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2023-12-06
Se non va più a vaccinarsi nessuno la colpa è del vaccino e delle virostar
Da sinistra: Fabrizio Pregliasco, Matteo Bassetti e Nino Cartabellotta (Ansa)
Un giretto al mercatino di Natale, poi all’hub vaccinale dove porgere il braccio e così trascorrere le Feste in tranquillità. Al ministero della Salute sognano un quarto dicembre di cittadini in coda per l’anti Covid, quest’anno integrato con l’antinfluenzale che neppure decolla. Sono troppo poche le dosi somministrate? Invece di chiedersi perché campagne promozionali e allarmi di virostar non convincono sul richiamo, ecco che rispolverano gli open day. Giornate aperte all’inoculo di massa e le Regioni si sono dette d’accordo, durante la riunione di ieri della cabina di regia (cambiate il nome, per favore, fa tanto pandemia) dedicata alle campagne vaccinali Covid e influenza. La definiscono «vaccinazione di prossimità» che andrebbe «implementata», appunto con open day che richiamino all’ordine medici di famiglia un po’ distratti, farmacie poco collaborative e «tutti i setting» assistenziali che servono, ha dichiarato Francesco Vaia, direttore generale della prevenzione sanitaria.
Finalmente, staranno esclamando i nostalgici dei bollettini giornalieri: tot inoculati, tot ospedalizzati, contagiati, morti, una conta da brividi. Ma almeno tutto pareva sotto controllo, scandito da dpcm assurdi che spacciavano per sicuro e affidabile il vaccino. Torna a invocare quei bei tempi Nino Cartabellotta, presidente del Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze. «La Fondazione Gimbe invita le istituzioni a potenziare rapidamente la campagna vaccinale per anziani e fragili, oltre a rimettere in campo - ove necessario - misure di contrasto alla diffusione del virus», comunicava ieri.
L’evidenza, a suo avviso, è che i tassi di copertura vaccinali negli ultrasessantenni «rimangono molto bassi a livello nazionale e prossimi allo zero in quasi tutte le Regioni del Sud». L’esperto in gastroenterologia si dispera perché il numero dei contagi è largamente sottostimato e il sistema di monitoraggio è «su base volontaria». Punta il dito contro la «stanchezza vaccinale» e la «continua disinformazione sull’efficacia e sicurezza dei vaccini», fingendo di ignorare che i cittadini sono informati sui flop dei richiami. Lo studio condotto dall’Ecdc ha mostrato che a distanza di 24 settimane dalla terza dose la protezione aggiuntiva è irrilevante: in tre mesi svanisce. Dopo la quarta si dimezza e per sapere che cosa accade con il quinto richiamo bisognerà aspettare il prossimo anno. Al momento, infatti, è stata verificata solo in Portogallo e in Belgio, unicamente in over 80 nei quali la protezione contro l’ospedalizzazione è scesa a zero, dodici settimane dopo la somministrazione.
Ma Cartabellotta è afflitto pure per i «vari problemi logistico-organizzativi», medici di famiglia che non tempestano di telefonate i loro assistiti, vaccini che non vengono ripartiti ovunque, portali Web inceppati. È sempre stato un grande sostenitore degli hub vaccinali, strutture dove ci si presenta senza appuntamento e tutti sono così rapidi nel farti firmare il modulo di consenso prima di iniettare il richiamo che non serve a nulla.
Quelle strutture tanto care all’ex commissario straordinario all’emergenza, Domenico Arcuri. Le voleva a forma di primula, ma i fiori progettati dall’architetto Stefano Boeri non piacquero alle Regioni, si vaccinò dove era possibile. Vaccinazioni di massa, che ora si vorrebbe ripropinare alla popolazione perché il governo non sarebbe stato tanto martellante nell’invitare a fare richiami.
«Non abbiamo più gli hub di una volta», ha detto sconsolata la direttrice dell’Igiene pubblica dell’Ausl di Ravenna, Raffaella Angelini. E «devono esserci sei pazienti da vaccinare, perché tante sono le dosi contenute in una fiala», spiega al Resto del Carlino. Quindi, avanti con gli open day. Li sostiene calorosamente l’infettivologo Matteo Bassetti, che vorrebbe anche riattivare gli hub regionali. «La percentuale di vaccinati over 80 è veramente bassa, facciamo presto», raccomanda.
Quanti ultraottantenni usciranno di casa con queste temperature per andare all’ingrosso dei vaccini, che non stanno funzionando? «L’adesione alla vaccinazione è veramente scadente ed è triste che sia così», ha commentato il direttore sanitario del Galeazzi di Milano, Fabrizio Pregliasco. Paventa l’onda minacciosa di un virus ancora letale, sparando numeri sui decessi: «Abbiamo sfiorato i 300 morti la scorsa settimana», sottolinea. Morti per o con Covid? Siamo sempre a dati privi di chiarezza.
Focalizza, come sempre, il vero problema Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. «La gente, dopo tutto quello che ha sentito sui vaccini, affermato e smentito, e su quanto è stato nascosto ingiustamente, ora ha un atteggiamento di totale rifiuto. Non crede più in questi vaccini», ha detto.
Per dare slancio alla campagna vaccinale, che associa anti Covid e anti influenzale sebbene Pfizer ammetta di non avere studi a riguardo, ci vuole ben altro che annunciare gli open day.
Denunciati all’Aia Pfizer, Ue e Oms
Una denuncia penale contro i vertici Ue, Oms e Pfizer. Sette personaggi chiave dell’affare vaccini anti Covid sono stati accusati davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia dalla Gemeinwohl-Lobby, associazione di cittadini tedeschi senza indirizzo politico e l’organizzazione per i diritti umani United for freedom, di «numerose violazioni del Codice di Norimberga, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio».
Sul banco degli imputati, si legge in un corposo documento di 24 pagine, devono salire Albert Bourla, ceo di Pfizer, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, il commissario Ue alla Salute, Stella Kyriakides, Emer Cooke, direttore esecutivo dell’Agenzia europea del farmaco Ema, Nanette Cocero, ex responsabile globale del programma vaccini di Pfizer, Bill Gates, cofondatore della Fondazione Bill e Melinda Gates.
Nella denuncia, partita dalla Germania, è coinvolto anche Klaus Cichutek, presidente del Paul Ehrlich Institute, l’agenzia federale tedesca per i medicinali e i vaccini. Le accuse sono pesanti quanto circostanziate, viene ricordato l’accordo di acquisto anticipato concluso dalla Ue con l’industria farmaceutica il 20 novembre 2020, prima che il vaccino fosse approvato dall’Ema, malgrado la Commissione Ue fosse a conoscenza degli elevati rischi e le incertezze nella produzione del vaccino.
«La responsabilità dell’utilizzo del vaccino è stata trasferita agli Stati membri dell’Ue senza prima chiedere se fossero d’accordo. Quindi alle aziende farmaceutiche e all’Ue non possono essere imputati danni da vaccino». Si sottolinea, inoltre, che i singoli Stati, accettando i contratti d’ordine negoziati dalla Commissione europea, sapevano che «la sicurezza e l’efficacia del vaccino erano sconosciute, ma con le loro firme hanno espressamente approvato». Erano pure al corrente che «il vaccino non può essere prodotto in serie. In tal modo hanno concordato anche la consegna di diversi lotti con diverse quantità di principi attivi». C’è poi il complesso capitolo sulla non sicurezza dei vaccini Pfizer, mai testati per vedere se prevenivano l’infezione, approvati senza che continuassero studi sul gruppo di controllo per verificare possibili danni nel tempo.
Sono riportate le conclusioni dei 46 resoconti dei documenti che la Fda è stata costretta a rilasciare sui vaccini anti Covid di Pfizer, dopo l’ordinanza del tribunale del gennaio 2022 emessa dal giudice distrettuale statunitense Mark Pittman, del distretto settentrionale del Texas. «Dimostrano che i danni si sono verificati sin dal momento dell’introduzione […] Pfizer/Biontech hanno dovuto assumere personale aggiuntivo per valutare le segnalazioni», evidenzia la denuncia.
Un problema grosso, per l’industria farmaceutica, seppure sempre negato fino a novembre di quest’anno, quando la società Biontech ha presentato il suo rapporto sullo sviluppo finanziario fino al 30 settembre 2023 presso la Securities and exchange commission (Sec) degli Stati Uniti. A pagina 79, deve ammettere di aver ricevuto numerose cause legali contro il suo vaccino per il Covid-19 e di aspettarsi ancora più azioni legali: «Siamo esposti a un rischio intrinseco di responsabilità da prodotto».
Nella denuncia al tribunale dell’Aia, presentata il 28 novembre, per ciascuno degli otto «accusati» ci sono ampie motivazioni. Anche nei confronti di Bill Gates, il più grande donatore privato dell’Oms, e grande investitore nei vaccini. E per tutti, perché «hanno contribuito, secondo la loro sfera di influenza, a rendere possibile questo esperimento medico. Allo stesso tempo, hanno fatto tutto il possibile per negare la responsabilità del danno previsto e trasferirlo ad altri». Così operando «hanno portato la popolazione dell’Ue a condizioni di vita devastanti».
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Dopo bugie e omissioni, gli esperti si stupiscono delle iniezioni al palo. Il ministero rispolvera gli open day. Tornano anche gli allarmismi e la nostalgia degli hub di Arcuri. E Cartabellotta invoca restrizioni antivirus.Un’associazione tedesca e una Ong vorrebbero trascinare alla Corte penale pure Bill Gates. Contestati i contratti per le dosi e i mancati studi sulla sicurezza del farmaco.Lo speciale contiene due articoli.Un giretto al mercatino di Natale, poi all’hub vaccinale dove porgere il braccio e così trascorrere le Feste in tranquillità. Al ministero della Salute sognano un quarto dicembre di cittadini in coda per l’anti Covid, quest’anno integrato con l’antinfluenzale che neppure decolla. Sono troppo poche le dosi somministrate? Invece di chiedersi perché campagne promozionali e allarmi di virostar non convincono sul richiamo, ecco che rispolverano gli open day. Giornate aperte all’inoculo di massa e le Regioni si sono dette d’accordo, durante la riunione di ieri della cabina di regia (cambiate il nome, per favore, fa tanto pandemia) dedicata alle campagne vaccinali Covid e influenza. La definiscono «vaccinazione di prossimità» che andrebbe «implementata», appunto con open day che richiamino all’ordine medici di famiglia un po’ distratti, farmacie poco collaborative e «tutti i setting» assistenziali che servono, ha dichiarato Francesco Vaia, direttore generale della prevenzione sanitaria. Finalmente, staranno esclamando i nostalgici dei bollettini giornalieri: tot inoculati, tot ospedalizzati, contagiati, morti, una conta da brividi. Ma almeno tutto pareva sotto controllo, scandito da dpcm assurdi che spacciavano per sicuro e affidabile il vaccino. Torna a invocare quei bei tempi Nino Cartabellotta, presidente del Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze. «La Fondazione Gimbe invita le istituzioni a potenziare rapidamente la campagna vaccinale per anziani e fragili, oltre a rimettere in campo - ove necessario - misure di contrasto alla diffusione del virus», comunicava ieri.L’evidenza, a suo avviso, è che i tassi di copertura vaccinali negli ultrasessantenni «rimangono molto bassi a livello nazionale e prossimi allo zero in quasi tutte le Regioni del Sud». L’esperto in gastroenterologia si dispera perché il numero dei contagi è largamente sottostimato e il sistema di monitoraggio è «su base volontaria». Punta il dito contro la «stanchezza vaccinale» e la «continua disinformazione sull’efficacia e sicurezza dei vaccini», fingendo di ignorare che i cittadini sono informati sui flop dei richiami. Lo studio condotto dall’Ecdc ha mostrato che a distanza di 24 settimane dalla terza dose la protezione aggiuntiva è irrilevante: in tre mesi svanisce. Dopo la quarta si dimezza e per sapere che cosa accade con il quinto richiamo bisognerà aspettare il prossimo anno. Al momento, infatti, è stata verificata solo in Portogallo e in Belgio, unicamente in over 80 nei quali la protezione contro l’ospedalizzazione è scesa a zero, dodici settimane dopo la somministrazione. Ma Cartabellotta è afflitto pure per i «vari problemi logistico-organizzativi», medici di famiglia che non tempestano di telefonate i loro assistiti, vaccini che non vengono ripartiti ovunque, portali Web inceppati. È sempre stato un grande sostenitore degli hub vaccinali, strutture dove ci si presenta senza appuntamento e tutti sono così rapidi nel farti firmare il modulo di consenso prima di iniettare il richiamo che non serve a nulla.Quelle strutture tanto care all’ex commissario straordinario all’emergenza, Domenico Arcuri. Le voleva a forma di primula, ma i fiori progettati dall’architetto Stefano Boeri non piacquero alle Regioni, si vaccinò dove era possibile. Vaccinazioni di massa, che ora si vorrebbe ripropinare alla popolazione perché il governo non sarebbe stato tanto martellante nell’invitare a fare richiami. «Non abbiamo più gli hub di una volta», ha detto sconsolata la direttrice dell’Igiene pubblica dell’Ausl di Ravenna, Raffaella Angelini. E «devono esserci sei pazienti da vaccinare, perché tante sono le dosi contenute in una fiala», spiega al Resto del Carlino. Quindi, avanti con gli open day. Li sostiene calorosamente l’infettivologo Matteo Bassetti, che vorrebbe anche riattivare gli hub regionali. «La percentuale di vaccinati over 80 è veramente bassa, facciamo presto», raccomanda. Quanti ultraottantenni usciranno di casa con queste temperature per andare all’ingrosso dei vaccini, che non stanno funzionando? «L’adesione alla vaccinazione è veramente scadente ed è triste che sia così», ha commentato il direttore sanitario del Galeazzi di Milano, Fabrizio Pregliasco. Paventa l’onda minacciosa di un virus ancora letale, sparando numeri sui decessi: «Abbiamo sfiorato i 300 morti la scorsa settimana», sottolinea. Morti per o con Covid? Siamo sempre a dati privi di chiarezza.Focalizza, come sempre, il vero problema Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. «La gente, dopo tutto quello che ha sentito sui vaccini, affermato e smentito, e su quanto è stato nascosto ingiustamente, ora ha un atteggiamento di totale rifiuto. Non crede più in questi vaccini», ha detto.Per dare slancio alla campagna vaccinale, che associa anti Covid e anti influenzale sebbene Pfizer ammetta di non avere studi a riguardo, ci vuole ben altro che annunciare gli open day.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccino-virostar-2666458365.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="denunciati-allaia-pfizer-ue-e-oms" data-post-id="2666458365" data-published-at="1701864306" data-use-pagination="False"> Denunciati all’Aia Pfizer, Ue e Oms Una denuncia penale contro i vertici Ue, Oms e Pfizer. Sette personaggi chiave dell’affare vaccini anti Covid sono stati accusati davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia dalla Gemeinwohl-Lobby, associazione di cittadini tedeschi senza indirizzo politico e l’organizzazione per i diritti umani United for freedom, di «numerose violazioni del Codice di Norimberga, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e genocidio». Sul banco degli imputati, si legge in un corposo documento di 24 pagine, devono salire Albert Bourla, ceo di Pfizer, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, il commissario Ue alla Salute, Stella Kyriakides, Emer Cooke, direttore esecutivo dell’Agenzia europea del farmaco Ema, Nanette Cocero, ex responsabile globale del programma vaccini di Pfizer, Bill Gates, cofondatore della Fondazione Bill e Melinda Gates. Nella denuncia, partita dalla Germania, è coinvolto anche Klaus Cichutek, presidente del Paul Ehrlich Institute, l’agenzia federale tedesca per i medicinali e i vaccini. Le accuse sono pesanti quanto circostanziate, viene ricordato l’accordo di acquisto anticipato concluso dalla Ue con l’industria farmaceutica il 20 novembre 2020, prima che il vaccino fosse approvato dall’Ema, malgrado la Commissione Ue fosse a conoscenza degli elevati rischi e le incertezze nella produzione del vaccino. «La responsabilità dell’utilizzo del vaccino è stata trasferita agli Stati membri dell’Ue senza prima chiedere se fossero d’accordo. Quindi alle aziende farmaceutiche e all’Ue non possono essere imputati danni da vaccino». Si sottolinea, inoltre, che i singoli Stati, accettando i contratti d’ordine negoziati dalla Commissione europea, sapevano che «la sicurezza e l’efficacia del vaccino erano sconosciute, ma con le loro firme hanno espressamente approvato». Erano pure al corrente che «il vaccino non può essere prodotto in serie. In tal modo hanno concordato anche la consegna di diversi lotti con diverse quantità di principi attivi». C’è poi il complesso capitolo sulla non sicurezza dei vaccini Pfizer, mai testati per vedere se prevenivano l’infezione, approvati senza che continuassero studi sul gruppo di controllo per verificare possibili danni nel tempo. Sono riportate le conclusioni dei 46 resoconti dei documenti che la Fda è stata costretta a rilasciare sui vaccini anti Covid di Pfizer, dopo l’ordinanza del tribunale del gennaio 2022 emessa dal giudice distrettuale statunitense Mark Pittman, del distretto settentrionale del Texas. «Dimostrano che i danni si sono verificati sin dal momento dell’introduzione […] Pfizer/Biontech hanno dovuto assumere personale aggiuntivo per valutare le segnalazioni», evidenzia la denuncia. Un problema grosso, per l’industria farmaceutica, seppure sempre negato fino a novembre di quest’anno, quando la società Biontech ha presentato il suo rapporto sullo sviluppo finanziario fino al 30 settembre 2023 presso la Securities and exchange commission (Sec) degli Stati Uniti. A pagina 79, deve ammettere di aver ricevuto numerose cause legali contro il suo vaccino per il Covid-19 e di aspettarsi ancora più azioni legali: «Siamo esposti a un rischio intrinseco di responsabilità da prodotto». Nella denuncia al tribunale dell’Aia, presentata il 28 novembre, per ciascuno degli otto «accusati» ci sono ampie motivazioni. Anche nei confronti di Bill Gates, il più grande donatore privato dell’Oms, e grande investitore nei vaccini. E per tutti, perché «hanno contribuito, secondo la loro sfera di influenza, a rendere possibile questo esperimento medico. Allo stesso tempo, hanno fatto tutto il possibile per negare la responsabilità del danno previsto e trasferirlo ad altri». Così operando «hanno portato la popolazione dell’Ue a condizioni di vita devastanti».
Chi ha inventato le luci sugli aerei? Proprio quelle colorate che vediamo lampeggiare quando ne scorgiamo uno nel cielo. Ecco la storia di Warren e della sua fantastica idea!
Giorgia Meloni (Ansa)
Ieri la pantomima sulla Groenlandia, che Donald Trump ha eletto a checkpoint Charlie del nuovo ordine mondiale, ha toccato l’apice. Gli europei hanno inviato sull’isola un contingente militare di svedesi, francesi e tedeschi. Poche centinaia di soldati, con un ufficiale belga, che hanno fatto arricciare il naso a Vladimir Putin che se dice che la Danimarca è Europa però mette sull’avviso la Nato: manovre vicine a noi provocheranno una reazione. Perciò Copenaghen si è affrettata a sostenere che la missione Artic Endurance, già in ritirata, va allargata agli Usa: finita la guerra in Ucraina prevedendo un espansionismo di Mosca dovranno garantire con gli europei la sicurezza nell’Artico. Ieri mentre il presidente del Ppe Manfred Weber, accodandosi a Pse e Renew, ha sentenziato che «si sospendono gli accordi commerciali tra Usa e Ue finché resta la minaccia dei dazi aggiuntivi», il cancelliere tedesco Friedrich Merz faceva ritirare, dopo 24 ore, le truppe tedesche dalla Groenlandia perché «fa troppo freddo», ma ribadiva: «Siamo a fianco di Danimarca e isolani, come Nato ci impegniamo a garantire la sicurezza nell’Artico e avvertiamo che le minacce tariffarie compromettono le relazioni transatlantiche e comportano il rischio di un’escalation». Qualcosa però non torna. A fine novembre - rivela Die Welt - la Nato ha deciso il trasferimento top secret della difesa dei Paesi nordici dal comando di Brunnsum (Paesi Bassi) a quello di Norfolk (Stati Uniti) e riguarda Danimarca, Finlandia e Svezia. Perciò il comandante della Seconda Flotta Usa di Norfolk, Douglas G. Perry, sarebbe responsabile della difesa della Groenlandia, potenzialmente contro un ordine militare del suo stesso comandante in capo, il presidente americano.
A Bruxelles hanno deciso di sfidare oltre a Donald Trump anche il ridicolo. Stamane il segretario generale della Nato vede il ministro della Difesa della Danimarca, Troels Lund Poulsen, e il ministro per gli Affari esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri Mark Rutte col presidente americano ha discusso i piani di difesa Nato per la sicurezza nell’Artico. Se questo è il quadro sul terreno resta la disperata ricerca di pretesti per farsi vedere. Emmanuel Macron - scavalcando i tedeschi - chiede «l’attivazione dello strumento anticoercizione dell’Ue qualora venissero messe in atto le minacce di Trump relative a nuovi dazi». Significa di fatto interrompere ogni rapporto economico con Washington. È lo stesso strumento invocato da Paolo Gentiloni che alla Stampa accusa: quello di Trump «è l’annuncio di un atto di guerra economica ai propri alleati: il rischio è che in Groenlandia oltre ai ghiacciai si sciolga anche la Nato». E poi aggiunge che la posizione «attendista italiana non giova perché il nostro è il governo più trumpiano d’Europa». Peccato che l’Irlanda col primo ministro Micheal Martin dica che «una guerra commerciale Usa-Ue sarebbe dannosa per tutti e va trovata un’intesa». Non la pensano così Ursula von der Leyen - «si rischia una spirale pericolosa» - e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, che come già col Mercosur sperano nella crisi groenlandese per evitare che si liquefaccia l’Europa. Per il Financial Times la Ue starebbe valutando l’ipotesi di controdazi per 93 miliardi. Dà una mano il britannico Keir Starmer che critica i dazi, ma vuole vedersela a tu per tu con Trump.
La posizione italiana - ribadita dal ministro degli Esteri Antonio Tajani: «La nostra capacità di mediare proverà a evitare guerre commerciali e contrasti, vogliamo trovare accordi che non penalizzino nessuno» - è quella di Giorgia Meloni che condivide la preoccupazione di Trump sull’Artico ma stigmatizza: «La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia è un errore e non la condivido. C’è bisogno di riprendere il dialogo ed evitare l’escalation».
Come già sulla prima partita dei dazi finirà che la Von der Leyen dovrà chiedere aiuto alla Meloni perché - come sostiene Nicola Procaccini di Ecr - «siamo per la distensione, lo strumento anticoercizione invocato da Macron non va in quella direzione, si guardi invece all’accordo sui dazi con gli Usa che tiene e ha dato frutti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente americano ha detto che qualora venissero inviati dei soldati in Groenlandia, gli Stati Uniti metterebbero dazi sui Paesi che partecipassero all’operazione con loro uomini sul terreno. In pratica, più che a un conflitto vero e proprio con Bruxelles, siamo di fronte a una nuova guerra commerciale con gli Stati Uniti. Il problema è che da Macron alla Von der Leyen (Merz si è subito adeguato ordinando la retromarcia delle sue truppe), in molti in Europa sembrano non capire che l’Unione non può permettersi di innescare un’altra battaglia con l’America sul tema dei dazi. Come abbiamo già visto lo scorso anno, la Ue ha tutto da perdere in un braccio di ferro con Washington, prova ne sia che, dopo aver minacciato sfracelli, di fronte alle pretese di Trump di riequilibrare la bilancia commerciale, ha accettato un accordo che ha fatto sparire le tariffe sui prodotti Usa, concordando per di più acquisti di prodotti petroliferi e forniture militari. Che altro può mettere in campo dunque Bruxelles per arginare le pretese americane? A mio parere solo la demagogia. E infatti in queste ore, dal piccolo Napoleone dell’Eliseo alla baronessa che guida l’Unione, se ne sta spargendo a piene mani. Invece di comprendere quali siano le ragioni geopolitiche dello scontro in atto e come cercare di raggiungere un’intesa, l’Europa si appresta a una mossa che non ha alcuna valenza militare ma solo d’immagine. I 100 o 200 militari che si vogliono inviare in Groenlandia non hanno alcuna capacità difensiva, ma il loro schieramento rischia di innescare un conflitto commerciale che la Ue potrebbe pagare a caro prezzo. E non soltanto perché, come spesso abbiamo spiegato a proposito dei dazi, quando si introducono delle tariffe come rappresaglia nei confronti di un Paese, l’arma dalla parte del manico è impugnata dall’acquirente, non certo dal venditore. Giocando con le tasse sui prodotti importati dagli Usa, usandole come strumento di coercizione, l’economia dei Paesi europei rischia non soltanto di farsi molto male, ma di finire definitivamente tra le braccia della Cina, divenendone praticamente un satellite, come già è accaduto ad altri.
Vale la pena di rompersi l’osso del collo per la Groenlandia o non sarebbe il caso di capire perché Trump insiste tanto a volerla? È evidente che ci sono ragioni strategiche dietro alla sua insistenza. Questioni che riguardano i commerci internazionali, le rotte artiche, ma che hanno anche a che fare con gli approvvigionamenti di materie prime. E probabilmente molti di questi punti potrebbero essere risolti con un negoziato che consentisse una maggiore presenza e penetrazione degli Stati Uniti sull’isola.
Tuttavia, il braccio di ferro che potrebbe innescarsi fra America ed Europa non tocca soltanto la possibilità di quest’ultima di resistere a un’offensiva sulle esportazioni, con l’aggravio delle tariffe per le merci Ue. Ha influenza anche sugli schieramenti. Siamo sicuri che una Ue già impegnata sul fronte orientale, già incapace di fronteggiare le minacce russe, sarebbe in grado di reggere anche uno sforzo - se non bellico, probabilmente commerciale - sul fronte occidentale?
Parliamoci chiaro una volta per tutte: oggi, nonostante la prosopopea di qualche suo leader, la Ue è un vaso di coccio fra vasi di ferro. La sua economia è in ritirata da tempo e i troppi sistemi di regolamentazione frenano qualsiasi possibile recupero. Senza dire che invece di pagare il welfare a cui la popolazione si è ormai abituata, la forte immigrazione rischia di mandarlo in bancarotta, aumentando anche i problemi di sicurezza. Detto in altre parole, davvero siamo in grado, noi europei, di dichiarare guerra - per lo meno commerciale - agli Usa? Io credo di no e penso che se lo facessimo, con buona pace dei molti Gentiloni che dopo aver trascorso una vita a fare da scendiletto dei potenti oggi si scoprono un animo da guerrieri, sarebbe un suicidio. Volete un consiglio? Visto che l’Europa, nonostante sia affetta da un complesso di superiorità, è inferiore all’America, chiediamo di aderire agli Stati Uniti. Se entrassimo separati, cioè aderendo ogni Stato per conto proprio, gli Usa avrebbero 67 Stati, ma avrebbero anche 900 milioni di abitanti. Se poi, oltre alla Costituzione americana (la Ue non ne ha una) adottassimo pure le politiche liberiste d’Oltreoceano, non solo sarebbe risolto il problema della Groenlandia e quello dei dazi, ma probabilmente porremmo anche fine al declino europeo. È un’idea folle la mia? Può darsi, ma certo fa meno ridere di quella di mandare 100 o 200 militari a Nuuk scatenando una guerra con gli Usa.
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Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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