Per gli inquirenti, Andrea Sempio è stato il solo a uccidere Chiara Poggi. Convocato in Procura il prossimo 6 maggio per l’ultimo interrogatorio prima della chiusura delle indagini, potrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere.
Patrizia Cirulli (patriziacirulli.com)
L’artista: «Il “Cantico delle creature” è una lode a Dio, non un messaggio ecologista Ho rifatto il primo album del Battisti “post Mogol”, mi colpiva la sua ricerca spirituale».
Patrizia Cirulli, milanese, genitori con origini veneto-pugliesi, è una cantautrice originale e raffinata. Le sue creazioni sono frutto di ispirate ricerche personali. È stata quattro volte finalista al premio Tenco e per tre volte ha vinto il premio Lunezia. In un programma su Rai2 Lucio Dalla notò la sua voce, definendola «insolita e straordinaria». Autrice di musica, ha firmato cinque album, tra i quali uno che riscopre un Lucio Battisti poco conosciuto e un altro in cui ha musicato brani di Eduardo De Filippo. L’ultimo, edito da Egea Music, in fisico e in digitale, è Il visionario, reinterpretazione di L’infinitamente piccolo di Angelo Branduardi, raccolta di testi di Francesco d’Assisi e della tradizione francescana. Nel suo prossimo lavoro ascolteremo anche parole sue.
Patrizia, eri una bambina introspettiva e come si è originato il tuo interesse per musica e poesia?
«Ero una bambina introspettiva, riservata. L’interesse per la musica è nato già a 3-4 anni, alla scuola materna. Feci in modo di farmi ritirare dall’asilo perché volevo stare a casa, giocare con i dischi, i miei giocattoli preferiti, e la musica. L’interesse per la poesia è venuto dopo, ma di conseguenza».
La professione svolta dai tuoi genitori?
«Se ne sono andati giovani. Mamma aveva fatto la parrucchiera e da quando siamo nati noi, casalinga. Papà commerciante».
Com’è nato Il visionario, dove musichi e canti testi di Francesco d’Assisi?
«È successo in modo un po’ misterioso perché ho sempre stimato Branduardi e anche questo album. Era circa il 2019 e per gioco, in casa, ho preso la chitarra iniziando a fare Il sultano di Babilonia e la prostituta. Pensai “che bello”, una versione un po’ rallentata, come tendo a fare. L’idea di fare un disco rimase lì. Poi ho conosciuto Mimmo Paganelli, il discografico di Branduardi. Nell’agosto 2023, ecco la parte un po’ misteriosa, continuavano a canticchiare dentro di me canzoni di quell’album a ogni ora del giorno, soprattutto Audite poverelle. Presi coraggio. Per caso, anche se il caso non esiste, dopo qualche giorno abbiamo incontrato Branduardi a un concerto, chiedemmo il permesso e lui rispose “ne sarei onorato”».
Francesco d’Assisi. Nel 2026 ottocento anni dalla morte. Un mistico e un applicatore del cristianesimo. Il suo messaggio potrebbe cambiare le esistenze ma non all’acqua di rose?
«Credo che mettersi in ascolto del messaggio di Francesco, che è quello di Cristo, sia ancora oggi necessario. Lui è stato un essere umano come tutti noi e affinché non sia una cosa all’acqua di rose, come dici tu, bisogna un po’ aprire il cuore, con la volontà nostra di mettere in atto piccole cose quotidiane. Secondo me Francesco è un grande esempio della possibilità del cambiamento».
Abbandonò in piazza le sue vesti, si denudò. Se oggi qualcuno lo facesse?
«Questo è un grande gesto. Lo facessi io oggi mi ricoverano, mi portano via. Potremmo dire che il confine tra l’equilibro mentale e la santità è vicino. C’è da dire che erano altri tempi ma bisogna comprendere il suo gesto simbolico, di grande valore, anche plateale, oggi non posso rifarlo, ma cosa imparo? La sua decisione, la sua coerenza, la rinuncia alla sua famiglia, ma illuminato da una luce divina».
Se tornasse un messia esattamente con le stesse caratteristiche divine di Gesù, quale sarebbe secondo te il suo destino? Internato in una struttura psichiatrica?
«Siccome viviamo in una società molto razionale, tra virgolette molto “scientifica”, se oggi tornasse un messia che facesse i miracoli, magari sarebbe studiato in modo approfondito da questi scienziati, ma rimarrebbero tutti scettici. Infatti la fede non è questione che passa attraverso la scienza. Chi crede non ha bisogno di “vedere”. Dieci giorni fa sono andata a fare un concerto in Abruzzo con il repertorio di Francesco nella bellissima abbazia di San Giovanni in Venere, vicino a Chieti, e il giorno prima a Lanciano, dove c’è stato il primo miracolo eucaristico, un’ostia lì da secoli. In analisi recenti hanno visto che c’è tessuto cardiaco umano, un padre mi ha detto “è un segno, ma noi credenti non abbiamo bisogno di vedere” e per chi non crede non cambia nulla… Tornando alla tua domanda, se arrivasse il messia oggi probabilmente lo porterebbero in un ospedale psichiatrico…».
Massimo Cacciari, non credente, studioso di Francesco, ha fatto notare che il Cantico delle creature è stato ridotto a messaggio quasi folkloristico, il santo che parlava con gli uccellini…
«Il messaggio di Francesco non è ambientalista o ecologista. È vero che amava la natura ma il Cantico delle creature è una lode a Dio attraverso i suoi elementi, per cui è Dio che si rispecchia nelle sue creature e quindi è un ringraziamento all’Altissimo».
La lode di nostra «sorella morte corporale», nocciolo della spiritualità francescana e del cristianesimo. Tuttavia spesso si fa di tutto per rimuovere questo pensiero e non è un atteggiamento cristiano…
«Vero. Francesco è stato il primo ad affrontare in questo modo il tema della morte, conseguenza naturale dell’esistenza. La natura stessa ce lo insegna. Vita-morte-rinascita. È un passaggio. Per Francesco anche la morte è una creatura, una sorella. La morte è ancora un tabù nella società di oggi. Poi ci insegnano che Cristo è risorto, una comunicazione profonda. Certo che la morte non deve diventare il problema della tua esistenza, non devi avere paura di morire».
Canti Audite poverelle, poesia di Francesco indirizzata a santa Chiara e alle sue consorelle. «Non guardate alla vita fora / Quella dello spirito è megliora». Una donna oggi, comunemente, vive in un contesto materialista e competitivo…
«Nel femminile, è evidente che Chiara ha fatto quella scelta consapevole di vita. La frase che hai citato mi emoziona, è magistrale. Io, certo, vivo in questa società, ma cerco di coltivare questo filone interiore e come disse qualcuno diventare “nel mondo senza essere del mondo”. Ci provo. Certo che il modello femminile proposto oggi è diverso, per quanto serva tener conto che storicamente le donne sono state spesso represse ma questo non significa che debbano andare contro sé stesse».
Dal punto di vista sentimentale sei in una relazione?
«Non mi sono mai sposata. Ho un compagno. Ma coltivo questo mio giardino, quello della spiritualità».
Secondo te tra Francesco e Chiara potrebbe esserci stato un principio di amore sentimentale nel senso tradizionale del termine?
«Io non credo. Credo che si siano voluti molto bene. C’era tra l’altro molta differenza di età. Credo si siano riconosciuti, erano anime sorelle, non gemelle. Tra l’altro un amore fraterno, che dura tutta la vita, talvolta può essere migliore di uno passionale».
Come descriveresti la figura di Angelo Branduardi?
«Originale, grande musicista e violinista, questa sua ricerca della poesia, come l’album dedicato a Yeats. Lo stimo molto».
L’album E già di Lucio Battisti, che hai riletto nel tuo Qualcosa che vale. Come potrebbe essere stata la spiritualità di Battisti?
«Ho rifatto quest’album in chiave acustica perché era il primo Battisti senza i testi di Mogol, firmati da sua moglie e da lui. In quell’album ho visto una ricerca spirituale, anche nella meditazione, forse fece uno studio anche a livello di cultura orientale, il brano Rilassati e ascolta sembra un mantra».
Mistero. «Che mistero è la vita / Che mistero sei tu / io ti avevo definita / Ma mi sbagliavo, in te c’è molto di più / Sei profonda / Sei vitale / Non sei mai banale / Io mi ero lasciato affascinare da quel tipo di intellettuale / appariscente / che in fondo non valeva niente».
«Evidentemente aveva avuto a che fare con un tipo intellettuale che all’apparenza sapeva molto ma potrebbe essersi accorto che, da un punto di vista emotivo, non era così ricco… E poi nel brano Scrivi il tuo nome c’è questo verso meraviglioso, “Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale”».
Nel tuo album Mille baci hai messo in musica poesie di grandi della letteratura: Salvatore Quasimodo, Alda Merini, Gabriele D’Annunzio, Fernando Pessoa e altri… Vuoi ricordare una poesia con un verso di Pessoa da te ripreso in questo disco?
«Non so se sia amore, (la intona in portoghese, ndr), “non so se è amore che possiedi o che simuli in quello che mi dai, ma dammelo lo stesso perché tanto mi basta”».
Alda Merini…
«Ha avuto questa capacità di un linguaggio che arrivasse a tutti, una poetessa pop diciamo. Lei ha avuto una grande sofferenza - il manicomio, gli elettroshock… - ma è riuscita a trasformare questo dolore in gioia di vivere e creatività attraverso la poesia, amava definirsi la poetessa della gioia. Nell’album ci sono due suoi testi, E più facile ancora e Sono solo una fanciulla».
Sulla Verità del 21 aprile 2026 ho intervistato il teologo e musicologo Pierangelo Sequeri. Sostiene che i testi di canzoni pop proposte nei grandi circuiti sono mediocri. Non è che così, allontanando i giovani dai grandi temi, si finisce per, perdona il termine, rincoglionirli?
«(ride, ndr) Che si sia andati al ribasso è sotto gli occhi di tutti. Se un tempo c’erano De André, Paoli, Battiato… Evidentemente è lo specchio della società, che è cambiata. Un tempo, accanto alla musica pop usa-e-getta questi mostri sacri li potevi ascoltare anche alla radio e adesso non più. Se oggi nascesse un Battiato, un De André, dove lo mandi, al talent show? Ci sono anche cose belle ma esiste un linguaggio omologato per i ragazzi. Non è vero che se sei più esposto hai più valore. Non è così».
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Tutto quello che non torna dell'attentato: dall'acount social inattivo che si riaccende solo per indicare il nome dell'attentatore alla sicurezza che mette in salvo prima il vicepresidente JD Vance e solamente in un secondo tempo Trump. Ne parliamo con Giacomo Gabellini e Stefano Graziosi.
Andrea Presti (Instagram)
Parla l’atleta che sta preparando il suo quarto Mister Olympia: «Mangio ogni due-tre ore: circa 6.500 calorie al giorno. La genetica è decisiva. Il doping? Sì, ai miei livelli è praticato. Ma ci sono gare in cui si può evitare».
Andrea Presti prende il telefonino e pubblica su Instagram un video in cui si pesa: 134 chili, decreta la bilancia. «Il Mister Olympia si terrà a settembre», sorride lui, 38 anni di vigore «orgogliosamente camuno» su una struttura di circa 1 metro e ottanta.
Sta aumentando la massa, poi cesellerà i muscoli, perdendo gli 8-10 chili necessari a salire sul palco nelle condizioni ideali. Quando si parla di Mister Olympia con un culturista professionista, è come parlare di Wimbledon con un tennista. Non esiste trofeo più glorioso. Vi accedono i migliori del mondo, una ventina in tutto, usciti vittoriosi da una scrematura di competizioni durissime. Presti vi parteciperà per la quarta volta, primo nostro connazionale a riuscirci dai tempi di Mauro Sarni (che ha all’attivo una partecipazione negli anni Novanta), e primo italiano così tante volte dai tempi del sardo Franco Columbu negli anni Settanta. Per capirci: Columbu era il miglior amico di quell’Arnold Schwarzenegger che il culturismo l’ha praticamente inventato, entrando nell’empireo di Hollywood e della politica. Il Gruppo Presti, suddiviso in sottogruppi dedicati alle consulenze sull’allenamento coi pesi, sull’alimentazione, sugli approfondimenti medici, sul perfezionamento di macchinari avveniristici, comparti presidiati da professionisti di ogni settore, fattura centinaia di migliaia di euro e ruota intorno ad Andrea, plurivittorioso Jannik Sinner del ferro. Raccontato su Instagram e nel bestseller Diventa ciò che sei (Rizzoli), compendio biografico che nel titolo strizza l’occhio un po’ a Nietzsche, un po’ a Spinoza.
Perché si diventa bodybuilder professionista?
«Ho iniziato col judo. Ma ho scelto di diventare un culturista per motivi prevalentemente estetici: desideravo quel tipo di fisicità erculea».
Direbbero i maliziosi: ha privilegiato l’estetica anziché misurarsi in una prestazione fisica.
«Chi sostiene che la gara di bodybuilding non contempli una prestazione, dovrebbe sottoporsi a una sessione di pose: non resisterebbe un minuto. Oltre ad assistere a un tipico allenamento di un culturista in palestra. Sa chi lo certifica meglio di tutti?».
Dica.
«Tanti miei amici calciatori di Serie A, cestisti, pugili e combattenti: sono i primi a riconoscere l’importanza dell’alimentazione e dell’allenamento coi pesi in ciò che fanno. Il bodybuilding è sia il mezzo per massimizzare le prestazioni di qualunque disciplina, sia uno sport a sé stante».
Ci arriveremo. Intanto: che cosa ha mangiato oggi?
«Dunque, stamattina una spremuta d’arancia, cereali, molti albumi d’uovo. Poi, dopo due-tre ore, riso e pollo, poi pasta e carne, poi dovrei mangiare cous cous e pesce, dopodiché…».
Ma quanti pasti fa al giorno?
«Sei pasti. Mangio ogni due, tre ore. Tra le fonti proteiche, siamo a 2, 2 grammi e mezzo al giorno per chilo corporeo. Durante la fase di massa, cioè il periodo in cui sono lontano dalle gare e costruisco il mio fisico, ingerisco circa 6.500 calorie giornaliere. Ho provato ad arrivare a 7.000, ma era troppo. Mi concedo frutti di mare, non lesino sui carboidrati perché il metabolismo me lo consente, la pizza ogni tanto. Quando si avvicina una gara, riduco le calorie, cambio i nutrienti».
Si dice che la dieta stretta sia il momento in cui i bodybuilder diventano nervosi.
«No, anzi, mangiare meno mi rende più brillante. I tempi in cui un culturista a ridosso di una gara ingeriva solo carne e acqua sono mitici, i nuovi approcci comportano sacrifici, ma sono gestibili, se il metabolismo lo consente. Forse chi lamenta le eccessive privazioni, cerca scuse per concedersi qualche sgarro (ride, ndr)».
Se non si mangia nel modo giusto, l’allenamento ne risente. Come si allena?
«Nei periodi di massa, mi alleno per tre giorni consecutivi seguiti da un giorno di riposo. Sessioni quotidiane di due ore e mezza, suddivise per gruppi muscolari e finalizzate su densità e sviluppo di ogni muscolo. Vicino a una gara, la musica cambia».
Come cambia?
«Aumenta la frequenza: mi alleno due volte al giorno, sei giorni su sette, ai pesi alterno sessioni di attività cardiovascolare».
Quei muscoli lì sono solo scena per imbastire uno show?
«Giudicate voi: nello stacco da terra utilizzo un bilanciere da 340 kg. Nello squat, eseguo dieci ripetizioni in accosciata completa con 240 kg. Su panca, distendo sopra di me diverse volte due manubri da 80 kg l’uno».
Direi che è molto forte.
«Sì, ma se fossi forte quanto sono grosso, probabilmente il Mister Olympia potrei pure vincerlo (sorride, ndr)».
Da che cosa dipende questo?
«Dalla genetica. Non si scappa. La genetica è il metro per misurare il talento di ogni sportivo, e nel culturismo è un indice manifesto. Penso di avere una genetica sopra la media che mi ha consentito di partecipare al Mister Olympia. Ma i primi tre/cinque atleti classificati a quel livello, sono qualcosa di fisicamente inarrivabile per qualsiasi essere umano».
Come si supplisce alle predisposizioni genetiche?
«Con un giusto mix di costanza, dedizione, pianificazione, studio di sé stessi».
In una gara di bodybuilding vince il più grosso?
«Vince chi presenta la miglior commistione di volumi, densità muscolare, qualità, che significa, tra le altre cose, il giusto compromesso nell’abbassare grasso, ottimizzare i liquidi e far risaltare i muscoli».
E ci si unge con l’olio, direbbe la sciura Maria!
«Certo, unti, fritti e impanati! Scherzi a parte, si sceglie un colore per far risaltare la pelle sotto i riflettori, ci si confronta su sette tipi di pose pensate per valorizzare la struttura nei diversi round in cui la giuria valuta ogni atleta. È sia un grande spettacolo, sia un duello rigoroso».
E perché le pose sono tanto faticose?
«Avete presente la classica posa di doppio bicipite? Provate a eseguirla davanti allo specchio, contraendo tutti i muscoli del vostro corpo per diversi minuti senza pause. Poi mi direte».
Il suo fisico non passerà inosservato tra i comuni mortali.
«Un aneddoto spassoso: per un po’ di tempo, alla mattina in palestra, alcune anziane iscritte mi squadravano con aria sospettosa. Un giorno, la più timida, dopo aver controllato chi fossi, si è avvicinata e mi ha detto: “Andrea! Tra poco avrai una gara, fammi controllare gli addominali!”».
Tuttavia si dice che gareggiare come culturista professionista sia impossibile senza un supporto chimico.
«Potrei cavarmela rispondendo che nessuno sport è esente dal doping. Ma sarebbe troppo comodo. Diciamo allora che il bodybuilding non è uno sport olimpico e non prevede controlli. È alla stregua del football americano e del wrestling. Dunque sì, il doping è praticato per massimizzare i risultati».
E se un ragazzino volesse a sua volta gareggiare?
«Gli direi di non farlo. O di farlo nelle competizioni da natural. Ci sono molti modi per divertirsi coi pesi. Ho convinto migliaia di ragazzi a lasciar perdere gli aspetti più estremi».
Lei però ha scelto proprio quella carriera: la più estrema.
«Ne sono consapevole. Pure dei rischi. Come lo è un pilota di Formula 1 quando corre a 300 all’ora, o un pugile quando si batte per il titolo mondiale».
Assiste quotidianamente persone di ogni sesso e età anche grazie ai social.
«Nel corso degli anni, con il mio gruppo, sono orgoglioso di aver aiutato tanti a migliorare il rapporto con sé stessi, magari chi soffriva di disturbi alimentari, o chi cercava di dare una motivazione nuova alla propria vita. Senza retorica».
Quante persone lavorano con lei?
«Tra professionisti di ogni settore contrattualizzati e collaboratori esterni, circa 30, 40 persone».
Non sono poi molti, i bodybuilder professionisti che guadagnano dalla loro attività, già dispendiosa per tutto il cibo ingurgitato.
«Ho iniziato facendo l’istruttore di sala pesi, pagato 7 euro all’ora. Poi il personal trainer a 20/30 euro. Nel frattempo frequentavo i seminari e corsi di settore. Ero iscritto a Scienze motorie, non ho mai finito. Nel 2013, il mio primo mentore, Piero Nocerino (figura leggendaria nel culturismo italiano, ndr) mi pagò viaggio e soggiorno per assistere al Mister Olympia in America. Iniziai a gareggiare. Trofei nazionali prima, europei dopo. Fino a conseguire il tesserino da professionista e cimentarmi nelle massime competizioni, dall’Arnold Classic a quell’Olympia, nel 2021, che avevo tanto sognato».
C’è qualcosa che non sopporta del bodybuilding odierno?
«Quella che viene chiamata in gergo “cultura del dissing”. Talvolta i culturisti professionisti in Italia sono troppo inclini a denigrarsi tra loro».
Da qui a vent’anni? Come si immagina? Ci ha pensato?
«In forma, impegnato ad allenarmi e a studiare attività e idee da promuovere nel mio campo. E poi sposato, con molti figli».
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Enrico Costa (Ansa)
Il neo capogruppo di Fi alla Camera: «Partito e coalizione restano coesi anche dopo il referendum. I moderati sceglieranno noi, il campo largo è sbilanciato a sinistra. Il vertice con Tajani a Mediaset? Il luogo conta poco».
Se l’aspettava?
«No, ovviamente. Venivamo da una campagna referendaria molto faticosa, di cui siamo stati i più convinti sostenitori. Per mesi mi sono concentrato sulla riforma della giustizia».
Enrico Costa, garantista e liberale, è il nuovo capogruppo di Forza Italia alla Camera.
«Il partito ha da sempre fatto di queste idee il suo tratto distintivo».
Eletto per acclamazione.
«Ho apprezzato molto la fiducia dei colleghi. Partire con il piede giusto è importante».
Il suo predecessore, Paolo Barelli, non l’ha presa benissimo.
«Un caro amico. Una persona perbene. Grandi doti di mediazione e ascolto. È andato a fare il sottosegretario ai Rapporti con il parlamento: un ruolo che gli si addice molto».
Largo ai giovani?
«Largo alla qualità».
Le tocca pacificare.
«Questo gruppo non ha bisogno di essere pacificato. Siamo uniti e coesi. Cercherò di valorizzare le competenze».
Invocano rinnovamento.
«Dei colleghi non guardo l’anagrafe: conta il tratto, la lettura del presente. Ho conosciuto politici vecchi con una mente straordinariamente svelta. E viceversa».
Aria fresca.
«Sulla giustizia va rilanciato il merito: i magistrati non devono fare carriera per la spinta delle correnti. E poi serve accentuare l’impronta liberale: più concorrenza, meno burocrazia, qualità nella spesa pubblica, basta bonus e Superbonus, puntare sulla crescita».
E i diritti civili?
«Il fine vita va affrontato con equilibrio, seguendo le indicazioni della Corte costituzionale».
Il referendum ha scosso il centrodestra.
«Con Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato, abbiamo inviato una lettera al ministro Nordio e ai partiti di maggioranza. Chiediamo di far ripartire il percorso riformatore sulla giustizia: dal codice di procedura penale alla prescrizione. Lo dobbiamo ai milioni di cittadini che hanno votato sì».
Batosta leggendaria, comunque.
«I contrari, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno valutato il merito. Chi voleva dare un segnale al governo, chi era preoccupato per la guerra, chi non voleva sfiorare la Costituzione, chi ha votato per logica di schieramento. Ma le confesso che la sconfitta ci ha unito ancora di più».
Sostengono il contrario.
«La sinistra ha messo da parte le convinzioni pensando di colpire il governo. E oggi confonde l’esito del referendum con quello delle elezioni politiche».
Voi, invece?
«Anche una sconfitta può rafforzare l’identità politica. Non si vedono sbavature».
E la manifestazione leghista sulla remigrazione?
«Chi lavora onestamente e si integra con i nostri valori è una grande risorsa. La Lega accentua la lotta all’immigrazione clandestina. Sono due posizioni complementari. Il centrodestra sta insieme da così tanto tempo perché ci sono buonsenso e sintesi».
Ci sono scaramucce sul prossimo candidato a sindaco di Milano. Forza Italia vorrebbe un civico. Fratelli d’Italia spinge per Maurizio Lupi, leader di Noi moderati.
«È un confronto fisiologico. Non si discute di persone, ma di metodo».
Dopo la sconfitta, i sondaggi non confortano.
«Questo governo è uno dei più longevi di sempre. Dalla nostra parte abbiamo la storia. Gli altri mi sembra che stiano solo cercando di rimettere insieme i cocci di un vaso che si è rotto a ripetizione».
L’Ulivo?
«Ricordate le riunioni di maggioranza dei governi Prodi? Un’infinità di sedie per un’infinità di sigle. Vinsero nel 1996 e caddero due governi. Rivinsero nel 2006 e durarono appena due anni».
Il campo largo promette miracoli.
«Anche il governo giallorosso ha avuto vita breve. Le alleanze contro, con idee opposte su temi decisivi, non reggono».
Cantano già vittoria.
«Quando si arriverà al dunque, gli elettori ricorderanno che il centrodestra sta insieme da trent’anni, condivide principi e valori e ha un premier che ha lavorato bene».
Anche Forza Italia è in calo.
«Non c’è nessun calo. E sono certo che cresceremo ancora. Il campo largo è molto sbilanciato a sinistra. I moderati ci sceglieranno per la nostra credibilità e il nostro leader».
Antonio Tajani?
«Ha sempre affermato l’identità di Forza Italia, garantendo lealtà alla coalizione».
Il suo posto vacilla?
«Invenzioni. Ha saputo guidare il partito in una fase complessa. Un’impresa che, dopo la morte di Berlusconi, molti consideravano impossibile».
Merita gratitudine, allora?
«Non è questione di gratitudine, merce rara in politica. Tajani interpreta in modo perfetto i nostri valori e il nostro stile. In una politica urlata, dove i leader usano un linguaggio ruvido, cercare sempre il dialogo ed esprimersi con equilibrio sono doti preziosissime».
È diventato il partito delle tessere, dicono i detrattori.
«È giusto strutturarsi partendo dalla base: territori, iscritti, congressi. Evitando, chiaramente, deleterie lotte di potere».
I figli del Cavaliere, Marina e Pier Silvio, non lesinano consigli.
«Abbiamo il nome Berlusconi nel simbolo. È ovvio che, da parte loro, ci siano attenzione e amore verso Forza Italia. Sono suggerimenti preziosi, sempre ispirati a rafforzare la nostra identità».
Paolo del Debbio, sulla Verità, definisce inopportuno il vertice con Tajani a Mediaset.
«Sono un pragmatico. Non interessa a nessuno dove si tengono gli incontri. Ci sono partiti che non hanno più neanche una sede».
Uno degli eredi, prima o poi, scenderà in campo?
«Sarebbe una notizia straordinaria, ma non sono in grado di risponderle».
Enrico Costa, classe 1969, da Mondovì.
«Ho cominciato a fare politica nelle valli monregalesi: prima in un piccolo comune, poi in una comunità montana».
Suo padre, Raffaele, è stato segretario del Pli, ministro e deputato.
«Mi ha insegnato a rispettare sempre chi ho di fronte, cercando di capirne le ragioni anche se non le condivido. E poi mi ha suggerito: “È meglio sapere tutto di un settore specifico, piuttosto che poco di tutto.”».
Lei è entrato in Parlamento nel 2006.
«Sono finito subito in commissione Giustizia. Ho avuto la fortuna di avere due grandi maestri. Pecorella mi ha spiegato come tradurre con semplicità i concetti normativi più complessi. Ghedini come scrivere gli emendamenti. Per un deputato, saper trasformare un’idea in norma è fondamentale».
La dura vita del garantista.
«In aula in molti sono soltanto sedicenti garantisti. Iniziano ogni frase premettendolo. Poi, salvo che parlino del compagno di partito, proseguono con un “ma” grosso come una casa. Il vero garantista, però, lo è soprattutto con gli avversari».
Costa è il nostro Beccaria.
«Ogni volta che si presenta una proposta parte la cantilena: “Favorisce i criminali, impedisce la lotta ai delinquenti…”. Invece, battersi per la presunzione d’innocenza vuol dire evitare vite distrutte da lunghi processi e assoluzioni».
Suo padre fu sottosegretario alla Giustizia dopo il rapimento di Aldo Moro.
«Avevo otto anni. Dopo quell’incarico, trovarono il suo nome in un covo delle Brigate rosse, con i dettagli di movimenti e spostamenti. Gli assegnarono la scorta: la macchina era una 127 gialla difficilmente mimetizzabile».
Lei invece è stato viceministro della Giustizia nel governo Renzi e ministro degli Affari regionali con Gentiloni. Si dimise per tornare nel centrodestra.
«Chiesero la fiducia sull’allungamento dei termini di prescrizione. Si scaricavano sul cittadino le lungaggini di cui è responsabile lo Stato. Piuttosto che accorciare i tempi dei processi, venivano allungati. Un tema ancora attuale».
Eccepì.
«Ero ministro in carica, ma votai contro. Mi alzai dal banco del governo per andare a sedere in quelli del gruppo, come un deputato semplice. Poi scrissi la lettera di dimissioni a Gentiloni: avrei potuto dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ma era giusto fare un passo indietro».
Ha cambiato molti partiti.
«Ma non ho mai cambiato idea».
Prima di tornare in Forza Italia è stato anche con Calenda.
«Con Carlo il rapporto personale è rimasto intatto: ha rispettato le mie posizioni, anche quando non coincidevano con le sue. Ci siamo confrontati in modo schietto».
L’ultragarantista Costa adesso sarà un rivoluzionario garbato?
«Non sono un rivoluzionario, ma spero di restare sempre garbato».
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