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Ansa
Bruxelles strilla per la presenza di Mosca a Venezia, ma tace su Cuba e Cina, Stati dove i dissidenti vengono fatti morire in cella. D’altronde, è la stessa Ue che finge di non vedere le violazioni delle sanzioni che impone.
Più che un’esposizione internazionale d’arte, la Biennale di Venezia sta diventando il festival mondiale dell’ipocrisia. Non si parla di quadri, di opere, di allestimenti scenografici. Ma soltanto dell’apertura o meno del padiglione russo, considerata da alcuni come una sorta di legittimazione della campagna criminale di Vladimir Putin contro l’Ucraina.
In Laguna, infatti, sbarcherebbero i megafoni del regime invece degli oppositori. Tuttavia, se la Ue non si fosse messa di mezzo, criticando la decisione del presidente Pietrangelo Buttafuoco e alla scelta dei vertici della fondazione non fossero seguite un’infinità di polemiche, nessuno o quasi si sarebbe accorto della presenza di artisti russi. Come peraltro nessuno si è accorto che il padiglione della Repubblica di Cuba alla 61° Biennale si intitola «Hombres libres/Free Man».
Che un regime responsabile della carcerazione di migliaia di oppositori politici, di giornalisti e attivisti dei diritti umani, proponga una riflessione sulla libertà, pare uno sberleffo nei confronti di chi da anni reclama per l’Avana il passaggio alla democrazia. E però la mostra che verrà aperta al Giardino bianco non ha suscitato scandalo. Così come l’Europa non ha avuto nulla da ridire se la Cina, non proprio un campione di liberalismo, all’Arsenale inaugurerà un’esposizione dal titolo «dream stream», ossia flusso dei sogni. Eppure, sia l’isola caraibica che la Repubblica popolare alle loro rassegne portano artisti autorizzati dal regime, non certo i dissidenti. Luis Manuel Otero Alcántara, prigioniero cubano da quasi cinque anni, proprio nei giorni in cui a Venezia si inaugura la Biennale ha trasformato il proprio dolore in un atto artistico e politico elencando, da dentro un carcere di massima sicurezza, tutte le persone scomparse a cui, essendo detenuto, non ha potuto dare l’estremo saluto. E Maykel «Osorbo» Castillo Pérez, rapper in prigione dal maggio del 2021 per aver cantato in strada una critica alla dittatura, per protesta si è cucito la bocca. Non va meglio a Pechino, dove ad Ai Weiwei, celebre artista contemporaneo, è stato a lungo sequestrato il passaporto per impedirgli di viaggiare, mentre Liu Xiaobo, critico letterario e scrittore cinese premio Nobel per la pace, è morto in carcere.
Nonostante questi esempi, nessuno si è indignato per la presenza di Cuba e Cina alla rassegna internazionale d’arte. Così come non c’è stato esponente politico o funzionario di Bruxelles che abbia trovato strana o quantomeno inopportuna la partecipazione alla mostra in Laguna di alcuni Paesi africani, dove la democrazia da anni appare un optional. E allora perché tutta questa indignazione a senso unico per il padiglione russo? L’arte non può essere impermeabile di fronte alla violazione dei diritti umani? Quindi perché non si vieta la presenza di Paesi come l’Iran? Se Teheran non si fosse tirata indietro all’ultimo per i noti problemi con gli Stati Uniti, rinunciando a portare in laguna i suoi artisti (come ha comunicato ieri), i vertici europei non avrebbero trovato affatto sconsigliabile la presenza. La Repubblica islamica ha massacrato migliaia di giovani nel solo mese di gennaio. Tuttavia, esporre delle opere benedette dagli ayatollah non è stato considerato una legittimazione del regime. Infatti, Bruxelles non ha minacciato di tagliare i fondi, cosa che poi ha fatto per la presenza di artisti russi. L’Iran non ha invaso altri Paesi, come invece ha fatto Putin. Vero, ma ha armato fino ai denti una serie di gruppi terroristici e se venisse consentito probabilmente non esiterebbe a usare una bomba atomica per cancellare Israele dalla faccia del Medio Oriente.
Però l’ipocrisia non si ferma ai due pesi e due misure applicati nei confronti di altre dittature, ma riguarda anche la stessa guerra senza quartiere scatenata contro Buttafuoco. Un’Europa che finge di non vedere le violazioni delle sanzioni verso Paesi che commerciano con Mosca e chiude gli occhi di fronte alle importazioni di gas liquido del valore di oltre un miliardo ha titolo per censurare un’installazione artistica, togliendo anche finanziamenti già stanziati? Il problema, dicono, è che a Venezia la voce della Russia sarà quella di Putin. Non è vero, perché il can can suscitato dalla querelle ha acceso i fari sulla questione. E dunque, ammesso che ci siano dissidenti che hanno voglia di parlare, la Biennale di Venezia può diventare una cassa di risonanza per tutti quelli che hanno qualche cosa da dire contro Putin. Certo, invece di invocare la censura sarebbe utile reclamare una maggiore attenzione. Ma per poterlo fare forse, prima di chiedere il bavaglio, bisognerebbe avere qualche cosa di utile da dire.
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Nel riquadro il manifesto della Lega rimosso dopo la protesta degli islamici dell’Ucoii (iStock)
A Venezia i fedeli di Maometto si lamentano per lo spot leghista sui bus contro la costruzione di un tempio islamico. La società concessionaria della pubblicità fa rimuovere i cartelloni: il messaggio non rispetta il codice etico aziendale. Il Carroccio fa ricorso.
Si può inneggiare ai No Tav, schierarsi per il No Trivelle e negare con tutte le forze la caccia e il nucleare. Ma se ti azzardi a scrivere «No moschea» su un cartello vieni bandito dal consesso civile. Accade a Venezia durante la campagna elettorale, con un oscurantismo a orologeria degno di Riad.
E a 455 anni dalla battaglia di Lepanto. Accade alla Lega, che in questa tornata amministrativa ha nel programma la contrarietà alla costruzione di un grande tempio islamico a Mestre; il terreno è stato acquistato dalla comunità bengalese e il rendering mostra il manufatto di 2.000 metri quadrati (più 6.000 di opere accessorie, costo totale dell’operazione 12 milioni), senza cupola e minareti per non dare troppo nell’occhio.
L’allarme è scattato egualmente per le implicazioni sociopolitiche, di identità religiosa e di sicurezza. La Lega si è schierata contro e ha messo il tema nella campagna elettorale (si vota il 24 e 25 maggio), ricordando agli elettori la sua scelta con apposita cartellonistica. Il «No moschea, vota Lega» è finito sui muri, negli spot delle tv locali e pure sulle fiancate degli autobus, luogo particolarmente ambìto per veicolare messaggi viaggianti. Ma qui è sorto l’inghippo: dopo qualche giorno la società Vela, responsabile del trasporto pubblico, ha rimosso gli slogan su indicazione della concessionaria pubblicitaria SD Gestione Servizi (sede a Roma) che ha colto un difetto sostanziale nello slogan: «Non rispetta il contratto e il codice etico dell’azienda. Le norme contrattuali non consentono la diffusione di messaggi religiosi».
La frenata è arrivata dopo le proteste di alcuni candidati di centrosinistra - il Pd ha messo in lista rappresentanti bengalesi per dragare voti - e soprattutto dopo l’intervento dell’Ucoii (Unione comunità islamiche in Italia) che ha presentato un esposto in Procura sottolineando appunto «la discriminazione religiosa» e ha chiesto la rimozione del messaggio. Operazione concretizzata immediatamente neanche fossimo a Teheran: i 70 banner sono stati tolti. I titolari degli spazi hanno fatto sapere: «Ci limitiamo a dare corso alla richiesta presentata dall’ente Vela e proponiamo la sostituzione con un soggetto diverso». Aggiungendo per rabbonire il Carroccio: «Gli eventuali costi aggiuntivi di stampa e nuova affissione saranno a carico del concessionario».
La faccenda sta creando roventi polemiche sia nel merito che nel metodo. Da una parte è singolare la pretesa dei rappresentanti islamici di decidere gli slogan pubblicitari altrui in campagna elettorale, identificando «No moschea» con «No Maometto» utilizzando una proprietà transitiva spicciola. Dall’altra fa specie lo zelo della società del trasporto pubblico veneziano che, alla prima brezza, è intervenuta a dare ragione all’Ucoii e a stracciare gli accordi con la Lega, probabilmente più sensibile alle ragioni sindacali di parte (rischi di sciopero Cgil e affini) che alla tutela di un contratto in essere.
Il bavaglio sulle fiancate dei bus è piaciuto zero al Carroccio. «Ovviamente non lo accettiamo, siamo pronti a presentare un ricorso d’urgenza al tribunale chiedendo che il servizio continui così com’era stato avviato». Il vicesindaco di Venezia, Sergio Vallotto (Lega), non ha intenzione di scendere a patti. «La rimozione della nostra pubblicità elettorale è grave e costituisce un precedente pericoloso. In questo modo si limita la libera espressione di un partito politico a meno di 30 giorni dalla tornata elettorale, evocando inesistenti questioni religiose rispetto a una chiara posizione politica contraria a una proposta urbanistica. Siamo di fronte al tentativo di impedire il libero confronto democratico su un tema che riguarda il futuro di Venezia. Chi sceglie di cedere a queste pressioni indebite non danneggia la Lega, danneggia la libertà di espressione e il diritto dei cittadini di essere informati».
Il braccio di ferro è in atto e la sostanza è in quel terreno, è in quel progetto. Ed è in quel cartello sul quale c’è già scritto «moschea» anche se manca un’autorizzazione decisiva: il cambio di destinazione d’uso dell’area da artigianale e turistica a «zona di attività e interesse collettivo» che dovrebbe comprendere anche un centinaio di parcheggi, un auditorium, una biblioteca, il doposcuola. Per ora esiste un preliminare d’acquisto. Nella polemica si inserisce un dettaglio singolare: a sostenere la moschea è Prince Howlader, esponente della comunità bengalese e tesserato di Fratelli d’Italia, escluso dalla corsa elettorale per non creare attrito proprio con gli alleati.
L’europarlamentare salviniana Anna Maria Cisint, ex sindaco di Monfalcone (che finora di moschee ne ha fatte chiudere tre), apre un nuovo fronte: «Ad ora non c’è un’intesa dello Stato italiano con le comunità musulmane. Chi vuole diventare ente religioso lo deve sottoscrivere. Senza poligamia, senza spose bambine. E poi da dove vengono quei fondi? L’Ucoii non presenta un bilancio dal 2020». In attesa di sviluppi, la Lega ha deciso di trasferire lo slogan su vele private che gireranno per Mestre con i manifesti «fuorilegge». Acqua alta in Laguna, e il Mose non può fermarla.
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(Ansa)
La banca italiana approva l’aumento di capitale fino a 6,7 miliardi per l’offerta sull’istituto tedesco, che accusa: «Volete smantellarci». L’Ops partirà subito e la scalata diventa il test decisivo per l’unione bancaria del Continente.
La partita bancaria tra Milano e Francoforte fa un altro passo avanti. Non è ancora quello decisivo ma il traguardo si avvicina. Il primo atto, quello che conta davvero: l’assemblea straordinaria di Unicredit ha dato il via libera all’operazione con un consenso totalitario. Il 99,55% del capitale presente ha detto sì all’aumento fino a 6,7 miliardi di euro, funzionale all’offerta di scambio su Commerzbank. La banca italiana ha fatto il pieno e ora è pronta a partire.
Fino a 470 milioni di nuove azioni. Munizioni per una campagna che non si annuncia breve né priva di trappole. Secondo il presidente di Unicredit Pier Carlo Padoan Commerzbank non sta esprimendo tutto il suo potenziale. E quindi va «liberata». Una parola che in finanza ha sempre un suono ambiguo: liberata da cosa, e soprattutto liberata per chi?
Padoan insiste: non è un blitz, non è un assalto, è un dialogo lungo diciotto mesi. Peccato che a Francoforte il dialogo venga descritto con toni meno fantasiosi e molto più difensivi. Il messaggio di Commerzbank è chiarissimo: non stiamo parlando di una fusione alla pari, ma di un piano che «smantella la banca così come funziona oggi per i suoi clienti e non paga alcun premio agli azionisti». Insomma: più che un matrimonio, un fidanzamento imposto con divisione dei beni già contestata. E mentre gli uffici legali affilano le definizioni, arriva il parere favorevole della Ue. Perché a Bruxelles e dintorni le fusioni bancarie sono viste con ammirazione. Il ministro greco dell’Economia e presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis lo dice con chiarezza: servono «campioni europei piuttosto», e soprattutto «maggiore solidità». Insomma basta banche piccole che si fanno concorrenza domestica. Servono giganti capaci di giocare la partita globale. Pierrakakis osserva che il vero metro di giudizio non è solo il capitale, ma la capacità di investire in tecnologia. E quando si confrontano Europa, Stati Uniti e Cina, il verdetto è impietoso: troppo piccoli per competere davvero sull’innovazione. In altre parole: se restiamo frammentati, perdiamo la partita non con il vicino di casa, ma con i sistemi bancari continentali. E non è un dettaglio che, su questa linea, anche la Banca centrale europea abbia da tempo mostrato un atteggiamento tutt’altro che ostile all’idea dell’ integrazione. Nessuna pressione. Ma un orientamento ormai chiaro: meno frammentazione, più solidità, più economie di scala. Per anni l’Europa ha predicato l’unione bancaria come obiettivo strategico. Poi, quando qualcuno prova a farla sul serio, la discussione torna improvvisamente nazionale, difensiva, quasi identitaria. Come se la teoria fosse europea e la pratica dovesse restare tedesca.
E infatti il fronte di Francoforte non arretra. Michael Kotzbauer, voce del consiglio di amministrazione di Commerzbank, non usa giri di parole: il piano di Unicredit non è integrazione, è in realta una forma di «disarticolazione». E soprattutto non c’è nessun premio agli azionisti. Che in traduzione libera significa: se questa è un’offerta, manca la parte più sostanziosa del menu.
Ma la partita, adesso, è entrata nella fase decisiva. Perché con l’aumento di capitale approvato e la macchina dell’Ops pronta, non si parla più di intenzioni ma di esecuzione. Il calendario, del resto, è già scritto: conti trimestrali oggi, poi l’avvio operativo, e a fine giugno - o poco oltre - le prime risposte vere del mercato. Quelle che non si misurano nei comunicati, ma nei prezzi. E allora si chiude il cerchio con una frase che suona quasi come un manifesto politico-finanziario come lo definisce Padoan: «Stiamo costruendo la banca del futuro per l’Europa».
È qui che il racconto si fa più grande della singola operazione. Perché non si tratta solo di una banca italiana che prova a scalare una banca tedesca. Si tratta dell’ennesimo tentativo di dare all’Europa quello che proclama da vent’anni e realizza con estrema cautela: un sistema bancario davvero continentale. Il problema, come sempre, è che tra il dire e il fare ci sono gli azionisti, i consigli di amministrazione, le capitali nazionali e quella sottile arte europea del compromesso che rende tutto possibile. E in mezzo a tutto questo, mentre i comunicati si inseguono e le dichiarazioni si contraddicono con puntualità, resta una certezza: questa non è più una trattativa bancaria. È una piccola prova generale di Europa.
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Le gemelle Cappa, Paola e Stefania, cugine di Chiara Poggi (Ansa)
Oggi tocca alle cugine della vittima. Domani al fratello e all’unico indagato per omicidio. «Andrea ci sarà», assicurano i legali, mentre il suo ex avvocato, Lovati, teme la «trappola». Inquirenti sicuri, ma manca l’arma.
Nell’inchiesta sull’omicidio di Garlasco due binari investigativi si stanno per intrecciare a un passo dal capolinea: oggi verranno sentite nella caserma dei carabinieri Montebello di via Vincenzo Monti a Milano, come persone informate sui fatti, le gemelle Paola e Stefania Cappa, cugine di Chiara Poggi; domani toccherà, sempre per delle sommarie informazioni testimoniali, quindi senza l’assistenza di un legale, a Marco Poggi, fratello della vittima e amico di Andrea Sempio, ormai unico indagato per il delitto a sfondo sessuale con doppia aggravante (i motivi «abbietti» e la «crudeltà»). Sempio, convocato anche lui ma con un avviso a comparire per rendere interrogatorio (firmato dai pm Giuliana Rizza, Valentina De Stefano e Stefano Civardi), potrebbe trovarsi nella sala d’attesa il suo vecchio amico, nonostante le notizie delle agenzie di stampa che indicavano come luogo dell’audizione Mestre.
«Ci saremo, poi valuteremo se rispondere o meno», dice Angela Taccia, che con il collega Liborio Cataliotti difende Sempio. Mentre il suo ex avvocato, Massimo Lovati, che probabilmente sospetta una trappola, a Diario del giorno (su Rete 4), rispondendo alle domande di Sabrina Scampini, ha invitato Sempio a «non andare» dai pm e a «farsi portare in manette». «Sicuramente mi presenterò», è invece il messaggio di Stefania Cappa che Gianluigi Nuzzi ha letto durante la puntata di Dentro la notizia (sempre su Rete 4). Di certo la notifica che le gemelle hanno ricevuto spazza via l’animazione mediatica rispetto a un loro coinvolgimento nelle indagini, alimentato anche da una richiesta (qualche mese fa) della Guardia di finanza che avrebbe voluto analizzare i movimenti bancari di tutta la famiglia e della quale non si è più saputo nulla.
La nuova indagine, proprio nella sua fase finale, sembra provare a tenere insieme tutto: il movente, indicato dai magistrati in un rifiuto di un approccio sessuale, la dinamica del delitto, che appare però ancora fumosa (nel capo d’imputazione provvisorio compare, proprio accanto al numero di colpi con i quali prima è stata tramortita e poi uccisa Chiara, la parola «almeno»), ricordi dei testimoni (per Marco Poggi è la terza convocazione nel corso della nuova inchiesta), intercettazioni che non erano state trascritte o che erano state trascritte solo parzialmente dai carabinieri della «Squadretta» dell’ex procuratore di Pavia Mario Venditti (indagato a Brescia per corruzione in atti giudiziari in relazione all’archiviazione del 2017) e approfondimenti online. Quelli su un forum Web (Italian seduction) frequentato da Andreas, alias Andrea Sempio. Una community in cui utenti anonimi si scambiavano consigli su come approcciarsi alle donne. Sempio avrebbe postato oltre 3.000 messaggi fra 2009 e 2016. Qui avrebbe fatto riferimento a due donne che avrebbero tormentato la sua stabilità. «Allora one itis (termine in voga all’epoca nel gergo Web per indicare monomanie e ossessioni amorose non corrisposte, ndr) disastrosa per una barista di una birreria, palo secco, mi do da fare miglioro e tanto». E qui sarebbe da escludere la Poggi. Ma avrebbe scritto anche: «L’unica volta che mi sono innamorato è capitato in un momento oscuro della mia vita, tra i 18 e i 20». Non ci sarebbe però alcun riferimento esplicito a Chiara né al delitto. Una relazione dei carabinieri del Racis pare stia per finire tra gli atti dell’inchiesta. Anche se, come prevede il codice, non sono utilizzabili in un procedimento penale perizie sul carattere, sulla personalità e sulle qualità psichiche di un indagato.
A leggere il capo d’imputazione provvisorio manca invece l’arma del delitto. Neppure ipotizzata. Sempio, insomma, si ritrova con una convocazione nella quale gli viene contestato l’omicidio con doppia aggravante, il movente e una parziale ricostruzione della dinamica. In sostanza la Procura gli comunica di non sapere come e con cosa è stata uccisa Chiara, ma di sapere che è stato lui (il cui alibi, legato a uno scontrino di un parcheggio di Vigevano, non convince gli inquirenti) per un rifiuto sessuale. Resta da chiarire anche l’ingresso nella villetta dei Poggi senza effrazione. Nel 2011, i giudici di appello avevano preso in considerazione, per poi scartarla, l’ipotesi di una rapina finita male. Ma avevano scritto: «Non vi sono segni di effrazione alla porta». E aggiunto che «non vi sono prove che escludono che Chiara Poggi quella mattina, una volta svegliatasi, abbia disattivato l’allarme e abbia fatto uscire il gatto in giardino, lasciando socchiusa la porta di ingresso. O forse l’ha chiusa, ma può averla aperta scorgendo che qualcuno era entrato nel giardino». Uno scenario che oggi torna. Con una differenza: adesso si prova a legarlo al nome di Sempio. È così che si è ristretto il perimetro. Come andrà a finire?
Ieri il presidente del Senato, Ignazio La Russa, intervenuto alla presentazione del libro L’impronta (la lezione di Garlasco e la fiducia degli italiani nella giustizia), di Giancarla Rondinelli, si è detto convinto «che alla fine non ci sarà un colpevole, perché è un processo che si trascina da tanti anni e che ha una ricostruzione due volte negata, poi accolta, adesso messa in discussione da una diversa e antitetica ricostruzione, che però è ancora quella dell’accusa, non è passata nemmeno al vaglio di un’udienza preliminare». E ha aggiunto: «Alberto Stasi ci ha messo cinque processi, se pensiamo che anche Sempio ce ne possa mettere cinque io non ci sarò più quando sarà finito tutto, ma ricordatevi che la mia previsione è che alla fine non ci sarà un colpevole».
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