Otto secoli fa Giovanni di Pietro di Bernardone diventava un riferimento per tutta l’umanità. Con la morte San Francesco, il patrono d’Italia, il poverello d’Assisi lasciava sull’umanità un segno indelebile, talmente forte che ai giorni nostri è diventato un simbolo per tutto e per il contrario di tutto.
Peraltro il suo «mito» si era sostanziato già in vita. Basta ricordare che in punto di morte del «poverello» alcuni cavalieri di Assisi vanno a Nocera Umbra a prelevarlo perché si teme che il copro del «santo» venga sottratto. Lo si ricorda ogni anno questo episodio con la cavalcata di Satriano. Ma chi era davvero Francesco prima delle stimmate, chi è Francesco oltre le stimmate? Se lo è chiesto uno dei massimi teologi e filosofi contemporanei: don Luigi Maria Epicoco. Ancorché giovanissimo, declinare i suoi titoli accademici è recitare un rosario della cultura; con un altro sacerdote romano, Giuseppe Forlai, che ha scelto la via della meditazione come eremita, ha dato alle stampe per Einaudi un libro agilissimo per quanto profondo, San Francesco prima del mito, che si legge come acqua di fonte e che resta dentro come lievito di meditazione.
Don Luigi, lei scrive nella prefazione: «Un libro per dire chi essenzialmente non è San Francesco». E allora chi non è Francesco?
«Francesco non è una bandiera che può essere brandita da una qualche ideologia più o meno alla moda. Non è il capofila degli ecologisti o dei pacifisti, né tanto meno è un ingenuo naif che ogni tanto parla con gli uccellini. Francesco è un uomo concreto, con i piedi per terra e con la immensa capacità di saper tenere insieme tutte le dimensioni della vita. In questo senso non si fa mai un favore a Francesco quando lo si vuole ridurre semplicemente a un’unica dimensione. Egli è davvero un “fratello universal”, nel senso che ha avuto capacità di intessere relazione con ogni singolo frammento dell’esistenza».
C’è un passaggio in cui lei afferma: il potere del padre è dare amore e fiducia. Ma è solo il Padre o anche l’uomo che ha generato che ha questo potere? In poche parole esiste un patriarcato buono e se sì come lo vede la Chiesa con gli occhi di Francesco?
«La paternità è solo e soltanto qualcosa di positivo. Mi viene però da diffidare nel pensare alla paternità in termini di paternalismo o di patriarcato. Abbiamo dato ormai a queste parole un’accezione negativa perché le leghiamo a un esercizio della paternità che non ha più come scopo liberare, ma in questi casi lo scopo è possedere, controllare. Anche quando questo però è fatto per fini buoni, non è mai salutare, perché il possesso e il controllo sono il contrario dell’amore e della fiducia. La Chiesa è “madre”, ma deve fare sempre i conti con la capacità di saper essere “padre”. Da una parte, cioè, deve saper mettere al mondo, e questo lo fa attraverso l’esercizio della misericordia; dall’altra parte però deve saper mostrare quella paternità che passa attraverso l’annuncio di una verità che ci spinge a mettere in gioco la nostra libertà. Francesco ha un incontro fortissimo tra queste due dimensioni: da una parte si sente “misericordiato”, e dall’altra sente di dover prendere grandi decisioni per la sua vita».
In un paio di passaggi molto suggestivi lei parla di prevaricazione come scaturigine del peccato originale e della riconciliazione come atto di beatitudine. In questo tempo di conflitto c’è spazio per la riconciliazione e se sì in che misura? Con quale ruolo della Chiesa?
«Ci deve sempre essere spazio per la riconciliazione. Se perdessimo questa speranza, in realtà vivremmo in una sorta di disperazione strutturata. La Chiesa in fondo deve far sempre questo: andare a scavare sotto le macerie dei conflitti per ritrovare quei semi utili a riallacciare le relazioni, a rendere possibile di nuovo l’umana convivenza, a riscoprire tutto quello che ci unisce, anche se infinitamente più piccolo rispetto alle grandi cose che ci dividono. Il paziente lavoro di mediazione, di ascolto, di dialogo è quello che la Chiesa si è sforzata di fare in tutti i secoli della sua vita probabilmente guidata da quella beatitudine che Gesù pronuncia nel Vangelo di Matteo, quando dice esplicitamente: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”».
Si parlerà molto di Francesco in questo ottocentesimo anniversario della sua morte ed efficacemente lei ha scritto insieme a Giuseppe Forlai Francesco prima del mito. È una provocazione? Un disvelamento? Un monito a guardare oltre la beatificazione l’uomo di Assisi?
«Mi verrebbe da dire che l’operazione che abbiamo tentato di fare con il libro è restituire la santità di Francesco perché la santità non è un distacco dal mondo, non è un edulcorare la realtà, ma è bensì un realismo dove si vede all’opera la grazia di Dio. Allora in mezzo alle pieghe, alle contraddizioni e a volte alle zone d’ombra della vita di una persona, si gioca tutta la luce della sua testimonianza. L’operazione di queste pagine ha la stessa pretesa di quei restauratori che tentano di ripulire un affresco da quella patina che ne ha oscurato la vividezza dei colori. Lungi però per noi pensare di aver detto l’ultima parola su Francesco. Per questo abbiamo preferito togliere invece di aggiungere, cioè sottrarre qualche pregiudizio per lasciare che il mistero luminoso della vita di quest’uomo torni ad essere davvero provocante».
È di straordinaria attualità e forse d’illuminazione anche per papa Leone XIV, che si trova a fare i conti con un post Francesco (Bergoglio) e soprattutto con i vescovi tedeschi, la sua affermazione: «L’esperienza francescana produce una riforma profonda senza produrre una frattura». È ancora così?
«Quando una riforma genera divisione, questo è segno che non è secondo il Vangelo. Il Vangelo, infatti, quando è vissuto autenticamente, valorizza la diversità, ma mai a scapito degli altri. È tipico invece della mondanità, cioè della mentalità che noi riconosciamo in quella del diavolo - non a caso nella sua etimologia più basilare significa “divisore” - usare la diversità per contrapporla, invece di considerarla un valore aggiunto. Non dobbiamo però mai dimenticare che fondamentalmente il ruolo di un Papa ha sempre e soltanto una duplice funzione: confermare nella fede e garantire la comunione. Un Papa realizza pienamente la sua missione non attraverso la sua simpatia, le sue doti, i suoi talenti personali, ma quando serve questo duplice scopo: rafforzare la fede e tenere insieme. San Francesco ci ha mostrato che è possibile cambiare senza spaccare la Chiesa, e in questo senso ha un po’ insegnato anche ai Papi a fare bene il loro mestiere».
Insiste molto sul rapporto tra Francesco e Creato quasi a sfatare che quel suo Cantico delle creature sia un inno ecologista. Quella era una professione di fede che è stata scippata e piegata?
«Assolutamente sì. L’ecologismo è una forma di ideologia, e questo non è un affare nemmeno per il creato. Francesco guarda le cose tenendole insieme in un tutto armonico, dove però ogni cosa ha il posto giusto. Non gli è mai passato per la testa di idolatrare il creato, ma certamente riconosce che in esso si riverbera in maniera potente la bellezza di Dio. Proprio per questo tutti noi siamo chiamati ad averne un’infinita cura, come si ha cura per le cose di una persona che si ama».
Lei attesta a Francesco l’intuizione e la pratica dell’uomo nuovo, come se Francesco fosse un’ anticipazione del Rinascimento che peraltro con Marsilio Ficino esplora la potenza dell’anima. È così?
«Io preferirei dire che l’uomo nuovo di Francesco attesta soprattutto quella chiamata alla novità, cioè all’unicità, a cui Cristo chiama tutte le persone che lo seguono. Si è nuovi quando si assume la propria singolarità come l’unico grande contributo che noi possiamo dare alla storia. Quando uno smette di essere sé stesso, in fondo ha privato il mondo di una novità che avrebbe potuto arricchirla».
Lei non parla del rapporto con l’islam che invece è cruciale oggi. Che pensa di Francesco che va incontro a Malik al Kamil?
«Francesco va incontro all’islam non con ingenuità, né tantomeno con violenza. Ci va da cristiano, con la grande convinzione di dover dare Cristo a tutti, anche a Malik al Kamil. Ma dare Cristo non significa fare violenza. Significa offrire all’altro la possibilità di poter incontrare un senso diverso della propria esistenza, a partire proprio da Cristo, Figlio di Dio. Gesù non ha mai forzato nessuno alla conversione, ma ha tentato sempre di parlare a tutti, soprattutto a quelli che normalmente noi immaginiamo essere i lontani. In questo senso Francesco ha compiuto un gesto profondamente cristiano».
In ultimo che rapporto ha lei con Giovanni di Pietro di Bernardone. È stato più Epifania o più Profezia?
«Francesco ha rappresentato per me un grande pungolo. È una di quelle personalità che non ti fanno dormire tranquillo perché ti interrogano costantemente su quanta verità effettivamente c’è dentro la tua vita. In questo senso Francesco ha assolto pienamente nei miei confronti la sua funzione, che è quella di provocare quella grande domanda che dovrebbe muovere la vita e che la teologia chiama “conversione”. Ma va anche detto che se questo libro è nato è per una provocazione teologica e umana su Francesco che mi ha dato l’altro autore del libro, Giuseppe Forlai. Forse il suo essere monaco eremita è stata l’occasione per incontrare un’interpretazione di Francesco fuori dal mainstream».







