frattempo il mondo va avanti. Può succedere che un altro esca prima con caratteristiche simili e sia un problema replicarlo».
Nella sua carriera di discografico ha promosso musica e testi di qualità.
«Ho iniziato in discografia nel 1971. Ho fatto negozio, vendita, ascoltavo concerti di artisti nazionali e internazionali. Poi entrai nella stanza di bottoni. Mi interessava tutto, non mi piaceva tutto ma cercavo il bello ovunque. Siamo abituati a dividere il mondo in rock, pop, folk, jazz e via di seguito, ma quello è il vestito. La canzone in sé non ha un genere. Sono la registrazione e l’arrangiamento del pezzo che determinano se esso è pop, rock o altro. Amavo scomporre le canzoni senza lasciarmi prendere dal vestito».
Ci faccia capire.
«Una canzone melodica può diventare rock e sembrare scritta per essere rock. Quando faccio le masterclass dico ai ragazzi: “Quando si scrive il testo il genere ancora non esiste”, e già mi guardano male. Gli canticchio Fotoromanza di Gianna Nannini, in tre quarti, ma il tre quarti poteva essere un liscio dei Casadei. Questo per dire che l’arrangiamento modifica tutto. Dico ai ragazzi: “Sapete qual è il compositore più rock del mondo di sempre? È Beethoven. T-ta-ta-tan” (accenna la Sinfonia n. 5, ndr.). Quello è rock, anche se non esisteva. Il maestro Walter Margoni, “Gualtiero”, autore di Guarda che luna, si metteva al pianoforte, prendeva una canzone, ad esempio di Ramazzotti o Mina, e mi diceva: “Adesso ti faccio capire perché è un successo”». La scomponeva come un lego. Questo mi ha aperto la mente».
Preso atto che dev’esserci una metrica delle note che ne sancisca l’«orecchiabilità», quanto è importante il testo?
«Il testo ha sempre importanza e nel nostro Paese ancora di più che nel mondo anglosassone, dove ci sono canzoni meravigliose ma quando le traduci un po’ di amaro in bocca rimane. Nella nostra lingua i termini hanno spesso molti sinonimi, da loro molto meno. Con poche centinaia di parole loro scrivono. Pensiamo invece alle parole che usa Battiato i cui testi sono tuttavia enormemente diversi rispetto a un cantante pop degli anni Sessanta…».
Cantautori più profondi e autori più semplici, con rispetto di entrambi.
«Per un cantautore il testo può arrivare anche all’80%di importanza. I cantautori hanno inventato un modo più libero di scrivere. Negli anni del boom economico si scrissero i testi più ingenui ed è giusto. Poi il 1968 e, dalla fine degli anni Settanta, quel “noi” che si usava è diventato “io”, con l’eccezione di Vasco Rossi che negli anni ’80 ha detto “Siamo solo noi”».
Resta il fatto che anche le canzonette leggere hanno un loro diritto di cittadinanza, tant’è che a tante di esse, lo ammettiamo o no, siamo affezionati…
«Sono d’accordissimo. Se uno va al mare mette ad esempio Vamos a la playa. Se ci eleviamo a giudici facciamo un errore. Ma la realtà è che le canzoni più belle sono quelle sentite da chi le ha scritte e non fatte a tavolino per puro marketing. Quindi distinguerei le Canzonette dalle canzonette con la “c” minuscola, quelle preconfezionate. Il ballo del qua qua è una Canzonetta con la “c” maiuscola. Conosco il compositore, svizzero. Un giorno gli è venuta così, spontaneamente, bellissima, da organetto, tradotta in moltissime lingue, una canzone così viene una volta nella vita… Oggi c’è la tendenza a trovare scorciatoie per il successo. Je so’ pazzo di Pino Daniele è una Canzonetta con la “c” maiuscola».
Quali speranze ha oggi, agli inizi, un cantautore talentuoso anche per sostentarsi economicamente?
«Dico sempre, live, live, live, ovunque, da dieci persone in su prendere tutto e soprattutto non prostituirsi artisticamente ma fare il vestito che ti vuoi mettere. Oggi la canzone d’autore è in crisi, è una nicchia. Una volta beneficiavano di vendite anche cantautori più mediocri, perché l’andazzo era quello. Oggi non c’è più e quindi si fa fatica».
Le grandi case discografiche di oggi scommettono sulla qualità?
«No. Oggi le majors hanno il 20% del personale che avevamo noi. Da quando hanno avuto l’idea della “musica liquida” non c’è più il possesso, ma solo l’ascolto. I ragazzi hanno disimparato a possedere l’album, il disco, che non si comprano più. Negli anni Sessanta lo streaming era il juke box. La musica digitale non fa guadagnare per vivere. I divi dei ragazzini sono sui social, magari non li conosciamo, con milioni di like e di streaming, la qualità non conta più. Non si parte più da zero, come facevamo noi, con il rischio di non vendere un disco…».
Luigi Tenco. Ho chiesto un parere a Orietta Berti, Iva Zanicchi, Vilma Goich, al criminologo Francesco Bruno. Tutti convinti che il suo non sia stato un suicidio…
«Le case discografiche cercavano il miglior disco possibile. Alle volte è normale che un artista vada verso il calcio d’angolo. C’erano due problemi, l’artista che andava troppo o verso destra o verso sinistra, e la censura, ufficiale e no. Inizialmente Ciao amore, ciao, il ritorno dalla guerra, era una canzone molto più profonda e magari anche molto più bella. Doveva rimanere un po’ più sull’amore. Ma non vedo un complotto. Secondo me lui era già una pianta con i segni del vivere, era molto critico, voleva fare musica d’autore. Non andò in finale ma alcune canzoni erano bruttine. Vide questa cosa come un attacco al suo modo di ragionare e, secondo me, andò in crisi. Aveva un principio di depressione. Tenco dedicò la sua vita a tenere integra la sua arte, ecco perché, secondo me, si sentiva così. Altri artisti non avevano il problema del Sanremo e non ci andavano».
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La campionessa di powerslap Franciska Szabo: «Quando attendo il colpo, parlo con Dio. Gli uomini? Anche i meno timidi con me si scoraggiano».
Ha quel pizzico di follia idealista nello sguardo che la rende simile a Giovanna d’Arco. Lei però non sente le voci, fa vedere le stelle. E se qualche spiritoso la svillaneggiasse, uno sganassone ben assestato gli regalerebbe una gita sulla Luna senza missione Artemis.
Franciska Szabo da Budapest, 34 anni di carne, ossa e adrenalina, sui social è definita «l’uragano ungherese»: tante medaglie nello judo, sport di famiglia, modella fitness, star in patria del reality tv Exathlon, wrestler col nome di battaglia «Sheena». È capitata in America quando la Ufc - la federazione di sport da combattimento che fattura miliardi di dollari fondata dall’imprenditore Dana White - stava promuovendo i primi incontri di powerslap. Ha voluto provarci. Oggi è imbattuta nella sua categoria: 5 incontri, tutti vinti.
Nonostante le controversie intorno a una pratica pericolosissima, proibita in molti Paesi, avallata a Las Vegas e nell’Arabia Saudita dei petroldollari, la federazione di Power Slap fin dal 2024 conta 3,48 milioni di fan sul canale YouTube, 6,5 milioni di seguaci su TikTok, 3,9 milioni su Instagram e 13 miliardi - non è un errore, miliardi - di visualizzazioni complessive, per lo più utenti sotto i trent’anni. Si tratta di match in cui a turno ci si colpisce sulla guancia con uno schiaffo a mano aperta. Fa male, c’è chi sviene. Prima di diventare business, era attività diffusa tra i giganti delle steppe siberiane, una dimostrazione di nerbo. Come in un film di Bud Spencer, ma senza la trama. «Che posso dire? Ognuno è fatto a suo modo, io amo gli sport estremi», ammette Franciska.
E ha iniziato a praticarli fin da piccola.
«Uno dei miei primi ricordi: un peluche di Winny The Pooh vinto a 5 anni nel mio primo torneo di judo. Mi accompagnava mio padre, a quell’età non ci sono le suddivisioni di categoria tra maschile e femminile. Dissi a papà che avrei vinto quel premio e lo vinsi. Forse ho iniziato così, per renderlo orgoglioso di me, anche se lui, pur maestro di judo, non mi ha mai forzato a praticarlo».
Oggi è campionessa di powerslap.
«Ci sono approdata per caso. Un ottimo veicolo promozionale».
Racconti.
«Nel 2022 mi ero trasferita in America dopo le vittorie in Europa nel judo, i primi incontri di wrestling e la popolarità ottenuta con la trasmissione sportiva Exathlon. A Budapest mi riconoscevano per le strade, sui social incrementavo i seguaci. Decisi di trasferirmi in una realtà più grande e cogliere le opportunità nel bodybuilding e nel wrestling professionistico. Quello era il piano. A Las Vegas mi contattarono per propormi un’esibizione femminile nel nascente movimento di poweslap. Sapevo fosse collegato alla federazione Ufc, mi è sembrata una grossa opportunità».
Così ha iniziato a dare e prendere ceffoni.
«Non si tratta solo di dare schiaffi. Ci sono regole precise, una tecnica rodata, è più complesso di quanto appaia».
Come si svolge un match?
«Dipende dal livello. Si parte da tre round, fino a cinque nelle competizioni di cartello. Si vince o per ko o ai punti, su decisione dei giudici. Ci sono ammonizioni e sottrazione di punti per colpi proibiti e falli. In ogni round, il combattente deve colpire l’avversario sulla guancia, tra lo zigomo e la mascella. Mai da altre parti. Deve rispettare la posizione dei piedi stabilita dal regolamento, non può saltare o alzarsi sulle punte. Deve mettere il paradenti e i tappi nelle orecchie. L’avversario, con le mani incrociate dietro la schiena, a sua volta non può sottrarsi al colpo, spostare la testa o fare movimenti inconsulti».
E una volta portato il colpo?
«C’è un minuto di tempo per assorbirlo, verificare con il team e con un medico il proprio status psicofisico, per poi cominciare il turno di risposta. È una questione di mira, bilanciamento, velocità, forza esplosiva, concentrazione, capacità di incassare».
Dunque non basta avere un braccione e le mani a padella.
«No, non funziona così (ride, ndr). La tecnica conta più della forza. La potenza di un ceffone non deriva dal braccio, ma dall’uso delle gambe, dalla rotazione del busto, dalla giusta accelerazione, dal calcolo delle distanze. Chi si cimenta nel powerslap proviene dal mondo della lotta: è già esperto nel colpire e incassare».
Ci sono trucchi utili a vincere?
«Forse l’unico trucco è psicologico. Non mostrare esitazione. Cogliere l’attimo nel momento propizio. La sintesi del carpe diem. Un dettaglio trascurato può fare la differenza».
Non ha paura mentre la stanno per colpire?
«No. Altrimenti non lo farei. Non faccio la smargiassa, ma credo che la vita sottoponga a prove ben più spaventose di uno schiaffo. Se la paura prende il sopravvento, addio match. Però una preghiera la dico».
Prega?
«Sì. In quegli istanti rilascio la tensione, mi posiziono e, mentre aspetto e ripeto a me stessa che nessuno mi smuoverà da dove mi trovo, provo a parlare con Dio. È come se abbandonassi il corpo e mi vedessi dall’esterno, idealizzando una sorta di parentesi spirituale. Funziona».
Sa che a ogni colpo rischia grosso?
«Non avrebbe senso nasconderlo. Molti medici hanno sottolineato i rischi di danni neurologici a lungo termine e di traumi violenti nell’immediato. Ne sono consapevole, come del resto lo è chiunque pratichi uno sport da combattimento. Ma ci sono persone costruite in modo diverso dagli altri. Io ho bisogno di spingermi oltre i miei limiti fisici, di mettere alla prova il mio coraggio, di uscire dalla zona di conforto. Non sto facendo l’apologia della temerarietà. Ma sono fatta così. Seguo il mio istinto e i miei talenti».
Però avrà sviluppato un rapporto particolare con il dolore fisico.
«Nella mia carriera, tantissime volte, soprattutto col judo e il wrestling. Mi hanno operata tre volte ai rotatori delle spalle, i miei legamenti delle ginocchia sono ricostruiti chirurgicamente, ho tre vertebre della schiena incrinate. Lavoro col mio corpo ogni giorno, lo stress è elevato. Già 11 anni fa gli ortopedici mi avevano messa in guardia. Continuerò ancora per qualche anno, poi deciderò. Ma insisto su un aspetto».
Dica.
«Sono molto più spaventata dal dolore interiore: un’amicizia tradita, una relazione sentimentale sbagliata, una perdita. Non voglio suonare retorica, ma sport così estremi come i miei mi hanno insegnato a sopportare il dolore fisico come metafora di quello psicologico».
Vanta 5 incontri vinti senza mai andare al tappeto.
«In verità una volta ko ci sono finita, ma la vittoria è stata assegnata a me per colpo scorretto di Jackie Cateline, la mia avversaria».
Che sensazione ha provato?
«Nel momento in cui è successo e stavo crollando al tappeto, quasi non ci credevo. Poi si è spenta la luce. All’ospedale ho notato il livido sul collo, non sulla guancia, e ho capito che avevo subito un colpo scorretto. Ho vinto, ma intanto tutti i social, milioni di persone, avevano pubblicato il video del mio crollo, diventato virale. Mi sentivo rodere dentro, pungolata nella fiducia in me stessa».
E che cosa ha fatto?
«Ho chiesto subito di fissare una rivincita, ma ho anche capito che, essendo uno sport popolare sui social, alcune avversarie sono interessate più alla sensazione eclatante del momento da veicolare sul web che a una vittoria pulita».
Nella rivincita si è imposta sul campo.
«Volevo batterla sul campo e così è stato. È finita al tappeto due volte».
Questo spiega perché il powerslap sia definito uno sport per i social.
«Confermo. Non conta tanto il montepremi, quanto sfruttare la visibilità mondiale per farsi conoscere nelle altre discipline, nel mio caso il wrestling e le arti marziali miste».
A proposito di wrestling: si dice che lo show sia una componente essenziale.
«È vero, per questo mi sono scelta il nome di battaglia di “Sheena”, una sorta di alter ego in cui veicolare il lato più ribelle di me stessa, lasciando a Franciska quello più consueto. Il wrestling è uno spettacolo a esito predeterminato in cui si costruisce una trama a tavolino tra avversari, si intrattiene il pubblico, ma le evoluzioni fisiche e atletiche sono reali. Così come il calore e l’energia di un pubblico forsennato».
Le è piaciuto stare in America a praticarlo?
«Lì tutto è grande e competitivo. Le persone sono molto amichevoli sulle prime, ma non è sempre facile stabilire rapporti duraturi. Ho viaggiato per il mondo, a 17 anni sono andata da sola in Mongolia per un match di judo. Ho visto tanto, ma sento il bisogno delle radici identitarie mitteleuropee, come doppio binario».
Gli uomini hanno paura di lei?
«Sulle prime, scoraggio anche i meno timidi, quando scoprono che cosa faccio nella vita. Però dipende dalle situazioni. Personalmente sono attratta da una, non so come spiegarlo, energia maschile che faccia da complemento a me, a quel che sono, e che possa portare pace interiore, considerata la mia attività frenetica. Non disdegno i fisici belli, ma ciò che mi colpisce di un uomo è la capacità di insegnarmi qualcosa, e magari la sua profondità».
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Dario Baldan Bembo (Getty Images)
Dario Baldan Bembo: «Con un’orchestra mettemmo le tende e registrammo tra i rumori della natura. Lauzi era incazzatissimo col mondo. Conservo una foto di mio papà con D’Annunzio».
Quando si parla con Dario Baldan Bembo appare facile attaccare con Amico è, il brano da lui musicato e cantato, assurto a inno senza confini dell’amicizia, sentimento universale che peraltro si presta a considerazioni dalle infinite sfaccettature. Tuttavia è interessante anche ricordare Canto universale, «sconosciutissima, di cui ho scritto anche il testo, canzone molto normale, bella, semplice, senza enfasi, dedicata a Gesù Cristo». La cantò Mia Martini con quella voce struggente. Giacché anche l’ermeneutica dei testi, ossia l’analisi del loro contenuto, è importante, eccone un verso. «C’è un uomo che ha detto va’ / la strada conosci già / ma il gregge si è poi smarrito / dietro l’infinito di una falsa realtà». Quella canzone si conclude con un frinire di cicale, sotto le stelle. E tutto torna.
Sebastiano, tuo padre, di origini venete.
«Papà è morto nel 1973. Nato a Fiesso d’Artico (Venezia, ndr), nel 1896. Più vado avanti nella vita e più continuo ad apprezzare la sua vita perché è stato un volontario nella prima guerra mondiale, uno dei primi aviatori, fece una cosa da eroe. Ho una foto che tengo come una reliquia in cui è ripreso addirittura con D’Annunzio».
Come conobbe tua mamma, Domenica Andreini, originaria di Maggiora?
«Questa è una parte nascosta della mia vita. Io non conosco neanche l’anno in cui si sono sposati. Ai tempi erano abituati a non parlare mai di loro. Io di mio padre non so molto, quello che sono riuscito a sapere è soprattutto dalle foto…».
Tua madre era insegnante di pianoforte…
«Sì, certo, diplomata in conservatorio. Ma non l’ho mai sentita suonare il pianoforte in casa. Un tempo c’era questa mentalità, devo dire distorta, che siccome mia madre aveva quattro figli - io e i miei tre fratelli - non era “conveniente” che una donna suonasse il pianoforte perché era ritenuta una cosa poco seria. E di questo ho sofferto molto, perché mi sarebbe molto piaciuto vederla suonare…».
Pertanto non ha influito sulla tua formazione musicale?
«Assolutamente no. È una cosa che mi è nata dentro perché mi ricordo, quando avevo 10-12 anni - avevo il pianoforte in casa perché mio padre l’aveva comprato - mi sono accorto che mi piaceva moltissimo e ho approfondito l’argomento…».
Sei nato a Milano, ma poi c’è Maggiora, un piccolo Comune di media collina in provincia di Novara.
«Sono nato in casa, come accadeva una volta. Ho sempre avuto questa doppia realtà, Maggiora come piccolo paradiso della mia vita, fin dalle vacanze di scuola alle elementari - quando ci vado mi vedo con i miei amici, andiamo nei prati, a pranzi, ho fatto anche dei fantastici concerti - mentre a Milano, non potendo fare tutte queste cose, vivo da tranquillo cittadino. Ho due case, una a Milano e poi mi trasferisco in campagna, diciamo da giugno a ottobre, perché la vita è molto meglio là».
Proprio a Maggiora, nel 1982, hai musicato l’album Spirito della terra (1982). «Spirito della vita / Siamo gente di città / Che non vuole sapere più quello che sa». Un ritorno alle origini.
«Sì, certo. Tra l’altro, l’ho realizzato in una condizione assolutamente unica, in aperta campagna, in un bosco dove trovai una radura. Mettemmo le tende, i bungalow, pochi lo sanno, nessuno ha mai fatto un album in un bosco, con il torrente che passava e i rumori della natura. Con un’orchestra, abbiamo vissuto lì due mesi, bellissimo, una vita fuori dalla realtà, e in quella situazione è nato anche Amico è…».
Sei sposato?
«Ci ho tentato due volte e adesso, però, sono felicemente in compagnia».
Figli?
«Ne ho uno, ha 41 anni, Luca, il mio carissimo figlio, ha un bellissimo lavoro in una televisione ma lo prendo sempre nei miei album perché è un chitarrista eccezionale».
Nel 1966 hai conosciuto Ico Cerutti che ti portò nel clan Celentano, come tastierista.
«Di Celentano quasi nessun ricordo. Ho cominciato la mia carriera con Ico Cerutti, in un complesso di professionisti, c’era Gianni Bedori - Johnny Sax -, ci chiamavano dappertutto per far ballare la gente. Poi, da esecutore, sono diventato compositore e cantante».
Amico è. Testo di Nini Giacomelli, Sergio Bardotti e anche di Mike Bongiorno che la volle come sigla di Superflash…
«Mike è stato davvero il patron di Amico è. Grande merito anche di Nini Giacomelli e Sergio Bardotti, gli inventori proprio dell’inno dell’amicizia. Io avevo scritto la musica, bella fin che vuoi (la intona, ndr) ma su questa traccia vollero proprio scrivere qualcosa sull’amicizia. Poi è intervenuto lui, che ha dato la zampata finale. Da una canzone normale è diventato un inno dell’amicizia andato in tutto il mondo attraverso la canzone in francese di Céline Dion Hymn à l’amitié…».
Un ricordo di Mike?
«Un grandissimo personaggio. Quando è morto la televisione è morta un po’, come è successo quando è mancato Pippo Baudo».
A proposito di amicizia, sono migliori le amicizie esclusive, tipo «il mio miglior amico», oppure no?
«Rispetto a questo ragionamento sono molto meno selettivo nel senso che accetto molto di più, accetto tutto, che sia un’amicizia superficiale o meno. L’importante è il rapporto umano. Invece di scegliere qual è l’amicizia migliore, l’importante è l’amicizia in totale, quindi evviva qualsiasi amicizia».
Nelle storie di amicizia della tua vita hai più prediletto amicizie singole o compagnie?
«Ho avuto la fortuna di averle tutt’e due. Ho grandissimi amici oggi che conosco da 50-60 anni, fin dalle elementari. A Milano ho un amico, lo chiamo “primus amicus”, Mario Gorna, l’ho conosciuto in prima elementare. Li chiamo amici “rocciosi”, ne ho almeno sei o sette. Ho anche avuto un mucchio di compagnie, si sono un po’ diradate, ogni non sono tanto tempi da compagnie, tempi molto brutti».
Tra amici è comune litigare…
«Beh, litigare fa parte dell’amicizia, ma il litigare può portare ad approfondirla e questa è una cosa positiva».
Può esistere l’amicizia senza implicazioni erotiche tra un uomo e una donna?
«Sì, ma nella mia voglia di sincerità ho sempre detto che di solito un’amicizia tra un uomo e una donna è sempre una donna a deciderla, l’uomo andrebbe sempre più avanti. È sempre la donna che mette le mani avanti, “calma”, anche perché l’uomo è un po’ più mascalzoncello, cerca sempre di andare più avanti».
Hai amicizie con donne?
«Sììì, ho tante amiche, a Maggiore, ad esempio, ho una carissima amica, si chiama Carla, è anche una mia vicina di casa per cui non ti dico le cene, i pranzi, il nuoto al lago, le giocate a tennis, un’amicizia che continua tuttora…».
Cesare Pavese sosteneva che una donna può rovinare l’amicizia tra due uomini, dividerla…
«Non vorrei spiegarmi male, ma la presenza di una donna è talmente importante nei rapporti umani che può determinare la rovina di qualcosa. È importante nelle cose positive ma anche in quelle negative, nel senso che può essere una rovina paurosa ad esempio a livello familiare…».
Anche certe amicizie maschili o femminili somigliano agli amori….
«Sì, sicuro. L’amore, secondo me, determina tantissime cose, più di quanto ci immaginiamo. Dove c’è un rapporto umano già c’è amore, in qualche sua forma, e di forme ce ne sono migliaia».
Negli ambienti dello spettacolo e della musica, le amicizie sincere e autentiche sono improbabili?
«È una domanda che mi sono sempre fatto ma alla fine ho desistito dall’approfondire perché secondo me è importante non chiedersi mai se questa amicizia è sincera o no, l’importante è viverla e basta, forse è illusorio, ma l’importante è vedere le cose migliori, non sono mai stato a scavare per vedere la cosa migliore o peggiore. Mi sono sempre soffermato su ciò che è positivo e secondo me è il modo migliore di vivere la vita».
Dal punto di vista spirituale qual è la tua posizione?
«La penso nella maniera che ritengo più giusta che sia, l’avere la sicurezza che oltre questa vita c’è qualcosa. Sarebbe un peccato che dopo non ci sia un seguito. Ma non prendermi come un uomo di fede. Penso di essere molto di più e molto di meno. Ho però una fede scientifica nella presenza di mia madre, che è morta da tanti anni. Continua ad aiutarmi. È più della fede, è più vera, è un rapporto “scientifico” che ho con lei e quando ho bisogno di un aiuto, la chiamo e lei mi soddisfa sempre. Ma dobbiamo avere davvero la voglia di sentirli. Ci ricopriamo di tante maschere. Sarebbe meglio vivere senza».
Credi al ritrovarsi nell’aldilà?
«Io spero di sì. Ho perso due gatti, Pancho e Fosca, che avevano passato con me 18 anni di vita e anche con loro cerco sempre di dire “ci ritroveremo”».
A chi lo dici…
«Questi discorsi cerchiamo di evitarli perché siamo legati al discorso del giorno, soldi, vacanze. E sai dove li faccio? Sempre in campagna sotto un cielo di stelle. Lo consiglio a tutti. È difficile ragionare su questo quando sei in mezzo al traffico. A Maggiora, con gli amici, ci si raduna intorno a un tavolo, sotto un cielo stellato, a parlare di Dio e delle stelle».
A quale dei tuoi brani sei più legato?
«Sono tutte mie creature. La musica più toccante è stata la prima, Aria, del 1975, testo di Bardotti, dove c’è molta spiritualità».
Progetti?
«Fare un grande concerto a Maggiora, dove ho fatto Amico è, ricordandone tutte le emozioni».
Ci dai un ricordo di Bruno Lauzi, con cui hai collaborato?
«Forse non ha avuto il successo che meritava. Quando lo vedevo impazzivo di piacere perché era sempre incazzato con il mondo intero. Era incazzatissimo col mondo ma si capiva che lo amava, usava l’ironia. Quando iniziava a parlare lo bevevo, come un bicchiere di champagne».
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Oscar Marchetto, presidente e ad di Somec
Il numero uno di Somec Oscar Marchetto: «Gli Usa calano e risalgono, noi restiamo lì per burocrazia, poco credito e mancanza di strategia industriale».
Da 20 a 250 milioni di fatturato in meno di un decennio, poi la frenata, la ristrutturazione e una nuova partenza con basi più solide. Fino ai 370 milioni dell’esercizio 2025. Oscar Marchetto, presidente e ad di Somec - gruppo quotato alla Borsa di Milano, attivo nella progettazione e produzione di sistemi complessi per il settore navale, residenziale e commerciale - va in controtendenza.
Presidente, Somec ha attraversato una fase difficile prima di tornare a crescere. Cosa ha messo più a dura prova il gruppo, e quando ha capito che il peggio era passato?
«Somec è nata nel 1978, ma quando l’ho acquisita alla fine del 2013 era un’azienda mono-cliente con un fatturato di circa 20 milioni di euro. La strategia era chiara: fare acquisizioni e crescere velocemente. E ci siamo riusciti - siamo passati da 20 a 250 milioni di fatturato, con una decina di aziende nel gruppo e 800 milioni di euro in portafoglio ordini».
Poi è arrivato il Covid…
«Eravamo nel pieno di un’espansione accelerata, e la pandemia ci ha colto in una fase delicata: gli ordini erano sostanzialmente piatti, i prezzi delle materie prime sono esplosi e la marginalità ha iniziato a calare. A questo si è aggiunto il fatto che la nostra organizzazione non era ancora adeguata a gestire un gruppo di quella dimensione. Condurre un’azienda che vale 250 milioni è completamente diverso rispetto a una da 20: cambiano la strategia, la velocità decisionale, le priorità. E poi sono arrivati i problemi geopolitici, che hanno ulteriormente complicato il quadro. Oggi siamo a 28 aziende nel gruppo. Abbiamo affrontato una fase di indebitamento e marginalità in calo che ci ha imposto una ristrutturazione profonda. Nel 2024 e nel 2025 abbiamo applicato una politica rigorosa di riduzione del debito, riuscendo a generare 50 milioni di cassa in due anni e a raggiungere i 370 milioni di fatturato. Per il 2026 l’obiettivo è aumentare utile e generazione di cassa per arrivare a una posizione finanziaria netta positiva. Solo a quel punto torneremo a valutare operazioni straordinarie».
Perché avete scelto di quotarvi in Borsa nel 2018?
«Inizialmente la quotazione era funzionale a un’operazione straordinaria negli Stati Uniti. Ma poi ho capito che aveva un valore in sé: ti obbliga a una disciplina gestionale che fa bene all’azienda, e ti dà visibilità che altrimenti sarebbe molto difficile ottenere. A volte ti demoralizza - i titoli delle Pmi sono spesso sottovalutati rispetto ai fondamentali, e c’è poco interesse strutturale da parte degli investitori istituzionali. Ma è uno strumento che, se usato bene, può fare la differenza».
Le Borse hanno rivisto i massimi, ma c’è un diffuso pessimismo legato alle tensioni geopolitiche, alla guerra in Ucraina, ai conflitti in Medio Oriente. Lo condivide, o ritiene che per chi sa posizionarsi bene esistano comunque opportunità?
«Io ogni mattina leggo cinque giornali, e ogni giorno mi trovo davanti a notizie che sembrano progettate per scoraggiare. Ma il mio lavoro - e quello di chiunque guidi un’azienda - è trasformare le notizie negative in opportunità. Il pessimismo è un lusso che non posso permettermi. Certo, le tensioni internazionali hanno un impatto reale: Medio Oriente e Russia fanno salire le materie prime e l’inflazione. Ma noi abbiamo una struttura geografica che ci permette di non essere esposti direttamente a nessun singolo mercato di crisi. Le opportunità ci sono per chi è posizionato bene e noi lavoriamo ogni giorno per esserlo».
Le tensioni internazionali hanno cambiato il modo in cui i vostri clienti decidono gli investimenti? Nei grandi committenti - cantieri navali, costruttori di edifici di pregio - vede un atteggiamento di attesa o la domanda tiene?
«Il rischio dell’attesa esiste ed è reale: conosco imprenditori con utili solidi e cassa abbondante che hanno bloccato gli investimenti in attesa di capire come si evolve la situazione. Questo meccanismo di paralisi è uno dei freni più pericolosi per l’economia, perché è autoreferenziale - più si aspetta, più si crea incertezza, e più si aspetta ancora. Nel nostro settore specifico, però, la domanda tiene. Sono appena tornato da una fiera del settore crocieristico a Miami, dove i quattro maggiori armatori al mondo - con un fatturato aggregato di circa 70 miliardi di dollari l’anno - si sono mostrati molto positivi. Hanno ordini di navi fermi fino al 2038. I numeri del comparto parlano chiaro: nel 1985 i passeggeri crocieristi nel mondo erano 1,9 milioni; nel 2025 siamo arrivati a 37 milioni. Questa crescita strutturale si traduce in ordini sui cantieri europei, che costruiscono la quasi totalità delle grandi navi da crociera del mondo».
Il settore navale è particolarmente esposto alle dinamiche geopolitiche. Come si comporta la domanda di navi da crociera e superyacht in un clima di incertezza globale?
«La domanda di superyacht è più ciclica e risente di più delle oscillazioni del sentiment dei grandi patrimoni, ma anche lì non vediamo una contrazione preoccupante. La verità è che chi ha grandi risorse continua a investire, anche in fasi di incertezza geopolitica - spesso anzi accelera, cercando beni rifugio o esperienze di alto valore».
Lei aveva detto che i dazi non la preoccupano perché producete negli Stati Uniti per il mercato americano. Ne vale davvero la pena, produrre negli Usa?
«Assolutamente sì. E non solo per i dazi. Produrre negli Stati Uniti significa essere vicini al cliente, rispondere rapidamente, non subire i costi e i ritardi della logistica internazionale. Significa anche capire il mercato dall’interno. Uno degli aspetti che colpisce di più chi arriva dall’Europa è la velocità burocratica: negli Usa, se devo costruire un capannone, in un mese ho tutte le autorizzazioni. Da noi possono volerci anni. Questa differenza di velocità si traduce direttamente in competitività».
Gli Stati Uniti crescono a ritmi quattro o cinque volte superiori a quelli dell’eurozona. Lo vede anche nei vostri ordini? Da cosa dipende, secondo lei, questo divario così marcato?
«Lo vedo eccome. Il mio socio americano è molto ottimista: con tassi in calo si stanno riaprendo grandi investimenti e grandi progetti. La dinamica americana è quella di una crisi a V - scendi e risali altrettanto velocemente. Quella europea è una crisi a L: scendi, e poi resti lì. Il motivo fondamentale è la velocità delle decisioni. In Europa ci siamo ingessati in una burocrazia che rallenta tutto. Speriamo che qualche scossone - e qualcuno sta arrivando - possa spingere verso la costruzione di un’Europa vera, capace di decidere e agire. Perché oggi la debolezza dell’Unione europea è strutturale: non decide, non agisce, subisce. Prendiamo il tema delle energie rinnovabili e dell’automotive elettrico: sono obiettivi giusti, ma devono essere realizzati in modo da creare business, non da distruggerlo. Invece abbiamo consegnato tecnologie strategiche a potenze con interessi divergenti dai nostri, e abbiamo smantellato interi comparti industriali sulla base di decisioni di cui ancora non si capisce bene la paternità. Stiamo buttando via ottant’anni di lavoro industriale».
Il mercato Usa è ancora in espansione o comincia a dare segnali di saturazione?
«È ancora in espansione. La riduzione dei tassi d’interesse sta liberando una quantità enorme di investimenti che erano stati sospesi. I grandi progetti nel navale e nel residenziale di pregio stanno ripartendo. La domanda americana rimane la più dinamica al mondo in questo momento, e noi siamo ben posizionati per coglierla».
Quali sono, a suo giudizio, i tre ostacoli strutturali principali che frenano la competitività europea?
«Burocrazia e lentezza decisionale, prima di tutto. Poi la mancanza di una strategia industriale coerente: si inseguono obiettivi ambientali sacrosanti senza pensare alle conseguenze per la base produttiva, e si finisce per favorire i concorrenti invece di rafforzarsi. Terzo, il sistema finanziario: le banche europee stanno riducendo i prestiti alle imprese, il che ingessa le aziende e frena la crescita proprio quando ce ne sarebbe più bisogno. Il risparmio privato esiste in abbondanza - il problema è che non viene incanalato verso l’economia reale».
Il gap di crescita tra Usa ed Europa è destinato ad allargarsi ancora, o c’è la possibilità di un’inversione di tendenza? Cosa servirebbe?
«Dipende dalla velocità con cui l’Europa deciderà di riformarsi. Oggi la traiettoria è quella di un allargamento del gap. Per invertirla servirebbe un piano serio di supporto alle piccole e medie imprese - che sono la spina dorsale dell’economia italiana ed europea - e una politica di incentivi che faccia lavorare il risparmio privato in modo produttivo. I Pir, per esempio, nel 2018 avevano creato un meccanismo interessante per portare capitali sulle Pmi quotate. Poi sono stati smontati male, e molti investitori si sono bruciati. Bisogna tornare a ragionare in quella direzione, ma farlo bene».
L’Italia, in questo quadro, ha ancora un ruolo specifico da giocare, o rischia di essere marginalizzata? Dove sta la vera forza competitiva del nostro Paese?
«L’Italia ha una forza competitiva che spesso non riconosciamo abbastanza: siamo bravi, creativi, e più veloci di quanto si pensi. Siamo più casinisti di un tedesco, ma questa apparente disorganizzazione nasconde una capacità di adattamento e di risposta che in molti ci invidiano. Sulla mia scrivania ogni giorno ci sono cinquanta lavori aperti in parallelo - e vanno avanti tutti. È un modello che funziona, a patto di saperlo gestire. Il problema dell’Italia non è la mancanza di capacità, ma la mancanza di sicurezza e stabilità nel contesto in cui le imprese operano. Quando manca quella certezza, gli imprenditori si bloccano. E un Paese che si blocca non cresce. L’Italia è tenuta in piedi dalle piccole e medie imprese: se le lasciamo senza supporto finanziario, senza incentivi e senza un sistema bancario che le accompagni, rischiamo davvero di perdere il nostro vantaggio competitivo».
E la Cina? È un mercato da presidiare o da guardare con cautela?
«Prima di Natale ero a Shanghai. La Cina costruirà navi più piccole, un segmento interessante in cui siamo già presenti con produzione locale e partnership locali. Sono avanti su molte cose - non bisogna sottovalutarli - ma la chiave è esserci, capire il mercato dall’interno e trovare i partner giusti. Noi lo stiamo facendo».
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