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2022-04-09
A Verona la fiera specchio d’Italia. Quello del vino è un successo fragile
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Si riparte, o almeno si prova. Da domenica e fino a mercoledì a Verona sarà di nuovo Vinitaly. Due anni di pandemia hanno cambiato il volto delle Fiere.
Sarà questa grande adunata del mondo del vino un banco di prova per tutta l’economia del Paese. Da Verona si può capire se incombente la guerra, dilagante l’inflazione, impazziti i costi di produzione, c’è spazio per scommettere ancora su una possibile ripresa.
Parte dal Vinitaly un messaggio in bottiglia. Dice Sandro Boscaini, mister Amarone, già presidente di Federvini: «Ci serve che riparta tutta l’Italia; da soli non ce la possiamo fare. Se il turismo resta fermo avremo ancora dei contraccolpi». Aggiunge Marco Caprai, l’uomo che ha fatto diventare il Sagrantino di Montefalco un vino simbolo nel mondo: «Ci sono alcuni mercati come l’America che sono ripartiti molto bene, ma la domanda interna soffre, a noi manca la domanda di fascia alta e poi c’è l’Europa che ha un atteggiamento incomprensibile sull’agricoltura e contro il vino. Ci sono luci, ma anche tante, troppe ombre».
Il vino ha vissuto un magic moment appena il lockdown si è allentato.
Fatturato che sfiora i 15 miliardi, esportazioni oltre i 7 col Prosecco a fare da driver, consumi domestici in ripresa. In dieci mesi del 2021 l’export era cresciuto del 13%. E poi la doccia freddissima. Sparisce mezzo miliardo con le sanzioni alla Russia, vanno fuori controllo i prezzi delle materie prime che diventano introvabili, la bolletta energetica esplode. Ecco l’Unione italiana vini con il suo segretario, Paolo Castelletti, strigliare il ministro agricolo Stefano Patuanelli: «Se non ci venite incontro e non fate partire subito il Pnrr avremo forti ripercussioni sul commercio estero. Francesi e spagnoli non hanno i nostri oneri energetici. ll rischio concreto è di perdere quote di mercato».
Così l’Italia che produce si specchia nelle vigne. Si dirà: ma la materia prima del vino è l’uva. Vero. Solo che serve il gasolio per far viaggiare i trattori, servono il vetro, i cartoni, il legno, la carta per le etichette, il sughero per i tappi, l’alluminio per le gabbiette e servono anche un po’ di concimi. E, una volta fatto, il vino va spedito: i costi di trasporto sono raddoppiati. L’America che resta l’Eldorado dei nostri vini di maggior pregio diventa quasi proibitiva se un container passa da 2.000 a 6.500 dollari. Così serve un po’ di cash dalla banca, ma è diventato difficile anche quello. A oggi le cantine contabilizzano almeno 1,5 miliardi di extra-costi per confezionare il vino e se ci si mette la bolletta energetica e quella idrica il conto sale oltre i due miliardi. Significa che con la Russia si è perso il 7% di export che gli extracosti sono aumentati del 13% rispetto al fatturato e dunque quel successo annunciato è mutilato di un quinto. Ce n’è abbastanza per stare cauti.
Questo clima di vigile attesa si riflette anche sulla Fiera: gli espositori sono un po’ meno (4.400), arrivano da meno Paesi, ma soprattutto c’è molta meno ostentazione. Gli spazi peraltro in Fiera costano un occhio - per uno stand medio vanno via 40.000 euro e poi ci sono le spese tra cene, albergo, degustazioni - e con l’incertezza di mercato meglio una «collettiva». È forse un cambiamento di modalità delle fiere sempre più orientate a ospitare solo visitatori professionali (a Verona arrivano 700 super buyer, stracoccolati) sempre più connesse sul web.
Non a caso Vinitaly quest’anno affida a Verona, alla città, il compito di fare spettacolo: la formula è ormai quella del fuorisalone e con Opera Wine, che questo pomeriggio fa alla Gran Guardia da anteprima, si dà spazio alle cantine di maggior richiamo per mettere in vetrina il valore Italia. Lo ha detto anche Maurizio Danese, che presiede sia Veronafiere sia l’Aefi (l’associazione dei maggiori quartieri espositivi italiani), sostenendo che le fiere in presenza sono fondamentali soprattutto per le piccole e medie imprese che hanno bisogno di sostegno per stare sui mercati del mondo. Sottolinea Danese: «Un nostro studio certifica che le Fiere sono un motore economico: è emerso che 1 euro investito in fiera ne genera 60 di business e 23 di indotto». Nessuno ne dubita, ma resta il fatto che nell’era di Zoom e di Skype le rassegne non servono più a farsi vedere, ma devono servire a farsi comprare.
Ecco il messaggio in bottiglia a tutta l’economia del Paese: dobbiamo rafforzare il sistema Italia e fare un salto di qualità nelle connessioni di filiera e nella promozione. Che peraltro l’Europa ha cancellato limitando fortemente i contributi. È un pallino di Gian Marco Centinaio, sottosegretario all’Agricoltura in quota Lega, che ha la delega del vino e che se ha dribblato il primo ostacolo, quello che in sede europea voleva imporre le etichette anticancro alle bottiglie, ha di fronte a sé altre battaglie. La prima è bloccare l’etichetta a semaforo, la seconda impedire che all’Onu si riproponga l’idea che il vino è veleno. E poi ci sono le battaglie sulle denominazioni e quelle sui sostegni: difendere il Prosecco, dare contribuiti perché le cantine proseguano sulla strada del successo, sbloccare l’enoturismo riaprendo ristoranti, enoteche, agriturismi, sapendo che può essere un volano da altri 3 miliardi.
Tutto questo è Vinitaly. Perché è vero che facciamo più vino di tutti e - salvo alcune eccezioni - lo facciamo meglio di tutti. Perché è vero che i grandi vini sono ormai beni rifugio al punto che stima Oneo group - società specializzata in questo business - « 50.000 dollari investiti, in 5 anni, diventano più del doppio, ovvero 118.817 dollari» e che tra queste bottiglie-lingotto tante sono italiane, ma è anche vero che il sistema Italia è troppo debole. Prosit.
Tra web e supermercato cresce il consumo di qualità
Bevi che ti passa. Potrebbe essere questa la spiegazione del boom dei consumi di vino in Italia cominciato durante il lockdown da Covid e proseguito anche lo scorso anno. Siamo arrivati a berne quasi 25 milioni di ettolitri con un aumento nel 2020 sull’anno precedente di quasi il 7,5%. In quantità sono circa 3 litri a testa in più all’anno. Perché? Chi ha indagato i consumi - l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino - sostiene che è accaduto perché si è ricominciato a mangiare in famiglia e perché il vino è diventato l’alternativa al tempo libero. Ma ciò che è più interessante è che la stessa Oiv è ormai convinta che ci sia uno «stile italiano» nel consumo di vino.
È tornato a essere un piacere domestico e si beve con molta attenzione alla qualità e molta moderazione. L’Italia è in controtendenza rispetto al trend mondiale che registra invece un ridimensionamento delle quantità fruite del 3%. Possibile dunque che da noi il vino abbia avuto questa funzione corroborante. Sta di fatto che sono cambiate anche le abitudini di acquisto. E’ vero che l’on line è esploso segnando nel 2021 un più 22%. E’ ancora la fetta minoritaria di mercato quella che viaggia sul web, ma stando ad uno studio di Nomisma nei prossimi tre anni si avrà uno sviluppo costante in doppia cifra di questo canale distributivo. La dimostrazione sta nell’espansione che Tannico sta avendo. E’ il nostro primo “portale” del vino che fa commercio (la Campari ne detiene il 32 % delle azioni ed un segnale) di etichette e ha lanciato un aumento di capitale destinato all’acquisizione del francese Venteàlapropriété. E non è un caso che Italmobiliare della famiglia Pesenti abbia messo nel mirino e poi si sia assicurata Callmewine il portale di vendita di vino fondato una decina di anni fa da Paolo Zanetti. E’ iniziato un braccio di ferro tra potenze finanziarie nel settore. Questa esplosione delle vendite on line hanno influito anche sul profilo dei consumatori. Emerge una nuova generazione, assai parca nelle dosi, ma molto esigente nella qualità e soprattutto molto informata. E’ la generazione Z e non è un caso che tanto Tannico quanto Callmewine si sfidino non soltanto sul piano delle offerte, ma su quello dei contenuti. Accanto all’e-commerce si è confermato il ruolo della grande distribuzione come primo canale di vendita del vino. Con il lungo sonno (forzato) dei ristoranti e delle enoteche il supermercato è diventato il primo approccio al vino da parte dei consumatori. Per questo alcune catene , specificamente Esselunga e Conad, hanno incrementato il valore delle enoteche. Ma anche per questo le donne sono ormai considerate il vero decisore di acquisto. La dimostrazione indiretta viene dalle tipologie e dalle confezioni di vino che si acquistano.
Dalla consueta ricerca che Iri fa ogni anno per Vinitaly (viene presentata lunedì 11 alla Fiera di Verona) emerge che i vini che hanno aumentato le vendite sono quelli a denominazione. Docg, Doc, Igt hanno fatto più 1,8% in quantità, più 5,5% a volere e hanno determinato un innalzamento dello scontrino medio del vino che è ormai sopra i 5,5 euro. Sono di fatto crollate verticalmente le vendite di vino in dame, in bottiglioni, in box e ormai si vendono prevalentemente le bottiglie da 0,75 che sono affini ai vini a denominazione. Il mercato di Bacco per la grande distribuzione vale oggi 700 milioni di litri per un valore di 2 miliardi e 269 milioni di euro (arriva a 3 miliardi di euro con l’aggiunta delle bollicine). In testa alle preferenza c’è sempre la solita triade: Chianti, Lambrusco, Montepulciano d’Abruzzo, con ogni tipologia che vende tra i 10 e i 15 milioni di litri ed ha nel vino toscano il record d’incremento con un più 3,7% di quantità venduta con un incremento del 5,4% del fatturato. Tra i vini emergenti Vermentino, Pignoletto e Ribolla Gialla (dunque Toscana e Sardegna Emilia e Friuli) tra i bianchi, Primitivo e Valpolicella tra i rossi (dunque Puglia e Veneto). Ancora in crescita le bollicine con l’Asti che resta in testa (più 27%) e il Prosecco che non s’arresta (più22%). E però il segno che i tempi sono cambiati e che il supermercato non vende solo quantità è dato da tre performance davvero significative: quella del Brunello di Montalcino (più 13%) che ha comunque un prezzo elevato, dell’Amarone (più 16,9%) e del Sagrantino di Montefalco un vino prezioso e di nicchia (più 16%).
Tra il Gotha a Opera Wine e il food-jazz in giro per la città
È il primo segno di vite! Ok stiamo un po’ giocando, ma ci vuole. Da domenica 10 aprile torna fino al 13 alla Fiera di Verona il Vinitaly che taglia il traguardo della 54 esima edizione ed è forse un segno che la pandemia è passata in archivio anche se il Covid resta a farci compagnia. Non si capisce bene come si farà a fare le degustazioni con l’obbligo della mascherina, ma questo è un altro discorso. Sta di fatto che con il Vinitaly torna la speranza di una ripresa anche se il vino italiano e alla prese con troppi problemi che ne frenano il successo. Comunque sia conviene ora guardare a Verona come una possibile ripartenza. Quest’anno la fera è molto selettiva negli ingressi. Un po’ ridotta nel numero degli espositori (sono 4500) anche perché le cantine hanno preferito affidarsi a moti stand collettivi. Le spese ci sono. Per gli appassionati di vino comunque l’appuntamento veronese resta irrinunciabile. Se si vuole acquistare un biglietto si può farlo sul sito ww.vinitaly.com spendendo 80 euro.
Diversamente ci sono molti appuntamenti non in fiera – per i sommelier e gli operatori ci sono due giornate esclusive il 10 e il 13 con ingressi contingentati e biglietto ridotto a 36 euro – da vivere a contatto con il mondo del vino. E’ Verona che si candida a festosa enoteca. Si chiama Vinitaly and The City e dalle 10 a mezzanotte da sabato a lunedì 11 diventa un immenso happening in cui si mixano arte, gastronomia, paesaggio, musica, degustazioni di altissimo livello. Tra gli artisti che si esibiscono (in particolare c’è un foltissimo programma jazz, musica che va molto d’accordo con le bottiglie) ci sono Roy Paci, Joe Bastianich con la Terza Classe, Luca Scardovelli Trio, Joe Sanketti, Morgan, il trio Swing Brother, il complesso di musica folk e popolare Contrada Lorì. Le performances artistiche e musicale sono ospitate in diversi spazi architettonici e monumentali della città: il cortile del Mercato Vecchio, piazza dei Signori, piazza delle Erbe, lo spazio antistante l’Arena. Di particolare significato sono due performance previste per domenica. La prima è La Vie en Rose una interpretazione di danza di Elisa Cipriani e Luca Condello che balleranno in forma anche di teatro sulle musiche di Edith Piaf e dando luogo anche a una singolare sfilata d abiti di scena. A seguire alle 17 i due ballerini interpretano invece, ed è questa la seconda esibizione, le danze popolari del Sud America in uno show dal titolo Milonga de Mi Amor. Ma chi ama il vino ama anche la buona tavola. Ed ecco che la cucina si fa spettacolo con gli show cooking di Tracy che arriva direttamente dal successo di Masterchef. Ovviamente in tutti i ristoranti di Verona e in tutte le enoteche c’è uno specialissimo programma gastronomico e di degustazione. Il clou delle degustazioni è però previsto con Opera Wine che è l’anteprima di Vinitaly ospitata nel palazzo monumentale della Gran Guardia proprio dirimpetto all’Arena. Da sette anni in collaborazione con la «bibbia» americana del vino Wine Spectator (gli Usa sono il primo mercato di esportazione per le nostre cantine) viene organizzata questa rassegna dell’eccellenza assoluta del vino italiano. Si era partiti nel 2015 con 100 etichette oggi si è dovuti necessariamente arrivare a 130 perché il livello della nostra produzione ha avuto un continuo progresso qualitativo. Nella classifica per territori vince la Toscana con 36 produttori seguita dal Piemonte con 20 e dal Veneto con 19.
Sulle 130 etichette presenti i rossi sono la stragrande maggioranza con 97 bottiglie selezionate di cui 15 sono di Barolo, 13 di Brunello di Montalcino, 9 di Amarne e 9 di Chianti Classico. Gli spumanti sono 9, 2 i vini passiti e 22 i bianchi. Tra i bianchi il podio è tra Veneto, Marche Friuli Venezia Giulia anche se ci sono alcune presenze molto significative della Toscana e della Sicilia con i vitigni autoctoni di quei territori (Vermentino per la Toscana, Zibibbo, Grillo e Insolia per la Sicilia). Ovviamente in questo defilée dei grandi ci sono tutte le famiglie storiche. Da Antinori a Frescobaldi, da Incisa della Rocchetta a Lunelli (quest’anno la cantina spumantistica trentina Ferrari compie 120 anni) da Biondi Santi, dai due Felluga a Lungarotti, da Bologna a Mastroberardino da Masi a Mazzei o Ricasoli, da Guerrieri Gonzaga (San Leonardo) a Tasca d’Almerita e poi i grandissimi come Angelo Gaja , Mascarello o Dal Forno, Castello d’Ama o tra gli spumantisti Bellavista (Moretti) , Cà del Bosco (Zanella), Nino Franco, gli emergenti come Cusumano, Maso Martis, i grandi classici come Pieropan, Pio Cesare, Aldo Conterno, Planeta. Insomma c’è tutto il vino che conta e fa glamour.
La tendenza? La vigna in rosa
Ci vorrebbe davvero la voce di Edith Piaf come colonna sonora di questo Vinitaly. Andando alla scoperta di un po’ di tendenze e novità in giro per i padiglioni (un po’ più vuoti, un po’ più morigerati, un po’ più professionali anche) si potrebbe scoprire che quest’anno va di moda la vigna en rose. Sì i rosati per tantissimi anni negletti, ma vanto dei francesi che in Provenza hanno messo appunto secoli fa un modo di estrazione dei mosti per percolazione che oggi è diventato uno dei più praticati da chi vuole fare un ottimo rosato e ha anche un nome che si presta: a lacrima, si dice, sono oggi una nuova frontiera del gusto nel bicchiere. Sarà perché le donne sono diventate le più attente consumatrici? Sarà perché c’è una generazione di giovani che non sono i soliti sbevazzoni, ma hanno introiettato la cultura del vino e chiedono un approccio morbido alla degustazione? Difficile dirlo: certo è che quasi tutte le cantine più blasonate oggi hanno in catalogo un’etichetta in rosa. E allora scopriamo qualche territorio che si presta. Un primato va sicuramente alla Puglia e al Salento in particolare: ormai i rosati a base di Negramaro sono diventati una cifra di questa regione. Un’altra regione – peraltro in prepotente ascesa anche grazie al fatto che ha creato il primo distretto biologico d’Italia – in rosa sono le Marche. Due in prevalenza i vitigni che ha scelto per le sue bottiglie in rosa: il Montepulciano e la Vernaccia Nera di Serrapetrona. Il primo interpretato sempre come vino fermo, la seconda dà ottimi spumanti metodo classico. La Toscana ha riscoperto il rosato di Costa facendo di tutta la Maremma una terra in rosa e sfruttando al meglio la propensione del Sangiovese a dare questi vini di personalità.
Un fenomeno a parte è quello della Basilicata. Qui abituati a vendemmiare il loro spesso Aglianico hanno scoperto che questo grandissimo rosso del Sud se vinificato in rosato acquista una confidenza di beva davvero insospettata. Un’evoluzione del Lambrusco connota oggi l’Emilia. Molti produttori hanno scoperto che il Lambrusco in rosa se vinificato con Metodo Classico – cioè rifermentato in bottiglia – dà risultai sorprendenti. Ed è vero. Poi ci sono le cattedrali del rosato. Da una parte di Montepulciano d’Abruzzo in versione cerasuolo con la zona costiera che dà esiti migliori rispetto alle colline più alte e poi tuttala zona del Garda: ci sono dal Chiaretto al Valtenesi alcune espressioni di altissimo profilo. Ma a stupire è la grande tradizione spumantistica italiana che si è buttata a rivaleggiare proprio con i francesi con le bollicine rosate. Un successo per certi versi inaspettato è proprio il Prosecco rosato, ma l’Oltrepò vive grazie a questa tipologia una seconda gloria produttiva e di mercato e la Franciacorta ha cominciato a sfruttare i suoi grandi Pinot nero così come del resto l’Alta Langa. Sorprendente è l’attenzione che il Trentodoc dedica oggi a questa tipologia. Patria degli spumanti da Charadonnay ci sono ora nuovi esperimenti. Utilizzando per avere una propria identità il Pinot Meunier che i francesi usano in uvaggio minore con il Noir per lo Champagne (soprattutto però per i blancs de noir) ma che ha una sua autonoma intensa espressività. Provato ha grande valore. Spigolando ancora tra le bottiglie in degustazione a Verona si capisce come il gusto si stia polarizzando: da una parte i grandissimi rossi che fanno da motore al piacere assoluto del vino, dall’altra bianchi molto freschi che arrivano anche da territori che uno non s’aspetterebbe così vocati a produrre “vini pallidi”. La Toscana si è ripresa con Brunello, ma soprattutto Chianti Gran Selezione e Montepulciano un posto di assoluta leadership anche nei mercati esteri e in quello più florido di tutti che è quello americano. Bolgheri fa storia a se: ormai è uno dei terroir più invidiati al mondo e in qualche misura anche la Maremma si sta un po’ tirando su. Un caso a parte è quello del Nebbiolo. Se indiscutibili sono i successi del Barolo ormai elevato a vino simbolo, ma con prezzi sovente «pesanti», ci sono gli altri Nebbiolo dal Carema al Gattinara che emergono con prepotenza. Tra i grandi rossi l’Amarone vive una contraddizione interna: i grandissimi (sono quelli di collina alta) hanno un mercato inscalfibile, gli altri abbassano i prezzi per fare numero.
Una nuova vita di successi ha la Sicilia soprattutto nella zona etnea per i rossi. Ragionamento a parte va fatto per un vino che è del tutto peculiare: il Sagrantino di Montefalco. Per tre o quattro produttori è ancora una miniera d’oro, ma per chi ha cercato di fare quantità la vigna s’ fatta più dura. Un fenomeno emergente è la riscoperta di produzioni di nicchia. Ad esempio il Timorasso piemontese che ci introduce al grande mercato dei bianchi. Qui due territori se la danno di santa ragione: il Friuli sia Collio che Cof e le Marche che puntano sul Verdicchio ma hanno in serbo due altre sorprese: la Ribona e il Bianchello. E poi c’è l’emergente Lugana. Alla fine scopriremo che Verdicchio, Lugana, e Friulano sono parenti stretti in quanto a vitigni. Riprende quota sia nella versione Friulana che in quella altoatesina il Pinot Bianco. E poi ci sono fenomeni nuovi: i bianchi siciliani vanno fortissimo soprattutto quelli con base Grillo e Zibibbo vinificato fresco. Una rebus è la Ribolla Gialla friulana: in alcune declinazioni è diventata un vino culto, purtroppo però massificata viene svenduta al punto che prendendo due bottiglie non si capisce quale sia la vera Ribolla. In ultimo eccolo il bianco dell’anno: il Vermentino. Sia esso sulcitano o maremmano, di Gallura o di Lunigiana questo bianco così selvaggio e marino è la spia che chi beve oggi cerca emozioni!
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Si riparte con il Vinitaly, dopo due anni di stop causa pandemia. Per le cantine il boom è frenato da costi, inflazione, Europa e sanzioni alla Russia. Si contabilizzano almeno 1,5 miliardi di extra costi per confezionare il prodotto.Tra web e supermercato cresce il consumo di qualità. Mentre i due maggiori portali (Tannico e Callmewine) sono al centro di un forte sviluppo finanziario, la Gdo incrementa le vendite: ecco i vini che vanno più forte.Non solo Fiera: Verona per tre giorni diventa un palcoscenico delle eccellenze italiane: dalla musica all’enogastronomia passando per l’arte.Spigolando tra le migliaia di etichette che saranno al Vinitaly cerchiamo di disegnare una mappa del gusto: la sorpresa sono i rosati.Lo speciale contiene quattro articoli.Si riparte, o almeno si prova. Da domenica e fino a mercoledì a Verona sarà di nuovo Vinitaly. Due anni di pandemia hanno cambiato il volto delle Fiere. Sarà questa grande adunata del mondo del vino un banco di prova per tutta l’economia del Paese. Da Verona si può capire se incombente la guerra, dilagante l’inflazione, impazziti i costi di produzione, c’è spazio per scommettere ancora su una possibile ripresa. Parte dal Vinitaly un messaggio in bottiglia. Dice Sandro Boscaini, mister Amarone, già presidente di Federvini: «Ci serve che riparta tutta l’Italia; da soli non ce la possiamo fare. Se il turismo resta fermo avremo ancora dei contraccolpi». Aggiunge Marco Caprai, l’uomo che ha fatto diventare il Sagrantino di Montefalco un vino simbolo nel mondo: «Ci sono alcuni mercati come l’America che sono ripartiti molto bene, ma la domanda interna soffre, a noi manca la domanda di fascia alta e poi c’è l’Europa che ha un atteggiamento incomprensibile sull’agricoltura e contro il vino. Ci sono luci, ma anche tante, troppe ombre». Il vino ha vissuto un magic moment appena il lockdown si è allentato. Fatturato che sfiora i 15 miliardi, esportazioni oltre i 7 col Prosecco a fare da driver, consumi domestici in ripresa. In dieci mesi del 2021 l’export era cresciuto del 13%. E poi la doccia freddissima. Sparisce mezzo miliardo con le sanzioni alla Russia, vanno fuori controllo i prezzi delle materie prime che diventano introvabili, la bolletta energetica esplode. Ecco l’Unione italiana vini con il suo segretario, Paolo Castelletti, strigliare il ministro agricolo Stefano Patuanelli: «Se non ci venite incontro e non fate partire subito il Pnrr avremo forti ripercussioni sul commercio estero. Francesi e spagnoli non hanno i nostri oneri energetici. ll rischio concreto è di perdere quote di mercato». Così l’Italia che produce si specchia nelle vigne. Si dirà: ma la materia prima del vino è l’uva. Vero. Solo che serve il gasolio per far viaggiare i trattori, servono il vetro, i cartoni, il legno, la carta per le etichette, il sughero per i tappi, l’alluminio per le gabbiette e servono anche un po’ di concimi. E, una volta fatto, il vino va spedito: i costi di trasporto sono raddoppiati. L’America che resta l’Eldorado dei nostri vini di maggior pregio diventa quasi proibitiva se un container passa da 2.000 a 6.500 dollari. Così serve un po’ di cash dalla banca, ma è diventato difficile anche quello. A oggi le cantine contabilizzano almeno 1,5 miliardi di extra-costi per confezionare il vino e se ci si mette la bolletta energetica e quella idrica il conto sale oltre i due miliardi. Significa che con la Russia si è perso il 7% di export che gli extracosti sono aumentati del 13% rispetto al fatturato e dunque quel successo annunciato è mutilato di un quinto. Ce n’è abbastanza per stare cauti. Questo clima di vigile attesa si riflette anche sulla Fiera: gli espositori sono un po’ meno (4.400), arrivano da meno Paesi, ma soprattutto c’è molta meno ostentazione. Gli spazi peraltro in Fiera costano un occhio - per uno stand medio vanno via 40.000 euro e poi ci sono le spese tra cene, albergo, degustazioni - e con l’incertezza di mercato meglio una «collettiva». È forse un cambiamento di modalità delle fiere sempre più orientate a ospitare solo visitatori professionali (a Verona arrivano 700 super buyer, stracoccolati) sempre più connesse sul web. Non a caso Vinitaly quest’anno affida a Verona, alla città, il compito di fare spettacolo: la formula è ormai quella del fuorisalone e con Opera Wine, che questo pomeriggio fa alla Gran Guardia da anteprima, si dà spazio alle cantine di maggior richiamo per mettere in vetrina il valore Italia. Lo ha detto anche Maurizio Danese, che presiede sia Veronafiere sia l’Aefi (l’associazione dei maggiori quartieri espositivi italiani), sostenendo che le fiere in presenza sono fondamentali soprattutto per le piccole e medie imprese che hanno bisogno di sostegno per stare sui mercati del mondo. Sottolinea Danese: «Un nostro studio certifica che le Fiere sono un motore economico: è emerso che 1 euro investito in fiera ne genera 60 di business e 23 di indotto». Nessuno ne dubita, ma resta il fatto che nell’era di Zoom e di Skype le rassegne non servono più a farsi vedere, ma devono servire a farsi comprare. Ecco il messaggio in bottiglia a tutta l’economia del Paese: dobbiamo rafforzare il sistema Italia e fare un salto di qualità nelle connessioni di filiera e nella promozione. Che peraltro l’Europa ha cancellato limitando fortemente i contributi. È un pallino di Gian Marco Centinaio, sottosegretario all’Agricoltura in quota Lega, che ha la delega del vino e che se ha dribblato il primo ostacolo, quello che in sede europea voleva imporre le etichette anticancro alle bottiglie, ha di fronte a sé altre battaglie. La prima è bloccare l’etichetta a semaforo, la seconda impedire che all’Onu si riproponga l’idea che il vino è veleno. E poi ci sono le battaglie sulle denominazioni e quelle sui sostegni: difendere il Prosecco, dare contribuiti perché le cantine proseguano sulla strada del successo, sbloccare l’enoturismo riaprendo ristoranti, enoteche, agriturismi, sapendo che può essere un volano da altri 3 miliardi. Tutto questo è Vinitaly. Perché è vero che facciamo più vino di tutti e - salvo alcune eccezioni - lo facciamo meglio di tutti. Perché è vero che i grandi vini sono ormai beni rifugio al punto che stima Oneo group - società specializzata in questo business - « 50.000 dollari investiti, in 5 anni, diventano più del doppio, ovvero 118.817 dollari» e che tra queste bottiglie-lingotto tante sono italiane, ma è anche vero che il sistema Italia è troppo debole. Prosit.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinitaly-verona-fiera-specchio-italia-2657127460.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-web-e-supermercato-cresce-il-consumo-di-qualita" data-post-id="2657127460" data-published-at="1649519738" data-use-pagination="False"> Tra web e supermercato cresce il consumo di qualità Bevi che ti passa. Potrebbe essere questa la spiegazione del boom dei consumi di vino in Italia cominciato durante il lockdown da Covid e proseguito anche lo scorso anno. Siamo arrivati a berne quasi 25 milioni di ettolitri con un aumento nel 2020 sull’anno precedente di quasi il 7,5%. In quantità sono circa 3 litri a testa in più all’anno. Perché? Chi ha indagato i consumi - l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino - sostiene che è accaduto perché si è ricominciato a mangiare in famiglia e perché il vino è diventato l’alternativa al tempo libero. Ma ciò che è più interessante è che la stessa Oiv è ormai convinta che ci sia uno «stile italiano» nel consumo di vino.È tornato a essere un piacere domestico e si beve con molta attenzione alla qualità e molta moderazione. L’Italia è in controtendenza rispetto al trend mondiale che registra invece un ridimensionamento delle quantità fruite del 3%. Possibile dunque che da noi il vino abbia avuto questa funzione corroborante. Sta di fatto che sono cambiate anche le abitudini di acquisto. E’ vero che l’on line è esploso segnando nel 2021 un più 22%. E’ ancora la fetta minoritaria di mercato quella che viaggia sul web, ma stando ad uno studio di Nomisma nei prossimi tre anni si avrà uno sviluppo costante in doppia cifra di questo canale distributivo. La dimostrazione sta nell’espansione che Tannico sta avendo. E’ il nostro primo “portale” del vino che fa commercio (la Campari ne detiene il 32 % delle azioni ed un segnale) di etichette e ha lanciato un aumento di capitale destinato all’acquisizione del francese Venteàlapropriété. E non è un caso che Italmobiliare della famiglia Pesenti abbia messo nel mirino e poi si sia assicurata Callmewine il portale di vendita di vino fondato una decina di anni fa da Paolo Zanetti. E’ iniziato un braccio di ferro tra potenze finanziarie nel settore. Questa esplosione delle vendite on line hanno influito anche sul profilo dei consumatori. Emerge una nuova generazione, assai parca nelle dosi, ma molto esigente nella qualità e soprattutto molto informata. E’ la generazione Z e non è un caso che tanto Tannico quanto Callmewine si sfidino non soltanto sul piano delle offerte, ma su quello dei contenuti. Accanto all’e-commerce si è confermato il ruolo della grande distribuzione come primo canale di vendita del vino. Con il lungo sonno (forzato) dei ristoranti e delle enoteche il supermercato è diventato il primo approccio al vino da parte dei consumatori. Per questo alcune catene , specificamente Esselunga e Conad, hanno incrementato il valore delle enoteche. Ma anche per questo le donne sono ormai considerate il vero decisore di acquisto. La dimostrazione indiretta viene dalle tipologie e dalle confezioni di vino che si acquistano.Dalla consueta ricerca che Iri fa ogni anno per Vinitaly (viene presentata lunedì 11 alla Fiera di Verona) emerge che i vini che hanno aumentato le vendite sono quelli a denominazione. Docg, Doc, Igt hanno fatto più 1,8% in quantità, più 5,5% a volere e hanno determinato un innalzamento dello scontrino medio del vino che è ormai sopra i 5,5 euro. Sono di fatto crollate verticalmente le vendite di vino in dame, in bottiglioni, in box e ormai si vendono prevalentemente le bottiglie da 0,75 che sono affini ai vini a denominazione. Il mercato di Bacco per la grande distribuzione vale oggi 700 milioni di litri per un valore di 2 miliardi e 269 milioni di euro (arriva a 3 miliardi di euro con l’aggiunta delle bollicine). In testa alle preferenza c’è sempre la solita triade: Chianti, Lambrusco, Montepulciano d’Abruzzo, con ogni tipologia che vende tra i 10 e i 15 milioni di litri ed ha nel vino toscano il record d’incremento con un più 3,7% di quantità venduta con un incremento del 5,4% del fatturato. Tra i vini emergenti Vermentino, Pignoletto e Ribolla Gialla (dunque Toscana e Sardegna Emilia e Friuli) tra i bianchi, Primitivo e Valpolicella tra i rossi (dunque Puglia e Veneto). Ancora in crescita le bollicine con l’Asti che resta in testa (più 27%) e il Prosecco che non s’arresta (più22%). E però il segno che i tempi sono cambiati e che il supermercato non vende solo quantità è dato da tre performance davvero significative: quella del Brunello di Montalcino (più 13%) che ha comunque un prezzo elevato, dell’Amarone (più 16,9%) e del Sagrantino di Montefalco un vino prezioso e di nicchia (più 16%). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinitaly-verona-fiera-specchio-italia-2657127460.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tra-il-gotha-a-opera-wine-e-il-food-jazz-in-giro-per-la-citta" data-post-id="2657127460" data-published-at="1649519738" data-use-pagination="False"> Tra il Gotha a Opera Wine e il food-jazz in giro per la città È il primo segno di vite! Ok stiamo un po’ giocando, ma ci vuole. Da domenica 10 aprile torna fino al 13 alla Fiera di Verona il Vinitaly che taglia il traguardo della 54 esima edizione ed è forse un segno che la pandemia è passata in archivio anche se il Covid resta a farci compagnia. Non si capisce bene come si farà a fare le degustazioni con l’obbligo della mascherina, ma questo è un altro discorso. Sta di fatto che con il Vinitaly torna la speranza di una ripresa anche se il vino italiano e alla prese con troppi problemi che ne frenano il successo. Comunque sia conviene ora guardare a Verona come una possibile ripartenza. Quest’anno la fera è molto selettiva negli ingressi. Un po’ ridotta nel numero degli espositori (sono 4500) anche perché le cantine hanno preferito affidarsi a moti stand collettivi. Le spese ci sono. Per gli appassionati di vino comunque l’appuntamento veronese resta irrinunciabile. Se si vuole acquistare un biglietto si può farlo sul sito ww.vinitaly.com spendendo 80 euro.Diversamente ci sono molti appuntamenti non in fiera – per i sommelier e gli operatori ci sono due giornate esclusive il 10 e il 13 con ingressi contingentati e biglietto ridotto a 36 euro – da vivere a contatto con il mondo del vino. E’ Verona che si candida a festosa enoteca. Si chiama Vinitaly and The City e dalle 10 a mezzanotte da sabato a lunedì 11 diventa un immenso happening in cui si mixano arte, gastronomia, paesaggio, musica, degustazioni di altissimo livello. Tra gli artisti che si esibiscono (in particolare c’è un foltissimo programma jazz, musica che va molto d’accordo con le bottiglie) ci sono Roy Paci, Joe Bastianich con la Terza Classe, Luca Scardovelli Trio, Joe Sanketti, Morgan, il trio Swing Brother, il complesso di musica folk e popolare Contrada Lorì. Le performances artistiche e musicale sono ospitate in diversi spazi architettonici e monumentali della città: il cortile del Mercato Vecchio, piazza dei Signori, piazza delle Erbe, lo spazio antistante l’Arena. Di particolare significato sono due performance previste per domenica. La prima è La Vie en Rose una interpretazione di danza di Elisa Cipriani e Luca Condello che balleranno in forma anche di teatro sulle musiche di Edith Piaf e dando luogo anche a una singolare sfilata d abiti di scena. A seguire alle 17 i due ballerini interpretano invece, ed è questa la seconda esibizione, le danze popolari del Sud America in uno show dal titolo Milonga de Mi Amor. Ma chi ama il vino ama anche la buona tavola. Ed ecco che la cucina si fa spettacolo con gli show cooking di Tracy che arriva direttamente dal successo di Masterchef. Ovviamente in tutti i ristoranti di Verona e in tutte le enoteche c’è uno specialissimo programma gastronomico e di degustazione. Il clou delle degustazioni è però previsto con Opera Wine che è l’anteprima di Vinitaly ospitata nel palazzo monumentale della Gran Guardia proprio dirimpetto all’Arena. Da sette anni in collaborazione con la «bibbia» americana del vino Wine Spectator (gli Usa sono il primo mercato di esportazione per le nostre cantine) viene organizzata questa rassegna dell’eccellenza assoluta del vino italiano. Si era partiti nel 2015 con 100 etichette oggi si è dovuti necessariamente arrivare a 130 perché il livello della nostra produzione ha avuto un continuo progresso qualitativo. Nella classifica per territori vince la Toscana con 36 produttori seguita dal Piemonte con 20 e dal Veneto con 19.Sulle 130 etichette presenti i rossi sono la stragrande maggioranza con 97 bottiglie selezionate di cui 15 sono di Barolo, 13 di Brunello di Montalcino, 9 di Amarne e 9 di Chianti Classico. Gli spumanti sono 9, 2 i vini passiti e 22 i bianchi. Tra i bianchi il podio è tra Veneto, Marche Friuli Venezia Giulia anche se ci sono alcune presenze molto significative della Toscana e della Sicilia con i vitigni autoctoni di quei territori (Vermentino per la Toscana, Zibibbo, Grillo e Insolia per la Sicilia). Ovviamente in questo defilée dei grandi ci sono tutte le famiglie storiche. Da Antinori a Frescobaldi, da Incisa della Rocchetta a Lunelli (quest’anno la cantina spumantistica trentina Ferrari compie 120 anni) da Biondi Santi, dai due Felluga a Lungarotti, da Bologna a Mastroberardino da Masi a Mazzei o Ricasoli, da Guerrieri Gonzaga (San Leonardo) a Tasca d’Almerita e poi i grandissimi come Angelo Gaja , Mascarello o Dal Forno, Castello d’Ama o tra gli spumantisti Bellavista (Moretti) , Cà del Bosco (Zanella), Nino Franco, gli emergenti come Cusumano, Maso Martis, i grandi classici come Pieropan, Pio Cesare, Aldo Conterno, Planeta. Insomma c’è tutto il vino che conta e fa glamour. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinitaly-verona-fiera-specchio-italia-2657127460.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-tendenza-la-vigna-in-rosa" data-post-id="2657127460" data-published-at="1649519738" data-use-pagination="False"> La tendenza? La vigna in rosa Ci vorrebbe davvero la voce di Edith Piaf come colonna sonora di questo Vinitaly. Andando alla scoperta di un po’ di tendenze e novità in giro per i padiglioni (un po’ più vuoti, un po’ più morigerati, un po’ più professionali anche) si potrebbe scoprire che quest’anno va di moda la vigna en rose. Sì i rosati per tantissimi anni negletti, ma vanto dei francesi che in Provenza hanno messo appunto secoli fa un modo di estrazione dei mosti per percolazione che oggi è diventato uno dei più praticati da chi vuole fare un ottimo rosato e ha anche un nome che si presta: a lacrima, si dice, sono oggi una nuova frontiera del gusto nel bicchiere. Sarà perché le donne sono diventate le più attente consumatrici? Sarà perché c’è una generazione di giovani che non sono i soliti sbevazzoni, ma hanno introiettato la cultura del vino e chiedono un approccio morbido alla degustazione? Difficile dirlo: certo è che quasi tutte le cantine più blasonate oggi hanno in catalogo un’etichetta in rosa. E allora scopriamo qualche territorio che si presta. Un primato va sicuramente alla Puglia e al Salento in particolare: ormai i rosati a base di Negramaro sono diventati una cifra di questa regione. Un’altra regione – peraltro in prepotente ascesa anche grazie al fatto che ha creato il primo distretto biologico d’Italia – in rosa sono le Marche. Due in prevalenza i vitigni che ha scelto per le sue bottiglie in rosa: il Montepulciano e la Vernaccia Nera di Serrapetrona. Il primo interpretato sempre come vino fermo, la seconda dà ottimi spumanti metodo classico. La Toscana ha riscoperto il rosato di Costa facendo di tutta la Maremma una terra in rosa e sfruttando al meglio la propensione del Sangiovese a dare questi vini di personalità.Un fenomeno a parte è quello della Basilicata. Qui abituati a vendemmiare il loro spesso Aglianico hanno scoperto che questo grandissimo rosso del Sud se vinificato in rosato acquista una confidenza di beva davvero insospettata. Un’evoluzione del Lambrusco connota oggi l’Emilia. Molti produttori hanno scoperto che il Lambrusco in rosa se vinificato con Metodo Classico – cioè rifermentato in bottiglia – dà risultai sorprendenti. Ed è vero. Poi ci sono le cattedrali del rosato. Da una parte di Montepulciano d’Abruzzo in versione cerasuolo con la zona costiera che dà esiti migliori rispetto alle colline più alte e poi tuttala zona del Garda: ci sono dal Chiaretto al Valtenesi alcune espressioni di altissimo profilo. Ma a stupire è la grande tradizione spumantistica italiana che si è buttata a rivaleggiare proprio con i francesi con le bollicine rosate. Un successo per certi versi inaspettato è proprio il Prosecco rosato, ma l’Oltrepò vive grazie a questa tipologia una seconda gloria produttiva e di mercato e la Franciacorta ha cominciato a sfruttare i suoi grandi Pinot nero così come del resto l’Alta Langa. Sorprendente è l’attenzione che il Trentodoc dedica oggi a questa tipologia. Patria degli spumanti da Charadonnay ci sono ora nuovi esperimenti. Utilizzando per avere una propria identità il Pinot Meunier che i francesi usano in uvaggio minore con il Noir per lo Champagne (soprattutto però per i blancs de noir) ma che ha una sua autonoma intensa espressività. Provato ha grande valore. Spigolando ancora tra le bottiglie in degustazione a Verona si capisce come il gusto si stia polarizzando: da una parte i grandissimi rossi che fanno da motore al piacere assoluto del vino, dall’altra bianchi molto freschi che arrivano anche da territori che uno non s’aspetterebbe così vocati a produrre “vini pallidi”. La Toscana si è ripresa con Brunello, ma soprattutto Chianti Gran Selezione e Montepulciano un posto di assoluta leadership anche nei mercati esteri e in quello più florido di tutti che è quello americano. Bolgheri fa storia a se: ormai è uno dei terroir più invidiati al mondo e in qualche misura anche la Maremma si sta un po’ tirando su. Un caso a parte è quello del Nebbiolo. Se indiscutibili sono i successi del Barolo ormai elevato a vino simbolo, ma con prezzi sovente «pesanti», ci sono gli altri Nebbiolo dal Carema al Gattinara che emergono con prepotenza. Tra i grandi rossi l’Amarone vive una contraddizione interna: i grandissimi (sono quelli di collina alta) hanno un mercato inscalfibile, gli altri abbassano i prezzi per fare numero.Una nuova vita di successi ha la Sicilia soprattutto nella zona etnea per i rossi. Ragionamento a parte va fatto per un vino che è del tutto peculiare: il Sagrantino di Montefalco. Per tre o quattro produttori è ancora una miniera d’oro, ma per chi ha cercato di fare quantità la vigna s’ fatta più dura. Un fenomeno emergente è la riscoperta di produzioni di nicchia. Ad esempio il Timorasso piemontese che ci introduce al grande mercato dei bianchi. Qui due territori se la danno di santa ragione: il Friuli sia Collio che Cof e le Marche che puntano sul Verdicchio ma hanno in serbo due altre sorprese: la Ribona e il Bianchello. E poi c’è l’emergente Lugana. Alla fine scopriremo che Verdicchio, Lugana, e Friulano sono parenti stretti in quanto a vitigni. Riprende quota sia nella versione Friulana che in quella altoatesina il Pinot Bianco. E poi ci sono fenomeni nuovi: i bianchi siciliani vanno fortissimo soprattutto quelli con base Grillo e Zibibbo vinificato fresco. Una rebus è la Ribolla Gialla friulana: in alcune declinazioni è diventata un vino culto, purtroppo però massificata viene svenduta al punto che prendendo due bottiglie non si capisce quale sia la vera Ribolla. In ultimo eccolo il bianco dell’anno: il Vermentino. Sia esso sulcitano o maremmano, di Gallura o di Lunigiana questo bianco così selvaggio e marino è la spia che chi beve oggi cerca emozioni!
Xi Jinping (Ansa)
«Le relazioni tra la Cina e la Repubblica Popolare Democratica di Corea si trovano a un nuovo punto di partenza storico, di fronte a nuove opportunità di sviluppo e con nuove missioni dettate dai tempi», ha dichiarato il presidente cinese poco prima del suo arrivo. Era dallo scorso settembre che Xi non si vedeva con Kim Jong-un. Ma a che cosa punta esattamente il presidente cinese con questa visita?
Gli obiettivi principali sembrano essere due. Innanzitutto, rafforzando i legami con Pyongyang, Xi potrebbe mirare a migliorare i propri rapporti con gli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti più volte espresso l’intenzione di riavviare un processo diplomatico con la Corea del Nord: in quest’ottica, il presidente cinese potrebbe quindi cercare di ritagliarsi il delicato ruolo di mediatore tra Washington e Pyongyang.
In secondo luogo, non è un mistero che, al netto delle dichiarazioni di facciata, Xi abbia sovente guardato con preoccupazione ai crescenti legami tra la Corea del Nord e la Russia nel settore della Difesa. Era il giugno 2024, quando Kim e Vladimir Putin firmarono il Trattato di partenariato strategico globale tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Lo zar vede del resto nella sponda con Pyongyang uno strumento per allentare l’abbraccio soffocante del Cremlino con la Cina. Xi è consapevole di questa strategia e punta quindi a disinnescarla (o comunque ad arginarla). È dunque anche in quest’ottica che va letto il nuovo viaggio del presidente cinese in Corea del Nord.
Nonostante il rafforzamento della partnership tra Mosca e Pechino, i rapporti tra le due capitali non sono esenti da tensioni, sospetti e contraddizioni. E’ quindi proprio in questo quadro che viene a inserirsi Kim Jong-un: un Kim Jong-un che punta a massimizzare i suoi interessi, facendo leva sulla rivalità latente tra Xi e Putin.
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Gli Usa hanno già imposto severe restrizioni all’ingresso per 30 giorni ai viaggiatori che sono stati in Congo, in Uganda e nel Sud Sudan, ma da domani saranno posti sotto controllo anche chi arriva da Ruanda, Burundi e Tanzania. Anche l’Italia si è mossa rapidamente ed è già tornato dall’Africa un team di esperti dell’Istituto Nazionale per le Malattie infettive dello Spallanzani, inviato a Kinshasa per capire la situazione. I viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda hanno l’obbligo di dichiarazione, mentre l’Unione europea sta pensando a un’azione coordinata e sono allo studio farmaci e vaccini che al momento non esistono per questo ceppo.
Il rischio maggiore è però l’arrivo di persone dalle zone sotto osservazione attraverso canali non ufficiali. Se l’aeroporto di Fiumicino, come tutti gli altri aeroporti d’Europa, sarà attentamente monitorato, chi arriva attraverso il Mediterraneo sulle coste italiane rimane difficilmente controllabile.
Negli anni sono state tante le malattie ricomparse in Italia dopo essere state debellate, portate da aree del mondo dove sono ancora presenti. Il 2014 è stato l’anno dell’allarme della Tubercolosi, dovuto, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’incidenza nel paese d’origine, ma anche alle condizioni di vita e all’accesso ai servizi sanitari. Negli ultimi anni invece è stato il caso della scabbia, che nel 2015 aveva portato alla temporanea chiusura delle frontiere e migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane. La scabbia un’infezione della pelle causata da un parassita favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni tipiche dei viaggi sui barconi. Anche la difterite ha visto crescere i suoi numeri, con focolai tra le popolazioni vulnerabili con i casi concentrati nei centri di accoglienza.
Più complesso il caso della crescita della malaria che vede la maggioranza dei pazienti contagiati in viaggi nei Paesi africani sia di europei che di africani già residenti in Europa.
Il virus Ebola rappresenta però un altro livello di pericolosità sociale con una mortalità che arriva al 50% dei contagiati e una capacità di reazione delle nazioni coinvolte praticamente inesistente. Scoperto a metà degli anni settanta proprio in Congo si è presentato già 16 volte nella nazione africana, mietendo migliaia di vittime, ma questa volta sembra ancora più letale. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, non controlla il 60% del territorio dove sta dilagando il virus, dato che da oltre un anno è nelle mani di milizie ribelli che costringono la popolazione a continui spostamenti.
I campi profughi sono un veicolo di contagio, visto l’enorme affollamento e la possibilità di uscire e rientrare senza controllo. Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha fatto appello alle milizie per una tregua per affrontare la situazione, chiedendo allo stesso tempo aiuto finanziario al mondo per approntare ospedali da campo. Washington ha annunciato di aver stanziato circa 40 milioni di dollari per le attività di risposta all’Ebola. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus è volato in Congo, dove ha incontrato il ministro della Salute Samuel Roger Kamba che sta cercando di rassicurare la popolazione. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i partner internazionali», spiega alla Verità il responsabile della sanità di Kinshasa, «purtroppo nelle province di Ituri e Kivu non esistono strade e i collegamenti sono molto complicati. Invitiamo la popolazione a segnalare ogni movimento ed ogni caso sospetto, ma soprattutto di andare in ospedale e non curarsi con la medicina tradizionale nei villaggi».
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Dalle intercettazioni sarebbe emerso che l’organizzazione criminale era collegata al clan Mazzei e che uno degli indagati, ritenuto affiliato alla cosca, avrebbe fornito droga a esponenti di Cosa Nostra collaborando con due nipoti del capo storico della famiglia mafiosa. L’inchiesta ha coinvolto anche altri familiari del boss, tra cui una figlia. Nel corso del blitz le forze dell’ordine hanno sequestrato quantitativi di marijuana e cocaina, oltre a un arsenale di armi.
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Miti duri a morire. Sono quelli sul legame tra religione e economia che sopravvivono, anche tra le persone più istruite, nonostante siano privi di riscontri. I principali sono due; il primo riguarda la teoria del sociologo Max Weber (1864-1920) secondo cui alla base del capitalismo vi sarebbe l’etica protestante; il secondo riflette l’idea che la religione sia un fatto privato, un tema di coscienza e, quindi, sostanzialmente privo di effetti pubblici. Ebbene, entrambe le tesi sono false. Iniziando con la celebre teoria weberiana, c’è da dire come essa sia stata da tempo smentita se non perfino rovesciata.
In effetti, già 25 anni or sono, in un articolo pubblicato su Social Forces, Jacques Delacroix e François Nielsen esaminavano la fortunata suggestione di Weber derubricandola a «mito». I due studiosi, infatti, esaminando in Paesi europei alla fine del XIX secolo diversi indicatori del capitalismo industriale trovano che i Paesi protestanti non erano sistematicamente più ricchi, non avevano sviluppato prima le principali istituzioni capitalistiche e non mostravano un chiaro modello di sviluppo economico superiore.
C’è di più. Un’indagine uscita su The Economic Journal - rivista scientifica con 130 anni di storia - e realizzata da un team di ricercatori danesi, ha ricondotto la nascita del capitalismo all’influenza di un ordine monastico benedettino ben preciso: quello cistercense, che risale al 1098, la bellezza di quasi quattro secoli prima della nascita di Martin Lutero. A suffragio di detta ipotesi, questi ricercatori hanno innanzitutto rimarcato la peculiare volontà di quei monaci, che era quella d’un ritorno alla stretta osservanza della Regola di san Benedetto e alla manualità, nonché al rifiuto di vivere del lavoro altrui, giudicato come illecito; tutti aspetti che, con altri, hanno favorito il fiorire dell’economia.
Tanto che quegli studiosi danesi, guidati dal professor Thomas Barnebeck Andersen, nel loro lavoro pubblicato nel 2017 hanno osservato come l’eredità cistercense sopravviva ancora oggi: «Le regioni che in Europa sono state storicamente più influenzate dai cistercensi tendono oggi a mostrare maggiore vocazione per il duro lavoro e, in misura minore, per la parsimonia». Motivo per cui l’ordine cistercense non solo ha favorito la nascita del capitalismo, ma sembra proprio abbia avuto «un impatto duraturo sullo sviluppo economico europeo». Con tanti saluti alla tesi di Weber, che tuttavia resta estremamente popolare, viene illustrata nelle università ed è citatissima da gente colta ma, a quanto pare, non così aggiornata.
Un secondo e ancor più insidioso mito - purtroppo ormai radicatosi anche tra i cattolici - riguarda, come si diceva in apertura, la presunta dimensione privata della religione, che sarebbe da considerarsi come tema di coscienza. Sfortunatamente per quanti abbracciano questa convinzione, essa risulta sconfessata. La pratica religiosa risulta infatti ampiamente intrecciata a tantissimi aspetti che hanno implicazioni economiche e sociali lampanti: la fertilità, il risparmio privato, il contrasto allo spreco, il tempo dedicato al volontariato, la beneficenza. Blake V. Kent, sociologo del College of arts & sciences della Baylor University, qualche anno fa ha pubblicato sul Journal of Social Psychology uno studio per testare - su un campione di 739 lavoratori adulti di diverse confessioni - la qualità dell’impegno sul posto di lavoro.
Ebbene, Kent ha scoperto come a mostrare «livelli più elevati di impegno» fossero i cattolici, che superavano del 3% gli evangelici e del 9% le persone non affiliate ad alcuna tradizione religiosa. Anche altri studi, che manca qui lo spazio di riportare, hanno rilevato l’influsso positivo della fede nella produttività lavorativa. Al punto che da tempo, più che la quantificazione dell’apporto religioso a singoli comportamenti con ricadute economiche, la sfida sta diventando un’altra: provare a quantificare benefici complessivi della religione alla società. A questo proposito, dieci anni fa aveva fatto notizia un’analisi pubblicata sull’Interdisciplinary Journal of Research on Religion secondo cui l’apporto all’economia statunitense della compagine religiosa ammontava nel 2016, appunto, a 1.200 miliardi di dollari; un valore, annotava Harriet Sherwood sul Guardian, «superiore al fatturato complessivo delle 10 principali aziende tecnologiche statunitensi, tra cui Apple, Amazon e Google».
Per spiegare questo dato, ha evidenziato Brian J. Grim, fondatore della Religious Freedom & Business Foundation e coautore di questo studio, bisogna tener presente come le realtà religiose oggi non si occupino, «solo» di istruzione o del soccorso ai senzatetto, offrendo, per esempio, 130.000 articolati programmi di recupero dall’alcolismo, 120.000 piani di aiuto per i disoccupati; solo nel sostegno alle persone con l’Aids, negli Stati Uniti c’è un esercito di 26.000 congregazioni ad offrire aiuti. «L’impronta della religione negli Stati Uniti», ha recentemente commentato alla luce di questi dati, Sarah Rose Patero sul Michigan Journal of Economics, «è una silenziosa ma potente forza trainante dell’economia americana. Con oltre 344.000 congregazioni religiose sparse in tutto il paese, i luoghi di culto offrono molto più di un semplice rifugio spirituale». La cosa che maggiormente colpisce è come l’apporto della religione all’economia sia stato riscontrato perfino in Paesi dove soffia, impetuoso, il vento del secolarismo.
Nel settembre 2020, per esempio, è uscito un altro rapporto che, con riferimento all’economia del Canada, ha quantificato in oltre 67 miliardi di dollari - 67,48 per la precisione - il contributo al Pil riconducibile all’attività dei servizi religiosi nella società, alla beneficenza e a tutto ciò che sia espressione del positivo influsso delle chiese. Più recentemente, nel febbraio 2025, è stato poi pubblicato Fruits of the Vine, un report realizzato dai ricercatori Anna Faria e Grant Clayton dell’Università del Colorado, secondo cui nel solo Stato americano del Minnesota i benefici della fede sono stimabili in circa 5 miliardi di dollari, con la Chiesa cattolica che contribuisce a creare posti di lavoro, che sostiene le imprese e che riduce i costi sociali, favorendo la prosperità dello Stato.
Più nel dettaglio, Fruits of the Vine ricorda che le organizzazioni sanitarie cattoliche del Minnesota contribuiscono con 3,2 miliardi di dollari all’anno - attraverso ospedali, strutture di assistenza a lungo termine, cure palliative e servizi di assistenza domiciliare - cui vanno aggiunti gli 1,45 miliardi di benefici economici per l’istruzione offerta dagli enti religiosi e, infine, i 136 milioni riconducibili al volontariato e altre forme di beneficio all’economia. Ora, se si considera che il Minnesota ha 5,8 milioni di abitanti e che i cattolici (18%) sono minoranza, essendo superati dai luterani (23%) e da altre denominazioni protestanti (20%) - e soprattutto che lo Stato americano non ospita la Santa Sede e il Papa -, una stima molto conservativa e prudente, guardando all’Italia, ci porta a considerare i benefici della Chiesa cattolica al Belpaese in termini di decine di miliardi di euro ogni anno.
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