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2022-04-09
A Verona la fiera specchio d’Italia. Quello del vino è un successo fragile
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Si riparte, o almeno si prova. Da domenica e fino a mercoledì a Verona sarà di nuovo Vinitaly. Due anni di pandemia hanno cambiato il volto delle Fiere.
Sarà questa grande adunata del mondo del vino un banco di prova per tutta l’economia del Paese. Da Verona si può capire se incombente la guerra, dilagante l’inflazione, impazziti i costi di produzione, c’è spazio per scommettere ancora su una possibile ripresa.
Parte dal Vinitaly un messaggio in bottiglia. Dice Sandro Boscaini, mister Amarone, già presidente di Federvini: «Ci serve che riparta tutta l’Italia; da soli non ce la possiamo fare. Se il turismo resta fermo avremo ancora dei contraccolpi». Aggiunge Marco Caprai, l’uomo che ha fatto diventare il Sagrantino di Montefalco un vino simbolo nel mondo: «Ci sono alcuni mercati come l’America che sono ripartiti molto bene, ma la domanda interna soffre, a noi manca la domanda di fascia alta e poi c’è l’Europa che ha un atteggiamento incomprensibile sull’agricoltura e contro il vino. Ci sono luci, ma anche tante, troppe ombre».
Il vino ha vissuto un magic moment appena il lockdown si è allentato.
Fatturato che sfiora i 15 miliardi, esportazioni oltre i 7 col Prosecco a fare da driver, consumi domestici in ripresa. In dieci mesi del 2021 l’export era cresciuto del 13%. E poi la doccia freddissima. Sparisce mezzo miliardo con le sanzioni alla Russia, vanno fuori controllo i prezzi delle materie prime che diventano introvabili, la bolletta energetica esplode. Ecco l’Unione italiana vini con il suo segretario, Paolo Castelletti, strigliare il ministro agricolo Stefano Patuanelli: «Se non ci venite incontro e non fate partire subito il Pnrr avremo forti ripercussioni sul commercio estero. Francesi e spagnoli non hanno i nostri oneri energetici. ll rischio concreto è di perdere quote di mercato».
Così l’Italia che produce si specchia nelle vigne. Si dirà: ma la materia prima del vino è l’uva. Vero. Solo che serve il gasolio per far viaggiare i trattori, servono il vetro, i cartoni, il legno, la carta per le etichette, il sughero per i tappi, l’alluminio per le gabbiette e servono anche un po’ di concimi. E, una volta fatto, il vino va spedito: i costi di trasporto sono raddoppiati. L’America che resta l’Eldorado dei nostri vini di maggior pregio diventa quasi proibitiva se un container passa da 2.000 a 6.500 dollari. Così serve un po’ di cash dalla banca, ma è diventato difficile anche quello. A oggi le cantine contabilizzano almeno 1,5 miliardi di extra-costi per confezionare il vino e se ci si mette la bolletta energetica e quella idrica il conto sale oltre i due miliardi. Significa che con la Russia si è perso il 7% di export che gli extracosti sono aumentati del 13% rispetto al fatturato e dunque quel successo annunciato è mutilato di un quinto. Ce n’è abbastanza per stare cauti.
Questo clima di vigile attesa si riflette anche sulla Fiera: gli espositori sono un po’ meno (4.400), arrivano da meno Paesi, ma soprattutto c’è molta meno ostentazione. Gli spazi peraltro in Fiera costano un occhio - per uno stand medio vanno via 40.000 euro e poi ci sono le spese tra cene, albergo, degustazioni - e con l’incertezza di mercato meglio una «collettiva». È forse un cambiamento di modalità delle fiere sempre più orientate a ospitare solo visitatori professionali (a Verona arrivano 700 super buyer, stracoccolati) sempre più connesse sul web.
Non a caso Vinitaly quest’anno affida a Verona, alla città, il compito di fare spettacolo: la formula è ormai quella del fuorisalone e con Opera Wine, che questo pomeriggio fa alla Gran Guardia da anteprima, si dà spazio alle cantine di maggior richiamo per mettere in vetrina il valore Italia. Lo ha detto anche Maurizio Danese, che presiede sia Veronafiere sia l’Aefi (l’associazione dei maggiori quartieri espositivi italiani), sostenendo che le fiere in presenza sono fondamentali soprattutto per le piccole e medie imprese che hanno bisogno di sostegno per stare sui mercati del mondo. Sottolinea Danese: «Un nostro studio certifica che le Fiere sono un motore economico: è emerso che 1 euro investito in fiera ne genera 60 di business e 23 di indotto». Nessuno ne dubita, ma resta il fatto che nell’era di Zoom e di Skype le rassegne non servono più a farsi vedere, ma devono servire a farsi comprare.
Ecco il messaggio in bottiglia a tutta l’economia del Paese: dobbiamo rafforzare il sistema Italia e fare un salto di qualità nelle connessioni di filiera e nella promozione. Che peraltro l’Europa ha cancellato limitando fortemente i contributi. È un pallino di Gian Marco Centinaio, sottosegretario all’Agricoltura in quota Lega, che ha la delega del vino e che se ha dribblato il primo ostacolo, quello che in sede europea voleva imporre le etichette anticancro alle bottiglie, ha di fronte a sé altre battaglie. La prima è bloccare l’etichetta a semaforo, la seconda impedire che all’Onu si riproponga l’idea che il vino è veleno. E poi ci sono le battaglie sulle denominazioni e quelle sui sostegni: difendere il Prosecco, dare contribuiti perché le cantine proseguano sulla strada del successo, sbloccare l’enoturismo riaprendo ristoranti, enoteche, agriturismi, sapendo che può essere un volano da altri 3 miliardi.
Tutto questo è Vinitaly. Perché è vero che facciamo più vino di tutti e - salvo alcune eccezioni - lo facciamo meglio di tutti. Perché è vero che i grandi vini sono ormai beni rifugio al punto che stima Oneo group - società specializzata in questo business - « 50.000 dollari investiti, in 5 anni, diventano più del doppio, ovvero 118.817 dollari» e che tra queste bottiglie-lingotto tante sono italiane, ma è anche vero che il sistema Italia è troppo debole. Prosit.
Tra web e supermercato cresce il consumo di qualità
Bevi che ti passa. Potrebbe essere questa la spiegazione del boom dei consumi di vino in Italia cominciato durante il lockdown da Covid e proseguito anche lo scorso anno. Siamo arrivati a berne quasi 25 milioni di ettolitri con un aumento nel 2020 sull’anno precedente di quasi il 7,5%. In quantità sono circa 3 litri a testa in più all’anno. Perché? Chi ha indagato i consumi - l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino - sostiene che è accaduto perché si è ricominciato a mangiare in famiglia e perché il vino è diventato l’alternativa al tempo libero. Ma ciò che è più interessante è che la stessa Oiv è ormai convinta che ci sia uno «stile italiano» nel consumo di vino.
È tornato a essere un piacere domestico e si beve con molta attenzione alla qualità e molta moderazione. L’Italia è in controtendenza rispetto al trend mondiale che registra invece un ridimensionamento delle quantità fruite del 3%. Possibile dunque che da noi il vino abbia avuto questa funzione corroborante. Sta di fatto che sono cambiate anche le abitudini di acquisto. E’ vero che l’on line è esploso segnando nel 2021 un più 22%. E’ ancora la fetta minoritaria di mercato quella che viaggia sul web, ma stando ad uno studio di Nomisma nei prossimi tre anni si avrà uno sviluppo costante in doppia cifra di questo canale distributivo. La dimostrazione sta nell’espansione che Tannico sta avendo. E’ il nostro primo “portale” del vino che fa commercio (la Campari ne detiene il 32 % delle azioni ed un segnale) di etichette e ha lanciato un aumento di capitale destinato all’acquisizione del francese Venteàlapropriété. E non è un caso che Italmobiliare della famiglia Pesenti abbia messo nel mirino e poi si sia assicurata Callmewine il portale di vendita di vino fondato una decina di anni fa da Paolo Zanetti. E’ iniziato un braccio di ferro tra potenze finanziarie nel settore. Questa esplosione delle vendite on line hanno influito anche sul profilo dei consumatori. Emerge una nuova generazione, assai parca nelle dosi, ma molto esigente nella qualità e soprattutto molto informata. E’ la generazione Z e non è un caso che tanto Tannico quanto Callmewine si sfidino non soltanto sul piano delle offerte, ma su quello dei contenuti. Accanto all’e-commerce si è confermato il ruolo della grande distribuzione come primo canale di vendita del vino. Con il lungo sonno (forzato) dei ristoranti e delle enoteche il supermercato è diventato il primo approccio al vino da parte dei consumatori. Per questo alcune catene , specificamente Esselunga e Conad, hanno incrementato il valore delle enoteche. Ma anche per questo le donne sono ormai considerate il vero decisore di acquisto. La dimostrazione indiretta viene dalle tipologie e dalle confezioni di vino che si acquistano.
Dalla consueta ricerca che Iri fa ogni anno per Vinitaly (viene presentata lunedì 11 alla Fiera di Verona) emerge che i vini che hanno aumentato le vendite sono quelli a denominazione. Docg, Doc, Igt hanno fatto più 1,8% in quantità, più 5,5% a volere e hanno determinato un innalzamento dello scontrino medio del vino che è ormai sopra i 5,5 euro. Sono di fatto crollate verticalmente le vendite di vino in dame, in bottiglioni, in box e ormai si vendono prevalentemente le bottiglie da 0,75 che sono affini ai vini a denominazione. Il mercato di Bacco per la grande distribuzione vale oggi 700 milioni di litri per un valore di 2 miliardi e 269 milioni di euro (arriva a 3 miliardi di euro con l’aggiunta delle bollicine). In testa alle preferenza c’è sempre la solita triade: Chianti, Lambrusco, Montepulciano d’Abruzzo, con ogni tipologia che vende tra i 10 e i 15 milioni di litri ed ha nel vino toscano il record d’incremento con un più 3,7% di quantità venduta con un incremento del 5,4% del fatturato. Tra i vini emergenti Vermentino, Pignoletto e Ribolla Gialla (dunque Toscana e Sardegna Emilia e Friuli) tra i bianchi, Primitivo e Valpolicella tra i rossi (dunque Puglia e Veneto). Ancora in crescita le bollicine con l’Asti che resta in testa (più 27%) e il Prosecco che non s’arresta (più22%). E però il segno che i tempi sono cambiati e che il supermercato non vende solo quantità è dato da tre performance davvero significative: quella del Brunello di Montalcino (più 13%) che ha comunque un prezzo elevato, dell’Amarone (più 16,9%) e del Sagrantino di Montefalco un vino prezioso e di nicchia (più 16%).
Tra il Gotha a Opera Wine e il food-jazz in giro per la città
È il primo segno di vite! Ok stiamo un po’ giocando, ma ci vuole. Da domenica 10 aprile torna fino al 13 alla Fiera di Verona il Vinitaly che taglia il traguardo della 54 esima edizione ed è forse un segno che la pandemia è passata in archivio anche se il Covid resta a farci compagnia. Non si capisce bene come si farà a fare le degustazioni con l’obbligo della mascherina, ma questo è un altro discorso. Sta di fatto che con il Vinitaly torna la speranza di una ripresa anche se il vino italiano e alla prese con troppi problemi che ne frenano il successo. Comunque sia conviene ora guardare a Verona come una possibile ripartenza. Quest’anno la fera è molto selettiva negli ingressi. Un po’ ridotta nel numero degli espositori (sono 4500) anche perché le cantine hanno preferito affidarsi a moti stand collettivi. Le spese ci sono. Per gli appassionati di vino comunque l’appuntamento veronese resta irrinunciabile. Se si vuole acquistare un biglietto si può farlo sul sito ww.vinitaly.com spendendo 80 euro.
Diversamente ci sono molti appuntamenti non in fiera – per i sommelier e gli operatori ci sono due giornate esclusive il 10 e il 13 con ingressi contingentati e biglietto ridotto a 36 euro – da vivere a contatto con il mondo del vino. E’ Verona che si candida a festosa enoteca. Si chiama Vinitaly and The City e dalle 10 a mezzanotte da sabato a lunedì 11 diventa un immenso happening in cui si mixano arte, gastronomia, paesaggio, musica, degustazioni di altissimo livello. Tra gli artisti che si esibiscono (in particolare c’è un foltissimo programma jazz, musica che va molto d’accordo con le bottiglie) ci sono Roy Paci, Joe Bastianich con la Terza Classe, Luca Scardovelli Trio, Joe Sanketti, Morgan, il trio Swing Brother, il complesso di musica folk e popolare Contrada Lorì. Le performances artistiche e musicale sono ospitate in diversi spazi architettonici e monumentali della città: il cortile del Mercato Vecchio, piazza dei Signori, piazza delle Erbe, lo spazio antistante l’Arena. Di particolare significato sono due performance previste per domenica. La prima è La Vie en Rose una interpretazione di danza di Elisa Cipriani e Luca Condello che balleranno in forma anche di teatro sulle musiche di Edith Piaf e dando luogo anche a una singolare sfilata d abiti di scena. A seguire alle 17 i due ballerini interpretano invece, ed è questa la seconda esibizione, le danze popolari del Sud America in uno show dal titolo Milonga de Mi Amor. Ma chi ama il vino ama anche la buona tavola. Ed ecco che la cucina si fa spettacolo con gli show cooking di Tracy che arriva direttamente dal successo di Masterchef. Ovviamente in tutti i ristoranti di Verona e in tutte le enoteche c’è uno specialissimo programma gastronomico e di degustazione. Il clou delle degustazioni è però previsto con Opera Wine che è l’anteprima di Vinitaly ospitata nel palazzo monumentale della Gran Guardia proprio dirimpetto all’Arena. Da sette anni in collaborazione con la «bibbia» americana del vino Wine Spectator (gli Usa sono il primo mercato di esportazione per le nostre cantine) viene organizzata questa rassegna dell’eccellenza assoluta del vino italiano. Si era partiti nel 2015 con 100 etichette oggi si è dovuti necessariamente arrivare a 130 perché il livello della nostra produzione ha avuto un continuo progresso qualitativo. Nella classifica per territori vince la Toscana con 36 produttori seguita dal Piemonte con 20 e dal Veneto con 19.
Sulle 130 etichette presenti i rossi sono la stragrande maggioranza con 97 bottiglie selezionate di cui 15 sono di Barolo, 13 di Brunello di Montalcino, 9 di Amarne e 9 di Chianti Classico. Gli spumanti sono 9, 2 i vini passiti e 22 i bianchi. Tra i bianchi il podio è tra Veneto, Marche Friuli Venezia Giulia anche se ci sono alcune presenze molto significative della Toscana e della Sicilia con i vitigni autoctoni di quei territori (Vermentino per la Toscana, Zibibbo, Grillo e Insolia per la Sicilia). Ovviamente in questo defilée dei grandi ci sono tutte le famiglie storiche. Da Antinori a Frescobaldi, da Incisa della Rocchetta a Lunelli (quest’anno la cantina spumantistica trentina Ferrari compie 120 anni) da Biondi Santi, dai due Felluga a Lungarotti, da Bologna a Mastroberardino da Masi a Mazzei o Ricasoli, da Guerrieri Gonzaga (San Leonardo) a Tasca d’Almerita e poi i grandissimi come Angelo Gaja , Mascarello o Dal Forno, Castello d’Ama o tra gli spumantisti Bellavista (Moretti) , Cà del Bosco (Zanella), Nino Franco, gli emergenti come Cusumano, Maso Martis, i grandi classici come Pieropan, Pio Cesare, Aldo Conterno, Planeta. Insomma c’è tutto il vino che conta e fa glamour.
La tendenza? La vigna in rosa
Ci vorrebbe davvero la voce di Edith Piaf come colonna sonora di questo Vinitaly. Andando alla scoperta di un po’ di tendenze e novità in giro per i padiglioni (un po’ più vuoti, un po’ più morigerati, un po’ più professionali anche) si potrebbe scoprire che quest’anno va di moda la vigna en rose. Sì i rosati per tantissimi anni negletti, ma vanto dei francesi che in Provenza hanno messo appunto secoli fa un modo di estrazione dei mosti per percolazione che oggi è diventato uno dei più praticati da chi vuole fare un ottimo rosato e ha anche un nome che si presta: a lacrima, si dice, sono oggi una nuova frontiera del gusto nel bicchiere. Sarà perché le donne sono diventate le più attente consumatrici? Sarà perché c’è una generazione di giovani che non sono i soliti sbevazzoni, ma hanno introiettato la cultura del vino e chiedono un approccio morbido alla degustazione? Difficile dirlo: certo è che quasi tutte le cantine più blasonate oggi hanno in catalogo un’etichetta in rosa. E allora scopriamo qualche territorio che si presta. Un primato va sicuramente alla Puglia e al Salento in particolare: ormai i rosati a base di Negramaro sono diventati una cifra di questa regione. Un’altra regione – peraltro in prepotente ascesa anche grazie al fatto che ha creato il primo distretto biologico d’Italia – in rosa sono le Marche. Due in prevalenza i vitigni che ha scelto per le sue bottiglie in rosa: il Montepulciano e la Vernaccia Nera di Serrapetrona. Il primo interpretato sempre come vino fermo, la seconda dà ottimi spumanti metodo classico. La Toscana ha riscoperto il rosato di Costa facendo di tutta la Maremma una terra in rosa e sfruttando al meglio la propensione del Sangiovese a dare questi vini di personalità.
Un fenomeno a parte è quello della Basilicata. Qui abituati a vendemmiare il loro spesso Aglianico hanno scoperto che questo grandissimo rosso del Sud se vinificato in rosato acquista una confidenza di beva davvero insospettata. Un’evoluzione del Lambrusco connota oggi l’Emilia. Molti produttori hanno scoperto che il Lambrusco in rosa se vinificato con Metodo Classico – cioè rifermentato in bottiglia – dà risultai sorprendenti. Ed è vero. Poi ci sono le cattedrali del rosato. Da una parte di Montepulciano d’Abruzzo in versione cerasuolo con la zona costiera che dà esiti migliori rispetto alle colline più alte e poi tuttala zona del Garda: ci sono dal Chiaretto al Valtenesi alcune espressioni di altissimo profilo. Ma a stupire è la grande tradizione spumantistica italiana che si è buttata a rivaleggiare proprio con i francesi con le bollicine rosate. Un successo per certi versi inaspettato è proprio il Prosecco rosato, ma l’Oltrepò vive grazie a questa tipologia una seconda gloria produttiva e di mercato e la Franciacorta ha cominciato a sfruttare i suoi grandi Pinot nero così come del resto l’Alta Langa. Sorprendente è l’attenzione che il Trentodoc dedica oggi a questa tipologia. Patria degli spumanti da Charadonnay ci sono ora nuovi esperimenti. Utilizzando per avere una propria identità il Pinot Meunier che i francesi usano in uvaggio minore con il Noir per lo Champagne (soprattutto però per i blancs de noir) ma che ha una sua autonoma intensa espressività. Provato ha grande valore. Spigolando ancora tra le bottiglie in degustazione a Verona si capisce come il gusto si stia polarizzando: da una parte i grandissimi rossi che fanno da motore al piacere assoluto del vino, dall’altra bianchi molto freschi che arrivano anche da territori che uno non s’aspetterebbe così vocati a produrre “vini pallidi”. La Toscana si è ripresa con Brunello, ma soprattutto Chianti Gran Selezione e Montepulciano un posto di assoluta leadership anche nei mercati esteri e in quello più florido di tutti che è quello americano. Bolgheri fa storia a se: ormai è uno dei terroir più invidiati al mondo e in qualche misura anche la Maremma si sta un po’ tirando su. Un caso a parte è quello del Nebbiolo. Se indiscutibili sono i successi del Barolo ormai elevato a vino simbolo, ma con prezzi sovente «pesanti», ci sono gli altri Nebbiolo dal Carema al Gattinara che emergono con prepotenza. Tra i grandi rossi l’Amarone vive una contraddizione interna: i grandissimi (sono quelli di collina alta) hanno un mercato inscalfibile, gli altri abbassano i prezzi per fare numero.
Una nuova vita di successi ha la Sicilia soprattutto nella zona etnea per i rossi. Ragionamento a parte va fatto per un vino che è del tutto peculiare: il Sagrantino di Montefalco. Per tre o quattro produttori è ancora una miniera d’oro, ma per chi ha cercato di fare quantità la vigna s’ fatta più dura. Un fenomeno emergente è la riscoperta di produzioni di nicchia. Ad esempio il Timorasso piemontese che ci introduce al grande mercato dei bianchi. Qui due territori se la danno di santa ragione: il Friuli sia Collio che Cof e le Marche che puntano sul Verdicchio ma hanno in serbo due altre sorprese: la Ribona e il Bianchello. E poi c’è l’emergente Lugana. Alla fine scopriremo che Verdicchio, Lugana, e Friulano sono parenti stretti in quanto a vitigni. Riprende quota sia nella versione Friulana che in quella altoatesina il Pinot Bianco. E poi ci sono fenomeni nuovi: i bianchi siciliani vanno fortissimo soprattutto quelli con base Grillo e Zibibbo vinificato fresco. Una rebus è la Ribolla Gialla friulana: in alcune declinazioni è diventata un vino culto, purtroppo però massificata viene svenduta al punto che prendendo due bottiglie non si capisce quale sia la vera Ribolla. In ultimo eccolo il bianco dell’anno: il Vermentino. Sia esso sulcitano o maremmano, di Gallura o di Lunigiana questo bianco così selvaggio e marino è la spia che chi beve oggi cerca emozioni!
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Si riparte con il Vinitaly, dopo due anni di stop causa pandemia. Per le cantine il boom è frenato da costi, inflazione, Europa e sanzioni alla Russia. Si contabilizzano almeno 1,5 miliardi di extra costi per confezionare il prodotto.Tra web e supermercato cresce il consumo di qualità. Mentre i due maggiori portali (Tannico e Callmewine) sono al centro di un forte sviluppo finanziario, la Gdo incrementa le vendite: ecco i vini che vanno più forte.Non solo Fiera: Verona per tre giorni diventa un palcoscenico delle eccellenze italiane: dalla musica all’enogastronomia passando per l’arte.Spigolando tra le migliaia di etichette che saranno al Vinitaly cerchiamo di disegnare una mappa del gusto: la sorpresa sono i rosati.Lo speciale contiene quattro articoli.Si riparte, o almeno si prova. Da domenica e fino a mercoledì a Verona sarà di nuovo Vinitaly. Due anni di pandemia hanno cambiato il volto delle Fiere. Sarà questa grande adunata del mondo del vino un banco di prova per tutta l’economia del Paese. Da Verona si può capire se incombente la guerra, dilagante l’inflazione, impazziti i costi di produzione, c’è spazio per scommettere ancora su una possibile ripresa. Parte dal Vinitaly un messaggio in bottiglia. Dice Sandro Boscaini, mister Amarone, già presidente di Federvini: «Ci serve che riparta tutta l’Italia; da soli non ce la possiamo fare. Se il turismo resta fermo avremo ancora dei contraccolpi». Aggiunge Marco Caprai, l’uomo che ha fatto diventare il Sagrantino di Montefalco un vino simbolo nel mondo: «Ci sono alcuni mercati come l’America che sono ripartiti molto bene, ma la domanda interna soffre, a noi manca la domanda di fascia alta e poi c’è l’Europa che ha un atteggiamento incomprensibile sull’agricoltura e contro il vino. Ci sono luci, ma anche tante, troppe ombre». Il vino ha vissuto un magic moment appena il lockdown si è allentato. Fatturato che sfiora i 15 miliardi, esportazioni oltre i 7 col Prosecco a fare da driver, consumi domestici in ripresa. In dieci mesi del 2021 l’export era cresciuto del 13%. E poi la doccia freddissima. Sparisce mezzo miliardo con le sanzioni alla Russia, vanno fuori controllo i prezzi delle materie prime che diventano introvabili, la bolletta energetica esplode. Ecco l’Unione italiana vini con il suo segretario, Paolo Castelletti, strigliare il ministro agricolo Stefano Patuanelli: «Se non ci venite incontro e non fate partire subito il Pnrr avremo forti ripercussioni sul commercio estero. Francesi e spagnoli non hanno i nostri oneri energetici. ll rischio concreto è di perdere quote di mercato». Così l’Italia che produce si specchia nelle vigne. Si dirà: ma la materia prima del vino è l’uva. Vero. Solo che serve il gasolio per far viaggiare i trattori, servono il vetro, i cartoni, il legno, la carta per le etichette, il sughero per i tappi, l’alluminio per le gabbiette e servono anche un po’ di concimi. E, una volta fatto, il vino va spedito: i costi di trasporto sono raddoppiati. L’America che resta l’Eldorado dei nostri vini di maggior pregio diventa quasi proibitiva se un container passa da 2.000 a 6.500 dollari. Così serve un po’ di cash dalla banca, ma è diventato difficile anche quello. A oggi le cantine contabilizzano almeno 1,5 miliardi di extra-costi per confezionare il vino e se ci si mette la bolletta energetica e quella idrica il conto sale oltre i due miliardi. Significa che con la Russia si è perso il 7% di export che gli extracosti sono aumentati del 13% rispetto al fatturato e dunque quel successo annunciato è mutilato di un quinto. Ce n’è abbastanza per stare cauti. Questo clima di vigile attesa si riflette anche sulla Fiera: gli espositori sono un po’ meno (4.400), arrivano da meno Paesi, ma soprattutto c’è molta meno ostentazione. Gli spazi peraltro in Fiera costano un occhio - per uno stand medio vanno via 40.000 euro e poi ci sono le spese tra cene, albergo, degustazioni - e con l’incertezza di mercato meglio una «collettiva». È forse un cambiamento di modalità delle fiere sempre più orientate a ospitare solo visitatori professionali (a Verona arrivano 700 super buyer, stracoccolati) sempre più connesse sul web. Non a caso Vinitaly quest’anno affida a Verona, alla città, il compito di fare spettacolo: la formula è ormai quella del fuorisalone e con Opera Wine, che questo pomeriggio fa alla Gran Guardia da anteprima, si dà spazio alle cantine di maggior richiamo per mettere in vetrina il valore Italia. Lo ha detto anche Maurizio Danese, che presiede sia Veronafiere sia l’Aefi (l’associazione dei maggiori quartieri espositivi italiani), sostenendo che le fiere in presenza sono fondamentali soprattutto per le piccole e medie imprese che hanno bisogno di sostegno per stare sui mercati del mondo. Sottolinea Danese: «Un nostro studio certifica che le Fiere sono un motore economico: è emerso che 1 euro investito in fiera ne genera 60 di business e 23 di indotto». Nessuno ne dubita, ma resta il fatto che nell’era di Zoom e di Skype le rassegne non servono più a farsi vedere, ma devono servire a farsi comprare. Ecco il messaggio in bottiglia a tutta l’economia del Paese: dobbiamo rafforzare il sistema Italia e fare un salto di qualità nelle connessioni di filiera e nella promozione. Che peraltro l’Europa ha cancellato limitando fortemente i contributi. È un pallino di Gian Marco Centinaio, sottosegretario all’Agricoltura in quota Lega, che ha la delega del vino e che se ha dribblato il primo ostacolo, quello che in sede europea voleva imporre le etichette anticancro alle bottiglie, ha di fronte a sé altre battaglie. La prima è bloccare l’etichetta a semaforo, la seconda impedire che all’Onu si riproponga l’idea che il vino è veleno. E poi ci sono le battaglie sulle denominazioni e quelle sui sostegni: difendere il Prosecco, dare contribuiti perché le cantine proseguano sulla strada del successo, sbloccare l’enoturismo riaprendo ristoranti, enoteche, agriturismi, sapendo che può essere un volano da altri 3 miliardi. Tutto questo è Vinitaly. Perché è vero che facciamo più vino di tutti e - salvo alcune eccezioni - lo facciamo meglio di tutti. Perché è vero che i grandi vini sono ormai beni rifugio al punto che stima Oneo group - società specializzata in questo business - « 50.000 dollari investiti, in 5 anni, diventano più del doppio, ovvero 118.817 dollari» e che tra queste bottiglie-lingotto tante sono italiane, ma è anche vero che il sistema Italia è troppo debole. Prosit.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinitaly-verona-fiera-specchio-italia-2657127460.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-web-e-supermercato-cresce-il-consumo-di-qualita" data-post-id="2657127460" data-published-at="1649519738" data-use-pagination="False"> Tra web e supermercato cresce il consumo di qualità Bevi che ti passa. Potrebbe essere questa la spiegazione del boom dei consumi di vino in Italia cominciato durante il lockdown da Covid e proseguito anche lo scorso anno. Siamo arrivati a berne quasi 25 milioni di ettolitri con un aumento nel 2020 sull’anno precedente di quasi il 7,5%. In quantità sono circa 3 litri a testa in più all’anno. Perché? Chi ha indagato i consumi - l’Organizzazione internazionale della vigna e del vino - sostiene che è accaduto perché si è ricominciato a mangiare in famiglia e perché il vino è diventato l’alternativa al tempo libero. Ma ciò che è più interessante è che la stessa Oiv è ormai convinta che ci sia uno «stile italiano» nel consumo di vino.È tornato a essere un piacere domestico e si beve con molta attenzione alla qualità e molta moderazione. L’Italia è in controtendenza rispetto al trend mondiale che registra invece un ridimensionamento delle quantità fruite del 3%. Possibile dunque che da noi il vino abbia avuto questa funzione corroborante. Sta di fatto che sono cambiate anche le abitudini di acquisto. E’ vero che l’on line è esploso segnando nel 2021 un più 22%. E’ ancora la fetta minoritaria di mercato quella che viaggia sul web, ma stando ad uno studio di Nomisma nei prossimi tre anni si avrà uno sviluppo costante in doppia cifra di questo canale distributivo. La dimostrazione sta nell’espansione che Tannico sta avendo. E’ il nostro primo “portale” del vino che fa commercio (la Campari ne detiene il 32 % delle azioni ed un segnale) di etichette e ha lanciato un aumento di capitale destinato all’acquisizione del francese Venteàlapropriété. E non è un caso che Italmobiliare della famiglia Pesenti abbia messo nel mirino e poi si sia assicurata Callmewine il portale di vendita di vino fondato una decina di anni fa da Paolo Zanetti. E’ iniziato un braccio di ferro tra potenze finanziarie nel settore. Questa esplosione delle vendite on line hanno influito anche sul profilo dei consumatori. Emerge una nuova generazione, assai parca nelle dosi, ma molto esigente nella qualità e soprattutto molto informata. E’ la generazione Z e non è un caso che tanto Tannico quanto Callmewine si sfidino non soltanto sul piano delle offerte, ma su quello dei contenuti. Accanto all’e-commerce si è confermato il ruolo della grande distribuzione come primo canale di vendita del vino. Con il lungo sonno (forzato) dei ristoranti e delle enoteche il supermercato è diventato il primo approccio al vino da parte dei consumatori. Per questo alcune catene , specificamente Esselunga e Conad, hanno incrementato il valore delle enoteche. Ma anche per questo le donne sono ormai considerate il vero decisore di acquisto. La dimostrazione indiretta viene dalle tipologie e dalle confezioni di vino che si acquistano.Dalla consueta ricerca che Iri fa ogni anno per Vinitaly (viene presentata lunedì 11 alla Fiera di Verona) emerge che i vini che hanno aumentato le vendite sono quelli a denominazione. Docg, Doc, Igt hanno fatto più 1,8% in quantità, più 5,5% a volere e hanno determinato un innalzamento dello scontrino medio del vino che è ormai sopra i 5,5 euro. Sono di fatto crollate verticalmente le vendite di vino in dame, in bottiglioni, in box e ormai si vendono prevalentemente le bottiglie da 0,75 che sono affini ai vini a denominazione. Il mercato di Bacco per la grande distribuzione vale oggi 700 milioni di litri per un valore di 2 miliardi e 269 milioni di euro (arriva a 3 miliardi di euro con l’aggiunta delle bollicine). In testa alle preferenza c’è sempre la solita triade: Chianti, Lambrusco, Montepulciano d’Abruzzo, con ogni tipologia che vende tra i 10 e i 15 milioni di litri ed ha nel vino toscano il record d’incremento con un più 3,7% di quantità venduta con un incremento del 5,4% del fatturato. Tra i vini emergenti Vermentino, Pignoletto e Ribolla Gialla (dunque Toscana e Sardegna Emilia e Friuli) tra i bianchi, Primitivo e Valpolicella tra i rossi (dunque Puglia e Veneto). Ancora in crescita le bollicine con l’Asti che resta in testa (più 27%) e il Prosecco che non s’arresta (più22%). E però il segno che i tempi sono cambiati e che il supermercato non vende solo quantità è dato da tre performance davvero significative: quella del Brunello di Montalcino (più 13%) che ha comunque un prezzo elevato, dell’Amarone (più 16,9%) e del Sagrantino di Montefalco un vino prezioso e di nicchia (più 16%). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinitaly-verona-fiera-specchio-italia-2657127460.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="tra-il-gotha-a-opera-wine-e-il-food-jazz-in-giro-per-la-citta" data-post-id="2657127460" data-published-at="1649519738" data-use-pagination="False"> Tra il Gotha a Opera Wine e il food-jazz in giro per la città È il primo segno di vite! Ok stiamo un po’ giocando, ma ci vuole. Da domenica 10 aprile torna fino al 13 alla Fiera di Verona il Vinitaly che taglia il traguardo della 54 esima edizione ed è forse un segno che la pandemia è passata in archivio anche se il Covid resta a farci compagnia. Non si capisce bene come si farà a fare le degustazioni con l’obbligo della mascherina, ma questo è un altro discorso. Sta di fatto che con il Vinitaly torna la speranza di una ripresa anche se il vino italiano e alla prese con troppi problemi che ne frenano il successo. Comunque sia conviene ora guardare a Verona come una possibile ripartenza. Quest’anno la fera è molto selettiva negli ingressi. Un po’ ridotta nel numero degli espositori (sono 4500) anche perché le cantine hanno preferito affidarsi a moti stand collettivi. Le spese ci sono. Per gli appassionati di vino comunque l’appuntamento veronese resta irrinunciabile. Se si vuole acquistare un biglietto si può farlo sul sito ww.vinitaly.com spendendo 80 euro.Diversamente ci sono molti appuntamenti non in fiera – per i sommelier e gli operatori ci sono due giornate esclusive il 10 e il 13 con ingressi contingentati e biglietto ridotto a 36 euro – da vivere a contatto con il mondo del vino. E’ Verona che si candida a festosa enoteca. Si chiama Vinitaly and The City e dalle 10 a mezzanotte da sabato a lunedì 11 diventa un immenso happening in cui si mixano arte, gastronomia, paesaggio, musica, degustazioni di altissimo livello. Tra gli artisti che si esibiscono (in particolare c’è un foltissimo programma jazz, musica che va molto d’accordo con le bottiglie) ci sono Roy Paci, Joe Bastianich con la Terza Classe, Luca Scardovelli Trio, Joe Sanketti, Morgan, il trio Swing Brother, il complesso di musica folk e popolare Contrada Lorì. Le performances artistiche e musicale sono ospitate in diversi spazi architettonici e monumentali della città: il cortile del Mercato Vecchio, piazza dei Signori, piazza delle Erbe, lo spazio antistante l’Arena. Di particolare significato sono due performance previste per domenica. La prima è La Vie en Rose una interpretazione di danza di Elisa Cipriani e Luca Condello che balleranno in forma anche di teatro sulle musiche di Edith Piaf e dando luogo anche a una singolare sfilata d abiti di scena. A seguire alle 17 i due ballerini interpretano invece, ed è questa la seconda esibizione, le danze popolari del Sud America in uno show dal titolo Milonga de Mi Amor. Ma chi ama il vino ama anche la buona tavola. Ed ecco che la cucina si fa spettacolo con gli show cooking di Tracy che arriva direttamente dal successo di Masterchef. Ovviamente in tutti i ristoranti di Verona e in tutte le enoteche c’è uno specialissimo programma gastronomico e di degustazione. Il clou delle degustazioni è però previsto con Opera Wine che è l’anteprima di Vinitaly ospitata nel palazzo monumentale della Gran Guardia proprio dirimpetto all’Arena. Da sette anni in collaborazione con la «bibbia» americana del vino Wine Spectator (gli Usa sono il primo mercato di esportazione per le nostre cantine) viene organizzata questa rassegna dell’eccellenza assoluta del vino italiano. Si era partiti nel 2015 con 100 etichette oggi si è dovuti necessariamente arrivare a 130 perché il livello della nostra produzione ha avuto un continuo progresso qualitativo. Nella classifica per territori vince la Toscana con 36 produttori seguita dal Piemonte con 20 e dal Veneto con 19.Sulle 130 etichette presenti i rossi sono la stragrande maggioranza con 97 bottiglie selezionate di cui 15 sono di Barolo, 13 di Brunello di Montalcino, 9 di Amarne e 9 di Chianti Classico. Gli spumanti sono 9, 2 i vini passiti e 22 i bianchi. Tra i bianchi il podio è tra Veneto, Marche Friuli Venezia Giulia anche se ci sono alcune presenze molto significative della Toscana e della Sicilia con i vitigni autoctoni di quei territori (Vermentino per la Toscana, Zibibbo, Grillo e Insolia per la Sicilia). Ovviamente in questo defilée dei grandi ci sono tutte le famiglie storiche. Da Antinori a Frescobaldi, da Incisa della Rocchetta a Lunelli (quest’anno la cantina spumantistica trentina Ferrari compie 120 anni) da Biondi Santi, dai due Felluga a Lungarotti, da Bologna a Mastroberardino da Masi a Mazzei o Ricasoli, da Guerrieri Gonzaga (San Leonardo) a Tasca d’Almerita e poi i grandissimi come Angelo Gaja , Mascarello o Dal Forno, Castello d’Ama o tra gli spumantisti Bellavista (Moretti) , Cà del Bosco (Zanella), Nino Franco, gli emergenti come Cusumano, Maso Martis, i grandi classici come Pieropan, Pio Cesare, Aldo Conterno, Planeta. Insomma c’è tutto il vino che conta e fa glamour. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vinitaly-verona-fiera-specchio-italia-2657127460.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-tendenza-la-vigna-in-rosa" data-post-id="2657127460" data-published-at="1649519738" data-use-pagination="False"> La tendenza? La vigna in rosa Ci vorrebbe davvero la voce di Edith Piaf come colonna sonora di questo Vinitaly. Andando alla scoperta di un po’ di tendenze e novità in giro per i padiglioni (un po’ più vuoti, un po’ più morigerati, un po’ più professionali anche) si potrebbe scoprire che quest’anno va di moda la vigna en rose. Sì i rosati per tantissimi anni negletti, ma vanto dei francesi che in Provenza hanno messo appunto secoli fa un modo di estrazione dei mosti per percolazione che oggi è diventato uno dei più praticati da chi vuole fare un ottimo rosato e ha anche un nome che si presta: a lacrima, si dice, sono oggi una nuova frontiera del gusto nel bicchiere. Sarà perché le donne sono diventate le più attente consumatrici? Sarà perché c’è una generazione di giovani che non sono i soliti sbevazzoni, ma hanno introiettato la cultura del vino e chiedono un approccio morbido alla degustazione? Difficile dirlo: certo è che quasi tutte le cantine più blasonate oggi hanno in catalogo un’etichetta in rosa. E allora scopriamo qualche territorio che si presta. Un primato va sicuramente alla Puglia e al Salento in particolare: ormai i rosati a base di Negramaro sono diventati una cifra di questa regione. Un’altra regione – peraltro in prepotente ascesa anche grazie al fatto che ha creato il primo distretto biologico d’Italia – in rosa sono le Marche. Due in prevalenza i vitigni che ha scelto per le sue bottiglie in rosa: il Montepulciano e la Vernaccia Nera di Serrapetrona. Il primo interpretato sempre come vino fermo, la seconda dà ottimi spumanti metodo classico. La Toscana ha riscoperto il rosato di Costa facendo di tutta la Maremma una terra in rosa e sfruttando al meglio la propensione del Sangiovese a dare questi vini di personalità.Un fenomeno a parte è quello della Basilicata. Qui abituati a vendemmiare il loro spesso Aglianico hanno scoperto che questo grandissimo rosso del Sud se vinificato in rosato acquista una confidenza di beva davvero insospettata. Un’evoluzione del Lambrusco connota oggi l’Emilia. Molti produttori hanno scoperto che il Lambrusco in rosa se vinificato con Metodo Classico – cioè rifermentato in bottiglia – dà risultai sorprendenti. Ed è vero. Poi ci sono le cattedrali del rosato. Da una parte di Montepulciano d’Abruzzo in versione cerasuolo con la zona costiera che dà esiti migliori rispetto alle colline più alte e poi tuttala zona del Garda: ci sono dal Chiaretto al Valtenesi alcune espressioni di altissimo profilo. Ma a stupire è la grande tradizione spumantistica italiana che si è buttata a rivaleggiare proprio con i francesi con le bollicine rosate. Un successo per certi versi inaspettato è proprio il Prosecco rosato, ma l’Oltrepò vive grazie a questa tipologia una seconda gloria produttiva e di mercato e la Franciacorta ha cominciato a sfruttare i suoi grandi Pinot nero così come del resto l’Alta Langa. Sorprendente è l’attenzione che il Trentodoc dedica oggi a questa tipologia. Patria degli spumanti da Charadonnay ci sono ora nuovi esperimenti. Utilizzando per avere una propria identità il Pinot Meunier che i francesi usano in uvaggio minore con il Noir per lo Champagne (soprattutto però per i blancs de noir) ma che ha una sua autonoma intensa espressività. Provato ha grande valore. Spigolando ancora tra le bottiglie in degustazione a Verona si capisce come il gusto si stia polarizzando: da una parte i grandissimi rossi che fanno da motore al piacere assoluto del vino, dall’altra bianchi molto freschi che arrivano anche da territori che uno non s’aspetterebbe così vocati a produrre “vini pallidi”. La Toscana si è ripresa con Brunello, ma soprattutto Chianti Gran Selezione e Montepulciano un posto di assoluta leadership anche nei mercati esteri e in quello più florido di tutti che è quello americano. Bolgheri fa storia a se: ormai è uno dei terroir più invidiati al mondo e in qualche misura anche la Maremma si sta un po’ tirando su. Un caso a parte è quello del Nebbiolo. Se indiscutibili sono i successi del Barolo ormai elevato a vino simbolo, ma con prezzi sovente «pesanti», ci sono gli altri Nebbiolo dal Carema al Gattinara che emergono con prepotenza. Tra i grandi rossi l’Amarone vive una contraddizione interna: i grandissimi (sono quelli di collina alta) hanno un mercato inscalfibile, gli altri abbassano i prezzi per fare numero.Una nuova vita di successi ha la Sicilia soprattutto nella zona etnea per i rossi. Ragionamento a parte va fatto per un vino che è del tutto peculiare: il Sagrantino di Montefalco. Per tre o quattro produttori è ancora una miniera d’oro, ma per chi ha cercato di fare quantità la vigna s’ fatta più dura. Un fenomeno emergente è la riscoperta di produzioni di nicchia. Ad esempio il Timorasso piemontese che ci introduce al grande mercato dei bianchi. Qui due territori se la danno di santa ragione: il Friuli sia Collio che Cof e le Marche che puntano sul Verdicchio ma hanno in serbo due altre sorprese: la Ribona e il Bianchello. E poi c’è l’emergente Lugana. Alla fine scopriremo che Verdicchio, Lugana, e Friulano sono parenti stretti in quanto a vitigni. Riprende quota sia nella versione Friulana che in quella altoatesina il Pinot Bianco. E poi ci sono fenomeni nuovi: i bianchi siciliani vanno fortissimo soprattutto quelli con base Grillo e Zibibbo vinificato fresco. Una rebus è la Ribolla Gialla friulana: in alcune declinazioni è diventata un vino culto, purtroppo però massificata viene svenduta al punto che prendendo due bottiglie non si capisce quale sia la vera Ribolla. In ultimo eccolo il bianco dell’anno: il Vermentino. Sia esso sulcitano o maremmano, di Gallura o di Lunigiana questo bianco così selvaggio e marino è la spia che chi beve oggi cerca emozioni!
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La questione cova da tempo ma, solo durante la recente campagna municipale, ha ottenuto una certa attenzione dai media mainstream. Ieri ci sono stati numerosi arresti, ma per capire la gravità della situazione bisogna fare qualche passo indietro.
Domenica c’è stata una vera svolta quando, il procuratore di Parigi Laure Beccuau, ha rivelato cifre da brividi. «Si indaga su un certo numero di animatori» del périscolaire, ha dichiarato il giudice su Rtl, Le Figaro e Public Sénat. «Attualmente abbiamo inchieste su 84 scuole materne, una ventina di scuole primarie e una decina di nidi». Beccuau ha inoltre confermato che da gennaio sono state aperte tre inchieste giudiziarie. Ad oggi sarebbero stati sospesi 78 membri del personale scolastico parigino e su 31 di essi peserebbe il sospetto di abusi sessuali su minori.
Ad esempio, secondo Le Parisien, un animatore ventiduenne sospettato di aggressioni sessuali su tre bambini era già stato denunciato nel 2024, quando lavorava in una scuola pubblica del X arrondissement. Nonostante ciò ha continuato a lavorare con bambini in un altro istituto pubblico fino all’ottobre 2025, quando è stato sospeso. Nel febbraio scorso vari media, tra cui HuffPost e Afp, hanno rivelato che l’uomo era sotto controllo giudiziario per «aggressione sessuale su minori», «esibizione sessuale» e «corruzione di minore». Bfm tv aveva riferito che il sospettato è stato arrestato lo scorso 30 aprile. «Mia figlia avrebbe potuto essere risparmiata», ha dichiarato a Le Parisien il padre di una piccola vittima citato anonimamente. Un altro genitore, Eric, intervistato da radio Rmc, ha criticato il «comportamento scorretto da parte del comune di Parigi e di una delle sue amministrazioni, quella responsabile delle attività extrascolastiche».
Ma perché la maggioranza di sinistra, che governa Parigi dal 2001, non ha reagito prima? Va dato atto al socialista Emmanuel Grégoire che, da quando è stato eletto sindaco lo scorso marzo, ha moltiplicato gli incontri con i genitori e gli interventi sui media. Il 14 aprile scorso, durante la prima seduta del nuovo consiglio municipale, ha annunciato un «piano di azione» contro le violenze sui bambini, per un investimento di circa 20 milioni di euro. Il piano dovrebbe semplificare le procedure di segnalazione e finanziare una migliore formazione del personale. Lunedì, invece, si è tenuta la prima riunione della «Convenzione cittadina» municipale dedicata alla «protezione e ai tempi (scolastici, ndr) dei bambini nelle scuole». Il sindaco ha rivolto ai genitori questo messaggio: «Devono avere fiducia nelle scuole» di Parigi. Ma vista la portata dell’inchiesta, l’invito rischia di cadere nel vuoto.
Il 12 maggio, nella riunione con i genitori della scuola pubblica Sainte Dominique, Grégoire avrebbe ammesso che «la città di Parigi ha indiscutibilmente delle responsabilità». Lo ha scritto Le Figaro, citando alcuni presenti secondo i quali il sindaco avrebbe anche detto che «ci sono stati gravi malfunzionamenti».
Poi, ieri, si è appreso dell’arresto di 16 persone in servizio proprio alla scuola pubblica Saint Dominique. Sempre Le Figaro scrive che «l’identità delle persone fermate non è stata resa nota. Secondo le nostre informazioni, si tratterebbe esclusivamente di dipendenti del Comune di Parigi. Il personale scolastico, quindi, non sarebbe coinvolto».
Sempre ieri, Grégoire è tornato a parlare della riassunzione del ventiduenne sospettato di abusi su minori. «Me ne scuso» ha detto il sindaco nella trasmissione del mattino di France 2, ammettendo anche che «non sia più possibile» continuare con questa situazione e che farà di tutto perché non si ripeta.
Parole sacrosante che, tuttavia, non cancellano il fatto che Grégoire sia stato assessore tra il 2014 e il 2017 e poi primo vicesindaco di Anne Hidalgo dal 2018 al 2024. Da tempo, in consiglio comunale, le opposizioni ricordano le responsabilità della vecchia amministrazione. «Per anni il comune ha vissuto in una forma di diniego arrivata fino alla menzogna, con una totale opacità sui malfunzionamenti», ha denunciato recentemente Florence Berthout, sindaco del V arrondissement.
Sul fondo resta anche l’aggressività della maggioranza parigina di sinistra nei confronti delle scuole cattoliche della capitale. Come scritto a più riprese da La Verità, negli ultimi anni la giunta Hidalgo ha attaccato Stanislas, uno dei più noti istituti cattolici parigini. Nel 2024, Médiapart aveva pubblicato un rapporto ispettivo del 2023 in cui si parlava, tra l’altro, di «clima propizio all’omofobia» e contestava il «carattere obbligatorio della catechesi» a Stanislas. A fine 2025 Patrick Bloche, allora vicesindaco, aveva annunciato l’intenzione di sospendere il contributo pubblico annuale di 1,3 milioni di euro destinato all’istituto. La leader dell’opposizione Rachida Dati, aveva lamentato che Bloche «non ha nemmeno menzionato i malfunzionamenti [...] nelle attività extrascolastiche».
Vista la portata dell’inchiesta sulle attività extrascolastiche nelle scuole parigine, una domanda resta aperta: perché la maggioranza socialista è stata così rapida nell’indagare sulle accuse rivolte a Stanislas, mentre solo ora promette una vera reazione contro gli abusi nelle attività extrascolastiche? Qui ci sono di mezzo dei bambini e chi ne abusa, nel mondo cattolico o altrove, deve essere punito. Punto.
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Angelika Niebler (Ansa)
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
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Lo ha detto il premier all’uscita dal Municipio di Niscemi, parlando con i giornalisti: «A febbraio scorso abbiamo varato un decreto, poi convertito in legge ad aprile, per stanziare 150 milioni che avevano l’obiettivo della messa in sicurezza, degli indennizzi e della demolizione delle case. E domani portiamo in Consiglio dei ministri due diversi programmi: uno sulla messa in sicurezza del territorio e sulle opere infrastrutturali; un altro per quanto riguarda gli indennizzi per le famiglie che hanno perso la casa e anche tutto il tema delle demolizioni necessarie».
«Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997», ha aggiunto il presidente del Consiglio, che prima di lasciare il comune siciliano ha incontrato in Comune una delegazione di sfollati.