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2023-12-28
Il 28 dicembre 1895 nasce il cinema. Inventato da due fotografi politicamente scorretti
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Auguste e Louis Lumière (Getty Images)
Il 28 dicembre 1895, a Parigi, c'è un evento mondano che attira curiosi e alta società. Al Salon indien del Grand Café di Boulevard des Capucines, uno scantinato solitamente usato per il biliardo, viene proiettato La Sortie de l’usine Lumière. Girato il precedente 19 marzo, è il primo film a essere proiettato pubblicamente e a pagamento, per cui viene solitamente indicato come il primo film della storia del cinema, anche se gode forse di maggiore fama L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat, che però venne proiettato pochi giorni dopo, il 6 gennaio 1896. Il proprietario della sala, il signor Volpini, accetta di affittare la sala per ospitare la nuova attrazione, preferendo un fisso di 30 franchi al giorno rispetto a una percentuale del 20% sugli eventuali incassi, scelta che non si rivelerà un buon affare. Sul marciapiede del boulevard des Capucines, campeggia lo striscione «Cinematographe Lumière. Entrée un franc».
L'invenzione, il cinematografo, era stata brevettata all'inizio di quell'anno, il 13 febbraio 1895, dai due figli di un fotografo di Besançon, Auguste e Louis Lumière. Cresciuti come aiutanti del padre, l’imprenditore Antoine Lumière, i due ragazzi avevano un talento innato per l’innovazione e l’invenzione. L'invenzione ebbe un successo planetario. Appena nove mesi dopo la séance inaugurale del dicembre 1895, si hanno notizie di una proiezione avvenuta nel porto di Shanghai. Lo sfruttamento diretto dell'invenzione da parte dei Lumière durò appena 15 mesi. «Noi», dirà in seguito Louis, «non eravamo in grado di sfruttare commercialmente il cinematografo. Avevamo altre questioni allo studio nella nostra fabbrica, che ci assorbiva comunque molto, anche solo per il funzionamento quotidiano. Eravamo soprattutto, e prima di tutto, dei chimici, dei fisici, dei fabbricanti di lastre e di carte fotografiche, e non potevamo pensare a produrre film di una certa importanza. Del resto a quell'epoca non era venuto in mente a nessuno». Ma, una volta dato il via al meccanismo, l'invenzione si diffuse repentinamente, cambiando per sempre la storia dell'arte.
Eppure, nel loro Paese natale, i due fratelli godono di una fama ambigua. Basti pensare che nel 1995, in occasione del centenario della loro invenzione, i fratelli Lumière rischiarono di finire sui 200 franchi, poi, a banconote già stampate, diciassette milioni di biglietti furono buttati al macero e non se ne fece più nulla. A causare la marcia indietro erano state le associazioni antifasciste. Pochi sanno, infatti, che in più occasioni i due fratelli (morti nel 1948 e nel 1954) espressero simpatia per i regimi fascisti. Nel 1935, per il quarantennale del cinematografo, Louis venne invitato in Italia, dove all’epoca si riteneva che il cinema fosse «l’arma più forte». Louis Lumière dedicò una foto al Duce: «A Sua Eccellenza Benito Mussolini, con l’espressione della mia profonda ammirazione». In un libro pubblicato per celebrare tale visita, egli espresse la «viva gratitudine» agli organizzatori italiani, evocando «l’amicizia che unisce i nostri due Paesi e che una comunità originaria non può mancare di accrescere nell’avvenire». Il 15 novembre 1940, è sempre Louis a scrivere nel Petit Comtois: «Sarebbe un grande sbaglio rifiutare il regime di collaborazione di cui il maresciallo Pétain ha parlato nel suo ammirevole messaggio. Auguste Lumière, mio fratello, in pagine in cui esalta il prestigio incomparabile, il coraggio indomabile, l’ardore giovanile del maresciallo Pétain e il suo senso delle realtà che deve salvare la patria, ha scritto: ‘Affinché l’era tanto desiderata della concordia europea sopraggiunga, occorre evidentemente che le condizioni imposte dai vincitori non lascino un fermento di ostilità irriducibile contro di loro. Ma nessuno saprebbe raggiungere meglio tale risultato del nostro ammirevole Capo di Stato, aiutato da Pierre Laval, che ci ha già dato tante prove di chiaroveggenza, della sua abilità e della sua devozione ai veri interessi del Paese’. Io condivido questo modo di vedere le cose. Faccio interamente mia questa dichiarazione».
Auguste sedette anche nel consiglio municipale di Lione nominato da Vichy. Appena insediatosi, propose di rendere omaggio ai soldati francesi che stavano combattendo in Siria contro gli Alleati. Sempre Auguste fu collaboratore dell’Emancipation nationale, il quotidiano del Ppf di Jacques Doriot. Louis, invece, fu membro del Consiglio nazionale (il parlamento provvisorio) e fece parte del comitato d’azione della Légion des volontaires français contre le bolchevisme, incaricato del reclutamento a Marsiglia. I due ricevettero l’Ordine della francisca, una decorazione creata da Pétain come «il simbolo del sacrificio e del coraggio e ricordava una Francia sventurata che rinasceva dalle sue ceneri». Il candidato doveva prestare il seguente giuramento: «Faccio dono della mia persona al Maresciallo Pétain come egli ha fatto dono della propria alla Francia. Mi impegno a obbedire ai suoi ordini e a restare fedele alla sua persona e alla sua opera».
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La prima proiezione pubblica di un film avvenne 128 anni fa. Gli inventori, i fratelli Lumière, erano ferventi nazionalisti e, in seguito, simpatizzeranno anche per il fascismo.Il 28 dicembre 1895, a Parigi, c'è un evento mondano che attira curiosi e alta società. Al Salon indien del Grand Café di Boulevard des Capucines, uno scantinato solitamente usato per il biliardo, viene proiettato La Sortie de l’usine Lumière. Girato il precedente 19 marzo, è il primo film a essere proiettato pubblicamente e a pagamento, per cui viene solitamente indicato come il primo film della storia del cinema, anche se gode forse di maggiore fama L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat, che però venne proiettato pochi giorni dopo, il 6 gennaio 1896. Il proprietario della sala, il signor Volpini, accetta di affittare la sala per ospitare la nuova attrazione, preferendo un fisso di 30 franchi al giorno rispetto a una percentuale del 20% sugli eventuali incassi, scelta che non si rivelerà un buon affare. Sul marciapiede del boulevard des Capucines, campeggia lo striscione «Cinematographe Lumière. Entrée un franc».L'invenzione, il cinematografo, era stata brevettata all'inizio di quell'anno, il 13 febbraio 1895, dai due figli di un fotografo di Besançon, Auguste e Louis Lumière. Cresciuti come aiutanti del padre, l’imprenditore Antoine Lumière, i due ragazzi avevano un talento innato per l’innovazione e l’invenzione. L'invenzione ebbe un successo planetario. Appena nove mesi dopo la séance inaugurale del dicembre 1895, si hanno notizie di una proiezione avvenuta nel porto di Shanghai. Lo sfruttamento diretto dell'invenzione da parte dei Lumière durò appena 15 mesi. «Noi», dirà in seguito Louis, «non eravamo in grado di sfruttare commercialmente il cinematografo. Avevamo altre questioni allo studio nella nostra fabbrica, che ci assorbiva comunque molto, anche solo per il funzionamento quotidiano. Eravamo soprattutto, e prima di tutto, dei chimici, dei fisici, dei fabbricanti di lastre e di carte fotografiche, e non potevamo pensare a produrre film di una certa importanza. Del resto a quell'epoca non era venuto in mente a nessuno». Ma, una volta dato il via al meccanismo, l'invenzione si diffuse repentinamente, cambiando per sempre la storia dell'arte.Eppure, nel loro Paese natale, i due fratelli godono di una fama ambigua. Basti pensare che nel 1995, in occasione del centenario della loro invenzione, i fratelli Lumière rischiarono di finire sui 200 franchi, poi, a banconote già stampate, diciassette milioni di biglietti furono buttati al macero e non se ne fece più nulla. A causare la marcia indietro erano state le associazioni antifasciste. Pochi sanno, infatti, che in più occasioni i due fratelli (morti nel 1948 e nel 1954) espressero simpatia per i regimi fascisti. Nel 1935, per il quarantennale del cinematografo, Louis venne invitato in Italia, dove all’epoca si riteneva che il cinema fosse «l’arma più forte». Louis Lumière dedicò una foto al Duce: «A Sua Eccellenza Benito Mussolini, con l’espressione della mia profonda ammirazione». In un libro pubblicato per celebrare tale visita, egli espresse la «viva gratitudine» agli organizzatori italiani, evocando «l’amicizia che unisce i nostri due Paesi e che una comunità originaria non può mancare di accrescere nell’avvenire». Il 15 novembre 1940, è sempre Louis a scrivere nel Petit Comtois: «Sarebbe un grande sbaglio rifiutare il regime di collaborazione di cui il maresciallo Pétain ha parlato nel suo ammirevole messaggio. Auguste Lumière, mio fratello, in pagine in cui esalta il prestigio incomparabile, il coraggio indomabile, l’ardore giovanile del maresciallo Pétain e il suo senso delle realtà che deve salvare la patria, ha scritto: ‘Affinché l’era tanto desiderata della concordia europea sopraggiunga, occorre evidentemente che le condizioni imposte dai vincitori non lascino un fermento di ostilità irriducibile contro di loro. Ma nessuno saprebbe raggiungere meglio tale risultato del nostro ammirevole Capo di Stato, aiutato da Pierre Laval, che ci ha già dato tante prove di chiaroveggenza, della sua abilità e della sua devozione ai veri interessi del Paese’. Io condivido questo modo di vedere le cose. Faccio interamente mia questa dichiarazione».Auguste sedette anche nel consiglio municipale di Lione nominato da Vichy. Appena insediatosi, propose di rendere omaggio ai soldati francesi che stavano combattendo in Siria contro gli Alleati. Sempre Auguste fu collaboratore dell’Emancipation nationale, il quotidiano del Ppf di Jacques Doriot. Louis, invece, fu membro del Consiglio nazionale (il parlamento provvisorio) e fece parte del comitato d’azione della Légion des volontaires français contre le bolchevisme, incaricato del reclutamento a Marsiglia. I due ricevettero l’Ordine della francisca, una decorazione creata da Pétain come «il simbolo del sacrificio e del coraggio e ricordava una Francia sventurata che rinasceva dalle sue ceneri». Il candidato doveva prestare il seguente giuramento: «Faccio dono della mia persona al Maresciallo Pétain come egli ha fatto dono della propria alla Francia. Mi impegno a obbedire ai suoi ordini e a restare fedele alla sua persona e alla sua opera».
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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