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2020-02-03
Con proiettili di gomma e cariche, Macron mette il bavaglio al popolo francese
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Essere giornalisti in Francia, nel 2020, può costare caro perché la polizia non esita a usare le maniere forti con cronisti, fotografi, videocineoperatori freelance, titolari del tesserino della stampa transalpina o meno. Uno degli episodi più recenti si è verificato il 9 gennaio 2020 quando, il giornalista indipendente del collettivo Reporters en Colère (reporter arrabbiati, ndr) Jean Ségura è stato placcato a terra dalla polizia mentre era impegnato a seguire una manifestazione contro la riforma delle pensioni. Gli agenti che hanno violentemente immobilizzato il cronista, gli hanno anche distrutto un cellulare e danneggiato una macchina fotografica. In seguito lo hanno trasferito in un commissariato di polizia, dove è stato trattenuto in stato di fermo per circa 24 ore. In una conferenza stampa improvvisata, tenuta dopo il suo rilascio, Ségura ha raccontato di essere stato immobilizzato mentre tentava di soccorrere un altro giornalista. Il freelance ha dichiarato che, mentre veniva bloccato al suolo, uno dei poliziotti gli ha chiesto «sei sempre un giornalista, stronzo?».
Qualche giorno dopo, un altro freelance, Taha Bouhafs, è stato prelevato dalla polizia in un teatro parigino. La sua colpa? Aver scritto su Twitter di essere «tre file dietro al presidente della Repubblica» e di aver segnalato la presenza di oppositori alla riforma pensionistica nelle vicinanze del teatro. Secondo alcune fonti, questa figura del giornalismo indipendente è controversa. Ad esempio, il settimanale L'Obs lo presenta come un ventiduenne militante antirazzista che lavora per il sito d'informazione Là-bas si j'y suis. Tuttavia, il suo fermo è apparso fin da subito supportato da deboli motivi. Tra l'altro si è scoperto che, qualche minuto prima del cinguettio del giornalista, ce n'era stato un altro che segnalava già la presenza del capo dello Stato.
Questi due episodi danno un'idea concreta di come la polizia transalpina tratti i giornalisti, in ossequio agli ordini impartiti, per la gestione delle manifestazioni, dal ministro dell'interno Christophe Castaner e, prima ancora, dal presidente Emmanuel Macron. Come riportato più volte da La Verità, con la nascita del movimento di protesta dei gilet gialli - il 17 novembre 2018 - le forze dell'ordine d'Oltralpe hanno assunto un atteggiamento estremamente repressivo nei confronti dei manifestanti, in generale, e dei giornalisti in particolare. Come è possibile constatare in un video pubblicato da La Verità il 24 novembre 2018 nei pressi degli Champs Elysées, la polizia ha caricato anche il corrispondente del quotidiano mentre stava registrando un video ( https://www.laverita.info/video-gilet-gialli-2621384209.html )
Con l'avvio della contestazione al progetto di riforma delle pensioni - iniziato il 5 dicembre 2019 - il comportamento della polizia nei confronti della stampa non è cambiato. Questo nonostante, negli ultimi mesi, anche l'Ong Reporters Sans Frontières (Rsf) - impegnata nella difesa dei giornalisti in tutto il mondo - abbia lanciato vari allarmi. Dall'inizio della contestazione in giallo, «Rsf ha registrato 54 casi di giornalisti feriti e più di 120 incidenti che hanno coinvolto le forze dell'ordine», dichiarava l'associazione in una nota del 15 novembre 2019. «Che siano professionisti o no, titolari di un tesserino della stampa o meno - continuava Rsf - numerosi giornalisti testimoniano di essere stati oggetto di violenze ingiustificate da parte delle forze dell'ordine». Nella stessa nota, l'associazione proponeva al ministero dell'interno di diffondere una circolare destinata agli agenti «imponendo loro di rispettare l'esercizio dell'attività giornalistica nelle manifestazioni». La stessa circolare avrebbe dovuto anche «riaffermare la necessità di preservare la funzione informativa dei giornalisti nelle manifestazioni». Rsf ha reclamato anche delle sanzioni disciplinari «prese sistematicamente» per punire i poliziotti o i gendarmi che hanno fatto ricorso «ad atti di violenza e coercizione illegittime contro dei giornalisti». Una violenza che include anche «la confisca di materiale, gli ostacoli alla libertà di circolazione sui luoghi in cui si svolgono le manifestazioni o la copertura volontaria del numero di matricola».
Nonostante queste richieste, il ministero dell'interno, governo e la presidenza non hanno risposto. Tant'è che, già dodici giorni dopo l'inizio della contestazione contro la riforma pensionistica Rsf ha dovuto suonare di nuovo un campanello d'allarme rilevando «una banalizzazione delle violenze nei confronti della professione (giornalistica)». Senza giri di parole l'associazione di difesa dei giornalisti ha scritto che «non si contano più le testimonianze di conseguenze fisiche» come «ematomi causati da manganellate, bruciature causate dall'esplosione di granate usate per rompere gli accerchiamenti». Rsf ha anche denunciato «ostacoli all'esercizio del lavoro giornalistico in seguito alla distruzione di attrezzature o a causa di fermi di polizia».
Il 9 gennaio scorso, il giornalista Rémy Buisine del media online Brut, è stato fermato e portato in commissariato con l'accusa di detenere «un'arma da guerra». Tale «arma» era una maschera anti gas. Il giornalista l'aveva con se solo per proteggersi dai lacrimogeni, usati abbondantemente dalla polizia praticamente in ogni manifestazione.
Dopo la diffusione di video che mostravano violente reazioni di alcuni poliziotti, il 14 gennaio 2020, Emmanuel Macron ha chiesto al governo, guidato da Edouard Philippe, di presentare delle proposte per «migliorare la deontologia dei poliziotti». Poi, nelle manifestazioni, si è assistito ad un timido cambiamento di atteggiamento nei confronti dei contestatori. Il 26 gennaio 2020, il ministro Castaner ha chiesto l'interruzione "immediata" dell'uso delle granate lacrimogene modello Gli-F4. E' un primo passo verso l'eliminazione delle armi non letali, dalle dotazioni delle forze dell'ordine. In effetti, secondo un rapporto della polizia stessa citata dal Défenseur des Droits - l'authority transalpina per la difesa dei diritti dei cittadini - «la Francia è il solo Paese d'Europa a usare le munizioni esplosive» contro dei manifestanti, nelle operazioni di mantenimento dell'ordine. C'è da sperare che questa, non resti una misura isolata e che altri giornalisti non rimangano vittime delle violenze della polizia. Perché informare è un diritto e un dovere. In particolare nella patria della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.
Testimonianza di Nicolas Descottes, fotografo freelance ferito l'8 dicembre 2018
In occasione del quarto atto della protesta dei gilet gialli, svoltosi a Parigi l'8 dicembre 2018, il fotografo freelance Nicolas Descottes è stato ferito gravemente da un proiettile di gomma, sparato da un poliziotto con un fucile Lbd-Lanceur de Balles de Défense. Il colpo è arrivato sullo zigomo destro del fotografo, provocandogli un grande ematoma. «Sono stato fortunato perché il proiettile mi ha colpito qualche centimetro sotto l'occhio, per questo non ho perso la vista» racconta a La Verità Descottes. «Dopo aver seguito le manifestazioni dei gilet gialli del 23 novembre e quella del 1 dicembre 2018 - ricorda il fotografo - ho deciso di occuparmi anche di quella dell'8 dicembre, così sono andato sugli Champs Elysées». Arrivato sulla celebre avenue parigina, Descottes ha ottenuto il permesso di accedere alla zona della manifestazione dai poliziotti Crs (qualcosa di simile alla Celere italiana, ndr), pur avendo con sé un casco protettivo. In effetti, con il susseguirsi degli "atti" in giallo, gli agenti hanno sistematicamente sequestrato questo tipo di protezioni o fermato chi le portava. Questo perché la presenza di caschi fa rientrare il soggetto che lo porta nella categoria dei disturbatori potenziali. «Era la prima volta che mettevo un casco, in vita mia, per seguire una manifestazione» spiega il fotografo «quel giorno ho sentito che la tensione era più forte, rispetto ai sabati precedenti». Questo anche perché «il governo aveva dispiegato gli agenti della Bac (Brigata anti criminalità) che hanno una scarsa esperienza della gestione delle manifestazioni e, a dire il vero, sono ultra violenti». Con l'evolversi della situazione Descottes si è spostato fino ad arrivare all'incrocio tra gli Champs Elysées et l'avenue George V. «Avevo notato che i poliziotti effettuavano delle incursioni per cercare di catturare dei manifestanti considerati violenti e ho continuato a fare delle fotografie». «Nel mio penultimo scatto - ricorda ancora il fotografo - si vede un poliziotto che mi prende di mira». Poi l'impatto.
Prima del ferimento, le foto di Nicolas Descottes erano state pubblicate da varie testate francesi, come ad esempio il quotidiano Libération. Ma il colpo di proiettile di gomma ricevuto in faccia, lo ha obbligato ad osservare un periodo di pausa. Uno stop che si è protratto praticamente fino alle manifestazioni contro la riforma delle pensioni delle ultime settimane.
Per avere un'idea del clima di quel sabato «in giallo», è utile leggere l'edizione del 7 dicembre 2019 di Le Monde, nella quale è pubblicata un'inchiesta sulle azioni della polizia di un anno prima. La testata ricorda che dopo «il saccheggio dell'Arco di Trionfo», avvenuto il primo dicembre 2018, «le autorità hanno modificato la loro strategia nei confronti dei gilet gialli». Per il quotidiano, le forze dell'ordine hanno effettuato degli «arresti basati su motivi opachi» e praticato delle «dispersioni e tiri di Lbd». In totale, in quella sola giornata, sono stati registrati 126 feriti. D'altra parte, secondo Le Monde, il comando delle operazioni di polizia - esattamente alle 13:06 di quel sabato - ha comunicato ai poliziotti un messaggio chiaro: «non esitate a percuotere coloro che entrano in contatto con voi [...] farà riflettere quelli che verranno dopo». Una parafrasi di «colpirne uno per educarne cento?».
Il caso di RT France e le leggi contro le fake news
Fare i giornalisti in Francia, nel 2020, non significa solo rischiare di prendersi delle manganellate dalla polizia o avere delle chance di finire in cella per aver documentato una manifestazione. Sui professionisti dell'informazione transalpina incombono anche altri rischi, come quello di incappare nelle sanzioni previste dalla legge sulle fake news, approvata dalla maggioranza macronista a fine 2018. In un futuro non troppo lontano, inoltre, i giornalisti potrebbero essere puniti con le sanzioni che stanno delineandosi nel dibattito parlamentare sul progetto di legge contro l'odio in rete nota come la legge Avia, dal nome della sua promotrice : la deputata di maggioranza Laetitia Avia.
Il testo della legge contro le fake news autorizza i giudici a far cessare la diffusione di «allegazioni o imputazioni inesatte o capaci di indurre in errore su un fatto capace di alterare la sincerità dello scrutinio». In altre parole, se un candidato si ritiene leso da una presunta fake news, può chiedere a un magistrato di bloccarne la diffusione nei tre mesi precedenti ad un'elezione. In questo modo la verità viene stabilita con una sentenza. La stessa legge prevede per i social network e i motori di ricerca, l'obbligo di fornire le informazioni ai committenti delle pubblicità politiche a pagamento. Devono anche rendere noto il costo degli spot elettorali e i nomi dei committenti. Per finire, la legge francese contro le fake news prevede che il Consiglio Superiore dell'Audiovisivo (una sorta di Commissione di vigilanza Rai, ma con poteri estesi anche ai canali tv privati, ndr) possa sospendere la diffusione in Francia di canali «controllati da uno Stato straniero o sotto l'influenza» di una potenza estera nel caso trasmettesse in modo deliberato false informazioni. Senza dirlo, questa parte della legge mira a silenziare la versione francese di RT France (Russia Today). I giornalisti di questo canale - tutti cittadini francesi titolari del tesserino della stampa transalpino - non hanno l'accreditazione all'Eliseo e sono stati spesso respinti dai meeting elettorali macronisti, ad esempio durante la campagna delle europee 2019. E pensare che, anche in Francia, aveva fatto discutere l'espulsione in diretta dalla sala stampa della Casa Bianca decisa dal presidente Usa Donald Trump, del giornalista della Cnn Jim Acosta.
Da quando è stato eletto, Emmanuel Macron non ha mai fatto mistero della sua voglia di mettere la museruola alla stampa. Come scriveva La Verità già all'inizio dell'anno scorso, Monsieur le Président rifletteva alla possibilità di piazzare nelle redazioni dei giornalisti stipendiati dallo Stato. Tutto è nato durante un incontro, tenutasi all'Eliseo, tra il capo di Stato francese e un ristretto gruppo di giornalisti selezionati. Tra essi c'era anche Etienne Gernelle, direttore del settimanale Le Point, che ha riportato le dichiarazioni del presidente, nell'edizione del 3 febbraio 2019 del giornale da lui diretto. «Il bene pubblico è l'informazione - aveva dichiarato Macron - e forse è ciò che lo Stato deve finanziare» aggiungendo poi che «bisogna assicurarsi che [l'informazione] sia neutra. Finanziare delle strutture che assicurino la neutralità. Per quanto riguarda la verifica delle informazioni, che ci sia una forma di sovvenzionamento pubblico accettata, con dei garanti che siano dei giornalisti. Questa remunerazione deve essere svincolata da qualsiasi interesse. Ma da un certo punto di vista, questo deve venire anche dalla professione». Per ora questo progetto non è stato realizzato ma, nel corso dell'ultimo anno, non sono mancate prese di posizione apertamente filo governative, da parte di varie "star" dell'informazione transalpina.
«La violenza poliziesca serve a mettere il bavaglio al popolo»
Uno degli osservatori dell'ondata di contestazioni che hanno attraversato la Francia in questi ultimi anni è Ivan Rioufol, editorialista di Le Figaro. Già in occasione del primo sabato di protesta dei gilet gialli, ha seguito i manifestanti per cercare di decifrare questo movimento. Da allora, ha seguito una quarantina di manifestazioni dei cittadini in giallo. Rioufol ha raccolto queste osservazioni in un libro appena arrivato nelle librerie francesi intitolato: Les Traîtres (edizioni Pierre Guillaume de Roux). Tradotto in italiano, il titolo significa «I traditori». In esso, il giornalista parla del «popolo arrabbiato che ha scosso il potere macronista» e che «non ha fretta di tornare a stare in silenzio». Parlando con La Verità del trattamento riservato alla stampa, dalla polizia francese, nel corso delle manifestazioni, Ivan Roufiol ritiene che sia «una cosa desolante». «Le botte ai giornalisti sono una dimostrazione del fatto che il potere attuale è allo stremo». L'editorialista ammette che ci siano stati anche «dei comportamenti vergognosi da parte dei manifestanti nei confronti di alcuni giornalisti» ma riconosce che la stampa alternativa, attiva soprattutto sui social network, «abbia talvolta obbligato i grandi media ad occuparsi di certe vicende». Tra queste, ricorda Rioufol, figura il presunto assalto dell'ospedale parigino de La Pitié Salpetriere, a opera dei gilet gialli, il primo maggio 2019. Quel giorno, alcuni manifestanti in giallo erano penetrati all'interno del reparto di rianimazione chirurgica. Quando ancora non si conosceva ancora esattamente la dinamica dei fatti, il ministro dell'interno Christophe Castaner aveva scritto su Twitter che il nosocomio era stato attaccato. Secondo il titolare del Viminale transalpino inoltre, il personale sanitario era stato aggredito. Poche ore dopo Martin Hirsch, il direttore degli ospedali parigini, aveva rincarato la dose parlando di «un tentativo di intrusione violenta».
In seguito Le Monde ha potuto visionare dei video che mostravano una situazione molto diversa da quella descritta dal ministro e dal direttore. In realtà, i manifestanti stavano cercando di trovare un riparo per evitare di subire un intenso lancio di lacrimogeni da parte della polizia che non faceva alcuna differenza tra gilet gialli e black block. Insomma la fake news non era stata creata dai media ma dalle autorità.
Per il giornalista di Le Figaro tuttavia, il comportamento della polizia all'ospedale della Pitié Salpétrière e in molti altri casi, non dipende dalla responsabilità degli agenti. «La violenza poliziesca - spiega Rioufol - è stata provocata dal rigetto del potere da parte del popolo, perché doveva evitare che il popolo prendesse la parola». Per l'editorialista, la reazione violenta del governo di fronte alla folla illustra bene un vecchio detto francese: «se si vuole annegare il proprio cane, lo si accusa di avere la rabbia». In altre parole, per sbarazzarsi di qualcuno che rappresenta un pericolo, si inventano delle false accuse capaci di giustificare l'eliminazione.
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Gli episodi che hanno visto coinvolti due cronisti, Jean Ségura e Taha Bouhafs, danno un'idea concreta di come gli agenti transalpini trattino i giornalisti durante le manifestazioni.Nicolas Descottes, il fotografo freelance ferito gravemente durante una protesta dei gilet gialli: «Non ho perso la vista solo perché il proiettile mi ha colpito qualche centimetro sotto l'occhio».Non solo botte e manganellate: sui professionisti dell'informazione incombe anche il rischio di incappare nelle sanzioni previste dalla legge sulle fake news, approvata dalla maggioranza macronista a fine 2018.Ivan Rioufol, editorialista di Le Figaro, scrive: «Le botte ai giornalisti sono una dimostrazione del fatto che il potere attuale è allo stremo».Lo speciale contiene quattro articoli.Essere giornalisti in Francia, nel 2020, può costare caro perché la polizia non esita a usare le maniere forti con cronisti, fotografi, videocineoperatori freelance, titolari del tesserino della stampa transalpina o meno. Uno degli episodi più recenti si è verificato il 9 gennaio 2020 quando, il giornalista indipendente del collettivo Reporters en Colère (reporter arrabbiati, ndr) Jean Ségura è stato placcato a terra dalla polizia mentre era impegnato a seguire una manifestazione contro la riforma delle pensioni. Gli agenti che hanno violentemente immobilizzato il cronista, gli hanno anche distrutto un cellulare e danneggiato una macchina fotografica. In seguito lo hanno trasferito in un commissariato di polizia, dove è stato trattenuto in stato di fermo per circa 24 ore. In una conferenza stampa improvvisata, tenuta dopo il suo rilascio, Ségura ha raccontato di essere stato immobilizzato mentre tentava di soccorrere un altro giornalista. Il freelance ha dichiarato che, mentre veniva bloccato al suolo, uno dei poliziotti gli ha chiesto «sei sempre un giornalista, stronzo?». Qualche giorno dopo, un altro freelance, Taha Bouhafs, è stato prelevato dalla polizia in un teatro parigino. La sua colpa? Aver scritto su Twitter di essere «tre file dietro al presidente della Repubblica» e di aver segnalato la presenza di oppositori alla riforma pensionistica nelle vicinanze del teatro. Secondo alcune fonti, questa figura del giornalismo indipendente è controversa. Ad esempio, il settimanale L'Obs lo presenta come un ventiduenne militante antirazzista che lavora per il sito d'informazione Là-bas si j'y suis. Tuttavia, il suo fermo è apparso fin da subito supportato da deboli motivi. Tra l'altro si è scoperto che, qualche minuto prima del cinguettio del giornalista, ce n'era stato un altro che segnalava già la presenza del capo dello Stato.Questi due episodi danno un'idea concreta di come la polizia transalpina tratti i giornalisti, in ossequio agli ordini impartiti, per la gestione delle manifestazioni, dal ministro dell'interno Christophe Castaner e, prima ancora, dal presidente Emmanuel Macron. Come riportato più volte da La Verità, con la nascita del movimento di protesta dei gilet gialli - il 17 novembre 2018 - le forze dell'ordine d'Oltralpe hanno assunto un atteggiamento estremamente repressivo nei confronti dei manifestanti, in generale, e dei giornalisti in particolare. Come è possibile constatare in un video pubblicato da La Verità il 24 novembre 2018 nei pressi degli Champs Elysées, la polizia ha caricato anche il corrispondente del quotidiano mentre stava registrando un video ( https://www.laverita.info/video-gilet-gialli-2621384209.html )Con l'avvio della contestazione al progetto di riforma delle pensioni - iniziato il 5 dicembre 2019 - il comportamento della polizia nei confronti della stampa non è cambiato. Questo nonostante, negli ultimi mesi, anche l'Ong Reporters Sans Frontières (Rsf) - impegnata nella difesa dei giornalisti in tutto il mondo - abbia lanciato vari allarmi. Dall'inizio della contestazione in giallo, «Rsf ha registrato 54 casi di giornalisti feriti e più di 120 incidenti che hanno coinvolto le forze dell'ordine», dichiarava l'associazione in una nota del 15 novembre 2019. «Che siano professionisti o no, titolari di un tesserino della stampa o meno - continuava Rsf - numerosi giornalisti testimoniano di essere stati oggetto di violenze ingiustificate da parte delle forze dell'ordine». Nella stessa nota, l'associazione proponeva al ministero dell'interno di diffondere una circolare destinata agli agenti «imponendo loro di rispettare l'esercizio dell'attività giornalistica nelle manifestazioni». La stessa circolare avrebbe dovuto anche «riaffermare la necessità di preservare la funzione informativa dei giornalisti nelle manifestazioni». Rsf ha reclamato anche delle sanzioni disciplinari «prese sistematicamente» per punire i poliziotti o i gendarmi che hanno fatto ricorso «ad atti di violenza e coercizione illegittime contro dei giornalisti». Una violenza che include anche «la confisca di materiale, gli ostacoli alla libertà di circolazione sui luoghi in cui si svolgono le manifestazioni o la copertura volontaria del numero di matricola».Nonostante queste richieste, il ministero dell'interno, governo e la presidenza non hanno risposto. Tant'è che, già dodici giorni dopo l'inizio della contestazione contro la riforma pensionistica Rsf ha dovuto suonare di nuovo un campanello d'allarme rilevando «una banalizzazione delle violenze nei confronti della professione (giornalistica)». Senza giri di parole l'associazione di difesa dei giornalisti ha scritto che «non si contano più le testimonianze di conseguenze fisiche» come «ematomi causati da manganellate, bruciature causate dall'esplosione di granate usate per rompere gli accerchiamenti». Rsf ha anche denunciato «ostacoli all'esercizio del lavoro giornalistico in seguito alla distruzione di attrezzature o a causa di fermi di polizia». Il 9 gennaio scorso, il giornalista Rémy Buisine del media online Brut, è stato fermato e portato in commissariato con l'accusa di detenere «un'arma da guerra». Tale «arma» era una maschera anti gas. Il giornalista l'aveva con se solo per proteggersi dai lacrimogeni, usati abbondantemente dalla polizia praticamente in ogni manifestazione.Libre à l'instant après 2H30 sans être libre de mes mouvements après une interpellation et direction le commissariat du 11eme pour le port d'un masque à gaz. Matériel saisi par l'OPJ.J'essaye de rejoindre le cortège au + vite pour un Live à suivre sur @brutofficiel. (📸@bi1192) pic.twitter.com/Nw4mkYLHbP— Remy Buisine (@RemyBuisine) January 9, 2020 Dopo la diffusione di video che mostravano violente reazioni di alcuni poliziotti, il 14 gennaio 2020, Emmanuel Macron ha chiesto al governo, guidato da Edouard Philippe, di presentare delle proposte per «migliorare la deontologia dei poliziotti». Poi, nelle manifestazioni, si è assistito ad un timido cambiamento di atteggiamento nei confronti dei contestatori. Il 26 gennaio 2020, il ministro Castaner ha chiesto l'interruzione "immediata" dell'uso delle granate lacrimogene modello Gli-F4. E' un primo passo verso l'eliminazione delle armi non letali, dalle dotazioni delle forze dell'ordine. In effetti, secondo un rapporto della polizia stessa citata dal Défenseur des Droits - l'authority transalpina per la difesa dei diritti dei cittadini - «la Francia è il solo Paese d'Europa a usare le munizioni esplosive» contro dei manifestanti, nelle operazioni di mantenimento dell'ordine. C'è da sperare che questa, non resti una misura isolata e che altri giornalisti non rimangano vittime delle violenze della polizia. Perché informare è un diritto e un dovere. In particolare nella patria della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.Les forces de l'ordre matraquent les observateurs de la LDH. Puis ils me matraquent aussi, alors que je suis identifié presse. #Acte46 #GiletsJaunes #toulouse pic.twitter.com/Z5Zboevs2i— Frédéric RT France (@frederic_RTfr) September 28, 2019 <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/violenze-polizia-contro-la-stampa-2644940011.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="testimonianza-di-nicolas-descottes-fotografo-freelance-ferito-l-8-dicembre-2018" data-post-id="2644940011" data-published-at="1780734495" data-use-pagination="False"> Testimonianza di Nicolas Descottes, fotografo freelance ferito l'8 dicembre 2018 In occasione del quarto atto della protesta dei gilet gialli, svoltosi a Parigi l'8 dicembre 2018, il fotografo freelance Nicolas Descottes è stato ferito gravemente da un proiettile di gomma, sparato da un poliziotto con un fucile Lbd-Lanceur de Balles de Défense. Il colpo è arrivato sullo zigomo destro del fotografo, provocandogli un grande ematoma. «Sono stato fortunato perché il proiettile mi ha colpito qualche centimetro sotto l'occhio, per questo non ho perso la vista» racconta a La Verità Descottes. «Dopo aver seguito le manifestazioni dei gilet gialli del 23 novembre e quella del 1 dicembre 2018 - ricorda il fotografo - ho deciso di occuparmi anche di quella dell'8 dicembre, così sono andato sugli Champs Elysées». Arrivato sulla celebre avenue parigina, Descottes ha ottenuto il permesso di accedere alla zona della manifestazione dai poliziotti Crs (qualcosa di simile alla Celere italiana, ndr), pur avendo con sé un casco protettivo. In effetti, con il susseguirsi degli "atti" in giallo, gli agenti hanno sistematicamente sequestrato questo tipo di protezioni o fermato chi le portava. Questo perché la presenza di caschi fa rientrare il soggetto che lo porta nella categoria dei disturbatori potenziali. «Era la prima volta che mettevo un casco, in vita mia, per seguire una manifestazione» spiega il fotografo «quel giorno ho sentito che la tensione era più forte, rispetto ai sabati precedenti». Questo anche perché «il governo aveva dispiegato gli agenti della Bac (Brigata anti criminalità) che hanno una scarsa esperienza della gestione delle manifestazioni e, a dire il vero, sono ultra violenti». Con l'evolversi della situazione Descottes si è spostato fino ad arrivare all'incrocio tra gli Champs Elysées et l'avenue George V. «Avevo notato che i poliziotti effettuavano delle incursioni per cercare di catturare dei manifestanti considerati violenti e ho continuato a fare delle fotografie». «Nel mio penultimo scatto - ricorda ancora il fotografo - si vede un poliziotto che mi prende di mira». Poi l'impatto. Prima del ferimento, le foto di Nicolas Descottes erano state pubblicate da varie testate francesi, come ad esempio il quotidiano Libération. Ma il colpo di proiettile di gomma ricevuto in faccia, lo ha obbligato ad osservare un periodo di pausa. Uno stop che si è protratto praticamente fino alle manifestazioni contro la riforma delle pensioni delle ultime settimane. Per avere un'idea del clima di quel sabato «in giallo», è utile leggere l'edizione del 7 dicembre 2019 di Le Monde, nella quale è pubblicata un'inchiesta sulle azioni della polizia di un anno prima. La testata ricorda che dopo «il saccheggio dell'Arco di Trionfo», avvenuto il primo dicembre 2018, «le autorità hanno modificato la loro strategia nei confronti dei gilet gialli». Per il quotidiano, le forze dell'ordine hanno effettuato degli «arresti basati su motivi opachi» e praticato delle «dispersioni e tiri di Lbd». In totale, in quella sola giornata, sono stati registrati 126 feriti. D'altra parte, secondo Le Monde, il comando delle operazioni di polizia - esattamente alle 13:06 di quel sabato - ha comunicato ai poliziotti un messaggio chiaro: «non esitate a percuotere coloro che entrano in contatto con voi [...] farà riflettere quelli che verranno dopo». Una parafrasi di «colpirne uno per educarne cento?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/violenze-polizia-contro-la-stampa-2644940011.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-caso-di-rt-france-e-le-leggi-contro-le-fake-news" data-post-id="2644940011" data-published-at="1780734495" data-use-pagination="False"> Il caso di RT France e le leggi contro le fake news Fare i giornalisti in Francia, nel 2020, non significa solo rischiare di prendersi delle manganellate dalla polizia o avere delle chance di finire in cella per aver documentato una manifestazione. Sui professionisti dell'informazione transalpina incombono anche altri rischi, come quello di incappare nelle sanzioni previste dalla legge sulle fake news, approvata dalla maggioranza macronista a fine 2018. In un futuro non troppo lontano, inoltre, i giornalisti potrebbero essere puniti con le sanzioni che stanno delineandosi nel dibattito parlamentare sul progetto di legge contro l'odio in rete nota come la legge Avia, dal nome della sua promotrice : la deputata di maggioranza Laetitia Avia.Il testo della legge contro le fake news autorizza i giudici a far cessare la diffusione di «allegazioni o imputazioni inesatte o capaci di indurre in errore su un fatto capace di alterare la sincerità dello scrutinio». In altre parole, se un candidato si ritiene leso da una presunta fake news, può chiedere a un magistrato di bloccarne la diffusione nei tre mesi precedenti ad un'elezione. In questo modo la verità viene stabilita con una sentenza. La stessa legge prevede per i social network e i motori di ricerca, l'obbligo di fornire le informazioni ai committenti delle pubblicità politiche a pagamento. Devono anche rendere noto il costo degli spot elettorali e i nomi dei committenti. Per finire, la legge francese contro le fake news prevede che il Consiglio Superiore dell'Audiovisivo (una sorta di Commissione di vigilanza Rai, ma con poteri estesi anche ai canali tv privati, ndr) possa sospendere la diffusione in Francia di canali «controllati da uno Stato straniero o sotto l'influenza» di una potenza estera nel caso trasmettesse in modo deliberato false informazioni. Senza dirlo, questa parte della legge mira a silenziare la versione francese di RT France (Russia Today). I giornalisti di questo canale - tutti cittadini francesi titolari del tesserino della stampa transalpino - non hanno l'accreditazione all'Eliseo e sono stati spesso respinti dai meeting elettorali macronisti, ad esempio durante la campagna delle europee 2019. E pensare che, anche in Francia, aveva fatto discutere l'espulsione in diretta dalla sala stampa della Casa Bianca decisa dal presidente Usa Donald Trump, del giornalista della Cnn Jim Acosta. Da quando è stato eletto, Emmanuel Macron non ha mai fatto mistero della sua voglia di mettere la museruola alla stampa. Come scriveva La Verità già all'inizio dell'anno scorso, Monsieur le Président rifletteva alla possibilità di piazzare nelle redazioni dei giornalisti stipendiati dallo Stato. Tutto è nato durante un incontro, tenutasi all'Eliseo, tra il capo di Stato francese e un ristretto gruppo di giornalisti selezionati. Tra essi c'era anche Etienne Gernelle, direttore del settimanale Le Point, che ha riportato le dichiarazioni del presidente, nell'edizione del 3 febbraio 2019 del giornale da lui diretto. «Il bene pubblico è l'informazione - aveva dichiarato Macron - e forse è ciò che lo Stato deve finanziare» aggiungendo poi che «bisogna assicurarsi che [l'informazione] sia neutra. Finanziare delle strutture che assicurino la neutralità. Per quanto riguarda la verifica delle informazioni, che ci sia una forma di sovvenzionamento pubblico accettata, con dei garanti che siano dei giornalisti. Questa remunerazione deve essere svincolata da qualsiasi interesse. Ma da un certo punto di vista, questo deve venire anche dalla professione». Per ora questo progetto non è stato realizzato ma, nel corso dell'ultimo anno, non sono mancate prese di posizione apertamente filo governative, da parte di varie "star" dell'informazione transalpina. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/violenze-polizia-contro-la-stampa-2644940011.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-violenza-poliziesca-serve-a-mettere-il-bavaglio-al-popolo" data-post-id="2644940011" data-published-at="1780734495" data-use-pagination="False"> «La violenza poliziesca serve a mettere il bavaglio al popolo» Uno degli osservatori dell'ondata di contestazioni che hanno attraversato la Francia in questi ultimi anni è Ivan Rioufol, editorialista di Le Figaro. Già in occasione del primo sabato di protesta dei gilet gialli, ha seguito i manifestanti per cercare di decifrare questo movimento. Da allora, ha seguito una quarantina di manifestazioni dei cittadini in giallo. Rioufol ha raccolto queste osservazioni in un libro appena arrivato nelle librerie francesi intitolato: Les Traîtres (edizioni Pierre Guillaume de Roux). Tradotto in italiano, il titolo significa «I traditori». In esso, il giornalista parla del «popolo arrabbiato che ha scosso il potere macronista» e che «non ha fretta di tornare a stare in silenzio». Parlando con La Verità del trattamento riservato alla stampa, dalla polizia francese, nel corso delle manifestazioni, Ivan Roufiol ritiene che sia «una cosa desolante». «Le botte ai giornalisti sono una dimostrazione del fatto che il potere attuale è allo stremo». L'editorialista ammette che ci siano stati anche «dei comportamenti vergognosi da parte dei manifestanti nei confronti di alcuni giornalisti» ma riconosce che la stampa alternativa, attiva soprattutto sui social network, «abbia talvolta obbligato i grandi media ad occuparsi di certe vicende». Tra queste, ricorda Rioufol, figura il presunto assalto dell'ospedale parigino de La Pitié Salpetriere, a opera dei gilet gialli, il primo maggio 2019. Quel giorno, alcuni manifestanti in giallo erano penetrati all'interno del reparto di rianimazione chirurgica. Quando ancora non si conosceva ancora esattamente la dinamica dei fatti, il ministro dell'interno Christophe Castaner aveva scritto su Twitter che il nosocomio era stato attaccato. Secondo il titolare del Viminale transalpino inoltre, il personale sanitario era stato aggredito. Poche ore dopo Martin Hirsch, il direttore degli ospedali parigini, aveva rincarato la dose parlando di «un tentativo di intrusione violenta».In seguito Le Monde ha potuto visionare dei video che mostravano una situazione molto diversa da quella descritta dal ministro e dal direttore. In realtà, i manifestanti stavano cercando di trovare un riparo per evitare di subire un intenso lancio di lacrimogeni da parte della polizia che non faceva alcuna differenza tra gilet gialli e black block. Insomma la fake news non era stata creata dai media ma dalle autorità.Per il giornalista di Le Figaro tuttavia, il comportamento della polizia all'ospedale della Pitié Salpétrière e in molti altri casi, non dipende dalla responsabilità degli agenti. «La violenza poliziesca - spiega Rioufol - è stata provocata dal rigetto del potere da parte del popolo, perché doveva evitare che il popolo prendesse la parola». Per l'editorialista, la reazione violenta del governo di fronte alla folla illustra bene un vecchio detto francese: «se si vuole annegare il proprio cane, lo si accusa di avere la rabbia». In altre parole, per sbarazzarsi di qualcuno che rappresenta un pericolo, si inventano delle false accuse capaci di giustificare l'eliminazione.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
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