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2022-04-09
A Verona la fiera specchio d’Italia. Quello del vino è un successo fragile
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Si riparte, o almeno si prova. Da domenica e fino a mercoledì a Verona sarà di nuovo Vinitaly. Due anni di pandemia hanno cambiato il volto delle Fiere.
Sarà questa grande adunata del mondo del vino un banco di prova per tutta l’economia del Paese. Da Verona si può capire se incombente la guerra, dilagante l’inflazione, impazziti i costi di produzione, c’è spazio per scommettere ancora su una possibile ripresa.
Parte dal Vinitaly un messaggio in bottiglia. Dice Sandro Boscaini, mister Amarone, già presidente di Federvini: «Ci serve che riparta tutta l’Italia; da soli non ce la possiamo fare. Se il turismo resta fermo avremo ancora dei contraccolpi». Aggiunge Marco Caprai, l’uomo che ha fatto diventare il Sagrantino di Montefalco un vino simbolo nel mondo: «Ci sono alcuni mercati come l’America che sono ripartiti molto bene, ma la domanda interna soffre, a noi manca la domanda di fascia alta e poi c’è l’Europa che ha un atteggiamento incomprensibile sull’agricoltura e contro il vino. Ci sono luci, ma anche tante, troppe ombre».
Il vino ha vissuto un magic moment appena il lockdown si è allentato.
Fatturato che sfiora i 15 miliardi, esportazioni oltre i 7 col Prosecco a fare da driver, consumi domestici in ripresa. In dieci mesi del 2021 l’export era cresciuto del 13%. E poi la doccia freddissima. Sparisce mezzo miliardo con le sanzioni alla Russia, vanno fuori controllo i prezzi delle materie prime che diventano introvabili, la bolletta energetica esplode. Ecco l’Unione italiana vini con il suo segretario, Paolo Castelletti, strigliare il ministro agricolo Stefano Patuanelli: «Se non ci venite incontro e non fate partire subito il Pnrr avremo forti ripercussioni sul commercio estero. Francesi e spagnoli non hanno i nostri oneri energetici. ll rischio concreto è di perdere quote di mercato».
Così l’Italia che produce si specchia nelle vigne. Si dirà: ma la materia prima del vino è l’uva. Vero. Solo che serve il gasolio per far viaggiare i trattori, servono il vetro, i cartoni, il legno, la carta per le etichette, il sughero per i tappi, l’alluminio per le gabbiette e servono anche un po’ di concimi. E, una volta fatto, il vino va spedito: i costi di trasporto sono raddoppiati. L’America che resta l’Eldorado dei nostri vini di maggior pregio diventa quasi proibitiva se un container passa da 2.000 a 6.500 dollari. Così serve un po’ di cash dalla banca, ma è diventato difficile anche quello. A oggi le cantine contabilizzano almeno 1,5 miliardi di extra-costi per confezionare il vino e se ci si mette la bolletta energetica e quella idrica il conto sale oltre i due miliardi. Significa che con la Russia si è perso il 7% di export che gli extracosti sono aumentati del 13% rispetto al fatturato e dunque quel successo annunciato è mutilato di un quinto. Ce n’è abbastanza per stare cauti.
Questo clima di vigile attesa si riflette anche sulla Fiera: gli espositori sono un po’ meno (4.400), arrivano da meno Paesi, ma soprattutto c’è molta meno ostentazione. Gli spazi peraltro in Fiera costano un occhio - per uno stand medio vanno via 40.000 euro e poi ci sono le spese tra cene, albergo, degustazioni - e con l’incertezza di mercato meglio una «collettiva». È forse un cambiamento di modalità delle fiere sempre più orientate a ospitare solo visitatori professionali (a Verona arrivano 700 super buyer, stracoccolati) sempre più connesse sul web.
Non a caso Vinitaly quest’anno affida a Verona, alla città, il compito di fare spettacolo: la formula è ormai quella del fuorisalone e con Opera Wine, che questo pomeriggio fa alla Gran Guardia da anteprima, si dà spazio alle cantine di maggior richiamo per mettere in vetrina il valore Italia. Lo ha detto anche Maurizio Danese, che presiede sia Veronafiere sia l’Aefi (l’associazione dei maggiori quartieri espositivi italiani), sostenendo che le fiere in presenza sono fondamentali soprattutto per le piccole e medie imprese che hanno bisogno di sostegno per stare sui mercati del mondo. Sottolinea Danese: «Un nostro studio certifica che le Fiere sono un motore economico: è emerso che 1 euro investito in fiera ne genera 60 di business e 23 di indotto». Nessuno ne dubita, ma resta il fatto che nell’era di Zoom e di Skype le rassegne non servono più a farsi vedere, ma devono servire a farsi comprare.
Ecco il messaggio in bottiglia a tutta l’economia del Paese: dobbiamo rafforzare il sistema Italia e fare un salto di qualità nelle connessioni di filiera e nella promozione. Che peraltro l’Europa ha cancellato limitando fortemente i contributi. È un pallino di Gian Marco Centinaio, sottosegretario all’Agricoltura in quota Lega, che ha la delega del vino e che se ha dribblato il primo ostacolo, quello che in sede europea voleva imporre le etichette anticancro alle bottiglie, ha di fronte a sé altre battaglie. La prima è bloccare l’etichetta a semaforo, la seconda impedire che all’Onu si riproponga l’idea che il vino è veleno. E poi ci sono le battaglie sulle denominazioni e quelle sui sostegni: difendere il Prosecco, dare contribuiti perché le cantine proseguano sulla strada del successo, sbloccare l’enoturismo riaprendo ristoranti, enoteche, agriturismi, sapendo che può essere un volano da altri 3 miliardi.
Tutto questo è Vinitaly. Perché è vero che facciamo più vino di tutti e - salvo alcune eccezioni - lo facciamo meglio di tutti. Perché è vero che i grandi vini sono ormai beni rifugio al punto che stima Oneo group - società specializzata in questo business - « 50.000 dollari investiti, in 5 anni, diventano più del doppio, ovvero 118.817 dollari» e che tra queste bottiglie-lingotto tante sono italiane, ma è anche vero che il sistema Italia è troppo debole. Prosit.
Tra web e supermercato cresce il consumo di qualità
Bevi che ti passa. Potrebbe essere questa la spiegazione del boom dei consumi di vino in Italia cominciato durante il lockdown da Covid e proseguito anche lo scorso anno. Siamo arrivati a berne quasi 25 milioni di ettolitri con un aumento nel 2020 sull’anno precedente di quasi il 7,5%. In quantità sono circa 3 litri a testa in più all’anno. Perché? Chi ha indagato i consumi - l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino - sostiene che è accaduto perché si è ricominciato a mangiare in famiglia e perché il vino è diventato l’alternativa al tempo libero. Ma ciò che è più interessante è che la stessa Oiv è ormai convinta che ci sia uno «stile italiano» nel consumo di vino.
È tornato a essere un piacere domestico e si beve con molta attenzione alla qualità e molta moderazione. L’Italia è in controtendenza rispetto al trend mondiale che registra invece un ridimensionamento delle quantità fruite del 3%. Possibile dunque che da noi il vino abbia avuto questa funzione corroborante. Sta di fatto che sono cambiate anche le abitudini di acquisto. E’ vero che l’on line è esploso segnando nel 2021 un più 22%. E’ ancora la fetta minoritaria di mercato quella che viaggia sul web, ma stando ad uno studio di Nomisma nei prossimi tre anni si avrà uno sviluppo costante in doppia cifra di questo canale distributivo. La dimostrazione sta nell’espansione che Tannico sta avendo. E’ il nostro primo “portale” del vino che fa commercio (la Campari ne detiene il 32 % delle azioni ed un segnale) di etichette e ha lanciato un aumento di capitale destinato all’acquisizione del francese Venteàlapropriété. E non è un caso che Italmobiliare della famiglia Pesenti abbia messo nel mirino e poi si sia assicurata Callmewine il portale di vendita di vino fondato una decina di anni fa da Paolo Zanetti. E’ iniziato un braccio di ferro tra potenze finanziarie nel settore. Questa esplosione delle vendite on line hanno influito anche sul profilo dei consumatori. Emerge una nuova generazione, assai parca nelle dosi, ma molto esigente nella qualità e soprattutto molto informata. E’ la generazione Z e non è un caso che tanto Tannico quanto Callmewine si sfidino non soltanto sul piano delle offerte, ma su quello dei contenuti. Accanto all’e-commerce si è confermato il ruolo della grande distribuzione come primo canale di vendita del vino. Con il lungo sonno (forzato) dei ristoranti e delle enoteche il supermercato è diventato il primo approccio al vino da parte dei consumatori. Per questo alcune catene , specificamente Esselunga e Conad, hanno incrementato il valore delle enoteche. Ma anche per questo le donne sono ormai considerate il vero decisore di acquisto. La dimostrazione indiretta viene dalle tipologie e dalle confezioni di vino che si acquistano.
Dalla consueta ricerca che Iri fa ogni anno per Vinitaly (viene presentata lunedì 11 alla Fiera di Verona) emerge che i vini che hanno aumentato le vendite sono quelli a denominazione. Docg, Doc, Igt hanno fatto più 1,8% in quantità, più 5,5% a volere e hanno determinato un innalzamento dello scontrino medio del vino che è ormai sopra i 5,5 euro. Sono di fatto crollate verticalmente le vendite di vino in dame, in bottiglioni, in box e ormai si vendono prevalentemente le bottiglie da 0,75 che sono affini ai vini a denominazione. Il mercato di Bacco per la grande distribuzione vale oggi 700 milioni di litri per un valore di 2 miliardi e 269 milioni di euro (arriva a 3 miliardi di euro con l’aggiunta delle bollicine). In testa alle preferenza c’è sempre la solita triade: Chianti, Lambrusco, Montepulciano d’Abruzzo, con ogni tipologia che vende tra i 10 e i 15 milioni di litri ed ha nel vino toscano il record d’incremento con un più 3,7% di quantità venduta con un incremento del 5,4% del fatturato. Tra i vini emergenti Vermentino, Pignoletto e Ribolla Gialla (dunque Toscana e Sardegna Emilia e Friuli) tra i bianchi, Primitivo e Valpolicella tra i rossi (dunque Puglia e Veneto). Ancora in crescita le bollicine con l’Asti che resta in testa (più 27%) e il Prosecco che non s’arresta (più22%). E però il segno che i tempi sono cambiati e che il supermercato non vende solo quantità è dato da tre performance davvero significative: quella del Brunello di Montalcino (più 13%) che ha comunque un prezzo elevato, dell’Amarone (più 16,9%) e del Sagrantino di Montefalco un vino prezioso e di nicchia (più 16%).
Tra il Gotha a Opera Wine e il food-jazz in giro per la città
È il primo segno di vite! Ok stiamo un po’ giocando, ma ci vuole. Da domenica 10 aprile torna fino al 13 alla Fiera di Verona il Vinitaly che taglia il traguardo della 54 esima edizione ed è forse un segno che la pandemia è passata in archivio anche se il Covid resta a farci compagnia. Non si capisce bene come si farà a fare le degustazioni con l’obbligo della mascherina, ma questo è un altro discorso. Sta di fatto che con il Vinitaly torna la speranza di una ripresa anche se il vino italiano e alla prese con troppi problemi che ne frenano il successo. Comunque sia conviene ora guardare a Verona come una possibile ripartenza. Quest’anno la fera è molto selettiva negli ingressi. Un po’ ridotta nel numero degli espositori (sono 4500) anche perché le cantine hanno preferito affidarsi a moti stand collettivi. Le spese ci sono. Per gli appassionati di vino comunque l’appuntamento veronese resta irrinunciabile. Se si vuole acquistare un biglietto si può farlo sul sito ww.vinitaly.com spendendo 80 euro.
Diversamente ci sono molti appuntamenti non in fiera – per i sommelier e gli operatori ci sono due giornate esclusive il 10 e il 13 con ingressi contingentati e biglietto ridotto a 36 euro – da vivere a contatto con il mondo del vino. E’ Verona che si candida a festosa enoteca. Si chiama Vinitaly and The City e dalle 10 a mezzanotte da sabato a lunedì 11 diventa un immenso happening in cui si mixano arte, gastronomia, paesaggio, musica, degustazioni di altissimo livello. Tra gli artisti che si esibiscono (in particolare c’è un foltissimo programma jazz, musica che va molto d’accordo con le bottiglie) ci sono Roy Paci, Joe Bastianich con la Terza Classe, Luca Scardovelli Trio, Joe Sanketti, Morgan, il trio Swing Brother, il complesso di musica folk e popolare Contrada Lorì. Le performances artistiche e musicale sono ospitate in diversi spazi architettonici e monumentali della città: il cortile del Mercato Vecchio, piazza dei Signori, piazza delle Erbe, lo spazio antistante l’Arena. Di particolare significato sono due performance previste per domenica. La prima è La Vie en Rose una interpretazione di danza di Elisa Cipriani e Luca Condello che balleranno in forma anche di teatro sulle musiche di Edith Piaf e dando luogo anche a una singolare sfilata d abiti di scena. A seguire alle 17 i due ballerini interpretano invece, ed è questa la seconda esibizione, le danze popolari del Sud America in uno show dal titolo Milonga de Mi Amor. Ma chi ama il vino ama anche la buona tavola. Ed ecco che la cucina si fa spettacolo con gli show cooking di Tracy che arriva direttamente dal successo di Masterchef. Ovviamente in tutti i ristoranti di Verona e in tutte le enoteche c’è uno specialissimo programma gastronomico e di degustazione. Il clou delle degustazioni è però previsto con Opera Wine che è l’anteprima di Vinitaly ospitata nel palazzo monumentale della Gran Guardia proprio dirimpetto all’Arena. Da sette anni in collaborazione con la «bibbia» americana del vino Wine Spectator (gli Usa sono il primo mercato di esportazione per le nostre cantine) viene organizzata questa rassegna dell’eccellenza assoluta del vino italiano. Si era partiti nel 2015 con 100 etichette oggi si è dovuti necessariamente arrivare a 130 perché il livello della nostra produzione ha avuto un continuo progresso qualitativo. Nella classifica per territori vince la Toscana con 36 produttori seguita dal Piemonte con 20 e dal Veneto con 19.
Sulle 130 etichette presenti i rossi sono la stragrande maggioranza con 97 bottiglie selezionate di cui 15 sono di Barolo, 13 di Brunello di Montalcino, 9 di Amarne e 9 di Chianti Classico. Gli spumanti sono 9, 2 i vini passiti e 22 i bianchi. Tra i bianchi il podio è tra Veneto, Marche Friuli Venezia Giulia anche se ci sono alcune presenze molto significative della Toscana e della Sicilia con i vitigni autoctoni di quei territori (Vermentino per la Toscana, Zibibbo, Grillo e Insolia per la Sicilia). Ovviamente in questo defilée dei grandi ci sono tutte le famiglie storiche. Da Antinori a Frescobaldi, da Incisa della Rocchetta a Lunelli (quest’anno la cantina spumantistica trentina Ferrari compie 120 anni) da Biondi Santi, dai due Felluga a Lungarotti, da Bologna a Mastroberardino da Masi a Mazzei o Ricasoli, da Guerrieri Gonzaga (San Leonardo) a Tasca d’Almerita e poi i grandissimi come Angelo Gaja , Mascarello o Dal Forno, Castello d’Ama o tra gli spumantisti Bellavista (Moretti) , Cà del Bosco (Zanella), Nino Franco, gli emergenti come Cusumano, Maso Martis, i grandi classici come Pieropan, Pio Cesare, Aldo Conterno, Planeta. Insomma c’è tutto il vino che conta e fa glamour.
La tendenza? La vigna in rosa
Ci vorrebbe davvero la voce di Edith Piaf come colonna sonora di questo Vinitaly. Andando alla scoperta di un po’ di tendenze e novità in giro per i padiglioni (un po’ più vuoti, un po’ più morigerati, un po’ più professionali anche) si potrebbe scoprire che quest’anno va di moda la vigna en rose. Sì i rosati per tantissimi anni negletti, ma vanto dei francesi che in Provenza hanno messo appunto secoli fa un modo di estrazione dei mosti per percolazione che oggi è diventato uno dei più praticati da chi vuole fare un ottimo rosato e ha anche un nome che si presta: a lacrima, si dice, sono oggi una nuova frontiera del gusto nel bicchiere. Sarà perché le donne sono diventate le più attente consumatrici? Sarà perché c’è una generazione di giovani che non sono i soliti sbevazzoni, ma hanno introiettato la cultura del vino e chiedono un approccio morbido alla degustazione? Difficile dirlo: certo è che quasi tutte le cantine più blasonate oggi hanno in catalogo un’etichetta in rosa. E allora scopriamo qualche territorio che si presta. Un primato va sicuramente alla Puglia e al Salento in particolare: ormai i rosati a base di Negramaro sono diventati una cifra di questa regione. Un’altra regione – peraltro in prepotente ascesa anche grazie al fatto che ha creato il primo distretto biologico d’Italia – in rosa sono le Marche. Due in prevalenza i vitigni che ha scelto per le sue bottiglie in rosa: il Montepulciano e la Vernaccia Nera di Serrapetrona. Il primo interpretato sempre come vino fermo, la seconda dà ottimi spumanti metodo classico. La Toscana ha riscoperto il rosato di Costa facendo di tutta la Maremma una terra in rosa e sfruttando al meglio la propensione del Sangiovese a dare questi vini di personalità.
Un fenomeno a parte è quello della Basilicata. Qui abituati a vendemmiare il loro spesso Aglianico hanno scoperto che questo grandissimo rosso del Sud se vinificato in rosato acquista una confidenza di beva davvero insospettata. Un’evoluzione del Lambrusco connota oggi l’Emilia. Molti produttori hanno scoperto che il Lambrusco in rosa se vinificato con Metodo Classico – cioè rifermentato in bottiglia – dà risultai sorprendenti. Ed è vero. Poi ci sono le cattedrali del rosato. Da una parte di Montepulciano d’Abruzzo in versione cerasuolo con la zona costiera che dà esiti migliori rispetto alle colline più alte e poi tuttala zona del Garda: ci sono dal Chiaretto al Valtenesi alcune espressioni di altissimo profilo. Ma a stupire è la grande tradizione spumantistica italiana che si è buttata a rivaleggiare proprio con i francesi con le bollicine rosate. Un successo per certi versi inaspettato è proprio il Prosecco rosato, ma l’Oltrepò vive grazie a questa tipologia una seconda gloria produttiva e di mercato e la Franciacorta ha cominciato a sfruttare i suoi grandi Pinot nero così come del resto l’Alta Langa. Sorprendente è l’attenzione che il Trentodoc dedica oggi a questa tipologia. Patria degli spumanti da Charadonnay ci sono ora nuovi esperimenti. Utilizzando per avere una propria identità il Pinot Meunier che i francesi usano in uvaggio minore con il Noir per lo Champagne (soprattutto però per i blancs de noir) ma che ha una sua autonoma intensa espressività. Provato ha grande valore. Spigolando ancora tra le bottiglie in degustazione a Verona si capisce come il gusto si stia polarizzando: da una parte i grandissimi rossi che fanno da motore al piacere assoluto del vino, dall’altra bianchi molto freschi che arrivano anche da territori che uno non s’aspetterebbe così vocati a produrre “vini pallidi”. La Toscana si è ripresa con Brunello, ma soprattutto Chianti Gran Selezione e Montepulciano un posto di assoluta leadership anche nei mercati esteri e in quello più florido di tutti che è quello americano. Bolgheri fa storia a se: ormai è uno dei terroir più invidiati al mondo e in qualche misura anche la Maremma si sta un po’ tirando su. Un caso a parte è quello del Nebbiolo. Se indiscutibili sono i successi del Barolo ormai elevato a vino simbolo, ma con prezzi sovente «pesanti», ci sono gli altri Nebbiolo dal Carema al Gattinara che emergono con prepotenza. Tra i grandi rossi l’Amarone vive una contraddizione interna: i grandissimi (sono quelli di collina alta) hanno un mercato inscalfibile, gli altri abbassano i prezzi per fare numero.
Una nuova vita di successi ha la Sicilia soprattutto nella zona etnea per i rossi. Ragionamento a parte va fatto per un vino che è del tutto peculiare: il Sagrantino di Montefalco. Per tre o quattro produttori è ancora una miniera d’oro, ma per chi ha cercato di fare quantità la vigna s’ fatta più dura. Un fenomeno emergente è la riscoperta di produzioni di nicchia. Ad esempio il Timorasso piemontese che ci introduce al grande mercato dei bianchi. Qui due territori se la danno di santa ragione: il Friuli sia Collio che Cof e le Marche che puntano sul Verdicchio ma hanno in serbo due altre sorprese: la Ribona e il Bianchello. E poi c’è l’emergente Lugana. Alla fine scopriremo che Verdicchio, Lugana, e Friulano sono parenti stretti in quanto a vitigni. Riprende quota sia nella versione Friulana che in quella altoatesina il Pinot Bianco. E poi ci sono fenomeni nuovi: i bianchi siciliani vanno fortissimo soprattutto quelli con base Grillo e Zibibbo vinificato fresco. Una rebus è la Ribolla Gialla friulana: in alcune declinazioni è diventata un vino culto, purtroppo però massificata viene svenduta al punto che prendendo due bottiglie non si capisce quale sia la vera Ribolla. In ultimo eccolo il bianco dell’anno: il Vermentino. Sia esso sulcitano o maremmano, di Gallura o di Lunigiana questo bianco così selvaggio e marino è la spia che chi beve oggi cerca emozioni!
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Si riparte con il Vinitaly, dopo due anni di stop causa pandemia. Per le cantine il boom è frenato da costi, inflazione, Europa e sanzioni alla Russia. Si contabilizzano almeno 1,5 miliardi di extra costi per confezionare il prodotto.Tra web e supermercato cresce il consumo di qualità. Mentre i due maggiori portali (Tannico e Callmewine) sono al centro di un forte sviluppo finanziario, la Gdo incrementa le vendite: ecco i vini che vanno più forte.Non solo Fiera: Verona per tre giorni diventa un palcoscenico delle eccellenze italiane: dalla musica all’enogastronomia passando per l’arte.Spigolando tra le migliaia di etichette che saranno al Vinitaly cerchiamo di disegnare una mappa del gusto: la sorpresa sono i rosati.Lo speciale contiene quattro articoli.Si riparte, o almeno si prova. Da domenica e fino a mercoledì a Verona sarà di nuovo Vinitaly. Due anni di pandemia hanno cambiato il volto delle Fiere. Sarà questa grande adunata del mondo del vino un banco di prova per tutta l’economia del Paese. Da Verona si può capire se incombente la guerra, dilagante l’inflazione, impazziti i costi di produzione, c’è spazio per scommettere ancora su una possibile ripresa. Parte dal Vinitaly un messaggio in bottiglia. Dice Sandro Boscaini, mister Amarone, già presidente di Federvini: «Ci serve che riparta tutta l’Italia; da soli non ce la possiamo fare. Se il turismo resta fermo avremo ancora dei contraccolpi». Aggiunge Marco Caprai, l’uomo che ha fatto diventare il Sagrantino di Montefalco un vino simbolo nel mondo: «Ci sono alcuni mercati come l’America che sono ripartiti molto bene, ma la domanda interna soffre, a noi manca la domanda di fascia alta e poi c’è l’Europa che ha un atteggiamento incomprensibile sull’agricoltura e contro il vino. Ci sono luci, ma anche tante, troppe ombre». Il vino ha vissuto un magic moment appena il lockdown si è allentato. Fatturato che sfiora i 15 miliardi, esportazioni oltre i 7 col Prosecco a fare da driver, consumi domestici in ripresa. In dieci mesi del 2021 l’export era cresciuto del 13%. E poi la doccia freddissima. Sparisce mezzo miliardo con le sanzioni alla Russia, vanno fuori controllo i prezzi delle materie prime che diventano introvabili, la bolletta energetica esplode. Ecco l’Unione italiana vini con il suo segretario, Paolo Castelletti, strigliare il ministro agricolo Stefano Patuanelli: «Se non ci venite incontro e non fate partire subito il Pnrr avremo forti ripercussioni sul commercio estero. Francesi e spagnoli non hanno i nostri oneri energetici. ll rischio concreto è di perdere quote di mercato». Così l’Italia che produce si specchia nelle vigne. Si dirà: ma la materia prima del vino è l’uva. Vero. Solo che serve il gasolio per far viaggiare i trattori, servono il vetro, i cartoni, il legno, la carta per le etichette, il sughero per i tappi, l’alluminio per le gabbiette e servono anche un po’ di concimi. E, una volta fatto, il vino va spedito: i costi di trasporto sono raddoppiati. L’America che resta l’Eldorado dei nostri vini di maggior pregio diventa quasi proibitiva se un container passa da 2.000 a 6.500 dollari. Così serve un po’ di cash dalla banca, ma è diventato difficile anche quello. A oggi le cantine contabilizzano almeno 1,5 miliardi di extra-costi per confezionare il vino e se ci si mette la bolletta energetica e quella idrica il conto sale oltre i due miliardi. Significa che con la Russia si è perso il 7% di export che gli extracosti sono aumentati del 13% rispetto al fatturato e dunque quel successo annunciato è mutilato di un quinto. Ce n’è abbastanza per stare cauti. Questo clima di vigile attesa si riflette anche sulla Fiera: gli espositori sono un po’ meno (4.400), arrivano da meno Paesi, ma soprattutto c’è molta meno ostentazione. Gli spazi peraltro in Fiera costano un occhio - per uno stand medio vanno via 40.000 euro e poi ci sono le spese tra cene, albergo, degustazioni - e con l’incertezza di mercato meglio una «collettiva». È forse un cambiamento di modalità delle fiere sempre più orientate a ospitare solo visitatori professionali (a Verona arrivano 700 super buyer, stracoccolati) sempre più connesse sul web. Non a caso Vinitaly quest’anno affida a Verona, alla città, il compito di fare spettacolo: la formula è ormai quella del fuorisalone e con Opera Wine, che questo pomeriggio fa alla Gran Guardia da anteprima, si dà spazio alle cantine di maggior richiamo per mettere in vetrina il valore Italia. Lo ha detto anche Maurizio Danese, che presiede sia Veronafiere sia l’Aefi (l’associazione dei maggiori quartieri espositivi italiani), sostenendo che le fiere in presenza sono fondamentali soprattutto per le piccole e medie imprese che hanno bisogno di sostegno per stare sui mercati del mondo. Sottolinea Danese: «Un nostro studio certifica che le Fiere sono un motore economico: è emerso che 1 euro investito in fiera ne genera 60 di business e 23 di indotto». Nessuno ne dubita, ma resta il fatto che nell’era di Zoom e di Skype le rassegne non servono più a farsi vedere, ma devono servire a farsi comprare. Ecco il messaggio in bottiglia a tutta l’economia del Paese: dobbiamo rafforzare il sistema Italia e fare un salto di qualità nelle connessioni di filiera e nella promozione. Che peraltro l’Europa ha cancellato limitando fortemente i contributi. È un pallino di Gian Marco Centinaio, sottosegretario all’Agricoltura in quota Lega, che ha la delega del vino e che se ha dribblato il primo ostacolo, quello che in sede europea voleva imporre le etichette anticancro alle bottiglie, ha di fronte a sé altre battaglie. La prima è bloccare l’etichetta a semaforo, la seconda impedire che all’Onu si riproponga l’idea che il vino è veleno. E poi ci sono le battaglie sulle denominazioni e quelle sui sostegni: difendere il Prosecco, dare contribuiti perché le cantine proseguano sulla strada del successo, sbloccare l’enoturismo riaprendo ristoranti, enoteche, agriturismi, sapendo che può essere un volano da altri 3 miliardi. Tutto questo è Vinitaly. Perché è vero che facciamo più vino di tutti e - salvo alcune eccezioni - lo facciamo meglio di tutti. Perché è vero che i grandi vini sono ormai beni rifugio al punto che stima Oneo group - società specializzata in questo business - « 50.000 dollari investiti, in 5 anni, diventano più del doppio, ovvero 118.817 dollari» e che tra queste bottiglie-lingotto tante sono italiane, ma è anche vero che il sistema Italia è troppo debole. Prosit.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinitaly-verona-fiera-specchio-italia-2657127460.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-web-e-supermercato-cresce-il-consumo-di-qualita" data-post-id="2657127460" data-published-at="1649519738" data-use-pagination="False"> Tra web e supermercato cresce il consumo di qualità Bevi che ti passa. Potrebbe essere questa la spiegazione del boom dei consumi di vino in Italia cominciato durante il lockdown da Covid e proseguito anche lo scorso anno. Siamo arrivati a berne quasi 25 milioni di ettolitri con un aumento nel 2020 sull’anno precedente di quasi il 7,5%. In quantità sono circa 3 litri a testa in più all’anno. Perché? Chi ha indagato i consumi - l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino - sostiene che è accaduto perché si è ricominciato a mangiare in famiglia e perché il vino è diventato l’alternativa al tempo libero. Ma ciò che è più interessante è che la stessa Oiv è ormai convinta che ci sia uno «stile italiano» nel consumo di vino.È tornato a essere un piacere domestico e si beve con molta attenzione alla qualità e molta moderazione. L’Italia è in controtendenza rispetto al trend mondiale che registra invece un ridimensionamento delle quantità fruite del 3%. Possibile dunque che da noi il vino abbia avuto questa funzione corroborante. Sta di fatto che sono cambiate anche le abitudini di acquisto. E’ vero che l’on line è esploso segnando nel 2021 un più 22%. E’ ancora la fetta minoritaria di mercato quella che viaggia sul web, ma stando ad uno studio di Nomisma nei prossimi tre anni si avrà uno sviluppo costante in doppia cifra di questo canale distributivo. La dimostrazione sta nell’espansione che Tannico sta avendo. E’ il nostro primo “portale” del vino che fa commercio (la Campari ne detiene il 32 % delle azioni ed un segnale) di etichette e ha lanciato un aumento di capitale destinato all’acquisizione del francese Venteàlapropriété. E non è un caso che Italmobiliare della famiglia Pesenti abbia messo nel mirino e poi si sia assicurata Callmewine il portale di vendita di vino fondato una decina di anni fa da Paolo Zanetti. E’ iniziato un braccio di ferro tra potenze finanziarie nel settore. Questa esplosione delle vendite on line hanno influito anche sul profilo dei consumatori. Emerge una nuova generazione, assai parca nelle dosi, ma molto esigente nella qualità e soprattutto molto informata. E’ la generazione Z e non è un caso che tanto Tannico quanto Callmewine si sfidino non soltanto sul piano delle offerte, ma su quello dei contenuti. Accanto all’e-commerce si è confermato il ruolo della grande distribuzione come primo canale di vendita del vino. Con il lungo sonno (forzato) dei ristoranti e delle enoteche il supermercato è diventato il primo approccio al vino da parte dei consumatori. Per questo alcune catene , specificamente Esselunga e Conad, hanno incrementato il valore delle enoteche. Ma anche per questo le donne sono ormai considerate il vero decisore di acquisto. La dimostrazione indiretta viene dalle tipologie e dalle confezioni di vino che si acquistano.Dalla consueta ricerca che Iri fa ogni anno per Vinitaly (viene presentata lunedì 11 alla Fiera di Verona) emerge che i vini che hanno aumentato le vendite sono quelli a denominazione. Docg, Doc, Igt hanno fatto più 1,8% in quantità, più 5,5% a volere e hanno determinato un innalzamento dello scontrino medio del vino che è ormai sopra i 5,5 euro. Sono di fatto crollate verticalmente le vendite di vino in dame, in bottiglioni, in box e ormai si vendono prevalentemente le bottiglie da 0,75 che sono affini ai vini a denominazione. Il mercato di Bacco per la grande distribuzione vale oggi 700 milioni di litri per un valore di 2 miliardi e 269 milioni di euro (arriva a 3 miliardi di euro con l’aggiunta delle bollicine). In testa alle preferenza c’è sempre la solita triade: Chianti, Lambrusco, Montepulciano d’Abruzzo, con ogni tipologia che vende tra i 10 e i 15 milioni di litri ed ha nel vino toscano il record d’incremento con un più 3,7% di quantità venduta con un incremento del 5,4% del fatturato. Tra i vini emergenti Vermentino, Pignoletto e Ribolla Gialla (dunque Toscana e Sardegna Emilia e Friuli) tra i bianchi, Primitivo e Valpolicella tra i rossi (dunque Puglia e Veneto). Ancora in crescita le bollicine con l’Asti che resta in testa (più 27%) e il Prosecco che non s’arresta (più22%). E però il segno che i tempi sono cambiati e che il supermercato non vende solo quantità è dato da tre performance davvero significative: quella del Brunello di Montalcino (più 13%) che ha comunque un prezzo elevato, dell’Amarone (più 16,9%) e del Sagrantino di Montefalco un vino prezioso e di nicchia (più 16%). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinitaly-verona-fiera-specchio-italia-2657127460.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tra-il-gotha-a-opera-wine-e-il-food-jazz-in-giro-per-la-citta" data-post-id="2657127460" data-published-at="1649519738" data-use-pagination="False"> Tra il Gotha a Opera Wine e il food-jazz in giro per la città È il primo segno di vite! Ok stiamo un po’ giocando, ma ci vuole. Da domenica 10 aprile torna fino al 13 alla Fiera di Verona il Vinitaly che taglia il traguardo della 54 esima edizione ed è forse un segno che la pandemia è passata in archivio anche se il Covid resta a farci compagnia. Non si capisce bene come si farà a fare le degustazioni con l’obbligo della mascherina, ma questo è un altro discorso. Sta di fatto che con il Vinitaly torna la speranza di una ripresa anche se il vino italiano e alla prese con troppi problemi che ne frenano il successo. Comunque sia conviene ora guardare a Verona come una possibile ripartenza. Quest’anno la fera è molto selettiva negli ingressi. Un po’ ridotta nel numero degli espositori (sono 4500) anche perché le cantine hanno preferito affidarsi a moti stand collettivi. Le spese ci sono. Per gli appassionati di vino comunque l’appuntamento veronese resta irrinunciabile. Se si vuole acquistare un biglietto si può farlo sul sito ww.vinitaly.com spendendo 80 euro.Diversamente ci sono molti appuntamenti non in fiera – per i sommelier e gli operatori ci sono due giornate esclusive il 10 e il 13 con ingressi contingentati e biglietto ridotto a 36 euro – da vivere a contatto con il mondo del vino. E’ Verona che si candida a festosa enoteca. Si chiama Vinitaly and The City e dalle 10 a mezzanotte da sabato a lunedì 11 diventa un immenso happening in cui si mixano arte, gastronomia, paesaggio, musica, degustazioni di altissimo livello. Tra gli artisti che si esibiscono (in particolare c’è un foltissimo programma jazz, musica che va molto d’accordo con le bottiglie) ci sono Roy Paci, Joe Bastianich con la Terza Classe, Luca Scardovelli Trio, Joe Sanketti, Morgan, il trio Swing Brother, il complesso di musica folk e popolare Contrada Lorì. Le performances artistiche e musicale sono ospitate in diversi spazi architettonici e monumentali della città: il cortile del Mercato Vecchio, piazza dei Signori, piazza delle Erbe, lo spazio antistante l’Arena. Di particolare significato sono due performance previste per domenica. La prima è La Vie en Rose una interpretazione di danza di Elisa Cipriani e Luca Condello che balleranno in forma anche di teatro sulle musiche di Edith Piaf e dando luogo anche a una singolare sfilata d abiti di scena. A seguire alle 17 i due ballerini interpretano invece, ed è questa la seconda esibizione, le danze popolari del Sud America in uno show dal titolo Milonga de Mi Amor. Ma chi ama il vino ama anche la buona tavola. Ed ecco che la cucina si fa spettacolo con gli show cooking di Tracy che arriva direttamente dal successo di Masterchef. Ovviamente in tutti i ristoranti di Verona e in tutte le enoteche c’è uno specialissimo programma gastronomico e di degustazione. Il clou delle degustazioni è però previsto con Opera Wine che è l’anteprima di Vinitaly ospitata nel palazzo monumentale della Gran Guardia proprio dirimpetto all’Arena. Da sette anni in collaborazione con la «bibbia» americana del vino Wine Spectator (gli Usa sono il primo mercato di esportazione per le nostre cantine) viene organizzata questa rassegna dell’eccellenza assoluta del vino italiano. Si era partiti nel 2015 con 100 etichette oggi si è dovuti necessariamente arrivare a 130 perché il livello della nostra produzione ha avuto un continuo progresso qualitativo. Nella classifica per territori vince la Toscana con 36 produttori seguita dal Piemonte con 20 e dal Veneto con 19.Sulle 130 etichette presenti i rossi sono la stragrande maggioranza con 97 bottiglie selezionate di cui 15 sono di Barolo, 13 di Brunello di Montalcino, 9 di Amarne e 9 di Chianti Classico. Gli spumanti sono 9, 2 i vini passiti e 22 i bianchi. Tra i bianchi il podio è tra Veneto, Marche Friuli Venezia Giulia anche se ci sono alcune presenze molto significative della Toscana e della Sicilia con i vitigni autoctoni di quei territori (Vermentino per la Toscana, Zibibbo, Grillo e Insolia per la Sicilia). Ovviamente in questo defilée dei grandi ci sono tutte le famiglie storiche. Da Antinori a Frescobaldi, da Incisa della Rocchetta a Lunelli (quest’anno la cantina spumantistica trentina Ferrari compie 120 anni) da Biondi Santi, dai due Felluga a Lungarotti, da Bologna a Mastroberardino da Masi a Mazzei o Ricasoli, da Guerrieri Gonzaga (San Leonardo) a Tasca d’Almerita e poi i grandissimi come Angelo Gaja , Mascarello o Dal Forno, Castello d’Ama o tra gli spumantisti Bellavista (Moretti) , Cà del Bosco (Zanella), Nino Franco, gli emergenti come Cusumano, Maso Martis, i grandi classici come Pieropan, Pio Cesare, Aldo Conterno, Planeta. Insomma c’è tutto il vino che conta e fa glamour. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinitaly-verona-fiera-specchio-italia-2657127460.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-tendenza-la-vigna-in-rosa" data-post-id="2657127460" data-published-at="1649519738" data-use-pagination="False"> La tendenza? La vigna in rosa Ci vorrebbe davvero la voce di Edith Piaf come colonna sonora di questo Vinitaly. Andando alla scoperta di un po’ di tendenze e novità in giro per i padiglioni (un po’ più vuoti, un po’ più morigerati, un po’ più professionali anche) si potrebbe scoprire che quest’anno va di moda la vigna en rose. Sì i rosati per tantissimi anni negletti, ma vanto dei francesi che in Provenza hanno messo appunto secoli fa un modo di estrazione dei mosti per percolazione che oggi è diventato uno dei più praticati da chi vuole fare un ottimo rosato e ha anche un nome che si presta: a lacrima, si dice, sono oggi una nuova frontiera del gusto nel bicchiere. Sarà perché le donne sono diventate le più attente consumatrici? Sarà perché c’è una generazione di giovani che non sono i soliti sbevazzoni, ma hanno introiettato la cultura del vino e chiedono un approccio morbido alla degustazione? Difficile dirlo: certo è che quasi tutte le cantine più blasonate oggi hanno in catalogo un’etichetta in rosa. E allora scopriamo qualche territorio che si presta. Un primato va sicuramente alla Puglia e al Salento in particolare: ormai i rosati a base di Negramaro sono diventati una cifra di questa regione. Un’altra regione – peraltro in prepotente ascesa anche grazie al fatto che ha creato il primo distretto biologico d’Italia – in rosa sono le Marche. Due in prevalenza i vitigni che ha scelto per le sue bottiglie in rosa: il Montepulciano e la Vernaccia Nera di Serrapetrona. Il primo interpretato sempre come vino fermo, la seconda dà ottimi spumanti metodo classico. La Toscana ha riscoperto il rosato di Costa facendo di tutta la Maremma una terra in rosa e sfruttando al meglio la propensione del Sangiovese a dare questi vini di personalità.Un fenomeno a parte è quello della Basilicata. Qui abituati a vendemmiare il loro spesso Aglianico hanno scoperto che questo grandissimo rosso del Sud se vinificato in rosato acquista una confidenza di beva davvero insospettata. Un’evoluzione del Lambrusco connota oggi l’Emilia. Molti produttori hanno scoperto che il Lambrusco in rosa se vinificato con Metodo Classico – cioè rifermentato in bottiglia – dà risultai sorprendenti. Ed è vero. Poi ci sono le cattedrali del rosato. Da una parte di Montepulciano d’Abruzzo in versione cerasuolo con la zona costiera che dà esiti migliori rispetto alle colline più alte e poi tuttala zona del Garda: ci sono dal Chiaretto al Valtenesi alcune espressioni di altissimo profilo. Ma a stupire è la grande tradizione spumantistica italiana che si è buttata a rivaleggiare proprio con i francesi con le bollicine rosate. Un successo per certi versi inaspettato è proprio il Prosecco rosato, ma l’Oltrepò vive grazie a questa tipologia una seconda gloria produttiva e di mercato e la Franciacorta ha cominciato a sfruttare i suoi grandi Pinot nero così come del resto l’Alta Langa. Sorprendente è l’attenzione che il Trentodoc dedica oggi a questa tipologia. Patria degli spumanti da Charadonnay ci sono ora nuovi esperimenti. Utilizzando per avere una propria identità il Pinot Meunier che i francesi usano in uvaggio minore con il Noir per lo Champagne (soprattutto però per i blancs de noir) ma che ha una sua autonoma intensa espressività. Provato ha grande valore. Spigolando ancora tra le bottiglie in degustazione a Verona si capisce come il gusto si stia polarizzando: da una parte i grandissimi rossi che fanno da motore al piacere assoluto del vino, dall’altra bianchi molto freschi che arrivano anche da territori che uno non s’aspetterebbe così vocati a produrre “vini pallidi”. La Toscana si è ripresa con Brunello, ma soprattutto Chianti Gran Selezione e Montepulciano un posto di assoluta leadership anche nei mercati esteri e in quello più florido di tutti che è quello americano. Bolgheri fa storia a se: ormai è uno dei terroir più invidiati al mondo e in qualche misura anche la Maremma si sta un po’ tirando su. Un caso a parte è quello del Nebbiolo. Se indiscutibili sono i successi del Barolo ormai elevato a vino simbolo, ma con prezzi sovente «pesanti», ci sono gli altri Nebbiolo dal Carema al Gattinara che emergono con prepotenza. Tra i grandi rossi l’Amarone vive una contraddizione interna: i grandissimi (sono quelli di collina alta) hanno un mercato inscalfibile, gli altri abbassano i prezzi per fare numero.Una nuova vita di successi ha la Sicilia soprattutto nella zona etnea per i rossi. Ragionamento a parte va fatto per un vino che è del tutto peculiare: il Sagrantino di Montefalco. Per tre o quattro produttori è ancora una miniera d’oro, ma per chi ha cercato di fare quantità la vigna s’ fatta più dura. Un fenomeno emergente è la riscoperta di produzioni di nicchia. Ad esempio il Timorasso piemontese che ci introduce al grande mercato dei bianchi. Qui due territori se la danno di santa ragione: il Friuli sia Collio che Cof e le Marche che puntano sul Verdicchio ma hanno in serbo due altre sorprese: la Ribona e il Bianchello. E poi c’è l’emergente Lugana. Alla fine scopriremo che Verdicchio, Lugana, e Friulano sono parenti stretti in quanto a vitigni. Riprende quota sia nella versione Friulana che in quella altoatesina il Pinot Bianco. E poi ci sono fenomeni nuovi: i bianchi siciliani vanno fortissimo soprattutto quelli con base Grillo e Zibibbo vinificato fresco. Una rebus è la Ribolla Gialla friulana: in alcune declinazioni è diventata un vino culto, purtroppo però massificata viene svenduta al punto che prendendo due bottiglie non si capisce quale sia la vera Ribolla. In ultimo eccolo il bianco dell’anno: il Vermentino. Sia esso sulcitano o maremmano, di Gallura o di Lunigiana questo bianco così selvaggio e marino è la spia che chi beve oggi cerca emozioni!
Ansa
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha comunicato che almeno tre italovenezuelani sarebbero rimasti uccisi nel sisma, cinque sarebbero feriti e altri 35 sicuramente dispersi, ma, come ha aggiunto, la comunità degli italiani iscritti all’Aire, cioè censiti come italiani in Venezuela, è composta da circa 150.000 persone e per questo motivo il nostro ministero sta monitorando con grande attenzione quello che accade. L’area colpita vede la presenza di oltre 65.000 italiani che rappresentano la spina dorsale economica del Venezuela e che sono membri attivi sia a livello politico che sociale nella società sudamericana.
I due eventi sismici, distanti meno di un minuto, hanno devastato il Nord-ovest venezuelano colpendo sia sulla costa che nell’interno. Il fenomeno sarebbe avvenuto fra i 10 e i 20 chilometri di profondità, ma nonostante questo gli edifici colpiti non hanno retto, soprattutto la seconda scossa dopo che la prima aveva messo a dura prova costruzioni vecchie e con poca manutenzione. Il bilancio è arrivato a 920 vittime, al momento in cui stiamo scrivendo, oltre 4.000 feriti e almeno 50.000 dispersi, ma sui media locali e su Internet appaiono continuamente foto di persone scomparse che si aggiungono alle migliaia già segnalate.
Da Caracas arrivano storie sempre più drammatiche e i cittadini della capitale e dello Stato di La Guaira raccontano di scavare con le mani fra le macerie alla ricerca dei propri cari. A Caracas stanno arrivando un centinaio di esperti in soccorso in caso di calamità naturali fra vigili del fuoco, protezione civile e l’unità di crisi, ma il governo italiano è intenzionato a sostenere con forza la popolazione venezuelana in questo momento di difficoltà. Le Nazioni unite hanno dichiarato che le persone colpite dal sisma sono 6,8 milioni, in crescita costante anche per le scosse di assestamento che non danno tregua. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha annunciato la militarizzazione dello Stato di La Guaira, con l’obiettivo di facilitare le operazioni di soccorso nella zona più disastrata del Paese.
Le famiglie rimaste senza casa che dovranno essere accolte in campi profughi sono già più di 70.000, ma arrivano anche buone notizie come quella di un neonato estratto vivo dalle macerie e di una donna salvata dopo 36 ore dal crollo della propria abitazione a La Guaira. L’Unione europea ha già attivato il suo meccanismo di protezione civile, ma oltre all’Italia, altre nazioni si stanno muovendo anche autonomamente. La Spagna ha messo a disposizione 54 militari esperti in operazioni di soccorso, la Francia ha annunciato che attiverà un team di 85 soccorritori, mentre dalla Germania arriveranno sei aerei da trasporto con materiale tecnico. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha reso disponibile un secondo velivolo dell’Aeronautica militare che trasporterà personale specializzato e attrezzature dei Vigili del fuoco. Nell’annunciare l’iniziativa ha dichiarato: «Un impegno concreto che conferma la vocazione dell’Italia all’aiuto» verso «chi soffre».
Ma la situazione sanitaria del Paese appare drammatica per la carenza di materiale negli ospedali, soprattutto in alcune zone che risultano addirittura irraggiungibili. Il primo a lanciare l’allarme è stato il presidente della Federazione medica che due giorni prima del sisma aveva chiesto trasparenza riguardo alla distribuzione di 71 tonnellate di medicinali consegnate dagli Stati Uniti. Un appello all’Italia arriva anche da Maria Andreina De Grazia, figlia dell’ex deputato italiano Americo De Grazia a lungo incarcerato dal regime di Maduro, che chiede al nostro Paese di restare accanto al Venezuela e soprattutto di non dimenticare i prigionieri i politici italovenezuelani ancora nelle carceri del regime.
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La nuova Audi A6 allroad
Audi rinnova la A6 allroad quattro, giunta alla quinta generazione, facendo così evolvere uno dei modelli più iconici della gamma di questo marchio. Più larga, tecnologica ed elettrificata, la nuova allroad conferma la propria doppia vocazione: grande viaggiatrice su strada e compagna affidabile lontano dall’asfalto. Per la prima volta nella storia del modello, accanto al tradizionale V6 TDI arriva infatti una variante plug-in hybrid da 367 CV.
«Audi A6 allroad è un’icona dei quattro anelli e da sempre è caratterizzata da una doppia anima: eccezionalmente confortevole nell’utilizzo quotidiano e al tempo stesso in grado di spingersi agevolmente dove finisce l’asfalto», ha dichiarato Rouven Mohr, Chief Technical Officer di Audi AG, sottolineando il ruolo della trazione integrale quattro e delle sospensioni pneumatiche adattive. Sul piano stilistico, la nuova A6 allroad si distingue per un corpo vettura più muscoloso. Per la prima volta è più larga di oltre 11 centimetri rispetto alla A6 Avant da cui deriva, con carreggiate maggiorate e una presenza su strada ancora più marcata. Il look all terrain è enfatizzato da passaruota dedicati, protezioni sottoscocca, mancorrenti specifici e un’altezza da terra superiore. La gamma prevede cerchi fino a 21 pollici e otto colori per la carrozzeria.
Tra gli elementi tecnici più caratterizzanti figurano le sospensioni pneumatiche adattive di serie, sviluppate appositamente per questo modello. L’escursione massima raggiunge i 55 millimetri e consente di modificare l’assetto in funzione della velocità e della modalità di guida selezionata. In autostrada la vettura si abbassa per migliorare efficienza e stabilità, mentre nelle modalità dedicate all’off-road aumenta sensibilmente la distanza dal suolo per affrontare terreni difficili.La nuova A6 allroad è basata sulla piattaforma Premium Platform Combustion (PPC) e beneficia di una scocca più rigida, sospensioni multilink a cinque bracci e sterzo progressivo evoluto. È inoltre disponibile lo sterzo integrale, che migliora agilità alle basse velocità e stabilità alle andature più elevate.
La principale novità riguarda la gamma motori. Debutta infatti la prima Audi A6 allroad e-hybrid quattro, che abbina il quattro cilindri 2.0 TFSI da 252 CV a un motore elettrico da 143 CV per una potenza complessiva di 367 CV e 500 Nm di coppia. Le prestazioni sono brillanti, con uno 0-100 km/h coperto in 5,5 secondi, mentre la batteria da 25,9 kWh garantisce fino a 95 chilometri di autonomia elettrica WLTP. La ricarica in corrente alternata fino a 11 kW permette di completare il pieno di energia in circa due ore e mezza. Accanto alla versione plug-in viene proposta la motorizzazione V6 3.0 TDI da 299 CV, dotata della tecnologia mild hybrid plus a 48 Volt. Il sistema integra un powertrain generator capace di fornire fino a 24 CV e 230 Nm supplementari, migliorando efficienza e risposta all’acceleratore. Il motore beneficia inoltre di una sofisticata sovralimentazione a due stadi che combina turbocompressore tradizionale e compressore elettrico, garantendo prestazioni elevate e una risposta immediata. La vettura accelera da 0 a 100 km/h in 5,4 secondi. Entrambe le motorizzazioni sono abbinate alla trazione integrale quattro ultra, che gestisce in modo predittivo la distribuzione della coppia tra avantreno e retrotreno, privilegiando l’efficienza senza rinunciare alla motricità.
Grande attenzione è stata dedicata anche alla digitalizzazione. L’abitacolo adotta la nuova architettura elettronica Audi con integrazione di ChatGPT nell’assistente vocale e sistema operativo Android Automotive OS. Il cosiddetto Audi Digital Stage comprende il quadro strumenti digitale da 11,9 pollici e il display OLED curvo da 14,5 pollici, cui può aggiungersi uno schermo dedicato al passeggero.Completano il quadro i proiettori Matrix LED digitali di nuova generazione, i gruppi ottici OLED 2.0 e numerosi sistemi di assistenza alla guida e di comunicazione con l’ambiente circostante. Lunga 5,02 metri e con una capacità di carico fino a 1.497 litri, la nuova Audi A6 allroad quattro arriverà nelle concessionarie italiane nel quarto trimestre del 2026, con prezzi a partire da 82.350 euro per la versione V6 TDI e da 88.650 euro per la variante plug-in hybrid.
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I nuovi modelli di Maserati, Grecale, GranTurismo e GranCabrio, sfilano in Piazza Unità d'Italia a Trieste
Maserati rinnova la propria gamma con il debutto di Nuova Grecale, Nuova GranTurismo e Nuova GranCabrio, tre modelli che rappresentano un importante aggiornamento strategico per il marchio nell’anno del centenario del Tridente. Le novità puntano a rafforzare il posizionamento del brand nel segmento luxury attraverso una proposta che unisce design, eleganza, prestazioni, artigianalità e innovazione tecnologica, nel solco della tradizione Maserati.
«Con la nuova gamma del Tridente rafforziamo la peculiarità che da sempre ci definisce: il Gran Turismo italiano, in cui design, eleganza, prestazioni e maestria artigianale si fondono in un equilibrio di eleganza mai ostentata, ma sempre orientata alla performance», ha dichiarato Santo Ficili, Ceo di Alfa Romeo e Coo di Maserati. Ficili ha inoltre sottolineato la volontà del marchio di continuare a crescere nel segmento del lusso attraverso l’ampliamento dell’offerta e lo sviluppo delle tecnologie che meglio esprimono il carattere del brand, «dallo sviluppo di motorizzazioni iconiche come il V6 Nettuno all’evoluzione delle performance della gamma Folgore».
Il rinnovamento stilistico completa un percorso avviato dal Centro Stile Maserati con la MCXtrema, la vettura da pista che ha introdotto un nuovo linguaggio formale caratterizzato da frontali più orizzontali, netti e aggressivi. Un’impostazione successivamente sviluppata sulla GT2 Stradale e sulla MCPURA e oggi applicata alle nuove GranTurismo, GranCabrio e Grecale.
Le nuove GranTurismo e GranCabrio si presentano con un design aggiornato, interni ulteriormente raffinati e contenuti tecnici evoluti. Al centro dell’offerta rimane il motore V6 Nettuno 3.0 biturbo, disponibile fino a 590 CV nella versione Trofeo, capace di spingere la GranTurismo oltre i 320 km/h. Il propulsore sfrutta la tecnologia di combustione a precamera derivata dal motorsport e condivisa con la MCPURA, confermando il trasferimento tecnologico tra competizioni e produzione stradale. Tutta la gamma dispone di serie della trazione integrale e delle sospensioni pneumatiche regolabili, soluzioni che consentono di coniugare comfort e dinamica di guida. Le due granturismo mantengono inoltre quattro veri posti, una caratteristica distintiva che permette di unire sportività e praticità nell’utilizzo quotidiano. Le nuove GranTurismo e GranCabrio sono disponibili in tre configurazioni. Le versioni da 490 CV privilegiano comfort ed eleganza, mentre le Trofeo da 590 CV esaltano il carattere sportivo grazie a scarico dedicato, assetto specifico e dettagli in fibra di carbonio. Al vertice si collocano le varianti Folgore, dotate di una tecnologia elettrica a 800 Volt con tre motori, oltre 1.200 CV installati e 760 CV disponibili alle ruote. La GranTurismo Folgore raggiunge i 325 km/h, mentre la GranCabrio Folgore, prima cabriolet completamente elettrica del segmento, arriva a 290 km/h. Importanti anche gli interventi sul piano aerodinamico e stilistico. Il frontale è stato completamente riprogettato con nuove prese d’aria, air curtain e splitter ottimizzati per incrementare l’efficienza aerodinamica e la deportanza. All’interno debuttano un nuovo volante ispirato al mondo delle corse, un Maserati Digital Clock ridisegnato, un’interfaccia grafica aggiornata e un sistema di monitoraggio che rileva distrazione e affaticamento del conducente. Ampio spazio viene dedicato alla personalizzazione attraverso il programma BOTTEGAFUORISERIE, che introduce nuove colorazioni esterne, finiture dedicate e inedite combinazioni per gli interni. Per la prima volta, anche la capote della GranCabrio può essere completamente personalizzata nell’ambito delle configurazioni Bespoke.
Accanto alle due granturismo, la nuova Grecale rafforza il proprio ruolo all’interno della gamma Maserati. Il D-SUV luxury della Casa modenese evolve con aggiornamenti estetici e tecnici che ne accentuano il carattere sportivo senza rinunciare a comfort e versatilità. Il nuovo frontale presenta una fascia più marcata e ribassata che accentua la percezione di larghezza, mentre paraurti e griglie ridisegnati migliorano l’efficienza aerodinamica. L’abitacolo viene aggiornato con un nuovo volante, un orologio digitale rivisitato e un selettore PRND con tecnologia aptica. Materiali autentici come pelle, legno e fibra di carbonio contribuiscono a elevare la qualità percepita, mentre il sistema MIA con display Ultra HD da 12,3 pollici, l’head-up display e l’impianto audio Sonus faber completano una dotazione tecnologica di alto livello.
Tra le principali novità tecniche figura il debutto del V6 Nettuno da 390 CV, disponibile nelle versioni Grecale V6 e Modena V6. Al vertice resta la Trofeo V6 da 530 CV, che accelera da 0 a 100 km/h in 3,8 secondi e raggiunge i 285 km/h. La Grecale Folgore conferma invece la proposta elettrica del modello, migliorando ulteriormente autonomia ed efficienza grazie a interventi aerodinamici e a nuovi algoritmi di gestione energetica. Le tre novità sono sviluppate e prodotte in Italia, tra Modena e Cassino, a testimonianza del forte legame tra Maserati e il territorio nazionale. Il lancio assume inoltre un valore simbolico nell’anno in cui il marchio celebra sia il centenario del Tridente sia il centenario della prima vittoria sportiva ottenuta da Alfieri Maserati alla Targa Florio del 1926, ribadendo il legame storico tra le vetture da competizione e quelle stradali.
Particolare attenzione è stata dedicata anche alla sostenibilità. Gli interni in pelle provengono da fornitori certificati secondo gli standard del Leather Working Group, di cui Maserati è membro attivo, confermando l’impegno verso una visione sempre più responsabile del lusso. Contestualmente al lancio debutta anche il nuovo Web Configurator Maserati, una piattaforma fotorealistica che consente ai clienti di visualizzare in tempo reale la propria vettura in ambientazioni tridimensionali immersive. Il nuovo strumento rappresenta un ulteriore passo nell’evoluzione del customer journey del marchio, integrando in un’unica esperienza showroom fisico e ambiente digitale con una qualità visiva di livello cinematografico.
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Giuseppe Valditara (Imagoeconomica)
Il ministro dell’Istruzione e del merito l’aveva già annunciato in altre occasioni: il recupero della tradizione e della memoria storica della civiltà occidentale è essenziale nella formazione delle generazioni future. Non si tratta di un ritorno al passato, di un orgoglio vagamente nostalgico, quanto della ripresa di un patrimonio essenziale oggi più che mai capace di affrontare le sfide del futuro. Riguardo alle quali torna utile anche l’apertura all’Intelligenza artificiale, adottata non certo in maniera selvaggia, bensì come strumento di lavoro da usare con spirito critico e finalizzato a funzioni all’interno di discipline precise. Quanto ai chiacchierati Promessi sposi, che fine fanno? Restano invariabilmente al secondo anno del percorso per l’importanza che questo libro ha nella «storia linguistica, culturale e civile» italiana. «Proprio in ragione di tale importanza», si legge nelle note del ministro, «è questo l’unico libro, oltre alla Commedia di Dante, la cui lettura sia (e debba restare) obbligatoria, in forma integrale o per ampi brani».
Le nuove Indicazioni nazionali per i licei, che modificano quelle del ministro Maria Stella Gelmini risalenti al 2010, sono state elaborate da una commissione ministeriale e sottoposte «a un lungo lavoro di ascolto, a decine di audizioni con il mondo associativo, scientifico e sindacale, comprese le associazioni delle famiglie» e sono giunte alla «stesura definitiva dopo un confronto con chi la scuola la vive ogni giorno». Per la prima volta hanno contribuito a questo lavoro anche le rappresentanze studentesche con un impegno costruttivo e proposte puntuali. La riforma Valditara si prefigge un rafforzamento dell’identità sul piano della formazione degli studenti e un’accelerazione nell’innovazione delle materie tecnico scientifiche, le cosiddette Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).
Al centro del nuovo impianto pedagogico e didattico c’è la persona. La formazione del giovane avviene attraverso quella che il ministro chiama «la rivoluzione del buon senso». Il liceo nelle sue diverse declinazioni è la scuola dell’adolescenza, ovvero «il tempo delle cose che accadono per la prima volta». Per la costruzione di una corretta soggettività giovanile, capace di relazioni emotive consapevoli e non discriminatorie, è necessario favorire rapporti con figure adulte autorevoli e coinvolgere in modo sistematico le famiglie degli studenti in una corresponsabilità che riguarda l’orientamento, la valutazione e il lavoro quotidiano in classe. L’obiettivo dei licei è valorizzare i talenti, promuovendo il merito in un corretto rapporto tra libertà e norma all’interno del quale lo spirito critico è la capacità di esprimere anche il dissenso, purché in modo argomentato.
Consistenti le novità didattiche definite e auspicate. Nel biennio di letteratura è consigliato l’approfondimento dei poemi classici della civiltà europea (Odissea ed Eneide) e, superando certe proteste pregiudiziali, «di alcune pagine della Bibbia, “grande codice” di ispirazione delle letterature». Detto del mantenimento dei Promessi sposi, la maggiore apertura agli autori contemporanei non sostituisce il canone, ma si aggiunge a esso. Nei primi due anni è raccomandata la lettura integrale di almeno sei autori contemporanei, italiani o stranieri. In filosofia si suggerisce un insegnamento comparato e, nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza, l’approfondimento dei principi che hanno ispirato la Costituzione. Insieme alla letteratura e alla filosofia, anche la storia e la storia dell’arte si concentreranno sul recupero dell’identità occidentale. Ma lo studente, sottolinea il testo del ministro, «dovrà altresì essere in grado di riconoscere le caratteristiche delle civiltà più significative collocandone i percorsi storici entro un quadro comparativo di lungo periodo». La matematica, non più proposta come tecnica ma come percorso di crescita all’interno del quale anche l’errore sarà «un’opportunità di apprendimento e di confronto», è sottoposta a profonda revisione. In particolare, insegnando concetti e linguaggi che sono alla base dell’Intelligenza artificiale, al quinto anno se ne favorisce un uso consapevole per sviluppare una comprensione critica e responsabile del funzionamento di questi sistemi per imparare a «valutarne l’affidabilità e le implicazioni». Lo stesso uso vigile dell’IA è suggerito per gli ultimi anni di latino e greco, materie nelle quali la traduzione automatica, di cui si registra l’enorme espansione, non deve sostituire le strategie di problem solving.
La riforma del liceo punta a formare studenti che sappiano da dove vengono e dove vanno. Che siano, perciò più occidentali, usino l’intelligenza artificiale con giudizio e leggano con disinvoltura i testi della letteratura italiana ed europea. E i docenti? Non basta che si aggiornino, devono studiare anche loro, auspica Valditara. Giusto. Magari, sia detto sommessamente, facendo in modo che possano ritrovare l’orgoglio di una professione fondamentale ma, in realtà, fortemente mortificata.
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