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2023-06-21
Sulla Via della Seta si sveglia pure Prodi: «Non ci dà benefici»
Romano Prodi (Ansa)
La firma del memorandum d’intesa sulla Via della Seta con la Cina, «benefici all’Italia non ne ha dati», dice Romano Prodi intervistato da Federico Rampini sul Corriere della Sera. Una pagina intera dedicata al professore e al suo «ricordo degli anni Ottanta, quando alla guida dell’Iri aiutò una Cina povera ma già laboriosa e più efficiente della Russia; e il leader comunista Deng Xiaoping gli chiese di portare Maradona a Pechino. L’imprudenza dell’Italia nel firmare il memorandum del 2019 con Xi Jinping. L’illusione di Emmanuel Macron di contare da solo. L’importanza dell’Europa per salvare il mondo dalla guerra». In realtà questi temi Prodi li affronta in un’intervista televisiva, registrata prima della scomparsa di sua moglie Flavia, mandata in onda su La7 in due puntate firmate proprio da Rampini sul viaggio nei due imperi rivali, America e Cina. Ma al netto del mezzo, e dei suggestivi (nonché accuratamente selezionati) amarcord), è interessante il «risveglio» prodiano sulla Belt and road initiative, firmata nel 2019 dal governo gialloblù di Giuseppe Conte e lasciata in sospeso da Mario Draghi. L’accordo, ricordiamolo, scade a marzo 2024 ma si rinnova automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non comunichi un passo indietro. Roma ha quindi tempo fino a dicembre per decidere.
Prodi si accorge che la Cina di oggi non è più quella di quando era premier e nemmeno quella di quando presiedeva la Commissione Ue. «C’era il comunismo, ma c’era quasi un’ammirazione verso i sistemi occidentali, una curiosità estrema per l’Unione europea. L’attenzione per l’euro. Eravamo un modello», dice il professore. Quindi, sintetizzerebbero i più maligni, anche se erano comunisti andavano bene perché ci ammiravano. Ma ora le cose si sono complicate, prosegue Prodi, per il passaggio dalla priorità dell’economia alla priorità della politica. «Da quando c’è Xi Jinping il linguaggio è diverso; è una Cina assertiva, che dice: noi abbiamo tirato fuori dalla miseria 800 milioni di persone. Voi litigate, andate lentamente. Il mondo guarderà a noi e non a voi». Piccola parentesi: a fine febbraio c’era anche Prodi, in piedi in prima fila, al ricevimento romano organizzato dal nuovo ambasciatore cinese in Italia, Jia Guide, per il suo insediamento. Aveva pure rilasciato delle dichiarazioni all’agenzia di stampa cinese Xinhua, sottolineando che «in questo momento la ripresa della Cina è indispensabile per la ripresa dell’Europa» e aggiungendo che i due Paesi devono rafforzare la loro cooperazione con la Belt and road initiative.
Chiudiamo la parentesi e torniamo al risveglio di ieri sulla Via della Seta. «Se lei fosse stato premier avrebbe firmato? Abbiamo avuto benefici?», chiede Rampini. E il prof risponde: «Benefici all’Italia non ne ha dati. Dato il mio passato e la coscienza che ho sui rapporti di forza del mondo, io avrei firmato insieme agli altri Paesi europei. Noi dobbiamo lavorare con la Germania e con la Francia e con la Spagna perché questo è il blocco nostro. Però anche qui il fariseismo è arrivato molto in fondo. Si accusa l’Italia di aver firmato ma nel 2020 - nell’intervallo fra Donald Trump e Joe Biden - l’Unione europea, cioè in quel caso la Germania, aveva preparato un protocollo con la Cina denominato Comprehensive agreement on investment, che era molto più che la Via della Seta. Appena è arrivato il nuovo presidente americano al potere, il protocollo è stato eliminato». Quindi il governo giallorosso firmava i trattati senza accorgersi di cosa c’era scritto. E con in cambio zero benefici.
Ci chiediamo perché affermarlo solo adesso e non quando di benefici parlava anche il presidente della Repubblica e persino papa Francesco. Prodi lo fa adesso, confermando che rinnovare un accordo inutile non ha senso. Senza parlare delle prevedibili reazioni degli Stati Uniti. Tanto che Washington, sottolinea lo stesso Rampini, mette in guardia l’Europa sugli investimenti cinesi nelle infrastrutture. «Sulle tecnologie e le imprese occorre prudenza perché entrano nella fascia della strategia», commenta l’ex premier. Ma sui porti i toni tornano quelli del Prodi pre risveglio. «Se dei qatarini o dei cinesi comprano delle ville in Sardegna o dei nostri porti, mica ce li portano via. Noi possiamo controllarli se abbiamo la testa per controllarli. Il buon andamento dell’economia della Grecia deriva dal fatto che il Pireo è diventato il porto più forte di rapporti con la Cina e con l’Est del Mediterraneo». Sui porti italiani, in particolare su quelli pugliesi come Taranto, in realtà il Dragone ha già messo le mani senza grosse resistenze (anzi) da parte degli enti locali. E negli ultimi mesi sono spuntate nuove società: il caso più curioso, raccontato dalla Verità, è quello della italocinese Progetto internazionale 39, che ha vinto la gara per aggiudicarsi la piattaforma logistica del porto pugliese. Un dettaglio non irrilevante considerando che Taranto ospita la base Nato che controlla una parte rilevante del Mediterraneo. E che sempre a Taranto i cinesi hanno già messo un piede nel 2020 con l’insediamento di Ferretti, il costruttore di barche di lusso controllata dalla società statale cinese. Quanto alla Grecia, è esagerato attribuire al Pireo - porto controllato dalla cinese Cosco - la crescita del Pil, cui l’intero comparto dello shipping contribuisce al massimo per il 6 per cento.
Il golden power dà la scossa a Pirelli
Il golden power deciso qualche giorno fa dal governo Meloni per stoppare le velleità dei cinesi di Sinochem-ChemChina ha sparigliato le poltrone al vertice della Pirelli.
Camfin indicherà Marco Tronchetti Provera e Andrea Casaluci per i ruoli, rispettivamente di vicepresidente esecutivo e di amministratore delegato nel prossimo cda. Lascia invece il gruppo l’ad designato, Giorgio Bruno, proposto dallo stesso Tronchetti Provera nel suo piano di successione. Lo ha comunicato ieri la società in una nota a precisazione delle indiscrezioni apparse su Bloomberg relative all’imminente addio di Bruno che dal giugno 2021 era deputy Ceo e ha manifestato la volontà di concludere il proprio mandato di componente del consiglio «per dedicarsi a proprie attività imprenditoriali» e di conseguenza la propria indisponibilità a essere indicato al timone. Bruno era stato designato da Sinochem, ma indicato da Tronchetti Provera. Avrebbe dovuto sostituire proprio quest’ultimo, alla guida dell’azienda dal 1992, in occasione dell’assemblea di fine luglio. La successione faceva parte di un accordo di governance tra la cinese Sinochem e la holding di Tronchetti, Camfin. Quanto a Casaluci, 50 anni, è nel gruppo di pneumatici dal 2002 e dal 2018 con la carica di general manager operations. Camfin, viene aggiunto, procederà a designare i propri quattro candidati, fra i quali quelli sopra indicati, a Marco Polo International Italy Srl al fine del loro inserimento nella lista che la stessa presenterà all’assemblea Pirelli, da convocarsi entro il 31 luglio per il rinnovo del consiglio di amministrazione.
L’esercizio del golden power è legato ai rischi che si potrebbero materializzare per la sicurezza nazionale, dato il riferimento al governo di Pechino dell’impresa cinese che con il 37% è l’azionista di maggioranza relativa della Pirelli. Il dito sarebbe puntato sulle tecnologie adoperate per i sensori cyber degli pneumatici, suscettibili di un uso più esteso anche per la raccolta di informazioni. Sinochem può ricorrere al Tar contro la misura adottata. Intanto l’esecutivo non è arrivato a una decisione estrema, che pure avrebbe potuto assumere, quale il congelamento della partecipazione cinese, ma ha emanato una serie di prescrizioni: in particolare, quattro candidati della lista di maggioranza per l’elezione degli organi deliberativi devono essere indicati dal socio italiano Camfin, azionista con il 14%, e le decisioni strategiche dovranno avere il consenso di quattro quinti del consiglio di amministrazione; dovrà essere istituita la figura del direttore generale; le deleghe interne dovranno essere conferite a italiani e nella struttura organizzativa dovrà essere prevista un’unità ad hoc per la sicurezza. L’obiettivo è evitare che i cinesi possano esercitare tramite i loro rappresentanti attività di indirizzo e coordinamento nonché di controllo e accadere a informazioni tutelate dalla proprietà industriale. In Piazza Affari ieri il titolo Pirelli ha chiuso in ribasso dell’1,75% a 4,49 euro.
Nel frattempo, il governo agita di nuovo il golden power contro Pechino anche sugli impianti italiani di Electrolux. «Nel caso, che ora riteniamo ipotetico, ci fosse la volontà, da parte di chiunque, di cedere, vendere o trasferire le aziende di Electrolux, l’esecutivo farà sentire la propria voce attraverso l’esercizio del golden power, come sta facendo in questi giorni con Pirelli», ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Da febbraio si rincorrono voci di un interessamento dei rivali cinesi di Midea per i 5 stabilimenti di Electrolux in Italia, trattative confermate dai media di Stato cinesi e rispetto alle quali la multinazionale scandinava ha sempre opposto un «no comment».
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Il Professore cambia idea solo adesso sull’accordo con Pechino. Ma dietro l’offensiva della Cina sui porti non vede alcun pericolo.Pirelli: dopo la mossa del governo sul golden power lascia l’ad designato Giorgio Bruno, che avrebbe dovuto prendere il timone in base agli accordi tra i cinesi e Marco Tronchetti Provera. Al suo posto arriverà Andrea Casaluci.Lo speciale contiene due articoli.La firma del memorandum d’intesa sulla Via della Seta con la Cina, «benefici all’Italia non ne ha dati», dice Romano Prodi intervistato da Federico Rampini sul Corriere della Sera. Una pagina intera dedicata al professore e al suo «ricordo degli anni Ottanta, quando alla guida dell’Iri aiutò una Cina povera ma già laboriosa e più efficiente della Russia; e il leader comunista Deng Xiaoping gli chiese di portare Maradona a Pechino. L’imprudenza dell’Italia nel firmare il memorandum del 2019 con Xi Jinping. L’illusione di Emmanuel Macron di contare da solo. L’importanza dell’Europa per salvare il mondo dalla guerra». In realtà questi temi Prodi li affronta in un’intervista televisiva, registrata prima della scomparsa di sua moglie Flavia, mandata in onda su La7 in due puntate firmate proprio da Rampini sul viaggio nei due imperi rivali, America e Cina. Ma al netto del mezzo, e dei suggestivi (nonché accuratamente selezionati) amarcord), è interessante il «risveglio» prodiano sulla Belt and road initiative, firmata nel 2019 dal governo gialloblù di Giuseppe Conte e lasciata in sospeso da Mario Draghi. L’accordo, ricordiamolo, scade a marzo 2024 ma si rinnova automaticamente alla fine di quest’anno a meno che una delle due parti non comunichi un passo indietro. Roma ha quindi tempo fino a dicembre per decidere. Prodi si accorge che la Cina di oggi non è più quella di quando era premier e nemmeno quella di quando presiedeva la Commissione Ue. «C’era il comunismo, ma c’era quasi un’ammirazione verso i sistemi occidentali, una curiosità estrema per l’Unione europea. L’attenzione per l’euro. Eravamo un modello», dice il professore. Quindi, sintetizzerebbero i più maligni, anche se erano comunisti andavano bene perché ci ammiravano. Ma ora le cose si sono complicate, prosegue Prodi, per il passaggio dalla priorità dell’economia alla priorità della politica. «Da quando c’è Xi Jinping il linguaggio è diverso; è una Cina assertiva, che dice: noi abbiamo tirato fuori dalla miseria 800 milioni di persone. Voi litigate, andate lentamente. Il mondo guarderà a noi e non a voi». Piccola parentesi: a fine febbraio c’era anche Prodi, in piedi in prima fila, al ricevimento romano organizzato dal nuovo ambasciatore cinese in Italia, Jia Guide, per il suo insediamento. Aveva pure rilasciato delle dichiarazioni all’agenzia di stampa cinese Xinhua, sottolineando che «in questo momento la ripresa della Cina è indispensabile per la ripresa dell’Europa» e aggiungendo che i due Paesi devono rafforzare la loro cooperazione con la Belt and road initiative. Chiudiamo la parentesi e torniamo al risveglio di ieri sulla Via della Seta. «Se lei fosse stato premier avrebbe firmato? Abbiamo avuto benefici?», chiede Rampini. E il prof risponde: «Benefici all’Italia non ne ha dati. Dato il mio passato e la coscienza che ho sui rapporti di forza del mondo, io avrei firmato insieme agli altri Paesi europei. Noi dobbiamo lavorare con la Germania e con la Francia e con la Spagna perché questo è il blocco nostro. Però anche qui il fariseismo è arrivato molto in fondo. Si accusa l’Italia di aver firmato ma nel 2020 - nell’intervallo fra Donald Trump e Joe Biden - l’Unione europea, cioè in quel caso la Germania, aveva preparato un protocollo con la Cina denominato Comprehensive agreement on investment, che era molto più che la Via della Seta. Appena è arrivato il nuovo presidente americano al potere, il protocollo è stato eliminato». Quindi il governo giallorosso firmava i trattati senza accorgersi di cosa c’era scritto. E con in cambio zero benefici. Ci chiediamo perché affermarlo solo adesso e non quando di benefici parlava anche il presidente della Repubblica e persino papa Francesco. Prodi lo fa adesso, confermando che rinnovare un accordo inutile non ha senso. Senza parlare delle prevedibili reazioni degli Stati Uniti. Tanto che Washington, sottolinea lo stesso Rampini, mette in guardia l’Europa sugli investimenti cinesi nelle infrastrutture. «Sulle tecnologie e le imprese occorre prudenza perché entrano nella fascia della strategia», commenta l’ex premier. Ma sui porti i toni tornano quelli del Prodi pre risveglio. «Se dei qatarini o dei cinesi comprano delle ville in Sardegna o dei nostri porti, mica ce li portano via. Noi possiamo controllarli se abbiamo la testa per controllarli. Il buon andamento dell’economia della Grecia deriva dal fatto che il Pireo è diventato il porto più forte di rapporti con la Cina e con l’Est del Mediterraneo». Sui porti italiani, in particolare su quelli pugliesi come Taranto, in realtà il Dragone ha già messo le mani senza grosse resistenze (anzi) da parte degli enti locali. E negli ultimi mesi sono spuntate nuove società: il caso più curioso, raccontato dalla Verità, è quello della italocinese Progetto internazionale 39, che ha vinto la gara per aggiudicarsi la piattaforma logistica del porto pugliese. Un dettaglio non irrilevante considerando che Taranto ospita la base Nato che controlla una parte rilevante del Mediterraneo. E che sempre a Taranto i cinesi hanno già messo un piede nel 2020 con l’insediamento di Ferretti, il costruttore di barche di lusso controllata dalla società statale cinese. 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Lascia invece il gruppo l’ad designato, Giorgio Bruno, proposto dallo stesso Tronchetti Provera nel suo piano di successione. Lo ha comunicato ieri la società in una nota a precisazione delle indiscrezioni apparse su Bloomberg relative all’imminente addio di Bruno che dal giugno 2021 era deputy Ceo e ha manifestato la volontà di concludere il proprio mandato di componente del consiglio «per dedicarsi a proprie attività imprenditoriali» e di conseguenza la propria indisponibilità a essere indicato al timone. Bruno era stato designato da Sinochem, ma indicato da Tronchetti Provera. Avrebbe dovuto sostituire proprio quest’ultimo, alla guida dell’azienda dal 1992, in occasione dell’assemblea di fine luglio. La successione faceva parte di un accordo di governance tra la cinese Sinochem e la holding di Tronchetti, Camfin. Quanto a Casaluci, 50 anni, è nel gruppo di pneumatici dal 2002 e dal 2018 con la carica di general manager operations. Camfin, viene aggiunto, procederà a designare i propri quattro candidati, fra i quali quelli sopra indicati, a Marco Polo International Italy Srl al fine del loro inserimento nella lista che la stessa presenterà all’assemblea Pirelli, da convocarsi entro il 31 luglio per il rinnovo del consiglio di amministrazione. L’esercizio del golden power è legato ai rischi che si potrebbero materializzare per la sicurezza nazionale, dato il riferimento al governo di Pechino dell’impresa cinese che con il 37% è l’azionista di maggioranza relativa della Pirelli. Il dito sarebbe puntato sulle tecnologie adoperate per i sensori cyber degli pneumatici, suscettibili di un uso più esteso anche per la raccolta di informazioni. Sinochem può ricorrere al Tar contro la misura adottata. Intanto l’esecutivo non è arrivato a una decisione estrema, che pure avrebbe potuto assumere, quale il congelamento della partecipazione cinese, ma ha emanato una serie di prescrizioni: in particolare, quattro candidati della lista di maggioranza per l’elezione degli organi deliberativi devono essere indicati dal socio italiano Camfin, azionista con il 14%, e le decisioni strategiche dovranno avere il consenso di quattro quinti del consiglio di amministrazione; dovrà essere istituita la figura del direttore generale; le deleghe interne dovranno essere conferite a italiani e nella struttura organizzativa dovrà essere prevista un’unità ad hoc per la sicurezza. L’obiettivo è evitare che i cinesi possano esercitare tramite i loro rappresentanti attività di indirizzo e coordinamento nonché di controllo e accadere a informazioni tutelate dalla proprietà industriale. In Piazza Affari ieri il titolo Pirelli ha chiuso in ribasso dell’1,75% a 4,49 euro. Nel frattempo, il governo agita di nuovo il golden power contro Pechino anche sugli impianti italiani di Electrolux. «Nel caso, che ora riteniamo ipotetico, ci fosse la volontà, da parte di chiunque, di cedere, vendere o trasferire le aziende di Electrolux, l’esecutivo farà sentire la propria voce attraverso l’esercizio del golden power, come sta facendo in questi giorni con Pirelli», ha detto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Da febbraio si rincorrono voci di un interessamento dei rivali cinesi di Midea per i 5 stabilimenti di Electrolux in Italia, trattative confermate dai media di Stato cinesi e rispetto alle quali la multinazionale scandinava ha sempre opposto un «no comment».
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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