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Un piccolo reattore modulare sperimentale di Newcleo (Ansa). Nel riquadro Elisabeth Rizzotti, cofondatrice della società che progetta e sviluppa reattori di quarta generazione
Elisabeth Rizzotti, cofondatrice di Newcleo (progetta e sviluppa reattori di quarta generazione), non ha dubbi: «La filiera è già pronta, il vero ostacolo adesso è l’euroburocrazia. Bene l’impegno della Meloni».
La cofondatrice di Newcleo non ha dubbi: «La filiera è pronta, il nuovo nucleare può partire anche subito. E i benefici in bolletta possono essere più rapidi di quel che si pensa. Poi bisognerà aspettare certo perché ci sono i problemi dell’euroburocrazia. Ma il mercato ci crede, noi da soli abbiamo raccolto un miliardo di finanziamenti privati, e Giorgia Meloni ha acceso un faro su un tema importantissimo. Il disegno di legge delega rappresenta un segnale decisivo per il nostro settore. L’Italia ha bisogno di recuperare il tempo perduto, rimediare agli errori passati e ogni settimana è importante per farlo». Quotazione negli Usa? «Il Nasdaq è da sempre lo sbocco naturale per chi vuole fare innovazione».
Ha lanciato il sasso e riaperto il capitolo dell’energia atomica. Giorgia Meloni di fronte al mondo industriale italiano ha affermato che per il governo il nucleare è la soluzione più pulita ed efficace, tecnologia su cui investire e accelerare. E per capire come sarebbero le centrali di nuova generazione, lo abbiamo chiesto a Elisabeth Rizzotti, co-fondatrice di Newcleo, start up dell’energia atomica.
Per affrontare il problema energetico, la premier Meloni ha rilanciato il nucleare in tema di sicurezza nazionale e ha annunciato una legge delega entro l’estate. Un quadro normativo accelerato è possibile?
«Giorgia Meloni ha acceso un faro su un tema importantissimo. Il disegno di legge delega rappresenta un segnale importante per il nostro settore. L’Italia ha bisogno di recuperare il tempo perduto, rimediare agli errori passati e ogni settimana è importante per farlo. La vera prova sarà istituire rapidamente l’Autorità per la sicurezza nucleare: senza di essa nessun progetto può partire e nessun investitore privato può impegnarsi seriamente nel nostro Paese. Anche Newcleo è pronta a realizzare progetti concreti con partner italiani già coinvolti e non vediamo l’ora di poter richiedere le prime autorizzazioni».
Come cambierebbe concretamente la roadmap industriale in Italia nei prossimi due anni?
«Ci sono differenti step che vanno rispettati. Nel momento in cui ci sarà un’Autorità per la sicurezza nucleare pronta ad accogliere le domande per realizzare reattori in Italia, saremo tra i primi a presentare la documentazione necessaria ad avviare il processo di autorizzazione. È qualcosa che abbiamo già fatto in Francia e che ci stiamo preparando a fare anche negli Stati Uniti. Operare in più di un Paese ci consente di vedere come diverse autorità di regolamentazione affrontano l’approvazione dei progetti nucleari. In Italia, il processo autorizzativo accelerato - il cosiddetto fast track previsto dal disegno di legge delega - è una misura che accogliamo con entusiasmo: portare in Italia l’esperienza maturata all’estero ci consentirà di autorizzare i progetti nel minor tempo possibile».
L’Italia ha chiuso le centrali nel 1987 e ribadito il no nel 2011. Quali condizioni politiche, normative e industriali servirebbero per costruire un vostro reattore sul territorio italiano entro il 2035?
«L’Italia è, come ha riconosciuto Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, ovvero l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, il Paese più nucleare tra i Paesi non nucleari. Sembra un gioco di parole ma, invece, non lo è. Abbiamo una filiera che ha dimostrato eccellenza e resilienza, con oltre 70 aziende specializzate che coprono l’intera catena di valore e un forte posizionamento internazionale. Manca solo il quadro normativo: un’Autorità per la sicurezza nucleare e un processo autorizzativo snello che mantenga al centro la sicurezza degli impianti. Gli Stati Uniti sono esemplari in questo senso e hanno stabilito di autorizzare il disegno di un reattore in 18 mesi, garantendo tutti gli standard di sicurezza internazionali. Con questi strumenti, il 2035 non è affatto un target ambizioso, ma un obiettivo che l’Italia può e deve darsi».
E quanto tempo sarebbe necessario per godere di benefici economici sulle bollette e i conti degli italiani?
«Prima di quanto si pensi. Con la quarta generazione stiamo passando da un nucleare pagato dai contribuenti a un nucleare finanziato dai privati, ponendo al centro la sicurezza a lungo termine degli impianti, la loro sostenibilità finanziaria e i benefici per gli utenti finali – e quindi il costo per il consumatore. I nostri reattori sono intrinsecamente sicuri, più piccoli, meno costosi, e possono essere costruiti in circa tre anni. I numeri di Confindustria ci dicono già oggi qual è il costo dell’assenza del nucleare: nel primo semestre 2025 le imprese italiane hanno pagato l’energia quasi il 30% in più della media europea. Un mix energetico senza nucleare è strutturalmente più costoso. Dotarsi di questa tecnologia è quindi una scelta che va ben oltre l’energia: è una questione di competitività industriale e di autonomia strategica per il nostro Paese».
Newcleo punta sui reattori a piombo fuso e sul combustibile da scorie riprocessate. Faccio l’avvocato del diavolo, perché questa tecnologia dovrebbe convincere chi oggi associa il nucleare alle tragedie di Chernobyl e Fukushima?
«I nostri reattori affrontano due sfide fondamentali per la percezione e l’immagine del nucleare: la sicurezza e il riciclo dei materiali radioattivi. Si tratta di una tecnologia passivamente sicura, che elimina il rischio di incidenti gravi. Semplificando, in caso di blackout, il piombo aumenta di temperatura e spegne il reattore senza intervento umano per la fisica stessa. In secondo luogo, sono reattori “veloci”, pensati per funzionare con combustibile prodotto a partire da materiali radioattivi riprocessati, vale a dire le cosiddette scorie. In questo modo possiamo non solo contribuire alla gestione efficace di questi materiali, ma gli diamo anche nuova vita riducendo il quantitativo di scorie da stoccare e, soprattutto, la loro radioattività nel tempo».
Ci spiega come funziona il vostro impianto?
«A parte per gli aspetti tecnologici legati all’utilizzo del piombo, un nostro reattore è simile ad altri reattori. Al centro si trova il combustibile nucleare che, attraverso la fissione degli atomi, si scalda. A sua volta, questo calore scalda il piombo liquido all’interno del reattore, che poi lo trasferisce ad un generatore che produce vapore veicolato successivamente in una turbina per produrre elettricità. In parole semplici, è come un grande bollitore collegato ad una dinamo che accende una lampadina».
Avete raccolto oltre un miliardo di euro da investitori privati. Che ruolo dovrebbe avere lo Stato - italiano o europeo - nel finanziare il nucleare di nuova generazione, e quanto pesano i ritardi burocratici rispetto a concorrenti cinesi e americani?
«La raccolta dimostra che il mercato crede in questa tecnologia. Il ruolo del pubblico rimane però essenziale per abilitare il privato, non per sostituirlo: per ogni euro ricevuto dal pubblico ne abbiamo raccolti 34 dai privati. L’Europa ha individuato i bisogni del settore, ma manca ancora un piano chiaro di policy e di finanziamento - la Strategia sui Piccoli Reattori Modulari prevede fino a 200 milioni in garanzie dal Fondo per l’innovazione entro il 2028 per tutti i progetti europei, inclusi quelli che guardano alla fusione, mentre Newcleo da sola ha raccolto oltre un miliardo. Capisce che la matematica non gira? Apprezziamo la determinazione del governo italiano su questo dossier, e mi aspetto ora lo stesso coraggio a Bruxelles: la burocrazia europea rischia di essere il nostro vero concorrente».
Perché la decisione di Newcleo di quotarsi negli Usa?
«Il Nasdaq è da sempre lo sbocco naturale per chi vuole fare innovazione. È il listino al mondo che raccoglie più capitali per lo sviluppo di tecnologie innovative. Basti pensare alle grandi aziende che lo hanno scelto: Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon, Google, Tesla. Negli Stati Uniti c’è una disponibilità di capitali per l’innovazione 100 volte maggiore rispetto all’Europa. Per la nostra ambizione il Nasdaq era l’unico listino adatto».
I critici sostengono che i piccoli reattori modulari non raggiungeranno mai costi competitivi con eolico e solare: l’esempio, sempre citato, è quello spagnolo dove l’energia alternativa copre il 20% del fabbisogno nazionale…
«È una domanda legittima, ma i dati ci dicono qualcosa di importante. Il vero costo dell’energia non è solo il prezzo di produzione, ma il costo di sistema: le rinnovabili richiedono accumuli, infrastrutture di bilanciamento e capacità di riserva che pesano su tutti i consumatori. Non si tratta di scegliere tra nucleare e rinnovabili: si tratta di costruire un sistema energetico completo, e il nucleare può integrare le rinnovabili rendendo il sistema più sostenibile e competitivo».
Cosa direbbe a chi pensa che il nucleare di quarta generazione sia l’ennesima illusione che arriverà troppo tardi e costerà troppo?
«Risponderei che la tecnologia esiste ed è già stata provata. Noi affrontiamo la sfida industriale e ingegneristica di combinare tecnologie esistenti per produrre energia a prezzi competitivi. All’inizio del Novecento c’era chi affermava che l’automobile sarebbe stata solo una moda passeggera. Negli anni Novanta pensare che tutti avremmo avuto un cellulare in grado di connettersi ad internet sembrava fantascienza. Eppure, la forza di chi ha avuto il coraggio di andare avanti anche di fronte alle sfide più grandi è ciò che oggi consente a tutti, detrattori originali inclusi, di godere dei vantaggi delle grandi innovazioni».
La Meloni ha legato nucleare e competitività delle imprese, puntando il dito contro l’Europa: è d’accordo?
«La presidente Meloni ha ragione: l’energia è competitività, e la competitività è sovranità. Accelerare sul nucleare significa restituire alle imprese italiane le condizioni per competere ad armi pari in Europa e nel mondo e questo governo sta finalmente dando i segnali giusti».
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Damiano Tommasi (Ansa)
Caro Damiano Tommasi, caro sindaco di Verona, le scrivo questa cartolina sulle ali dell’entusiasmo: ho letto infatti che d’ora in avanti nel suo Comune per avere un passo carraio bisognerà dichiararsi antifascista, compilando apposito modulo prestampato.
Altrimenti niente permesso. Era ora che qualcuno ci pensasse: fermiamo la pericolosa deriva autoritaria. Non si transita dal portone del condominio senza esibire tessera Anpi, non si esce dal garage senza cantare Bella Ciao. Stamattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasor del marciapiede. Viva la Liberazione. Del passo carraio.
Le siamo grati, caro sindaco, per aver voluto dare questo segnale forte. C’era stato qualche precedente, anni fa, in altre città, ma è adesso, e a Verona, che l’allarme democratico suona forte: chi non vede i manipoli di camicie nere che marciano compatti verso l’ufficio Passi Carrabili? Pugnale, fez e autorizzazione ministeriale: sono i nuovi arditi del divieto di sosta. Vanno fermati in ogni modo. Prima di tutto facendo loro firmare, per l’appunto, l’apposita dichiarazione: chi vuole transitare dal portone di casa deve «riconoscersi nei valori della Costituzione e ripudiare il fascismo». Altrimenti resta bloccato in cortile. A cantare Faccetta nera, aspetta e spera che il carro attrezzi s’avvicina.
Questa iniziativa ci conforta, caro sindaco, perché da un po’ di tempo non avevamo più sue notizie. Quando giocava a calcio lo chiamavano «Chierichetto» oppure «Anima candida», da quando è primo cittadino la chiamano «Fantasma». A parte una apparizione al Gay Pride, noto tempio dei valori cattolici a lei cari, e a parte il tentativo di trasformare in eroe Moussa Diarra, un immigrato ucciso mentre seminava il panico in stazione e cercava di aggredire i poliziotti, poco altro. Tanto che nell’ultima classifica di gradimento dei sindaci italiani è arrivato 91esimo su 96. Sestultimo. Un altro potrebbe dire anche «me ne frego», ma lei come fa? C’è il rischio che poi si debba vietare da solo di uscire dal portone di casa.
Nato a Negrar in Valpolicella, 52 anni, 6 figli, perito commerciale, ex calciatore professionista, dieci anni nella Roma, 25 presenze in Nazionale, già presidente del sindacato dei calciatori, lei ci ha inondato fino alla nausea con la sua retorica buonista: don Milani, il rifiuto della naja, il lavoro a Telepace... Però appena arrivato al potere si è dimostrato tutt’altro che Anima Candida: infatti ha subito cacciato gli amministratori della municipalizzata dell’energia che avevano come unica colpa quella di non essere di sinistra. E l’ha fatto così maldestramente che il Comune è stato condannato a risarcirli con 200.000 euro. Tanto che importa? Mica sono soldi suoi.
A proposito di soldi. Lei ama dichiararsi sempre solidale con gli immigrati. E un giorno ha confessato il perché: «So cosa vuol dire sono stato emigrante anch’io. Infatti sono stato il primo calciatore ad andare in Cina». Certo: si è dimenticato di dire che come emigrante in Cina la pagavano 40.000 dollari al mese, ma non si può avere tutto dalla vita. Ogni cosa va conquistata. Per esempio: da oggi a Verona il passo carrabile va conquistato dichiarandosi antifascisti. O bella ciao. Partigiano portami via. Ma soprattutto porta via la macchina in divieto di sosta.
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Nel riquadro Alberto Chierici, esperto di sistemi di governance dell’Intelligenza artificiale (iStock)
L’esperto Alberto Chierici: «Internet avrà sempre più contenuti pensati e scritti per essere letti e consultati dai robot».
Alberto Chierici, nato in Italia, vive e lavora a Sydney in un istituto che studia sistemi di governance dell’Intelligenza artificiale. Come imprenditore, sta avviando una startup che si chiama Aqura (aqurastudio.com) e si propone di intercettare uno degli snodi più delicati: come far «avanzare» marchi, contenuti, idee, aziende nelle risposte dei chatbot e nella cosiddetta IA «agentica», cioè l’insieme di applicazioni che sempre più manderanno mail, comporranno agende, disporranno pagamenti, scriveranno documenti per noi.
In cosa consiste l’idea centrale di Aqura e chi c’è dietro?
«Il progetto nasce con un’amica italiana con 18 anni di esperienza in marketing e marchi globali e il nome sta per Adaptability quotient. Nelle enormi incertezze sul futuro del lavoro, una cosa è molto chiara: a tutti sarà chiesto un alto quoziente di adattabilità. A questa sigla, Aq, abbiamo aggiunto il suono della parola “cura”: vogliamo creare un servizio di marketing, automatizzato dove serve, ma dove manteniamo questo livello di “cura” perché l’IA non arriva a tutto. C’è sempre un 10% dove l’umano fa tutta la differenza».
Concretamente cosa fate?
«Prima un audit sulla visibilità online della persona o del marchio, poi suggerimenti per una strategia».
Che tipo di sforzo occorre fare per «sedurre» gli algoritmi di Chatgpt e soci?
«Ogni applicativo funziona in modo molto diverso, ma avendo algoritmi poco trasparenti si fa fatica a capire come: bisogna fondamentalmente usarli. Noi ci concentriamo su Chatgpt, Claude, Gemini, Google AI mode e Perplexity. Questi cinque citano fonti diverse e hanno motori di ricerca sottostanti diversi: l’opacità di funzionamento non permette visibilità piena ma solo valutazione dei risultati. Quello che è utile fare, quindi, è studiarli e vedere come cambia la narrazione di un marchio da sistema a sistema. A seconda di queste differenze, i contenuti vanno ottimizzati organizzandoli come risposta alla domanda che si suppone l’utente ponga ai chatbot o agli “agenti”».
Alla luce di questo, che futuro hanno motori di ricerca e i siti? Spariranno?
«Non penso. Ritengo più probabile lo sviluppo di due Internet paralleli: uno per agenti dell’IA e uno per gli utenti umani. Lo stesso sito dovrà avere sempre più una duplice fruibilità. A livello grafico e di interfaccia resteranno caratteristiche fruibili da uomini e donne, ma con un sottostante di codice invisibile all’utente ma decisivo per essere letto e utilizzato dall’IA agentica».
Può farci un esempio di come funzioni un’IA agentica?
«Ho appena sentito il racconto in prima persona di un imprenditore che stava provando Codex, un applicativo di OpenAI per scrivere in codice. Avendo necessità di assumere un manager nell’ambito Formazione e sviluppo dell’IA, ha provato a usare Codex chiedendo a questo “agente” di saltare i passaggi classici di ricerca del personale (apertura di una posizione, selezione curriculum, colloqui), trovandogli direttamente un profilo adatto alle necessità. In poco tempo ha avuto un nome e cognome, e dopo una cena questa persona è stata assunta. Credo spieghi bene quanto sarà sempre più necessario essere “raccontati” in maniera corretta e fedele online».
In che tipo di «rapporto» sono le IA con i social network? Ci sono social più utili o efficaci per “apparire” sui chatbot?
«Alcuni hanno un grado di affidabilità più alto: per esempio, Reddit è molto controllato dagli utenti rispetto al rischio di fake news. Linkedin ha incentivi a essere professionali e credibili più alti rispetto, per esempio, a Facebook. Anche Substack, dopo Wikipedia, sta emergendo come piattaforma interessante per lo “sguardo” dell’IA».
Che tipo scrittura «vince» da questo punto di vista rispetto a quella forgiata per i motori di ricerca con il Seo?
«Chi scrive deve chiedersi a che domanda risponda il suo articolo, esplicitandola nel testo. La firma deve sempre contenere una mini biografia, così si associano meglio contenuto ed esperienza dell’autore. Consiglio sempre di studiare le domande fatte dagli utenti nell’ambito di interesse. Un approccio pigro valuta le domande simulate dai LLM e modella le risposte in base a queste e non a quelle reali».
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Il ministro degli Affari Esteri canadese Anita Anand (a destra) dà il benvenuto al ministro degli Esteri cinese Wang Yi (a sinistra) prima del loro incontro a Ottawa (Ansa)
Il Canada rafforza ulteriormente i legami con la Cina. Una mossa, con cui il governo di Ottawa punta a ostacolare il rilancio della Dottrina Monroe, promosso dalla Casa Bianca.
Venerdì, il ministro degli Esteri canadese, Anita Anand, ha avuto un incontro con l’omologo cinese, Wang Yi. «Il Canada è concentrato sulla crescita della propria economia e sulla diversificazione delle relazioni commerciali», ha affermato la Anand durante il faccia a faccia.
«Il rapporto economico tra Canada e Cina è significativo», ha aggiunto. Nell’occasione, ha anche asserito che il Canada punta ad aumentare le esportazioni verso la Cina del 50% entro il 2030.
Insomma, il governo di Mark Carney conferma la sua linea di progressivo avvicinamento a Pechino: una strategia con cui il premier canadese punta a controbilanciare gli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca l'anno scorso, i rapporti tra Washington e Ottawa si sono fatti particolarmente tesi (soprattutto su commercio e fentanyl).
Certo, il premier dà a intendere di voler salvaguardare il rapporto con gli Usa. Appena giovedì scorso, parlando a New York, si è infatti detto favorevole a realizzare una «nuova partnership» con Washington. Tuttavia, è chiaro come Carney stia portando avanti una linea sempre più filocinese. Non a caso, a gennaio, il premier canadese si era recato a Pechino, per incontrare Xi Jinping e firmare contestualmente un accordo di natura commerciale.
Ottawa sa del resto bene che, nella sua volontà di rilanciare la Dottrina Monroe, Trump punta ad arginare il più possibile l’influenza cinese sull’Emisfero occidentale. Sotto questo aspetto, Carney ha quindi intenzione di rompere le uova nel paniere all’inquilino della Casa Bianca. Tuttavia, la linea del premier canadese sta creando delle fibrillazioni in politica interna. Il Partito conservatore sta infatti criticando l'eccessiva vicinanza a Pechino dell'esecutivo di Ottawa.
Insomma, non è escluso che le tensioni tra Carney e Trump possano presto riemergere. D’altronde, la riedizione della Dottrina Monroe rappresenta uno dei principali capisaldi della politica estera dell’attuale Casa Bianca, proprio perché chiama in causa la crescente competizione geopolitica e tecnologica di Washington nei confronti di Pechino.
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