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2022-03-30
Più di 1.500 foreign fighters da Marocco e Tunisia verso il Siraq
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Non passa giorno che le due principali organizzazioni terroristiche islamiche di matrice sunnita non annuncino sui loro canali di riferimento, attacchi e uccisioni che si verificano in Africa e in particolare nel Mali, Burkina Faso, Nigeria, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Somalia, in tutto il Sahel, nel Sud-est dell’Asia, nel Sinai, in Pakistan senza dimenticare l’Afghanistan dove l’Isis Khorasan oggi è presente in tutte le 34 provincie del Paese e dove colpisce quotidianamente i Talebani e gli sciiti che vengono uccisi nelle moschee prima assaltate e poi fatte esplodere con dei kamikaze.
Lo Stato islamico che ha appena nominato il suo nuovo califfo (il terzo), la cui identità potrebbe corrispondere a quella di Juma Awad al-Badrīal-Sāmarrāʾī, ovvero il fratello più anziano del primo califfo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi al secolo Ibrāhīm Awed Ibrāhīm ʿAlī al-Badrī al-Sāmarrāʾī, sta vincendo lo scontro per la supremazia con al-Qaeda grazie alla capacità di attrarre nuove leve che accorrono tra le fila dell’organizzazione affascinati dalla propaganda tornata incessante. A proposito di questo, i canali di riferimento dell’Isis propongono la traduzione in 22 lingue dei contenuti ufficiali e propagandistici pubblicati, uno sforzo questo mai visto prima e che è in continua espansione.
Il vento della jihad è tornato a soffiare fortissimo anche in Europa dove continuano gli arresti anche in Italia, e gli attentati sventati che ormai non fanno più notizia, ma quanto accade in Marocco e Tunisia è un segnale estremamente preoccupante anche per l’Ue e per il nostro Paese. Il Marocco visti gli oltre 1.500 foreign fighters è certamente stato uno dei principali esportatori di combattenti partiti per il «Siraq» e se in passato le autorità hanno chiuso più di un occhio sulle reti di reclutamento in funzione anti-Assad con l’affermazione dello Stato islamico i timori per le possibili conseguenze sul proprio territorio e il rientro dei combattenti in patria ha completamente cambiato l’approccio di Rabat al fenomeno tanto che oggi la risposta è durissima e per questo è stata lodata ad esempio dagli Stati Uniti con i quali i rapporti tra le rispettive agenzie di intelligence sono continui e proficui e lo stesso vale per le agenzie di intelligence europee. A proposito del legame forte con gli Usa, nel luglio 2021 la Direzione generale della sorveglianza territoriale (Dgst) marocchina informò gli Stati Uniti delle attività terroristiche di James Bridges, un soldato americano «che stava tentando di aiutare l'Isis ad attaccare le truppe statunitensi in Medio Oriente».
Così grazie al lavoro dell’intelligence marocchina sono stati sventati alcuni attacchi in Francia, in Germania e in Belgio (alcuni con armi chimiche) un Paese dove nelle ultime settimane la Dgst del Marocco ha fornito alle autorità locali informazioni su un cittadino belga di origine marocchina, che incitava e si preparava a commettere «progetti terroristici imminenti». I servizi di sicurezza marocchini hanno identificato il sospetto a seguito di un'indagine in corso e lo hanno arrestato a Tata, nel Sud-Est del Marocco mentre i colleghi belgi hanno fatto lo stesso con il complice che aveva ricevuto una serie di pagamenti dall’uomo arrestato a Tata che serviva come «primo pagamento inviato dal sospetto in Belgio per finanziare l'acquisizione di materiali chimici utilizzati nella produzione di esplosivi». Le indagini hanno mostrato che «il sospetto era anche coinvolto nell'istigazione alla creazione di una cellula terroristica locale per minare la sicurezza del Marocco», tanto che gli approfondimenti hanno provato come «fossero in stato avanzato la pianificazione di attacchi terroristici contro cittadini stranieri, alti funzionari del governo e della sicurezza, nonché quartier generale dell'esercito e della sicurezza». Il sospetto arrestato in Marocco stava anche pianificando di commettere attacchi terroristici contro alcune carceri dove sono detenuti dei terroristi dell’Isis. Importantissima poi la collaborazione tra il Marocco e la Spagna grazie alla quale non si contano più gli arresti ad esempio a Ceuta e Melilla le due exclavi spagnole situate nella costa nord del Marocco dove il vento della jihad soffia più forte che mai.
A proposito di carceri da attaccare da settimane è incessante il richiamo nella propaganda jihadista visto quanto accaduto nel gennaio scorso con l’assalto della prigione Al Sinaa di Gweiran, un paio di chilometri a Sud della città di Hassakeh, nel Nord-Est della Siria.
Delicatissima la situazione in Tunisia dove da all'indomani delle rivolte della cosiddetta «Primavera araba» del 2011, più di 5.000 tunisini sono partiti per la Siria, l’Iraq e la Libia per combattere. Le autorità tunisine affermano che la cifra è inferiore, circa 3.000, sebbene sia ancora il numero più alto di combattenti stranieri pro capite al mondo. Moltissimi sono deceduti in battaglia un numero imprecisato di combattenti si è sparso sparsi nelle varie «provincie» dell’Isis in Nord Africa e altrove mentre circa un migliaio di foreign fighters sono rientrati nel Paese. Costoro rappresentano una minaccia costante per un paese fragile come la Tunisia dove i Fratelli musulmani continuano ad avvelenare i pozzi della vita sociale, politica ed economica. A proposito di contrasto al terrorismo il ministero dell'Interno tunisino ha dichiarato «di aver smantellato una cellula terroristica legata all’Isis» e in particolare le unità del Dipartimento antiterrorismo della Guardia nazionale tunisina hanno affermato «di essere state in grado di scoprire una cellula chiamata al-Muwahhid collegata a un gruppo estremista che in precedenza aveva giurato fedeltà all'Isis». Una cellula pericolosissima che comprendeva almeno sei uomini «attivi nella regione di Tataouine» che stava pianificando «attacchi con materiali esplosivi», come si legge nella dichiarazione del ministero dell'Interno tunisino.
Le forze di sicurezza tunisine dopo i tragici attacchi del 2015, vedi quello al Museo del Bardo di Tunisi (18 marzo 2015) dove morirono 24 persone, tra cui 21 turisti (4 italiani) un agente delle forze dell'ordine e due terroristi, e quello all’hotel Riu Imperial Marhaba di Port El Kantaoui, vicino a Sousse, avvenuto il 26 giugno dello stesso anno, dove vennero trucidate 38 persone oltre a 39 feriti, hanno sventato la maggior parte dei complotti terroristici estremisti negli ultimi anni e sono diventate molto più efficienti nel rispondere alla minaccia. Ultimo episodio lo scorso 6 gennaio quando la polizia tunisina ha sventato un attacco kamikaze pianificato da una donna proveniente dalla Siria «dove aveva ricevuto addestramento per attaccare le aree turistiche del Paese». Mentre scriviamo è arrivata attraverso l’agenzia stampa Amaq la rivendicazione dell'attacco dello scorso 27 marzo ad Hadera, nel centro di Israele, nel quale cui sono rimasti uccisi due agenti di polizia mentre è salito a quattro il numero delle vittime causate dall’attacco sferrato da un uomo nella città di Beersheva (Be’er Sheva), nel Sud di Israele lo scorso 22 marzo. L’aggressore era a sua volta affiliato all’Isis ed è stato identificato in Mohammad Ghaleb Abu al-Qi'an, già noto alle forze dell'ordine per reati legati al terrorismo e che è stato ucciso a colpi di arma da fuoco dal conducente di un autobus che si era fermato a soccorrere una delle vittime. La riposta di Israele di certo non si farà attendere.
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Con gli occhi del mondo rivolti all’invasione russa dell’Ucraina i terroristi dello Stato islamico, di al-Qaeda e delle innumerevoli sigle a loro collegate, sono in grande fermento. Il vento della jihad è tornato a soffiare fortissimo anche in Europa e in Italia dove continuano gli arresti e gli attentati sventati che ormai non fanno più notizia. E quanto accade in Nord Africa è un segnale estremamente preoccupante anche per l’Ue e per il nostro Paese.Non passa giorno che le due principali organizzazioni terroristiche islamiche di matrice sunnita non annuncino sui loro canali di riferimento, attacchi e uccisioni che si verificano in Africa e in particolare nel Mali, Burkina Faso, Nigeria, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Somalia, in tutto il Sahel, nel Sud-est dell’Asia, nel Sinai, in Pakistan senza dimenticare l’Afghanistan dove l’Isis Khorasan oggi è presente in tutte le 34 provincie del Paese e dove colpisce quotidianamente i Talebani e gli sciiti che vengono uccisi nelle moschee prima assaltate e poi fatte esplodere con dei kamikaze. Lo Stato islamico che ha appena nominato il suo nuovo califfo (il terzo), la cui identità potrebbe corrispondere a quella di Juma Awad al-Badrīal-Sāmarrāʾī, ovvero il fratello più anziano del primo califfo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi al secolo Ibrāhīm Awed Ibrāhīm ʿAlī al-Badrī al-Sāmarrāʾī, sta vincendo lo scontro per la supremazia con al-Qaeda grazie alla capacità di attrarre nuove leve che accorrono tra le fila dell’organizzazione affascinati dalla propaganda tornata incessante. A proposito di questo, i canali di riferimento dell’Isis propongono la traduzione in 22 lingue dei contenuti ufficiali e propagandistici pubblicati, uno sforzo questo mai visto prima e che è in continua espansione.Il vento della jihad è tornato a soffiare fortissimo anche in Europa dove continuano gli arresti anche in Italia, e gli attentati sventati che ormai non fanno più notizia, ma quanto accade in Marocco e Tunisia è un segnale estremamente preoccupante anche per l’Ue e per il nostro Paese. Il Marocco visti gli oltre 1.500 foreign fighters è certamente stato uno dei principali esportatori di combattenti partiti per il «Siraq» e se in passato le autorità hanno chiuso più di un occhio sulle reti di reclutamento in funzione anti-Assad con l’affermazione dello Stato islamico i timori per le possibili conseguenze sul proprio territorio e il rientro dei combattenti in patria ha completamente cambiato l’approccio di Rabat al fenomeno tanto che oggi la risposta è durissima e per questo è stata lodata ad esempio dagli Stati Uniti con i quali i rapporti tra le rispettive agenzie di intelligence sono continui e proficui e lo stesso vale per le agenzie di intelligence europee. A proposito del legame forte con gli Usa, nel luglio 2021 la Direzione generale della sorveglianza territoriale (Dgst) marocchina informò gli Stati Uniti delle attività terroristiche di James Bridges, un soldato americano «che stava tentando di aiutare l'Isis ad attaccare le truppe statunitensi in Medio Oriente».Così grazie al lavoro dell’intelligence marocchina sono stati sventati alcuni attacchi in Francia, in Germania e in Belgio (alcuni con armi chimiche) un Paese dove nelle ultime settimane la Dgst del Marocco ha fornito alle autorità locali informazioni su un cittadino belga di origine marocchina, che incitava e si preparava a commettere «progetti terroristici imminenti». I servizi di sicurezza marocchini hanno identificato il sospetto a seguito di un'indagine in corso e lo hanno arrestato a Tata, nel Sud-Est del Marocco mentre i colleghi belgi hanno fatto lo stesso con il complice che aveva ricevuto una serie di pagamenti dall’uomo arrestato a Tata che serviva come «primo pagamento inviato dal sospetto in Belgio per finanziare l'acquisizione di materiali chimici utilizzati nella produzione di esplosivi». Le indagini hanno mostrato che «il sospetto era anche coinvolto nell'istigazione alla creazione di una cellula terroristica locale per minare la sicurezza del Marocco», tanto che gli approfondimenti hanno provato come «fossero in stato avanzato la pianificazione di attacchi terroristici contro cittadini stranieri, alti funzionari del governo e della sicurezza, nonché quartier generale dell'esercito e della sicurezza». Il sospetto arrestato in Marocco stava anche pianificando di commettere attacchi terroristici contro alcune carceri dove sono detenuti dei terroristi dell’Isis. Importantissima poi la collaborazione tra il Marocco e la Spagna grazie alla quale non si contano più gli arresti ad esempio a Ceuta e Melilla le due exclavi spagnole situate nella costa nord del Marocco dove il vento della jihad soffia più forte che mai. A proposito di carceri da attaccare da settimane è incessante il richiamo nella propaganda jihadista visto quanto accaduto nel gennaio scorso con l’assalto della prigione Al Sinaa di Gweiran, un paio di chilometri a Sud della città di Hassakeh, nel Nord-Est della Siria. Delicatissima la situazione in Tunisia dove da all'indomani delle rivolte della cosiddetta «Primavera araba» del 2011, più di 5.000 tunisini sono partiti per la Siria, l’Iraq e la Libia per combattere. Le autorità tunisine affermano che la cifra è inferiore, circa 3.000, sebbene sia ancora il numero più alto di combattenti stranieri pro capite al mondo. Moltissimi sono deceduti in battaglia un numero imprecisato di combattenti si è sparso sparsi nelle varie «provincie» dell’Isis in Nord Africa e altrove mentre circa un migliaio di foreign fighters sono rientrati nel Paese. Costoro rappresentano una minaccia costante per un paese fragile come la Tunisia dove i Fratelli musulmani continuano ad avvelenare i pozzi della vita sociale, politica ed economica. A proposito di contrasto al terrorismo il ministero dell'Interno tunisino ha dichiarato «di aver smantellato una cellula terroristica legata all’Isis» e in particolare le unità del Dipartimento antiterrorismo della Guardia nazionale tunisina hanno affermato «di essere state in grado di scoprire una cellula chiamata al-Muwahhid collegata a un gruppo estremista che in precedenza aveva giurato fedeltà all'Isis». Una cellula pericolosissima che comprendeva almeno sei uomini «attivi nella regione di Tataouine» che stava pianificando «attacchi con materiali esplosivi», come si legge nella dichiarazione del ministero dell'Interno tunisino. Le forze di sicurezza tunisine dopo i tragici attacchi del 2015, vedi quello al Museo del Bardo di Tunisi (18 marzo 2015) dove morirono 24 persone, tra cui 21 turisti (4 italiani) un agente delle forze dell'ordine e due terroristi, e quello all’hotel Riu Imperial Marhaba di Port El Kantaoui, vicino a Sousse, avvenuto il 26 giugno dello stesso anno, dove vennero trucidate 38 persone oltre a 39 feriti, hanno sventato la maggior parte dei complotti terroristici estremisti negli ultimi anni e sono diventate molto più efficienti nel rispondere alla minaccia. Ultimo episodio lo scorso 6 gennaio quando la polizia tunisina ha sventato un attacco kamikaze pianificato da una donna proveniente dalla Siria «dove aveva ricevuto addestramento per attaccare le aree turistiche del Paese». Mentre scriviamo è arrivata attraverso l’agenzia stampa Amaq la rivendicazione dell'attacco dello scorso 27 marzo ad Hadera, nel centro di Israele, nel quale cui sono rimasti uccisi due agenti di polizia mentre è salito a quattro il numero delle vittime causate dall’attacco sferrato da un uomo nella città di Beersheva (Be’er Sheva), nel Sud di Israele lo scorso 22 marzo. L’aggressore era a sua volta affiliato all’Isis ed è stato identificato in Mohammad Ghaleb Abu al-Qi'an, già noto alle forze dell'ordine per reati legati al terrorismo e che è stato ucciso a colpi di arma da fuoco dal conducente di un autobus che si era fermato a soccorrere una delle vittime. La riposta di Israele di certo non si farà attendere.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».