Zelensky senza soldi si consola con i missili
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Stallo al Congresso americano su 105 miliardi di aiuti. Joe Biden rilancia: 175 milioni in armi. «Se Kiev perde sarà conflitto Nato-Russia». Salta il vertice tra i senatori e l’ex comico, ospite al G7. Il «Post» spiega il flop della controffensiva: «Ignorati i consigli degli alleati».

Il «problema improvviso», che ha impedito a Volodymyr Zelensky di prendere parte a un vertice con il Senato degli Stati Uniti, è un problema di soldi. Sono i 105 miliardi che i repubblicani di osservanza trumpiana non vogliono fargli avere. Non prima, almeno, di aver ottenuto dall’amministrazione dem l’impegno a rafforzare la sicurezza alla frontiera col Messico. Sembrava che sulla tranche di aiuti a Kiev, alla Camera dei rappresentanti, ci fosse convergenza bipartisan. Poi, i sostenitori del tycoon newyorkese – il Gop ha la maggioranza dei seggi – hanno fatto saltare il banco. Almeno fino a che La Verità non è andata in stampa.

l’ira della casa bianca

Il segretario del Tesoro, Janet Yellen, si è indignata: così – ha denunciato – gli Usa saranno responsabili della sconfitta dell’Ucraina. Lo ha confermato Andriy Yermak, capo dell’ufficio del presidente del Paese invaso: «Se gli aiuti attualmente in discussione al Congresso verranno ritardati, sarà impossibile continuare la liberazione dei territori. E questo creerà un grande rischio di perdere la guerra». La Casa Bianca aveva già avvisato la resistenza antirussa: entro fine anno, le riserve monetarie saranno esaurite. Nelle casse del Pentagono sono rimasti 6 miliardi. Ieri, Joe Biden è sbottato: «Il mancato sostegno all’Ucraina è assolutamente folle».

Nel tentativo di sbloccare lo stallo, il ministro della Difesa ucraino, Rustem Umerov, ha incontrato i capi di tre commissioni della Camera: Michael Rogers (commissione per le Forze armate), Michael McCall (commissione Affari esteri) e Michael Turner (commissione Intelligence). Insieme a Yermak e al numero uno del Parlamento di Kiev, Ruslan Stefanchuck, ha poi visto lo Speaker repubblicano, Mike Johnson, vicino a Donald Trump, quindi figura chiave per propiziare un’intesa sui finanziamenti. Nel pomeriggio, fonti del governo statunitense hanno annunciato un premio di consolazione per Kiev: un pacchetto da 175 milioni in missili.

Nel frattempo, Zelensky si era collegato in video con il G7, dove ha ammesso che gli aggressori hanno «aumentato significativamente la pressione» al fronte, mentre lo zar auspica il crollo del supporto occidentale. La Russia osservava il summit «con attenzione», come ha precisato Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, compiaciuto che l’avversario sia «in una situazione complessa». «La cosa importante per noi», ha continuato il funzionario di Mosca, «è arrivare ai nostri obiettivi. Ovviamente è preferibile raggiungerli con i mezzi politici e diplomatici. Ma quando l’Occidente e gli ucraini respingono tali metodi, allora l’operazione militare speciale continua». Con scenari che il leader americano considera apocalittici: «Se Vladimir Putin prende l’Ucraina», ha avvisato il G7, «non si fermerà lì». Attaccherà un alleato della Nato e, allora, «avremo qualcosa che non vogliamo: truppe americane che dovranno combattere contro le truppe russe».

Ma siamo sicuri che la guerra per procura non sia già persa? Se ne discute da mesi. L’Economist, una settimana fa, ci ha fatto una copertina. E adesso, il Washington Post ha pubblicato un ampio resoconto sul fallimento della controffensiva, emblema del «pensiero magico» (per citare il Wall Street Journal) che ha animato la fede incrollabile nel trionfo finale dei «buoni». A determinare il flop sul terreno è stato un insieme di fattori: calcoli sbagliati, ritardi nell’azione, l’ostinazione dei vertici militari di Kiev nell’adottare una strategia improvvida.

In primis, il Pentagono voleva che le operazioni venissero anticipate a metà aprile, perché l’invasore stava rafforzando le proprie linee difensive con rapidità ed efficienza. Le truppe di Valerij Zaluzhny, invece, esitavano, non considerandosi dotate di armi ed equipaggiamenti sufficienti.

La divergenza riguardava soprattutto le modalità dell’attacco: in virtù dei risultati di ben otto simulazioni condotte nella base di Wiesbaden, in Germania, gli Usa spingevano per un assalto frontale lungo l’asse meridionale, allo scopo di recuperare l’affaccio sul Mar d’Azov e tagliare il corridoio con la Crimea, fondamentale per gli approvvigionamenti nemici. Paventavano perdite gravissime (fino al 40%), ma confidavano di organizzare la campagna in modo tale da ridurle il più possibile. Gli ucraini, invece, scelsero di schierare le forze in tre punti, aprendo un fronte di 600 miglia. Speravano di diluire la potenza di fuoco russa, ma hanno disperso la loro. Molte risorse, infine, sono state sprecate nella difesa di Bakhmut, che gli alleati chiesero di abbandonare al suo destino.

gli errori occidentali

Pure l’America ha preso cantonate. Ad esempio, ha sottovalutato la Russia, capace di rimediare al disastro della prima fase e di blindare i territori occupati, applicando la classica dottrina bellica sovietica. In più, Washington ha snobbato il monito dell’intelligence, secondo la quale c’era il 50% delle probabilità che la controffensiva fallisse. È finita con Zelensky senza soldi, il Sud Est quasi tutto in mano agli aggressori, il Donetsk sull’orlo della caduta, la resistenza aggrappata a una manciata di F-16 con i quali sfidare i Sukhoi di quinta generazione, i russi che rivendicano avanzamenti in direzione di Kharkiv. Ovvero, la città dalla cui riconquista, lo scorso anno, erano risorte le speranze ucraine. A questo punto, la pace negoziata si complica: Putin ha ricostruito un sistema di alleanze, la sua nazione ha evitato il tracollo economico e Mosca può guadagnare altro terreno, per iniziare a trattare da una posizione privilegiata.

Forse speravamo di usare Kiev per ammonire Pechino. Non ci è andata alla grande.

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