Ministro Urso, il governo Meloni è il secondo più longevo della Repubblica. Tra i risultati si parla di 1.000 posti di lavoro stabili in più al giorno: merito della durata dell’esecutivo o la congiuntura a aiutato?
«La congiuntura internazionale purtroppo non è certo favorevole, come dimostra quanto accade negli altri Paesi Ue. In Italia l’occupazione è cresciuta per l’azione sistematica e strutturale del governo sin da quando è stato abolito il Reddito di cittadinanza e, nel contempo, valorizzato il lavoro con il taglio strutturale del cuneo fiscale a vantaggio dei lavoratori. In questi anni abbiamo raggiunto il record di occupati, con un aumento strutturale dei contratti stabili che ha portato a 550.000 precari in meno, insieme a un aumento delle retribuzioni del 9,6% e a una riduzione della disoccupazione dall’8,1% al 5,2% in un triennio».
E il potere d’acquisto?
«Quello delle famiglie è salito del 3,9%».
Si può fare meglio?
«Per noi vale sempre “prima il lavoro”. Appunto, un milione e 200.000 occupati in più, e abbiamo ancora 17 mesi di legislatura davanti, oltre 500 giorni per proseguire in questa direzione».
Con il conflitto in Ucraina ancora aperto e le tensioni geopolitiche in Iran, gli investitori esteri guardano all’Europa con più cautela. L’Italia finora è stata attrattiva: riuscirà a restarci o rischiamo di perdere capitali a vantaggio di chi appare più stabile e prevedibile?
«Notiamo un crescente interesse degli investitori, a cominciare proprio dai fondi arabi. La prossima settimana si svolgerà a Milano il meeting annuale di Investopia, dedicato agli investitori emiratini; lo stesso sta accadendo con l’Arabia Saudita e il Qatar. Pochi giorni fa il fondo del Kuwait ha annunciato la sua partecipazione all’investimento di Versalis a Priolo. Ho riscontrato analogo interesse anche negli Stati Uniti, nella mia recente missione a Washington, soprattutto nel settore dei data center. Peraltro i riscontri di questi tre anni sono straordinari: gli investimenti esteri sono aumentati del 16,8% e sono aumentati anche gli investimenti esteri nella Borsa italiana del 18,1%. Ma anche gli investimenti esteri nei titoli di Stato, nonché quelli nel settore immobiliare e turistico-alberghiero. L’Italia è salita all’ottavo posto nell’indice globale degli Ide, guadagnando ben tre posizioni in appena tre anni. La tendenza positiva è destinata a proseguire, perché appariamo il Paese più stabile in un contesto di forte instabilità».
Ministro, i nuovi dazi di Trump sull’auto europea rischiano di colpire duramente la filiera italiana. La cosa la preoccupa? Quali misure concrete ha già messo in campo il governo per proteggere le nostre imprese, e in quanto tempo diventeranno operative?
«Innanzitutto constatiamo che le nostre esportazioni negli Stati Uniti sono aumentate anche nel 2025, di oltre il 7,2%, la migliore performance tra i Paesi europei, con segnali positivi anche quest’anno. Il consumatore americano non vuole rinunciare al Made in Italy. Le nuove misure però ci preoccupano per le conseguenze sulla filiera dell’automotive, che produce anche per le case automobilistiche tedesche, che potrebbero subire il maggior impatto di quanto annunciato. Tanto più perché non sono stati ancora rimossi i “dazi interni” che perdurano nell’Ue, poiché il processo di revisione e semplificazione è troppo lento e farraginoso. L’Industrial Accelerator Act deve entrare in vigore subito, non possiamo aspettare il 2028. La revisione del regolamento CO2 deve essere radicale e affermare senza infingimenti la neutralità tecnologica, con ricorso anche ai biocombustibili; la revisione del sistema perverso degli Ets deve avere una corsia d’urgenza ed essere fatta in sintonia con la revisione del Cbam. Il 2026 deve essere l’anno delle riforme in Europa».
Ok, l’Europa... ma l’Italia cosa fa?
«Per quanto ci riguarda, abbiamo messo in campo 1,6 miliardi di euro per il settore automotive, anche con i mini contratti di sviluppo, e dieci miliardi di euro per il nuovo Piano Transizione 5.0, con lo strumento dell’iperammortamento, con una programmazione triennale che spero possa essere presto operativa. A fine giugno, al tavolo automotive monitoreremo anche l’attuazione del Piano Italia di Stellantis che ha garantito sette miliardi di acquisti nel 2025 dalla filiera automotive».
Sembra che Stellantis abbia superato l’anno orribile 2025…
«Sì, i nuovi modelli ibridi sembrano avere il gradimento del mercato. Negli ultimi cinque mesi sono cresciute le vendite e anche la produzione in Italia, registrando una netta inversione positiva rispetto alla crisi determinata dagli errori di Tavares che aveva abbracciato l’ideologia del solo elettrico. Problemi vi sono ancora, soprattutto a Cassino, che mi riprometto di affrontare a breve anche con il governatore Rocca e, ovviamente, con l’azienda».
Intanto le aziende cinesi si dicono pronte ad acquistare impianti automobilistici europei in difficoltà, sembra che abbiano nel mirino anche Cassino. Per l’Italia è una buona o una cattiva notizia? Dov’è il confine tra investimento utile e cessione di sovranità industriale?
«Noi siamo aperti agli investimenti esteri, purché creino sviluppo, produzione e occupazione nel nostro Paese, soprattutto nelle nuove frontiere tecnologiche e quindi anche nel filone della mobilità elettrica».
Se un grande produttore cinese bussasse alla porta di uno stabilimento italiano, il governo ha gli strumenti - a partire dal Golden power - per valutare l’operazione nell’interesse nazionale, oppure siamo impreparati?
«Il governo ha dimostrato in questi anni, sin dal primo esercizio dei poteri speciali di Golden power sull’Isab di Priolo, di saper utilizzare efficacemente lo strumento, con modalità prescrittive a tutela della sicurezza economica. Lo dimostrano anche i casi di Piaggio, Beko, Marelli, Iveco, Socar e Pirelli».
La Cgil si dice disponibile all’ingresso dei cinesi pur di salvare i posti di lavoro. Condivide questa posizione? O ritiene che mantenere il controllo degli impianti in mani occidentali sia una priorità che non si può sacrificare sull’altare dell’occupazione di breve periodo?
«Gli investimenti nella mobilità elettrica, così come quelli nelle tecnologie green, sono ben accolti. Ne siamo consapevoli fin dalla sottoscrizione, nell’ottobre 2023, del protocollo Mimit-Anfia per accompagnare il settore automobilistico nella transizione verso la mobilità elettrica, per colmare il gap tecnologico e rendere più competitivi gli stabilimenti produttivi. Anche per questo stiamo sviluppando una politica industriale nel settore delle materie prime critiche, al fine di renderci meno dipendenti dall’estero nell’approvvigionamento di ciò che serve all’industria tech e green. Puntiamo poi a insediare in Italia il primo sito di stoccaggio europeo di materie prime critiche».
Cgil e Confindustria - un’alleanza insolita - chiedono di superare il vincolo del 3% per finanziare investimenti industriali e difesa. Il governo è disposto a battersi in Europa per ottenere questa flessibilità, oppure la disciplina di bilancio resta un tabù?
«Abbiamo chiesto la sospensione del Patto di stabilità e, comunque, di considerare gli investimenti nel settore energetico come quelli della difesa, perché si tratta della prima frontiera per la sicurezza europea. L’Europa deve agire subito sul campo delle riforme ma anche su quello delle risorse, con una “cassetta degli attrezzi” che consenta agli Stati di reagire con tempestività all’emergenza, che rischia di aggravarsi già nei prossimi giorni.
La Cgil critica il decreto Lavoro nonostante sostenga altre posizioni vicine al governo su dazi e investimenti. Come spiega questa contraddizione? Il decreto va modificato o è blindato?
«Tutto si può migliorare, nella direzione già tracciata che ha avuto il plauso degli altri sindacati».
Landini sembra sempre contrario, qualunque cosa faccia il governo. È una posizione ideologica o c’è nel decreto lavoro qualcosa di concreto che non funziona e che lei è disposto a correggere?
«È una posizione politica, lui direbbe “solo propaganda”. In Parlamento ascolteremo le posizioni dei gruppi, così come quelle dei sindacati nelle loro audizioni, sempre pronti a recepire eventuali proposte compatibili e sostenibili».







