Il caso Hannoun e i risvolti dell’inchiesta che mostra come dall’Italia sono stati raccolti oltre sette milioni di euro diretti ad Hamas.
Brigitte Bardot guarda Gunter Sachs (Ansa)
A cadavere ancora caldo se la prendono con BB, «colpevole» di aver voltato le spalle ai valori repubblicani. Ma sono stati loro ad aver tradito, in questi anni, la vera Francia.
Brigitte Bardot è stata, per anni, l’immagine della Francia. Valeva più della Renault e dello champagne. Quelle sue labbra corrucciate, quel suo musetto, erano un marchio. Migliaia di donne provarono a imitarla, ma invano. BB era una donna a parte. Naturalmente bella (rifiutò l’idea di qualsiasi tipo di ritocco, affermando di non temere né la vecchiaia né la morte) e naturalmente controcorrente. A destra in un mondo che andava a sinistra, non accettò mai il compromesso. E lo pagò, anche di tasca sua, pur di difendere le idee in cui credeva.
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.
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Francesco Borgonovo, Gianluca Zanella e Luigi Grimaldi fanno il punto sul caso Garlasco: tra nuove indagini, DNA, impronte e filoni paralleli, l’inchiesta si muove ormai su più livelli. Un’analisi rigorosa per capire a che punto siamo, cosa è cambiato davvero e quali nodi restano ancora da sciogliere.
Fabio Dragoni ricostruisce il caso Minnesota: miliardi di dollari destinati ad aiuti umanitari e istruzione finiti in una rete di associazioni fantasma, scuole inesistenti e fondi pubblici bruciati nel silenzio dei grandi media.
Marco Tarchi (Ansa)
Il politologo: «Gli attacchi del ministro a Veneziani? I politici sono allergici al dissenso. Giuli stava dall’altra parte, ora si è adeguato. Ma la battaglia per l’egemonia è già persa».
Politologo, professore emerito della Cesare Alfieri di Firenze, direttore del mensile di cultura e «metapolitiche» Diorama, fondatore della Nuova destra italiana. Marco Tarchi è uno di quegli intellettuali che si definirebbero «d’area», ma che la destra di governo, da sempre un po’ allergica ai liberi battitori, tiene a debita distanza.
Professore, Alessandro Giuli ha contestato duramente Marcello Veneziani, che sulla Verità aveva mosso delle critiche alla maggioranza. Al di là del merito, non è bizzarro che un ministro della Cultura affermi che il ruolo di un intellettuale di riferimento sia quello di «incoraggiare» il governo?
«Ai politici - tutti, ma a quelli di destra in particolare - la libertà di pensiero degli uomini di cultura che pure sono considerati vicini al loro campo non è mai piaciuta. Li vorrebbero allineati e coperti, sempre d’accordo con il loro operato, e se devono registrare un dissenso si irritano e tirano fuori in automatico l’accusa di irriconoscenza, di rancore o di intelligenza col nemico. Un tempo Giuli era fra coloro che fustigavano questo atteggiamento. Ora è passato dall’altra parte e si è adeguato. Non me ne stupisco».
Questa destra è riuscita a incidere? Oppure, come sostiene Veneziani, «nulla di significativo e di sostanziale è cambiato nella vita di ogni giorno»?
«In effetti, non vedo grandi mutamenti. E il motivo c’è: la situazione che c’era nel settembre 2022 è quella che ha portato Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, e tutti i sondaggi da quel momento in poi hanno testimoniato una sostanziale tenuta del suo consenso, e di quello della coalizione che lo sorregge».
Cosa significa?
«Significa che ai settori dell’opinione pubblica disposti a votarla questa routine non dispiace. Quindi stop ai grandi progetti controversi (vedi il premierato)».
E sulla cultura? L’«amichettismo» della sinistra è finito? Si è molto discusso di tagli ai teatri e tax credit. Alla fine, la riduzione dei fondi per il cinema, almeno per adesso, sarà minima.
«Non si smantella un’egemonia ramificata e consolidata nell’arco di ottant’anni in un triennio, e soprattutto non lo si fa limitandosi a minacciare o creare ostacoli economici al grande meccanismo che garantisce la riproduzione ad ogni livello degli stereotipi culturali progressisti. Se, come accade, cinema, teatro, università, scuole, editoria diffondono a getto continuo una cultura ideologizzata e ostile a chi oggi governa, è sul terreno delle idee e della formazione di una classe intellettuale alternativa che occorre agire, da subito».
A che punto siamo?
«Non mi pare che questo stia avvenendo. Oggi come ieri, ci si illude che il politique d’abord sia la chiave del successo, e che un impegno “metapolitico” sia superfluo. Così la battaglia è persa in partenza».
Su certe riforme, vedi immigrazione, a bloccare la maggioranza però è una parte della magistratura apertamente schierata a sinistra. Vista la situazione, è ancora praticabile il progetto di costruire una «egemonia» di destra?
«Parlando di magistratura, la strategia del Pci di molti decenni fa - che mi è stata confermata da più di un diretto interessato, al di là delle ipocrite smentite - di convogliare molti dei suoi più brillanti giovani laureati in giurisprudenza in quella carriera ha dato i suoi frutti e aperto una via seguita da molti altri. La destra ha mai pensato di fare questo? No. Chi lo sosteneva, a suo tempo, all’interno del Msi, veniva sbeffeggiato. Le cose sono cambiate? Ne dubito».
Alla fine, la Meloni viene lodata all’estero per la sua posizione chiara sull’Ucraina, la stabilità politica che sta garantendo al Paese e l’affidabilità dei conti pubblici italiani. È vero, allora, che i cosiddetti sovranisti, una volta giunti al potere, sono costretti a tradire la loro agenda?
«Perlomeno fino a quando saranno una minoranza in sede europea, sì. E in ogni caso un loro futuro coordinamento su scala continentale, su taluni temi, sarà molto difficile, perché ciascuno guarda in primo luogo, se non soltanto, agli interessi del proprio Paese… pardon, nazione, ed è pronto ad accettare qualunque compromesso e soluzione gli sia favorevole. Già non riescono a raccogliersi in un unico gruppo all’Europarlamento, figuriamoci se giungeranno a formulare un’agenda comune».
Intanto, per tentare di sopravvivere - a parte la conventio ad excludendum che faticosamente tentano di mantenere in Francia e in Germania - all’estero i partiti di sistema stanno assorbendo un pezzo dell’agenda sovranista: basti vedere cosa fanno sull’immigrazione Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer. L’establishment ascolterà le istanze del popolo e ne riguadagnerà la fiducia?
«Non lo penso. Sono espedienti tattici per cercare di contenere l’avanzata di populisti e sovranisti, che difficilmente possono convincere chi ha imparato a conoscere la loro doppiezza».
Cosa pensa del documento strategico di Donald Trump per l’Europa? C’è chi si indigna per il disprezzo degli alleati e la scelta di abbandonarli al loro destino. Il testo, però, precisa che gli Usa considerano l’Europa ancora strategica e che, proprio per questo, vorrebbero che abbandoni le sue derive autodistruttive. Quale versione è vera? Trump ci vuole suoi vassalli? Oppure diagnostica la nostra malattia e ci ammonisce?
«Non ho dubbi che l’America great again di Trump contempli un’assoluta subordinazione degli europei (e non solo) al ruolo egemone degli Usa, e di tracce del suo presunto isolazionismo ne vedo ben poche. Non per questo va negata la fondatezza dei rilievi quasi sprezzanti che la Casa Bianca, soprattutto per bocca di JD Vance e poi con questo documento, ha rivolto all’Unione europea, che del resto non ha mai immaginato un ruolo veramente e seriamente autonomo del Vecchio continente».
Intanto, l’Unione europea spinge sul riarmo, agitando lo spauracchio russo. È una mera questione di interessi economici del complesso militare-industriale? Oppure l’Ue, che a suo tempo rinunciò a rivendicare le proprie radici spirituali e che si è strutturata come un una specie di comitato burocratico-ragionieristico, fondato su regole e vincoli di bilancio, vuole cogliere la contrapposizione con Mosca come un’opportunità per darsi un’identità politica?
«L’isteria antirussa praticata e fomentata dall’Unione europea ha qualcosa di inspiegabile. E le scelte dei suoi governanti, e di molti di quelli dei suoi Stati membri, ricordano più il celebre quadro di Pieter Bruegel sui ciechi che, tenendosi per la spalla, procedono in fila indiana verso un baratro che una qualche strategia».
In un certo senso, sembra di leggere un saggio di Carl Schmitt: l’unità politica che si struttura per contrapposizione al nemico esterno.
«Ma anche i nemici vanno identificati bene, prima di designarli come tali. La storia ci ha fornito molti esempi ammonitori. Essersi prestati a un gioco pericoloso della Nato potrebbe rivelarsi un errore fatale. E Meloni non lo ha minimamente compreso».
L’iniziativa diplomatica di Macron è stata lodata da Bruxelles, ma in effetti rappresenta l’opposto di ciò che l’Ue ha fatto finora, visto che essa ha sabotato ogni tentativo di arrivare a una soluzione diplomatica. Pure il progetto dei volenterosi è un’idea di singole cancellerie e coinvolge un Paese, il Regno Unito, che è fuori dall’Unione. Se mai l’Europa avrà un ruolo nella fine del conflitto in Ucraina, ce l’avrà come Ue o, di nuovo, come sistema di Stati nazionali?
«Irritando sia Trump che Putin, l’Ue si è preclusa ogni possibilità di incidere sull’evoluzione delle trattative diplomatiche per chiudere, almeno in via provvisoria, il conflitto russo-ucraino. E se Ursula von der Leyen e alleati credono di riacquistare un ruolo significativo con le centinaia di miliardi investiti nel riarmo, si illudono. Su questo versante, il complesso militare-industriale è l’unico a trarre profitto da questa linea potenzialmente suicida. Ma cosa potrebbero fare i singoli Stati in questo contesto? Poco e nulla. La sinergia continentale resta l’unico orizzonte percorribile. Ma con una classe dirigente non disposta a piegarsi ad ordini altrui».
Come lo vede strutturato il futuro ordine internazionale?
«Malgrado le mai dismesse velleità egemoniche degli Usa, la logica multipolare è l’unica sulla cui base potrà organizzarsi il sistema internazionale di domani. Cina e India sono ormai attori di primo piano e, pur con tutti i suoi limiti, l’insieme dei Brics è destinato a pesare sugli equilibri planetari. Resta da chiedersi che ruolo avrà l’Europa in questo quadro».
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