Anna Ammirati, bella e profonda. Conversando con lei si sprigionano l’anima emotiva e sanguigna che la stringe alla sua città, Napoli, dove è cresciuta, e quella legata a Roma, dove vive e in cui, con determinazione, è diventata ottima attrice di cinema, teatro e fiction televisive impegnate. Nel 2024 ha partecipato al pluripremiato film di Gabriele Salvatores Napoli-New York.
Anna, sei nata il giorno di Capodanno, un giorno estremo…
«Sì, proprio il primo gennaio, di pomeriggio».
Com’eri da bambina?
«Ero estroversa, gioiosa, inclusiva. Regalavo i miei giocattoli agli altri. Ho bellissimi ricordi».
Mamma e papà avevano a che fare col mondo dello spettacolo?
«No, io sono una borghese acquisita, sono figlia della working class. I miei non c’entravano con lo spettacolo. Il lavoro che faccio l’ho desiderato fin da piccola. Dopo il liceo ho sempre detto “andrò a Roma per fare l’attrice” e così è stato».
Hai esordito a teatro a 8 anni…
«Mia madre aveva intuito molto presto questa mia passione e mi avvicinò al teatro facendomi partecipare a compagnie amatoriali che rappresentavano opere di Eduardo De Filippo».
Studi liceali, accademia di teatro, perfezionamento alla Biennale di Venezia… Determinata.
«Credo che questo lavoro sia fatto soprattutto di studio e disciplina. Ad esempio, ora che sto aspettando la partenza di un progetto di teatro a settembre, studio molto le poesie, un esercizio di memoria, perché non è semplice memorizzare un copione se non ti alleni continuamente».
Titolo di questo spettacolo?
«Quarant’anni e non li dimostra, scritto da Titina e Peppino De Filippo. Il “quarant’anni e non li dimostra” è il mio personaggio, una donna che ha sempre vissuto accanto al padre dedicandosi sempre alla famiglia e agli altri. A 40 anni scopre improvvisamente di esistere come donna e quindi anche con la possibilità dell’amore…».
Il tuo primo film. Protagonista di Monella di Tinto Brass, del 1998.
«Un mio amico dell’accademia una mattina portò una foto mia con sé perché il regista cercava la protagonista ma anche il suo fidanzato. Andò da Tinto o da un suo aiuto e come a volte succede lui non fu scelto ma fui scelta io perché cercava una “Lolita”. Monella, storia scritta da Barbara Alberti e da Brass, è la trasposizione di Lolita, una ragazza giovane, spontanea, vitale, più scugnizza che provocatrice».
Lolita, il romanzo di Nabokov…
«Esattamente. L’esperienza fu bellissima, Brass è un grande regista. Ha attraversato varie fasi, quella blu, quella rossa, quella bianca, la fase politica, quella erotica…».
Ricordiamo un suo stupendo e surreale film del 1964, con Alberto Sordi, Il disco volante, sempre attuale.
«Certo. E La vacanza (1971, ndr) con la Redgrave e Franco Nero…».
Tra i molti film in cui hai partecipato, E dopo cadde la neve, di Donatella Baglivo, del 2005, sul terremoto dell’Irpinia del 1980. All’epoca avevi meno di due anni...
«Non so perché ma ho un preciso ricordo di quel terremoto. Mi ricordo che stavo mangiando le “patate di zucchero”, sai quelle americane, che mi piacciono da morire. Ricordo che mia madre mi stava imboccando e disse “andiamo”. Io piangevo sulle scale perché volevo finirle, un ricordo che, nonostante fossi piccolissima, mi è sempre rimasto. Ho un ricordo proprio della scossa e dovemmo scappare. Donatella Baglivo, che è una documentarista, ha voluto raccontare quel fatto attraverso immagini vere e ricostruzioni di fiction».
In L’amore buio, del 2010, regia di Antonio Capuano, fai la parte dell’analista di Irene, una ragazza violentata da suoi coetanei.
«Volevo lavorare con Antonio Capuano da sempre, l’ho proprio inseguito. Poi qualcuno mi disse “Antonio sta preparando un film”. In quel periodo mi trovavo a Napoli e lo incontrai a piazza del Gesù. Gli dissi “stai preparando un film? Mi avevi promesso che mi avresti chiamata e non me lo dici?”. Lui mi guardò e mi propose un ruolo quasi come fosse uno scambio di contrabbando, “teng’ na’ psicologa, a vuo’ fa’?”. Dissi sì. Il film si divideva come si divide Napoli, la parte alta e la parte bassa. Io ero la psicologa di questa ragazzina di Posillipo che praticamente è un’altra città, i quartieri sulla collina, con queste ville sul mare, mentre la Napoli del centro storico, dei Quartieri Spagnoli, è quella che pulsa, diciamo popolare, anche se vivere oggi nel centro storico di Napoli non se lo possono permettere tutti. Non so se si sente, sta uscendo il mio caffè…».
In effetti un po’ si sente, peccato non arrivi il profumo…
«Questa ragazzina viene violentata da un gruppo di minorenni, ma poi si innamora del suo aguzzino, un ragazzino di 17 anni che le scrive lettere dal carcere. Nasce una storia d’amore assurda, particolare. Credo che Capuano volesse raccontare la forza dell’amore che riesce a superare anche una cosa così drammatica. L’amore è l’atto più rivoluzionario di questa terra. Puoi pure essere Elon Musk ma quando arriva ti stende. Non te lo puoi comprare, non lo puoi inventare, non puoi decidere quando arriva e non c’è niente che possa fermare una cosa così enorme, anche quando arriva tra due adulti che magari non sono liberi e quell’amore diventa struggente e doloroso. È come arrivasse uno tsunami, mi viene da dire che l’amore non guarda in faccia nessuno. Penso che oggi avere qualcuno che ti vuole veramente bene sia l’unica forma di salvezza».
Sei credente?
«Sono credente, sì, molto credente, sono cristiana, quando posso vado in chiesa, credo in Dio e in Gesù Cristo».
Da quanto tempo vivi a Roma?
«Da 28 anni ma torno spesso a Napoli, lì ci sono i miei genitori. Sono nata a Castellammare di Stabia in clinica, ma sono cresciuta a Napoli».
Come la vedi questa stupenda città che è Napoli?
«Negli ultimi anni ha ritrovato un’energia, una centralità culturale, anche un orgoglio nuovo, un turismo che fa paura, più curiosità verso la sua identità ma, accanto alla bellezza enorme e alla creatività, ci sono ancora fragilità sociali molto forti e forse è proprio questo che continua a renderla così viva e difficile da raccontare davvero. Cambia continuamente ma resta sempre la stessa, ti seduce e ti ferisce».
Roma, invece, come la descrivi?
«È un po’ strega. Quando ci sono me ne vorrei andare e quando non ci sono mi manca da morire. Per me è stata il luogo della trasformazione. Sono arrivata qua a 18 anni. Qui sono diventata una donna, qui è nata mia figlia, a Napoli ci sono le radici, l’istinto, l’infanzia, la parte più emotiva di me. A Roma ho imparato la resistenza. Non ti regala niente subito, ti mette alla prova, ti costringe ad avere molta pazienza, ti obbliga a una disciplina enorme, ti costringe anche alla capacità di stare nella solitudine, ma allo stesso tempo ti dà una libertà enorme perché dentro Roma convivono mondi completamente diversi, politica, spiritualità, borghesia, periferie, ma non ti costringe a diventare romano, ti insegna ad affrontare la complessità e anche a stare dentro la storia».
Vuoi dirci della tua situazione sentimentale attuale?
«Ho una figlia di 23 anni, Sara, si sta laureando in storia dell’arte a Venezia, vive e studia là e per questo frequento tantissimo Venezia. È molto colta, mi insegna anche cose che non so… In questo momento ho un compagno e sono molto innamorata».
Nel docu-drama Rai del 2017, Paolo Borsellino. Adesso tocca a me, hai interpretato Agnese Borsellino, la moglie del giudice. Cosa ti ha dato questa esperienza?
«Sono entrata nella parte di una donna realmente esistita, già questo per me era una responsabilità enorme, entrare nella vita di una donna che ha attraversato il dolore con una dignità impressionante. Viveva quotidianamente la paura, l’attesa, il peso di quella situazione. Per me non era importante imitare Agnese Borsellino ma restituirle la sua umanità, soprattutto la sua forza silenziosa. Sul copione appuntai che non cercava la scena, il protagonismo. Immaginai cosa significa amare qualcuno con la costante paura di perderlo. Ho cercato di raccontare non solo il suo dolore dopo la strage ma anche la sua quotidianità, fumava tantissimo, lui le faceva gli scherzi telefonici. Camminavo per Palermo nelle strade che lei frequentava, facevo la spesa nei negozi dove andava lei…».
Il tuo primo lavoro in teatro. Protagonista di Un amore di Dino Buzzati, regia di Giulio Bosetti, del 1998.
«L’incontro con Giulio Bosetti è stato una grande scuola. Eleganza particolare, è stato uno dei grandi del nostro teatro. La scrittura di Dino Buzzati, c’è sempre dentro un’inquietudine, un mistero, un’attesa. Tra l’altro questa rappresentazione la feci subito dopo il film di Brass. Antonio Salines, che è stato un grande attore, faceva un personaggio in Monella. Disse a Bosetti: “La ragazza protagonista potrebbe essere la tua Laide”. Ricordo che a Tinto non fece piacere che Bosetti - mi portò il romanzo di Buzzati, storia di un amore completamente sbilanciato che per lui diventa ossessione, molto attuale - venisse sul set per conoscere la sua attrice. Questo non l’ho mai raccontato a nessuno».
Gli uomini di oggi appaiono un po’ fragili.
«Penso che ci si difenda molto e ci si ascolti poco. Non amo la guerra tra i sessi. Uomini e donne devono trovare un dialogo meno ideologico, meno basato sul potere. Credo che gli uomini che oggi sanno mostrarsi umani abbiano molto più fascino. Questi sono gli uomini che mi interessano. L’autenticità richiede molto più coraggio. E questo vale anche per le donne. Tutti abbiamo bisogno delle stesse cose, essere compresi, amati, rispettati e sentirci visti, porca miseria».







