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2023-06-21
Sulla Via della Seta si sveglia pure Prodi: «Non ci dà benefici»
Romano Prodi (Ansa)
La firma del memorandum d’intesa sulla Via della Seta con la Cina, «benefici all’Italia non ne ha dati», dice Romano Prodi intervistato da Federico Rampini sul Corriere della Sera. Una pagina intera dedicata al professore e al suo «ricordo degli anni Ottanta, quando alla guida dell’Iri aiutò una Cina povera ma già laboriosa e più efficiente della Russia; e il leader comunista Deng Xiaoping gli chiese di portare Maradona a Pechino. L’imprudenza dell’Italia nel firmare il memorandum del 2019 con Xi Jinping. L’illusione di Emmanuel Macron di contare da solo. L’importanza dell’Europa per salvare il mondo dalla guerra». In realtà questi temi Prodi li affronta in un’intervista televisiva, registrata prima della scomparsa di sua moglie Flavia, mandata in onda su La7 in due puntate firmate proprio da Rampini sul viaggio nei due imperi rivali, America e Cina. Ma al netto del mezzo, e dei suggestivi (nonché accuratamente selezionati) amarcord), è interessante il «risveglio» prodiano sulla Belt and road initiative, firmata nel 2019 dal governo gialloblù di Giuseppe Conte e lasciata in sospeso da Mario Draghi. L’accordo, ricordiamolo, scade a marzo 2024 ma si rinnova automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non comunichi un passo indietro. Roma ha quindi tempo fino a dicembre per decidere.
Prodi si accorge che la Cina di oggi non è più quella di quando era premier e nemmeno quella di quando presiedeva la Commissione Ue. «C’era il comunismo, ma c’era quasi un’ammirazione verso i sistemi occidentali, una curiosità estrema per l’Unione europea. L’attenzione per l’euro. Eravamo un modello», dice il professore. Quindi, sintetizzerebbero i più maligni, anche se erano comunisti andavano bene perché ci ammiravano. Ma ora le cose si sono complicate, prosegue Prodi, per il passaggio dalla priorità dell’economia alla priorità della politica. «Da quando c’è Xi Jinping il linguaggio è diverso; è una Cina assertiva, che dice: noi abbiamo tirato fuori dalla miseria 800 milioni di persone. Voi litigate, andate lentamente. Il mondo guarderà a noi e non a voi». Piccola parentesi: a fine febbraio c’era anche Prodi, in piedi in prima fila, al ricevimento romano organizzato dal nuovo ambasciatore cinese in Italia, Jia Guide, per il suo insediamento. Aveva pure rilasciato delle dichiarazioni all’agenzia di stampa cinese Xinhua, sottolineando che «in questo momento la ripresa della Cina è indispensabile per la ripresa dell’Europa» e aggiungendo che i due Paesi devono rafforzare la loro cooperazione con la Belt and road initiative.
Chiudiamo la parentesi e torniamo al risveglio di ieri sulla Via della Seta. «Se lei fosse stato premier avrebbe firmato? Abbiamo avuto benefici?», chiede Rampini. E il prof risponde: «Benefici all’Italia non ne ha dati. Dato il mio passato e la coscienza che ho sui rapporti di forza del mondo, io avrei firmato insieme agli altri Paesi europei. Noi dobbiamo lavorare con la Germania e con la Francia e con la Spagna perché questo è il blocco nostro. Però anche qui il fariseismo è arrivato molto in fondo. Si accusa l’Italia di aver firmato ma nel 2020 - nell’intervallo fra Donald Trump e Joe Biden - l’Unione europea, cioè in quel caso la Germania, aveva preparato un protocollo con la Cina denominato Comprehensive agreement on investment, che era molto più che la Via della Seta. Appena è arrivato il nuovo presidente americano al potere, il protocollo è stato eliminato». Quindi il governo giallorosso firmava i trattati senza accorgersi di cosa c’era scritto. E con in cambio zero benefici.
Ci chiediamo perché affermarlo solo adesso e non quando di benefici parlava anche il presidente della Repubblica e persino papa Francesco. Prodi lo fa adesso, confermando che rinnovare un accordo inutile non ha senso. Senza parlare delle prevedibili reazioni degli Stati Uniti. Tanto che Washington, sottolinea lo stesso Rampini, mette in guardia l’Europa sugli investimenti cinesi nelle infrastrutture. «Sulle tecnologie e le imprese occorre prudenza perché entrano nella fascia della strategia», commenta l’ex premier. Ma sui porti i toni tornano quelli del Prodi pre risveglio. «Se dei qatarini o dei cinesi comprano delle ville in Sardegna o dei nostri porti, mica ce li portano via. Noi possiamo controllarli se abbiamo la testa per controllarli. Il buon andamento dell’economia della Grecia deriva dal fatto che il Pireo è diventato il porto più forte di rapporti con la Cina e con l’Est del Mediterraneo». Sui porti italiani, in particolare su quelli pugliesi come Taranto, in realtà il Dragone ha già messo le mani senza grosse resistenze (anzi) da parte degli enti locali. E negli ultimi mesi sono spuntate nuove società: il caso più curioso, raccontato dalla Verità, è quello della italocinese Progetto internazionale 39, che ha vinto la gara per aggiudicarsi la piattaforma logistica del porto pugliese. Un dettaglio non irrilevante considerando che Taranto ospita la base Nato che controlla una parte rilevante del Mediterraneo. E che sempre a Taranto i cinesi hanno già messo un piede nel 2020 con l’insediamento di Ferretti, il costruttore di barche di lusso controllata dalla società statale cinese. Quanto alla Grecia, è esagerato attribuire al Pireo - porto controllato dalla cinese Cosco - la crescita del Pil, cui l’intero comparto dello shipping contribuisce al massimo per il 6 per cento.
Il golden power dà la scossa a Pirelli
Il golden power deciso qualche giorno fa dal governo Meloni per stoppare le velleità dei cinesi di Sinochem-ChemChina ha sparigliato le poltrone al vertice della Pirelli.
Camfin indicherà Marco Tronchetti Provera e Andrea Casaluci per i ruoli, rispettivamente di vicepresidente esecutivo e di amministratore delegato nel prossimo cda. Lascia invece il gruppo l’ad designato, Giorgio Bruno, proposto dallo stesso Tronchetti Provera nel suo piano di successione. Lo ha comunicato ieri la società in una nota a precisazione delle indiscrezioni apparse su Bloomberg relative all’imminente addio di Bruno che dal giugno 2021 era deputy Ceo e ha manifestato la volontà di concludere il proprio mandato di componente del consiglio «per dedicarsi a proprie attività imprenditoriali» e di conseguenza la propria indisponibilità a essere indicato al timone. Bruno era stato designato da Sinochem, ma indicato da Tronchetti Provera. Avrebbe dovuto sostituire proprio quest’ultimo, alla guida dell’azienda dal 1992, in occasione dell’assemblea di fine luglio. La successione faceva parte di un accordo di governance tra la cinese Sinochem e la holding di Tronchetti, Camfin. Quanto a Casaluci, 50 anni, è nel gruppo di pneumatici dal 2002 e dal 2018 con la carica di general manager operations. Camfin, viene aggiunto, procederà a designare i propri quattro candidati, fra i quali quelli sopra indicati, a Marco Polo International Italy Srl al fine del loro inserimento nella lista che la stessa presenterà all’assemblea Pirelli, da convocarsi entro il 31 luglio per il rinnovo del consiglio di amministrazione.
L’esercizio del golden power è legato ai rischi che si potrebbero materializzare per la sicurezza nazionale, dato il riferimento al governo di Pechino dell’impresa cinese che con il 37% è l’azionista di maggioranza relativa della Pirelli. Il dito sarebbe puntato sulle tecnologie adoperate per i sensori cyber degli pneumatici, suscettibili di un uso più esteso anche per la raccolta di informazioni. Sinochem può ricorrere al Tar contro la misura adottata. Intanto l’esecutivo non è arrivato a una decisione estrema, che pure avrebbe potuto assumere, quale il congelamento della partecipazione cinese, ma ha emanato una serie di prescrizioni: in particolare, quattro candidati della lista di maggioranza per l’elezione degli organi deliberativi devono essere indicati dal socio italiano Camfin, azionista con il 14%, e le decisioni strategiche dovranno avere il consenso di quattro quinti del consiglio di amministrazione; dovrà essere istituita la figura del direttore generale; le deleghe interne dovranno essere conferite a italiani e nella struttura organizzativa dovrà essere prevista un’unità ad hoc per la sicurezza. L’obiettivo è evitare che i cinesi possano esercitare tramite i loro rappresentanti attività di indirizzo e coordinamento nonché di controllo e accadere a informazioni tutelate dalla proprietà industriale. In Piazza Affari ieri il titolo Pirelli ha chiuso in ribasso dell’1,75% a 4,49 euro.
Nel frattempo, il governo agita di nuovo il golden power contro Pechino anche sugli impianti italiani di Electrolux. «Nel caso, che ora riteniamo ipotetico, ci fosse la volontà, da parte di chiunque, di cedere, vendere o trasferire le aziende di Electrolux, l’esecutivo farà sentire la propria voce attraverso l’esercizio del golden power, come sta facendo in questi giorni con Pirelli», ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Da febbraio si rincorrono voci di un interessamento dei rivali cinesi di Midea per i 5 stabilimenti di Electrolux in Italia, trattative confermate dai media di Stato cinesi e rispetto alle quali la multinazionale scandinava ha sempre opposto un «no comment».
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Il Professore cambia idea solo adesso sull’accordo con Pechino. Ma dietro l’offensiva della Cina sui porti non vede alcun pericolo.Pirelli: dopo la mossa del governo sul golden power lascia l’ad designato Giorgio Bruno, che avrebbe dovuto prendere il timone in base agli accordi tra i cinesi e Marco Tronchetti Provera. Al suo posto arriverà Andrea Casaluci.Lo speciale contiene due articoli.La firma del memorandum d’intesa sulla Via della Seta con la Cina, «benefici all’Italia non ne ha dati», dice Romano Prodi intervistato da Federico Rampini sul Corriere della Sera. Una pagina intera dedicata al professore e al suo «ricordo degli anni Ottanta, quando alla guida dell’Iri aiutò una Cina povera ma già laboriosa e più efficiente della Russia; e il leader comunista Deng Xiaoping gli chiese di portare Maradona a Pechino. L’imprudenza dell’Italia nel firmare il memorandum del 2019 con Xi Jinping. L’illusione di Emmanuel Macron di contare da solo. L’importanza dell’Europa per salvare il mondo dalla guerra». In realtà questi temi Prodi li affronta in un’intervista televisiva, registrata prima della scomparsa di sua moglie Flavia, mandata in onda su La7 in due puntate firmate proprio da Rampini sul viaggio nei due imperi rivali, America e Cina. Ma al netto del mezzo, e dei suggestivi (nonché accuratamente selezionati) amarcord), è interessante il «risveglio» prodiano sulla Belt and road initiative, firmata nel 2019 dal governo gialloblù di Giuseppe Conte e lasciata in sospeso da Mario Draghi. L’accordo, ricordiamolo, scade a marzo 2024 ma si rinnova automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non comunichi un passo indietro. Roma ha quindi tempo fino a dicembre per decidere. Prodi si accorge che la Cina di oggi non è più quella di quando era premier e nemmeno quella di quando presiedeva la Commissione Ue. «C’era il comunismo, ma c’era quasi un’ammirazione verso i sistemi occidentali, una curiosità estrema per l’Unione europea. L’attenzione per l’euro. Eravamo un modello», dice il professore. Quindi, sintetizzerebbero i più maligni, anche se erano comunisti andavano bene perché ci ammiravano. Ma ora le cose si sono complicate, prosegue Prodi, per il passaggio dalla priorità dell’economia alla priorità della politica. «Da quando c’è Xi Jinping il linguaggio è diverso; è una Cina assertiva, che dice: noi abbiamo tirato fuori dalla miseria 800 milioni di persone. Voi litigate, andate lentamente. Il mondo guarderà a noi e non a voi». Piccola parentesi: a fine febbraio c’era anche Prodi, in piedi in prima fila, al ricevimento romano organizzato dal nuovo ambasciatore cinese in Italia, Jia Guide, per il suo insediamento. Aveva pure rilasciato delle dichiarazioni all’agenzia di stampa cinese Xinhua, sottolineando che «in questo momento la ripresa della Cina è indispensabile per la ripresa dell’Europa» e aggiungendo che i due Paesi devono rafforzare la loro cooperazione con la Belt and road initiative. Chiudiamo la parentesi e torniamo al risveglio di ieri sulla Via della Seta. «Se lei fosse stato premier avrebbe firmato? Abbiamo avuto benefici?», chiede Rampini. E il prof risponde: «Benefici all’Italia non ne ha dati. Dato il mio passato e la coscienza che ho sui rapporti di forza del mondo, io avrei firmato insieme agli altri Paesi europei. Noi dobbiamo lavorare con la Germania e con la Francia e con la Spagna perché questo è il blocco nostro. Però anche qui il fariseismo è arrivato molto in fondo. Si accusa l’Italia di aver firmato ma nel 2020 - nell’intervallo fra Donald Trump e Joe Biden - l’Unione europea, cioè in quel caso la Germania, aveva preparato un protocollo con la Cina denominato Comprehensive agreement on investment, che era molto più che la Via della Seta. Appena è arrivato il nuovo presidente americano al potere, il protocollo è stato eliminato». Quindi il governo giallorosso firmava i trattati senza accorgersi di cosa c’era scritto. E con in cambio zero benefici. Ci chiediamo perché affermarlo solo adesso e non quando di benefici parlava anche il presidente della Repubblica e persino papa Francesco. Prodi lo fa adesso, confermando che rinnovare un accordo inutile non ha senso. Senza parlare delle prevedibili reazioni degli Stati Uniti. Tanto che Washington, sottolinea lo stesso Rampini, mette in guardia l’Europa sugli investimenti cinesi nelle infrastrutture. «Sulle tecnologie e le imprese occorre prudenza perché entrano nella fascia della strategia», commenta l’ex premier. Ma sui porti i toni tornano quelli del Prodi pre risveglio. «Se dei qatarini o dei cinesi comprano delle ville in Sardegna o dei nostri porti, mica ce li portano via. Noi possiamo controllarli se abbiamo la testa per controllarli. Il buon andamento dell’economia della Grecia deriva dal fatto che il Pireo è diventato il porto più forte di rapporti con la Cina e con l’Est del Mediterraneo». Sui porti italiani, in particolare su quelli pugliesi come Taranto, in realtà il Dragone ha già messo le mani senza grosse resistenze (anzi) da parte degli enti locali. E negli ultimi mesi sono spuntate nuove società: il caso più curioso, raccontato dalla Verità, è quello della italocinese Progetto internazionale 39, che ha vinto la gara per aggiudicarsi la piattaforma logistica del porto pugliese. Un dettaglio non irrilevante considerando che Taranto ospita la base Nato che controlla una parte rilevante del Mediterraneo. E che sempre a Taranto i cinesi hanno già messo un piede nel 2020 con l’insediamento di Ferretti, il costruttore di barche di lusso controllata dalla società statale cinese. Quanto alla Grecia, è esagerato attribuire al Pireo - porto controllato dalla cinese Cosco - la crescita del Pil, cui l’intero comparto dello shipping contribuisce al massimo per il 6 per cento.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/via-seta-prodi-non-benefici-2661653943.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-golden-power-da-la-scossa-a-pirelli" data-post-id="2661653943" data-published-at="1687350007" data-use-pagination="False"> Il golden power dà la scossa a Pirelli Il golden power deciso qualche giorno fa dal governo Meloni per stoppare le velleità dei cinesi di Sinochem-ChemChina ha sparigliato le poltrone al vertice della Pirelli. Camfin indicherà Marco Tronchetti Provera e Andrea Casaluci per i ruoli, rispettivamente di vicepresidente esecutivo e di amministratore delegato nel prossimo cda. Lascia invece il gruppo l’ad designato, Giorgio Bruno, proposto dallo stesso Tronchetti Provera nel suo piano di successione. Lo ha comunicato ieri la società in una nota a precisazione delle indiscrezioni apparse su Bloomberg relative all’imminente addio di Bruno che dal giugno 2021 era deputy Ceo e ha manifestato la volontà di concludere il proprio mandato di componente del consiglio «per dedicarsi a proprie attività imprenditoriali» e di conseguenza la propria indisponibilità a essere indicato al timone. Bruno era stato designato da Sinochem, ma indicato da Tronchetti Provera. Avrebbe dovuto sostituire proprio quest’ultimo, alla guida dell’azienda dal 1992, in occasione dell’assemblea di fine luglio. La successione faceva parte di un accordo di governance tra la cinese Sinochem e la holding di Tronchetti, Camfin. Quanto a Casaluci, 50 anni, è nel gruppo di pneumatici dal 2002 e dal 2018 con la carica di general manager operations. Camfin, viene aggiunto, procederà a designare i propri quattro candidati, fra i quali quelli sopra indicati, a Marco Polo International Italy Srl al fine del loro inserimento nella lista che la stessa presenterà all’assemblea Pirelli, da convocarsi entro il 31 luglio per il rinnovo del consiglio di amministrazione. L’esercizio del golden power è legato ai rischi che si potrebbero materializzare per la sicurezza nazionale, dato il riferimento al governo di Pechino dell’impresa cinese che con il 37% è l’azionista di maggioranza relativa della Pirelli. Il dito sarebbe puntato sulle tecnologie adoperate per i sensori cyber degli pneumatici, suscettibili di un uso più esteso anche per la raccolta di informazioni. Sinochem può ricorrere al Tar contro la misura adottata. Intanto l’esecutivo non è arrivato a una decisione estrema, che pure avrebbe potuto assumere, quale il congelamento della partecipazione cinese, ma ha emanato una serie di prescrizioni: in particolare, quattro candidati della lista di maggioranza per l’elezione degli organi deliberativi devono essere indicati dal socio italiano Camfin, azionista con il 14%, e le decisioni strategiche dovranno avere il consenso di quattro quinti del consiglio di amministrazione; dovrà essere istituita la figura del direttore generale; le deleghe interne dovranno essere conferite a italiani e nella struttura organizzativa dovrà essere prevista un’unità ad hoc per la sicurezza. L’obiettivo è evitare che i cinesi possano esercitare tramite i loro rappresentanti attività di indirizzo e coordinamento nonché di controllo e accadere a informazioni tutelate dalla proprietà industriale. In Piazza Affari ieri il titolo Pirelli ha chiuso in ribasso dell’1,75% a 4,49 euro. Nel frattempo, il governo agita di nuovo il golden power contro Pechino anche sugli impianti italiani di Electrolux. «Nel caso, che ora riteniamo ipotetico, ci fosse la volontà, da parte di chiunque, di cedere, vendere o trasferire le aziende di Electrolux, l’esecutivo farà sentire la propria voce attraverso l’esercizio del golden power, come sta facendo in questi giorni con Pirelli», ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Da febbraio si rincorrono voci di un interessamento dei rivali cinesi di Midea per i 5 stabilimenti di Electrolux in Italia, trattative confermate dai media di Stato cinesi e rispetto alle quali la multinazionale scandinava ha sempre opposto un «no comment».
Edizione anni Sessanta del Raid motonautico Pavia-Venezia (© 2026 RAID PAVIA VENEZIA)
Il fiume, al posto dell’asfalto. Il teatro, la Pianura bagnata dal Ticino e dal grande Po, fino alla Laguna veneta. Lungo i 414 chilometri di tragitto sulle acque dal 1929 si corre ancora oggi una delle più appassionanti gare di motonautica, arrivata alla sua 73ma edizione nel 2026. Il Raid Pavia-Venezia è anche la competizione più lunga del mondo in acque interne.
Era il 9 giugno 1929 quando lungo le sponde del Ticino di fronte alla Società Canottieri Pavia si riunì una folla di curiosi e appassionati, attratti dall’iniziativa di cimento nautico promossa dall’ingegnere napoletano Vincenzo Balsamo, appassionato di motonautica. Sul pelo dell’acqua, 24 barche a motore di vario tipo e configurazione, entro e fuoribordo. I piloti e i motoristi erano tutti dilettanti appassionati, molti dei quali soci della Lega Navale di Milano. Il via di primo mattino, per evitare il buio nell’ultima parte del tragitto che avrebbe costretto a sospendere la gara fino al giorno successivo. Scomparse alla vista degli spettatori pavesi tra le scie e il fumo dei motori, i natanti fecero tappe cronometrate lungo un percorso che toccava il Ponte della Becca sul Ticino, Piacenza, L’Isola Serafini, Cremona, Zibello, Revere, Pontelagoscuro e nell’ultimo tratto attraverso le conche della Volta Grimana e di Cavanella d’Adige fino alla Laguna e a Venezia. In 10 arrivarono al traguardo, di cui solo alcuni nella serata del 9 giugno. A vincere la prima edizione del Raid Pavia Venezia fu il pavese Ettore Negri, alla guida di un fuoribordo con motore da 644cc fabbricato negli Usa dalla Elto (l’antenata della Evinrude). Con appena 20 cv di potenza, Negri spinse il motoscafo fino a toccare la media di oltre 40 km/h fino a Cavanella Po (abbassata poi a 35 per effetto delle soste forzate alle conche) coprendo i 414 chilometri in appena 11 ore e 38 minuti. Dietro di lui Franco Mazzotti, secondo classificato in 12 ore e 22 minuti alla guida di un «cruiser» entrobordo da 80 cv, giunto quasi un’ora dopo Negri a causa dei numerosi incagliamenti dovute alle secche che penalizzavano gli scafi più grandi. Altri tre concorrenti tagliarono il traguardo prima delle 20, ora di chiusura dei controlli della prima giornata. Gli altri 5 giunsero a Venezia il giorno seguente, dopo aver passato la notte sulle rive del Po. Conclusero la gara il primo giorno anche due adolescenti su fuoribordo «piccolo» con motore Johnson da 350cc, il diciottenne Castiglioni e il sedicenne Meregatti. Poco dopo le 23.00 del secondo giorno, la gara riservò un’ulteriore sorpresa. Nella Laguna illuminata solo dal chiarore della Luna comparve il motoscafo pilotato da una donna, Franci Balboni, pioniera della motonautica al femminile. Sporca e bruciata dal sole, si unì alle celebrazioni a notte inoltrata.
Il successo e l’eco sulla stampa dell’impresa fece sì che questa diventasse un appuntamento annuale, interrotto solamente negli anni della guerra. Nelle edizioni anni Trenta diversi furono i concorrenti illustri, mentre il progresso della tecnica in campo motonautico aggiunse la categoria degli idroscivolanti, veri e propri missili lanciati sul pelo dell’acqua. I tempi di percorrenza tra le due città furono più che dimezzati a poco più di 5 ore. Anche Vito Mussolini, figlio del Duce, partecipò nel 1936 in coppia con il principe Ruspoli. Figura epica di quelle edizioni fu il conte torinese Teofilo «Theo» Rossi di Montelera, figura di gentleman aristocratico campione di bob e di motonautica (suo fu il record di velocità di 113 km/h raggiunto nel 1933 sul lago di Bracciano). La competizione riprese soltanto nel 1952 dopo la lunga parentesi bellica, con edizioni sempre più orientate alla velocità che negli anni 70-80, protagonista il padovano conte Antonio Petrobelli, campione di motonautica che nel 1984 fece registrare l’impressionante media di oltre 187 km/h che nel 1989 egli stesso superò, raggiungendo i 198,868 km/h. Petrobelli perderà la vita nelle stesse acque della Pavia-Venezia, quando durante la prova di uno scafo nel 1994 perse il controllo mentre correva ad oltre 200 km/h nei pressi di Pontelagoscuro. Aperta anche alle moto d’acqua dall’edizione 2001. Nel 2025 il muro dei 200 km/h di media è abbattuto dal campione Guido Cappellini, che vince la gara alla media di 207,260 km/h.
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Maurizio Belpietro analizza l'operato di Giuseppe Conte durante l'emergenza sanitaria e la sua incredibile ascesa politica. Tra le anomalie della gestione Covid, i contratti milionari distribuiti senza motivazione e il silenzio dei grandi media, emerge un quadro preoccupante e di fronte alle richieste di trasparenza richieste dalla Commissione Covid, l’ex Premier risponde con una pioggia di querele per diffamazione.