In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.
Ansa
L’ex ambasciatore a L’Avana: «Trump vuole una transizione graduale alla democrazia, che è l’unica via per evitare disastri. Se i dirigenti rifiutano il dialogo prevarrà la linea dell’intervento militare sostenuta da Rubio».
Dal 2005 al 2009, Domenico Vecchioni è stato ambasciatore a Cuba. Quattro anni in cui ha potuto toccare con mano la dittatura castrista, dedicando anche un libro a Raúl Castro. Il rivoluzionario conservatore. Da tempo, circolano parecchie voci attorno a Cuba. C’è chi parla di un’opzione simile a quella che ha portato alla caduta di Nicolás Maduro e chi, invece, è convinto che il Paese cadrà sotto i colpi di un’economia che arranca sempre di più.
Negli scorsi giorni, alcuni giornali di Miami hanno scritto che il segretario di Stato Marco Rubio starebbe «negoziando» con Raúl Guillermo Rodriguez Castro, nipote diretto (e prediletto) di Raúl Castro, e importante dirigente di Gaesa, il conglomegrato di aziende statali che controllano gran parte dell’economia cubana. Uno scenario, questo, che farebbe intravvedere possibili negoziati (e un cambio di regime) in vista.
Ambasciatore, partiamo da un dato di realtà: che cosa sta accadendo a Cuba?
«Il Paese è sicuramente arrivato a una svolta storica del suo destino. Il regime castrista è agonizzante: dopo quasi 70 anni di dittatura, s’intravede finalmente l’alba di un cambiamento epocale. L’economia è a terra, caduta sotto i colpi congiunti del sistema collettivista (“marxista-leninista”, come ancora recita la costituzione cubana) che non ha mai funzionato e che ha distrutto interi settori produttivi (basti pensare, a titolo meramente esemplificativo, che Cuba, una volta definita “regina dello zucchero”, oggi deve importare zucchero) e dell’embargo americano, che pure ha causato immensi danni all’economia».
Quanto di questa crisi è imputabile al sistema castrista e quanto invece alle pressioni esterne?
«È più il frutto del fallimento del sistema di governo e meno la conseguenza del bloqueo statunitense. Era un vecchio trucco di Fidel Castro quello di addebitare tutti i mali del Paese sempre a cause “esterne” al sistema (l’embargo appunto, le condizioni atmosferiche, le calamità naturali e le crisi internazionali), senza mai riconoscere che, in realtà, il problema principale era ed è il sistema stesso. La mancanza di petrolio (dopo il blocco dei rifornimenti in provenienza dal Venezuela e da altri Paesi) sta causando il progressivo fermo delle attività essenziali del Paese, costringendo i cubani a condizioni di vita inaccettabili come i tagli dell’elettricità - i famigerati apagones, l’incubo dei cubani - che possono durare fino a 20 ore, trasporti pubblici ridotti al lumicino, assenza di benzina per il trasporto privato, ospedali ridotti a praticare solo interventi urgentissimi, scuole che funzionano a singhiozzo, scarsità di generi alimentari e di medicine».
Il «paradiso dei Caraibi» è diventato un «inferno» tropicale?
«Chi può scappa. E, in effetti, Cuba è diventata l’unico Paese al mondo dove la popolazione, in tempo di pace, è drasticamente diminuita negli ultimi 10 anni. È infatti passata da 11 a 9 milioni, un esodo biblico. Ma il governo cubano continua ad anteporre l’ideologia marxista-leninista alla sopravvivenza stessa della popolazione».
Eppure il regime pare non vedere...
«Sono sette decadi che le autorità castriste chiedono “lacrime e sangue” ai cittadini in nome del comunismo e in attesa dell’avvento di un “mondo migliore”. Ma il mondo migliore non è mai arrivato, i cubani non credono più nella Rivoluzione e ora dicono basta».
Ambasciatore, ma è possibile, come alcuni analisti affermano, che Trump applicherà il modello venezuelano anche lì?
«Questa sembrerebbe, in effetti, essere la strategia di Trump, che tende a evitare la prova di forza, sempre suscettibile di avere conseguenze impreviste. Sta cercando verosimilmente i dirigenti più moderati che potrebbero assicurare una transizione graduale e pacifica verso il sistema democratico e la ripresa dell’economia».
Fattibile?
«Purtroppo Cuba non è il Venezuela e Raúl Castro non è Maduro. Il regime cubano (controllato dai militari) è troppo “ideologizzato”, troppo compromesso con un sistema che ha gestito il Paese per quasi 70 anni, troppo abbagliato dall’ideologia comunista perché possa generare al suo interno correnti moderate ben disposte al dialogo e a farsi lentamente da parte. Eppure quella è l’unica strada da percorrere per evitare scontri e disordini in un Paese già in ginocchio economicamente e socialmente. Il prezzo che paga il popolo cubano in questa cornice è certo molto alto, vittima designata dei blocchi americani e degli errori del governo cubano. Credo tuttavia che, invece di fare pressione sugli Stati Uniti perché rinuncino al blocco petrolifero indiretto (chi porta il petrolio a Cuba subisce poi altissimi dazi), bisognerebbe esercitare pressione su Raúl Castro e sull’attuale presidente Miguel Diaz-Canel affinché, in definitiva, si arrendano».
Cosa direbbe al regime se fosse ancora lì?
«Per il bene dei cubani, per la salvezza di Cuba e per evitare una spaventosa catastrofe umanitaria: arrendetevi. Il popolo cubano ve ne sarà grato. Avviate sin d’ora un dialogo nazionale con i rappresentanti dell’opposizione in vista di un pacifico passaggio alla democrazia. Altrimenti, più che quella di Trump, potrebbe avere il sopravvento la strategia di Marco Rubio, segretario di Stato che, non dimentichiamolo, è figlio di cubani fuggiti dall’isola alla vigilia della Rivoluzione. Rubio è sempre stato visceralmente ostile al regime castrista e non gli dispiacerebbe di vederlo cadere fragorosamente, dopo qualche iniziativa militare mirata, che costringerebbe i suoi leader a poco dignitose fughe all’estero».
Lei ha passato quattro anni a Cuba. La conosce e non è sempre facile, in questi contesti, comprendere quale sia la verità. Ci può aiutare a comprenderla un po’ meglio?
«Non credo di essere il “depositario” della verità, anche perché in politica le interpretazioni di uno stesso avvenimento prestano spesso alla “verità” diverse facce. Cerco quindi di attenermi ai “fatti”. E i fatti dicono che, 66 anni dopo la Rivoluzione, i cubani stanno certamente peggio di come stavano prima di essa. Il che vuol dire, aldilà delle ideologie, che la Rivoluzione non ha funzionato. Tutte le reboanti promesse di Fidel Castro (democrazia, libertà, benessere, sviluppo economico e uguaglianza sociale) sono state crudelmente disattese. E non mi si venga dire che la colpa è degli Stati Uniti che hanno strangolato economicamente l’Isola Grande. Non è così».
Cioè?
«Niente avrebbe impedito al Paese, con un sistema economico liberista, di svilupparsi e prosperare, pur mantenendo in piedi il regime (un po’ com’è avvenuto in Cina). E i fatti sono che tre generazioni dopo, i cubani non hanno mai conosciuto la democrazia, il benessere, lo sviluppo economico, l’uguaglianza sociale. E comunque gli Stati Uniti hanno sempre detto che avrebbero allentato o eliminato l’embargo in cambio di un po’ di democrazia e di libertà per i cubani. È arrivato quindi il momento di consegnare la Rivoluzione e personaggi come Fidel e Raúl Castro ai libri di Storia, di considerare la Rivoluzione cubana come un sogno, magari generoso e idealistico, dissoltosi però alle primi luci dell’alba. Tutto ciò appartiene oramai al passato. È arrivato ora il momento di pensare al presente di Cuba e al futuro dei cubani».
La dottrina Donroe, la rivisitazione che Trump fa della dottrina Monroe, è realmente applicabile?
«La dottrina Monroe, in realtà, fu concepita con nobili intenti, ovvero tenere i colonialisti europei lontani dal Nuovo Mondo. Solo in seguito essa assunse il significato di tenere sì bada gli europei, ma per far posto agli Stati Uniti, diventati nel frattempo il Paese più importante del continente e che si riservava dunque un droit de regard sul subcontinente. Trump dunque non ha fatto altro che riprendere in mano questa dottrina, rendendola però più aggressiva, spinto dalle favorevoli condizioni geo-strategiche del momento. I possibili antagonisti, Russia e Cina, per motivi differenti, non hanno in effetti nessuna voglia di confrontarsi con Washington sull’“emisfero occidentale”. La Russia è terribilmente impelagata nella guerra in Ucraina ed è del tutto concentrata sulla conclusione del conflitto. Putin sa che Trump, in questa prospettiva, gli può essere utilissimo. Non rischierebbe quindi un’altra crisi dei missili in difesa del regime cubano. Mosca invierà certo aiuti umanitari a Cuba, ma non andrà più in là. La Cina, dal canto suo, pensa solo a concludere affari, e il mercato cubano per Pechino è davvero piccola cosa. Potrebbe quindi voler accumulare crediti con gli Usa, fino al momento di passare all’incasso, quando cercherà la riunificazione con Taiwan. Quindi, niente sembra opporsi al ristabilimento della sfera d’influenza statunitense sull’America latina. In questa cornice, totalmente diversa da quella degli anni Sessanta, il destino di Cuba sembra segnato».
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Gaia Tortora (Imagoeconomica)
La giornalista: «Nella serie “Portobello” ho ritrovato lo spirito di papà, Fabrizio Gifuni ha studiato. La riforma? Non è contro la magistratura, ma per il suo corretto funzionamento. Le toghe fuori dalle correnti non toccano palla».
Gaia Tortora, chi era tuo padre?
«Un uomo per bene. Che amava leggere e fare il suo lavoro. Un giornalista prima e un conduttore televisivo poi».
Come si comportava in famiglia?
«Era una persona normale. Nonostante fossimo consapevoli della sua popolarità, siamo cresciuti in un clima in cui vigevano le regole delle persone normali. Non abbiamo mai respirato l’aria della popolarità o del vippismo, come si dice oggi. Anche in seguito questo ci ha aiutato a mantenere la barra a dritta».
L’hai riconosciuto nell’interpretazione di Fabrizio Gifuni nella serie tv di Hbo Max Portobello diretta da Marco Bellocchio?
«Ho ritrovato lo spirito di mio padre. Ovvio che nessuno fisicamente potrebbe mai somigliargli, ma con la voce e lo sguardo, Gifuni si è calato nello spirito della persona, non del personaggio. Si vede che ha studiato».
Che ricordo hai del giorno dell’arresto quando hai sostenuto l’esame di terza media?
«Ho un ricordo molto nitido di una giornata iniziata in maniera un po’ strana. C’era un certo lavorio in casa, si abbassava il volume della radio, il telefono che squillava… Cose che attribuivo al mio esame. Invece, era altro».
Vi ripetevate che l’equivoco si sarebbe chiarito in fretta, questione di ore.
«Era evidente che doveva essere così, una svista che si sarebbe chiarita rapidamente».
Hai collaborato alla realizzazione della serie, gli sceneggiatori hanno attinto al tuo libro Testa alta, e avanti?
«È un lavoro iniziato tre anni fa e loro hanno letto tutto quello che c’è in giro. Ci siamo visti, mi aggiornavano. Ma io non ho messo bocca su nulla. Intanto, perché c’era un signore che si chiama Marco Bellocchio, poi per preservare la libertà eventuale di poter dire che un film non mi piace».
Invece?
«È un lavoro molto coraggioso, che finalmente restituisce dignità e verità alla storia di mio padre».
Bellocchio si controlla più che in altre occasioni?
«Anch’io temevo le sue visioni, invece qui è stato molto asciutto».
C’è una scena in cui insieme a tua sorella Silvia e alla zia Anna visitate in carcere il papà, ma lui vi dice di non tornare: come vivesti quella decisione?
«Il carcere è un posto dove nessuno ha voglia di vedere un proprio famigliare. A quei tempi i colloqui avvenivano attorno a un tavolone dove ti dovevi quasi sdraiare per toccare un braccio dell’altro. Capii che il suo desiderio fosse evitare quel genere di situazioni».
Avevi 14 anni e, come si direbbe oggi, il diritto alla spensieratezza: come ha segnato la tua adolescenza quella tragedia?
«Ha segnato tutta la vita, non solo l’adolescenza. Ho capito verso i 50 anni quanto ha inciso su di me, in tutto. Nei rapporti con gli altri, nel volerli proteggere a costo di farmi del male. Da adulta ho iniziato a chiedermi che tipo di persona sarei stata se non fossi entrata in questo inferno».
È importante saperlo?
«È molto buddista dirsi “questa è la mia storia e basta”. Ma ogni tanto la testa va lì, e penso che sarei stata una ragazza più spensierata, senza il carico di dolore che si è accumulato nella vita con perdite su perdite».
Compresa quella di tua sorella Silvia.
«Che è morta a 59 anni, la stessa età in cui morì mio padre. Per fortuna mia madre, mancata nel giugno scorso, è arrivata a 92 anni. Convivo con il fatto di essere sola al mondo».
Tuo padre era l’unico uomo in una famiglia di donne. Che cosa vuol dire quello che scrivi nel libro: «ci siamo tutti trasformati nei doppi di noi stessi»?
«Vivi accantonando il te stesso vero, reale, che vorrebbe piangere, urlare e lasciarsi andare, e indossi i panni di un soldato che vuole raggiungere il prima possibile l’obiettivo».
Come hai potuto sopportare tutto questo dolore?
«Fingendo di non sentire, sostanzialmente, come fossi morta. Cosa che ho pagato con una serie di sintomi che sono emersi in età adulta».
Nella serie qualche scena ti ha commosso più di altre?
«Due forse. Quella del Pulcinella che danza nel corridoio della galera che è una citazione delle lettere rivolte ai giudici da mio padre. E il colloquio con il compagno di cella, il rivoluzionario interpretato da Pier Giorgio Bellocchio, quando mio padre gli dice: “tu sai perché sei qui, io no”».
C’è qualche momento che invece ti ha convinto di meno?
«Francamente no».
Uno dei pregi della serie è mostrare che i pentiti vivevano a stretto contatto nella caserma Pastrengo di Roma e trascorrevano insieme il tempo libero?
«Non solo, godevano di privilegi e potevano montare o smontare le loro versioni. Non a caso si chiamava Grand Hotel Pastrengo».
Un altro pregio è sottolineare la complicità tra la Procura di Napoli e i cronisti di giudiziaria?
«Per come sono andate le cose, più che cronisti erano dei passa veline. Gli uffici della Procura le passavano e loro le pubblicavano senza verificarle e condendole di aggettivi vomitevoli».
Quanto ti dispiace che non l’abbia prodotta la Rai e che non la vedrà un pubblico più ampio?
«Mi dispiace per tutte le persone che mi stanno fermando e che non possono permettersi una piattaforma. Rai Fiction partecipa con una piccola quota. D’altra parte, quando gli americani hanno visto il soggetto sono impazziti e hanno deciso di farne un lancio mondiale».
Qual è stata la causa principale di ciò che è accaduto a tuo padre?
«Ho 56 anni e ancora me lo chiedo. Pensa com’è difficile vivere con questo tarlo nella testa».
È stato vittima di un errore giudiziario o di qualcos’altro?
«Per sintesi lessicale, televisiva ed editoriale si parla di malagiustizia o di errore. Io ritengo ci sia stata in quella magistratura e in quell’informazione del dolo».
Cioè?
«Non verificando e non cercando i riscontri, automaticamente si gioca con la vita di una persona in maniera consapevole. Sai che quello che fai è sbagliato. Quando c’è dolo c’è responsabilità».
Quanto fa male riconstatare che gli inquirenti non hanno verificato le falsità dei pentiti?
«Fa male tutti i giorni, non solo quando se ne parla per una serie o per altro».
Sarebbe bastato chiamare il numero di telefono annotato nell’agendina della compagna di Giuseppe Puca sotto il nome di Enzo Tortona?
«Per questo dico che c’è dolo. Sarebbe bastato anche un accertamento bancario, piccole cose».
I mancati controlli e la superficialità delle indagini derivano da arroganza e presunzione dei magistrati?
«Non lo so. Capisco che voi colleghi poniate la domanda a me, ma forse non sono io a dover rispondere. Quando si mette in piedi un’operazione come quella contro la Nco (Nuova camorra organizzata ndr) se si sfila l’imputato eccellente magari tutto l’impianto accusatorio crolla».
Arroganza e presunzione sono vizi da cui la magistratura di oggi si è liberata?
«Non mi piace generalizzare proprio perché credo nella giustizia, ma non voglio avere paura della giustizia. Non penso che tutti abbiano vizi come quelli che aveva chi ha gestito le indagini su mio padre».
Che cosa pensi del fatto che i magistrati che l’hanno condannato hanno fatto carriera?
«Che è un’assoluta vergogna. E che nei curriculum dei magistrati, molti dei quali sono bravissimi, bisogna controllare quante inchieste hanno portato a buon fine e quante no».
Secondo te, come hanno continuato a vivere quelli che dopo 11 mesi dall’assoluzione in Cassazione hanno appreso della morte di tuo padre?
«Sinceramente cos’hanno fatto o non fatto dopo non lo so e non mi interessa. Di certo, non li perdono».
Che cosa pensi del fatto che negli ultimi sette anni sono stati pagati dallo Stato 220 milioni di risarcimenti per ingiuste detenzioni, 78 dei quali in Calabria dove Nicola Gratteri è stato titolare di numerose importanti inchieste?
«Penso che questo potrebbe essere uno dei casi in cui controllare il curriculum. E che il dottor Gratteri abbia detto una cosa molto grave qualche giorno fa. Stigmatizzando, oltre a massoni deviati, indagati e imputati tra coloro che votano Sì al referendum, ha dato un marchio di colpevolezza a persone che il nostro ordinamento giudiziario presume innocenti fino al terzo grado giudizio. Sono francamente basita che quando questo signore viene intervistato nessuno glielo ricordi».
Che cosa insegna la vicenda di tuo padre riguardo al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati?
«Io voto Sì e avrei votato Sì solo per il merito della riforma anche con un governo di centrosinistra».
Perché prima dell’uscita della serie su Hbo Max alcuni media orientati verso il No hanno preventivamente messo in guardia da strumentalizzazioni?
«Se è per questo ho sentito dire anche che il caso di mio padre è stato un errore del fato. Così come a destra qualcuno lo sventola a sinistra lo si vive con imbarazzo. La libertà ha un prezzo anche se, personalmente, non sono collocabile né a destra né a sinistra. Credo che la gente abbia il cervello per informarsi, guardare un film e decidere. Poi, purtroppo, ora il tema è diventato politico. Abbiamo già visto altri referendum dove entra di tutto come in un frullatore».
Oltre che per favorire la terzietà del giudice nel processo, lo smantellamento delle correnti serve a rendere un po’ meno intoccabile la più intoccabile fra le categorie professionali?
«Forse per renderla più equilibrata. Tanti magistrati che non appartengono alle correnti principali non toccano palla e così sono obbligati ad affiliarsi. Secondo me, questo non è un referendum contro, ma in favore della magistratura e di un suo corretto funzionamento».
Premesso che fu il ministro della Giustizia fascista Dino Grandi a unificare le carriere e che l’ex partigiano Giuliano Vassalli voleva separarle, perché Elly Schlein, Massimo D’Alema, Romano Prodi e Rosy Bindi si sono espressi in favore del No?
«Sinceramente non lo so. Rispetto tutte le opinioni e potrei fare altri nomi di persone di centrosinistra che trovano le ragioni del Sì negli opposti orientamenti di Grandi e Vassalli. Forse coloro che votano No lo fanno all’interno di una logica politica. Siccome al governo c’è una maggioranza di centrodestra, bisogna combattere questa coalizione con tutte le forze».
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Il maestro Riccardo Muti, Mathieu Jouvin, sovrintendente teatro Regio Torino, e la regista Chiara Muti durante la conferenza stampa di presentazione dell'opera «Macbeth» di Giuseppe Verdi (Ansa)
A pochi giorni dalla Prima del capolavoro verdiano diretto da Riccardo Muti al Teatro Regio di Torino, la regista svela le sue scelte: «L’eroe al contrario che perde sé stesso è prigioniero della sua coscienza sporca. In scena l’occhio di Dio che perseguita Caino».
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Il Verdi che non t’aspetti: «Desidero che gli artisti servano meglio il poeta che il Maestro». Il testo che scavalca il suono. Altro che Prima la musica e poi le parole, per citare Salieri. Nel suo Macbeth il Cigno di Busseto vuole l’esatto opposto. Non solo, chiede l’impossibile: «voce repressa», «suono muto», «senza voce». Per i direttori d’orchestra e i cantanti son grattacapi. Nel 1847 il compositore che sta per dare vita alla trilogia popolare (Rigoletto, Il trovatore, La traviata) non è impazzito: la Prima al Teatro della Pergola di Firenze è un trionfo clamoroso da 27 standing ovation.
«Supera il Belcanto, preannuncia l’espressionismo e anticipa quello che Arnold Schönberg avrebbe definito Sprechgesang, ovvero il “canto parlato”», spiegava il Maestro Riccardo Muti in una delle lezioni-concerto di un’edizione dell’Italian Opera Academy di qualche anno fa. Martedì la leggendaria bacchetta tornerà a dirigere il capolavoro verdiano al Teatro Regio di Torino con un cast che ha definito «fantastico» e nel quale brillano Luca Micheletti (Macbeth) e Lidia Fridman (Lady Macbeth). Mentre la regia è nelle mani di Chiara Muti, che oggi regala al videopodcast Non sparate sul pianista un’anticipazione delle sue scelte, meditate in oltre due anni di lavoro.
Scavando nella tragedia di William Shakespeare, nella musica di Giuseppe Verdi e nel libretto di Francesco Maria Piave a che conclusione è arrivata? Chi è Macbeth?
«Un eroe cavaliere che crede di poter aspirare a qualcosa che il destino non gli ha dato in dote. Macbeth non sarà mai Re Artù, è un Lancillotto, ma sceglie di essere un eroe al contrario condannando sé stesso all’assassinio di un sovrano, Duncan, che fondamentalmente ama».
Il generale valoroso che torna dalla battaglia e decide di ascoltare le ingannevoli profezie delle streghe è artefice del suo destino?
«È cosciente e quindi imperdonabile. Non è Riccardo III o Iago, personaggi che agiscono senza scrupoli e si compiacciono della loro negatività. Alla base è buono ma per “eccesso di fiducia”, come spiega Shakespeare, uccide solo per sete di potere e se ne rende conto. È un uomo che resterà chiuso all’interno della propria coscienza sporca. Proverà continuamente a lavarla, senza riuscirci, prigioniero del pensiero fisso di aver compiuto un assassinio. In questi anni di ricerca mi è tornato in mente il finale de La conscience di Victor Hugo: “L’œil était dans la tombe et regardait Caïn”. “L’occhio era nella tomba e guardava Caino”».
Il cavaliere che per indossare la corona fa scorrere il sangue di un re, dell’amico Banco e ordina di sterminare la famiglia del rivale Macduff somiglia al figlio fratricida di Adamo ed Eva?
«Nel momento in cui uccide Abele, Caino cerca di sfuggire Dio, ma l’occhio del Signore, attraverso quello della vittima, gli resterà dentro per sempre. In questo senso Macbeth è Caino: anche lui uccide il suo Dio. Vedrete infatti l’occhio tornare continuamente sulla scena».
Ma cosa rappresenta veramente?
«Il passaggio tra la realtà e il mondo del sogno, tra visibile e invisibile. È su quella soglia che il dramma si svolge. Ci parla di un uomo che ha perso il sonno per sempre e finisce in una spirale di morte, quasi un suicidio programmato».
È solo il primo atto. Il protagonista ha appena dato inizio alla sua catena di delitti, ma già intuisce la rovina: «Tutto è finito».
«Una frase potentissima. Da quel momento Macbeth non sarà più lui, ma solo il fantoccio di un re. Quel duetto con la Lady è uno dei momenti nei quali Verdi è più potente di Shakespeare».
È lei ad avere il comando?
«Ha la materia delle streghe, come se fosse una di loro. Regge il peso della colpa, soverchiando le leggi della giustizia divina e trascinando il marito verso gli inferi. Anche se lei, grazie alla follia, riuscirà a scappare da quella gabbia che descrivevo prima, insieme al marito forma una coppia infertile di luce e generatrice di morte».
Chi sono le streghe? Agenti del male o demoni della mente?
«Il mormorio gracchiante della nostra coscienza nel momento in cui siamo chiamati a una scelta che ci definirà. Non sono il male, sono al limite tra il buono e il cattivo. La decisione spetta a noi. “Fair is foul, and foul is fair”, sussurrano all’inizio della tragedia del Bardo. “Il bello è brutto e il brutto è bello”. Parole che si confondono e che fanno pensare al capolavoro di Akira Kurosawa (Il trono di sangue, ndr) dove Macbeth e Banco, all’inizio di tutto, si perdono in una foresta che ride. In questo c’è un elemento di modernità».
Cosa intende?
«La confusione che regna, il brutto che sembra bello, il capovolgimento dei valori».
Per questo ha scelto un’ambientazione fuori dal tempo?
«In parte sì, la storia di un uomo che perde sé stesso vale ieri, oggi e domani. Ma serviva un legame con il mondo di Macbeth, vissuto quando la battaglia era sporcizia, peso delle armature e sangue per chi la conduceva. Non come quella di oggi che si fa con i droni. Qui è l’antitesi shakespeariana a essere attuale: anche la guerra che sembra vinta ti sporca e quindi è persa».
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In occasione della prima al Teatro Regio di Torino, la regista Chiara Muti ci svela la sua visione del «Macbeth» di Giuseppe Verdi.







