True
2022-04-09
A Verona la fiera specchio d’Italia. Quello del vino è un successo fragile
True
Si riparte, o almeno si prova. Da domenica e fino a mercoledì a Verona sarà di nuovo Vinitaly. Due anni di pandemia hanno cambiato il volto delle Fiere.
Sarà questa grande adunata del mondo del vino un banco di prova per tutta l’economia del Paese. Da Verona si può capire se incombente la guerra, dilagante l’inflazione, impazziti i costi di produzione, c’è spazio per scommettere ancora su una possibile ripresa.
Parte dal Vinitaly un messaggio in bottiglia. Dice Sandro Boscaini, mister Amarone, già presidente di Federvini: «Ci serve che riparta tutta l’Italia; da soli non ce la possiamo fare. Se il turismo resta fermo avremo ancora dei contraccolpi». Aggiunge Marco Caprai, l’uomo che ha fatto diventare il Sagrantino di Montefalco un vino simbolo nel mondo: «Ci sono alcuni mercati come l’America che sono ripartiti molto bene, ma la domanda interna soffre, a noi manca la domanda di fascia alta e poi c’è l’Europa che ha un atteggiamento incomprensibile sull’agricoltura e contro il vino. Ci sono luci, ma anche tante, troppe ombre».
Il vino ha vissuto un magic moment appena il lockdown si è allentato.
Fatturato che sfiora i 15 miliardi, esportazioni oltre i 7 col Prosecco a fare da driver, consumi domestici in ripresa. In dieci mesi del 2021 l’export era cresciuto del 13%. E poi la doccia freddissima. Sparisce mezzo miliardo con le sanzioni alla Russia, vanno fuori controllo i prezzi delle materie prime che diventano introvabili, la bolletta energetica esplode. Ecco l’Unione italiana vini con il suo segretario, Paolo Castelletti, strigliare il ministro agricolo Stefano Patuanelli: «Se non ci venite incontro e non fate partire subito il Pnrr avremo forti ripercussioni sul commercio estero. Francesi e spagnoli non hanno i nostri oneri energetici. ll rischio concreto è di perdere quote di mercato».
Così l’Italia che produce si specchia nelle vigne. Si dirà: ma la materia prima del vino è l’uva. Vero. Solo che serve il gasolio per far viaggiare i trattori, servono il vetro, i cartoni, il legno, la carta per le etichette, il sughero per i tappi, l’alluminio per le gabbiette e servono anche un po’ di concimi. E, una volta fatto, il vino va spedito: i costi di trasporto sono raddoppiati. L’America che resta l’Eldorado dei nostri vini di maggior pregio diventa quasi proibitiva se un container passa da 2.000 a 6.500 dollari. Così serve un po’ di cash dalla banca, ma è diventato difficile anche quello. A oggi le cantine contabilizzano almeno 1,5 miliardi di extra-costi per confezionare il vino e se ci si mette la bolletta energetica e quella idrica il conto sale oltre i due miliardi. Significa che con la Russia si è perso il 7% di export che gli extracosti sono aumentati del 13% rispetto al fatturato e dunque quel successo annunciato è mutilato di un quinto. Ce n’è abbastanza per stare cauti.
Questo clima di vigile attesa si riflette anche sulla Fiera: gli espositori sono un po’ meno (4.400), arrivano da meno Paesi, ma soprattutto c’è molta meno ostentazione. Gli spazi peraltro in Fiera costano un occhio - per uno stand medio vanno via 40.000 euro e poi ci sono le spese tra cene, albergo, degustazioni - e con l’incertezza di mercato meglio una «collettiva». È forse un cambiamento di modalità delle fiere sempre più orientate a ospitare solo visitatori professionali (a Verona arrivano 700 super buyer, stracoccolati) sempre più connesse sul web.
Non a caso Vinitaly quest’anno affida a Verona, alla città, il compito di fare spettacolo: la formula è ormai quella del fuorisalone e con Opera Wine, che questo pomeriggio fa alla Gran Guardia da anteprima, si dà spazio alle cantine di maggior richiamo per mettere in vetrina il valore Italia. Lo ha detto anche Maurizio Danese, che presiede sia Veronafiere sia l’Aefi (l’associazione dei maggiori quartieri espositivi italiani), sostenendo che le fiere in presenza sono fondamentali soprattutto per le piccole e medie imprese che hanno bisogno di sostegno per stare sui mercati del mondo. Sottolinea Danese: «Un nostro studio certifica che le Fiere sono un motore economico: è emerso che 1 euro investito in fiera ne genera 60 di business e 23 di indotto». Nessuno ne dubita, ma resta il fatto che nell’era di Zoom e di Skype le rassegne non servono più a farsi vedere, ma devono servire a farsi comprare.
Ecco il messaggio in bottiglia a tutta l’economia del Paese: dobbiamo rafforzare il sistema Italia e fare un salto di qualità nelle connessioni di filiera e nella promozione. Che peraltro l’Europa ha cancellato limitando fortemente i contributi. È un pallino di Gian Marco Centinaio, sottosegretario all’Agricoltura in quota Lega, che ha la delega del vino e che se ha dribblato il primo ostacolo, quello che in sede europea voleva imporre le etichette anticancro alle bottiglie, ha di fronte a sé altre battaglie. La prima è bloccare l’etichetta a semaforo, la seconda impedire che all’Onu si riproponga l’idea che il vino è veleno. E poi ci sono le battaglie sulle denominazioni e quelle sui sostegni: difendere il Prosecco, dare contribuiti perché le cantine proseguano sulla strada del successo, sbloccare l’enoturismo riaprendo ristoranti, enoteche, agriturismi, sapendo che può essere un volano da altri 3 miliardi.
Tutto questo è Vinitaly. Perché è vero che facciamo più vino di tutti e - salvo alcune eccezioni - lo facciamo meglio di tutti. Perché è vero che i grandi vini sono ormai beni rifugio al punto che stima Oneo group - società specializzata in questo business - « 50.000 dollari investiti, in 5 anni, diventano più del doppio, ovvero 118.817 dollari» e che tra queste bottiglie-lingotto tante sono italiane, ma è anche vero che il sistema Italia è troppo debole. Prosit.
Tra web e supermercato cresce il consumo di qualità
Bevi che ti passa. Potrebbe essere questa la spiegazione del boom dei consumi di vino in Italia cominciato durante il lockdown da Covid e proseguito anche lo scorso anno. Siamo arrivati a berne quasi 25 milioni di ettolitri con un aumento nel 2020 sull’anno precedente di quasi il 7,5%. In quantità sono circa 3 litri a testa in più all’anno. Perché? Chi ha indagato i consumi - l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino - sostiene che è accaduto perché si è ricominciato a mangiare in famiglia e perché il vino è diventato l’alternativa al tempo libero. Ma ciò che è più interessante è che la stessa Oiv è ormai convinta che ci sia uno «stile italiano» nel consumo di vino.
È tornato a essere un piacere domestico e si beve con molta attenzione alla qualità e molta moderazione. L’Italia è in controtendenza rispetto al trend mondiale che registra invece un ridimensionamento delle quantità fruite del 3%. Possibile dunque che da noi il vino abbia avuto questa funzione corroborante. Sta di fatto che sono cambiate anche le abitudini di acquisto. E’ vero che l’on line è esploso segnando nel 2021 un più 22%. E’ ancora la fetta minoritaria di mercato quella che viaggia sul web, ma stando ad uno studio di Nomisma nei prossimi tre anni si avrà uno sviluppo costante in doppia cifra di questo canale distributivo. La dimostrazione sta nell’espansione che Tannico sta avendo. E’ il nostro primo “portale” del vino che fa commercio (la Campari ne detiene il 32 % delle azioni ed un segnale) di etichette e ha lanciato un aumento di capitale destinato all’acquisizione del francese Venteàlapropriété. E non è un caso che Italmobiliare della famiglia Pesenti abbia messo nel mirino e poi si sia assicurata Callmewine il portale di vendita di vino fondato una decina di anni fa da Paolo Zanetti. E’ iniziato un braccio di ferro tra potenze finanziarie nel settore. Questa esplosione delle vendite on line hanno influito anche sul profilo dei consumatori. Emerge una nuova generazione, assai parca nelle dosi, ma molto esigente nella qualità e soprattutto molto informata. E’ la generazione Z e non è un caso che tanto Tannico quanto Callmewine si sfidino non soltanto sul piano delle offerte, ma su quello dei contenuti. Accanto all’e-commerce si è confermato il ruolo della grande distribuzione come primo canale di vendita del vino. Con il lungo sonno (forzato) dei ristoranti e delle enoteche il supermercato è diventato il primo approccio al vino da parte dei consumatori. Per questo alcune catene , specificamente Esselunga e Conad, hanno incrementato il valore delle enoteche. Ma anche per questo le donne sono ormai considerate il vero decisore di acquisto. La dimostrazione indiretta viene dalle tipologie e dalle confezioni di vino che si acquistano.
Dalla consueta ricerca che Iri fa ogni anno per Vinitaly (viene presentata lunedì 11 alla Fiera di Verona) emerge che i vini che hanno aumentato le vendite sono quelli a denominazione. Docg, Doc, Igt hanno fatto più 1,8% in quantità, più 5,5% a volere e hanno determinato un innalzamento dello scontrino medio del vino che è ormai sopra i 5,5 euro. Sono di fatto crollate verticalmente le vendite di vino in dame, in bottiglioni, in box e ormai si vendono prevalentemente le bottiglie da 0,75 che sono affini ai vini a denominazione. Il mercato di Bacco per la grande distribuzione vale oggi 700 milioni di litri per un valore di 2 miliardi e 269 milioni di euro (arriva a 3 miliardi di euro con l’aggiunta delle bollicine). In testa alle preferenza c’è sempre la solita triade: Chianti, Lambrusco, Montepulciano d’Abruzzo, con ogni tipologia che vende tra i 10 e i 15 milioni di litri ed ha nel vino toscano il record d’incremento con un più 3,7% di quantità venduta con un incremento del 5,4% del fatturato. Tra i vini emergenti Vermentino, Pignoletto e Ribolla Gialla (dunque Toscana e Sardegna Emilia e Friuli) tra i bianchi, Primitivo e Valpolicella tra i rossi (dunque Puglia e Veneto). Ancora in crescita le bollicine con l’Asti che resta in testa (più 27%) e il Prosecco che non s’arresta (più22%). E però il segno che i tempi sono cambiati e che il supermercato non vende solo quantità è dato da tre performance davvero significative: quella del Brunello di Montalcino (più 13%) che ha comunque un prezzo elevato, dell’Amarone (più 16,9%) e del Sagrantino di Montefalco un vino prezioso e di nicchia (più 16%).
Tra il Gotha a Opera Wine e il food-jazz in giro per la città
È il primo segno di vite! Ok stiamo un po’ giocando, ma ci vuole. Da domenica 10 aprile torna fino al 13 alla Fiera di Verona il Vinitaly che taglia il traguardo della 54 esima edizione ed è forse un segno che la pandemia è passata in archivio anche se il Covid resta a farci compagnia. Non si capisce bene come si farà a fare le degustazioni con l’obbligo della mascherina, ma questo è un altro discorso. Sta di fatto che con il Vinitaly torna la speranza di una ripresa anche se il vino italiano e alla prese con troppi problemi che ne frenano il successo. Comunque sia conviene ora guardare a Verona come una possibile ripartenza. Quest’anno la fera è molto selettiva negli ingressi. Un po’ ridotta nel numero degli espositori (sono 4500) anche perché le cantine hanno preferito affidarsi a moti stand collettivi. Le spese ci sono. Per gli appassionati di vino comunque l’appuntamento veronese resta irrinunciabile. Se si vuole acquistare un biglietto si può farlo sul sito ww.vinitaly.com spendendo 80 euro.
Diversamente ci sono molti appuntamenti non in fiera – per i sommelier e gli operatori ci sono due giornate esclusive il 10 e il 13 con ingressi contingentati e biglietto ridotto a 36 euro – da vivere a contatto con il mondo del vino. E’ Verona che si candida a festosa enoteca. Si chiama Vinitaly and The City e dalle 10 a mezzanotte da sabato a lunedì 11 diventa un immenso happening in cui si mixano arte, gastronomia, paesaggio, musica, degustazioni di altissimo livello. Tra gli artisti che si esibiscono (in particolare c’è un foltissimo programma jazz, musica che va molto d’accordo con le bottiglie) ci sono Roy Paci, Joe Bastianich con la Terza Classe, Luca Scardovelli Trio, Joe Sanketti, Morgan, il trio Swing Brother, il complesso di musica folk e popolare Contrada Lorì. Le performances artistiche e musicale sono ospitate in diversi spazi architettonici e monumentali della città: il cortile del Mercato Vecchio, piazza dei Signori, piazza delle Erbe, lo spazio antistante l’Arena. Di particolare significato sono due performance previste per domenica. La prima è La Vie en Rose una interpretazione di danza di Elisa Cipriani e Luca Condello che balleranno in forma anche di teatro sulle musiche di Edith Piaf e dando luogo anche a una singolare sfilata d abiti di scena. A seguire alle 17 i due ballerini interpretano invece, ed è questa la seconda esibizione, le danze popolari del Sud America in uno show dal titolo Milonga de Mi Amor. Ma chi ama il vino ama anche la buona tavola. Ed ecco che la cucina si fa spettacolo con gli show cooking di Tracy che arriva direttamente dal successo di Masterchef. Ovviamente in tutti i ristoranti di Verona e in tutte le enoteche c’è uno specialissimo programma gastronomico e di degustazione. Il clou delle degustazioni è però previsto con Opera Wine che è l’anteprima di Vinitaly ospitata nel palazzo monumentale della Gran Guardia proprio dirimpetto all’Arena. Da sette anni in collaborazione con la «bibbia» americana del vino Wine Spectator (gli Usa sono il primo mercato di esportazione per le nostre cantine) viene organizzata questa rassegna dell’eccellenza assoluta del vino italiano. Si era partiti nel 2015 con 100 etichette oggi si è dovuti necessariamente arrivare a 130 perché il livello della nostra produzione ha avuto un continuo progresso qualitativo. Nella classifica per territori vince la Toscana con 36 produttori seguita dal Piemonte con 20 e dal Veneto con 19.
Sulle 130 etichette presenti i rossi sono la stragrande maggioranza con 97 bottiglie selezionate di cui 15 sono di Barolo, 13 di Brunello di Montalcino, 9 di Amarne e 9 di Chianti Classico. Gli spumanti sono 9, 2 i vini passiti e 22 i bianchi. Tra i bianchi il podio è tra Veneto, Marche Friuli Venezia Giulia anche se ci sono alcune presenze molto significative della Toscana e della Sicilia con i vitigni autoctoni di quei territori (Vermentino per la Toscana, Zibibbo, Grillo e Insolia per la Sicilia). Ovviamente in questo defilée dei grandi ci sono tutte le famiglie storiche. Da Antinori a Frescobaldi, da Incisa della Rocchetta a Lunelli (quest’anno la cantina spumantistica trentina Ferrari compie 120 anni) da Biondi Santi, dai due Felluga a Lungarotti, da Bologna a Mastroberardino da Masi a Mazzei o Ricasoli, da Guerrieri Gonzaga (San Leonardo) a Tasca d’Almerita e poi i grandissimi come Angelo Gaja , Mascarello o Dal Forno, Castello d’Ama o tra gli spumantisti Bellavista (Moretti) , Cà del Bosco (Zanella), Nino Franco, gli emergenti come Cusumano, Maso Martis, i grandi classici come Pieropan, Pio Cesare, Aldo Conterno, Planeta. Insomma c’è tutto il vino che conta e fa glamour.
La tendenza? La vigna in rosa
Ci vorrebbe davvero la voce di Edith Piaf come colonna sonora di questo Vinitaly. Andando alla scoperta di un po’ di tendenze e novità in giro per i padiglioni (un po’ più vuoti, un po’ più morigerati, un po’ più professionali anche) si potrebbe scoprire che quest’anno va di moda la vigna en rose. Sì i rosati per tantissimi anni negletti, ma vanto dei francesi che in Provenza hanno messo appunto secoli fa un modo di estrazione dei mosti per percolazione che oggi è diventato uno dei più praticati da chi vuole fare un ottimo rosato e ha anche un nome che si presta: a lacrima, si dice, sono oggi una nuova frontiera del gusto nel bicchiere. Sarà perché le donne sono diventate le più attente consumatrici? Sarà perché c’è una generazione di giovani che non sono i soliti sbevazzoni, ma hanno introiettato la cultura del vino e chiedono un approccio morbido alla degustazione? Difficile dirlo: certo è che quasi tutte le cantine più blasonate oggi hanno in catalogo un’etichetta in rosa. E allora scopriamo qualche territorio che si presta. Un primato va sicuramente alla Puglia e al Salento in particolare: ormai i rosati a base di Negramaro sono diventati una cifra di questa regione. Un’altra regione – peraltro in prepotente ascesa anche grazie al fatto che ha creato il primo distretto biologico d’Italia – in rosa sono le Marche. Due in prevalenza i vitigni che ha scelto per le sue bottiglie in rosa: il Montepulciano e la Vernaccia Nera di Serrapetrona. Il primo interpretato sempre come vino fermo, la seconda dà ottimi spumanti metodo classico. La Toscana ha riscoperto il rosato di Costa facendo di tutta la Maremma una terra in rosa e sfruttando al meglio la propensione del Sangiovese a dare questi vini di personalità.
Un fenomeno a parte è quello della Basilicata. Qui abituati a vendemmiare il loro spesso Aglianico hanno scoperto che questo grandissimo rosso del Sud se vinificato in rosato acquista una confidenza di beva davvero insospettata. Un’evoluzione del Lambrusco connota oggi l’Emilia. Molti produttori hanno scoperto che il Lambrusco in rosa se vinificato con Metodo Classico – cioè rifermentato in bottiglia – dà risultai sorprendenti. Ed è vero. Poi ci sono le cattedrali del rosato. Da una parte di Montepulciano d’Abruzzo in versione cerasuolo con la zona costiera che dà esiti migliori rispetto alle colline più alte e poi tuttala zona del Garda: ci sono dal Chiaretto al Valtenesi alcune espressioni di altissimo profilo. Ma a stupire è la grande tradizione spumantistica italiana che si è buttata a rivaleggiare proprio con i francesi con le bollicine rosate. Un successo per certi versi inaspettato è proprio il Prosecco rosato, ma l’Oltrepò vive grazie a questa tipologia una seconda gloria produttiva e di mercato e la Franciacorta ha cominciato a sfruttare i suoi grandi Pinot nero così come del resto l’Alta Langa. Sorprendente è l’attenzione che il Trentodoc dedica oggi a questa tipologia. Patria degli spumanti da Charadonnay ci sono ora nuovi esperimenti. Utilizzando per avere una propria identità il Pinot Meunier che i francesi usano in uvaggio minore con il Noir per lo Champagne (soprattutto però per i blancs de noir) ma che ha una sua autonoma intensa espressività. Provato ha grande valore. Spigolando ancora tra le bottiglie in degustazione a Verona si capisce come il gusto si stia polarizzando: da una parte i grandissimi rossi che fanno da motore al piacere assoluto del vino, dall’altra bianchi molto freschi che arrivano anche da territori che uno non s’aspetterebbe così vocati a produrre “vini pallidi”. La Toscana si è ripresa con Brunello, ma soprattutto Chianti Gran Selezione e Montepulciano un posto di assoluta leadership anche nei mercati esteri e in quello più florido di tutti che è quello americano. Bolgheri fa storia a se: ormai è uno dei terroir più invidiati al mondo e in qualche misura anche la Maremma si sta un po’ tirando su. Un caso a parte è quello del Nebbiolo. Se indiscutibili sono i successi del Barolo ormai elevato a vino simbolo, ma con prezzi sovente «pesanti», ci sono gli altri Nebbiolo dal Carema al Gattinara che emergono con prepotenza. Tra i grandi rossi l’Amarone vive una contraddizione interna: i grandissimi (sono quelli di collina alta) hanno un mercato inscalfibile, gli altri abbassano i prezzi per fare numero.
Una nuova vita di successi ha la Sicilia soprattutto nella zona etnea per i rossi. Ragionamento a parte va fatto per un vino che è del tutto peculiare: il Sagrantino di Montefalco. Per tre o quattro produttori è ancora una miniera d’oro, ma per chi ha cercato di fare quantità la vigna s’ fatta più dura. Un fenomeno emergente è la riscoperta di produzioni di nicchia. Ad esempio il Timorasso piemontese che ci introduce al grande mercato dei bianchi. Qui due territori se la danno di santa ragione: il Friuli sia Collio che Cof e le Marche che puntano sul Verdicchio ma hanno in serbo due altre sorprese: la Ribona e il Bianchello. E poi c’è l’emergente Lugana. Alla fine scopriremo che Verdicchio, Lugana, e Friulano sono parenti stretti in quanto a vitigni. Riprende quota sia nella versione Friulana che in quella altoatesina il Pinot Bianco. E poi ci sono fenomeni nuovi: i bianchi siciliani vanno fortissimo soprattutto quelli con base Grillo e Zibibbo vinificato fresco. Una rebus è la Ribolla Gialla friulana: in alcune declinazioni è diventata un vino culto, purtroppo però massificata viene svenduta al punto che prendendo due bottiglie non si capisce quale sia la vera Ribolla. In ultimo eccolo il bianco dell’anno: il Vermentino. Sia esso sulcitano o maremmano, di Gallura o di Lunigiana questo bianco così selvaggio e marino è la spia che chi beve oggi cerca emozioni!
Continua a leggereRiduci
Si riparte con il Vinitaly, dopo due anni di stop causa pandemia. Per le cantine il boom è frenato da costi, inflazione, Europa e sanzioni alla Russia. Si contabilizzano almeno 1,5 miliardi di extra costi per confezionare il prodotto.Tra web e supermercato cresce il consumo di qualità. Mentre i due maggiori portali (Tannico e Callmewine) sono al centro di un forte sviluppo finanziario, la Gdo incrementa le vendite: ecco i vini che vanno più forte.Non solo Fiera: Verona per tre giorni diventa un palcoscenico delle eccellenze italiane: dalla musica all’enogastronomia passando per l’arte.Spigolando tra le migliaia di etichette che saranno al Vinitaly cerchiamo di disegnare una mappa del gusto: la sorpresa sono i rosati.Lo speciale contiene quattro articoli.Si riparte, o almeno si prova. Da domenica e fino a mercoledì a Verona sarà di nuovo Vinitaly. Due anni di pandemia hanno cambiato il volto delle Fiere. Sarà questa grande adunata del mondo del vino un banco di prova per tutta l’economia del Paese. Da Verona si può capire se incombente la guerra, dilagante l’inflazione, impazziti i costi di produzione, c’è spazio per scommettere ancora su una possibile ripresa. Parte dal Vinitaly un messaggio in bottiglia. Dice Sandro Boscaini, mister Amarone, già presidente di Federvini: «Ci serve che riparta tutta l’Italia; da soli non ce la possiamo fare. Se il turismo resta fermo avremo ancora dei contraccolpi». Aggiunge Marco Caprai, l’uomo che ha fatto diventare il Sagrantino di Montefalco un vino simbolo nel mondo: «Ci sono alcuni mercati come l’America che sono ripartiti molto bene, ma la domanda interna soffre, a noi manca la domanda di fascia alta e poi c’è l’Europa che ha un atteggiamento incomprensibile sull’agricoltura e contro il vino. Ci sono luci, ma anche tante, troppe ombre». Il vino ha vissuto un magic moment appena il lockdown si è allentato. Fatturato che sfiora i 15 miliardi, esportazioni oltre i 7 col Prosecco a fare da driver, consumi domestici in ripresa. In dieci mesi del 2021 l’export era cresciuto del 13%. E poi la doccia freddissima. Sparisce mezzo miliardo con le sanzioni alla Russia, vanno fuori controllo i prezzi delle materie prime che diventano introvabili, la bolletta energetica esplode. Ecco l’Unione italiana vini con il suo segretario, Paolo Castelletti, strigliare il ministro agricolo Stefano Patuanelli: «Se non ci venite incontro e non fate partire subito il Pnrr avremo forti ripercussioni sul commercio estero. Francesi e spagnoli non hanno i nostri oneri energetici. ll rischio concreto è di perdere quote di mercato». Così l’Italia che produce si specchia nelle vigne. Si dirà: ma la materia prima del vino è l’uva. Vero. Solo che serve il gasolio per far viaggiare i trattori, servono il vetro, i cartoni, il legno, la carta per le etichette, il sughero per i tappi, l’alluminio per le gabbiette e servono anche un po’ di concimi. E, una volta fatto, il vino va spedito: i costi di trasporto sono raddoppiati. L’America che resta l’Eldorado dei nostri vini di maggior pregio diventa quasi proibitiva se un container passa da 2.000 a 6.500 dollari. Così serve un po’ di cash dalla banca, ma è diventato difficile anche quello. A oggi le cantine contabilizzano almeno 1,5 miliardi di extra-costi per confezionare il vino e se ci si mette la bolletta energetica e quella idrica il conto sale oltre i due miliardi. Significa che con la Russia si è perso il 7% di export che gli extracosti sono aumentati del 13% rispetto al fatturato e dunque quel successo annunciato è mutilato di un quinto. Ce n’è abbastanza per stare cauti. Questo clima di vigile attesa si riflette anche sulla Fiera: gli espositori sono un po’ meno (4.400), arrivano da meno Paesi, ma soprattutto c’è molta meno ostentazione. Gli spazi peraltro in Fiera costano un occhio - per uno stand medio vanno via 40.000 euro e poi ci sono le spese tra cene, albergo, degustazioni - e con l’incertezza di mercato meglio una «collettiva». È forse un cambiamento di modalità delle fiere sempre più orientate a ospitare solo visitatori professionali (a Verona arrivano 700 super buyer, stracoccolati) sempre più connesse sul web. Non a caso Vinitaly quest’anno affida a Verona, alla città, il compito di fare spettacolo: la formula è ormai quella del fuorisalone e con Opera Wine, che questo pomeriggio fa alla Gran Guardia da anteprima, si dà spazio alle cantine di maggior richiamo per mettere in vetrina il valore Italia. Lo ha detto anche Maurizio Danese, che presiede sia Veronafiere sia l’Aefi (l’associazione dei maggiori quartieri espositivi italiani), sostenendo che le fiere in presenza sono fondamentali soprattutto per le piccole e medie imprese che hanno bisogno di sostegno per stare sui mercati del mondo. Sottolinea Danese: «Un nostro studio certifica che le Fiere sono un motore economico: è emerso che 1 euro investito in fiera ne genera 60 di business e 23 di indotto». Nessuno ne dubita, ma resta il fatto che nell’era di Zoom e di Skype le rassegne non servono più a farsi vedere, ma devono servire a farsi comprare. Ecco il messaggio in bottiglia a tutta l’economia del Paese: dobbiamo rafforzare il sistema Italia e fare un salto di qualità nelle connessioni di filiera e nella promozione. Che peraltro l’Europa ha cancellato limitando fortemente i contributi. È un pallino di Gian Marco Centinaio, sottosegretario all’Agricoltura in quota Lega, che ha la delega del vino e che se ha dribblato il primo ostacolo, quello che in sede europea voleva imporre le etichette anticancro alle bottiglie, ha di fronte a sé altre battaglie. La prima è bloccare l’etichetta a semaforo, la seconda impedire che all’Onu si riproponga l’idea che il vino è veleno. E poi ci sono le battaglie sulle denominazioni e quelle sui sostegni: difendere il Prosecco, dare contribuiti perché le cantine proseguano sulla strada del successo, sbloccare l’enoturismo riaprendo ristoranti, enoteche, agriturismi, sapendo che può essere un volano da altri 3 miliardi. Tutto questo è Vinitaly. Perché è vero che facciamo più vino di tutti e - salvo alcune eccezioni - lo facciamo meglio di tutti. Perché è vero che i grandi vini sono ormai beni rifugio al punto che stima Oneo group - società specializzata in questo business - « 50.000 dollari investiti, in 5 anni, diventano più del doppio, ovvero 118.817 dollari» e che tra queste bottiglie-lingotto tante sono italiane, ma è anche vero che il sistema Italia è troppo debole. Prosit.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinitaly-verona-fiera-specchio-italia-2657127460.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-web-e-supermercato-cresce-il-consumo-di-qualita" data-post-id="2657127460" data-published-at="1649519738" data-use-pagination="False"> Tra web e supermercato cresce il consumo di qualità Bevi che ti passa. Potrebbe essere questa la spiegazione del boom dei consumi di vino in Italia cominciato durante il lockdown da Covid e proseguito anche lo scorso anno. Siamo arrivati a berne quasi 25 milioni di ettolitri con un aumento nel 2020 sull’anno precedente di quasi il 7,5%. In quantità sono circa 3 litri a testa in più all’anno. Perché? Chi ha indagato i consumi - l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino - sostiene che è accaduto perché si è ricominciato a mangiare in famiglia e perché il vino è diventato l’alternativa al tempo libero. Ma ciò che è più interessante è che la stessa Oiv è ormai convinta che ci sia uno «stile italiano» nel consumo di vino.È tornato a essere un piacere domestico e si beve con molta attenzione alla qualità e molta moderazione. L’Italia è in controtendenza rispetto al trend mondiale che registra invece un ridimensionamento delle quantità fruite del 3%. Possibile dunque che da noi il vino abbia avuto questa funzione corroborante. Sta di fatto che sono cambiate anche le abitudini di acquisto. E’ vero che l’on line è esploso segnando nel 2021 un più 22%. E’ ancora la fetta minoritaria di mercato quella che viaggia sul web, ma stando ad uno studio di Nomisma nei prossimi tre anni si avrà uno sviluppo costante in doppia cifra di questo canale distributivo. La dimostrazione sta nell’espansione che Tannico sta avendo. E’ il nostro primo “portale” del vino che fa commercio (la Campari ne detiene il 32 % delle azioni ed un segnale) di etichette e ha lanciato un aumento di capitale destinato all’acquisizione del francese Venteàlapropriété. E non è un caso che Italmobiliare della famiglia Pesenti abbia messo nel mirino e poi si sia assicurata Callmewine il portale di vendita di vino fondato una decina di anni fa da Paolo Zanetti. E’ iniziato un braccio di ferro tra potenze finanziarie nel settore. Questa esplosione delle vendite on line hanno influito anche sul profilo dei consumatori. Emerge una nuova generazione, assai parca nelle dosi, ma molto esigente nella qualità e soprattutto molto informata. E’ la generazione Z e non è un caso che tanto Tannico quanto Callmewine si sfidino non soltanto sul piano delle offerte, ma su quello dei contenuti. Accanto all’e-commerce si è confermato il ruolo della grande distribuzione come primo canale di vendita del vino. Con il lungo sonno (forzato) dei ristoranti e delle enoteche il supermercato è diventato il primo approccio al vino da parte dei consumatori. Per questo alcune catene , specificamente Esselunga e Conad, hanno incrementato il valore delle enoteche. Ma anche per questo le donne sono ormai considerate il vero decisore di acquisto. La dimostrazione indiretta viene dalle tipologie e dalle confezioni di vino che si acquistano.Dalla consueta ricerca che Iri fa ogni anno per Vinitaly (viene presentata lunedì 11 alla Fiera di Verona) emerge che i vini che hanno aumentato le vendite sono quelli a denominazione. Docg, Doc, Igt hanno fatto più 1,8% in quantità, più 5,5% a volere e hanno determinato un innalzamento dello scontrino medio del vino che è ormai sopra i 5,5 euro. Sono di fatto crollate verticalmente le vendite di vino in dame, in bottiglioni, in box e ormai si vendono prevalentemente le bottiglie da 0,75 che sono affini ai vini a denominazione. Il mercato di Bacco per la grande distribuzione vale oggi 700 milioni di litri per un valore di 2 miliardi e 269 milioni di euro (arriva a 3 miliardi di euro con l’aggiunta delle bollicine). In testa alle preferenza c’è sempre la solita triade: Chianti, Lambrusco, Montepulciano d’Abruzzo, con ogni tipologia che vende tra i 10 e i 15 milioni di litri ed ha nel vino toscano il record d’incremento con un più 3,7% di quantità venduta con un incremento del 5,4% del fatturato. Tra i vini emergenti Vermentino, Pignoletto e Ribolla Gialla (dunque Toscana e Sardegna Emilia e Friuli) tra i bianchi, Primitivo e Valpolicella tra i rossi (dunque Puglia e Veneto). Ancora in crescita le bollicine con l’Asti che resta in testa (più 27%) e il Prosecco che non s’arresta (più22%). E però il segno che i tempi sono cambiati e che il supermercato non vende solo quantità è dato da tre performance davvero significative: quella del Brunello di Montalcino (più 13%) che ha comunque un prezzo elevato, dell’Amarone (più 16,9%) e del Sagrantino di Montefalco un vino prezioso e di nicchia (più 16%). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinitaly-verona-fiera-specchio-italia-2657127460.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tra-il-gotha-a-opera-wine-e-il-food-jazz-in-giro-per-la-citta" data-post-id="2657127460" data-published-at="1649519738" data-use-pagination="False"> Tra il Gotha a Opera Wine e il food-jazz in giro per la città È il primo segno di vite! Ok stiamo un po’ giocando, ma ci vuole. Da domenica 10 aprile torna fino al 13 alla Fiera di Verona il Vinitaly che taglia il traguardo della 54 esima edizione ed è forse un segno che la pandemia è passata in archivio anche se il Covid resta a farci compagnia. Non si capisce bene come si farà a fare le degustazioni con l’obbligo della mascherina, ma questo è un altro discorso. Sta di fatto che con il Vinitaly torna la speranza di una ripresa anche se il vino italiano e alla prese con troppi problemi che ne frenano il successo. Comunque sia conviene ora guardare a Verona come una possibile ripartenza. Quest’anno la fera è molto selettiva negli ingressi. Un po’ ridotta nel numero degli espositori (sono 4500) anche perché le cantine hanno preferito affidarsi a moti stand collettivi. Le spese ci sono. Per gli appassionati di vino comunque l’appuntamento veronese resta irrinunciabile. Se si vuole acquistare un biglietto si può farlo sul sito ww.vinitaly.com spendendo 80 euro.Diversamente ci sono molti appuntamenti non in fiera – per i sommelier e gli operatori ci sono due giornate esclusive il 10 e il 13 con ingressi contingentati e biglietto ridotto a 36 euro – da vivere a contatto con il mondo del vino. E’ Verona che si candida a festosa enoteca. Si chiama Vinitaly and The City e dalle 10 a mezzanotte da sabato a lunedì 11 diventa un immenso happening in cui si mixano arte, gastronomia, paesaggio, musica, degustazioni di altissimo livello. Tra gli artisti che si esibiscono (in particolare c’è un foltissimo programma jazz, musica che va molto d’accordo con le bottiglie) ci sono Roy Paci, Joe Bastianich con la Terza Classe, Luca Scardovelli Trio, Joe Sanketti, Morgan, il trio Swing Brother, il complesso di musica folk e popolare Contrada Lorì. Le performances artistiche e musicale sono ospitate in diversi spazi architettonici e monumentali della città: il cortile del Mercato Vecchio, piazza dei Signori, piazza delle Erbe, lo spazio antistante l’Arena. Di particolare significato sono due performance previste per domenica. La prima è La Vie en Rose una interpretazione di danza di Elisa Cipriani e Luca Condello che balleranno in forma anche di teatro sulle musiche di Edith Piaf e dando luogo anche a una singolare sfilata d abiti di scena. A seguire alle 17 i due ballerini interpretano invece, ed è questa la seconda esibizione, le danze popolari del Sud America in uno show dal titolo Milonga de Mi Amor. Ma chi ama il vino ama anche la buona tavola. Ed ecco che la cucina si fa spettacolo con gli show cooking di Tracy che arriva direttamente dal successo di Masterchef. Ovviamente in tutti i ristoranti di Verona e in tutte le enoteche c’è uno specialissimo programma gastronomico e di degustazione. Il clou delle degustazioni è però previsto con Opera Wine che è l’anteprima di Vinitaly ospitata nel palazzo monumentale della Gran Guardia proprio dirimpetto all’Arena. Da sette anni in collaborazione con la «bibbia» americana del vino Wine Spectator (gli Usa sono il primo mercato di esportazione per le nostre cantine) viene organizzata questa rassegna dell’eccellenza assoluta del vino italiano. Si era partiti nel 2015 con 100 etichette oggi si è dovuti necessariamente arrivare a 130 perché il livello della nostra produzione ha avuto un continuo progresso qualitativo. Nella classifica per territori vince la Toscana con 36 produttori seguita dal Piemonte con 20 e dal Veneto con 19.Sulle 130 etichette presenti i rossi sono la stragrande maggioranza con 97 bottiglie selezionate di cui 15 sono di Barolo, 13 di Brunello di Montalcino, 9 di Amarne e 9 di Chianti Classico. Gli spumanti sono 9, 2 i vini passiti e 22 i bianchi. Tra i bianchi il podio è tra Veneto, Marche Friuli Venezia Giulia anche se ci sono alcune presenze molto significative della Toscana e della Sicilia con i vitigni autoctoni di quei territori (Vermentino per la Toscana, Zibibbo, Grillo e Insolia per la Sicilia). Ovviamente in questo defilée dei grandi ci sono tutte le famiglie storiche. Da Antinori a Frescobaldi, da Incisa della Rocchetta a Lunelli (quest’anno la cantina spumantistica trentina Ferrari compie 120 anni) da Biondi Santi, dai due Felluga a Lungarotti, da Bologna a Mastroberardino da Masi a Mazzei o Ricasoli, da Guerrieri Gonzaga (San Leonardo) a Tasca d’Almerita e poi i grandissimi come Angelo Gaja , Mascarello o Dal Forno, Castello d’Ama o tra gli spumantisti Bellavista (Moretti) , Cà del Bosco (Zanella), Nino Franco, gli emergenti come Cusumano, Maso Martis, i grandi classici come Pieropan, Pio Cesare, Aldo Conterno, Planeta. Insomma c’è tutto il vino che conta e fa glamour. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinitaly-verona-fiera-specchio-italia-2657127460.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-tendenza-la-vigna-in-rosa" data-post-id="2657127460" data-published-at="1649519738" data-use-pagination="False"> La tendenza? La vigna in rosa Ci vorrebbe davvero la voce di Edith Piaf come colonna sonora di questo Vinitaly. Andando alla scoperta di un po’ di tendenze e novità in giro per i padiglioni (un po’ più vuoti, un po’ più morigerati, un po’ più professionali anche) si potrebbe scoprire che quest’anno va di moda la vigna en rose. Sì i rosati per tantissimi anni negletti, ma vanto dei francesi che in Provenza hanno messo appunto secoli fa un modo di estrazione dei mosti per percolazione che oggi è diventato uno dei più praticati da chi vuole fare un ottimo rosato e ha anche un nome che si presta: a lacrima, si dice, sono oggi una nuova frontiera del gusto nel bicchiere. Sarà perché le donne sono diventate le più attente consumatrici? Sarà perché c’è una generazione di giovani che non sono i soliti sbevazzoni, ma hanno introiettato la cultura del vino e chiedono un approccio morbido alla degustazione? Difficile dirlo: certo è che quasi tutte le cantine più blasonate oggi hanno in catalogo un’etichetta in rosa. E allora scopriamo qualche territorio che si presta. Un primato va sicuramente alla Puglia e al Salento in particolare: ormai i rosati a base di Negramaro sono diventati una cifra di questa regione. Un’altra regione – peraltro in prepotente ascesa anche grazie al fatto che ha creato il primo distretto biologico d’Italia – in rosa sono le Marche. Due in prevalenza i vitigni che ha scelto per le sue bottiglie in rosa: il Montepulciano e la Vernaccia Nera di Serrapetrona. Il primo interpretato sempre come vino fermo, la seconda dà ottimi spumanti metodo classico. La Toscana ha riscoperto il rosato di Costa facendo di tutta la Maremma una terra in rosa e sfruttando al meglio la propensione del Sangiovese a dare questi vini di personalità.Un fenomeno a parte è quello della Basilicata. Qui abituati a vendemmiare il loro spesso Aglianico hanno scoperto che questo grandissimo rosso del Sud se vinificato in rosato acquista una confidenza di beva davvero insospettata. Un’evoluzione del Lambrusco connota oggi l’Emilia. Molti produttori hanno scoperto che il Lambrusco in rosa se vinificato con Metodo Classico – cioè rifermentato in bottiglia – dà risultai sorprendenti. Ed è vero. Poi ci sono le cattedrali del rosato. Da una parte di Montepulciano d’Abruzzo in versione cerasuolo con la zona costiera che dà esiti migliori rispetto alle colline più alte e poi tuttala zona del Garda: ci sono dal Chiaretto al Valtenesi alcune espressioni di altissimo profilo. Ma a stupire è la grande tradizione spumantistica italiana che si è buttata a rivaleggiare proprio con i francesi con le bollicine rosate. Un successo per certi versi inaspettato è proprio il Prosecco rosato, ma l’Oltrepò vive grazie a questa tipologia una seconda gloria produttiva e di mercato e la Franciacorta ha cominciato a sfruttare i suoi grandi Pinot nero così come del resto l’Alta Langa. Sorprendente è l’attenzione che il Trentodoc dedica oggi a questa tipologia. Patria degli spumanti da Charadonnay ci sono ora nuovi esperimenti. Utilizzando per avere una propria identità il Pinot Meunier che i francesi usano in uvaggio minore con il Noir per lo Champagne (soprattutto però per i blancs de noir) ma che ha una sua autonoma intensa espressività. Provato ha grande valore. Spigolando ancora tra le bottiglie in degustazione a Verona si capisce come il gusto si stia polarizzando: da una parte i grandissimi rossi che fanno da motore al piacere assoluto del vino, dall’altra bianchi molto freschi che arrivano anche da territori che uno non s’aspetterebbe così vocati a produrre “vini pallidi”. La Toscana si è ripresa con Brunello, ma soprattutto Chianti Gran Selezione e Montepulciano un posto di assoluta leadership anche nei mercati esteri e in quello più florido di tutti che è quello americano. Bolgheri fa storia a se: ormai è uno dei terroir più invidiati al mondo e in qualche misura anche la Maremma si sta un po’ tirando su. Un caso a parte è quello del Nebbiolo. Se indiscutibili sono i successi del Barolo ormai elevato a vino simbolo, ma con prezzi sovente «pesanti», ci sono gli altri Nebbiolo dal Carema al Gattinara che emergono con prepotenza. Tra i grandi rossi l’Amarone vive una contraddizione interna: i grandissimi (sono quelli di collina alta) hanno un mercato inscalfibile, gli altri abbassano i prezzi per fare numero.Una nuova vita di successi ha la Sicilia soprattutto nella zona etnea per i rossi. Ragionamento a parte va fatto per un vino che è del tutto peculiare: il Sagrantino di Montefalco. Per tre o quattro produttori è ancora una miniera d’oro, ma per chi ha cercato di fare quantità la vigna s’ fatta più dura. Un fenomeno emergente è la riscoperta di produzioni di nicchia. Ad esempio il Timorasso piemontese che ci introduce al grande mercato dei bianchi. Qui due territori se la danno di santa ragione: il Friuli sia Collio che Cof e le Marche che puntano sul Verdicchio ma hanno in serbo due altre sorprese: la Ribona e il Bianchello. E poi c’è l’emergente Lugana. Alla fine scopriremo che Verdicchio, Lugana, e Friulano sono parenti stretti in quanto a vitigni. Riprende quota sia nella versione Friulana che in quella altoatesina il Pinot Bianco. E poi ci sono fenomeni nuovi: i bianchi siciliani vanno fortissimo soprattutto quelli con base Grillo e Zibibbo vinificato fresco. Una rebus è la Ribolla Gialla friulana: in alcune declinazioni è diventata un vino culto, purtroppo però massificata viene svenduta al punto che prendendo due bottiglie non si capisce quale sia la vera Ribolla. In ultimo eccolo il bianco dell’anno: il Vermentino. Sia esso sulcitano o maremmano, di Gallura o di Lunigiana questo bianco così selvaggio e marino è la spia che chi beve oggi cerca emozioni!
iStock
Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
Continua a leggereRiduci
Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 29 aprile 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin ci spiega le prospettive della crisi energetica.