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2023-06-21
Sulla Via della Seta si sveglia pure Prodi: «Non ci dà benefici»
Romano Prodi (Ansa)
La firma del memorandum d’intesa sulla Via della Seta con la Cina, «benefici all’Italia non ne ha dati», dice Romano Prodi intervistato da Federico Rampini sul Corriere della Sera. Una pagina intera dedicata al professore e al suo «ricordo degli anni Ottanta, quando alla guida dell’Iri aiutò una Cina povera ma già laboriosa e più efficiente della Russia; e il leader comunista Deng Xiaoping gli chiese di portare Maradona a Pechino. L’imprudenza dell’Italia nel firmare il memorandum del 2019 con Xi Jinping. L’illusione di Emmanuel Macron di contare da solo. L’importanza dell’Europa per salvare il mondo dalla guerra». In realtà questi temi Prodi li affronta in un’intervista televisiva, registrata prima della scomparsa di sua moglie Flavia, mandata in onda su La7 in due puntate firmate proprio da Rampini sul viaggio nei due imperi rivali, America e Cina. Ma al netto del mezzo, e dei suggestivi (nonché accuratamente selezionati) amarcord), è interessante il «risveglio» prodiano sulla Belt and road initiative, firmata nel 2019 dal governo gialloblù di Giuseppe Conte e lasciata in sospeso da Mario Draghi. L’accordo, ricordiamolo, scade a marzo 2024 ma si rinnova automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non comunichi un passo indietro. Roma ha quindi tempo fino a dicembre per decidere.
Prodi si accorge che la Cina di oggi non è più quella di quando era premier e nemmeno quella di quando presiedeva la Commissione Ue. «C’era il comunismo, ma c’era quasi un’ammirazione verso i sistemi occidentali, una curiosità estrema per l’Unione europea. L’attenzione per l’euro. Eravamo un modello», dice il professore. Quindi, sintetizzerebbero i più maligni, anche se erano comunisti andavano bene perché ci ammiravano. Ma ora le cose si sono complicate, prosegue Prodi, per il passaggio dalla priorità dell’economia alla priorità della politica. «Da quando c’è Xi Jinping il linguaggio è diverso; è una Cina assertiva, che dice: noi abbiamo tirato fuori dalla miseria 800 milioni di persone. Voi litigate, andate lentamente. Il mondo guarderà a noi e non a voi». Piccola parentesi: a fine febbraio c’era anche Prodi, in piedi in prima fila, al ricevimento romano organizzato dal nuovo ambasciatore cinese in Italia, Jia Guide, per il suo insediamento. Aveva pure rilasciato delle dichiarazioni all’agenzia di stampa cinese Xinhua, sottolineando che «in questo momento la ripresa della Cina è indispensabile per la ripresa dell’Europa» e aggiungendo che i due Paesi devono rafforzare la loro cooperazione con la Belt and road initiative.
Chiudiamo la parentesi e torniamo al risveglio di ieri sulla Via della Seta. «Se lei fosse stato premier avrebbe firmato? Abbiamo avuto benefici?», chiede Rampini. E il prof risponde: «Benefici all’Italia non ne ha dati. Dato il mio passato e la coscienza che ho sui rapporti di forza del mondo, io avrei firmato insieme agli altri Paesi europei. Noi dobbiamo lavorare con la Germania e con la Francia e con la Spagna perché questo è il blocco nostro. Però anche qui il fariseismo è arrivato molto in fondo. Si accusa l’Italia di aver firmato ma nel 2020 - nell’intervallo fra Donald Trump e Joe Biden - l’Unione europea, cioè in quel caso la Germania, aveva preparato un protocollo con la Cina denominato Comprehensive agreement on investment, che era molto più che la Via della Seta. Appena è arrivato il nuovo presidente americano al potere, il protocollo è stato eliminato». Quindi il governo giallorosso firmava i trattati senza accorgersi di cosa c’era scritto. E con in cambio zero benefici.
Ci chiediamo perché affermarlo solo adesso e non quando di benefici parlava anche il presidente della Repubblica e persino papa Francesco. Prodi lo fa adesso, confermando che rinnovare un accordo inutile non ha senso. Senza parlare delle prevedibili reazioni degli Stati Uniti. Tanto che Washington, sottolinea lo stesso Rampini, mette in guardia l’Europa sugli investimenti cinesi nelle infrastrutture. «Sulle tecnologie e le imprese occorre prudenza perché entrano nella fascia della strategia», commenta l’ex premier. Ma sui porti i toni tornano quelli del Prodi pre risveglio. «Se dei qatarini o dei cinesi comprano delle ville in Sardegna o dei nostri porti, mica ce li portano via. Noi possiamo controllarli se abbiamo la testa per controllarli. Il buon andamento dell’economia della Grecia deriva dal fatto che il Pireo è diventato il porto più forte di rapporti con la Cina e con l’Est del Mediterraneo». Sui porti italiani, in particolare su quelli pugliesi come Taranto, in realtà il Dragone ha già messo le mani senza grosse resistenze (anzi) da parte degli enti locali. E negli ultimi mesi sono spuntate nuove società: il caso più curioso, raccontato dalla Verità, è quello della italocinese Progetto internazionale 39, che ha vinto la gara per aggiudicarsi la piattaforma logistica del porto pugliese. Un dettaglio non irrilevante considerando che Taranto ospita la base Nato che controlla una parte rilevante del Mediterraneo. E che sempre a Taranto i cinesi hanno già messo un piede nel 2020 con l’insediamento di Ferretti, il costruttore di barche di lusso controllata dalla società statale cinese. Quanto alla Grecia, è esagerato attribuire al Pireo - porto controllato dalla cinese Cosco - la crescita del Pil, cui l’intero comparto dello shipping contribuisce al massimo per il 6 per cento.
Il golden power dà la scossa a Pirelli
Il golden power deciso qualche giorno fa dal governo Meloni per stoppare le velleità dei cinesi di Sinochem-ChemChina ha sparigliato le poltrone al vertice della Pirelli.
Camfin indicherà Marco Tronchetti Provera e Andrea Casaluci per i ruoli, rispettivamente di vicepresidente esecutivo e di amministratore delegato nel prossimo cda. Lascia invece il gruppo l’ad designato, Giorgio Bruno, proposto dallo stesso Tronchetti Provera nel suo piano di successione. Lo ha comunicato ieri la società in una nota a precisazione delle indiscrezioni apparse su Bloomberg relative all’imminente addio di Bruno che dal giugno 2021 era deputy Ceo e ha manifestato la volontà di concludere il proprio mandato di componente del consiglio «per dedicarsi a proprie attività imprenditoriali» e di conseguenza la propria indisponibilità a essere indicato al timone. Bruno era stato designato da Sinochem, ma indicato da Tronchetti Provera. Avrebbe dovuto sostituire proprio quest’ultimo, alla guida dell’azienda dal 1992, in occasione dell’assemblea di fine luglio. La successione faceva parte di un accordo di governance tra la cinese Sinochem e la holding di Tronchetti, Camfin. Quanto a Casaluci, 50 anni, è nel gruppo di pneumatici dal 2002 e dal 2018 con la carica di general manager operations. Camfin, viene aggiunto, procederà a designare i propri quattro candidati, fra i quali quelli sopra indicati, a Marco Polo International Italy Srl al fine del loro inserimento nella lista che la stessa presenterà all’assemblea Pirelli, da convocarsi entro il 31 luglio per il rinnovo del consiglio di amministrazione.
L’esercizio del golden power è legato ai rischi che si potrebbero materializzare per la sicurezza nazionale, dato il riferimento al governo di Pechino dell’impresa cinese che con il 37% è l’azionista di maggioranza relativa della Pirelli. Il dito sarebbe puntato sulle tecnologie adoperate per i sensori cyber degli pneumatici, suscettibili di un uso più esteso anche per la raccolta di informazioni. Sinochem può ricorrere al Tar contro la misura adottata. Intanto l’esecutivo non è arrivato a una decisione estrema, che pure avrebbe potuto assumere, quale il congelamento della partecipazione cinese, ma ha emanato una serie di prescrizioni: in particolare, quattro candidati della lista di maggioranza per l’elezione degli organi deliberativi devono essere indicati dal socio italiano Camfin, azionista con il 14%, e le decisioni strategiche dovranno avere il consenso di quattro quinti del consiglio di amministrazione; dovrà essere istituita la figura del direttore generale; le deleghe interne dovranno essere conferite a italiani e nella struttura organizzativa dovrà essere prevista un’unità ad hoc per la sicurezza. L’obiettivo è evitare che i cinesi possano esercitare tramite i loro rappresentanti attività di indirizzo e coordinamento nonché di controllo e accadere a informazioni tutelate dalla proprietà industriale. In Piazza Affari ieri il titolo Pirelli ha chiuso in ribasso dell’1,75% a 4,49 euro.
Nel frattempo, il governo agita di nuovo il golden power contro Pechino anche sugli impianti italiani di Electrolux. «Nel caso, che ora riteniamo ipotetico, ci fosse la volontà, da parte di chiunque, di cedere, vendere o trasferire le aziende di Electrolux, l’esecutivo farà sentire la propria voce attraverso l’esercizio del golden power, come sta facendo in questi giorni con Pirelli», ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Da febbraio si rincorrono voci di un interessamento dei rivali cinesi di Midea per i 5 stabilimenti di Electrolux in Italia, trattative confermate dai media di Stato cinesi e rispetto alle quali la multinazionale scandinava ha sempre opposto un «no comment».
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Il Professore cambia idea solo adesso sull’accordo con Pechino. Ma dietro l’offensiva della Cina sui porti non vede alcun pericolo.Pirelli: dopo la mossa del governo sul golden power lascia l’ad designato Giorgio Bruno, che avrebbe dovuto prendere il timone in base agli accordi tra i cinesi e Marco Tronchetti Provera. Al suo posto arriverà Andrea Casaluci.Lo speciale contiene due articoli.La firma del memorandum d’intesa sulla Via della Seta con la Cina, «benefici all’Italia non ne ha dati», dice Romano Prodi intervistato da Federico Rampini sul Corriere della Sera. Una pagina intera dedicata al professore e al suo «ricordo degli anni Ottanta, quando alla guida dell’Iri aiutò una Cina povera ma già laboriosa e più efficiente della Russia; e il leader comunista Deng Xiaoping gli chiese di portare Maradona a Pechino. L’imprudenza dell’Italia nel firmare il memorandum del 2019 con Xi Jinping. L’illusione di Emmanuel Macron di contare da solo. L’importanza dell’Europa per salvare il mondo dalla guerra». In realtà questi temi Prodi li affronta in un’intervista televisiva, registrata prima della scomparsa di sua moglie Flavia, mandata in onda su La7 in due puntate firmate proprio da Rampini sul viaggio nei due imperi rivali, America e Cina. Ma al netto del mezzo, e dei suggestivi (nonché accuratamente selezionati) amarcord), è interessante il «risveglio» prodiano sulla Belt and road initiative, firmata nel 2019 dal governo gialloblù di Giuseppe Conte e lasciata in sospeso da Mario Draghi. L’accordo, ricordiamolo, scade a marzo 2024 ma si rinnova automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non comunichi un passo indietro. Roma ha quindi tempo fino a dicembre per decidere. Prodi si accorge che la Cina di oggi non è più quella di quando era premier e nemmeno quella di quando presiedeva la Commissione Ue. «C’era il comunismo, ma c’era quasi un’ammirazione verso i sistemi occidentali, una curiosità estrema per l’Unione europea. L’attenzione per l’euro. Eravamo un modello», dice il professore. Quindi, sintetizzerebbero i più maligni, anche se erano comunisti andavano bene perché ci ammiravano. Ma ora le cose si sono complicate, prosegue Prodi, per il passaggio dalla priorità dell’economia alla priorità della politica. «Da quando c’è Xi Jinping il linguaggio è diverso; è una Cina assertiva, che dice: noi abbiamo tirato fuori dalla miseria 800 milioni di persone. Voi litigate, andate lentamente. Il mondo guarderà a noi e non a voi». Piccola parentesi: a fine febbraio c’era anche Prodi, in piedi in prima fila, al ricevimento romano organizzato dal nuovo ambasciatore cinese in Italia, Jia Guide, per il suo insediamento. Aveva pure rilasciato delle dichiarazioni all’agenzia di stampa cinese Xinhua, sottolineando che «in questo momento la ripresa della Cina è indispensabile per la ripresa dell’Europa» e aggiungendo che i due Paesi devono rafforzare la loro cooperazione con la Belt and road initiative. Chiudiamo la parentesi e torniamo al risveglio di ieri sulla Via della Seta. «Se lei fosse stato premier avrebbe firmato? Abbiamo avuto benefici?», chiede Rampini. E il prof risponde: «Benefici all’Italia non ne ha dati. Dato il mio passato e la coscienza che ho sui rapporti di forza del mondo, io avrei firmato insieme agli altri Paesi europei. Noi dobbiamo lavorare con la Germania e con la Francia e con la Spagna perché questo è il blocco nostro. Però anche qui il fariseismo è arrivato molto in fondo. Si accusa l’Italia di aver firmato ma nel 2020 - nell’intervallo fra Donald Trump e Joe Biden - l’Unione europea, cioè in quel caso la Germania, aveva preparato un protocollo con la Cina denominato Comprehensive agreement on investment, che era molto più che la Via della Seta. Appena è arrivato il nuovo presidente americano al potere, il protocollo è stato eliminato». Quindi il governo giallorosso firmava i trattati senza accorgersi di cosa c’era scritto. E con in cambio zero benefici. Ci chiediamo perché affermarlo solo adesso e non quando di benefici parlava anche il presidente della Repubblica e persino papa Francesco. Prodi lo fa adesso, confermando che rinnovare un accordo inutile non ha senso. Senza parlare delle prevedibili reazioni degli Stati Uniti. Tanto che Washington, sottolinea lo stesso Rampini, mette in guardia l’Europa sugli investimenti cinesi nelle infrastrutture. «Sulle tecnologie e le imprese occorre prudenza perché entrano nella fascia della strategia», commenta l’ex premier. Ma sui porti i toni tornano quelli del Prodi pre risveglio. «Se dei qatarini o dei cinesi comprano delle ville in Sardegna o dei nostri porti, mica ce li portano via. Noi possiamo controllarli se abbiamo la testa per controllarli. Il buon andamento dell’economia della Grecia deriva dal fatto che il Pireo è diventato il porto più forte di rapporti con la Cina e con l’Est del Mediterraneo». Sui porti italiani, in particolare su quelli pugliesi come Taranto, in realtà il Dragone ha già messo le mani senza grosse resistenze (anzi) da parte degli enti locali. E negli ultimi mesi sono spuntate nuove società: il caso più curioso, raccontato dalla Verità, è quello della italocinese Progetto internazionale 39, che ha vinto la gara per aggiudicarsi la piattaforma logistica del porto pugliese. Un dettaglio non irrilevante considerando che Taranto ospita la base Nato che controlla una parte rilevante del Mediterraneo. E che sempre a Taranto i cinesi hanno già messo un piede nel 2020 con l’insediamento di Ferretti, il costruttore di barche di lusso controllata dalla società statale cinese. 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Lascia invece il gruppo l’ad designato, Giorgio Bruno, proposto dallo stesso Tronchetti Provera nel suo piano di successione. Lo ha comunicato ieri la società in una nota a precisazione delle indiscrezioni apparse su Bloomberg relative all’imminente addio di Bruno che dal giugno 2021 era deputy Ceo e ha manifestato la volontà di concludere il proprio mandato di componente del consiglio «per dedicarsi a proprie attività imprenditoriali» e di conseguenza la propria indisponibilità a essere indicato al timone. Bruno era stato designato da Sinochem, ma indicato da Tronchetti Provera. Avrebbe dovuto sostituire proprio quest’ultimo, alla guida dell’azienda dal 1992, in occasione dell’assemblea di fine luglio. La successione faceva parte di un accordo di governance tra la cinese Sinochem e la holding di Tronchetti, Camfin. Quanto a Casaluci, 50 anni, è nel gruppo di pneumatici dal 2002 e dal 2018 con la carica di general manager operations. Camfin, viene aggiunto, procederà a designare i propri quattro candidati, fra i quali quelli sopra indicati, a Marco Polo International Italy Srl al fine del loro inserimento nella lista che la stessa presenterà all’assemblea Pirelli, da convocarsi entro il 31 luglio per il rinnovo del consiglio di amministrazione. L’esercizio del golden power è legato ai rischi che si potrebbero materializzare per la sicurezza nazionale, dato il riferimento al governo di Pechino dell’impresa cinese che con il 37% è l’azionista di maggioranza relativa della Pirelli. Il dito sarebbe puntato sulle tecnologie adoperate per i sensori cyber degli pneumatici, suscettibili di un uso più esteso anche per la raccolta di informazioni. Sinochem può ricorrere al Tar contro la misura adottata. Intanto l’esecutivo non è arrivato a una decisione estrema, che pure avrebbe potuto assumere, quale il congelamento della partecipazione cinese, ma ha emanato una serie di prescrizioni: in particolare, quattro candidati della lista di maggioranza per l’elezione degli organi deliberativi devono essere indicati dal socio italiano Camfin, azionista con il 14%, e le decisioni strategiche dovranno avere il consenso di quattro quinti del consiglio di amministrazione; dovrà essere istituita la figura del direttore generale; le deleghe interne dovranno essere conferite a italiani e nella struttura organizzativa dovrà essere prevista un’unità ad hoc per la sicurezza. L’obiettivo è evitare che i cinesi possano esercitare tramite i loro rappresentanti attività di indirizzo e coordinamento nonché di controllo e accadere a informazioni tutelate dalla proprietà industriale. In Piazza Affari ieri il titolo Pirelli ha chiuso in ribasso dell’1,75% a 4,49 euro. Nel frattempo, il governo agita di nuovo il golden power contro Pechino anche sugli impianti italiani di Electrolux. «Nel caso, che ora riteniamo ipotetico, ci fosse la volontà, da parte di chiunque, di cedere, vendere o trasferire le aziende di Electrolux, l’esecutivo farà sentire la propria voce attraverso l’esercizio del golden power, come sta facendo in questi giorni con Pirelli», ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Da febbraio si rincorrono voci di un interessamento dei rivali cinesi di Midea per i 5 stabilimenti di Electrolux in Italia, trattative confermate dai media di Stato cinesi e rispetto alle quali la multinazionale scandinava ha sempre opposto un «no comment».
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?