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2020-02-03
Con proiettili di gomma e cariche, Macron mette il bavaglio al popolo francese
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Essere giornalisti in Francia, nel 2020, può costare caro perché la polizia non esita a usare le maniere forti con cronisti, fotografi, videocineoperatori freelance, titolari del tesserino della stampa transalpina o meno. Uno degli episodi più recenti si è verificato il 9 gennaio 2020 quando, il giornalista indipendente del collettivo Reporters en Colère (reporter arrabbiati, ndr) Jean Ségura è stato placcato a terra dalla polizia mentre era impegnato a seguire una manifestazione contro la riforma delle pensioni. Gli agenti che hanno violentemente immobilizzato il cronista, gli hanno anche distrutto un cellulare e danneggiato una macchina fotografica. In seguito lo hanno trasferito in un commissariato di polizia, dove è stato trattenuto in stato di fermo per circa 24 ore. In una conferenza stampa improvvisata, tenuta dopo il suo rilascio, Ségura ha raccontato di essere stato immobilizzato mentre tentava di soccorrere un altro giornalista. Il freelance ha dichiarato che, mentre veniva bloccato al suolo, uno dei poliziotti gli ha chiesto «sei sempre un giornalista, stronzo?».
Qualche giorno dopo, un altro freelance, Taha Bouhafs, è stato prelevato dalla polizia in un teatro parigino. La sua colpa? Aver scritto su Twitter di essere «tre file dietro al presidente della Repubblica» e di aver segnalato la presenza di oppositori alla riforma pensionistica nelle vicinanze del teatro. Secondo alcune fonti, questa figura del giornalismo indipendente è controversa. Ad esempio, il settimanale L'Obs lo presenta come un ventiduenne militante antirazzista che lavora per il sito d'informazione Là-bas si j'y suis. Tuttavia, il suo fermo è apparso fin da subito supportato da deboli motivi. Tra l'altro si è scoperto che, qualche minuto prima del cinguettio del giornalista, ce n'era stato un altro che segnalava già la presenza del capo dello Stato.
Questi due episodi danno un'idea concreta di come la polizia transalpina tratti i giornalisti, in ossequio agli ordini impartiti, per la gestione delle manifestazioni, dal ministro dell'interno Christophe Castaner e, prima ancora, dal presidente Emmanuel Macron. Come riportato più volte da La Verità, con la nascita del movimento di protesta dei gilet gialli - il 17 novembre 2018 - le forze dell'ordine d'Oltralpe hanno assunto un atteggiamento estremamente repressivo nei confronti dei manifestanti, in generale, e dei giornalisti in particolare. Come è possibile constatare in un video pubblicato da La Verità il 24 novembre 2018 nei pressi degli Champs Elysées, la polizia ha caricato anche il corrispondente del quotidiano mentre stava registrando un video ( https://www.laverita.info/video-gilet-gialli-2621384209.html )
Con l'avvio della contestazione al progetto di riforma delle pensioni - iniziato il 5 dicembre 2019 - il comportamento della polizia nei confronti della stampa non è cambiato. Questo nonostante, negli ultimi mesi, anche l'Ong Reporters Sans Frontières (Rsf) - impegnata nella difesa dei giornalisti in tutto il mondo - abbia lanciato vari allarmi. Dall'inizio della contestazione in giallo, «Rsf ha registrato 54 casi di giornalisti feriti e più di 120 incidenti che hanno coinvolto le forze dell'ordine», dichiarava l'associazione in una nota del 15 novembre 2019. «Che siano professionisti o no, titolari di un tesserino della stampa o meno - continuava Rsf - numerosi giornalisti testimoniano di essere stati oggetto di violenze ingiustificate da parte delle forze dell'ordine». Nella stessa nota, l'associazione proponeva al ministero dell'interno di diffondere una circolare destinata agli agenti «imponendo loro di rispettare l'esercizio dell'attività giornalistica nelle manifestazioni». La stessa circolare avrebbe dovuto anche «riaffermare la necessità di preservare la funzione informativa dei giornalisti nelle manifestazioni». Rsf ha reclamato anche delle sanzioni disciplinari «prese sistematicamente» per punire i poliziotti o i gendarmi che hanno fatto ricorso «ad atti di violenza e coercizione illegittime contro dei giornalisti». Una violenza che include anche «la confisca di materiale, gli ostacoli alla libertà di circolazione sui luoghi in cui si svolgono le manifestazioni o la copertura volontaria del numero di matricola».
Nonostante queste richieste, il ministero dell'interno, governo e la presidenza non hanno risposto. Tant'è che, già dodici giorni dopo l'inizio della contestazione contro la riforma pensionistica Rsf ha dovuto suonare di nuovo un campanello d'allarme rilevando «una banalizzazione delle violenze nei confronti della professione (giornalistica)». Senza giri di parole l'associazione di difesa dei giornalisti ha scritto che «non si contano più le testimonianze di conseguenze fisiche» come «ematomi causati da manganellate, bruciature causate dall'esplosione di granate usate per rompere gli accerchiamenti». Rsf ha anche denunciato «ostacoli all'esercizio del lavoro giornalistico in seguito alla distruzione di attrezzature o a causa di fermi di polizia».
Il 9 gennaio scorso, il giornalista Rémy Buisine del media online Brut, è stato fermato e portato in commissariato con l'accusa di detenere «un'arma da guerra». Tale «arma» era una maschera anti gas. Il giornalista l'aveva con se solo per proteggersi dai lacrimogeni, usati abbondantemente dalla polizia praticamente in ogni manifestazione.
Dopo la diffusione di video che mostravano violente reazioni di alcuni poliziotti, il 14 gennaio 2020, Emmanuel Macron ha chiesto al governo, guidato da Edouard Philippe, di presentare delle proposte per «migliorare la deontologia dei poliziotti». Poi, nelle manifestazioni, si è assistito ad un timido cambiamento di atteggiamento nei confronti dei contestatori. Il 26 gennaio 2020, il ministro Castaner ha chiesto l'interruzione "immediata" dell'uso delle granate lacrimogene modello Gli-F4. E' un primo passo verso l'eliminazione delle armi non letali, dalle dotazioni delle forze dell'ordine. In effetti, secondo un rapporto della polizia stessa citata dal Défenseur des Droits - l'authority transalpina per la difesa dei diritti dei cittadini - «la Francia è il solo Paese d'Europa a usare le munizioni esplosive» contro dei manifestanti, nelle operazioni di mantenimento dell'ordine. C'è da sperare che questa, non resti una misura isolata e che altri giornalisti non rimangano vittime delle violenze della polizia. Perché informare è un diritto e un dovere. In particolare nella patria della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.
Testimonianza di Nicolas Descottes, fotografo freelance ferito l'8 dicembre 2018
In occasione del quarto atto della protesta dei gilet gialli, svoltosi a Parigi l'8 dicembre 2018, il fotografo freelance Nicolas Descottes è stato ferito gravemente da un proiettile di gomma, sparato da un poliziotto con un fucile Lbd-Lanceur de Balles de Défense. Il colpo è arrivato sullo zigomo destro del fotografo, provocandogli un grande ematoma. «Sono stato fortunato perché il proiettile mi ha colpito qualche centimetro sotto l'occhio, per questo non ho perso la vista» racconta a La Verità Descottes. «Dopo aver seguito le manifestazioni dei gilet gialli del 23 novembre e quella del 1 dicembre 2018 - ricorda il fotografo - ho deciso di occuparmi anche di quella dell'8 dicembre, così sono andato sugli Champs Elysées». Arrivato sulla celebre avenue parigina, Descottes ha ottenuto il permesso di accedere alla zona della manifestazione dai poliziotti Crs (qualcosa di simile alla Celere italiana, ndr), pur avendo con sé un casco protettivo. In effetti, con il susseguirsi degli "atti" in giallo, gli agenti hanno sistematicamente sequestrato questo tipo di protezioni o fermato chi le portava. Questo perché la presenza di caschi fa rientrare il soggetto che lo porta nella categoria dei disturbatori potenziali. «Era la prima volta che mettevo un casco, in vita mia, per seguire una manifestazione» spiega il fotografo «quel giorno ho sentito che la tensione era più forte, rispetto ai sabati precedenti». Questo anche perché «il governo aveva dispiegato gli agenti della Bac (Brigata anti criminalità) che hanno una scarsa esperienza della gestione delle manifestazioni e, a dire il vero, sono ultra violenti». Con l'evolversi della situazione Descottes si è spostato fino ad arrivare all'incrocio tra gli Champs Elysées et l'avenue George V. «Avevo notato che i poliziotti effettuavano delle incursioni per cercare di catturare dei manifestanti considerati violenti e ho continuato a fare delle fotografie». «Nel mio penultimo scatto - ricorda ancora il fotografo - si vede un poliziotto che mi prende di mira». Poi l'impatto.
Prima del ferimento, le foto di Nicolas Descottes erano state pubblicate da varie testate francesi, come ad esempio il quotidiano Libération. Ma il colpo di proiettile di gomma ricevuto in faccia, lo ha obbligato ad osservare un periodo di pausa. Uno stop che si è protratto praticamente fino alle manifestazioni contro la riforma delle pensioni delle ultime settimane.
Per avere un'idea del clima di quel sabato «in giallo», è utile leggere l'edizione del 7 dicembre 2019 di Le Monde, nella quale è pubblicata un'inchiesta sulle azioni della polizia di un anno prima. La testata ricorda che dopo «il saccheggio dell'Arco di Trionfo», avvenuto il primo dicembre 2018, «le autorità hanno modificato la loro strategia nei confronti dei gilet gialli». Per il quotidiano, le forze dell'ordine hanno effettuato degli «arresti basati su motivi opachi» e praticato delle «dispersioni e tiri di Lbd». In totale, in quella sola giornata, sono stati registrati 126 feriti. D'altra parte, secondo Le Monde, il comando delle operazioni di polizia - esattamente alle 13:06 di quel sabato - ha comunicato ai poliziotti un messaggio chiaro: «non esitate a percuotere coloro che entrano in contatto con voi [...] farà riflettere quelli che verranno dopo». Una parafrasi di «colpirne uno per educarne cento?».
Il caso di RT France e le leggi contro le fake news
Fare i giornalisti in Francia, nel 2020, non significa solo rischiare di prendersi delle manganellate dalla polizia o avere delle chance di finire in cella per aver documentato una manifestazione. Sui professionisti dell'informazione transalpina incombono anche altri rischi, come quello di incappare nelle sanzioni previste dalla legge sulle fake news, approvata dalla maggioranza macronista a fine 2018. In un futuro non troppo lontano, inoltre, i giornalisti potrebbero essere puniti con le sanzioni che stanno delineandosi nel dibattito parlamentare sul progetto di legge contro l'odio in rete nota come la legge Avia, dal nome della sua promotrice : la deputata di maggioranza Laetitia Avia.
Il testo della legge contro le fake news autorizza i giudici a far cessare la diffusione di «allegazioni o imputazioni inesatte o capaci di indurre in errore su un fatto capace di alterare la sincerità dello scrutinio». In altre parole, se un candidato si ritiene leso da una presunta fake news, può chiedere a un magistrato di bloccarne la diffusione nei tre mesi precedenti ad un'elezione. In questo modo la verità viene stabilita con una sentenza. La stessa legge prevede per i social network e i motori di ricerca, l'obbligo di fornire le informazioni ai committenti delle pubblicità politiche a pagamento. Devono anche rendere noto il costo degli spot elettorali e i nomi dei committenti. Per finire, la legge francese contro le fake news prevede che il Consiglio Superiore dell'Audiovisivo (una sorta di Commissione di vigilanza Rai, ma con poteri estesi anche ai canali tv privati, ndr) possa sospendere la diffusione in Francia di canali «controllati da uno Stato straniero o sotto l'influenza» di una potenza estera nel caso trasmettesse in modo deliberato false informazioni. Senza dirlo, questa parte della legge mira a silenziare la versione francese di RT France (Russia Today). I giornalisti di questo canale - tutti cittadini francesi titolari del tesserino della stampa transalpino - non hanno l'accreditazione all'Eliseo e sono stati spesso respinti dai meeting elettorali macronisti, ad esempio durante la campagna delle europee 2019. E pensare che, anche in Francia, aveva fatto discutere l'espulsione in diretta dalla sala stampa della Casa Bianca decisa dal presidente Usa Donald Trump, del giornalista della Cnn Jim Acosta.
Da quando è stato eletto, Emmanuel Macron non ha mai fatto mistero della sua voglia di mettere la museruola alla stampa. Come scriveva La Verità già all'inizio dell'anno scorso, Monsieur le Président rifletteva alla possibilità di piazzare nelle redazioni dei giornalisti stipendiati dallo Stato. Tutto è nato durante un incontro, tenutasi all'Eliseo, tra il capo di Stato francese e un ristretto gruppo di giornalisti selezionati. Tra essi c'era anche Etienne Gernelle, direttore del settimanale Le Point, che ha riportato le dichiarazioni del presidente, nell'edizione del 3 febbraio 2019 del giornale da lui diretto. «Il bene pubblico è l'informazione - aveva dichiarato Macron - e forse è ciò che lo Stato deve finanziare» aggiungendo poi che «bisogna assicurarsi che [l'informazione] sia neutra. Finanziare delle strutture che assicurino la neutralità. Per quanto riguarda la verifica delle informazioni, che ci sia una forma di sovvenzionamento pubblico accettata, con dei garanti che siano dei giornalisti. Questa remunerazione deve essere svincolata da qualsiasi interesse. Ma da un certo punto di vista, questo deve venire anche dalla professione». Per ora questo progetto non è stato realizzato ma, nel corso dell'ultimo anno, non sono mancate prese di posizione apertamente filo governative, da parte di varie "star" dell'informazione transalpina.
«La violenza poliziesca serve a mettere il bavaglio al popolo»
Uno degli osservatori dell'ondata di contestazioni che hanno attraversato la Francia in questi ultimi anni è Ivan Rioufol, editorialista di Le Figaro. Già in occasione del primo sabato di protesta dei gilet gialli, ha seguito i manifestanti per cercare di decifrare questo movimento. Da allora, ha seguito una quarantina di manifestazioni dei cittadini in giallo. Rioufol ha raccolto queste osservazioni in un libro appena arrivato nelle librerie francesi intitolato: Les Traîtres (edizioni Pierre Guillaume de Roux). Tradotto in italiano, il titolo significa «I traditori». In esso, il giornalista parla del «popolo arrabbiato che ha scosso il potere macronista» e che «non ha fretta di tornare a stare in silenzio». Parlando con La Verità del trattamento riservato alla stampa, dalla polizia francese, nel corso delle manifestazioni, Ivan Roufiol ritiene che sia «una cosa desolante». «Le botte ai giornalisti sono una dimostrazione del fatto che il potere attuale è allo stremo». L'editorialista ammette che ci siano stati anche «dei comportamenti vergognosi da parte dei manifestanti nei confronti di alcuni giornalisti» ma riconosce che la stampa alternativa, attiva soprattutto sui social network, «abbia talvolta obbligato i grandi media ad occuparsi di certe vicende». Tra queste, ricorda Rioufol, figura il presunto assalto dell'ospedale parigino de La Pitié Salpetriere, a opera dei gilet gialli, il primo maggio 2019. Quel giorno, alcuni manifestanti in giallo erano penetrati all'interno del reparto di rianimazione chirurgica. Quando ancora non si conosceva ancora esattamente la dinamica dei fatti, il ministro dell'interno Christophe Castaner aveva scritto su Twitter che il nosocomio era stato attaccato. Secondo il titolare del Viminale transalpino inoltre, il personale sanitario era stato aggredito. Poche ore dopo Martin Hirsch, il direttore degli ospedali parigini, aveva rincarato la dose parlando di «un tentativo di intrusione violenta».
In seguito Le Monde ha potuto visionare dei video che mostravano una situazione molto diversa da quella descritta dal ministro e dal direttore. In realtà, i manifestanti stavano cercando di trovare un riparo per evitare di subire un intenso lancio di lacrimogeni da parte della polizia che non faceva alcuna differenza tra gilet gialli e black block. Insomma la fake news non era stata creata dai media ma dalle autorità.
Per il giornalista di Le Figaro tuttavia, il comportamento della polizia all'ospedale della Pitié Salpétrière e in molti altri casi, non dipende dalla responsabilità degli agenti. «La violenza poliziesca - spiega Rioufol - è stata provocata dal rigetto del potere da parte del popolo, perché doveva evitare che il popolo prendesse la parola». Per l'editorialista, la reazione violenta del governo di fronte alla folla illustra bene un vecchio detto francese: «se si vuole annegare il proprio cane, lo si accusa di avere la rabbia». In altre parole, per sbarazzarsi di qualcuno che rappresenta un pericolo, si inventano delle false accuse capaci di giustificare l'eliminazione.
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Gli episodi che hanno visto coinvolti due cronisti, Jean Ségura e Taha Bouhafs, danno un'idea concreta di come gli agenti transalpini trattino i giornalisti durante le manifestazioni.Nicolas Descottes, il fotografo freelance ferito gravemente durante una protesta dei gilet gialli: «Non ho perso la vista solo perché il proiettile mi ha colpito qualche centimetro sotto l'occhio».Non solo botte e manganellate: sui professionisti dell'informazione incombe anche il rischio di incappare nelle sanzioni previste dalla legge sulle fake news, approvata dalla maggioranza macronista a fine 2018.Ivan Rioufol, editorialista di Le Figaro, scrive: «Le botte ai giornalisti sono una dimostrazione del fatto che il potere attuale è allo stremo».Lo speciale contiene quattro articoli.Essere giornalisti in Francia, nel 2020, può costare caro perché la polizia non esita a usare le maniere forti con cronisti, fotografi, videocineoperatori freelance, titolari del tesserino della stampa transalpina o meno. Uno degli episodi più recenti si è verificato il 9 gennaio 2020 quando, il giornalista indipendente del collettivo Reporters en Colère (reporter arrabbiati, ndr) Jean Ségura è stato placcato a terra dalla polizia mentre era impegnato a seguire una manifestazione contro la riforma delle pensioni. Gli agenti che hanno violentemente immobilizzato il cronista, gli hanno anche distrutto un cellulare e danneggiato una macchina fotografica. In seguito lo hanno trasferito in un commissariato di polizia, dove è stato trattenuto in stato di fermo per circa 24 ore. In una conferenza stampa improvvisata, tenuta dopo il suo rilascio, Ségura ha raccontato di essere stato immobilizzato mentre tentava di soccorrere un altro giornalista. Il freelance ha dichiarato che, mentre veniva bloccato al suolo, uno dei poliziotti gli ha chiesto «sei sempre un giornalista, stronzo?». Qualche giorno dopo, un altro freelance, Taha Bouhafs, è stato prelevato dalla polizia in un teatro parigino. La sua colpa? Aver scritto su Twitter di essere «tre file dietro al presidente della Repubblica» e di aver segnalato la presenza di oppositori alla riforma pensionistica nelle vicinanze del teatro. Secondo alcune fonti, questa figura del giornalismo indipendente è controversa. Ad esempio, il settimanale L'Obs lo presenta come un ventiduenne militante antirazzista che lavora per il sito d'informazione Là-bas si j'y suis. Tuttavia, il suo fermo è apparso fin da subito supportato da deboli motivi. Tra l'altro si è scoperto che, qualche minuto prima del cinguettio del giornalista, ce n'era stato un altro che segnalava già la presenza del capo dello Stato.Questi due episodi danno un'idea concreta di come la polizia transalpina tratti i giornalisti, in ossequio agli ordini impartiti, per la gestione delle manifestazioni, dal ministro dell'interno Christophe Castaner e, prima ancora, dal presidente Emmanuel Macron. Come riportato più volte da La Verità, con la nascita del movimento di protesta dei gilet gialli - il 17 novembre 2018 - le forze dell'ordine d'Oltralpe hanno assunto un atteggiamento estremamente repressivo nei confronti dei manifestanti, in generale, e dei giornalisti in particolare. Come è possibile constatare in un video pubblicato da La Verità il 24 novembre 2018 nei pressi degli Champs Elysées, la polizia ha caricato anche il corrispondente del quotidiano mentre stava registrando un video ( https://www.laverita.info/video-gilet-gialli-2621384209.html )Con l'avvio della contestazione al progetto di riforma delle pensioni - iniziato il 5 dicembre 2019 - il comportamento della polizia nei confronti della stampa non è cambiato. Questo nonostante, negli ultimi mesi, anche l'Ong Reporters Sans Frontières (Rsf) - impegnata nella difesa dei giornalisti in tutto il mondo - abbia lanciato vari allarmi. Dall'inizio della contestazione in giallo, «Rsf ha registrato 54 casi di giornalisti feriti e più di 120 incidenti che hanno coinvolto le forze dell'ordine», dichiarava l'associazione in una nota del 15 novembre 2019. «Che siano professionisti o no, titolari di un tesserino della stampa o meno - continuava Rsf - numerosi giornalisti testimoniano di essere stati oggetto di violenze ingiustificate da parte delle forze dell'ordine». Nella stessa nota, l'associazione proponeva al ministero dell'interno di diffondere una circolare destinata agli agenti «imponendo loro di rispettare l'esercizio dell'attività giornalistica nelle manifestazioni». La stessa circolare avrebbe dovuto anche «riaffermare la necessità di preservare la funzione informativa dei giornalisti nelle manifestazioni». Rsf ha reclamato anche delle sanzioni disciplinari «prese sistematicamente» per punire i poliziotti o i gendarmi che hanno fatto ricorso «ad atti di violenza e coercizione illegittime contro dei giornalisti». Una violenza che include anche «la confisca di materiale, gli ostacoli alla libertà di circolazione sui luoghi in cui si svolgono le manifestazioni o la copertura volontaria del numero di matricola».Nonostante queste richieste, il ministero dell'interno, governo e la presidenza non hanno risposto. Tant'è che, già dodici giorni dopo l'inizio della contestazione contro la riforma pensionistica Rsf ha dovuto suonare di nuovo un campanello d'allarme rilevando «una banalizzazione delle violenze nei confronti della professione (giornalistica)». Senza giri di parole l'associazione di difesa dei giornalisti ha scritto che «non si contano più le testimonianze di conseguenze fisiche» come «ematomi causati da manganellate, bruciature causate dall'esplosione di granate usate per rompere gli accerchiamenti». Rsf ha anche denunciato «ostacoli all'esercizio del lavoro giornalistico in seguito alla distruzione di attrezzature o a causa di fermi di polizia». Il 9 gennaio scorso, il giornalista Rémy Buisine del media online Brut, è stato fermato e portato in commissariato con l'accusa di detenere «un'arma da guerra». Tale «arma» era una maschera anti gas. Il giornalista l'aveva con se solo per proteggersi dai lacrimogeni, usati abbondantemente dalla polizia praticamente in ogni manifestazione.Libre à l'instant après 2H30 sans être libre de mes mouvements après une interpellation et direction le commissariat du 11eme pour le port d'un masque à gaz. Matériel saisi par l'OPJ.J'essaye de rejoindre le cortège au + vite pour un Live à suivre sur @brutofficiel. (📸@bi1192) pic.twitter.com/Nw4mkYLHbP— Remy Buisine (@RemyBuisine) January 9, 2020 Dopo la diffusione di video che mostravano violente reazioni di alcuni poliziotti, il 14 gennaio 2020, Emmanuel Macron ha chiesto al governo, guidato da Edouard Philippe, di presentare delle proposte per «migliorare la deontologia dei poliziotti». Poi, nelle manifestazioni, si è assistito ad un timido cambiamento di atteggiamento nei confronti dei contestatori. Il 26 gennaio 2020, il ministro Castaner ha chiesto l'interruzione "immediata" dell'uso delle granate lacrimogene modello Gli-F4. E' un primo passo verso l'eliminazione delle armi non letali, dalle dotazioni delle forze dell'ordine. In effetti, secondo un rapporto della polizia stessa citata dal Défenseur des Droits - l'authority transalpina per la difesa dei diritti dei cittadini - «la Francia è il solo Paese d'Europa a usare le munizioni esplosive» contro dei manifestanti, nelle operazioni di mantenimento dell'ordine. C'è da sperare che questa, non resti una misura isolata e che altri giornalisti non rimangano vittime delle violenze della polizia. Perché informare è un diritto e un dovere. In particolare nella patria della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.Les forces de l'ordre matraquent les observateurs de la LDH. Puis ils me matraquent aussi, alors que je suis identifié presse. #Acte46 #GiletsJaunes #toulouse pic.twitter.com/Z5Zboevs2i— Frédéric RT France (@frederic_RTfr) September 28, 2019 <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/violenze-polizia-contro-la-stampa-2644940011.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="testimonianza-di-nicolas-descottes-fotografo-freelance-ferito-l-8-dicembre-2018" data-post-id="2644940011" data-published-at="1778110160" data-use-pagination="False"> Testimonianza di Nicolas Descottes, fotografo freelance ferito l'8 dicembre 2018 In occasione del quarto atto della protesta dei gilet gialli, svoltosi a Parigi l'8 dicembre 2018, il fotografo freelance Nicolas Descottes è stato ferito gravemente da un proiettile di gomma, sparato da un poliziotto con un fucile Lbd-Lanceur de Balles de Défense. Il colpo è arrivato sullo zigomo destro del fotografo, provocandogli un grande ematoma. «Sono stato fortunato perché il proiettile mi ha colpito qualche centimetro sotto l'occhio, per questo non ho perso la vista» racconta a La Verità Descottes. «Dopo aver seguito le manifestazioni dei gilet gialli del 23 novembre e quella del 1 dicembre 2018 - ricorda il fotografo - ho deciso di occuparmi anche di quella dell'8 dicembre, così sono andato sugli Champs Elysées». Arrivato sulla celebre avenue parigina, Descottes ha ottenuto il permesso di accedere alla zona della manifestazione dai poliziotti Crs (qualcosa di simile alla Celere italiana, ndr), pur avendo con sé un casco protettivo. In effetti, con il susseguirsi degli "atti" in giallo, gli agenti hanno sistematicamente sequestrato questo tipo di protezioni o fermato chi le portava. Questo perché la presenza di caschi fa rientrare il soggetto che lo porta nella categoria dei disturbatori potenziali. «Era la prima volta che mettevo un casco, in vita mia, per seguire una manifestazione» spiega il fotografo «quel giorno ho sentito che la tensione era più forte, rispetto ai sabati precedenti». Questo anche perché «il governo aveva dispiegato gli agenti della Bac (Brigata anti criminalità) che hanno una scarsa esperienza della gestione delle manifestazioni e, a dire il vero, sono ultra violenti». Con l'evolversi della situazione Descottes si è spostato fino ad arrivare all'incrocio tra gli Champs Elysées et l'avenue George V. «Avevo notato che i poliziotti effettuavano delle incursioni per cercare di catturare dei manifestanti considerati violenti e ho continuato a fare delle fotografie». «Nel mio penultimo scatto - ricorda ancora il fotografo - si vede un poliziotto che mi prende di mira». Poi l'impatto. Prima del ferimento, le foto di Nicolas Descottes erano state pubblicate da varie testate francesi, come ad esempio il quotidiano Libération. Ma il colpo di proiettile di gomma ricevuto in faccia, lo ha obbligato ad osservare un periodo di pausa. Uno stop che si è protratto praticamente fino alle manifestazioni contro la riforma delle pensioni delle ultime settimane. Per avere un'idea del clima di quel sabato «in giallo», è utile leggere l'edizione del 7 dicembre 2019 di Le Monde, nella quale è pubblicata un'inchiesta sulle azioni della polizia di un anno prima. La testata ricorda che dopo «il saccheggio dell'Arco di Trionfo», avvenuto il primo dicembre 2018, «le autorità hanno modificato la loro strategia nei confronti dei gilet gialli». Per il quotidiano, le forze dell'ordine hanno effettuato degli «arresti basati su motivi opachi» e praticato delle «dispersioni e tiri di Lbd». In totale, in quella sola giornata, sono stati registrati 126 feriti. D'altra parte, secondo Le Monde, il comando delle operazioni di polizia - esattamente alle 13:06 di quel sabato - ha comunicato ai poliziotti un messaggio chiaro: «non esitate a percuotere coloro che entrano in contatto con voi [...] farà riflettere quelli che verranno dopo». Una parafrasi di «colpirne uno per educarne cento?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/violenze-polizia-contro-la-stampa-2644940011.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-caso-di-rt-france-e-le-leggi-contro-le-fake-news" data-post-id="2644940011" data-published-at="1778110160" data-use-pagination="False"> Il caso di RT France e le leggi contro le fake news Fare i giornalisti in Francia, nel 2020, non significa solo rischiare di prendersi delle manganellate dalla polizia o avere delle chance di finire in cella per aver documentato una manifestazione. Sui professionisti dell'informazione transalpina incombono anche altri rischi, come quello di incappare nelle sanzioni previste dalla legge sulle fake news, approvata dalla maggioranza macronista a fine 2018. In un futuro non troppo lontano, inoltre, i giornalisti potrebbero essere puniti con le sanzioni che stanno delineandosi nel dibattito parlamentare sul progetto di legge contro l'odio in rete nota come la legge Avia, dal nome della sua promotrice : la deputata di maggioranza Laetitia Avia.Il testo della legge contro le fake news autorizza i giudici a far cessare la diffusione di «allegazioni o imputazioni inesatte o capaci di indurre in errore su un fatto capace di alterare la sincerità dello scrutinio». In altre parole, se un candidato si ritiene leso da una presunta fake news, può chiedere a un magistrato di bloccarne la diffusione nei tre mesi precedenti ad un'elezione. In questo modo la verità viene stabilita con una sentenza. La stessa legge prevede per i social network e i motori di ricerca, l'obbligo di fornire le informazioni ai committenti delle pubblicità politiche a pagamento. Devono anche rendere noto il costo degli spot elettorali e i nomi dei committenti. Per finire, la legge francese contro le fake news prevede che il Consiglio Superiore dell'Audiovisivo (una sorta di Commissione di vigilanza Rai, ma con poteri estesi anche ai canali tv privati, ndr) possa sospendere la diffusione in Francia di canali «controllati da uno Stato straniero o sotto l'influenza» di una potenza estera nel caso trasmettesse in modo deliberato false informazioni. Senza dirlo, questa parte della legge mira a silenziare la versione francese di RT France (Russia Today). I giornalisti di questo canale - tutti cittadini francesi titolari del tesserino della stampa transalpino - non hanno l'accreditazione all'Eliseo e sono stati spesso respinti dai meeting elettorali macronisti, ad esempio durante la campagna delle europee 2019. E pensare che, anche in Francia, aveva fatto discutere l'espulsione in diretta dalla sala stampa della Casa Bianca decisa dal presidente Usa Donald Trump, del giornalista della Cnn Jim Acosta. Da quando è stato eletto, Emmanuel Macron non ha mai fatto mistero della sua voglia di mettere la museruola alla stampa. Come scriveva La Verità già all'inizio dell'anno scorso, Monsieur le Président rifletteva alla possibilità di piazzare nelle redazioni dei giornalisti stipendiati dallo Stato. Tutto è nato durante un incontro, tenutasi all'Eliseo, tra il capo di Stato francese e un ristretto gruppo di giornalisti selezionati. Tra essi c'era anche Etienne Gernelle, direttore del settimanale Le Point, che ha riportato le dichiarazioni del presidente, nell'edizione del 3 febbraio 2019 del giornale da lui diretto. «Il bene pubblico è l'informazione - aveva dichiarato Macron - e forse è ciò che lo Stato deve finanziare» aggiungendo poi che «bisogna assicurarsi che [l'informazione] sia neutra. Finanziare delle strutture che assicurino la neutralità. Per quanto riguarda la verifica delle informazioni, che ci sia una forma di sovvenzionamento pubblico accettata, con dei garanti che siano dei giornalisti. Questa remunerazione deve essere svincolata da qualsiasi interesse. Ma da un certo punto di vista, questo deve venire anche dalla professione». Per ora questo progetto non è stato realizzato ma, nel corso dell'ultimo anno, non sono mancate prese di posizione apertamente filo governative, da parte di varie "star" dell'informazione transalpina. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/violenze-polizia-contro-la-stampa-2644940011.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-violenza-poliziesca-serve-a-mettere-il-bavaglio-al-popolo" data-post-id="2644940011" data-published-at="1778110160" data-use-pagination="False"> «La violenza poliziesca serve a mettere il bavaglio al popolo» Uno degli osservatori dell'ondata di contestazioni che hanno attraversato la Francia in questi ultimi anni è Ivan Rioufol, editorialista di Le Figaro. Già in occasione del primo sabato di protesta dei gilet gialli, ha seguito i manifestanti per cercare di decifrare questo movimento. Da allora, ha seguito una quarantina di manifestazioni dei cittadini in giallo. Rioufol ha raccolto queste osservazioni in un libro appena arrivato nelle librerie francesi intitolato: Les Traîtres (edizioni Pierre Guillaume de Roux). Tradotto in italiano, il titolo significa «I traditori». In esso, il giornalista parla del «popolo arrabbiato che ha scosso il potere macronista» e che «non ha fretta di tornare a stare in silenzio». Parlando con La Verità del trattamento riservato alla stampa, dalla polizia francese, nel corso delle manifestazioni, Ivan Roufiol ritiene che sia «una cosa desolante». «Le botte ai giornalisti sono una dimostrazione del fatto che il potere attuale è allo stremo». L'editorialista ammette che ci siano stati anche «dei comportamenti vergognosi da parte dei manifestanti nei confronti di alcuni giornalisti» ma riconosce che la stampa alternativa, attiva soprattutto sui social network, «abbia talvolta obbligato i grandi media ad occuparsi di certe vicende». Tra queste, ricorda Rioufol, figura il presunto assalto dell'ospedale parigino de La Pitié Salpetriere, a opera dei gilet gialli, il primo maggio 2019. Quel giorno, alcuni manifestanti in giallo erano penetrati all'interno del reparto di rianimazione chirurgica. Quando ancora non si conosceva ancora esattamente la dinamica dei fatti, il ministro dell'interno Christophe Castaner aveva scritto su Twitter che il nosocomio era stato attaccato. Secondo il titolare del Viminale transalpino inoltre, il personale sanitario era stato aggredito. Poche ore dopo Martin Hirsch, il direttore degli ospedali parigini, aveva rincarato la dose parlando di «un tentativo di intrusione violenta».In seguito Le Monde ha potuto visionare dei video che mostravano una situazione molto diversa da quella descritta dal ministro e dal direttore. In realtà, i manifestanti stavano cercando di trovare un riparo per evitare di subire un intenso lancio di lacrimogeni da parte della polizia che non faceva alcuna differenza tra gilet gialli e black block. Insomma la fake news non era stata creata dai media ma dalle autorità.Per il giornalista di Le Figaro tuttavia, il comportamento della polizia all'ospedale della Pitié Salpétrière e in molti altri casi, non dipende dalla responsabilità degli agenti. «La violenza poliziesca - spiega Rioufol - è stata provocata dal rigetto del potere da parte del popolo, perché doveva evitare che il popolo prendesse la parola». Per l'editorialista, la reazione violenta del governo di fronte alla folla illustra bene un vecchio detto francese: «se si vuole annegare il proprio cane, lo si accusa di avere la rabbia». In altre parole, per sbarazzarsi di qualcuno che rappresenta un pericolo, si inventano delle false accuse capaci di giustificare l'eliminazione.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara