True
2022-04-13
In viaggio tra le oltre 800 isole minori
True
Quando immaginiamo una vacanza da sogno, balzano davanti ai nostri occhi palme, mare turchese e frutti esotici. Nulla contro isole come le Hawaii, Aruba o le Figi, ma noi italiani non possiamo certo lamentarci del nostro patrimonio, che ammonta a più di 800 isole, di cui solo un’ottantina abitate.
Nell’immaginario comune, Sicilia, Sardegna, Capri e Ischia rappresentano al meglio la bellezza insulare italiana; eppure sono tante le isole del Paese che meritano di essere visitate, soprattutto in periodi come questo. Se d’estate, infatti, ogni angolo lambito dal mare si riempie di turisti, in primavera questi luoghi baciati dalla fortuna possono offrire il meglio di sé.
Bisogna sfatare un luogo comune: che al mare si vada essenzialmente per fare il bagno. Nulla di più sbagliato. I benefici che l’aria di mare apporta alla salute psicofisica sono noti da sempre: migliora la circolazione, il metabolismo, la pelle, la respirazione e lo stress, tra le altre cose. Insomma, non c’è ragione per non godersi il mare d’inverno o, se lo si preferisce, durante le mezze stagioni, quando le temperature più miti ci permettono di godere delle bellezze naturali senza dover soffrire afa, traffico e assenza di posti.
Volendo fare un breve excursus tra le isole più belle del mondo ed escludendo le mete particolarmente ambite, non si può non citare l’Isola di Pasqua. La inseriamo al primo posto della nostra classifica, sia per la sua posizione remota, sperduta com’è nell’Oceano Pacifico, che per il numero di abitanti, che ammonta a poco più di 7.000.
Perché raggiungere quest’isola così isolata – è il caso di dirlo? Per i suoi moai, le misteriose sculture in pietra adagiate sulle pendici del vulcano Rano Raraku; ma anche per la spiaggia di Anakena e la possibilità di immersioni tra gli spettacolari fondali.
Le Isole Scilly, al largo della Cornovaglia, sono una meta altrettanto insolita. La maggior parte di esse non è abitata ed è riserva naturale. St. Mary’s, Tresco e Bryher sono le più conosciute e visitate per le loro baie, la quantità di specie ornitologiche e il clima mite, nonostante si trovino in pieno Atlantico. Dal villaggio megalitico di St. Mary’s al Tresco Abbey Garden, fino alla bellissima spiaggia di Rushy Bay: le attrattive sono moltissime.
Lo Sri Lanka è un’altra isola dal fascino misterioso. Meno ambita rispetto all’India e alle vicine Maldive, si offre in tutta la sua bellezza al visitatore più curioso e capace di andare oltre i soliti cliché. I motivi per scegliere quest’isola dell’Oceano Indiano risiedono nella sua gente ospitale, nella ormai pacifica convivenza di culti e religioni, nella bellezza selvaggia della giungla e della fauna e dal piatto forte della cucina locale: il rice and curry.
Concludiamo questo excursus straniero con Creta, cui non manca di certo la fama, ma nemmeno lo spazio necessario a non sentirsi oppressi dalla folla. Visitare quest’isola greca significa infatti mettersi l’anima in pace: impossibile visitarla tutta in un’unica mandata, a meno che non si opti per un on the road, che però potrebbe risultare stressante: le strade, in alcuni punti, sono dissestate e le tappe sono tali e tante che bisognerebbe fermarsi per pochissimo tempo in ciascuna di esse. Due delle zone più quotate sono comunque l’ovest e il sud-ovest, dominate rispettivamente dalle spiagge di Balos ed Elafonissi.
Ma perché scegliere un’isola? Quelle citate sono solo degli esempi, ma utili a fare il punto su ciò che, dal punto di vista meramente geografico, si può definire una porzione di terra circondata dal mare, ma che dal punto di vista simbolico rappresenta molto di più. Le isole, infatti, hanno sempre affascinato viaggiatori, poeti e artisti, attirati dal mistero che solo i luoghi lontani riescono a emanare.
Andare su un’isola, almeno al tempo dei grandi esploratori, significava prima di tutto fare delle congetture sulla sua esistenza e poi mettersi in viaggio per mettersi alla prova. L’isola rappresentava anche un luogo d’approdo, se non di salvataggio a seguito di un naufragio. Situata in mezzo al mare o all’oceano, era spesso un lembo di terra inaspettato, che si frapponeva tra il luogo di partenza e quello d’arrivo.
Isola come rifugio, quindi, ma anche come luogo in cui ritrovare se stessi e in cui pacificarsi con il resto del mondo. L’isola, insomma, è entrata a pieno titolo nella vita di tutti i sognatori. Perché se è vero che ormai il sentimento che nutriva le grandi scoperte si è trasformato in conoscenza diffusa, è altrettanto vero che l’isola rimane ancora un’idea da scoprire, oltre che un luogo-simbolo della diversità.
Isole venete

iStock
Le isole della Laguna veneta non sono certo remote, ma quantomai affascinanti. Burano, Murano e Torcello sono le più famose e visitate. Nondimeno, scegliendo il periodo giusto, si possono vivere al meglio. Noi consigliamo la primavera, ma in un qualunque giorno infrasettimanale lontano dalle festività pasquali.
Le isole della laguna, che insieme a Venezia rientrano tra i patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, richiedono poco tempo ciascuna, ma una dose sufficiente di poesia per coglierne tutte le sfumature, tra colori abbaglianti, basiliche e visuali da sogno sul capoluogo veneto.
A Murano si va essenzialmente per entrare in punta di piedi nei laboratori artigiani del vetro e, possibilmente, acquistare un oggetto. Si tratta di un’arte plurisecolare, che ci ha resi famosi in tutto il mondo. I lampadari forgiati con questo prezioso materiale e alla maniera degli artigiani locali si trovano sparsi tra gli hotel più lussuosi del globo, orgoglio nazionale che richiama molti turisti in questo insieme di isole collegate da ponti.
Da non perdere: il Museo del Vetro, il Duomo Santi Maria e Donato, i bellissimi palazzi (tra cui spicca quello del municipio) e il faro.
Burano è invece diventata celebre per i colori che contraddistinguono le case dei pescatori, anche se non tutti conoscono l’arte specifica di quest’isola, ossia il merletto. Burano, come Murano, è in realtà anch’essa un insieme di isolotti minori separati da ponti. Se dobbiamo i colori arcobaleno delle case alla loro visibilità in caso di nebbia (questa l’ipotesi più accreditata), il merletto risale ad epoche lontane, che l’isola celebra con un museo dedicato.
Torcello è l’isola meno battuta dal turismo, ma altrettanto affascinante. Il Ponte del Diavolo, ponticello senza parapetti, è una delle attrazioni principali, anche per le leggende che gli girano intorno. Splendide sono anche la Basilica di Santa Maria Assunta, di costruzione bizantina, e il trono di Attila, che nulla ha a che fare con il re degli Unni: il seggio in pietra sui cui si sedeva il giudice per amministrare la giustizia si trova di fronte al museo di Torcello.
Dormire nella Laguna veneta
- Ca’ del Pomo Grana’ Al Roman, Fondamenta Sebastiano Santi 12, Murano: molto apprezzato per la posizione tranquilla e il giardino;
- Burano Experience, via San Mauro 293, Burano: casa tipica perfetta per due persone.
Mangiare nella Laguna Veneta
- Trattoria Valmarana, Fondamenta Andrea Navagero 31, Murano: mangiare ai tavoli fuori, con vista sul canale, è il massimo;
- Trattoria Al Gatto Nero, via Giudecca 88, Burano: pesce fresco e risotto ottimo;
- Al Trono di Attila, Torcello 29: da provare il risotto e la frittura di pesce.
Palmaria

iStock
Il Golfo dei Poeti è famoso in tutto il mondo, ma pochi conoscono Palmaria, isolotto a pochi minuti di navigazione da La Spezia. Limpida e selvaggia, è un paradiso per chi è in cerca di tranquillità.
Capre in libertà percorrono questa piccola superficie in lungo e in largo, mentre gli avventori esplorano le calette muniti di scarpe adatte agli scogli. La parte meno battuta dell’isola è quella che prende il nome di Pozzale, mentre quella che fronteggia Porto Venere è sicuramente la più visitata.
Palmaria, inserita anch’essa tra i Patrimoni dell’umanità Unesco insieme alle isole Tino e Tinetto, è perfetta per chi ama passeggiare nella natura: inserita nel Parco Naturale Regionale di Porto Venere, vanta un’ottima sentieristica, che permette di girare l’isola in una sola giornata. L’ideale è percorrere il periplo di Palmaria in senso orario, in modo tale da affrontare la parte più ripida in discesa.
Boschi, mare e uliveti: Palmaria è la perfetta sintesi della bellezza ligure, anche se la natura non è l’unico elemento interessante. Sull’isola sono infatti presenti delle fortificazioni militari, tra cui spiccano il Forte Umberto I e il Forte Cavour, che si trova sulla sommità dell’isola ed è raggiungibile tramite il Sentiero dei Condannati.
Dormire a Palmaria
In quanto piccola isola, Palmaria ha pochissime strutture, anche perché quasi tutti i turisti vanno e vengono in giornata. Noi suggeriamo di fermarsi una notte, per un soggiorno particolare e fuori dalle solite rotte.
- Locanda Lorena, Via Cavour 4: si dorme immersi nel silenzio e si mangia anche molto bene;
- La Casa del Pescatore B&B, via San Giovanni 1: vista su Porto Venere, ottima colazione.
Mangiare a Palmaria e Porto Venere
- Gabbiano, Palmaria: si può mangiare anche la pizza;
- Elettra, via Calata Doria 42: da provare il polpo con patate;
- Palmaria Restaurant Portovenere, via Giuseppe Garibaldi 5, Porto Venere: vista spettacolare e ottimi dolci.
Ventotene

iStock
Isola minore dell’arcipelago Ponziano, Ventotene è un luogo incantevole e selvaggio, da visitare preferibilmente in primavera se si preferisce averlo (quasi) tutto per sé.
La prima cosa che si nota arrivando è il porto romano, bacino scavato nel tufo e puntellato di grotte, all’interno di alcune delle quali, oggi, si trovano alcuni locali e ristoranti.
Sin da subito si intravede il paesaggio dell’isola, con le sue scogliere che si contrappongono alle case color pastello e un faro che appare come il fulcro dell’isola. Ai suoi piedi, la peschiera romana, serie di vasche che permettevano ai pesci di deporre le loro uova. Solo immergendosi, però, si possono scorgere i resti dell’antica costruzione.
Altri siti archeologici di grande interesse sono le cisterne romane, che venivano utilizzate per raccogliere l’acqua piovana, dal momento che sull’isola non esistono sorgenti di acqua dolce. Infine Villa Giulia, una delle residenze dell’imperatore Ottaviano Augusto.
Cala Nave e Cala Rossano sono due spiagge raggiungibili a piedi, mentre molte altre chiedono l’utilizzo di una barca. Se la prima è la più frequentata, la seconda è più piccola e riparata dal vento, da cui quest’isola – com’è intuibile – prende il nome.
Il mare è smeraldino, ma il punto forte è la vegetazione, rigogliosa e fonte di effluvi fioriti e balsamici: fichi d’india, elicriso e limoni, ma anche finocchietto selvatico e nespoli. Ventotene è insomma la quintessenza della natura mediterranea. Non per niente vi approdano moltissime specie di uccelli migratori, la cui storia e i cui viaggi sono perfettamente illustrati all’interno del Museo della Migrazione e Osservatorio Ornitologico, assolutamente da visitare.
Dormire a Ventotene
- Hotel Isolabella, via Calarossano 5: ha una grande terrazza con vista mare;
- Hotel Villa Iulia, piazza XX settembre 2/3: ottime la posizione e la colazione.
Mangiare a Ventotene
- Antico Forno Aiello, via Olivi 35: per acquistare dell’ottimo pane, ma anche per mangiare una buona pizza seduti al tavolo;
- Ristorante Bar Portovecchio, via Porto Romano: da provare i gamberi crudi e i paccheri alla ricciola;
- Un Mare di Sapori Di Musella Giuseppina & C, via Porto Romano 3: le fave fritte sono una delizia.
Procida

iStock
Procida è assurta agli onori della cronaca solo ultimamente per essere stata eletta, un anno fa, Capitale della Cultura 2022.
Solo 4 chilometri quadrati e un mare di bellezza, da assorbire con lentezza. Perché Procida è un’isola e, in quanto tale, non esistono né fretta né itinerari precostituiti da seguire. Ci si deve abbandonare al sole e ai colori pastello delle case, ai lussureggianti e nascosti cortili e alla macchia mediterranea, che l’avvolge per intero.
Le targhe sparse in tutta Procida ricordano che l’isola uscì dall’oscurità grazie all’Arturo di Elsa Morante, scrittrice sopraffina che, oltre a raccontare la storia e la crescita di questo bambino, decanta lo splendore di questo luogo. Nel romanzo appare spesso il nome di Terra Murata, borgo in cui i procidani si rifugiavano ai tempi dei Saraceni.
Da non perdere, all’interno di queste mura, l’abbazia di San Michele Arcangelo e il Palazzo d’Avalos, frequente set cinematografico, ma un tempo carcere a picco sul mare. Interessante anche il Museo Casa di Graziella, giovane procidana di cui si innamorò lo scrittore Alphonse De Lamartine, che le dedicò un romanzo.
Ma Procida è anche cinema: molti i film e le serie tv girati su quest’isola. Tra questi emerge Il Postino, le cui scene si sono svolte principalmente a Marina della Corricella, il borgo marinaro più antico dell’isola. I due protagonisti (Troisi e la Cucinotta) si incontrano per la prima volta sulla spiaggia del Pozzo Vecchio.
Altro luogo interessante è Casale Vascello, insieme di abitazioni cinquecentesce che si snodano in modo labirintico intorno a una corte; un luogo la cui forma si deve alle incursioni saracene e al bisogno degli abitanti di nascondersi e attraversare ingressi stretti e quasi invisibili.
Procida è uno stato d’animo e come tale va vissuto.
Dormire a Procida
- Hotel San Michele, via S. Rocco 61/bis: un lusso fronte mare;
- Azzurromare Residence, via Salette 50: anche questi appartamenti affacciano sul mare.
Mangiare a Procida
- Ristorante Il Maestrale, via Marina di Corricella 29: ottimo pesce crudo in una location romantica;
- Crescenzo Hotel Ristorante, via Marina Chiaiolella 33: rinomato ristorante di pesce, dove assaggiare delle ottime alici marinate;
- Il Pescatore, via Marina di Corricella 63: squisiti i fiori di zucca ricotta e gamberi e gli spaghetti ai ricci di mare.
Continua a leggereRiduci
Non solo Sicilia e Sardegna, o Capri e Ischia: il nostro territorio offre un numero sorprendente di opportunità per trascorrere giornate e vacanze da sogno. Dalla Laguna veneta, con Burano, Murano e Torcello, a Palmaria, passando per Ventotene e Procida, ecco un breve itinerario per scoprirne alcune delle più belle dello Stivale.Lo speciale contiene un articolo e quattro approfondimenti.Quando immaginiamo una vacanza da sogno, balzano davanti ai nostri occhi palme, mare turchese e frutti esotici. Nulla contro isole come le Hawaii, Aruba o le Figi, ma noi italiani non possiamo certo lamentarci del nostro patrimonio, che ammonta a più di 800 isole, di cui solo un’ottantina abitate.Nell’immaginario comune, Sicilia, Sardegna, Capri e Ischia rappresentano al meglio la bellezza insulare italiana; eppure sono tante le isole del Paese che meritano di essere visitate, soprattutto in periodi come questo. Se d’estate, infatti, ogni angolo lambito dal mare si riempie di turisti, in primavera questi luoghi baciati dalla fortuna possono offrire il meglio di sé.Bisogna sfatare un luogo comune: che al mare si vada essenzialmente per fare il bagno. Nulla di più sbagliato. I benefici che l’aria di mare apporta alla salute psicofisica sono noti da sempre: migliora la circolazione, il metabolismo, la pelle, la respirazione e lo stress, tra le altre cose. Insomma, non c’è ragione per non godersi il mare d’inverno o, se lo si preferisce, durante le mezze stagioni, quando le temperature più miti ci permettono di godere delle bellezze naturali senza dover soffrire afa, traffico e assenza di posti.Volendo fare un breve excursus tra le isole più belle del mondo ed escludendo le mete particolarmente ambite, non si può non citare l’Isola di Pasqua. La inseriamo al primo posto della nostra classifica, sia per la sua posizione remota, sperduta com’è nell’Oceano Pacifico, che per il numero di abitanti, che ammonta a poco più di 7.000. Perché raggiungere quest’isola così isolata – è il caso di dirlo? Per i suoi moai, le misteriose sculture in pietra adagiate sulle pendici del vulcano Rano Raraku; ma anche per la spiaggia di Anakena e la possibilità di immersioni tra gli spettacolari fondali.Le Isole Scilly, al largo della Cornovaglia, sono una meta altrettanto insolita. La maggior parte di esse non è abitata ed è riserva naturale. St. Mary’s, Tresco e Bryher sono le più conosciute e visitate per le loro baie, la quantità di specie ornitologiche e il clima mite, nonostante si trovino in pieno Atlantico. Dal villaggio megalitico di St. Mary’s al Tresco Abbey Garden, fino alla bellissima spiaggia di Rushy Bay: le attrattive sono moltissime.Lo Sri Lanka è un’altra isola dal fascino misterioso. Meno ambita rispetto all’India e alle vicine Maldive, si offre in tutta la sua bellezza al visitatore più curioso e capace di andare oltre i soliti cliché. I motivi per scegliere quest’isola dell’Oceano Indiano risiedono nella sua gente ospitale, nella ormai pacifica convivenza di culti e religioni, nella bellezza selvaggia della giungla e della fauna e dal piatto forte della cucina locale: il rice and curry.Concludiamo questo excursus straniero con Creta, cui non manca di certo la fama, ma nemmeno lo spazio necessario a non sentirsi oppressi dalla folla. Visitare quest’isola greca significa infatti mettersi l’anima in pace: impossibile visitarla tutta in un’unica mandata, a meno che non si opti per un on the road, che però potrebbe risultare stressante: le strade, in alcuni punti, sono dissestate e le tappe sono tali e tante che bisognerebbe fermarsi per pochissimo tempo in ciascuna di esse. Due delle zone più quotate sono comunque l’ovest e il sud-ovest, dominate rispettivamente dalle spiagge di Balos ed Elafonissi.Ma perché scegliere un’isola? Quelle citate sono solo degli esempi, ma utili a fare il punto su ciò che, dal punto di vista meramente geografico, si può definire una porzione di terra circondata dal mare, ma che dal punto di vista simbolico rappresenta molto di più. Le isole, infatti, hanno sempre affascinato viaggiatori, poeti e artisti, attirati dal mistero che solo i luoghi lontani riescono a emanare.Andare su un’isola, almeno al tempo dei grandi esploratori, significava prima di tutto fare delle congetture sulla sua esistenza e poi mettersi in viaggio per mettersi alla prova. L’isola rappresentava anche un luogo d’approdo, se non di salvataggio a seguito di un naufragio. Situata in mezzo al mare o all’oceano, era spesso un lembo di terra inaspettato, che si frapponeva tra il luogo di partenza e quello d’arrivo.Isola come rifugio, quindi, ma anche come luogo in cui ritrovare se stessi e in cui pacificarsi con il resto del mondo. L’isola, insomma, è entrata a pieno titolo nella vita di tutti i sognatori. Perché se è vero che ormai il sentimento che nutriva le grandi scoperte si è trasformato in conoscenza diffusa, è altrettanto vero che l’isola rimane ancora un’idea da scoprire, oltre che un luogo-simbolo della diversità.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/viaggio-isole-italiane-minori-2657147391.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="isole-venete" data-post-id="2657147391" data-published-at="1649846772" data-use-pagination="False"> Isole venete iStock Le isole della Laguna veneta non sono certo remote, ma quantomai affascinanti. Burano, Murano e Torcello sono le più famose e visitate. Nondimeno, scegliendo il periodo giusto, si possono vivere al meglio. Noi consigliamo la primavera, ma in un qualunque giorno infrasettimanale lontano dalle festività pasquali.Le isole della laguna, che insieme a Venezia rientrano tra i patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, richiedono poco tempo ciascuna, ma una dose sufficiente di poesia per coglierne tutte le sfumature, tra colori abbaglianti, basiliche e visuali da sogno sul capoluogo veneto.A Murano si va essenzialmente per entrare in punta di piedi nei laboratori artigiani del vetro e, possibilmente, acquistare un oggetto. Si tratta di un’arte plurisecolare, che ci ha resi famosi in tutto il mondo. I lampadari forgiati con questo prezioso materiale e alla maniera degli artigiani locali si trovano sparsi tra gli hotel più lussuosi del globo, orgoglio nazionale che richiama molti turisti in questo insieme di isole collegate da ponti.Da non perdere: il Museo del Vetro, il Duomo Santi Maria e Donato, i bellissimi palazzi (tra cui spicca quello del municipio) e il faro.Burano è invece diventata celebre per i colori che contraddistinguono le case dei pescatori, anche se non tutti conoscono l’arte specifica di quest’isola, ossia il merletto. Burano, come Murano, è in realtà anch’essa un insieme di isolotti minori separati da ponti. Se dobbiamo i colori arcobaleno delle case alla loro visibilità in caso di nebbia (questa l’ipotesi più accreditata), il merletto risale ad epoche lontane, che l’isola celebra con un museo dedicato.Torcello è l’isola meno battuta dal turismo, ma altrettanto affascinante. Il Ponte del Diavolo, ponticello senza parapetti, è una delle attrazioni principali, anche per le leggende che gli girano intorno. Splendide sono anche la Basilica di Santa Maria Assunta, di costruzione bizantina, e il trono di Attila, che nulla ha a che fare con il re degli Unni: il seggio in pietra sui cui si sedeva il giudice per amministrare la giustizia si trova di fronte al museo di Torcello.Dormire nella Laguna venetaCa’ del Pomo Grana’ Al Roman, Fondamenta Sebastiano Santi 12, Murano: molto apprezzato per la posizione tranquilla e il giardino;Burano Experience, via San Mauro 293, Burano: casa tipica perfetta per due persone.Mangiare nella Laguna VenetaTrattoria Valmarana, Fondamenta Andrea Navagero 31, Murano: mangiare ai tavoli fuori, con vista sul canale, è il massimo;Trattoria Al Gatto Nero, via Giudecca 88, Burano: pesce fresco e risotto ottimo;Al Trono di Attila, Torcello 29: da provare il risotto e la frittura di pesce. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/viaggio-isole-italiane-minori-2657147391.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="palmaria" data-post-id="2657147391" data-published-at="1649846772" data-use-pagination="False"> Palmaria iStock Il Golfo dei Poeti è famoso in tutto il mondo, ma pochi conoscono Palmaria, isolotto a pochi minuti di navigazione da La Spezia. Limpida e selvaggia, è un paradiso per chi è in cerca di tranquillità.Capre in libertà percorrono questa piccola superficie in lungo e in largo, mentre gli avventori esplorano le calette muniti di scarpe adatte agli scogli. La parte meno battuta dell’isola è quella che prende il nome di Pozzale, mentre quella che fronteggia Porto Venere è sicuramente la più visitata.Palmaria, inserita anch’essa tra i Patrimoni dell’umanità Unesco insieme alle isole Tino e Tinetto, è perfetta per chi ama passeggiare nella natura: inserita nel Parco Naturale Regionale di Porto Venere, vanta un’ottima sentieristica, che permette di girare l’isola in una sola giornata. L’ideale è percorrere il periplo di Palmaria in senso orario, in modo tale da affrontare la parte più ripida in discesa.Boschi, mare e uliveti: Palmaria è la perfetta sintesi della bellezza ligure, anche se la natura non è l’unico elemento interessante. Sull’isola sono infatti presenti delle fortificazioni militari, tra cui spiccano il Forte Umberto I e il Forte Cavour, che si trova sulla sommità dell’isola ed è raggiungibile tramite il Sentiero dei Condannati.Dormire a PalmariaIn quanto piccola isola, Palmaria ha pochissime strutture, anche perché quasi tutti i turisti vanno e vengono in giornata. Noi suggeriamo di fermarsi una notte, per un soggiorno particolare e fuori dalle solite rotte.Locanda Lorena, Via Cavour 4: si dorme immersi nel silenzio e si mangia anche molto bene;La Casa del Pescatore B&B, via San Giovanni 1: vista su Porto Venere, ottima colazione.Mangiare a Palmaria e Porto VenereGabbiano, Palmaria: si può mangiare anche la pizza;Elettra, via Calata Doria 42: da provare il polpo con patate;Palmaria Restaurant Portovenere, via Giuseppe Garibaldi 5, Porto Venere: vista spettacolare e ottimi dolci. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/viaggio-isole-italiane-minori-2657147391.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="ventotene" data-post-id="2657147391" data-published-at="1649846772" data-use-pagination="False"> Ventotene iStock Isola minore dell’arcipelago Ponziano, Ventotene è un luogo incantevole e selvaggio, da visitare preferibilmente in primavera se si preferisce averlo (quasi) tutto per sé.La prima cosa che si nota arrivando è il porto romano, bacino scavato nel tufo e puntellato di grotte, all’interno di alcune delle quali, oggi, si trovano alcuni locali e ristoranti.Sin da subito si intravede il paesaggio dell’isola, con le sue scogliere che si contrappongono alle case color pastello e un faro che appare come il fulcro dell’isola. Ai suoi piedi, la peschiera romana, serie di vasche che permettevano ai pesci di deporre le loro uova. Solo immergendosi, però, si possono scorgere i resti dell’antica costruzione.Altri siti archeologici di grande interesse sono le cisterne romane, che venivano utilizzate per raccogliere l’acqua piovana, dal momento che sull’isola non esistono sorgenti di acqua dolce. Infine Villa Giulia, una delle residenze dell’imperatore Ottaviano Augusto.Cala Nave e Cala Rossano sono due spiagge raggiungibili a piedi, mentre molte altre chiedono l’utilizzo di una barca. Se la prima è la più frequentata, la seconda è più piccola e riparata dal vento, da cui quest’isola – com’è intuibile – prende il nome.Il mare è smeraldino, ma il punto forte è la vegetazione, rigogliosa e fonte di effluvi fioriti e balsamici: fichi d’india, elicriso e limoni, ma anche finocchietto selvatico e nespoli. Ventotene è insomma la quintessenza della natura mediterranea. Non per niente vi approdano moltissime specie di uccelli migratori, la cui storia e i cui viaggi sono perfettamente illustrati all’interno del Museo della Migrazione e Osservatorio Ornitologico, assolutamente da visitare.Dormire a VentoteneHotel Isolabella, via Calarossano 5: ha una grande terrazza con vista mare;Hotel Villa Iulia, piazza XX settembre 2/3: ottime la posizione e la colazione.Mangiare a VentoteneAntico Forno Aiello, via Olivi 35: per acquistare dell’ottimo pane, ma anche per mangiare una buona pizza seduti al tavolo;Ristorante Bar Portovecchio, via Porto Romano: da provare i gamberi crudi e i paccheri alla ricciola;Un Mare di Sapori Di Musella Giuseppina & C, via Porto Romano 3: le fave fritte sono una delizia. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/viaggio-isole-italiane-minori-2657147391.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="procida" data-post-id="2657147391" data-published-at="1649846772" data-use-pagination="False"> Procida iStock Procida è assurta agli onori della cronaca solo ultimamente per essere stata eletta, un anno fa, Capitale della Cultura 2022.Solo 4 chilometri quadrati e un mare di bellezza, da assorbire con lentezza. Perché Procida è un’isola e, in quanto tale, non esistono né fretta né itinerari precostituiti da seguire. Ci si deve abbandonare al sole e ai colori pastello delle case, ai lussureggianti e nascosti cortili e alla macchia mediterranea, che l’avvolge per intero.Le targhe sparse in tutta Procida ricordano che l’isola uscì dall’oscurità grazie all’Arturo di Elsa Morante, scrittrice sopraffina che, oltre a raccontare la storia e la crescita di questo bambino, decanta lo splendore di questo luogo. Nel romanzo appare spesso il nome di Terra Murata, borgo in cui i procidani si rifugiavano ai tempi dei Saraceni.Da non perdere, all’interno di queste mura, l’abbazia di San Michele Arcangelo e il Palazzo d’Avalos, frequente set cinematografico, ma un tempo carcere a picco sul mare. Interessante anche il Museo Casa di Graziella, giovane procidana di cui si innamorò lo scrittore Alphonse De Lamartine, che le dedicò un romanzo.Ma Procida è anche cinema: molti i film e le serie tv girati su quest’isola. Tra questi emerge Il Postino, le cui scene si sono svolte principalmente a Marina della Corricella, il borgo marinaro più antico dell’isola. I due protagonisti (Troisi e la Cucinotta) si incontrano per la prima volta sulla spiaggia del Pozzo Vecchio.Altro luogo interessante è Casale Vascello, insieme di abitazioni cinquecentesce che si snodano in modo labirintico intorno a una corte; un luogo la cui forma si deve alle incursioni saracene e al bisogno degli abitanti di nascondersi e attraversare ingressi stretti e quasi invisibili.Procida è uno stato d’animo e come tale va vissuto.Dormire a ProcidaHotel San Michele, via S. Rocco 61/bis: un lusso fronte mare;Azzurromare Residence, via Salette 50: anche questi appartamenti affacciano sul mare.Mangiare a ProcidaRistorante Il Maestrale, via Marina di Corricella 29: ottimo pesce crudo in una location romantica;Crescenzo Hotel Ristorante, via Marina Chiaiolella 33: rinomato ristorante di pesce, dove assaggiare delle ottime alici marinate;Il Pescatore, via Marina di Corricella 63: squisiti i fiori di zucca ricotta e gamberi e gli spaghetti ai ricci di mare.
Vincenzo Montella, allenatore della Turchia, durante la partita contro il Paraguay al San Francisco Bay Area Stadium a Santa Clara (Getty Images)
La nazionale allenata da Montella saluta il Mondiale dopo le sconfitte contro Australia e Paraguay e senza aver mai segnato nonostante 62 tiri complessivi nelle prime due partite. La terza partita contro gli Stati Uniti non cambierà il destino del girone, già compromesso anche in ottica migliori terze.
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.
Continua a leggereRiduci
Fontana di Trevi (iStock). Nel riquadro, la locandina dell'evento Lgbt
«Rimango sconcertato, a caratteri cubitali», dichiara Angelo Mellone componente, designato dal ministro della Cultura, del cda dell’Istituto centrale per la grafica. Assieme ad altri due consiglieri, Gianfranco Ferroni e Paolo Corsini, si era subito dissociato dall’iniziativa promossa dal direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, inventore del Grafica Pride.
«Una speciale apertura serale dedicata all’inclusione, al dialogo culturale e alle voci del mondo queer», così da giorni veniva pubblicizzato sui social l’evento, con biglietti a prezzo intero da 10 euro e da 5 euro (per gli under 30) andati, ovviamente, esauriti. Sì, perché oltre a momenti culturali queer, era possibile l’affaccio sulla Fontana di Trevi sorseggiando un cocktail. Vuoi mettere il brivido. Anche se molti Millennials che masticano di gender nemmeno sanno che cosa sia la Dolce vita di Federico Fellini.
Forse l’evento Lgbt serviva a rimpinguare le casse dell’istituto, che nel bilancio 2026 prevede solo 2.000 euro di entrate dalla biglietteria? «Grafica Pride è un evento pensato anche per avvicinare un pubblico giovane e per rafforzare la missione dell’Istituto: rendere il patrimonio culturale sempre più accessibile, partecipato e inclusivo», si annunciava sul sito dell’ente.
«Non ne sapevamo nulla», chiarisce Mellone. «Noi del consiglio di amministrazione non facciamo attività di vigilanza, però nemmeno era stata ventilata una simile iniziativa. Almeno c’era il dovere di comunicarla». Aggiunge: «Mi lascia molto perplesso ritrovare un istituto nazionale, che non gode di una visibilità estrema, al centro di un interesse mediatico per un evento del genere che non c’entra nulla con la missione istituzionale, e che impegna ideologicamente un organismo che fa tutt’altro. Mi chiedo il perché di tanta protervia, di tanta ostentazione ideologica. E non si venga a dire che sono intollerante, il rispetto è altra cosa».
Custode del patrimonio grafico italiano nelle sue differenti tipologie, stiamo parlando di un centro museale di rilevanza internazionale che, nel complesso architettonico costituito da Palazzo Poli e Palazzo della Calcografia, ospita tra le più importanti collezioni di disegni, stampe, matrici e fotografie, dalla pratica artistica dal Rinascimento all’epoca contemporanea. «Noi del cda chiederemo spiegazioni, ma ormai l’evento, una cosa senza senso, ha avuto luogo. E chi cercava visibilità l’ha ottenuta. Povera Fontana di Trevi», conclude Mellone.
In programma ieri sera c’erano «sound performance, DJ set live» e la presentazione del libro Musei, genere e queerness, volume che «indaga le modalità attraverso cui le istituzioni culturali, e i musei in particolare, possono assumere un ruolo attivo nell’interpretazione dei cambiamenti sociali relativi alle dimensioni del genere, della sessualità e delle relazioni, in un’ottica queer. Pensato come uno strumento di avvicinamento di tali argomenti per un pubblico di professionist*, student*, ma anche per chiunque insegni, scriva o faccia ricerca sociale, si tratta del primo saggio in italiano interamente dedicato all’approfondimento del rapporto tra queerness e museologia».
La kermesse di ieri sarà costata diverse migliaia di euro e come ha sottolineato il portavoce di Pro Vita & Famiglia Jacopo Coghe, nel bilancio di previsione 2026 dell’istituto ci sono 88.623 euro destinati a manifestazioni culturali come mostre, convegni ed eventi. Abbiamo pagato anche noi contribuenti, il Grafica Pride.
«Bene ha fatto il ministro Alessandro Giuli ad avviare una procedura di accertamento per capire responsabilità, dettagli e uso di fondi pubblici sull’ideologico evento Lgbt», ha commentato l’associazione. Alla Verità, il ministro aveva detto di ritenere l’iniziativa «incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica [...] Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale».
Il contributo diretto per quest’anno, da parte del ministero della Cultura, ammonta a 800.000 euro destinati al funzionamento ordinario dell’istituto (più altri 52.000 euro tra buoni pasti e «servizi di sicurezza»). Ovviamente la pensa diversamente Mario Colamarino, portavoce del Roma Pride che oggi porterà il consueto carrozzone per le vie della Capitale con partenza alle 15 da piazza della Repubblica. «Apprezzo il gesto dell’istituto, perché in un mondo dove la destra per ogni cosa che qualcuno fa poi va lì a puntare il dito e punire, ci vuole coraggio», ha commentato, invitando il ministro Giuli ad «occuparsi di altre battaglie, questa mi sembra la minore di tutte».
Dopo la mediazione del Comune di Roma, sfilerà anche l’associazione ebraica Lgbtq+ Keshet, però solo a piedi e senza carro (che ha per bandiera i colori dell’arcobaleno con al centro la stella di David) e in uno «spezzone» del percorso, «nell’ottica di garantire la sicurezza di tutte le persone presenti», ha precisato Colamarino.
Continua a leggereRiduci
Dario Franceschini
Fortuna che Repubblica ci è venuta incontro con una corposa intervista realizzata nella «officina meccanica adibita a studio» del fine pensatore. Il quale ci ha reso edotti di un grave pericolo di cui non sospettavamo l’esistenza: il ritorno del fascismo.
Franceschini, parlando al suo invero sterminato pubblico, ha fornito informazioni rilevantissime anche e soprattutto per la destra italiana. «Stiamo tutti dicendo che il vero pericolo è Vannacci», ha ragionato il senatore dem. «Ma così normalizziamo Meloni, la facciamo sembrare una moderata, che è ben lontano da quel che lei è davvero». Ah, perbacco: stai a vedere che la Meloni è un pericolo per la democrazia, chi lo avrebbe mai detto.
«Se passa la nuova legge elettorale, anche con la limitata riduzione del premio, il centrodestra potrà eleggersi il presidente della Repubblica da solo», spiega Franceschini. «Poiché oltre ai parlamentari votano anche i delegati delle Regioni, avrebbero un margine di 44 grandi elettori sopra la soglia stabilita dal quarto scrutinio».
Colpita da tanta arguzia, la collega di Repubblica Giovanna Vitale ha posto una domanda cristallina: non vale lo stesso se vincesse il centrosinistra? Ed ecco la risposta memorabile: «C’è una bella differenza. Meloni in questi quattro anni, con il premierato e la riforma della giustizia, ha dimostrato di avere un disegno: non governare ma comandare senza l’ingombro delle garanzie democratiche. E siccome dopo la batosta referendaria si è resa conto che scardinare la Costituzione non è facile, utilizza la legge elettorale per raggiungere lo stesso scopo. Perciò dico che il rischio è stato sottovalutato. Se Meloni si fa eleggere al Quirinale, controllerebbe come capo politico una maggioranza di parlamentari tutti nominati da lei, con il potere di scioglimento delle Camere. Alla guida del governo piazzerebbe un uomo di sua fiducia e l’Italia diventerebbe una Repubblica presidenziale di fatto, senza modifiche costituzionali».
Insomma, in queste condizioni Giorgia prenderebbe i «pieni poteri» e, aggiunge Franceschini, «non mi pare un rischio teorico dal momento che la legge elettorale sta andando avanti. Aggiungiamoci che i prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e che il ruolo dell’Italia sarà determinante per questo processo...».
La riflessione è fulminante, e svela con inaudita chiarezza quale sia il pensiero prevalente nella sinistra italiana. In pratica, Franceschini dice: se vinceremo noi andrà tutto bene, perché potremo eleggere il capo dello Stato e comandare in ogni caso. Se vince la destra ci sarà la dittatura. Perché? Perché la destra è totalitaria e la sinistra invece è buona e democratica. Quindi non va bene una legge che consenta a entrambi gli schieramenti di governare sul serio in caso di vittoria: quel che conta è che la destra non elegga il presidente, perché è brutta è cattiva. Davvero fenomenale: superiorità antropologia e vocazione autoritaria in purezza.
C’è però un altro elemento da valutare con attenzione oltre al consueto disprezzo per l’avversario e la democrazia. Queste parole di Franceschini segnano un cambio di atteggiamento. Finora la linea fra i liberal-progressisti prevedeva di spingere sulla mostrificazione di Vannacci, e di chiedere contestualmente alla Meloni di prendere le distanze facendosi più moderata. Vecchio gioco: gli illustri soloni dicono alla destra di farsi meno destra, nella speranza che si snaturi, si sbricioli e perda. Ma Franceschini apre a uno sguardo diverso. Sotto sotto, suggerisce che la vittoria della sinistra non è affatto scontata. E spiega agli alleati che occorre fare fronte comune: «Niente gelosie, veti, rancori, astio; bisogna guardare avanti, non indietro, e mettersi tutti in un’alleanza costituzionale che difenda i valori e la democrazia. Come gli italiani hanno fatto al referendum». In sostanza propone di costituire una sorta di fronte antifascista come quello creato in Francia contro Marine Le Pen: tutti dentro, compresi i centristi, perché l’unica cosa che conta è che la destra non vinca. Per la serie: contano i programmi e le idee...
Emerge, da questa visione, la netta preoccupazione dei progressisti, la cui sicumera dal referendum in avanti è andata spegnendosi. Ed emerge, volendo, un segnale per il centrodestra: annacquarsi e dividersi significa fare ciò che desiderano gli avversari. I quali sono atterriti al pensiero che una futura coalizione possa includere anche Futuro nazionale. Occorre allora chiedersi: se la prospettiva di una destra-destra compatta spaventa i progressisti al punto che un volpone come Franceschini si mette a teorizzare la grande ammucchiata contro i nemici, perché non insistere proprio su questo terreno? Meglio inseguire Calenda come suggeriscono i falsi amici o meglio regalare qualche notte insonne ai maggiorenti del Pd? Chi ha ancora dei dubbi forse gioca nella squadra sbagliata.
Continua a leggereRiduci
Il cardinale Matteo Zuppi (Ansa)
È in America a farsi accreditare dai reduci democratici: Barack Obama (chissà come lo invidia Elly che fece la galoppina alle presidenziali Usa) e Bill Clinton così ha evitato l’imbarazzo di non essere invitato ai 125 anni della Fiom, il più antico sindacato d’Italia. Del resto era complicato chiamarlo al tavolo delle celebrazioni dopo che un annetto fa Maurizio Landini (leader sindacale in cerca di occupazione visto che gli scade il mandato non rinnovabile da segretario nazionale della Cgil) con Elly Schlein e la coppia di fatto di Avs – i Fratonelli – gli hanno apparecchiato contro un referendum: quello sul jobs act.
Né la Cgil né tanto meno il Pd, che quando era segretario il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha voluto e sostenuto il jobs act, ci fecero bella figura; quorum non raggiunto e tutti a casa. A memoria d’uomo Elly Schlein è la prima segretaria dai tempi del Pci che per dare retta al Landini testa calda – fu un mitico trattore della rivoluzione verde, ma ora è un sindacalista sempre pronto alla baruffa politica – ha smentito il suo partito.
Con Enrico Berlinguer era il sindacato – a capo c’era un tal Luciano Lama - a fare da cinghia di trasmissione, ma si sa i tempi mutano e pure gli uomini, e anche le donne, cambiano. Dunque era complicato invitare Matteo Renzi che continua però predicare la sua indispensabilità. Ha ripetuto alla Schlein: senza di me non vinci né le politiche né la partita del Quirinale. E lei di rimando ha detto: ma io sono testardamente unitaria, vedrai caro Matteo avremo modo di stare insieme. Sta di fatto che per ora senza i centristi per Elly non c’è campo. Resta il fatto che la famosa cena dalla «sora Costanza» a Roma con Elly, Giuseppi e i «Fratonelli» - la coppia di fatto di Avs - al campo largo qualche grattacapo lo ha prodotto. Il quadretto si ripropone ancora più spostato a sinistra sotto le sigle della Fiom perché a Bologna, dove oggi si conclude la tre giorni di festeggiamenti per il compleanno dei metalmeccanici che più rossi non si può, si è vista un’edizione del campo stretto.
Sul palco con Elly Schlein solo Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e ovviamente Maurizio Landini. Una seggiola virtuale l’hanno aggiunta: quella per il cardinale di Bologna, nonché presidente dei vescovi italiani, nonché intimo di Andrea Riccardi che con la Comunità di Sant’Egidio costruisce ponti tra sinistra e sacrestia, Matteo Maria Zuppi. Che ha mandato un videomessaggio per esortare i lavoratori a non rassegnarsi alle ingiustizie e alla precarietà. Ma il dato politico interessante è che la piazza della Fiom è cosa diversa dalla tela che a Bologna Romano Prodi e anche una parte dei cattolici, Zuppi compreso, stanno tessendo per riproporre una sorta di Ulivo. Che certo non cresce con il “quartetto cena” da Costanza. Elly Schlein è tornata a Bologna dove una settimana fa è stata in «udienza» per oltre due ore da Romano Prodi sperando di ottenere la piena investitura e non l’ha avuta.
Ieri Dario Franceschini su Repubblica è tornato a spiegare alla segretaria: «La Meloni punta ai pieni poteri se sale al Quirinale: rischi così alti richiedono una risposta molto forte e io penso che un’alleanza per l’Italia vada fatta per cerchi concentrici». Tradotto. vedetevi pure in trattoria, ma Renzi con tutti gli altri non potete lasciarli fuori. Invece nella piazza «Lucio Dalla» Elly Schlein sente forte il richiamo della giungla rossa. Del resto Bologna significa 63.000 iscritti alla Fiom, 8.000 aziende con almeno un “fiommista”, 3.000 delegati, una rappresentanza del 73%, 130 dirigenti sindacali. Una sorta di partito delle fabbriche nel partito della Ztl che è invece quello che piace agli ulivisti. Da qui lo strabismo di Elly: dare retta ai cacicchi o buttarsi a sinistra col Campo largo e senza Renzi?
Così con Nicola Fratoianni che predica patrimoniali e salario minimo (ma l’dea è tramontata anche nella Cgil) con Giuseppe Conte che dopo aver appena detto «il Movimento cinque stelle non è di sinistra» fa il populista rosso rivendicando il reddito di cittadinanza, e con Landini che tuona a prescindere contro i padroni Elly si sente a casa sua (lei da Bologna è partita con OccupyPd). Al punto che sul palco non c’è neppure Angelo Bonelli; il green deal non s’addice al rosso Fiom. Perché bisognerebbe spiegare a quelli di Mirafiori, come a quelli di Cassino, o a quelli di Modena della Maserati che grazie all’ostracismo ai motori endotermici hanno perso il lavoro senza che Maurizio Landini abbia detto un fiato a John Elkan o a Ursula von der Leyen. Per la verità a spiegare che il sindacato è vivo e lotta insieme a loro ci ha provato il segretario generale della Fiom Michele De Palma che però pare molto attento a quello che (non) succede in Palestina o alle intemerate di Tommaso Montanari piuttosto che a vertenze senza speranza come quella dell’Electrolux.
Le celebrazioni sono cominciate lunedì e martedì scorsi a Livorno – lì il 16 giugno del 1901 fu fondato il sindacato dei metalmeccanici ancor prima del Pci – dove la prima preoccupazione è stata per la Palestina, finiscono stasera col concertone. Lo striscione della Fiom recita: «Senza lavoro non c’è storia». A Elly Schlein ripetono: senza Matteo Renzi non c’è storia. Maurizio Landini stasera tiene il comizio finale: proverà a evitare che il campo largo diventi – con l’aggregazione di centristi e renziani – un campo minato per lui che fara il politico. In cuor suo preferirebbe stare all’opposizione: ai sindacalisti viene meglio rivendicare piuttosto che governare.
Continua a leggereRiduci