Riccardo Secchi, il nuovo numero di Alan Ford, ora in edicola, è il primo da te sceneggiato dopo 680 consecutivi (probabilmente un record mondiale) scritti da tuo padre Luciano, alias Max Bunker, classe 1939. Perché il titolo dell’episodio è «Ritorno alle origini»?
«Era necessario indicare subito e in modo chiaro ai lettori la direzione che s’intende prendere con questa nuova fase del personaggio: si tornerà al nucleo iniziale del Gruppo TNT riportandolo progressivamente al negozio di fiori e alle tipiche condizioni di poca disponibilità economica. Ci saranno due storie per così dire di transizione, poi si procederà con una serie di avventure che intendono recuperare lo spirito dei primi tempi, critica sociale compresa, che ritengo sia una delle anime costitutive della serie».
Quando tuo padre ha mandato in edicola il primo numero di Alan Ford, disegnato da Magnus (nome d’arte di Roberto Raviola), era il maggio del 1969. Tu avevi sette anni.
«Francamente non ho ricordi particolari riguardo all’uscita di Alan Ford, ero ancora molto piccolo e di certo non è un fumetto per bambini. L’ho recuperato qualche anno dopo, diciamo da adolescente, ma quando uscì per me era un altro fumetto scritto da mio padre, da mettere insieme a quelli che aveva già creato: Maschera Nera, Kriminal, Satanik… Che comunque mi erano proibiti. Diciamo che allora non ero un lettore dei fumetti scritti da Max Bunker».
Il quale, però, ne produceva a getto continuo.
«Andava in redazione tutti i giorni ma ho comunque l’immagine di lui a casa che scrive con la sua Olivetti rossa mentre ascolta musica con la cuffia: principalmente Burt Bacharach, Elvis Presley e Frankie Laine».
È stato tuo padre a chiederti di raccogliere il suo testimone o ti sei proposto tu?
«È stato mio padre, io non ci pensavo proprio».
Le storie da te scritte avranno la sua supervisione?
«Quando Max Bunker mi ha chiesto se volevo occuparmi di Alan Ford mi sono preso qualche giorno di riflessione. Poi gli ho sottoposto l’idea dei due numeri “di passaggio” per riportare i personaggi al loro stato originario, con i relativi soggetti. Ho scritto anche qualche spunto di eventuali storie future e fortunatamente è andato tutto bene. Mio padre ha letto la prima sceneggiatura e l’ha approvata, dopodiché non ha più voluto visionare niente dicendo che preferisce leggere gli albi quando saranno stampati. Quindi sì, sono totalmente libero nei temi delle storie e nelle modalità di raccontarle. Ciò che leggerete è esattamente quello che ritengo debba essere Alan Ford oggi, il che significa che non ci sono scusanti».
Sul finire degli anni Settanta, nel programma di Rai 2 SuperGulp! Fumetti in Tv, andava in onda addirittura una versione «animata» di Alan Ford.
«La vedevo, certamente, come tutti i miei compagni di classe. Però più di Alan mi piaceva Nick Carter di Bonvi, con l’indimenticabile nemico Stanislao Moulinsky!».
Ma Alan Ford lo hai letto sempre?
«Come dicevo, ho iniziato a leggerlo da ragazzino recuperando le prime annate e poi proseguendo con continuità, specie lavorando in redazione e seguendone la realizzazione. Quando ho iniziato la carriera di sceneggiatore ho diradato un po’, ma qualche numero all’anno l’ho sempre letto».
Da chi è formato lo staff grafico di Alan Ford attualmente?
«In ordine alfabetico, ci sono Luka Bonardi, Alfredo Boschini, Luca Esposito e Daniele Tomasi, a cui va il merito di avere garantito negli ultimi anni continuità a una testata con una caratterizzazione grafica così particolare. Tuttavia stiamo testando anche nuovi disegnatori e, se tutto va bene, già entro l’anno potremmo vedere su Alan anche qualche mano nuova».
Il modello stilistico sarà sempre Magnus?
«Il riferimento base non può che essere Magnus, diciamo quello dei primi cinquanta numeri. Non è mai stato facile trovare disegnatori per Alan, Magnus è stato un disegnatore unico e irripetibile, ma la storia della testata va molto oltre i famigerati primi 75 numeri, quelli firmati Magnus & Bunker, che per alcuni sono l’unico vero Alan Ford. Ritengo che non sia così, ci sono stati periodi di grande qualità anche con altri disegnatori».
Qual è oggi la composizione del pubblico di Alan Ford?
«Di base c’è una fascia di lettori storici e molto fedeli, uno zoccolo duro come si dice, ma mi sono arrivati feedback anche da lettori decisamente più giovani che hanno conosciuto Alan molti anni dopo la sua uscita e per vie diverse. Vedremo se il nuovo corso riuscirà a intercettare altro pubblico».
Preferenze tra i personaggi del Gruppo Tnt?
«Alan Ford è una serie corale, e forse più che i singoli elementi a funzionare davvero è la loro interazione. Non posso nascondere però una simpatia per il Conte Oliver, uomo dalle mille risorse, e per lo stesso Alan, che i primi anni esprimeva sempre un’ingenuità istintiva che si contrapponeva alla violenta furbizia e spregiudicatezza del mondo intorno a lui».
E in generale tra i personaggi ideati da tuo padre quali ti piacciono?
«Max Bunker ha creato diversi personaggi divenuti storici. Escludendo Alan Ford, quello che ritengo ancora uno dei più moderni è Satanik, uscito nel 1964. È un personaggio che coglie la trasformazione del femminile di quel periodo storico, accelerata dal boom economico, e la ripropone in chiave nera ed erotica, con riferimenti all’horror e all’occultismo. È stata la capostipite di tutte le eroine sexy e secondo me la sua influenza è arrivata fino a Dylan Dog».
Qualità che apprezzi in tuo padre come scrittore di fumetti?
«Ha portato concetti moderni nella scrittura per il fumetto. Il primo grande successo fu Kriminal, nel 1964, che nasceva dall’esperienza di Diabolik di due anni prima, ma subito si è posto oltre estremizzando il sesso e la violenza, con tanto di numeri sequestrati e denunce. Già allora si vedeva una narrazione più asciutta, veloce, incisiva e meno didascalica di quella classica da fumetto. L’acme è proprio Alan Ford, un fumetto che non ha precedenti e neppure epigoni: corale, declinato in tanti generi e con una precisa visione antropologica ed esistenziale. È un progetto molto sofisticato, me ne sono accorto meglio studiandolo e smontandone delle storie per cercare di penetrare ancora di più all’interno della serie».
Tuo padre è un uomo dalla forte personalità, oltre a essere un autore acclamato da decenni: questo non ti ha mai scoraggiato dall’intraprendere la sua stessa carriera? Non hai avvertito il peso del confronto?
«La descrizione che fai di mio padre si attaglia a tutti gli editori importanti che ho conosciuto. C’è molta retorica in questo senso. E comunque no, non ho mai pensato al confronto: sentivo di avere delle storie da raccontare, cosa che ho cercato di fare al mio meglio. Direi che sono stato fortunato, dato che ho potuto farlo con i maggiori editori».
Bunker ha più volte dichiarato di stimare Gian Luigi Bonelli, il creatore di Tex, ma di non avere una grande opinione del figlio Sergio, ideatore di Zagor e di Mister No e, soprattutto, editore di enorme successo: come reagì quando tu iniziasti a collaborare proprio con la Bonelli?
«La rivalità tra Bonelli e mio padre non mi ha mai interessato e l’ho sempre lasciata a loro. Se proprio devo dire qualcosa al riguardo direi che all’origine c’è probabilmente il fatto che hanno un carattere in realtà molto simile. Sergio Bonelli rimane comunque l’editore che mi ha permesso di provare a scrivere fumetti professionalmente, cosa che sono riuscito a fare grazie ad Antonio Serra, editor di Nathan Never, che ha creduto in me prima che ci credessi io. Per quanto riguarda il fatto di lavorare per il “nemico” Bonelli, mio padre non mi ha mai detto nulla. C’è tanta letteratura anche intorno alla “terribile” figura di Max Bunker…».
Insomma la prese bene?
«Quando ho deciso di dedicarmi alla scrittura ho lasciato la redazione e mi sono dato da fare per trovare delle valide collaborazioni. Ovviamente mio padre non c’entrava nulla con le mie scelte, a partire da quella verso Sergio Bonelli. Secondo me la mia collaborazione imbarazzava di più lui, Bonelli intendo».
Il futuro del fumetto in Italia?
«Non sono pessimista sul fumetto in sé. L’Italia è un Paese in cui si sono letti sempre molti fumetti e si continua a farlo. In certi ambiti come manga, graphic novel, libreria, festival, credo abbia anche guadagnato spazio e riconoscimento. Però è entrato in crisi il modello che aveva sostenuto il fumetto popolare italiano: l’edicola, la serialità economica, l’incontro casuale con il lettore. Alan Ford nasceva dentro quel sistema. Oggi la sfida è trovare nuovi canali senza perdere quella forza popolare: la capacità di arrivare a lettori diversi, non solo agli appassionati già formati».







