Interviste e personaggi

Andrea Presti: «Ai ragazzi dico di non fare come me»
Andrea Presti (Instagram)
Parla l’atleta che sta preparando il suo quarto Mister Olympia: «Mangio ogni due-tre ore: circa 6.500 calorie al giorno. La genetica è decisiva. Il doping? Sì, ai miei livelli è praticato. Ma ci sono gare in cui si può evitare».

Andrea Presti prende il telefonino e pubblica su Instagram un video in cui si pesa: 134 chili, decreta la bilancia. «Il Mister Olympia si terrà a settembre», sorride lui, 38 anni di vigore «orgogliosamente camuno» su una struttura di circa 1 metro e ottanta.

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Enrico Costa: «Ora va accentuata la linea liberale»
Enrico Costa (Ansa)
Il neo capogruppo di Fi alla Camera: «Partito e coalizione restano coesi anche dopo il referendum. I moderati sceglieranno noi, il campo largo è sbilanciato a sinistra. Il vertice con Tajani a Mediaset? Il luogo conta poco».

Se l’aspettava?
«No, ovviamente. Venivamo da una campagna referendaria molto faticosa, di cui siamo stati i più convinti sostenitori. Per mesi mi sono concentrato sulla riforma della giustizia».

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Luigi Campiglio: «Questa crisi ci condizionerà per anni»
Luigi Campiglio (Youtube)
L’economista: «Difficile uno scostamento di bilancio, ma il governo fa bene a ricordare all’Ue che la politica economica non consiste nel rispettare alla lettera parametri e regole che hanno ricadute sulle imprese».

«Il mondo politico ha una responsabilità centrale, che è quella di guardare su orizzonti lontani di medio e lungo periodo». Luigi Campiglio, economista di lungo corso e già docente all’Università Cattolica di Milano, di crisi economiche ne ha viste tante.

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A “La Borsa e la vita” avevamo annunciato il mini rally delle Borse a inizio aprile. Ora i mercati sono sui massimi, così come i debiti, mentre l’inflazione rialza la testa. E se alzano i tassi? Occhio al Giappone, il temporale può partire da lì.

Alessandro Saviola: «La sostenibilità non deve essere ideologia»
Alessandro Saviola (Ansa)
Il presidente del Gruppo Saviola, specializzato nella produzione di pannelli ecologici: «Lavoriamo da quasi 40 anni solo con legno riciclato, salvando in 12 mesi una foresta grande quanto Roma. Mercato e clienti sono sempre più attenti alla qualità delle filiere».

Non è semplice raccogliere l’eredità di un fondatore e trasformarla senza snaturarla. Alessandro Saviola ci è riuscito ripensando in profondità il modello industriale costruito dal padre Mauro Saviola, portandolo ben oltre i confini di un’azienda tradizionale del legno. Oggi il Gruppo Saviola è una realtà internazionale da oltre 800 milioni di fatturato (15 stabilimenti, 2.000 collaboratori, 10.000 alberi salvati ogni giorno), ma soprattutto un caso industriale che ha fatto della sostenibilità una scelta radicale, prima ancora che una tendenza. La sua è stata una trasformazione progressiva ma decisa: riorganizzazione interna, integrazione tra business diversi e una visione chiara, quella di un’industria capace di rigenerare materia, valore e impatto. Un percorso che oggi trova una vetrina naturale al Salone del Mobile, dove il gruppo porta non solo prodotti, ma un’idea precisa di futuro. Lo abbiamo incontrato per capire cosa significa, oggi, guidare un’azienda che ha scelto di stare un passo avanti.

Quando avete capito che la sostenibilità sarebbe stata una leva strategica e non solo etica?

«Per Gruppo Saviola la sostenibilità è stata una risposta industriale a un problema concreto. Negli anni Ottanta il gap competitivo con i produttori del Nord Europa, avvantaggiati dal basso costo della materia prima legnosa, ha spinto mio padre a intuire che il riciclo del legno post-consumo potesse diventare il nostro vantaggio strutturale. Da allora, la sua visione è diventata metodo e oggi questo modello si traduce in investimenti continui su filiera, processi e persone. La sostenibilità è sempre una parte integrante delle nostre decisioni strategiche, non un tema accessorio».

Raccogliere l’eredità di Mauro Saviola: quanto è stato difficile innovare senza tradire l’identità?

«L’eredità di mio padre è tuttora un patrimonio di visione e la sfida è stata trasformare quell’intuizione pionieristica in un’organizzazione capace di crescere e strutturarsi negli anni. Abbiamo lavorato su governance, management e cultura organizzativa, mantenendo intatto il Dna industriale. Innovare, per noi, significa rendere attuale un’identità forte, senza snaturarla».

Il Pannello Ecologico® è ancora un vantaggio competitivo reale?

«È il nostro prodotto di punta, vanta un articolato sistema di certificazioni ed è a tutti gli effetti un brand che porta con sé il valore competitivo del nostro modello circolare. Oggi non basta dichiarare di essere sostenibili: servono filiere controllate. Noi produciamo da quasi 40 anni pannelli esclusivamente con legno post-consumo, riciclando ogni anno una quantità di legno superiore a 30 volte le dimensioni del Colosseo e salviamo una foresta grande quanto il Comune di Roma».

Come si distingue un’azienda realmente eco-ethical dal greenwashing?

«La differenza è nella capacità di rendicontare le proprie performance. Un’azienda davvero eco-ethical ha processi verificabili e si pone obiettivi di lungo periodo. Noi rendicontiamo, certifichiamo e integriamo la sostenibilità anche attraverso documentazioni tecniche come il Bilancio e il Piano di sostenibilità che sono coordinati da un Comitato Esg di gruppo.

La comunicazione è importante, ma arriva dopo, come informazione agli stakeholder di un impegno reale e misurabile».

Crescita e sostenibilità possono davvero andare di pari passo?

«Sì, se la sostenibilità è industriale e non ideologica. La crescita del Gruppo sta dimostrando che economia circolare e solidità finanziaria possono rafforzarsi a vicenda. Certo, soprattutto all’inizio, ha richiesto un grande sforzo culturale, oltre che economico, ma oggi ci accorgiamo che essere sostenibili significa essere più competitivi».

Un modello che integra legno, chimica, arredo e life science è una forza o una complessità?

«È una complessità che abbiamo trasformato in forza. Integrare più business ci consente di governare l’intera filiera e controllarla in modo trasversale. Questa struttura ci permette di ridurre sprechi, valorizzare tutte le materie e sviluppare nuove applicazioni. Richiede un coordinamento interno molto forte, ma genera valore industriale e ambientale».

Quanto pesa oggi essere sostenibili rispetto ai competitor meno attenti?

«Nel breve periodo può pesare di più, perché la transizione ha costi significativi. Ma nel medio-lungo termine essere sostenibili riduce il rischio industriale e reputazionale. Il mercato e i clienti sono sempre più attenti alla qualità delle filiere. Oggi non rappresenta un costo, ma una condizione per restare competitivi».

Come mantenere standard ambientali e sociali uniformi con 15 stabilimenti nel mondo?

«La chiave è una governance chiara e condivisa. Abbiamo definito standard comuni e investiamo molto nella formazione delle persone. Il controllo dei processi e il monitoraggio continuo ci permettono di mantenere coerenza anche in contesti diversi. La sostenibilità, per noi, è un linguaggio industriale globale che supera i confini nazionali.

Le imprese italiane sono pronte alla sfida della green economy?

«L’Italia è certamente al primo posto nelle classifiche legate ai dati di riciclo con performance importanti già da alcuni anni. Ci sono eccellenze imprenditoriali straordinarie, ma servono visione industriale, politiche di supporto e investimenti a lungo termine. La sostenibilità non può essere affrontata da soli o perché oggi è un trend. È una trasformazione strutturale che richiede coraggio imprenditoriale, snellimento della burocrazia e chiarezza a livello normativo».

Una scelta che farà la differenza per il futuro del Gruppo Saviola?

«Continuare a investire in innovazione industriale e nelle persone. Stiamo lavorando su nuove tecnologie e sul potenziamento dei nostri impianti per l’efficientamento dei processi. La vera sostenibilità è creare valore duraturo, economico e sociale. Questo è l’approccio che guiderà le nostre scelte nei prossimi anni».

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