Domenico Furgiuele (Lega) spiega la proposta di legge contro l'immigrazione di massa e attacca le complicità del centrosinistra con i centri sociali.
- Oltre alla scarsa diffusione sul territorio e al «boicottaggio» di chi propugna eutanasia e suicidio assistito, la pratica deve fare i conti anche con la carenza di specializzandi: solo 64 posti su 165 coperti lo scorso anno.
- Tania Piccione, presidente della Cic-cp, acronimo che sta per Commissione italiana dei cittadini per le cure palliative: «A fine aprile presenteremo un documento ai politici con le richieste arrivate “dal basso” su queste tematiche».
- Riparte l’iter della legge sul fine vita. Testo al Senato il 17. Il nodo dei Centri di coordinamento nazionale dei comitati etici. Contrari Cappato & C. ma anche i pro life: «Irricevibile normare la morte on demand».
Lo speciale contiene tre articoli.
«Oggi la copertura del fabbisogno di cure palliative in Italia è gravemente insufficiente: mancano ancora più della metà dei medici, mentre solo un terzo dei malati riesce ad accedere ai servizi fondamentali. Non più scelte tecniche, ma decisioni di indirizzo politico e di investimento che permettano alle cure palliative di garantire, su tutto il territorio, risposte adeguate al fabbisogno delle persone e ai diritti dei cittadini». A lanciare il grido di allarme è Gianpaolo Fortini, presidente della Società italiana cure palliative (Sicp). E svela uno dei problemi, se non «il» problema, alla base della scarsa diffusione della pratica sul territorio nazionale: la mancanza di specialisti che la possano mettere in atto. Dopo tre anni di bandi, ovvero da quando è stata istituita la scuola quadriennale di specializzazione post laurea, ci sono ancora aperti centinaia di posizioni. Ma a scegliere questa carriera «sono ancora pochissimi, giovani medici», fa sapere la Sicp. Nel 2023 i posti assegnati nelle università italiane furono appena 37 su 170, mentre nel 2025 la copertura è salita a 64 su 165 così suddivisi per macroarea territoriale: 15 al Sud e nelle isole, 20 nel Nordest, 18 al Nordovest e 11 al Centro. Circa il 60% dei contratti non assegnati, contro il 17% del totale considerando tutte le specializzazioni dell’ultimo concorso (2.569 contratti non assegnati su 15.283, dossier Anaao, l’Associazione nazionale aiuti e assistenti ospedalieri). Secondo la Sicp, questa carenza di medici deriva dal fatto che «l’offerta formativa resta insufficiente rispetto ai bisogni della popolazione e fatica ad attrarre giovani medici. I motivi di questa scarsa attrattività: l’assenza in quasi tutta Italia di insegnamento strutturato della materia cure palliative nel pre-laurea in medicina e chirurgia e le scarse equipollenze in uscita al pari delle altre specializzazioni».
Questa carenza, ovviamente, si riverbera sul fronte dell’assistenza territoriale creando forti disparità tra Regione e Regione. Il Trentino, per esempio, assistite oltre il 70% delle persone che ne hanno bisogno, la Sardegna meno del 5%. In mezzo ci sono il Veneto con il 55%, la Lombardia, la Liguria e l’Emilia-Romagna sono sopra il 40%, Lazio e Umbria tra il 39 e il 36%, la Puglia al 33%, Il Friuli Venezia-Giulia al 31%, la Sicilia al 23%. In fondo a questa classifica, oltre alla Sardegna, ci sono la Calabria (6,4%) e Marche (8,5%). Le problematiche organizzative, come la carenza di personale, la disomogeneità regionale e l’elevato carico di lavoro, sono elementi cruciali che contribuiscono al distress degli operatori nelle cure palliative.
Eppure insistere e rendere «più attrattiva» questa pratica sarebbe la risposta migliore a quanti continuano a spingere per l’eutanasia e il suicidio assistito, due prassi in costante ascesa con il passare degli anni. Che le cure palliative fungano da argine alla «dolce morte» lo attestano anche diversi studi, come quello dal titolo Dati e tendenze in materia di suicidio assistito ed eutanasia e alcune questioni demografiche collegate, portato avanti da Asher Colombo e Gianpiero Dalla-Zuanna, docenti delle Università di Bologna e Padova, e pubblicato su Population and development review. «Le cure palliative», sostengono i due autori, «costituiscono uno strumento fondamentale e una valida alternativa all’eutanasia e al suicidio assistito se non addirittura l’approccio preferibile, più umano e completo per la gestione del fine vita». Per il fine vita, la «dolce morte» ha un’alternativa: «L’organizzazione di cure palliative appropriate, in grado di ridurre notevolmente o, addirittura, eliminare il dolore cronico». Il suicidio assistito diventa «una scorciatoia» rispetto «a un accompagnamento più sofisticato e complesso verso una morte senza dolore. Nel loro studio, Colombo e Dalla-Zuanna, attraverso casi-studio in Svizzera, Paesi Bassi e Belgio, hanno dimostrato che «la diffusione del suicidio assistito rallenta dove vengono organizzate cura palliative adeguate». Insomma, «dove vengono messe in atto le cure palliative, il ricorso al suicidio assistito o all’eutanasia cara drasticamente. Si ricorre a questa pratica per non soffrire: se si toglie il dolore, la richiesta si riduce di dieci volte».
«In assenza di un’offerta formativa specialistica attrattiva e riconosciuta, l’impianto delle cure palliative italiane continuerà a rimanere debole e frammentato», commentano ancora dalla Sicp, «serve un’azione urgente e coordinata: occorrono campagne di informazione e orientamento mirate, per sensibilizzare i giovani medici e coinvolgerli nella disciplina, rapporti strutturati tra atenei e servizi territoriali per offrire tirocini concreti e una valorizzazione professionale che renda il percorso in cure palliative una scelta competitiva e gratificante. È necessario riconoscere questa prassi come area strategica all’interno del Sistema sanitario nazionale attraverso incentivi, percorsi di carriera e politiche retributive adeguate, oltre a un monitoraggio trasparente su occupazione e abbandoni. Solo così potremo costruire una rete solida in grado di rispondere alle reali necessità dei cittadini».
Già, perché in Italia l’accesso alle cure palliative e l’assistenza alle persone affette da patologie croniche e inguaribili, pur con un trend in crescita, è ancora ben al di sotto dei livelli di sufficienza, attestandosi al 33% come media nazionale. In Italia ogni anno circa 600.000 adulti e 35.000 bambini, si stima, hanno bisogno di cure palliative, ma soltanto un terzo degli adulti e un quarto dei bambini riescono ad accedere a questi servizi perché mancano oltre 6.000 professionisti dedicati, solo tra i medici e gli infermieri, per rispondere in modo adeguato ai bisogni assistenziali sul territorio.
Le cure palliative rappresentano un approccio terapeutico che si concentra sull’alleviamento dei sintomi e del dolore dei malati. Sono un gesto di rispetto e di amore per la persona nella sua interezza. Mentre l’eutanasia ha, come esito, la morte intenzionale del paziente, le cure palliative non hanno lo scopo di abbreviare la vita ma quello di sostenere e accompagnare i malati terminali con dignità e umanità.
«In Italia c’è scarsa cultura mentre i bisogni aumentano. Pure tra bambini e ragazzi»
Cosa sono e cosa comportano le cure palliative? E a che punto è l’Italia su questo delicato versante? Non c’è modo migliore, per approfondire un tema così ricco d’implicazioni bioetiche sul fine vita, che parlarne con una figura esperta. La Verità ha contattato la dottoressa Tania Piccione, presidente della Cic-cp - acronimo che sta per Commissione italiana dei cittadini per le cure palliative, costituitasi da pochi mesi - e della Federazione cure palliative.
Dottoressa Piccione, che cos’è la Commissione dei cittadini per le cure palliative?
«È un progetto che si inserisce all’interno della Federazione cure palliative, che è la rete associativa di tutti gli enti del terzo settore che si occupano di cure palliative a livello nazionale; sono circa 113 enti, tra cui alcuni che erogano servizi di cure palliative sia residenziali sia domiciliari, altri invece sono proprio associazioni di volontariato».
Che obbiettivi vi siete dati?
«Come federazione, nel piano strategico, abbiamo quello di divulgare le cure palliative, quindi di diffondere le cure palliative a livello nazionale, ma soprattutto di coinvolgere la cittadinanza attraverso un approccio che venga dal basso: e così è partita l’iniziativa di istituire una commissione di cittadini. L’esperienza è mutuata da un’altra che è stata fatta in Francia qualche anno fa. Quindi abbiamo lanciato una call to action ai cittadini per cercare di capire che tipo di interesse ci fosse nei confronti delle cure palliative, costituendo un gruppo che oggi vede circa 200 persone che stanno riflettendo su alcune tematiche inerenti alle cure palliative».
Chi sono queste 200 persone al lavoro?
«Sul progetto stanno lavorando essenzialmente i cittadini ma, all’interno del gruppo, ci sono anche professionisti sanitari, c’è qualche volontario, ci sono genitori che hanno avuto esperienze di perdita dei propri figli, ci sono insegnanti. L’obiettivo è riflettere su alcune tematiche e arrivare a fine aprile con dei documenti di posizionamento che poi ci faremo carico, come federazione, di portare all’attenzione dei decisori politici con l’obiettivo, appunto, di accendere i riflettori su queste tematiche e, soprattutto, incidere anche sulle scelte politiche».
A che punto è l’Italia sul fronte delle cure palliative?
«Secondo gli ultimi dati, oltre 500.000 persone adulte necessitano di cure palliative, di cui oltre un terzo presenta bisogni di complessità elevata che richiedono quindi l’intervento di équipe specialistiche. Sono chiaramente destinati a crescere con il progressivo invecchiamento della popolazione e anche con il conseguente aumento dell’incidenza delle patologie cronico-degenerative. Per quantoe riguarda i pazienti minori che hanno bisogno di cure palliative pediatriche, ammontano a 35.000 bambini o comunque neonati, bambini, adolescenti di cui circa 11.000 hanno bisogno di servizi specialistici e ogni anno i bambini che hanno bisogno di questo tipo di assistenza aumenta del 5%».
Quindi accedono a queste cure molti meno di quanti ne avrebbero bisogno?
«Sì esatto, un adulto su tre accede alle cure palliative e un minore su quattro, quindi la rete di cure palliative pediatriche riesce a coprire in questo momento il 25% del fabbisogno; e tutto questo nonostante la legge 38 del 2010 abbia sancito il diritto alle cure palliative in Italia, che sono ancora sottoutilizzate: solo il 30% degli adulti e il 25% dei minori che ne avrebbe bisogno accede a questi servizi».
Come si spiega questa carenza?
«Tra le cause principali sicuramente c’è una parte culturale, quindi una scarsa conoscenza tra i cittadini e i professionisti sanitari delle cure palliative, che non sono solo di fine vita, dato che rappresentano la cura di individui di ogni età con gravi sofferenze, includendo la prevenzione, la diagnosi precoce, la valutazione globale del dolore, la gestione dei problemi fisici. C’è poi una difficoltà d’intercettare precocemente il bisogno di cure palliative e c’è il tema delle barriere o, comunque, una disparità regionale e locale nell’organizzazione delle cure palliative, nel senso che lo sviluppo delle reti è ancora disomogeneo».
È vero che queste cure hanno un’alta incidenza di abbattimento di richieste di morte e di sentimenti di disperazione nei pazienti?
«Sì. Il problema oggi, dal nostro punto di vista - posto che ciascuna persona, secondo il principio di autodeterminazione, può scegliere come vivere la propria malattia -, è lavorare affinché le cure palliative siano un diritto esigibile per tutte le persone di ogni età, indipendentemente dalla latitudine in cui vivono perché soltanto se una persona ha a disposizione tutte le risposte assistenziali possibili, poi, è davvero libera di scegliere quello che vuole».
Molti pazienti andati in Svizzera per la morte assistita, se non erro, non avevano avuto adeguato accesso a tali cure.
«Sì e spesso, anche se non sempre, dietro una richiesta di morte assistita c’è proprio una carenza di una rete di supporto».
Riparte l’iter della legge sul fine vita
Il fine vita sta per tornare al centro del dibattito in Parlamento. Tra pochi giorni infatti, precisamente il 17 febbraio, è calendarizzato sull’agenda del Senato il disegno di legge 104, recante Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita. La legge interviene sull’articolo 580 del Codice penale, introducendo - sulla scia della sentenza della Corte costituzionale numero 242 del 2019, non a caso nota anche come «sentenza Cappato» - la non punibilità per chi agevoli il suicidio di soggetti maggiorenni che, capaci di intendere di volere, versino in una condizione clinica irreversibile e che tale condizione cagioni loro sofferenze fisiche e psicologiche che l’aspirante suicida trovi assolutamente intollerabili nonostante il previo coinvolgimento in cure palliative. Va detto che, tra le previsioni di tale norma, c’è anche l’istituzione di un Centro di coordinamento nazionale dei comitati etici territoriali, incaricato di rilasciare il parere obbligatorio, di cui anche un giudice dovrebbe tener conto, sulla sussistenza o meno dei requisiti per l’esclusione della punibilità del suicidio assistito.
Tale centro dovrebbe essere composto da: un giurista (un professore universitario o avvocato abilitato alle giurisdizioni superiori), un bioeticista, un medico specialista in anestesia, rianimazione e terapia del dolore, un medico specialista in cure palliative, un medico specialista in psichiatria, un medico specialista in medicina legale, uno psicologo, un infermiere, un farmacologo.
Tutto questo è l’esito d’un lavoro che, lo scorso 11 settembre, ha visto i relatori Ignazio Zullo di Fratelli d’Italia e Pierantonio Zanettin di Forza Italia depositare sette emendamenti, che hanno ridefinito il testo base di partenza del luglio 2025. Nonostante tali modifiche, permane forte, anzitutto, la contrarietà della sinistra e del mondo radicale che vorrebbero una legge assai più permissiva. Prova ne sono le parole di Marco Cappato, che ancora lo scorso settembre, affermava apertamente che «il testo in discussione in Parlamento non mira a regolamentare il fine vita, ma a cancellare i diritti che abbiamo conquistato a colpi di disobbedienze civili».
Al tempo stesso, rispetto alla legge di cui si discute in Parlamento, c’è pure la contrarietà del mondo pro life italiano. In particolare, Pro vita & famiglia ha sempre definito «irricevibile» ogni tentativo di normare il suicidio assistito, ribadendo la libertà del Parlamento di non legiferare sulla materia. Una lettura che ha trovato un nuovo appoggio nella sentenza della Corte costituzionale numero 205 del 2025, con cui, oltre a silurare gran parte della legge della Toscana sulla morte on demand, la Consulta ha da un lato chiarito che non esiste alcun obbligo per il Parlamento di legiferare, giacché le sue sentenze sono «autoapplicative», e, dall’altro, come notato da giuristi come l’avvocato Carmelo Leotta del Centro studi Livatino, ha definito i principi sul fine vita finora stabiliti «suscettibili di modificazioni», con la conseguenza che il legislatore non è in alcun modo tenuto a trasformare in legge i contenuti della citata sentenza numero 242 del 2019. Lo stesso governo, pur a fronte di una maggioranza parlamentare che potrebbe votare una legge sul fine vita, non ha mai deciso di spingere in questa direzione e, a sorpresa, anche il cardinale Matteo Zuppi, in apertura del recente Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, ha avuto parole molto chiare di critica alla legittimazione giuridica di eutanasia e suicidio assistito; critica che, con ogni probabilità, trova d’accordo anche papa Leone XIV, dettosi deluso dopo che lo Stato americano dell’Illinois aveva legiferato su queste materie.
Sempre Prevost, nel giugno 2025, aveva rivolto ai pellegrini francesi, con un’indiretta ma chiara allusione al Parlamento d’Oltralpe, alle prese con una legge sul fine vita, una critica a «chi oggi fatica a trovare un senso alla vita umana anche nella sua ultima ora». La partita parlamentare sul fine vita sembra dunque ancora piuttosto aperta.
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Nel riquadro Marzio G. Mian (Ansa)
Il reporter: «Il tycoon ha chiesto 100 e ottenuto 30 senza fare nulla. Gli Usa indietro nell’Artico rispetto a Russia e Cina, anche Biden si è mosso in tal senso. Gli Inuit non stanno coi danesi e sono usciti dall’Europa nel 1985».
«Un giorno il sindaco di un paese della Norvegia artica mi disse: li vedi quei birdwatchers? Non saprebbero distinguere un gabbiano da una gazza. Sono tutte spie». «Nel 2007 una spedizione russa ha piantato una bandiera di titanio 4.000 sotto il pack del Polo Nord. Come dire: questa terra è nostra». Meglio fidarsi di chi i ghiacci li frequenta da 30 anni e ne ha sentito lo scricchiolio sotto le scarpe. E mentre improbabili troupe (anche italiane) inseguono funzionari danesi a Nuuk per farsi dire che «la Groenlandia preferisce l’Europa agli Stati Uniti», per cogliere il battito cardiaco del Grande Nord è più interessante rivolgersi a un Virgilio speciale, Marzio G. Mian, reporter e scrittore di lungo corso, uno dei primi giornalisti a intuire l’importanza strategica del mondo oltre la mitica Thule. La conferma in due libri: Artico, la battaglia del Grande Nord e La guerra bianca (Neri Pozza). Oggi rilanciati da un testimonial involontario d’eccezione, Donald Trump.
The Donald ha vinto o ha perso la partita per la Groenlandia?
«Premesso che all’ipotesi militare americana non ho mai creduto perché sarebbe un motivo di impeachment per il presidente, penso che la stia vincendo. Dicono che ha fatto retromarcia, ma aveva chiesto 100 e ha ottenuto 30 ancora prima di sedersi al tavolo, con Mark Rutte che gli ha dato via libera ad ampliare la presenza in Groenlandia a nome di tutti i Paesi Nato. Non lo chiamerei dietrofront. Sono convinto che prima o poi quella terra finirà sotto l’influenza americana».
Una base c’è già, ma Washington ritiene che sia troppo poco.
«Gli Usa sono enormemente indietro sull’Artico, in quell’area non sono una superpotenza ma solo una potenza. Hanno due rompighiaccio contro i 45 russi e i 15 cinesi; significa incapacità di operare. Le uniche superpotenze lassù sono Russia e Finlandia. I russi perché sono lì da secoli, i finlandesi perché hanno combattuto guerre impossibili. Durante le ultime manovre congiunte, il comando Nato ha dovuto pregare i finlandesi di non umiliare troppo i marines americani impacciati fra i ghiacci. Impensabile».
Da che parte stanno i 55.000 Inuit nativi della Groenlandia, gli unici legittimati a parlare per diritto naturale?
«Di sicuro non stanno con la Danimarca, nei confronti della quale nutrono un profondo rancore anche per colpa del piano di sterilizzazione degli anni Ottanta che rischiò di distruggere un intero popolo. Quella danese è stata un’assimilazione violenta, con massacri di ogni tipo. Gli Inuit sono stati radicati a forza. Il quartiere Christiania di Copenaghen, una volta fortino hippie, è diventato il rifugio di zombie Inuit devastati dall’alcol e dalla droga. Certo, se vai a Nuuk e intervisti funzionari danesi ti parlano bene dell’Europa. Ma è come intervistare gli inglesi in India al tempo di Gandhi».
Però i nativi guardano con diffidenza anche la protervia di Trump.
«La debolezza del progetto di Trump sta solo nella sua arroganza. Gli Inuit sono un popolo pacifico, di cacciatori e pescatori, ma sono anche molto orgogliosi. Per loro la comunità viene prima dell’individuo, si sentono parte di un tutto, in armonia con la natura. Li ho conosciuti, ho mangiato con loro. Per gli Inuit cacciare la foca significa rispettarla perché dà loro sostentamento vitale».
Il premier Jens-Frederik Nielsen ha detto che, dovendo scegliere, preferiscono l’Europa.
«Facile, lui è per metà danese. Ma nel suo governo la ministra degli Esteri, Vivian Motzfeldt, è in affari con gli americani per esportare l’acqua degli iceberg negli States. Quando il governo danese sfida l’America parlando di welfare per gli Inuit mi piacerebbe sapere a quale welfare si riferisca: li hanno considerati per anni dei miserabili, non gli fanno toccare palla. Tutti i posti chiave sono gestiti dall’establishment danese».
Gli Inuit sanno anche fare affari.
«Eccome. I loro cugini in Alaska sono diventati ricchissimi e loro lo sanno; oggi ci sono dieci compagnie petrolifere di Inuit quotate a Wall Street. Per questo dico che il rapporto con gli americani potrebbe essere vincente. E poi, la Groenlandia è stata la prima nazione ad andarsene dall’Europa».
Scusi, in che senso?
«La prima Exit l’hanno fatta loro, non gli inglesi. Nel 1985 hanno indetto un referendum e poi sono usciti dalla Cee. Me lo disse il sindaco di Narsaq: “A noi ci ha rovinato Brigitte Bardot”. L’attrice aveva promosso la campagna contro il massacro delle baby foche in Canada e per l’indignazione collettiva erano state bloccate ovunque le esportazioni delle pelli, fondamentali per l’economia Inuit. L’Europa ha chiuso quel commercio? Loro sono usciti. E hanno stretto accordi con i cinesi, ai quali non interessavano le pelli di foca ma le materie prime sotto il ghiaccio. Che geni a Bruxelles…».
Lei fu uno dei primi a testimoniare quello sbarco silenzioso di Pechino.
Nel 2016 avevo formato un gruppo di reporter - c’era anche il pulitzer Gerard O’Neill - e organizzato una spedizione giornalistica per un’inchiesta su quella terra sconosciuta ma molto ambita. Abbiamo rivelato l’esistenza del contratto siglato dagli Inuit con una società cino-australiana e poi tutta cinese, legata all’esercito, per lo sfruttamento della miniera di uranio e terre rare più grande del mondo».
Come avete intuito la trasformazione?
«Applicando la dimenticata regola degli inviati: per capire devi vedere. Abbiamo raccontato come villaggi di pescatori si trasformavano in villaggi di minatori. Agli Inuit non importava della Danimarca o dell’Europa, gli importava fare affari. E noi abbiamo raccontato le mani della Cina in Groenlandia. Cominciava la guerra bianca».
Com’è possibile che i danesi non si siano accorti di niente?
«Senza offesa, ma i danesi hanno inventato i buchi nel formaggio. Fino a un decennio fa erano desiderosi di lasciare al suo destino la colonia di nativi perché non era cool. Non volevano gli zombie Inuit alcolizzati in giro, non vedevano l’ora di chiudere il capitolo, peace and love, movimento antinucleare, greenwashing. Oggi hanno cambiato idea: un Paese che geopoliticamente era una comparsa si ritrova ad essere una piccola superpotenza proprio grazie agli zombie».
Ora a Copenaghen dicono: quella terra è di nostra proprietà.
«È curioso come i socialdemocratici nordici siano tornati a usare un linguaggio neocoloniale senza battere ciglio. Insultano anche la geografia nel sostenere che la Groenlandia è Europa. Quanto all’Unione europea, è arrivata ultima perché a Bruxelles l’agenda artica è ancora quella di Greta Thunberg. Anche se lei adesso si occupa di Gaza».
Però fra i ghiacci i cinesi sono stati fermati.
«Lo sa chi è stato efficace nel bloccarli senza parlare? L’amministrazione Biden. Perché gli americani sanno che il continente bianco è strategico; nell’ambasciata americana a Copenaghen c’era una task force di 15 persone per l’Artico. Anche la joint venture Russia-Cina formalizzata durante la guerra in Ucraina ha come base l’Artico».
Che posizione ha Vladimir Putin al riguardo?
«Basta guardare una cartina per capire che la Groenlandia non gli interessa. Mosca ha quasi tutto il resto e gioca la partita da protagonista. Tre anni fa lo zar è stato chiaro: “Spaccheremo i denti a chiunque pensi di sfidare la nostra sovranità. Non c’è Artico senza Russia, non c’è Russia senza Artico”. Mi pare definitivo».
Due libri in netto anticipo sulla canea di oggi. Marzio Mian, come nasce il suo amore per il Grande Nord?
«Negli anni Novanta andai nelle isole Lofoten a raccontare la caccia alle balene, allora nel mirino dell’ecologismo. Sotto attacco c’erano il Giappone e la Norvegia. Riuscii a salire su una baleniera e a testimoniare la crudeltà di quella caccia, con arpioni che contenevano granate. Uno scempio. È stata anche l’unica volta in cui ho percepito il razzismo vikingo nei confronti del piccolo italiano dai capelli scuri. Era il periodo dei grandi abbracci: a Kirkenes ho visto siglare un accordo di amicizia fra Norvegia e Russia con Sergej Lavrov e Dmitrij Medvedev».
In cosa consisteva?
«Interessi comuni, stesso mare da ripopolare perché il merluzzo stava scomparendo; i norvegesi dicevano “in cod we trust” e avevano già un’agenda artica. Oggi sono i re dell’ipocrisia, storici predatori dell’Artico: da due anni tutta la Norvegia è oil free, solo elettrico. Ma hanno aumentato le concessioni petrolifere lassù, sono gli Emirati del Nord. Ho capito che il Polo stava diventando decisivo nei primi anni 2000, quando in Islanda tutto era diventato Artic, anche i nomi delle carrozzerie. La parola Artic era sexy come Green o Euro da noi, una tendenza politica e culturale. Stava per succedere qualcosa, stava per affiorare un continente ricchissimo di materie prime. Ed è successo».
Che futuro ci aspetta nella nuova guerra fredda?
«La risposta non è in Groenlandia ma nell’Artico canadese, uno dei luoghi più ricchi e disabitati del mondo, con temperature a -60 come in Russia. Ci sono stato nel settembre scorso, ho visto compagnie immobiliari investire nell’immenso Nord, in paesini mai sentiti nominare. Logistica, basi militari, esplorazioni minerarie. Il capitalismo condannato a crescere per sopravvivere ha necessità di alimentare la bulimia con nuove risorse. Il punto cruciale sarà il passaggio a Nord-Ovest».
Torniamo al romanticismo di Amundsen e Nansen?
«Rotte navali per passare dall’Atlantico al Pacifico, altro che romanticismo. Per il Canada è un mare locale, per Usa e Cina sono acque internazionali che consentirebbero di evitare lo stretto di Panama. Lì si gioca la prossima partita. La prima mossa l’ha fatta il premier canadese Mark Carney andando a Pechino a stringere accordi per dare uno schiaffo a Trump. Aspettiamoci sorprese. E come sempre accade fra i ghiacci, non sarà una partita a scacchi ma a poker».
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Tommy Robinson (Ansa)
Il britannico: «Voglio proteggere i nostri confini con muri e droni. È estremista? Allora lo sono. Salvini è uno dei pochi che ha capito».
La sua visita romana ha suscitato un’ondata di polemiche. Tommy Robinson è stupito di questa accoglienza e alla fine dell’intervista scherza: questo colloquio lo dedico ai miei detrattori.
Robinson, il suo incontro con Matteo Salvini ha suscitato polemiche qui in Italia. Il suo estremismo antislamico è eccessivo anche per il ministro leghista?
«Estremismo antislamico? È il tipo di assurdità partigiana e globalista che la stampa tradizionale sforna su di me ogni giorno. I media vogliono dipingermi come una specie di predicatore d’odio, ma la mia non è islamofobia, è voler difendere i nostri confini. Sì, sono anti-islam, e allora? Non odio i musulmani, odio un’ideologia che è diametralmente opposta alla civiltà occidentale e allo Stato di diritto. Salvini non è ambiguo: ha ragione. Non ha paura di dire quello che tutti pensano: che la massa d’immigrati che rifiutano i nostri valori sta distruggendo le nostre società. Non ha paura di difendere il suo popolo. Quindi, chiamatemi estremista, razzista, come volete. Ma non chiamatemi bugiardo».
Eppure, più che per nazionalista, lei attraverso questi concetti non rischia di passare per razzista o, peggio, neonazista?
«I media hanno esaurito argomenti concreti. Certe etichette non significano nulla, perché sono state usate così tanto e senza alcuna giustificazione. Chiamano “neonazista” chiunque difenda i confini britannici, la cultura britannica o le ragazze britanniche, perché non hanno altro in mano. Non possono discutere con i fatti, quindi ricorrono agli insulti. Sia chiaro: non sono un neonazista, ma i media probabilmente lo sanno già, tanto sono faziosi, illusi e ideologicamente intrappolati. Sono troppo a destra per Farage? Farage è politicamente corretto, come la maggior parte degli altri. Se invocare confini sicuri, libertà di parola e protezione dei nostri figli mi rende troppo a destra, chiamatemi pure estremista. Mi chiamino come vogliono: lo indosserò come un distintivo d’onore. Ma io ho passato la vita a combattere contro i veri nazisti: quelli che marciano per le strade, che glorificano Hitler, che prendono di mira le minoranze».
Ha in mente un progetto con Salvini?
«Con Salvini non stiamo costruendo un’alleanza segreta, ma un movimento che dica: “Basta”. Basta con l’agenda globalista, le frontiere aperte, l’indottrinamento woke, la censura. Basta con le bugie, con i media ideologicamente controllati. Ora siamo noi i media. La stampa tradizionale è un dinosauro. Ho incontrato Salvini perché è uno dei pochi che ha capito: la sovranità nazionale non è un crimine ma un diritto. Proteggere i propri confini non è razzismo, è responsabilità. Difendere la propria cultura non è estremismo, è sopravvivenza. E se i media pensano che questo sia controverso, bene. Perché la vera controversia è che continuano a fingere che le migrazioni di massa, la sostituzione culturale e l’erosione della libertà di parola siano progresso. Non lo sono, sono una resa. Quindi avanti, chiamatelo pure progetto o alleanza: io lo chiamerò “lotta per il nostro futuro”, e non la sto combattendo da solo».
Quali sono i suoi rapporti con Farage?
«Non ho rapporto con Farage. Ha detto che non gli importa del ricambio demografico, che non vuole espulsioni di massa e che entro il 2050 l’influenza dei musulmani nel Regno Unito sarà così potente che non potranno essere isolati. La differenza tra me e Nigel è che io non sono politicamente corretto. Io continuerò a dire la verità e a fare il lavoro che la maggior parte dei politici non ha la forza di fare. Sono un ragazzo impenitente della classe operaia di Luton, città che amo con tutto il cuore ma viziata, infiltrata e conquistata dal peggio che l’islam ha da offrire».
Lei è diventato famoso dopo la manifestazione United Kingdom, che ha radunato oltre 150.000 persone. Trump sta fondando il suo mandato sulla lotta all’immigrazione clandestina. Vuole lo stesso?
«Non mi sono prefissato di essere famoso, ma di svelare la verità. E quando almeno 150.000 persone si sono presentate con me il 13 settembre 2025, non ero io il punto, ma loro. Il popolo britannico che è stanco di essere tenuto all’oscuro, messo a tacere, sostituito e venduto. E sì, il mandato di Trump si basa sulla lotta all’immigrazione illegale. Anche il mio. Ma non si tratta solo di immigrazione: si tratta di proteggere la nostra cultura e difendere il nostro futuro. Voglio fare lo stesso nel Regno Unito, non solo con manifestazioni ma con un cambiamento reale e duraturo. Proteggere i nostri confini, non con promesse ma con muri e droni. Porre fine all’abuso delle leggi sull’asilo: niente più migranti economici che manipolano il sistema. Tagliare l’assistenza sociale ai clandestini: niente sussidi, nessuna rete di sicurezza per chi ha infranto la legge per arrivare qui. Questo è “trumpiano”? Bene. Trump non ha solo vinto un’elezione, ha risvegliato un movimento».
Ma il sentimento anti immigrati non rischia di creare un clima avvelenato come sta accadendo proprio in America con l’Ice?
«L’Ice non è una fazione estremista: è un’agenzia federale con il mandato legale di far rispettare le leggi ed espellere chi entra illegalmente in America. Questo non è estremismo, è Stato di diritto. È ciò che fa qualsiasi nazione con confini funzionanti. Trump non ha solo vinto, ha stravinto. Ha conquistato gli Stati indecisi e, sì, ha ottenuto anche il voto popolare. Questo è ciò che si chiama un mandato del popolo. Gli americani hanno guardato alle frontiere aperte e ha detto “basta”. Hanno guardato alla criminalità, alla pressione sui servizi e alla perdita di identità nazionale, e hanno scelto democraticamente di porvi fine».
Lo stesso Trump sembra aver fatto marcia indietro e sospeso i due agenti dell’Ice…
«Vorrei essere chiaro su Minneapolis. Altro che condannare gli agenti paramilitari: stiamo vedendo dei pazzi di estrema sinistra che impediscono fisicamente alle forze dell’ordine di fare il loro lavoro: allontanare stupratori di bambini, assassini e altri criminali violenti che non hanno nulla a che fare con gli Stati Uniti. Questi estremisti “antifa” non sono manifestanti pacifici. È lo stesso copione che hanno usato durante le rivolte del 2020, quando hanno bruciato quartieri e terrorizzato innocenti. Ciò che è particolarmente disgustoso è come questi esponenti della sinistra affermino di “proteggere le comunità” mentre proteggono letteralmente dall’espulsione criminali condannati. A loro non importa della sicurezza pubblica: a loro interessa destabilizzare i nostri Paesi e minare lo Stato di diritto, perché serve alla loro agenda. Quindi no, non condannerò gli agenti federali che cercano di proteggere le loro comunità».
In molti vedono nell’azione politica degli Usa una tendenza imperialista: secondo lei sarebbe giusto un intervento militare in Iran?
«Sono contrario alle guerre eterne. Ho visto cosa hanno fatto ai nostri Paesi, ai nostri soldati e alle nazioni che avremmo “liberato”. Gli interventi in Iraq e Afghanistan sono stati fallimenti catastrofici, nati da illusioni neoconservatrici e condotti con assoluta incompetenza. Ma il punto è questo: l’Iran è diverso. È una teocrazia che tiene in ostaggio la popolazione, che lapida a morte le donne, che impicca gli omosessuali alle gru, che finanzia il terrore in tutta la regione mentre il suo popolo lotta per comprare il pane. L’Iran è diverso. È una società altamente istruita e sofisticata, con una nazione filo-occidentale e laica che ha già dimostrato più volte il suo desiderio di cambiamento. Le proteste a cui abbiamo assistito lo dimostrano: iraniani coraggiosi, soprattutto donne, che si oppongono all’hijab obbligatorio e affrontano la polizia morale. Quello che sta accadendo oggi in Iran non è un complotto istigato dall’estero ma un movimento interno per la libertà. Quindi non credo che l’intervento di Trump in Iran sarebbe sbagliato, a patto che sia fatto in modo intelligente, con obiettivi chiari e a sostegno del popolo iraniano stesso, e non come un esercizio di costruzione di una nazione dall’alto».
Le minacce di un’invasione della Groenlandia sono state un errore?
«È stata una genialità strategica, e il fatto che in Europa non riescano a comprenderlo dimostra che non capiscono come funziona il mondo. Non si trattava di invadere la Groenlandia: è stata una lezione magistrale sull’arte dell’accordo. Trump ha messo un punto fermo. Ha forzato un dibattito che l’élite globalista in Europa e Canada non voleva avere: chi possiede e protegge effettivamente l’Artico? Chi si opporrà a Russia e Cina mentre militarizzano quelle nuove rotte di navigazione e puntano alle vaste risorse lì presenti? La risposta non è certo della Danimarca o dell’Ue, che sarebbero ancora lì a discutere mentre viene issata la bandiera cinese. Ciò che Trump ha fatto con la Groenlandia è stato costringere tutti a svegliarsi. Si trattava di proteggere il futuro dell’Occidente dalle minacce di Mosca e Pechino».
I suoi passati problemi con la giustizia avranno ripercussioni sul suo futuro politico?
«Mi chiede delle ripercussioni come se il mio passato fosse una sorta di responsabilità. Una vera responsabilità è un sistema che dedica più tempo a processarmi che a incarcerare veri criminali. Continuerò a fare quello che ho sempre fatto: spostare la finestra di Overton. Dieci anni fa, se avessi detto le cose che dico ora, sarei stato completamente emarginato. Oggi, milioni di persone le dicono con me. Questo è il vero cambiamento, non la vuota promessa di qualche politico. Quindi no, i miei problemi legali non avranno ripercussioni sul mio futuro politico, perché non sto giocando al loro gioco. Sto giocando la partita lunga: cambiare i cuori e le menti».
È vero che dietro il suo movimento c’è il sostegno di Musk?
«Penso che Elon Musk ci apprezzi abbastanza da apparire in diretta davanti a milioni di persone che ci sostengono. Credo che capisca davvero il virus della mente woke, i suoi pericoli, la minaccia del collasso della civiltà e l’immigrazione illegale incontrollata e senza freni, che avvantaggia solo l’estrema sinistra, che in futuro avrà una classe di schiavi dipendenti e già pronta a votare per loro. Chiedetevi: perché i media non se ne accorgono?».
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Lucio Malan (Imagoeconomica)
Il capogruppo di Fdi al Senato: «L’assalto al poliziotto è tentato omicidio. Il sindaco dem di Torino considera Askatasuna un luogo di arricchimento culturale. Ma fa guerriglia».
«L’assalto a quel poliziotto è tentato omicidio e mi aspetto che questo sia il capo di accusa. Calci, pugni e martelli: quel ragazzo lo volevano morto». Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, dopo il caos di Torino analizza l’allarme sicurezza e allarga le braccia: «Ha ragione il procuratore di Torino: c’è una buona borghesia che ancora tollera e giustifica».
A chi si riferisce?
«Per decenni il centro Askatasuna ha agito indisturbato e lo stesso sindaco lo ha considerato come un luogo di arricchimento culturale. Una guerriglia del genere è stata preparata, con luoghi a disposizione per raccogliere le armi che sono state usate in piazza».
Cosa si aspetta?
«Che non ci siano sconti per i violenti. E vorrei che l’Anpi esprimesse la sua indignazione, visto che questa manifestazione inneggiava alla Torino “partigiana”. Qualcuno pensa che massacrare un poliziotto sia una forma di resistenza. Perché l’Anpi ha perso la parola?».
Dunque?
«O con lo Stato o con i violenti. Non può più esserci una via di mezzo».
È stato carabiniere anche lei?
«Ho prestato servizio come ausiliario, nel 1983. Non ho soltanto battuto a macchina, mi è capitato anche di uscire».
Ha operato anche in esterna?
«Qualche arresto, un paio di inseguimenti. Ricordo quando eravamo a caccia di una banda di ladri, ne vidi uno avvicinarsi con un oggetto che scintillava in mano».
E lei?
«Tirai fuori la pistola, e respirai pienamente la tensione che si vive in quei momenti. La mia esperienza da carabiniere è stata breve, ma ho vissuto accanto a quegli uomini in divisa che per 40 anni di servizio hanno rischiato la vita».
Era l’epoca finale del terrorismo brigatista.
«Era più facile entrare nell’Arma perché c’erano poche domande, visto che gli agenti erano nel mirino delle Br».
Il Paese era più solidale con poliziotti e carabinieri in quell’epoca?
«Ricordo sicuramente una maggiore collaborazione tra maggioranza e opposizione rispetto a oggi. Le forze dell’ordine erano difese da tutti. Anche dai magistrati, che remavano nella stessa direzione».
Oggi sul principio di legalità la politica si divide. Mario Roggero, il gioielliere di Cuneo che ha sparato ai rapinatori dopo che avevano minacciato la sua famiglia, ora deve affrontare un risarcimento di 780.000 euro, più i pignoramenti.
«Lo trovo sconcertante. Si infangano le forze dell’ordine, e poi si trattano i delinquenti come fossero manager, cui bisogna pagare la buonuscita. Come se i criminali fossero caduti sul lavoro. Forse bisognerebbe ricordare che rubare non è un lavoro, chi delinque è consapevole di rischiare la vita, e nessuno può accampare diritti di risarcimento sull’attività criminale».
Che idea si è fatto di questa vicenda «simbolo»?
«Un uomo esasperato dalle rapine ha reagito. Ovviamente non tutte le rapine sono uguali, e bisogna valutare caso per caso. Ciò che lascia di sasso è il trattamento nei confronti dei criminali: le famiglie dei carabinieri uccisi in servizio o in guerra non riceveranno mai le somme esorbitanti accordate ai parenti dei delinquenti».
C’è una disparità di trattamento a danno delle forze dell’ordine?
«Penso alla vicenda di Rami, il ragazzo egiziano morto a Milano. Una morte causata da chi guidava il motorino, al termine di un folle inseguimento che poi è stato giudicato corretto e legittimo. Se la sono presi anche in quel caso con gli agenti in divisa, come se esistessero due codici penali: uno per i criminali che delinquono, e uno per i poliziotti e i carabinieri che ne pagano le conseguenze».
Vede delle responsabilità della magistratura in questo allarme sicurezza?
«Una certa ideologia emerge chiara in sede di interpretazione delle norme. E questo è grave, perché scoraggia le forze dell’ordine e incoraggia i criminali. Chi non si ferma all’alt è consapevole che, stante questa situazione, potrebbe non essere inseguito, perché non ne vale la pena. La costituzione dice che i magistrati sono soggetti solo alla legge, ma qualcuno vorrebbe non essere soggetto a niente e nessuno».
Molti casi di cronaca riguardano ragazzi molto giovani. La vicenda del diciannovenne marocchino che ha accoltellato a scuola un compagno fa ancora discutere. Serve una campagna educativa, o leggi più severe e metal detector negli istituti scolastici?
«Io dico che bisogna applicare le leggi, e inasprirle dove serve. L’approccio sociologico va bene, ma non basta. Anzi, il rischio è giustificare tutto parlando di semplice “disagio giovanile”. Ma il disagio non giustifica le coltellate, gli assalti ai poliziotti o lo spaccio di droga. Altrimenti diventa un alibi, e non possiamo accettarlo».
Il nuovo decreto Sicurezza arriverà in Consiglio dei ministri entro la prima settimana di febbraio, ma non ci saranno le norme invocate dalla Lega. Le strette per chi manifesta, lo stop alle armi da taglio, le tutele penali per gli agenti in divisa al momento restano fuori dal decreto, e saranno inserite in un altro disegno di legge.
«Ogni volta che si fa un provvedimento di legge si vagliano tante proposte e non tutte vengono accolte. Ci sarà un passaggio parlamentare e se ne potranno aggiungere altre. Non ne dobbiamo fare una battaglia di partito. Il solo fatto che in questi tre anni siano astati assunti 39.000 agenti delle forze dell’ordine ben rappresenta lo sforzo del governo per tutelare la sicurezza dei cittadini».
Le opposizioni gridano alla repressione. Dicono che in sostanza state facendo solo propaganda.
«Le nostre leggi aumentano la libertà e non la riducono, in particolare la libertà di circolare per strada senza timore di essere aggrediti. E come ha detto il ministro Piantedosi i reati stanno scendendo, anche se è comprensibile l’allarme sociale dinanzi a fatti criminosi particolarmente violenti».
Il decreto sicurezza si occuperà anche di far funzionare le strutture per il trattenimento dei migranti. Si attiveranno i centri in Albania, limitando il potere dei magistrati di annullare le detenzioni?
«Posso dire che sull’Albania andremo avanti. E ci si aspetta che tutti i poteri dello Stato collaborino in tal senso. Purtroppo abbiamo un’opposizione che respinge ogni proposta, e alcuni magistrati che, tra il delinquente e il poliziotto, fanno cadere i sospetti sempre sul poliziotto».
Il premier Giorgia Meloni ha incontrato i soldati di pattuglia nelle città, quelli che fanno parte dell’operazione «Strade sicure». Conferma che non saranno ridotti?
«Strade sicure è una operazione che aumenta la sicurezza, con la presenza in determinate circostanze di militari in città. Quei soldati rappresentano un deterrente nei confronti dei criminali, e in più rassicurano i cittadini. È una formula che va mantenuta, in affiancamento alle forze dell’ordine».
Anche lei è preoccupato per la presenza di agenti dell’Ice alle olimpiadi invernali? La sinistra, a cominciare dal sindaco Beppe Sala, non li vuole in città. Che cosa si aspetta?
«Mi sembra una polemica del tutto strumentale. Sembra che ogni cosa accada nel mondo sia colpa del governo Meloni».
Nel merito?
«Ciò che ha fatto l’Ice negli Stati Uniti certamente colpisce, ma non è certo la Gestapo di Trump. Anzi. È stata creata da George Bush, e ampiamente utilizzata da Barack Obama. Proprio ai tempi di Obama ci sono state 56 persone uccise dall’Ice, e sono stati espulsi 5 milioni di immigrati. Ma nessuno all’epoca si è sognato di manifestare in piazza come oggi».
Il leader di Avs Nicola Fratojanni ha definito gli agenti dell’Ice come «tagliagole» di Trump.
«È il massimo dell’ipocrisia sentire pronunciare quella parola da quella stessa sinistra che ospita sostenitori e finanziatori dei terroristi di Hamas. Quelli sì, tagliagole».
Dunque?
«Penso che l’elezione di Trump abbia liberato la sinistra. Nel senso che adesso sono liberi di manifestare il loro odio verso l’America. Quando alla Casa Bianca c’erano amministrazioni a loro più amiche, erano costretti a reprimere i loro sentimenti più profondi. Oggi invece possono esternare finalmente tutto il loro antiamericanismo».
Il ministro Nordio ha detto che certe critiche alla riforma della giustizia sono «blasfeme». A cosa si riferiva secondo lei? Quali sono le critiche più insensate?
«Dire che questa riforma mina l’indipendenza della magistratura è blasfemo, ma non nei confronti del governo e del Parlamento che l’hanno approvata, bensì nei confronti della Costituzione. La Carta continuerà a dire che la magistratura costituisce un organo autonomo e indipendente da ogni altro potere, e che il giudice deve essere terzo e imparziale. Un concetto, questo, che la riforma rafforza, perché sottrae le toghe al potere delle correnti. Dunque sono accuse infondate che offendono anzitutto la Costituzione».
Un pronostico sul referendum. Se dovesse vincere il No, che cosa accadrà al governo?
«Niente pronostici ma una convinzione: è un’occasione unica per riformare la giustizia. Dovesse mai vincere il No, non cambierebbe nulla per il governo, e gli elettori potrebbero comunque esprimersi l’anno prossimo alle elezioni. Certo, nell’eventualità di una bocciatura della riforma, non potremmo cambiare il sistema giustizia per chissà quanto tempo, ed è davvero difficile sostenere che oggi vada bene così com’è».
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