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Jeffrey Epstein e Ghislain Maxwell (Ansa)
- Dal socio francese alle tre vittime più famose, fino all’assistente di Clinton e al dirigente di Deutsche Bank: una scia che fa paura.
- Il re non si opporrà ai piani per levare il fratello dalla linea di successione (l’ex principe è all’ottavo posto). La scelta spetta però al Parlamento, vero sovrano del Regno Unito.
Lo speciale contiene due articoli
I sospetti omicidi intorno a Epstein sono, appunto, niente più che sospetti. Una serie di testimonianze o coincidenze che, sulla carta, dovrebbero già essere state vagliate dagli inquirenti. Ciò che non consente di sciogliere ogni dubbio, purtroppo, è il trattamento riservato al finanziere ebreo durante il primo processo del 2006, conclusosi con una sentenza ridicola a livello statale, nonostante le pesantissime accuse, e un accordo di non persecuzione a livello federale per lui e i suoi complici. Non si può dubitare, invece, perché si tratta di fatti, della scia di suicidi che ha accompagnato questa vicenda. A partire da quello, per quanto controverso, dello stesso faccendiere, fino ad arrivare al suo complice francese Jean Luc Brunel, alla vittima più nota Virginia Giuffre e a Mark Middleton, assistente di Billi Clinton. Ma non sono i soli.
Sulla morte di Epstein si è già detto molto su queste pagine: sono tante le coincidenze che inducono a dubitare del suicidio - telecamere non funzionanti, corpi finti mostrati ai media, video sospetti, testimonianze inquietanti - se non addirittura della morte. Che dire, invece, di quella di Jean-Luc Brunel, influente agente di modelle francese, ma anche stretto collaboratore di Epstein nel reclutamento di ragazze per lo sfruttamento sessuale? Secondo una recente ricostruzione del Wall Street Journal, Brunel era pronto a tradire Epstein e a riferire alle autorità ciò che sapeva sul traffico del finanziere. I nuovi file rivelano che nel 2016 il francese, tramite il suo avvocato, stava negoziando con i legali delle vittime. In quel frangente ammise di possedere fotografie compromettenti e di aver reclutato ragazze per Epstein in passato. Si arrivò perfino a fissare una data in cui Brunel si sarebbe presentato volontariamente all’ufficio del procuratore federale di New York in cambio dell’immunità. «Uno degli amici di Epstein, Jean Luc Brunel, ha aiutato a procurare ragazze. Vuole collaborare», si legge in un appunto di un procuratore federale datato febbraio 2016: «teme di essere incriminato».
Ma Epstein scoprì prima i negoziati. Il 3 maggio 2016 inviò un’email a Kathy Ruemmler per chiederle aiuto. Proprio lei, l’ex consigliera di Barack Obama, da pochi giorni dimessasi dal ruolo di responsabile legale di Goldman Sachs per la sua insistente (e compromettente) corrispondenza con il pedofilo. Epstein le spiegò che Brunel intendeva presentarsi la settimana successiva all’ufficio del procuratore federale e che un amico del francese aveva «chiesto 3 milioni di dollari affinché Jean Luc non si presentasse». Ruemmler rispose poche ore dopo invitandolo a chiamarla. Il giorno successivo scrisse: «Sveglia ora. Parlo con Poe (Gregory Poe, l’avvocato di Epstein a Washington, ndr) tra 20 minuti». Alla fine Brunel non collaborò, non è chiaro il perché ma evidentemente l’ex consigliera di Obama c’entra qualcosa. Ed Epstein rimase libero (di violentare e far violentare ragazze) per altri tre anni.
Quando fu arrestato nel 2019, Brunel e Ghislaine Maxwell figuravano come co-cospiratori nel fascicolo investigativo dell’Fbi. Brunel, poi, fu a sua volta arrestato in Francia nel 2020: i procuratori d’Oltralpe lo indagarono per stupro e per aver fornito ragazze a Epstein. Nel 2022 lo trovarono impiccato proprio come il finanziere, morto in cella coi suoi segreti. Ma i file rivelano che le autorità statunitensi sapevano già nel 2016,
Il destino di Virginia Giuffre è noto: reclutata a 15 anni da Maxwell, complice di Epstein, mentre lavorava come addetta agli spogliatoi nel resort di Mar-a-Lago di Donald Trump, è la vittima più nota del giro di traffico sessuale. La prima denuncia arrivò nel 2011 sulle pagine del Daily Mail, poi nel 2021 ha intentato una causa civile a New York contro Andrea Windsor per abusi subiti quando era minorenne. La vicenda si è conclusa nel 2022 con un accordo extragiudiziale milionario. Dopo anni di lotta per far emergere la verità, ad aprile dell’anno scorso fu trovata senza vita in un ranch a Nord di Perth, in Australia, dove si era trasferita. Ufficialmente un suicidio. Un mese prima, però, era finita coinvolta in un incidente stradale dai contorni opachi. Altre due vittime di Epstein, Carolyn Andriano e Leigh Skye Patrick, sono state trovate morte entrambe di overdose, rispettivamente nel 2023 e nel 2017. La prima fu un testimone chiave nel processo contro Maxwell, che sta scontando 20 anni di carcere.
Un destino oscuro è toccato anche a Mark Middleton, ex assistente speciale di Bill Clinton alla Casa Bianca, che aveva facilitato l’accesso di Epstein (almeno 17 visite tra 1993-1995) e volato sul suo jet. Trovato morto a maggio del 2022 in una fattoria in Arkansas, impiccato con un cavo elettrico e con una ferita da fucile al petto. L’ex dirigente di Deutsche Bank Thomas Bowers, che aveva gestito i conti di Epstein dal 2013 al 2018 (con multe successive per transazioni sospette), fu invece trovato impiccato nella sua casa a Malibu, anch’egli suicida. L’istituto tedesco, non insolito agli scandali, è tornato al centro delle polemiche anche dopo gli ultimi atti desecretati.
Steve Bing, produttore cinematografico che conosceva Epstein, si è buttato dal ventisettesimo piano del suo appartamento a Los Angeles a giugno del 2020. La sua ex fidanzata (morta di overdose poco prima) lo aveva spinto a parlare con l’Fbi delle attività di Epstein, secondo quanto riportato dalla zia di lei al Mirror. Non si può non ricordare, infine, il padre della Maxwell, morto nel 1991 in circostanze sospette cadendo dal suo yacht. Lo stesso Epstein, in una delle sue mail, scrive che fu ucciso dal Mossad, i servizi segreti israeliani, dopo aver minacciati di rivelare quanto fatto per loro in passato.
Ok di Carlo alla rimozione di Andrea
Il caso Epstein ha finito per scuotere anche le fondamenta della monarchia britannica. Non si tratta più soltanto di imbarazzi personali o di titoli onorifici revocati: ora in gioco c’è la linea di successione al trono. Ieri il Guardian ha riferito che Buckingham Palace non si opporrebbe a un’eventuale iniziativa del Parlamento per rimuovere Andrea Mountbatten-Windsor dall’ordine dinastico. Secondo fonti reali citate dal quotidiano, re Carlo III non ostacolerebbe una legge che escludesse il fratello dalla successione.
Andrea è ancora formalmente ottavo nella linea che conduce al trono, nonostante negli ultimi anni sia stato privato dei titoli onorifici militari e sollevato da ogni incarico ufficiale. Affinché l’esclusione diventi realtà, però, non basterebbe una semplice decisione di palazzo: servirebbe una nuova legge approvata dal Parlamento, l’assenso reale e il consenso dei quattordici Paesi del Commonwealth che riconoscono il sovrano britannico come capo di Stato. Nel frattempo, la polizia ha confermato che le perquisizioni nell’ex residenza di Andrea a Windsor proseguiranno per tutto il fine settimana: l’inchiesta che ha scosso la casa reale, insomma, è ancora in pieno sviluppo.
Lo scandalo, però, non nasce certo oggi. I rapporti tra Andrea e Jeffrey Epstein sono diventati materia di dibattito pubblico già nel 2019, quando la disastrosa intervista dell’ex principe alla Bbc - nella quale negò di avere rimpianti per l’amicizia con il finanziere pedofilo - segnò un punto di non ritorno. Pochi giorni dopo, infatti, Andrea fu costretto ad annunciare il ritiro dai doveri reali. La crisi ha poi continuato a trascinarsi, inasprendo anche le relazioni tra Andrea e il resto della famiglia. Le nuove rivelazioni emerse dagli Epstein files e il recente arresto per presunta cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica hanno fatto il resto. Andrea, com’è noto, respinge ogni accusa, ma politicamente la sua posizione appare sempre più fragile. Anche i rapporti con Carlo si sarebbero progressivamente deteriorati: il nuovo sovrano, che da anni sostiene l’idea di una monarchia con un numero più ristretto di membri attivi, non ha mai nascosto la volontà di proteggere l’istituzione prima dei singoli familiari.
Ed è proprio qui che va sciolto il nodo costituzionale. Nel Regno Unito, infatti, la successione non è un fatto meramente dinastico, bensì è una procedura disciplinata da leggi del Parlamento, dall’Act of settlement del 1701 fino alle riforme più recenti che hanno aggiornato le regole ereditarie. Se Andrea dovesse essere escluso, non sarebbe per decisione sovrana della Corona, ma per un atto legislativo votato a Westminster. E il fatto che Carlo non si opporrebbe a un simile intervento equivale ad ammettere apertamente che l’ultima parola spetta al Parlamento.
In altri termini, è la logica della sovranità parlamentare che regge l’intero sistema britannico: il re regna, ma non governa, e la sua legittimità è inscritta in un quadro legale che il Parlamento, se lo ritiene opportuno, può modificare. Accettare l’ipotesi di una rimozione, pertanto, significa ribadire che la linea di sangue non è un principio intoccabile, ma una regola giuridica come le altre, per quanto più delicata. Nel tentativo di salvaguardare la monarchia dallo scandalo Epstein, Carlo finisce così per confermare che la Corona esiste nella misura in cui Westminster lo consente. Per una monarchia che vive di simboli e continuità, è chiaro che l’eventuale assenso del re rappresenterebbe un precedente di portata tutt’altro che trascurabile.
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Nicola Gratteri (Imagoeconomica)
Il procuratore, sotto scorta dal 1989, è diventato il paladino del M5s e dei sinistrati referendari. Eppure, risulta indigesto proprio a certe toghe rosse. Affetto da incontinenza mediatica, sa di poter dire la qualunque e lamentarsi poi di «frasi strumentalizzate».
Cognome e nome: Gratteri Nicola. Calabrese. Dal 2023 capo della Procura di Napoli, dopo aver retto quella di Catanzaro dal 2016.
Zar della guerra alla ’ndrangheta, che lo vuole morto, il che spiega perché viva sotto scorta dal 1989.
Oggi un eroe dei sinistrati referendari.
Addirittura un beniamino del M5s.
A inizio 2020 Gratteri andò a un appuntamento con Giggino Di Maio, all’epoca ministro degli Esteri, portandosi dietro un ospite non invitato: lo 007 Marco Mancini, immortalato con Matteo Renzi in un’area di servizio in autostrada.
Un agente segreto di lungo corso, con cui il magistrato ha un consolidato rapporto personale, tanto da averlo consigliato ai cinque stelle, come certificato dal Fatto Quotidiano, in periodo di nomine pubbliche.
Gratteri minimizzò: «Mi aveva chiamato per salutarmi, gli ho risposto che stavo andando da Di Maio, mi ha chiesto se poteva accompagnarmi. Tra lui e il ministro c’è stato uno scambio di saluti veloce, sarà durato un minuto» (così Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian su Domani del 17 maggio 2021).
Certo, il Franti che è in me si chiede: ma se tale episodio fosse capitato a un altro, l’inquisitore Gratteri l’avrebbe valutato con altrettanta indulgenza?
Il bello è che a una certa sinistra Gratteri risulta indigesto.
Leggere per credere i complimenti che gli rivolge, in un’intercettazione, Emilio Sirianni, «giudice della corte di appello di Catanzaro, leader di Magistratura Democratica, paladino della sinistra giudiziaria, amico e consulente dell’icona dell’accoglienza che tanto piace alla gente che piace», cioè il sindaco di Riace Mimmo Lucano (così Luca Palamara, radiato dall’ordine giudiziario nel 2020, e Alessandro Sallusti nel libro-intervista Lobby & Logge, Rizzoli 2022, secondo capitolo della trilogia iniziata con Il Sistema, 2021, e conclusasi con Il Sistema colpisce ancora, 2026).
Lucano è preoccupato dalla laconica risposta data da Gratteri a Giovanni Floris su La7, che avanzava dubbi sulla fondatezza dell’inchiesta su Lucano medesimo: «Sarei cauto, bisogna leggere bene le carte».
Sirianni lo rassicura: «Lascialo stare, è un fascista di me..., ma soprattutto un mediocre e ignorante».
Nel 2014 Renzi lo voleva nel suo governo. Come ministro di Giustizia.
Non possumus, lo stoppò il capo dello Stato Giorgio Napolitano.
Come mai?
«Quando era ancora in vita il presidente emerito, a chi mi domandava cosa fosse successo, replicavo: andate a chiedere a lui, non perché non mi ha voluto ministro, ma su chi è stato a consigliarlo in tal senso», così Gratteri il 12 aprile 2025 Su La7.
L’identikit dei suggeritori lo forniscono Palamara e Sallusti: «Roma è grande ma certe notizie girano veloci come in un borgo, il Quirinale è preso d’assalto dai procuratori più importanti - lo stesso Giuseppe Pignatone (30 anni nel Palazzo di Giustizia di Palermo, quindi capo della procura di Reggio Calabria dal 2008 al 2012, infine di quella di Roma fino al 2019, nda) confiderà di aver avuto in quelle ore “contatti” - e dai capicorrente dell’Anm».
Capita l’aria che tira, «Napolitano prende atto che la cosa non si poteva fare».
Altro che rispetto tra istituzioni autonome: qui ce n’è una che condiziona le altre con i suoi suggerimenti, veti e diktat, ma tiremm innanz.
Gratteri è affetto da una certa qual incontinenza mediatica.
«Un protagonista che si ammanta di protagonismo per far parlare di sé» lo ha fotografato un esperto del ramo, Antonio Di Pietro.
Che al Foglio - dopo aver premesso: «È persona che stimo sul piano professionale pur non condividendone l’operato» - ha riassunto così il gratterismo: «Gratteri non ha vergogna di quel che dice, anche se dice il falso, perché sa che verrà creduto a prescindere. Non si prova vergogna quando s’è raggiunto, come lui, uno stato di grazia, lo stesso che toccò a me ai tempi di Mani pulite».
Male che vada, potrà sempre sostenere che le sue frasi sono state «fraintese», «estrapolate dal contesto», «strumentalizzate».
Come quando citò un’intervista a Giovanni Falcone del 25 gennaio 1992, in cui quest’ultimo si sarebbe espresso in maniera inequivocabile contro la separazione delle carriere.
Peccato che di essa «non ce n’è traccia, non esiste, è solo una dichiarazione falsa periodicamente utilizzata soprattutto sui social», così il Post del 12 novembre scorso.
Perché Falcone, quello vero, il 3 ottobre 1991 si era espresso a favore della riforma con Mario Pirani di Repubblica: «Chi, come me, richiede che siano invece due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il pm sotto il controllo dell’Esecutivo».
Va detto che il 17 novembre Gratteri riconoscerà il «mentone»: «Ho letto la finta intervista a Falcone da Giovanni Floris perché me l’hanno mandata persone serie e autorevoli dell’informazione», e amen.
Peggio è andata con l’intervista video al Corriere della Calabria: al referendum sulla Giustizia «per il No voteranno le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».
Dichiarazione surreale, tanto più per il sottoscritto, figlio di un calabrese pluridecorato della Guardia di Finanza: come se Gratteri escludesse la possibilità che possa essere onesto anche chi opterà per il Sì.
Pure sul sorteggio, quale metodo di composizione eccellente per il Csm, previsto dalla riforma, sarebbe stato «mistificato».
Sul palco della festa del Fatto Quotidiano, nel 2021, aveva sentenziato: «Il sistema migliore è il sorteggio puro, anche a costo di cambiare - se è necessario - la Costituzione».
C’è in giro «gente in malafede che chiama sorteggio un elenco di prescelti della politica», l’ha grattuggiata Gratteri: «Il testo proposto sul sorteggio, temperato per i politici e secco per i magistrati, è molto lontano da quella che era la mia idea» ha puntualizzato il 20 gennaio.
Di Pietro: «È un uomo che ha fatto molto per stanare il crimine. Ma la sua è stata una pesca a strascico che ha tirato dentro tanti innocenti».
Gennaio 2018, operazione Stige contro la ’ndrangheta, 169 arresti.
«È solo l’inizio della guerra» tuona Gratteri in modalità generale Patton, «la più grande operazione fatta negli ultimi 23 anni», «un’indagine da portare nelle scuole della magistratura».
Speriamo di no, visto che è finita, sette anni dopo, con meno della metà degli arrestati condannati: «Secondo i calcoli dell’avvocato Francesco Verri, legale di diversi imputati, «tra rito abbreviato e rito ordinario ci sono state circa 100 assoluzioni su 169 arresti», così il Foglio del 27 novembre scorso.
Dopo l’ambiziosa Stige, ecco nel dicembre 2019 la leggendaria Rinascita-Scott.
334 arresti, 416 indagati, 13.500 pagine di ordinanze di custodia cautelare, «la più grande operazione dopo il maxi processo di Palermo», aridanga, e questo perché dal giorno del suo insediamento Gratteri aveva pensato di «smontare la Calabria come un treno Lego, per poi rimontarla piano piano» (e io, ingenuo, che credevo che i magistrati dovessero applicare le leggi, non guidare una palingenesi antropologica).
Il giorno dopo Gratteri, sfogliati i giornali, scriverà un tweet da ego ferito: «La maxi-operazione scompare dalle prime pagine dei grandi giornali: niente su Stampa e Repubblica, un box sul Corriere». Delusione ribadita da ospite di Maria Latella a SkyTg24: «I giornali nazionali hanno boicottato la notizia, il Corriere l’ha data in ventesima pagina, Repubblica e Stampa verso la 15-16esima».
Bilancio a consuntivo? «69 scarcerati già in fase di Riesame, in primo grado 131 assoluzioni contro 207 condanne, in appello altre 50 assoluzioni e 11 prescrizioni».
Risultati che fanno della Calabria la regione che «assorbe più di un terzo dei risarcimenti per errori giudiziari», così Gaetano Mineo sul Tempo del 15 febbraio 2026: «Dal 2018 al 2024, 78 milioni, il 35% di quanto pagato complessivamente dallo Stato per ingiuste detenzioni, 220 milioni», con un tasso di innocenti detenuti quattro volte superiore alla media nazionale, in una regione che ha una popolazione che è il 3% di quella totale.
I maxi-blitz sono figli della madre di tutte le retate, quella contro la camorra nel 1983 che stroncò la carriera, e poi la vita, di Enzo Tortora: 856 ordini di cattura, 640 rinvii a giudizio.
E i 216 in più? Prosciolti in istruttoria, anche per via di oltre 90 casi di omonimia, «in un paese dell’hinterland ne hanno arrestati 10 per prenderne uno, e tra i 10 quell’uno non c’era», così Lino Jannuzzi su Reporter del 23 settembre 1985.
La Procura di Napoli filosofeggiò: «È come quando si taglia una forma di parmigiano: nel conto bisogna mettere anche lo sfrido», le briciole (così Paolo Gambescia sul Messaggero del 2 luglio 1983).
Il fine giustifica i mezzi, insomma.
Il che va benissimo.
Se lo «sfrido» non sei tu.
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Gaia Tortora (Imagoeconomica)
La giornalista: «Nella serie “Portobello” ho ritrovato lo spirito di papà, Fabrizio Gifuni ha studiato. La riforma? Non è contro la magistratura, ma per il suo corretto funzionamento. Le toghe fuori dalle correnti non toccano palla».
Gaia Tortora, chi era tuo padre?
«Un uomo per bene. Che amava leggere e fare il suo lavoro. Un giornalista prima e un conduttore televisivo poi».
Come si comportava in famiglia?
«Era una persona normale. Nonostante fossimo consapevoli della sua popolarità, siamo cresciuti in un clima in cui vigevano le regole delle persone normali. Non abbiamo mai respirato l’aria della popolarità o del vippismo, come si dice oggi. Anche in seguito questo ci ha aiutato a mantenere la barra a dritta».
L’hai riconosciuto nell’interpretazione di Fabrizio Gifuni nella serie tv di Hbo Max Portobello diretta da Marco Bellocchio?
«Ho ritrovato lo spirito di mio padre. Ovvio che nessuno fisicamente potrebbe mai somigliargli, ma con la voce e lo sguardo, Gifuni si è calato nello spirito della persona, non del personaggio. Si vede che ha studiato».
Che ricordo hai del giorno dell’arresto quando hai sostenuto l’esame di terza media?
«Ho un ricordo molto nitido di una giornata iniziata in maniera un po’ strana. C’era un certo lavorio in casa, si abbassava il volume della radio, il telefono che squillava… Cose che attribuivo al mio esame. Invece, era altro».
Vi ripetevate che l’equivoco si sarebbe chiarito in fretta, questione di ore.
«Era evidente che doveva essere così, una svista che si sarebbe chiarita rapidamente».
Hai collaborato alla realizzazione della serie, gli sceneggiatori hanno attinto al tuo libro Testa alta, e avanti?
«È un lavoro iniziato tre anni fa e loro hanno letto tutto quello che c’è in giro. Ci siamo visti, mi aggiornavano. Ma io non ho messo bocca su nulla. Intanto, perché c’era un signore che si chiama Marco Bellocchio, poi per preservare la libertà eventuale di poter dire che un film non mi piace».
Invece?
«È un lavoro molto coraggioso, che finalmente restituisce dignità e verità alla storia di mio padre».
Bellocchio si controlla più che in altre occasioni?
«Anch’io temevo le sue visioni, invece qui è stato molto asciutto».
C’è una scena in cui insieme a tua sorella Silvia e alla zia Anna visitate in carcere il papà, ma lui vi dice di non tornare: come vivesti quella decisione?
«Il carcere è un posto dove nessuno ha voglia di vedere un proprio famigliare. A quei tempi i colloqui avvenivano attorno a un tavolone dove ti dovevi quasi sdraiare per toccare un braccio dell’altro. Capii che il suo desiderio fosse evitare quel genere di situazioni».
Avevi 14 anni e, come si direbbe oggi, il diritto alla spensieratezza: come ha segnato la tua adolescenza quella tragedia?
«Ha segnato tutta la vita, non solo l’adolescenza. Ho capito verso i 50 anni quanto ha inciso su di me, in tutto. Nei rapporti con gli altri, nel volerli proteggere a costo di farmi del male. Da adulta ho iniziato a chiedermi che tipo di persona sarei stata se non fossi entrata in questo inferno».
È importante saperlo?
«È molto buddista dirsi “questa è la mia storia e basta”. Ma ogni tanto la testa va lì, e penso che sarei stata una ragazza più spensierata, senza il carico di dolore che si è accumulato nella vita con perdite su perdite».
Compresa quella di tua sorella Silvia.
«Che è morta a 59 anni, la stessa età in cui morì mio padre. Per fortuna mia madre, mancata nel giugno scorso, è arrivata a 92 anni. Convivo con il fatto di essere sola al mondo».
Tuo padre era l’unico uomo in una famiglia di donne. Che cosa vuol dire quello che scrivi nel libro: «ci siamo tutti trasformati nei doppi di noi stessi»?
«Vivi accantonando il te stesso vero, reale, che vorrebbe piangere, urlare e lasciarsi andare, e indossi i panni di un soldato che vuole raggiungere il prima possibile l’obiettivo».
Come hai potuto sopportare tutto questo dolore?
«Fingendo di non sentire, sostanzialmente, come fossi morta. Cosa che ho pagato con una serie di sintomi che sono emersi in età adulta».
Nella serie qualche scena ti ha commosso più di altre?
«Due forse. Quella del Pulcinella che danza nel corridoio della galera che è una citazione delle lettere rivolte ai giudici da mio padre. E il colloquio con il compagno di cella, il rivoluzionario interpretato da Pier Giorgio Bellocchio, quando mio padre gli dice: “tu sai perché sei qui, io no”».
C’è qualche momento che invece ti ha convinto di meno?
«Francamente no».
Uno dei pregi della serie è mostrare che i pentiti vivevano a stretto contatto nella caserma Pastrengo di Roma e trascorrevano insieme il tempo libero?
«Non solo, godevano di privilegi e potevano montare o smontare le loro versioni. Non a caso si chiamava Grand Hotel Pastrengo».
Un altro pregio è sottolineare la complicità tra la Procura di Napoli e i cronisti di giudiziaria?
«Per come sono andate le cose, più che cronisti erano dei passa veline. Gli uffici della Procura le passavano e loro le pubblicavano senza verificarle e condendole di aggettivi vomitevoli».
Quanto ti dispiace che non l’abbia prodotta la Rai e che non la vedrà un pubblico più ampio?
«Mi dispiace per tutte le persone che mi stanno fermando e che non possono permettersi una piattaforma. Rai Fiction partecipa con una piccola quota. D’altra parte, quando gli americani hanno visto il soggetto sono impazziti e hanno deciso di farne un lancio mondiale».
Qual è stata la causa principale di ciò che è accaduto a tuo padre?
«Ho 56 anni e ancora me lo chiedo. Pensa com’è difficile vivere con questo tarlo nella testa».
È stato vittima di un errore giudiziario o di qualcos’altro?
«Per sintesi lessicale, televisiva ed editoriale si parla di malagiustizia o di errore. Io ritengo ci sia stata in quella magistratura e in quell’informazione del dolo».
Cioè?
«Non verificando e non cercando i riscontri, automaticamente si gioca con la vita di una persona in maniera consapevole. Sai che quello che fai è sbagliato. Quando c’è dolo c’è responsabilità».
Quanto fa male riconstatare che gli inquirenti non hanno verificato le falsità dei pentiti?
«Fa male tutti i giorni, non solo quando se ne parla per una serie o per altro».
Sarebbe bastato chiamare il numero di telefono annotato nell’agendina della compagna di Giuseppe Puca sotto il nome di Enzo Tortona?
«Per questo dico che c’è dolo. Sarebbe bastato anche un accertamento bancario, piccole cose».
I mancati controlli e la superficialità delle indagini derivano da arroganza e presunzione dei magistrati?
«Non lo so. Capisco che voi colleghi poniate la domanda a me, ma forse non sono io a dover rispondere. Quando si mette in piedi un’operazione come quella contro la Nco (Nuova camorra organizzata ndr) se si sfila l’imputato eccellente magari tutto l’impianto accusatorio crolla».
Arroganza e presunzione sono vizi da cui la magistratura di oggi si è liberata?
«Non mi piace generalizzare proprio perché credo nella giustizia, ma non voglio avere paura della giustizia. Non penso che tutti abbiano vizi come quelli che aveva chi ha gestito le indagini su mio padre».
Che cosa pensi del fatto che i magistrati che l’hanno condannato hanno fatto carriera?
«Che è un’assoluta vergogna. E che nei curriculum dei magistrati, molti dei quali sono bravissimi, bisogna controllare quante inchieste hanno portato a buon fine e quante no».
Secondo te, come hanno continuato a vivere quelli che dopo 11 mesi dall’assoluzione in Cassazione hanno appreso della morte di tuo padre?
«Sinceramente cos’hanno fatto o non fatto dopo non lo so e non mi interessa. Di certo, non li perdono».
Che cosa pensi del fatto che negli ultimi sette anni sono stati pagati dallo Stato 220 milioni di risarcimenti per ingiuste detenzioni, 78 dei quali in Calabria dove Nicola Gratteri è stato titolare di numerose importanti inchieste?
«Penso che questo potrebbe essere uno dei casi in cui controllare il curriculum. E che il dottor Gratteri abbia detto una cosa molto grave qualche giorno fa. Stigmatizzando, oltre a massoni deviati, indagati e imputati tra coloro che votano Sì al referendum, ha dato un marchio di colpevolezza a persone che il nostro ordinamento giudiziario presume innocenti fino al terzo grado giudizio. Sono francamente basita che quando questo signore viene intervistato nessuno glielo ricordi».
Che cosa insegna la vicenda di tuo padre riguardo al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati?
«Io voto Sì e avrei votato Sì solo per il merito della riforma anche con un governo di centrosinistra».
Perché prima dell’uscita della serie su Hbo Max alcuni media orientati verso il No hanno preventivamente messo in guardia da strumentalizzazioni?
«Se è per questo ho sentito dire anche che il caso di mio padre è stato un errore del fato. Così come a destra qualcuno lo sventola a sinistra lo si vive con imbarazzo. La libertà ha un prezzo anche se, personalmente, non sono collocabile né a destra né a sinistra. Credo che la gente abbia il cervello per informarsi, guardare un film e decidere. Poi, purtroppo, ora il tema è diventato politico. Abbiamo già visto altri referendum dove entra di tutto come in un frullatore».
Oltre che per favorire la terzietà del giudice nel processo, lo smantellamento delle correnti serve a rendere un po’ meno intoccabile la più intoccabile fra le categorie professionali?
«Forse per renderla più equilibrata. Tanti magistrati che non appartengono alle correnti principali non toccano palla e così sono obbligati ad affiliarsi. Secondo me, questo non è un referendum contro, ma in favore della magistratura e di un suo corretto funzionamento».
Premesso che fu il ministro della Giustizia fascista Dino Grandi a unificare le carriere e che l’ex partigiano Giuliano Vassalli voleva separarle, perché Elly Schlein, Massimo D’Alema, Romano Prodi e Rosy Bindi si sono espressi in favore del No?
«Sinceramente non lo so. Rispetto tutte le opinioni e potrei fare altri nomi di persone di centrosinistra che trovano le ragioni del Sì negli opposti orientamenti di Grandi e Vassalli. Forse coloro che votano No lo fanno all’interno di una logica politica. Siccome al governo c’è una maggioranza di centrodestra, bisogna combattere questa coalizione con tutte le forze».
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Roberto Gualtieri (Ansa)
La Cgil: disparità contrattuali per gli steward della biglietteria di Fontana di Trevi.
Cortocircuito a sinistra. Pd e Cgil hanno sempre fatto del salario minimo e del contrasto allo sfruttamento del lavoro una battaglia di bandiera. Invece accade che a bordo della Fontana di Trevi, uno dei monumenti simbolo di Roma, si stia consumando l’ennesimo paradosso dei compagni.
La Cgil scende in campo a fianco di Fratelli d’Italia per chiedere conto al sindaco Roberto Gualtieri delle condizioni contrattuali degli addetti alla biglietteria e alla sorveglianza di questa attrazione artistica della Capitale. I quali, a quanto pare, percepirebbero 4 euro e 50 centesimi l’ora, l’equivalente di nemmeno un gelato in uno dei numerosi punti di ristoro in zona. O meglio, quanto incassa il Campidoglio dall’ingresso di due turisti che pagano per fare due passi attorno alla fontana e gettare una monetina.
A sollevare il problema è stato, come riportato dal quotidiano Il Tempo, Federico Rocca, esponente di Fratelli d’Italia, consigliere dell’Assemblea capitolina e presidente della commissione Controllo, Garanzia e Trasparenza. A lui si è subito accodata la Cgil Roma e Lazio, lasciando Gualtieri col cerino in mano. Il 3 febbraio scorso, il consigliere ha rivolto un’interrogazione a due membri della giunta capitolina - l’assessore al Turismo, Alessandro Onorato, e l’assessore alla Cultura, Massimiliano Smeriglio - per conoscere le modalità con cui sono stati individuati i 18 operatori incaricati del servizio di presidio e di gestione degli ingressi alla Fontana di Trevi. «Il sindaco Gualtieri, l’amministrazione e il centrosinistra sono ipocriti. Da una parte rivendicano il salario minimo e dall’altra consentono che, all’interno di un servizio legato a uno dei simboli di Roma, operino società che retribuiscono i dipendenti con salari indegni», afferma Federico Rocca. E dire che i soldi non mancano.
Le stime sull’incasso dai biglietti vanno da 6 a 7 milioni di euro l’anno. Valutazioni prudenziali che potrebbero essere facilmente superate a saldo di fine anno, poiché il monumento è uno dei più visitati della Capitale. Non c’è tour turistico che non faccia tappa lì, a qualsiasi ora del giorno e fino a sera. Il numero degli ingressi oscilla tra i 30.000 e i 70.000 al giorno. Un flusso che richiede, da parte degli addetti alla biglietteria e alla gestione delle entrate, una grande attenzione. Quindi anche un impegno di responsabilità, sempre con lo sguardo vigile per evitare che tra la folla non si insinui qualche squilibrato capace di atti di vandalismo.
Il servizio è stato affidato a Zètema, una società di Roma Capitale che poi si sarebbe rivolta a una società esterna per il recruiting del personale. A breve Rocca potrebbe convocare la commissione da lui guidata per avere un confronto con l’Amministrazione. Questa volta Gualtieri non può contare nemmeno sulla sponda della Cgil (la territoriale di Roma e Lazio), che si è smarcata dal sindaco ed è passata all’attacco. Con una lettera ha sollevato la questione denunciando che «i lavoratori addetti alla biglietteria, alla gestione dei flussi e all’assistenza ai turisti di Fontana di Trevi sono sottopagati». Una doppia grana per il Pd capitolino, destinata ad avere risonanza anche a livello nazionale e a impattare sul dibattito portato avanti dalla sinistra del salario minimo.
Non è questa la prima polemica che riguarda la Fontana. Critiche internazionali, anche dal Financial Times, hanno accusato il Comune di aver trasformato un monumento pubblico in una «macchinetta per far soldi». L’amministrazione ha difeso la scelta come necessaria per combattere l’overtourism. Basta però recarsi sul posto per rendersi conto che le transenne per l’ingresso a pagamento hanno congestionato ancora di più il flusso dei turisti.
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