La strategia di Trump in Medio Oriente vacilla, Netanyahu insegue una vittoria che non arriva e l'Europa risponde alla crisi con l'austerity. Maurizio Belpietro analizza il caos geopolitico del 2026: rincari energetici, la prospettiva di un disimpegno Usa dalla Nato e Bruxelles che dà istruzioni per risparmiare gasolio. Intanto, all'orizzonte, spunta l'ombra di un Giuseppe Conte pronto a tutto pur di tornare a Palazzo Chigi.
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2026-04-01
Riccardo Ruggeri: «Nel lavoro scoppia la bolla dell’IA. Indicazioni per non saltare in aria»
Riccardo Ruggeri (Imagoeconomica)
Lo studioso di modelli organizzativi: «Usa e Cina si sono preparate, l’Europa no. Se la Meloni mi chiamasse, le spiegherei cosa può fare l’Italia applicando Idea + Intelligenza artificiale + Nuovo equilibrato patto sociale».
Riccardo Ruggeri, ex grande manager internazionale, giornalista, editore, scenarista, prestigiosa firma della Verità, studioso di modelli organizzativi avanzati. Ed è in quest’ultima veste che ti ho chiesto questa intervista. Lo scorso anno avevo partecipato a uno dei tuoi Chiostri Idea che avevi tenuto a Milano. Si percepiva che stavi lavorando a una filiera molto innovativa basata sul presupposto che ci saranno giganteschi mutamenti di modello organizzativo di ogni genere che mi avevi anticipato. Dopo aver letto i tuoi ultimi Camei, ti faccio una domanda secca e immagino inopportuna. Supponiamo per un attimo che il presidente Meloni ti chiedesse una consulenza sull’applicazione allo Stato del tuo modello: Idea + IA + Nuovo equilibrato contratto sociale.
«Le risponderei che sarebbe un’ottima Idea e che dovrebbe partire subito inserendo questo tema al centro del suo programma della prossima legislatura, ricordandole che sarà, che piaccia o meno, dominata da IA. Prima però dovrebbe entrare, tecnicamente, nel problema. Suggerirei di partire, ragionando da scenarista, in un caso infinitesimo, recentissimo, paradigmatico. Quello di Investcloud-trasferimento digitale di servizi finanziari: è la sede italiana di una piccola (6-9 milioni di dollari di fatturato a livello mondo) multinazionale tascabile americana. L’organico della sede italiana è di un Ceo, sette funzionari, 29 impiegati in gran parte laureati, specie ingegneri. Chiude perché tutti e 37 vengono sostituiti da un algoritmo. La nostra classica risposta politico-sindacale (“mettiamoli in cassa integrazione”) non si può applicare perché il Ceo non scappa in Bangladesh o in Serbia, semplicemente chiude e perde il posto pure lui. Nel frattempo, le 7 Sorelle (Nvidia, Microsoft, Google, Amazon, Meta, Apple, Tesla/X) e tutte le altre cugine procedono a pesanti licenziamenti che durano da un paio d’anni a botte del 20% alla volta. Sono tutti posti di lavoro sostituibili da IA. E curiosamente le motivazioni sono tutte uguali e chiarissime. Questa la locuzione scelta, immagino congiuntamente da tutti i loro uffici legali e stampa: “Siamo in grado di creare più software, cioè più prodotti, in meno tempo e con meno lavoro convenzionale”. Di più: “Investiamo questi risparmi da ristrutturazione per finanziare i nostri futuri data center”. Che fa Wall Street? Li premia valutando che spenderanno 700 miliardi nel 2026, il 75% in più del 2025!».
Che significato ha questo modello congiunto di comunicazione?
«È evidente la loro strategia: visto che l’implementazione radicale di IA la iniziano loro stessi nelle loro aziende, si candidano come consulenti per questo modello a livello mondo. Non è più possibile raccattare quattrini con la pubblicità, quindi si trasformeranno in società di consulenza per applicare IA nelle aziende e nello Stato a fronte di ricchi contratti. Come avviene oggi per i vari McKinsey e relative filiere. Essendo vissuto negli anni Ottanta-Novanta del Novecento come Ceo, quando avvenne la grande purga verso la classe operaia con l’eliminazione del lavoro manuale causa robot, per me è tutto un déjà vu».
Allora millantavano che si sarebbero creati altri posti di lavoro più qualificati.
«E io scrissi che non si sarebbe verificato quello che i teorici del Ceo capitalism (non ho mai capito se in buona o cattiva fede) sostenevano allora: l’innovazione uccide sì posti di lavoro però, non subito, ma nel medio periodo ne crea di nuovi a più alto contenuto professionale. In realtà era una menzogna, quello convenzionale emigrò in Asia e Sudamerica, il nuovo lavoro rimase qua ma divenne povero, creando quindi una nuova povertà, però garantita (caso Fiat Mirafiori, 18 anni in cassa integrazione!). Questa nuova attività la chiamarono Gig economy».
I plebei, già. Nei tuoi ultimi Camei scrivi però che «l’attuale ristrutturazione a mezzo IA eliminerà il lavoro della classe patrizia». Sarà così?
«Sì! E questo sarà proprio il problema. È in quest’ottica da piazzista per l’implementazione di IA che devi leggere il viaggio a Roma di Peter Thiel e il suo dilemma cultural-religioso: “Vuoi la tecnologia anticristiana di Francesco Bacone oppure vuoi il cristianesimo antitecnologico di Jonathan Swift”? E si risponde: l’America deve perseguire una terza via. È quello che le 7 Sorelle americane (e cugine varie) stanno facendo sul mondo del business, imponendo IA nel modello organizzativo a livello statale e aziendale. Per questo l’ho definito piazzista, non certo in termini dispregiativi».
Seguendo il ragionamento di Peter Thiel e tuo, mi domando: come la pensa su IA quell’Anticristo di Xi Jinping?
«Xi è all’avanguardia. Nel 2016 ha disegnato il ruolo di IA dandogli dignità umana e trasformandolo in un cittadino cinese a tutti gli effetti, secondo questo programma:
1) Pianificazione in tre fasi per raggiungere nel 2020 un “livello avanzato”, nel 2025 ottenere “grandi scoperte”, nel 2030 diventare “leader globale di IA”.
2) Investire 400 miliardi di dollari all’anno.
3) Integrazione di IA in ogni settore economico e sociale, dalla produzione intelligente alla medicina e, udite udite, fino alla governance sociale, parola colta per dire sorveglianza.
4) Creare un ecosistema di Stato pubblico-privato con piattaforme condivise.
5) Una notazione a margine: le pubblicazioni scientifiche cinesi (quelle pubblicabili, sia chiaro) hanno eguagliato quelle di America, Regno Unito ed Europa messe insieme».
C’è qualche alternativa? Il tuo modello organizzativo Idea ci può aiutare?
«Per Idea ho seguito un altro percorso: far precedere all’applicazione di IA un nuovo modello organizzativo estremamente semplificato, esente dai tabernacoli secondari (quelli che contengono ostie scadute o decomposte). Quindi l’implementazione di IA deve avvenire seguendo un percorso innovativo, l’unico in grado di gestire un evento come sarebbe, provate a immaginarlo, in contemporanea, lo scoppio di un uragano, uno tsunami, un terremoto. Credo l’unica modalità in grado di affrontarlo sia la filiera Idea + IA + Nuovo contratto sociale».
Torniamo alla mia domanda iniziale, se Giorgia Meloni ti chiedesse: «Vorrei conoscere un suo parere su come affrontare in termini tecno-politici lo scoppio della grande bolla di IA che, secondo quanto lei ha scritto, sarà contemporaneamente un uragano, uno tsunami e un terremoto»?
«Risponderei così: “Il potere lo si può gestire in termini ideologici o politici o religiosi (e si può essere scelti da un board di ottimati o dagli elettori con elezioni più o meno manipolate) ma l’execution deve avvenire sempre e soltanto scegliendo un certo tipo di modello organizzativo e un leader coerente allo stesso, ma con comportamenti basati sulla più spinta possibile determinazione. Per esempio, le leadership europee, culturalmente convinte di avere il miglior modello organizzativo esistente al mondo - in realtà un falso storico - tenderanno a resistere in tutti i modi (con normative castranti) a IA e all’innovazione organizzativa che è il brodo di cultura di IA. Conoscendo l’America, immagino che si accorgeranno (anzi, se ne sono già accorti) che la teoria dei finti pesi/contrappesi e la finta teoria del diritto internazionale, con questa tecnologia non sono più praticabili. Andranno al potere i padroni dell’Intelligenza artificiale, i Thiel, che si avvarranno di “presidenti cartonati” . Tutto è già successo, se sostituisci a IA quello che in America si chiama l’apparato industriale-finanziario-militare- Corte Suprema. A cui devi aggiungere, in posizione dominante, le 7 Sorelle di IA.
Mi chiedi cosa suggerirei al presidente Meloni? Prepararsi ad applicare dalla prossima legislatura il modello Idea + IA + Nuovo contratto sociale all’attuale modello organizzativo dello Stato».
Come. Potresti approfondire?
«Iniziando da quattro ministeri strategici (Interni, Giustizia, Finanze, Sanità) per risolvere in termini organizzativi i problemi legati a sicurezza, giustizia, tasse, salute. E spiegare prima ai cittadini cosa significa e i sacrifici da fare. Sacrifici che saranno a favore dei loro figli e nipoti oggi tanto penalizzati proprio da noi adulti e vecchi.
Ovviamente non posso spiegare a te e ai tuoi lettori, cosa intendo operativamente e nei dettagli, cosa comporta applicare il modello organizzativo Idea + IA + Nuovo patto sociale. Sarebbero seghe mentali fra intellettuali. Lo farò solo con un interlocutore che abbia il potere di decidere se applicarlo o meno, quali costi politici è disposto ad assumersi, eccetera eccetera. Ma stai tranquillo: non succederà, e io mi terrò in berta il mio modello organizzativo “innocente”. Finirà che ci scriverò il solito libretto che leggeranno solo quattro gatti, congratulandosi con grandi pacche sulle spalle».
Scusa se insisto. Non ti chiedo, conoscendoti, i dettagli dell’applicazione Idea + IA + Nuovo contratto sociale. Ma in cosa consiste il ruolo organizzativo che ti sei disegnato?
«Sono convinto che, a insaputa di molti, specie ai vertici delle grandi organizzazioni umane di quello che chiamiamo pomposamente Occidente, siamo già entrati in una condizione atmosferica politica-economica-culturale riconducibile al suddetto “uragano-tsunami-terremoto”. Avendo studiato questo momento per tutta la vita, ho costituito, nell’ambito formale di Grantorino Libri, un’attività di consulenza totalmente destrutturata (di qui il nome di Chiostro di riflessione) dove io, su richiesta, decido a chi fornirla. Adotto questa priorità: prima i vertici di organizzazioni statali e piccole-medie aziende, escludendo le grandi, non essendo con la maggior parte dei loro Ceo intellettualmente sulla stessa lunghezza d’onda. Io scelgo il cliente e non viceversa. Come ovvio, la mia attività, e quella di chi desidera lavorare con me, è totalmente gratuita, secondo il principio che seguo da 20 anni: “Quando non c’è passaggio di denaro, Agenzia delle entrate e Magistratura sono garantite per definizione”. E io lavoro sereno».
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Wilma Goich (Getty Images)
La cantante: «Dopo Edoardo Vianello ho avuto altri amori, ma quella separazione mi ha fatto soffrire troppo. Però alla musica non rinuncio. Ero a Sanremo quell’anno e non ho mai creduto al suicidio di Tenco».
Voce suggestiva e inconfondibile quella di Wilma Goich. Nel 1965 divenne subito famosa a Sanremo con Le colline sono in fiore. In quell’anno conobbe Edoardo Vianello e nel 1970 anche le loro voci s’intrecciarono. Nacquero «I Vianella». Spopolarono nella Rai in bianco e nero dei primi anni Settanta, anticipando il duo Al Bano-Romina Power, diventato fenomeno di massa nel 1981. Come Al Bano e Romina, «I Vianella» hanno divorziato per poi ricostituire, a fini artistici, il duo.
Wilma, ieri al telefono mi diceva che in questi giorni è in sala di registrazione. Novità?
«È un pezzo molto bello che sarà inserito in un album, in parte remixato, che avevo inciso anni fa con mia figlia, che cantava molto bene».
È nata nel 1945 a Cairo Montenotte, provincia di Savona. I suoi genitori, dalmati italiani, si erano trasferiti da Zara…
«Sì perché mio padre fu chiamato dall’allora Montecatini, poi Montedison, essendo un chimico molto bravo. Aveva studiato a Fermo. Andava avanti e indietro da Zara a Fermo. Cairo Montenotte allora era piccolissimo, c’era solo la fabbrica e pochi abitanti, e poi un’altra fabbrica. Poi è tornato a Zara, ha sposato mia madre per stare con lei. Quindi sia io sia mio fratello, di tre anni più grande di me, mancato l’anno scorso, siamo andati lì».
Fuggivano dall’ex- Jugoslavia di Tito?
«Non erano profughi, mentre i loro parenti, mamme, zie, nonne, lo erano tutti, scappati da Tito».
Quale la genesi del suo interesse per il canto?
«La prima canzone fu sentendo il giradischi a 78 giri di un collega di mio padre, di Carosone, La pansé, la cantavo a tre anni. Ero birichina. Andavo sulle punte dei piedi, ballavo, cantavo. Mio padre mancò a 42 anni per via della chimica, non c’erano precauzioni - ha vissuto 4 anni con questo tumore - e io, mia mamma e mio fratello siamo andati a Savona. A Savona feci medie e ragioneria. Lì andai per sette anni da un maestro di canto, il maestro di Renata Scotto, grande soprano».
Già famosa nel 1965 a Sanremo con Le colline sono in fiore e altri successi seguenti. Nel 1967 a Un disco per l’estate interpretò Se stasera sono qui, scritta da Luigi Tenco. La scrisse per lei?
«Aveva fatto un provino con pianoforte e voce alla Ricordi, poi passò alla Rca. Poi a Sanremo si uccise. Mi proposero di fare Se stasera sono qui, non la volevo fare perché ero amica di Luigi. L’arrangiamento era terrificante ma Reverberi lo rifece».
Nel 1967, all’Ariston, lei c’era.
«Sì, mi ero appena sposata con Edoardo, il 2 gennaio 1967, c’era anche lui, lui alla Rca e io alla Ricordi. Vennero a dirci, a me ed Edoardo, che Luigi si era ammazzato».
Condivide la versione ufficiale del suicidio?
«Non l’ho mai condivisa. Mai pensato che Luigi si potesse ammazzare. Non era il tipo. Aveva un suo spirito, un’ironia. Diedero una spiegazione allucinante, sul fatto della canzone della Berti».
Come ha conosciuto Edoardo Vianello, il suo ex marito?
«L’ho conosciuto in Svizzera tra il 1965 e il ‘66 prima a Zurigo - era con una fidanzata - e poi l’ho rivisto poco dopo a Lugano, lui era solo e ha cominciato a farmi il filo. L’ho fatto sospirare per un po’ di mesi».
In chiesa?
«Sì, ad Ariccia. Rita Pavone e Ennio Morricone erano i testimoni di Edoardo. Iller Pataccini e Teddy Reno i miei».
L’idea di formare «I Vianella»?
«Nacque quando ero incinta. Avevo smesso di fare serate. Eravamo a casa ed essendo circondati da svariati autori come Amedeo Minghi, Luciano Rossi, Gigi Lopez, con la chitarra Edoardo faceva prove su prove insieme, non riuscivamo a trovare una sonorità, era difficile mescolare le due voci. Alla fine ci ho rimesso io perché, alla fine, lui faceva il canto e io il controcanto. Non sapevamo come chiamare il duo. A Foggia, in una serata - avevo appena avuto la bambina - il presentatore disse “Vianell’a’Foggia”, da lì l’idea di chiamarci “I Vianella”. Mia figlia è nata nel luglio 1970. Ritengo tutte le nostre canzoni bellissime, eravamo bravi, non facevamo gossip».
Semo gente de borgata e Fijo mio scritte da Franco Califano…
«Lo conobbi con Edoardo. La prima canzone che ha scritto, Da molto lontano, era per Edoardo. Quando ho conosciuto Edoardo collaboravano, non solo artisticamente, ma anche nel senso che ciascuno dei due procurava le fidanzate all’altro. Era un giro de’ donne che non finiva mai. Ci siamo separati nel ’78 e abbiamo cantato insieme fino all’80, arrivava la coppia Al Bano-Romina, molto più pop».
Lei e il suo ex-marito, negli anni dei Vianella, eravate felici sia professionalmente sia privatamente?
«Inizialmente sì, poi la cosa si è guastata…».
La tradiva?
«Eh, appunto. Lui è sempre stato molto facile a farsi conquistare. L’ho scoperto un sacco di volte e alla fine mi sono rotta».
E lei?
«No, vabbé, io ero una ragazzina, di quelle ingenue, arrivavo da Cairo Montenotte, per me lui era dio».
Adesso è innamorata?
«Nooo, sono più vent’anni che sono da sola e voglio stare da sola. Anche se nella vita non si può dire mai. Dopo la morte di mia figlia, Susanna, il 7 aprile 2020, ho detto “se io devo vivere” - perché dovevo morire io, non lei – “devo cercare di vivere al meglio, altrimenti muoio dal dolore”. Ho un nipote, Gianlorenzo, per gli amici “Giallo”, il figlio di mia figlia, che adoro, che è vita, ma il dolore non va via, è lì».
I Vianella tornarono (2014) con l’album C’eravamo tanto amati…
«Ci proposero delle canzoni, che ci piacevano, ci proposero di ricostituire il duo. Lui ha accettato e anch’io. Durò poco. Dopo la nostra separazione si risposò, divorziò e si risposò una terza volta. Alle due mogli non piaceva il fatto che cantassimo assieme. Io Edoardo non lo sento più da anni e dopo che è morta mia figlia non lo voglio più sentire. Perché - non voglio offendere nessuno - ma non mi è piaciuto come si è comportato con me, mia figlia e mio nipote, col quale non ha contatti. Con Vianello ho chiuso».
Inutilmente mia, inutilmente tua: Vianello: «Vigliacco come sempre / inutilmente mia […] Quel che è stato non tornerà». Wilma: «E sono irragionevolmente tua…».
«Vianello è tra gli autori. Per questo abbiamo rifatto la coppia. Perché ci piaceva l’idea della canzone. Lui è stato il mio grande amore. Dopo la separazione ho avuto altri amori. E poi mi sono rotta, basta».
Rimane ancora amarezza?
«Con gli anni ho chiuso, pur avendo tantissimi ricordi, perché con questa separazione ho sofferto tantissimo. L’ultima storia è stata con un ragazzo di 20 anni meno di me, durata parecchio, io non ero innamorata, lui sì».
I regali di Edoardo li ha tenuti?
«Ogni compleanno mi faceva tanti regali per quanti anni facevo. Avevamo un rapporto bellissimo. Lui li nascondeva e mi organizzava la caccia al tesoro…».
Gagliardo!
«Qualcosa ho tenuto, altro no».
Ritiene che le anime si possano ritrovare?
«Questo non lo so. È come se le persone che non abbiamo più stessero in un’altra dimensione ma vicinissima a noi. Loro possono vederci o sentirci, noi no. Ho fatto sogni incredibili. Quando mi sono separata mio padre mi è venuto in sogno: “Cosa stai decidendo di fare?”, disse che era giusto così. Mi è venuto in sogno anche quando è morta mia figlia. Mi diceva: “Non oso neanche guardarti negli occhi per il tuo dolore”».
Susanna…
«Quando era in coma è venuta a salutarmi in sogno. Credo che i defunti non siano tutti così privilegiati, possono vedere i propri cari ma solo quelli che se lo meritano. Susanna era sensitiva ma aveva paura di questo. Un ragazzo che conobbe, non ebbe una storia, solo un amico caro, che andava al Costanzo… Alla maturità mia figlia aveva la prova di inglese, diceva “non so niente”. Quando tornò a casa disse “me l’ha fatto tutto lui”. E quando è morto l’ha appreso seduta nel divano davanti alla tv. Un giorno entrammo in casa e lei lo vide seduto in quel divano. Era una grande amica di Fiorello (Rosario Fiorello, ndr) che, quando parla di lei, ancora oggi piange».
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Per il generale Marco Bertolini dietro la decisione di proibire l’ingresso al santo sepolcro al cardinal Pizzaballa nasconde una precisa strategia politica. E una sfida al Vaticano.
- Le organizzazioni fuorilegge si muovono ormai con logiche simili a quelle delle multinazionali, capaci di integrare diverse attività illegali in un sistema unico. Grazie alla loro visione d’insieme, sono sempre un passo avanti agli investigatori. La lotta al terrorismo passa anche da qui.
- L’esperto di compliance bancaria, Roberto Andreoli: «È una corsa tecnologica, per ora le istituzioni stanno perdendo. Le criptovalute consentono trasferimenti rapidi, ma in compenso più tracciabili. In un anno attacchi alle banche cresciuti del 48,7%».
- Le frodi ai più anziani valgono decine di miliardi, ma aumentano le vittime giovani.
Lo speciale contiene tre articoli.
La criminalità finanziaria non è più un fenomeno marginale né un insieme disorganico di reati. È diventata una vera e propria economia parallela, globale e altamente strutturata, capace di muovere nel 2025 circa 4,4 trilioni di dollari, pari a quasi il 4% del Pil mondiale . Una crescita impressionante, accelerata negli ultimi anni, che supera di gran lunga quella dell’economia legale e segnala un cambiamento profondo: il crimine si evolve più rapidamente delle istituzioni chiamate a contrastarlo. Il Rapporto globale sulla criminalità finanziaria 2026 di Nasdaq Verafin descrive un ecosistema ormai industrializzato. Le organizzazioni criminali operano con logiche simili a quelle delle multinazionali: strutture gerarchiche, divisione del lavoro, supply chain globali e un uso massiccio della tecnologia. Non si tratta più di gruppi improvvisati, ma di reti sofisticate, capaci di integrare diverse attività illegali in un unico sistema.
Il traffico di droga resta la principale fonte di ricavi, con oltre 1,1 trilioni di dollari, ma è la crescita della tratta di esseri umani - oltre 528 miliardi - a rappresentare uno degli sviluppi più allarmanti. A questi si aggiungono le perdite dirette causate dalle frodi, che superano i 579 miliardi di dollari, un chiaro segno di una criminalità sempre più orientata a colpire direttamente cittadini e imprese. In questo scenario, emergono i cosiddetti «complessi della truffa»: strutture organizzate su scala industriale dove la frode si combina con lo sfruttamento umano. In alcune aree del mondo, le vittime vengono attirate con false offerte di lavoro e poi costrette a partecipare a operazioni di truffa digitale. Il confine tra vittima e carnefice si assottiglia, mentre la criminalità si alimenta di sé stessa. Il vero elemento di rottura è rappresentato dall’intelligenza artificiale, che ha trasformato la criminalità finanziaria in un sistema più veloce, preciso e soprattutto scalabile. Deepfake, clonazione vocale, messaggi su misura e campagne automatizzate consentono di colpire simultaneamente milioni di persone. Le «hyper-truffe» si adattano in tempo reale alle vulnerabilità delle vittime: frodi digitali di nuova generazione, guidate dall’Ia, che sfruttano identità sintetiche e contenuti altamente personalizzati per rendere gli inganni più credibili, rapidi e difficili da individuare.
Allo stesso tempo, si è affermato un modello definito «scams-as-a-service»: piattaforme che forniscono strumenti pronti all’uso per lanciare truffe, abbattendo le barriere di ingresso e ampliando il numero di attori coinvolti. Il crimine diventa così accessibile, replicabile e industrializzato. Ma è nel finanziamento del terrorismo che questa evoluzione mostra il suo volto più pericoloso. Nel 2025, i flussi destinati a sostenere attività terroristiche sono stimati in 16,2 miliardi di dollari . Una cifra relativamente contenuta rispetto ad altre attività illecite, ma sufficiente a generare effetti devastanti. Il terrorismo, infatti, non ha bisogno di grandi capitali per colpire: bastano risorse limitate, se ben distribuite. Il modello di finanziamento è cambiato radicalmente. Le grandi transazioni sono state sostituite da una rete di micro-pagamenti distribuiti, difficili da individuare e ancora più difficili da bloccare. I fondi si muovono rapidamente attraverso conti diversi, piattaforme digitali e giurisdizioni multiple, sfruttando la velocità dei sistemi di pagamento globali. Le criptovalute giocano un ruolo sempre più centrale in questo contesto. Offrono anonimato, flessibilità e la possibilità di aggirare i controlli tradizionali. Gli exchange e i wallet digitali diventano punti di intersezione tra economia legale e circuiti illegali, creando nuove vulnerabilità per il sistema finanziario. Allo stesso tempo, le organizzazioni terroristiche hanno imparato a mimetizzarsi all’interno di strutture legittime. Organizzazioni non profit, campagne di crowdfunding e iniziative benefiche vengono utilizzate come copertura per raccogliere fondi. In molti casi, si tratta di entità formalmente regolari, ma sfruttate per scopi illeciti. Un ruolo crescente è svolto anche da intermediari e facilitatori professionisti - avvocati, commercialisti, consulenti - che contribuiscono a costruire architetture finanziarie complesse, spesso attraverso società di comodo e strutture offshore. Il denaro viene frammentato, spostato e ricomposto lungo percorsi che rendono estremamente difficile tracciarne l’origine. La connessione tra terrorismo e altre forme di criminalità è sempre più stretta. I proventi del traffico di droga, della tratta di esseri umani e delle frodi digitali confluiscono in un sistema integrato che alimenta attività estremiste. In particolare, le truffe online rappresentano una fonte di finanziamento rapida e difficilmente tracciabile, perfettamente compatibile con le esigenze operative delle reti terroristiche.
Un elemento chiave è la dimensione transnazionale. Oltre 480 miliardi di dollari vengono trasferiti ogni anno oltre confine, sfruttando le differenze normative e la frammentazione dei sistemi di controllo. Il denaro si muove alla velocità digitale, mentre le indagini richiedono tempi lunghi e cooperazione internazionale. Ed è proprio qui che emerge la principale debolezza del sistema di contrasto. Le informazioni restano frammentate tra banche, piattaforme tecnologiche e forze dell’ordine. Ogni attore possiede una parte del puzzle, ma manca una visione integrata e in tempo reale. I criminali operano come una rete globale, mentre le difese restano divise per settori e giurisdizioni. Il report indica chiaramente che la risposta non può essere individuale. Serve un approccio coordinato, basato sulla condivisione immediata dei dati e sull’utilizzo avanzato dell’intelligenza artificiale anche in chiave difensiva. Seguire i flussi finanziari resta uno degli strumenti più efficaci, ma deve essere integrato in un sistema capace di analizzare le reti nel loro complesso. La criminalità finanziaria del XXI secolo è fluida, adattiva e interconnessa. Combatterla richiede un salto di paradigma altrettanto profondo. Non basta inseguire il denaro: bisogna comprendere le dinamiche che lo muovono. Perché dietro ogni transazione illecita non c’è solo un reato economico. C’è un sistema che alimenta violenza, sfruttamento e instabilità globale. E finché questo sistema continuerà a evolversi più velocemente delle nostre difese, il rischio non sarà solo finanziario, ma strategico.
«I malviventi usano meglio degli Stati l’arma dell’Intelligenza artificiale»
Roberto Andreoli, esperto di compliance bancaria, stiamo perdendo il controllo del sistema finanziario globale?
«Non stiamo perdendo il controllo, ma il sistema è in ritardo rispetto alla velocità del crimine. La criminalità finanziaria oggi non è più episodica: è strutturata, globale e interconnessa. Le reti criminali sfruttano le stesse infrastrutture legittime - banche, pagamenti digitali, crypto - creando un ecosistema parallelo che si muove più velocemente dei controlli. Il problema non è la debolezza del sistema, ma la sua architettura: è stato progettato per operare per giurisdizioni e istituzioni, mentre il crimine opera come una rete globale integrata».
L’Intelligenza artificiale sta dando più vantaggi ai criminali o a chi li combatte?
«Nel breve periodo, i criminali stanno sfruttando meglio l’Ia. Oggi l’Ia permette di creare truffe più credibili, automatizzate e su larga scala: messaggi perfetti, deepfake, identità sintetiche. Ma nel medio-lungo termine, l’Ia può diventare l’arma decisiva per chi combatte il crimine. Le istituzioni stanno investendo per usarla nella prevenzione e nell’analisi dei dati. È una vera corsa tecnologica: chi saprà combinare Ia, dati condivisi e collaborazione vincerà».
Le criptovalute sono diventate il nuovo paradiso per il riciclaggio e il terrorismo?
«Le criptovalute sono diventate un acceleratore del fenomeno, ma non il suo centro esclusivo. Da un lato, consentono trasferimenti rapidi, globali e difficili da bloccare. Sono sempre più usate per truffe, riciclaggio e anche per aggirare sanzioni internazionali. Dall’altro lato, introducono una novità fondamentale: la trasparenza; le transazioni sono tracciabili e analizzabili in modo molto più efficace rispetto alla finanza tradizionale. Il vero rischio non è la crypto in sé, ma la sua integrazione con sistemi tradizionali e reti criminali globali».
Le banche sono preparate a fronteggiare criminali che usano l’Ia?
«Le banche stanno evolvendo rapidamente, ma non sono ancora pienamente preparate a fronteggiare criminali che usano l’Ia, soprattutto per la velocità con cui la minaccia sta cambiando. Secondo il Rapporto Clusit 2026, gli attacchi cyber sono entrati in una fase di crescita esponenziale sia in numero che in gravità, con un +48,7% in un solo anno. Le banche non affrontano solo più attacchi, ma attacchi più sofisticati e distruttivi. Nel settore finanziario gli attaccanti sfruttano malware sempre più evoluti, vulnerabilità di sistemi complessi e interconnessi e tecniche di social engineering potenziate dall’Ia che sono in forte crescita. L’Ia consente inoltre di automatizzare le campagne e colpire su larga scala, rendendo efficaci anche attacchi non altamente specializzati. Questo spiega perché sempre più incidenti derivano da campagne generalizzate e replicabili. Sul fronte difensivo, le banche stanno introducendo strumenti avanzati come sistemi di detection basati su Ia e modelli di monitoraggio continuo, ma emergono due limiti strutturali: il primo legato alla complessità tecnologica, ovvero infrastrutture legacy, interconnessione con terze parti e supply chain aumentano la superficie di attacco; il secondo legato alla frammentazione informativa, ove ogni istituzione vede solo una parte del problema. Il risultato è una dinamica asimmetrica: i criminali operano come reti integrate e automatizzate e le banche reagiscono ancora in modo prevalentemente individuale».
Le organizzazioni criminali funzionano ormai come multinazionali?
«Sì, oggi le organizzazioni criminali operano con logiche industriali: divisione del lavoro, uso intensivo di tecnologia, modelli scalabili e collaborazione tra gruppi. Esistono “fabbriche di truffe” e servizi criminali venduti sul mercato, come riciclaggio o frodi “chiavi in mano”. In alcuni casi, queste strutture sono collegate a traffico di uomini e lavoro forzato. Non si tratta più di criminalità marginale, ma di imprese globali ad alta efficienza».
Senza cooperazione internazionale reale, la lotta alla criminalità finanziaria è destinata al fallimento?
«Sì, perché il problema è globale per definizione. Le reti criminali operano senza confini, mentre le risposte restano spesso nazionali e frammentate. Questa asimmetria è il principale vantaggio dei criminali. Il punto meno visibile, ma forse più decisivo, è che il confronto non si gioca più solo sul terreno della repressione, bensì su quello dell’architettura del sistema. I recenti report mostrano chiaramente che il vantaggio competitivo oggi non è nella forza normativa, ma nella capacità di leggere e collegare i dati in modo sistemico. Le reti criminali, come detto, operano già come piattaforme: integrano servizi, condividono informazioni, ottimizzano processi. Le istituzioni, invece, restano in gran parte organizzate per confini, competenze e silos informativi. Questo crea una frattura che nessuna tecnologia, da sola, può colmare. La sfida è costruire un’infrastruttura di cooperazione reale - tra Stati, intermediari e settore tecnologico - capace di trasformare informazioni disperse in intelligence operativa».
I «deepfake» non ingannano più solo i nonni
Il sistema finanziario globale sta affrontando una crescita senza precedenti delle frodi e dei crimini economici, alimentata dall’uso massiccio dell’Intelligenza artificiale e da reti criminali sempre più organizzate. La criminalità finanziaria si è trasformata in un’industria su scala globale, capace di adattarsi rapidamente alle nuove tecnologie e di colpire simultaneamente cittadini, imprese e istituzioni. I flussi finanziari illeciti hanno raggiunto livelli record, arrivando a circa 4,4 trilioni di dollari nel 2025. Le sole frodi hanno generato perdite superiori ai 579 miliardi di dollari.
Alla base di questa escalation c’è l’uso crescente dell’intelligenza artificiale. Strumenti avanzati consentono di creare deepfake, messaggi personalizzati e campagne automatizzate capaci di convincere le vittime con un realismo sempre maggiore. Le operazioni fraudolente sono progettate per essere scalabili, replicabili e rapide, riducendo i tempi di individuazione e aumentando i profitti. Le truffe non sono più fenomeni isolati ma parte di un ecosistema criminale interconnesso. I proventi alimentano altre attività illegali, dal traffico di droga alla tratta di esseri umani fino al finanziamento del terrorismo, creando una rete economica clandestina che si autoalimenta. Le organizzazioni operano come multinazionali, con strutture complesse e strategie di espansione globale. Un ruolo crescente è svolto dalle truffe basate sull’ingegneria sociale, in cui le vittime vengono indotte a trasferire denaro credendo di interagire con soggetti legittimi. Tra gli schemi più diffusi figurano truffe sugli investimenti, compromissioni delle email aziendali, falsi intermediari finanziari e impersonificazione.
La digitalizzazione dei pagamenti e l’interconnessione globale hanno accelerato il fenomeno. Trasferimenti istantanei, piattaforme online e criptovalute permettono di spostare rapidamente i fondi, rendendo difficile il tracciamento. Le operazioni si sviluppano su più Paesi, sfruttando differenze normative e lacune nei controlli. Anche le truffe informatiche sono in aumento. Phishing, violazioni dei dati e attacchi cyber vengono utilizzati per accedere ai conti delle vittime. L’intelligenza artificiale consente di personalizzare gli attacchi, aumentando le probabilità di successo e riducendo i costi operativi. L’impatto sociale è significativo: oltre ad aziende e banche, vengono colpiti cittadini comuni, soprattutto le fasce più vulnerabili. Le perdite degli anziani raggiungono decine di miliardi di dollari, mentre i giovani risultano sempre più esposti a truffe sui social media. Di fronte a questa evoluzione emerge la necessità di una risposta coordinata tra istituzioni finanziarie, autorità pubbliche e settore tecnologico. La collaborazione internazionale, lo scambio di informazioni e l’uso dell’intelligenza artificiale in funzione difensiva diventano elementi fondamentali per contrastare una criminalità sempre più tecnologicamente avanzata.
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