Israel Katz (Ansa)
Beirut caccia l’ambasciatore iraniano, ma il ministro della Difesa dello Stato ebraico annuncia l’occupazione fino al fiume Litani. I media: «Lite tra Bibi e il vice di Donald sulle violenze dei coloni». La Casa Bianca nega.
Israele tira dritto. I funzionari dello Stato ebraico, interpellati da Reuters, sembrano non scommettere un centesimo sulle possibili trattative tra Donald Trump e almeno un pezzo di classe dirigente iraniana. Le condizioni poste dagli americani - rinunciare al nucleare e ai programmi missilistici, nonché al sostegno dei ribelli in Libano e Yemen - sono troppo dure e, secondo gli apparati di Tel Aviv, è difficile che il regime sciita le accetti. Tant’è che ieri, benché il tycoon spiegasse che i mullah sono d’accordo ad abbandonare l’atomica, fonti di Teheran hanno rivelato alla testata statunitense che il Paese pretenderà riparazioni di guerra, rassicurazioni contro futuri attacchi e il controllo esclusivo dello Stretto di Hormuz, per il quale gli Usa, invece, proponevano una gestione congiunta. Soluzione che, peraltro, scontenterebbe gli israeliani: il quotidiano Haaretz ha scritto che un’intesa del genere equivarrebbe a una «chiara vittoria politica iraniana».
Le difese aeree israeliane continuano a registrare fiaschi: le bombe a grappolo, sotto 100 chili di ordigno Emad, hanno ferito sei persone a Tel Aviv, dove un’inchiesta studia le cause di diversi falliti tentativi di intercettare i vettori nemici; alcune schegge sono finite su un villaggio beduino; e un razzo di Hezbollah, nel Nord, ha ucciso una donna. Il rimedio potrebbe averlo Volkswagen: il Financial Times ha scritto che la casa automobilistica tedesca è in contatto con l’israeliana Rafael advanced defense systems per produrre alcune componenti di Iron dome a Osnabrück. Intanto, le Idf proseguono la campagna bellica. Bersagliando anche quelle infrastrutture energetiche che avrebbero dovuto essere risparmiate per cinque giorni.
Il premier, Benjamin Netayahu, fresco di un colloquio telefonico con Trump, ieri ha riunito i leader della coalizione che lo sostengono e i vertici della sicurezza, per discutere delle prospettive del negoziato. Intanto, però, il suo ministro della Difesa, Israel Katz, ha annunciato che l’esercito è pronto a occupare la parte meridionale del Paese dei cedri, fino al fiume Litani. Esattamente come richiesto lunedì da Bezalel Yoel Smotrich, il titolare delle Finanze, esponente del sionismo oltranzista. Sarà una specie di lodo Putin: se si può nel Donbass, si potrà anche in Medio Oriente…
La mossa di Katz dovrebbe dare così seguito all’ultimatum alle autorità libanesi, che erano state invitate a disarmare Hezbollah. In realtà, l’esecutivo di Beirut ha dato dei segnali: ieri, il ministro degli Esteri, Youssef Raggi, ha ritirato le credenziali all’ambasciatore designato dell’Iran, Mohammad Reza Shibani, dichiarandolo persona non grata. Una decisione che ha fatto infuriare l’organizzazione islamista ma ha suscitato il plauso dell’omologo israeliano, Gideon Sa’ar, che l’ha definita «giustificata e necessaria», in quanto diretta contro uno Stato responsabile «della violazione della sovranità del Libano, della sua occupazione indiretta attraverso Hezbollah e del suo trascinamento in guerra». A tal proposito, Reuters ha riferito che, per la prima volta, un missile scagliato dai pasdaran è stato intercettato nello spazio aereo libanese. In più, il ministro dell’Interno di Beirut, Ahmad Hajjar, ha dato notizia di un imminente rafforzamento e dispiegamento delle forze di sicurezza nell’intera nazione. Nel frattempo, le Idf hanno preso di mira «le stazioni di servizio della compagnia Al-Amana, controllata da Hezbollah e che funge da importante infrastruttura finanziaria a sostegno delle sue attività terroristiche». L’esercito sostiene che sulla capitale si sia abbattuto un missile balistico di Teheran. Fatto sta che le sue incursioni, ieri, sono costate la vita a un ragazzino di 15 anni.
Se dagli eventi delle ultime ore emerge una trama, è quella di una progressiva divaricazione tra obiettivi israeliani e statunitensi. Ne è spia il retroscena della conversazione di lunedì tra Netanyahu e il vice di Trump, JD Vance. Il portale Israel Hayom ha svelato che, durante il colloquio, i toni si sarebbero scaldati, per via della richiesta dell’amministrazione americana di intervenire con più determinazione in Cisgiordania, allo scopo di fermare le violenze dei coloni. Washington non darebbe credito alla tesi per cui polizia ed esercito si starebbero sforzando di applicare la legge e nemmeno alla versione che attribuisce gli incidenti ad agitatori di sinistra. Vance avrebbe dunque preteso che Katz dia ai soldati l’ordine di arrestare chi si rende responsabile di abusi sui palestinesi.
L’addetto stampa del numero due della Casa Bianca, sentito da Haaretz, ha poi smentito la ricostruzione, asserendo che la chiamata con Bibi si è concentrata «esclusivamente sull’operazione Epic fury». Ma intanto, il Guardian ha tirato fuori l’ultima ipotesi: l’idea di sostituire il genero ebreo del presidente, Jared Kushner, e l’inviato speciale Steve Witkoff, con lo stesso Vance, in qualità di capo negoziatore Usa a un eventuale incontro con gli iraniani a Islamabad. Più prudente il tycoon: ha precisato che il vice sarà «coinvolto» insieme al segretario di Stato, Marco Rubio. Non sfugge un dettaglio: il vicepresidente rappresenta l’anima del mondo Maga ostile all’influenza di Israele nella politica estera americana e scettica sull’opportunità di inseguire Netanyahu nella sua ennesima guerra. Qualche giorno fa, lo stesso Vance aveva dovuto giurare ai cittadini che il conflitto non sarebbe stato eterno e che non si sarebbe riproposto un pantano stile Afghanistan. Netanyahu, semmai, ha il problema opposto: l’incubo di una vittoria mutilata è peggio di una guerra eterna. Perciò dovrà decidere in fretta: Israele combatterebbe anche senza gli Usa?
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Donald Trump (Ansa)
Donald Trump ha minacciato l’Europa: se entro giovedì il Parlamento Ue non voterà la ratifica dell’Accordo di Turnberry sui dazi, firmato lo scorso anno da Ue e Stati Uniti, perderà l’accesso «favorevole» alle forniture di gas naturale liquefatto (Gnl) da parte degli esportatori americani.
Ha dichiarato al Financial Times l’ambasciatore statunitense presso la Ue, Andrew Puzder: «Se Turnberry non viene attuato, torniamo al punto di partenza. Non so dove si andrebbe a finire. Gli Stati Uniti vorranno continuare a fare affari con l’Europa ma i termini potrebbero non essere altrettanto favorevoli. L’ambiente certamente non sarà altrettanto favorevole. E ci sono altri acquirenti». Questo accordo, firmato nel resort di Trump in Scozia, prevede l’acquisto da parte della Unione europea di 750 miliardi di dollari di energia statunitense entro il 2028, tra cui Gnl, petrolio e tecnologie nucleari civili. Nello stesso accordo è stata applicata una tariffa del 15% sulla maggior parte delle esportazioni europee, mentre la Ue ha accettato di ridurre a zero i propri dazi su beni industriali e su alcuni prodotti agricoli statunitensi.
Da dove nasce la questione del Gnl? Fondamentalmente dal fatto che il Qatar, che produce un quinto del Gnl mondiale, ha dovuto interrompere le esportazioni dopo che l’Iran ha bloccato lo stretto di Hormuz.
È vero che l’Europa ha ritardato la ratifica di un trattato su cui lo stesso commissario europeo per il Commercio, Maros Sefcovic, ha avvertito gli eurodeputati: «Un accordo è un accordo e dobbiamo attenerci alla dichiarazione congiunta di Turnberry». Ma è vero anche che, nel frattempo, è successo di tutto e l’Europa ha dovuto anche occuparsi di altre questioni. Tra queste ci sono tre focolai di guerra accesi: Gaza-Israele, Russia-Ucraina e gli attacchi di Usa e Israele all’Iran che, tra l’altro, la scorsa settimana ha attaccato il complesso di Ras Laffan in Qatar creando ulteriori problemi all’offerta globale di Gnl. Tutto questo è vero e, del resto, che l’Europa agisca con tempi biblici non è una novità.
Detto tutto ciò, non ci pare giustificata, essendo sproporzionata e fuori luogo, la minaccia di Donald Trump. Una cosa è il richiamo a ratificare un patto sottoscritto da Bruxelles. Altra cosa sono le minacce. Non pensiamo che il biondo Donald, in questo momento, sia nelle condizioni di minacciare qualcuno. In particolare, dopo che, inaspettatamente, ha fatto cessare il conflitto in Iran per cinque giorni e non è dato sapere, a questo punto, cosa voglia fare: se ritirarsi anche da quel focolaio, come ha fatto negli altri due casi, dopo aver fatto proclami che poi non hanno avuto alcun seguito. Non è che può far ricadere sull’Europa, e lo scriviamo noi della Verità che con l’Europa non siamo stati mai teneri, sul nostro continente, i suoi problemi economici interni e la sua perdita di consensi andata a picco durante gli ultimi tempi. Oramai con Trump stanno il 36-38% degli americani; il tycoon ha bisogno di soldi per rincuorare quella base elettorale che non lo tollera più per tutte queste guerre che un tempo prometteva di interrompere, ma anche per la crisi economica che attanaglia in particolare le classi medio basse che non lo avevano votato, il cuore dell’America produttiva che sta in mezzo alle due coste americane.
Una volta in più ci appare che il presidente americano non sia guidato, sia nelle dichiarazioni che negli atti concreti, da una logica comprensibile e digeribile anche dai suoi alleati storici più fedeli, tra cui l’Italia. Con questo non vogliamo assolutamente sostenere ciò che è stato sostenuto a sinistra per lungo tempo: «O con l’Europa o con gli Usa». Questa è follia pura, perché ricordiamo che gli Usa sono la prima super potenza mondiale ma, certamente, non possiamo neanche accettare minacce e ricatti che sorgono dalla mancanza di popolarità interna del presidente Trump e dal non aver saputo far ripartire la macchina economica americana.
Scriviamo queste cose certamente non animati da un senso di sollievo ma, semmai, da un senso di timore per un ordine mondiale che ormai è a pezzi e che non può non avere una presidenza degli Stati Uniti che non sia un soggetto che possa, in qualche modo, collaborare a ristabilire, sia pure con enormi difficoltà, qualche linea guida che riporti l’ordine mondiale entro il territorio della ragionevolezza. Cosa che attualmente non vediamo all’orizzonte e non solo, ovviamente, per colpa degli Stati Uniti, ma anche dell’Europa stessa che, pur essendo una potenza economica mondiale di primo piano, non riesce a trasformare questa potenza economica in una altrettanto forte potenza politica sullo scacchiere internazionale.
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2026-03-25
Nucleare e sanzioni, Usa e Iran si parlano. Trump: «Vittoria». C’è Vance ai negoziati
JD Vance (Ansa)
Il presidente: «Hanno accettato di rinunciare all’arma atomica». Washington pronta a inviare altri 3.000 soldati in Medio Oriente.
Donald Trump tira dritto con l’iniziativa diplomatica iraniana. E, per portarla avanti, sembra puntare molto su JD Vance che, dopo tre settimane fuori dai radar, pare stia tornando in auge. Secondo il Guardian, potrebbe infatti essere lui a guidare il team negoziale di Washington nei colloqui con i rappresentanti di Teheran: colloqui che, in caso di risposta positiva dell’Iran, potrebbero tenersi domani (probabilmente a Islamabad, dove è volato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, «con il benestare eccezionale delle autorità statunitensi e israeliane, fanno sapere i media pakistani). Inoltre, l’altro ieri, Vance ha avuto una telefonata con Benjamin Netanyahu sulla crisi iraniana. Ora, non è un mistero che il numero due della Casa Bianca sia sempre stato scettico verso un’operazione militare di vasta portata contro la Repubblica islamica. Tra l’altro, a ottobre, era emerso come, nell’attuale amministrazione statunitense, Vance fosse una delle figure meno morbide nei confronti del premier israeliano.
Non si può quindi escludere che, con la rinnovata centralità del suo vice, Trump voglia mettere sotto pressione il premier israeliano per convincerlo ad allinearsi all’iniziativa diplomatica di Washington. Non dimentichiamo che, pochi giorni dopo l’inizio del conflitto, proprio Netanyahu aveva chiesto spiegazioni agli americani su loro presunti contatti segreti con Teheran. Non è un mistero che Stati Uniti e Israele non siano pienamente convergenti sugli obiettivi del conflitto in corso. Certo, Trump e Netanyahu sono accomunati dalla volontà di impedire all’Iran sia di acquisire l’arma nucleare sia di continuare a foraggiare i suoi proxy regionali.
Dall’altra parte, però, il premier israeliano propende per un regime change in piena regola, laddove la Casa Bianca punta a una soluzione venezuelana: scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio regime dopo averlo adeguatamente addomesticato. In questo modo, Trump, che ieri si è sentito con il premier indiano Narendra Modi per parlare della crisi iraniana, spera di evitare d’impelagarsi in costosi processi di nation building e di cooperare con Teheran in futuro nel settore petrolifero. Più nell’immediato, il presidente americano ha bisogno di riaprire Hormuz per abbassare il prezzo della benzina negli Stati Uniti in vista delle Midterm di novembre. Tanto più che ieri è stato reso noto che i pasdaran hanno imposto il pagamento di un pedaggio per attraversare lo Stretto. Vance, agli occhi di Trump, potrebbe allora garantire il conseguimento di due obiettivi: arrivare a una soluzione venezuelana e, al contempo, rassicurare internamente quel pezzo di base Maga, preoccupato dal prolungarsi del conflitto iraniano. Vance è politicamente vicino a quei colletti blu della Rust belt che rappresentano un bacino elettorale cruciale per il Partito repubblicano. Dal canto suo, Trump ha bisogno di sbloccare Hormuz o per via diplomatica o tramite l’uso della forza: il presidente potrebbe presto annunciare una coalizione che si occuperebbe di scortare le navi nello Stretto oppure potrebbe invadere l’isola di Kharg per costringere i pasdaran a riaprirlo. Trump non sta rinunciando alla pressione militare e sarebbe pronto a schierare altri 3.000 soldati in Medio Oriente.
Il punto è capire come si comporterà Teheran. Il regime khomeinista appare spaccato tra chi auspica la linea dura con Washington e chi, al contrario, è su posizioni più dialoganti. Stando a Reuters, sarebbero proprio i pasdaran, che ieri hanno annunciato delle «operazioni mirate», a spingere per un ulteriore irrigidimento della posizione negoziale di Teheran. Dall’altra parte, però, una fonte iraniana ha riferito alla Cnn che il regime sarebbe disposto ad accogliere un «accordo sostenibile», purché includa lo stop alle sanzioni e permetta a Teheran l’uso della tecnologia nucleare a scopo pacifico.
È in questo quadro che Islamabad continua a cercare di ritagliarsi un ruolo centrale nel processo diplomatico. Ieri, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si è detto pronto a ospitare i colloqui tra Stati Uniti e Iran. «Previo accordo tra Stati Uniti e Iran, il Pakistan si dichiara pronto e onorato di ospitare colloqui significativi e definitivi per una soluzione globale del conflitto in corso», ha affermato in un post, poi rilanciato da Trump, il quale, sempre ieri, oltre a dichiarare vittoria, ha detto che gli iraniani avrebbero «accettato di non avere mai un’arma nucleare» e che sarebbero desiderosi di un’intesa. Il presidente, oltre a confermare che le trattative vedono coinvolti Vance e Marco Rubio, ha altresì asserito di aver ricevuto da Teheran un non meglio precisato «regalo» attinente a Hormuz. «Abbiamo a che fare con un gruppo di persone che, a mio parere, si sono dimostrate all’altezza. Abbiamo ucciso tutti i leader dell’Iran, ora c’è un nuovo gruppo. C’è stato un cambio di regime», ha aggiunto.
Lo stesso ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha esortato l’omologo di Teheran, Abbas Aragchi, a privilegiare «il dialogo e il negoziato». Dall’altra parte, secondo il New York Times, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, starebbe spingendo la Casa Bianca a proseguire il conflitto contro Teheran. Se confermato, ciò sarebbe in linea con il doppiogioco condotto da Riad nelle settimane prima dell’inizio della guerra, quando, a parole, auspicava la diplomazia e, a porte chiuse, premeva per un attacco statunitense contro il regime khomeinista
Non si può, quindi, escludere che possa delinearsi un asse sotterraneo tra Riad e Gerusalemme, volto a promuovere il proseguimento del conflitto con Teheran. Tra l’altro, Bloomberg riportava ieri che l’Arabia Saudita e gli Emirati potrebbero presto unirsi a Usa e Israele nella guerra contro l’Iran. Il margine negoziale di Trump è quindi stretto tra il massimalismo dei pasdaran e la volontà degli alleati di proseguire le operazioni belliche. Vance è chiamato a sciogliere il nodo. E da questo potrebbe passare il suo destino politico in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028.
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Getty Images
Il premier punta a rafforzare il partenariato con il Paese africano, ma le forniture aggiuntive potrebbero subire rincari fino al 20%. Intanto il Qatar conferma la sospensione dei contratti causa guerra. Governo pronto a prorogare il taglio delle accise sui carburanti.
Era prevedibile. Le interruzioni parziali dei flussi di approvvigionamento del gas provenienti dal Golfo, i mercati europei che restano esposti a squilibri dell’offerta e la corsa dei Paesi europei a cercare alternative rapide, hanno posto l’Algeria nella posizione strategica di rivedere i prezzi del gas.
In contemporanea la QatarEnergy ha dichiarato la forza maggiore sui contratti di Gil anche in Italia, il che vuol dire la revisione degli impegni di fornitura già stipulati.
Non sarà una missione facile quella della premier, Giorgia Meloni, oggi ad Algeri per discutere il dossier del gas. Proprio alla vigilia del viaggio, la piattaforma specializzata «Attaqa», citando fonti informate, ha riferito che le autorità algerine si avviano a rivedere i meccanismi di determinazione dei prezzi delle proprie esportazioni di gas naturale e Gnl verso l’Europa, con l’obiettivo di massimizzare i ricavi. Eventuali aumenti delle quantità esportate saranno subordinate a una rinegoziazione dei prezzi, in linea con le quotazioni internazionali. In sostanza, l’incremento delle forniture sarebbe legato a condizioni economiche più favorevoli.
L’Algeria è già il principale fornitore energetico dell’Italia. Nel 2025 ha esportato verso il nostro Paese circa 20,1 miliardi di metri cubi di gas tramite il gasdotto TransMed, ovvero circa il 31% delle importazioni complessive italiane. Sono già in corso i negoziati tra Eni e Sonatrach, per rinegoziare i contratti di fornitura in scadenza nel 2027. Algeri è strategica anche per il gas naturale liquefatto: nel 2025 sono arrivati in Italia 47 carichi di Gnl algerino su un totale di 221, contro i 31 su 150 del 2024, con un incremento di oltre il 50% su base annua.
Il viaggio di Giorgia Meloni serve quindi a rafforzare il partenariato tra Italia e Algeria che oltre alle forniture energetiche riguarda anche il potenziamento delle infrastrutture, il rafforzamento degli investimenti italiani e i primi passi per l’istituzione di una Camera di commercio italo-algerina.
Il gas è comunque il tema centrale della visita. Le indicazioni disponibili suggeriscono che Algeri punti a un aumento dei prezzi compreso tra il 15 e il 20% sulle forniture aggiuntive, sia via gasdotto sia sotto forma di Gnl. Una mossa volta a capitalizzare i livelli raggiunti dal mercato europeo, dove le quotazioni hanno recentemente superato i 70 dollari per megawattora. Algeri ha avviato negoziati avanzati con Italia e Spagna per incrementare le forniture. Le mosse algerine si inseriscono nel quadro degli sforzi europei per diversificare le fonti di approvvigionamento. In particolare, operatori energetici italiani, con il sostegno del governo, stanno lavorando alla conclusione di nuovi contratti di medio-lungo termine.
Sul fronte produttivo, l’Algeria sta spingendo per aumentare al massimo le esportazione di Gnl, approfittando del rallentamento parziale di alcuni concorrenti. La capacità complessiva di liquefazione é stimata intorno a 25,3 milioni di tonnellate annue, elemento che consente una certa flessibilità nella destinazione dei carichi. Al contempo, il Paese mira a compensare il calo delle esportazioni registrato nel 2025, pari a circa il 18%, attraverso un miglioramento dell’efficienza operativa e un incremento della produzione. I dati indicano una forte ripresa delle esportazioni nella prima metà di marzo 2026, con un aumento del 74%.
Oltre all’Algeria si apre un altro fronte di criticità per l’Italia. QatarEnergy ha dichiarato la forza maggiore su alcuni dei contratti a lungo termine per la fornitura di gas naturale liquefatto ad Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina. La mossa era stata anticipata come possibilità qualche giorno fa dal ceo del gruppo, Saad al-Kaabi a seguito degli attacchi iraniani a due dei suoi 14 impianti di liquefazione del gas naturale (Gnl) e a uno dei due impianti di gas-to-liquids (Gtl). Dichiarare la forza maggiore sui contratti a lungo termine, significa l’esonero dalla responsabilità contrattuale fino a cinque anni per le forniture di Gnl. Le riparazioni degli impianti danneggiati, ha spiegato il ceo, mettono fuori uso 12,8 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno per 3-5 anni. Oltre all’Italia, nel giro di vite del Qatar sono coinvolti Belgio, Corea del Sud e Cina.
Intanto sono accesi i riflettori sul prossimo Consiglio dei ministri. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin ha detto che sarà il governo a valutare una eventuale misura per ridurre il prezzo dei carburanti. Sul tavolo la possibilità di una proroga del taglio delle accise oltre i 20 giorni già decisi con scadenza il 7 aprile. Bisognerà però trovare le risorse, un compito non facile che spetta al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il pressing riguarda anche l’estensione dello sconto ad alcune categorie. C’è poi il decreto bollette che, dopo il confronto a Bruxelles sugli Ets, ripartirà nel proprio iter parlamentare. Al momento è previsto un bonus di 115 euro per i meno abbienti. Non è escluso un intervento per potenziare l’aiuto.
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