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2020-02-16
Zingaretti ci sperava. Ma la crisi rinviata lo mette in minoranza
Graziano Del Rio Nicola Zingaretti e Andrea Orlando/Ansa
Ci aveva sperato, seppure solo per qualche minuto, Nicola Zingaretti. Il segretario del Pd, nelle ore torride della tensione tra Matteo Renzi e Giuseppi Conte, aveva immaginato il suo trionfo. Il governo che crolla sotto i colpi dell'ego smisurato di Renzi e della tigna del M5s; il capo dello Stato Sergio Mattarella costretto a sciogliere le Camere; lui, Zingaretti, che questo governo lo ha dovuto digerire senza averlo mai voluto, che dice: «Ve l'avevo detto, di Renzi non ci si può fidare e il M5s è una maionese impazzita».
Invece, niente da fare. Come prevedibile, su suggerimento di Mattarella, Conte ha tenuto il ciuffo dritto di fronte all'all in di Renzi, è andato a vedere il punto e ha scoperto il bluff dell'ex Rottamatore. E così, Zingaretti ha dovuto rimettere nel cassetto il sogno di andare alle elezioni e di liberarsi della pattuglia parlamentare non selezionata da lui, ma dallo stesso Renzi. Avrebbe vinto il centrodestra? «Prima o poi», confida alla Verità un big del Pd vicino al segretario, «le elezioni arriveranno , e con il centrodestra ormai tutto collocato su posizioni estremiste non è scontata la vittoria di Matteo Salvini. Forza Italia nel Paese non esiste più, e Salvini e Giorgia Meloni da soli non raggiungerebbero mai, anche con l'attuale legge elettorale, la maggioranza assoluta in Parlamento».
Niente da fare, dicevamo: Renzi, alzando la posta sulla prescrizione senza avere nemmeno una coppia vestita in mano, si è di nuovo autorottamato, come accadde nel 2016 con il referendum. Non ha fatto i conti con la realtà, Matteuccio, ovvero con la poltronite che ha contagiato anche i suoi. Italia viva ha tre esponenti al governo: due ministri (Teresa Bellanova all'Agricoltura e Elena Bonetti alle Pari Opportunità e alla Famiglia) e un sottosegretario (Ivan Scalfarotto agli Esteri); per non parlare dei 47 parlamentari che, se si tornasse ora al voto, resterebbero a casa. Il bene del Paese, la responsabilità, l'importanza di tranquillizzare i mercati, li costringono all'immenso sacrificio, alla pena quotidiana di restare incollati alle poltrone, non certo il fatto che un treno ministeriale passa una volta sola nella vita. «La sfiducia al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede? Non è all'ordine del giorno», maramaldeggia sul Corriere della Sera la Bellanova, «l'unica priorità è far ripartire il Paese e dare risposte alle emergenze che si chiamano crescita e lavoro». Immaginiamo i salti di gioia di Renzi, sconfessato dalla Bellanova (tu quoque ) perfino sulla ipotetica sfiducia a Bonafede.
E così, Zingaretti, non a caso silenzioso come non mai, deve rassegnarsi, e con lui tutti i suoi fedelissimi, quelli che preferirebbero andare di corsa alle elezioni, rischiando anche di perdere, pur di essere approdare in Parlamento, perché in fondo, si autoassolve un alto dirigente dem vicino al segretario, «finché Salvini non torna al governo da premier, non si misura con i problemi veri, con la finanziaria soprattutto, sarà sempre più popolare». Niente elezioni, che comunque almeno fino al prossimo settembre sarebbero impossibili, a causa del referendum sul taglio dei parlamentari, in programma il 29 marzo, che con tutte le procedure connesse chiude tutte le finestre elettorali precedenti l'autunno. Meno male che sono in arrivo tante, ma tante nomine in importanti società pubbliche, così chi dovrà aspettare ancora per entrare in Parlamento potrà comunque mettere le sue competenze al servizio degli italiani (a proposito, il bluff scoperto di Renzi ha indebolito assai anche il suo potere contrattuale su questo fronte, per la gioia di tutto il Pd, del M5s e di Leu).
Gioiscono invece i governisti, capitanati da quel Dario Franceschini che ha sguinzagliato un attempato big del Pd, Dc come lui, a caccia di renziani scettici, e desiderosi di tornare a casa. Franceschini, patrono delle poltrone, ambasciator portante pena di Sergio Mattarella, è una specie di cyborg programmato per rimanere al governo quando ci sta e per tornarci il prima possibile quando ne è fuori. Parla con tutti: con il M5s (con Vincenzo Spadafora, ministro dello Sport e poltronista radicale all'interno del M5s, si scambia decine di messaggini al giorno), con Leu, con Forza Italia, con Giancarlo Giorgetti, al quale ha fatto i complimenti per l'intervista responsabile e europeista, e con il quale sarebbe lieto di condividere responsabilità di governissimo, superando le divisioni e le incomprensioni per il supremo interesse generale del paese. La password di tutti i social di Franceschini è «responsabilità»: nei giorni caldi dei penultimatum renziani non ha mai perso la calma e, ora che Matteo è tornato a cuccia, ripete a tutti: «Che vi avevo detto?». Contento della figuraccia di Renzi pure Francesco Boccia (guarda caso, ministro). E Andrea Orlando? Anche lui vuole che il governo duri, pur non facendone parte. Qualcuno sostiene che, come ogni vice che si rispetti, stia lavorando per prendere il posto di Nicola Zingaretti, e che quindi lasci rosolare il suo leader a fuoco lento. Le solite maldicenze.
Intanto Conte va a blindarsi da Mattarella
Crisi? Chi ha parlato di crisi? Le dichiarazioni di ieri dei giallorossi, seppure ovviamente ancora caratterizzate da qualche polemica incrociata tra Italia viva e gli alleati, sono le classiche pozzanghere dopo l'alluvione. Mentre Giuseppe Conte si recava al Quirinale da Mattarella, il Pd cantava vittoria: «Noi», dice il ministro dem all'Economia, Roberto Gualtieri, «abbiamo una prospettiva di stabilità, di lavoro triennale del governo. Non dobbiamo sprecare l'opportunità di rimettere il Paese in carreggiata. Dico no al racconto politico spesso fatto di bandierine ed enfatizzazioni di cui non abbiamo bisogno. Saremo giudicati», aggiunge Gualtieri, «per quello che avremo fatto in questo arco di tempo».
All'insegna del volemose bene anche le dichiarazioni del capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, legatissimo a Matteo Renzi: «Questa maggioranza supererà i momenti di tensione. Sono ottimista, ci aspetta una stagione di grande lavoro sui temi della crescita del Paese, il tempo della ricreazione è da considerarsi finito. Non credo», aggiunge Marcucci, «che siano necessari altri innesti nella maggioranza. Il governo è nato nell'interesse del Paese, ora dobbiamo essere tutti conseguenti e far partire un'azione incisiva per sviluppo, investimenti ed occupazione».
«Io credo ci sia molta più crisi sui giornali che nella realtà», spiega il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, del M5s. «Nella realtà», aggiunge Patuanelli, «stiamo lavorando assieme per dare risposte ai cittadini. Abbiamo responsabilmente fatto un governo assieme, dobbiamo portarlo avanti fino al 2023 cercando di creare le condizioni per parlare di cose e non solamente delle piccole beghe personali».
Si toglie qualche sassolino dalla scarpa nei confronti dell'avversario di sempre, Matteo Renzi, il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, del Pd: «Ogni pazienza ha un limite. Il limite», dice Boccia al Corriere della sera, «in questo caso è quando rischi di schiantarti contro il muro. Siamo in una fase nella quale solo gli elettori hanno il diritto di alzare la voce. Questo Paese cambierà quando sarà chiaro che, oltre a realizzarsi la stagione dei doveri cara a Moro, sarà finita la stagione dei ricatti. La domanda vera ora è: si riparte domani mattina o si continua con gli aut aut? Ieri ero a Potenza e non mi hanno chiesto cosa pensavo della prescrizione», aggiunge Boccia, «ma come rilanciamo Sud e aree interne. Il Pd si sta occupando ogni giorno solo dei problemi del Paese e lo fa con la schiena dritta».
«Un consiglio a Conte e Bonafede? Rispetto entrambi», risponde ad Avvenire Maria Elena Boschi, capogruppo alla camera di Italia viva, «siamo amici da anni. Vorrei dire loro come se fossimo nei corridoi di Giurisprudenza 15 anni fa: ragazzi, fermatevi qui, finché siete in tempo. Le mediazioni non si possono fare al ribasso. Elezioni giugno? Finché c'è la democrazia parlamentare io scommetto sulla continuità parlamentare. Cambierà forse il governo, ma si voterà nel 2023. In Italia», aggiunge la Boschi, «purtroppo funziona così. Conosco Giuseppe Conte da quando faceva il professore e non ho alcun problema personale con lui. Certo, giovedì ha usato parole durissime e fuori luogo. Ricorda quante volte Salvini e Di Maio non sono andati in Cdm nel suo primo governo? Non mi pare che abbia reagito così. Ma può capitare. Il punto è che il Pd sta diventando grillino sui contenuti, specie sulla giustizia. Questo per noi significa la sconfitta del riformismo e la fine del garantismo. Noi parliamo di politica», sottolinea la Boschi, «non di maleducazione».
La prossima lite avverrà su Autostrade
Le frizioni restano. A separare il governo e la componente di Italia viva sono le nomine, come abbiamo già scritto sulle colonne della Verità. La partita è solo all'inizio. Prima c'è da definire i rispettivi perimetri di competenza, poi si passerà ai nomi veri da mettere sul tavolo. Nel frattempo Matteo Renzi troverà nuovi argomenti da usare come esca incendiaria.
Giovedì scorso è stata la giornata del Cdm, quella che si è chiusa con la decisione di M5s, Pd e Leu di portare l'intesa della prescrizione sul tavolo del Consiglio dei ministri nonostante l'altolà di Matteo Renzi e l'assenza dei ministri di Italia viva al vertice di Palazzo Chigi. Poco prima della riunione del governo, le commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera bocciavano gli identici emendamenti di Iv e Fi che puntano a eliminare dal decreto Milleproroghe l'articolo che prevede nuove regole sulle concessioni autostradali indicando il percorso da seguire in caso di revoca (nella transizione la gestione passa ad Anas) e riduce le eventuali penali a carico dello Stato. La relatrice, Vittoria Baldino (M5s), e il governo hanno espresso parere negativo su questi emendamenti. Il testo del Milleproroghe finisce, dalla settimana entrante, in Senato.
La versione prodotta dalla Camera vede la data per la revisione delle tariffe ai caselli fissata per il 31 luglio, invece del primo gennaio. Su questo dettaglio è difficile che qualcuno faccia battaglia. Al contrario, Italia viva tornerà all'assalto con un emendamento simile a quello bocciato dai colleghi deputati. L'obiettivo è sfilare l'articolo 35 e quindi togliere ai grillini l'arma contro Autostrade. Non è solo il tentativo di salvaguardare i rapporti con la famiglia Benetton, ma anche il mezzo per mettere in crisi il Movimento e spaccare l'asse che si sta formando attorno al premier Giuseppe Conte. Il Milleproroghe deve diventare legge entro il prossimo 29 febbraio. Quella sarà l'occasione per per infilare il dito nella piaga. Prima di quella data ci sarà un'altra occasione di scontro. Martedì alle 18 è convocata l'Aula per la scelta dei nomi del board di Agcom e Privacy. Nei giorni scorsi sono stati scelti i candidati del Movimento, ma non attraverso la piattaforma Rousseau. Sono stati i parlamentari pentastellati a fornire le loro preferenze per le votazioni, quando si dovranno scegliere i nuovi organi delle authority in proroga da più di sei mesi e nominati sette anni fa, durante il governo Monti. Per la privacy la più votata, con 19 preferenze, è stata Chiara Alvisi, poi a seguire Monica Palmirani (15), Giuseppe Quintarelli (13), Oreste Pollicino (7) e Giuseppe Marvasi (6). Per Agcom invece ha preso 23 voti Elisa Giomi, poi Fabrizio Dalle Nogare (12), Marianna Sala (8), Giovanni Valentini (7) e Giuseppe Attardi (6). Non hanno votato tutti i deputati e senatori grillini. Gli scontenti hanno chiesto di invalidare la votazione e rivotare.
Alcuni hanno spiegato, come ha già avuto modo di raccontare La Verità, che i candidati sono troppo in sintonia con i dem, il che certo non giova a un movimento già dilaniato dalle polemiche. Alla fine, sembra che l'unico contento sia Davide Casaleggio. Il guru, però, avrebbe preferito la vittoria di Dalle Nogare, ex Telecom Italia, ora Fondazione Bordoni, fedelissimo del professor Antonio Sassano, molto vicino anche lui al mondo dem. Visto l'instabilità del momento c'è il rischio che il voto di martedì slitti. Tempo ancora c'è.
I membri delle due Authority resteranno al loro posto fino a fine marzo. Se invece il Pd volesse decidere di andare subito alla conta, allora capiremo se Italia viva voterà assieme a Forza Italia oppure troverà il modo di avvicinarsi al Pd.
Un test che anticipa la battaglia attorno al Mef, dove entro giugno si metteranno in fila oltre 300 nomi per altrettanti incarichi pubblici. Con la differenza che per Agcom (più che per la Privacy) Renzi può trovare la sponda di Fi. In viale XX Settembre, no.
Tutti sanno che l'unica nomina che interessa a Silvio Berlusconi è quella per il Garante delle comunicazioni.
Continua a leggereRiduci
Il segretario del Pd credeva di poter regolare i conti con Matteo Renzi ma ha vinto la linea governista. E c'è chi pensa di fargli le scarpe.La maggioranza stempera i toni, mentre il premier sale al Colle per cercare la via d'uscita sulla prescrizioneSulle concessioni le posizioni sono ancora lontane. Ed entro il 29 si andrà in Aula.Lo speciale contiene tre articoliCi aveva sperato, seppure solo per qualche minuto, Nicola Zingaretti. Il segretario del Pd, nelle ore torride della tensione tra Matteo Renzi e Giuseppi Conte, aveva immaginato il suo trionfo. Il governo che crolla sotto i colpi dell'ego smisurato di Renzi e della tigna del M5s; il capo dello Stato Sergio Mattarella costretto a sciogliere le Camere; lui, Zingaretti, che questo governo lo ha dovuto digerire senza averlo mai voluto, che dice: «Ve l'avevo detto, di Renzi non ci si può fidare e il M5s è una maionese impazzita». Invece, niente da fare. Come prevedibile, su suggerimento di Mattarella, Conte ha tenuto il ciuffo dritto di fronte all'all in di Renzi, è andato a vedere il punto e ha scoperto il bluff dell'ex Rottamatore. E così, Zingaretti ha dovuto rimettere nel cassetto il sogno di andare alle elezioni e di liberarsi della pattuglia parlamentare non selezionata da lui, ma dallo stesso Renzi. Avrebbe vinto il centrodestra? «Prima o poi», confida alla Verità un big del Pd vicino al segretario, «le elezioni arriveranno , e con il centrodestra ormai tutto collocato su posizioni estremiste non è scontata la vittoria di Matteo Salvini. Forza Italia nel Paese non esiste più, e Salvini e Giorgia Meloni da soli non raggiungerebbero mai, anche con l'attuale legge elettorale, la maggioranza assoluta in Parlamento».Niente da fare, dicevamo: Renzi, alzando la posta sulla prescrizione senza avere nemmeno una coppia vestita in mano, si è di nuovo autorottamato, come accadde nel 2016 con il referendum. Non ha fatto i conti con la realtà, Matteuccio, ovvero con la poltronite che ha contagiato anche i suoi. Italia viva ha tre esponenti al governo: due ministri (Teresa Bellanova all'Agricoltura e Elena Bonetti alle Pari Opportunità e alla Famiglia) e un sottosegretario (Ivan Scalfarotto agli Esteri); per non parlare dei 47 parlamentari che, se si tornasse ora al voto, resterebbero a casa. Il bene del Paese, la responsabilità, l'importanza di tranquillizzare i mercati, li costringono all'immenso sacrificio, alla pena quotidiana di restare incollati alle poltrone, non certo il fatto che un treno ministeriale passa una volta sola nella vita. «La sfiducia al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede? Non è all'ordine del giorno», maramaldeggia sul Corriere della Sera la Bellanova, «l'unica priorità è far ripartire il Paese e dare risposte alle emergenze che si chiamano crescita e lavoro». Immaginiamo i salti di gioia di Renzi, sconfessato dalla Bellanova (tu quoque ) perfino sulla ipotetica sfiducia a Bonafede. E così, Zingaretti, non a caso silenzioso come non mai, deve rassegnarsi, e con lui tutti i suoi fedelissimi, quelli che preferirebbero andare di corsa alle elezioni, rischiando anche di perdere, pur di essere approdare in Parlamento, perché in fondo, si autoassolve un alto dirigente dem vicino al segretario, «finché Salvini non torna al governo da premier, non si misura con i problemi veri, con la finanziaria soprattutto, sarà sempre più popolare». Niente elezioni, che comunque almeno fino al prossimo settembre sarebbero impossibili, a causa del referendum sul taglio dei parlamentari, in programma il 29 marzo, che con tutte le procedure connesse chiude tutte le finestre elettorali precedenti l'autunno. Meno male che sono in arrivo tante, ma tante nomine in importanti società pubbliche, così chi dovrà aspettare ancora per entrare in Parlamento potrà comunque mettere le sue competenze al servizio degli italiani (a proposito, il bluff scoperto di Renzi ha indebolito assai anche il suo potere contrattuale su questo fronte, per la gioia di tutto il Pd, del M5s e di Leu). Gioiscono invece i governisti, capitanati da quel Dario Franceschini che ha sguinzagliato un attempato big del Pd, Dc come lui, a caccia di renziani scettici, e desiderosi di tornare a casa. Franceschini, patrono delle poltrone, ambasciator portante pena di Sergio Mattarella, è una specie di cyborg programmato per rimanere al governo quando ci sta e per tornarci il prima possibile quando ne è fuori. Parla con tutti: con il M5s (con Vincenzo Spadafora, ministro dello Sport e poltronista radicale all'interno del M5s, si scambia decine di messaggini al giorno), con Leu, con Forza Italia, con Giancarlo Giorgetti, al quale ha fatto i complimenti per l'intervista responsabile e europeista, e con il quale sarebbe lieto di condividere responsabilità di governissimo, superando le divisioni e le incomprensioni per il supremo interesse generale del paese. La password di tutti i social di Franceschini è «responsabilità»: nei giorni caldi dei penultimatum renziani non ha mai perso la calma e, ora che Matteo è tornato a cuccia, ripete a tutti: «Che vi avevo detto?». Contento della figuraccia di Renzi pure Francesco Boccia (guarda caso, ministro). E Andrea Orlando? Anche lui vuole che il governo duri, pur non facendone parte. Qualcuno sostiene che, come ogni vice che si rispetti, stia lavorando per prendere il posto di Nicola Zingaretti, e che quindi lasci rosolare il suo leader a fuoco lento. 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Dico no al racconto politico spesso fatto di bandierine ed enfatizzazioni di cui non abbiamo bisogno. Saremo giudicati», aggiunge Gualtieri, «per quello che avremo fatto in questo arco di tempo». All'insegna del volemose bene anche le dichiarazioni del capogruppo del Pd al Senato, Andrea Marcucci, legatissimo a Matteo Renzi: «Questa maggioranza supererà i momenti di tensione. Sono ottimista, ci aspetta una stagione di grande lavoro sui temi della crescita del Paese, il tempo della ricreazione è da considerarsi finito. Non credo», aggiunge Marcucci, «che siano necessari altri innesti nella maggioranza. Il governo è nato nell'interesse del Paese, ora dobbiamo essere tutti conseguenti e far partire un'azione incisiva per sviluppo, investimenti ed occupazione». «Io credo ci sia molta più crisi sui giornali che nella realtà», spiega il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, del M5s. «Nella realtà», aggiunge Patuanelli, «stiamo lavorando assieme per dare risposte ai cittadini. Abbiamo responsabilmente fatto un governo assieme, dobbiamo portarlo avanti fino al 2023 cercando di creare le condizioni per parlare di cose e non solamente delle piccole beghe personali». Si toglie qualche sassolino dalla scarpa nei confronti dell'avversario di sempre, Matteo Renzi, il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, del Pd: «Ogni pazienza ha un limite. Il limite», dice Boccia al Corriere della sera, «in questo caso è quando rischi di schiantarti contro il muro. Siamo in una fase nella quale solo gli elettori hanno il diritto di alzare la voce. Questo Paese cambierà quando sarà chiaro che, oltre a realizzarsi la stagione dei doveri cara a Moro, sarà finita la stagione dei ricatti. La domanda vera ora è: si riparte domani mattina o si continua con gli aut aut? Ieri ero a Potenza e non mi hanno chiesto cosa pensavo della prescrizione», aggiunge Boccia, «ma come rilanciamo Sud e aree interne. Il Pd si sta occupando ogni giorno solo dei problemi del Paese e lo fa con la schiena dritta». «Un consiglio a Conte e Bonafede? Rispetto entrambi», risponde ad Avvenire Maria Elena Boschi, capogruppo alla camera di Italia viva, «siamo amici da anni. Vorrei dire loro come se fossimo nei corridoi di Giurisprudenza 15 anni fa: ragazzi, fermatevi qui, finché siete in tempo. Le mediazioni non si possono fare al ribasso. Elezioni giugno? Finché c'è la democrazia parlamentare io scommetto sulla continuità parlamentare. Cambierà forse il governo, ma si voterà nel 2023. In Italia», aggiunge la Boschi, «purtroppo funziona così. Conosco Giuseppe Conte da quando faceva il professore e non ho alcun problema personale con lui. Certo, giovedì ha usato parole durissime e fuori luogo. Ricorda quante volte Salvini e Di Maio non sono andati in Cdm nel suo primo governo? Non mi pare che abbia reagito così. Ma può capitare. Il punto è che il Pd sta diventando grillino sui contenuti, specie sulla giustizia. Questo per noi significa la sconfitta del riformismo e la fine del garantismo. Noi parliamo di politica», sottolinea la Boschi, «non di maleducazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zingaretti-ci-sperava-ma-la-crisi-rinviata-lo-mette-in-minoranza-2645163339.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-prossima-lite-avverra-su-autostrade" data-post-id="2645163339" data-published-at="1768014783" data-use-pagination="False"> La prossima lite avverrà su Autostrade Le frizioni restano. A separare il governo e la componente di Italia viva sono le nomine, come abbiamo già scritto sulle colonne della Verità. La partita è solo all'inizio. Prima c'è da definire i rispettivi perimetri di competenza, poi si passerà ai nomi veri da mettere sul tavolo. Nel frattempo Matteo Renzi troverà nuovi argomenti da usare come esca incendiaria. Giovedì scorso è stata la giornata del Cdm, quella che si è chiusa con la decisione di M5s, Pd e Leu di portare l'intesa della prescrizione sul tavolo del Consiglio dei ministri nonostante l'altolà di Matteo Renzi e l'assenza dei ministri di Italia viva al vertice di Palazzo Chigi. Poco prima della riunione del governo, le commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera bocciavano gli identici emendamenti di Iv e Fi che puntano a eliminare dal decreto Milleproroghe l'articolo che prevede nuove regole sulle concessioni autostradali indicando il percorso da seguire in caso di revoca (nella transizione la gestione passa ad Anas) e riduce le eventuali penali a carico dello Stato. La relatrice, Vittoria Baldino (M5s), e il governo hanno espresso parere negativo su questi emendamenti. Il testo del Milleproroghe finisce, dalla settimana entrante, in Senato. La versione prodotta dalla Camera vede la data per la revisione delle tariffe ai caselli fissata per il 31 luglio, invece del primo gennaio. Su questo dettaglio è difficile che qualcuno faccia battaglia. Al contrario, Italia viva tornerà all'assalto con un emendamento simile a quello bocciato dai colleghi deputati. L'obiettivo è sfilare l'articolo 35 e quindi togliere ai grillini l'arma contro Autostrade. Non è solo il tentativo di salvaguardare i rapporti con la famiglia Benetton, ma anche il mezzo per mettere in crisi il Movimento e spaccare l'asse che si sta formando attorno al premier Giuseppe Conte. Il Milleproroghe deve diventare legge entro il prossimo 29 febbraio. Quella sarà l'occasione per per infilare il dito nella piaga. Prima di quella data ci sarà un'altra occasione di scontro. Martedì alle 18 è convocata l'Aula per la scelta dei nomi del board di Agcom e Privacy. Nei giorni scorsi sono stati scelti i candidati del Movimento, ma non attraverso la piattaforma Rousseau. Sono stati i parlamentari pentastellati a fornire le loro preferenze per le votazioni, quando si dovranno scegliere i nuovi organi delle authority in proroga da più di sei mesi e nominati sette anni fa, durante il governo Monti. Per la privacy la più votata, con 19 preferenze, è stata Chiara Alvisi, poi a seguire Monica Palmirani (15), Giuseppe Quintarelli (13), Oreste Pollicino (7) e Giuseppe Marvasi (6). Per Agcom invece ha preso 23 voti Elisa Giomi, poi Fabrizio Dalle Nogare (12), Marianna Sala (8), Giovanni Valentini (7) e Giuseppe Attardi (6). Non hanno votato tutti i deputati e senatori grillini. Gli scontenti hanno chiesto di invalidare la votazione e rivotare. Alcuni hanno spiegato, come ha già avuto modo di raccontare La Verità, che i candidati sono troppo in sintonia con i dem, il che certo non giova a un movimento già dilaniato dalle polemiche. Alla fine, sembra che l'unico contento sia Davide Casaleggio. Il guru, però, avrebbe preferito la vittoria di Dalle Nogare, ex Telecom Italia, ora Fondazione Bordoni, fedelissimo del professor Antonio Sassano, molto vicino anche lui al mondo dem. Visto l'instabilità del momento c'è il rischio che il voto di martedì slitti. Tempo ancora c'è. I membri delle due Authority resteranno al loro posto fino a fine marzo. Se invece il Pd volesse decidere di andare subito alla conta, allora capiremo se Italia viva voterà assieme a Forza Italia oppure troverà il modo di avvicinarsi al Pd. Un test che anticipa la battaglia attorno al Mef, dove entro giugno si metteranno in fila oltre 300 nomi per altrettanti incarichi pubblici. Con la differenza che per Agcom (più che per la Privacy) Renzi può trovare la sponda di Fi. In viale XX Settembre, no. Tutti sanno che l'unica nomina che interessa a Silvio Berlusconi è quella per il Garante delle comunicazioni.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.