La testata riferiva, in particolare, che il vicepresidente statunitense sarebbe atterrato nella capitale pakistana oggi in tarda mattinata. La Cnn, dal canto suo, dava invece ancora come incerto il viaggio del numero due della Casa Bianca. D’altronde, almeno fino a ieri pomeriggio, a essere in dubbio era anche la partecipazione ai colloqui degli emissari di Teheran, soprattutto dopo che il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, aveva affermato che la Repubblica islamica «non accetta negoziati sotto minaccia». In questo clima, in serata, il Wall Street Journal ha riportato che Teheran avrebbe intenzione di prendere parte al secondo round di negoziati soltanto se Washington accettasse prima di revocare il blocco imposto ai porti della Repubblica islamica. Nelle stesse ore, il ministero degli Esteri iraniano faceva tuttavia sapere che non era stata presa alcuna decisione definitiva sull’eventuale partecipazione del regime khomeinista ai colloqui.
Secondo il New York Times, proprio i segnali discordanti arrivati da Teheran avrebbero portato Vance a sospendere (per quanto non a cancellare) il suo viaggio in Pakistan. Axios, per parte sua, ha riferito che la leadership iraniana sarebbe internamente divisa sul da farsi.
A rendere ancora più ingarbugliata la situazione, ci si è messa anche una certa confusione sulla scadenza del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran. Come riferito da Nbc News, Islamabad e Teheran ritenevano che la deadline fosse ieri sera, mentre, per Donald Trump, sarebbe stasera. Come che sia, mentre il Pakistan sta cercando di convincere i belligeranti a concordare una proroga della tregua, il presidente americano si è mostrato contrario a un simile scenario. «Non voglio farlo», ha dichiarato ieri. «Siamo pronti a partire. L’esercito è pronto a partire», ha continuato, sottolineando che il cessate il fuoco ha permesso a Washington di «rifornire» i propri arsenali bellici. Nel frattempo, l’agenzia di stampa iraniana (collegata ai pasdaran) Tasnim ha dichiarato che Teheran è «pienamente preparata alla possibilità di una ripresa della guerra».
Tuttavia, al netto della tensione, Trump è tornato a mostrarsi ottimista sul processo diplomatico. Ieri, parlando con Cnbc, il presidente americano si è detto convinto del fatto che gli Stati Uniti «raggiungeranno un ottimo accordo». «Penso che non abbiano scelta: abbiamo distrutto la loro marina, abbiamo distrutto la loro aviazione, abbiamo eliminato i loro leader», ha proseguito. Non solo. Su Truth, si è anche rivolto direttamente alla leadership della Repubblica islamica, chiedendo il rilascio di otto donne a rischio di esecuzione. «Ai leader iraniani, che a breve saranno in trattative con i miei rappresentanti: apprezzerei moltissimo il rilascio di queste donne. Sono certo che rispetteranno il fatto che lo abbiate fatto. Vi prego di non far loro del male! Sarebbe un ottimo inizio per i nostri negoziati!», ha affermato, mentre il regime khomeinista replicava, negando che le otto donne rischino la pena capitale.
Il presidente americano ha inoltre parlato del rapporto con Pechino. «Ieri abbiamo sequestrato una nave che aveva a bordo alcune cose non molto piacevoli. Un regalo della Cina, forse, non lo so. Sono sorpreso. Pensavo di avere un’intesa con il presidente Xi», ha dichiarato, riferendosi alla nave mercantile iraniana Touska, che è stata sequestrata dalle forze statunitensi a seguito del suo tentativo di violare il blocco marittimo decretato da Washington. Forse non a caso ieri circolava l’indiscrezione che, qualora il processo diplomatico sulla crisi in corso dovesse fallire, ciò potrebbe portare a un ulteriore rinvio dell’incontro tra Trump e Xi Jinping: un incontro attualmente previsto per il mese prossimo. Vale del resto la pena di ricordare che la guerra in Iran va strutturalmente collocata all’interno di una cornice più ampia: quella della competizione tra Washington e Pechino per l’influenza geopolitica in Medio Oriente.
Tornando ai negoziati, una delle ragioni dello stallo risiede nella dialettica che si registra in seno al regime khomeinista. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, teme la pressione economica degli Stati Uniti e sarebbe propenso a trattare. I pasdaran, dall’altra parte, premono per la linea dura con Washington, ritenendo che, tenendo chiuso Hormuz, possano infliggere un durissimo colpo politico a Trump in vista delle Midterm novembrine. Ghalibaf, dal canto suo, sta faticosamente cercando di trovare una sintesi tra queste due istanze antitetiche. Trump, sul fronte opposto, deve decidere quale strada prendere. Vance e Marco Rubio, temendo il pantano, sono maggiormente propensi alla soluzione diplomatica. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, e Israele appaiono invece più aperti a una ripresa delle ostilità. Bisognerà quindi capire che cosa accadrà nelle prossime ore.