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2024-01-24
Il Nautilus e il K-3. Sottomarini nucleari nelle acque della Guerra Fredda
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Il varo dell'USS «Nautilus» a Groton (Connecticut) nel gennaio 1954 (US Navy Archives)
Il sommergibile SSN-571 «Nautilus» fu il primo sottomarino nucleare della storia. Il suo varo, avvenuto 70 anni fa in piena Guerra Fredda, segnò un capitolo importante della tecnologia navale e del confronto tra le due superpotenze rivali, gli Usa e l’Urss. Il sottomarino della US Navy fu calato nelle acque del fiume Thames su cui si affacciavano i cantieri navali di Groton, nel Connecticut. La madrina fu la first lady Mamie Eisenhower, che tagliò il nastro di fronte alla folla di autorità civili e militari. I 98 metri di lunghezza dello scafo assaggiarono per la prima volta le acque gelide della costa nordamericana per rimanervi immerso per i 25 anni successivi.
Simbolo della potenza a stelle e strisce a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’era atomica proseguì la sua corsa durante gli anni della sfida tra blocchi contrapposti trovando applicazione tanto in campo civile quanto militare. In quello navale, l’energia nucleare applicata ai motori rappresentava la frontiera, in quanto in grado di assicurare ai natanti da guerra velocità e autonomia impossibili con i propulsori tradizionali. Il progetto del Nautilus prese il via nel 1951 grazie alla sinergia tra la Marina degli Stati Uniti e la Commissione sull’energia atomica (AEC). Il progetto fu presentato al presidente Harry Truman nel mese di luglio e poco più tardi il Congresso diede il via libera alla costruzione, iniziata nel 1952. La progettazione del cuore atomico del sottomarino fu assegnata al colosso Westinghouse, che costruì il propulsore chiamato «S2W» o Submarine 2nd Generation Westinghouse. L’unità era in grado di sviluppare la potenza di 13.400Cv e spingere il sottomarino alla velocità massima di circa 43 Km/h (sia in superficie che in immersione), una caratteristica che lo rendeva praticamente immune agli attacchi di altri natanti e invisibile ai radar per la capacità di uscire rapidamente dalle zone inquadrate. Il Nautilus, con il suo equipaggio di 104 uomini agli ordini del comandante Eugene P.Wilkinson compì la prima sortita ufficiale soltanto un anno più tardi, il 17 gennaio 1955. Il fiore all’occhiello della Marina statunitense (e della Nato) percorse 1.381 miglia in 89,8 ore, il percorso più lungo in immersione, fino a quella data, da parte di un sottomarino alla più alta velocità sott’acqua mai registrata. In due anni di test, periodo nel quale fu sottoposto a simulazioni di guerra sottomarina che evidenziarono come fosse ormai lontana l’era delle battaglie tra sommergibili dell’ultimo conflitto mondiale, il sommergibile nucleare navigò per 60mila miglia toccando i porti americani e quelli dei Paesi alleati d’Europa. Fu anche in Italia, in una delle visite alle basi alleate nel Mediterraneo, approdando a La Spezia nell’ottobre del 1960.
Il Nautilus non fu mai impiegato per scopi bellici né ingaggiò mai combattimenti con navi o sommergibili avversari. Fu ricordato soprattutto per un’impresa che segnò un record: l’attraversamento del Polo Nord in immersione sotto la calotta di ghiaccio dal Mare di Barrow alla Groenlandia. Dopo un tentativo infruttuoso nell’estate del 1957, l’impresa riuscì l’anno successivo. Il 1°agosto 1958 il sommergibile si immerse sotto il pack per riemergere nuovamente il 7 agosto al largo della Groenlandia. Ai comandi di William R.Anderson, il sottomarino nucleare navigò sotto i ghiacci per 96 ore coprendo una distanza di 2.940 chilometri guidato dal sistema di navigazione inerziale North American Aviation N6A-1, lo stesso montato sui missili balistici Navaho.
Dopo aver coronato con il successo l’impresa del Polo Nord, il Nautilus fu sottoposto a revisione completa, con la sostituzione del nocciolo del reattore nel 1959. Proseguì la sua attività nella Sesta Flotta e partecipò nel 1962 al blocco navale di Cuba, uno dei momenti di massima tensione della Guerra fredda.
Il Nautilus nel 1966 fu nuovamente revisionato quando aveva, a quel punto della sua carriera, percorso più di 500mila chilometri. Altri ne percorrerà fino al 1979: il 9 aprile partì da Groton, dove era stato varato nel 1954, per il suo ultimo viaggio verso la costa californiana. Al cantiere navale di Mare Island a Vallejo fu sottoposto alle pratiche di inattivazione del reattore ed infine radiato dal servizio il 3 marzo del 1980.
Il Nautilus è stato dichiarato monumento nazionale e nel 1982 è tornato a Groton, sulle rive del fiume Thames dove era nato. E dove è in mostra ancora oggi.
Come per la corsa allo spazio, durante la contrapposizione tra le superpotenze Stati Uniti e Unione Sovietica, la gara per il dominio tecnologico e militare si svolse anche nei mari. Se i sovietici partirono in vantaggio nella prima, con il successo dello Sputnik, gli americani risposero con il successo del Nautilus e del suo viaggio sotto la calotta artica. La competizione tra i due grandi blocchi nell’era atomica non fece attendere a lungo la risposta di Mosca al sommergibile americano dei record. Nel 1955, soltanto un anno dopo il varo del Nautilus, la Marina sovietica iniziò la costruzione del suo primo sottomarino nucleare, Il K-3 «Leniniskij Komsomol», intitolato alla gioventù sovietica leninista. Dotato di un propulsore nucleare raffreddato ad acqua simile a quello del rivale americano poteva sviluppare una potenza anche superiore, di ben 17.500 Cv. In immersione poteva raggiungere la velocità di 30,5 nodi (56 Km/h) ed era lungo 107,4 metri. Simile anche per numero di uomini di equipaggio al Nautilus, il K-3 fu utilizzato dalla Marina sovietica in modo simile al rivale americano. Nella corsa al dominio dei mari, anche il sommergibile sovietico puntò al Polo Nord in cerca di un primato che facesse eco nel mondo diviso in due. L’obiettivo fu centrato nel 1962 quando anche il K-3 raggiunse il Polo Nord Magnetico. La vita operativa del K-3 fu funestata da un gravissimo incidente avvenuto durante la navigazione nel Mare di Norvegia. L’8 settembre 1967 un incendio scoppiò nella sala dei siluri a causa di una scintilla che innescò i gas dei lubrificanti. Nonostante le procedure d'emergenza messe in atto correttamente dall'equipaggio, a causa dell'impianto antincendio a CO2 i morti asfissiati furono 39. Riparato, il sommergibile sovietico rimase in servizio di deterrenza e fu incaricato di seguire i movimenti dei sottomarini americani dotati di missili balistici. Il K-3, che portava il nome del padre della rivoluzione russa, andò in pensione con la Perestrojka di Michail Gorbaciov nel 1988. Il suo restauro e la sua esposizione come monumento era previsto per l'inizio del 2023. Ma un'altra guerra, oggi combattuta da Mosca contro l'Ucraina, ne ha causato il rinvio.
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Nel gennaio 1954 fu varato dalla Marina Usa il primo sommergibile nucleare del mondo. I sovietici risposero l'anno successivo. Non ingaggiarono mai battaglia, ma furono simboli dell'«era atomica» e della corsa tecnologica delle due superpotenze.Il sommergibile SSN-571 «Nautilus» fu il primo sottomarino nucleare della storia. Il suo varo, avvenuto 70 anni fa in piena Guerra Fredda, segnò un capitolo importante della tecnologia navale e del confronto tra le due superpotenze rivali, gli Usa e l’Urss. Il sottomarino della US Navy fu calato nelle acque del fiume Thames su cui si affacciavano i cantieri navali di Groton, nel Connecticut. La madrina fu la first lady Mamie Eisenhower, che tagliò il nastro di fronte alla folla di autorità civili e militari. I 98 metri di lunghezza dello scafo assaggiarono per la prima volta le acque gelide della costa nordamericana per rimanervi immerso per i 25 anni successivi.Simbolo della potenza a stelle e strisce a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’era atomica proseguì la sua corsa durante gli anni della sfida tra blocchi contrapposti trovando applicazione tanto in campo civile quanto militare. In quello navale, l’energia nucleare applicata ai motori rappresentava la frontiera, in quanto in grado di assicurare ai natanti da guerra velocità e autonomia impossibili con i propulsori tradizionali. Il progetto del Nautilus prese il via nel 1951 grazie alla sinergia tra la Marina degli Stati Uniti e la Commissione sull’energia atomica (AEC). Il progetto fu presentato al presidente Harry Truman nel mese di luglio e poco più tardi il Congresso diede il via libera alla costruzione, iniziata nel 1952. La progettazione del cuore atomico del sottomarino fu assegnata al colosso Westinghouse, che costruì il propulsore chiamato «S2W» o Submarine 2nd Generation Westinghouse. L’unità era in grado di sviluppare la potenza di 13.400Cv e spingere il sottomarino alla velocità massima di circa 43 Km/h (sia in superficie che in immersione), una caratteristica che lo rendeva praticamente immune agli attacchi di altri natanti e invisibile ai radar per la capacità di uscire rapidamente dalle zone inquadrate. Il Nautilus, con il suo equipaggio di 104 uomini agli ordini del comandante Eugene P.Wilkinson compì la prima sortita ufficiale soltanto un anno più tardi, il 17 gennaio 1955. Il fiore all’occhiello della Marina statunitense (e della Nato) percorse 1.381 miglia in 89,8 ore, il percorso più lungo in immersione, fino a quella data, da parte di un sottomarino alla più alta velocità sott’acqua mai registrata. In due anni di test, periodo nel quale fu sottoposto a simulazioni di guerra sottomarina che evidenziarono come fosse ormai lontana l’era delle battaglie tra sommergibili dell’ultimo conflitto mondiale, il sommergibile nucleare navigò per 60mila miglia toccando i porti americani e quelli dei Paesi alleati d’Europa. Fu anche in Italia, in una delle visite alle basi alleate nel Mediterraneo, approdando a La Spezia nell’ottobre del 1960.Il Nautilus non fu mai impiegato per scopi bellici né ingaggiò mai combattimenti con navi o sommergibili avversari. Fu ricordato soprattutto per un’impresa che segnò un record: l’attraversamento del Polo Nord in immersione sotto la calotta di ghiaccio dal Mare di Barrow alla Groenlandia. Dopo un tentativo infruttuoso nell’estate del 1957, l’impresa riuscì l’anno successivo. Il 1°agosto 1958 il sommergibile si immerse sotto il pack per riemergere nuovamente il 7 agosto al largo della Groenlandia. Ai comandi di William R.Anderson, il sottomarino nucleare navigò sotto i ghiacci per 96 ore coprendo una distanza di 2.940 chilometri guidato dal sistema di navigazione inerziale North American Aviation N6A-1, lo stesso montato sui missili balistici Navaho. Dopo aver coronato con il successo l’impresa del Polo Nord, il Nautilus fu sottoposto a revisione completa, con la sostituzione del nocciolo del reattore nel 1959. Proseguì la sua attività nella Sesta Flotta e partecipò nel 1962 al blocco navale di Cuba, uno dei momenti di massima tensione della Guerra fredda. Il Nautilus nel 1966 fu nuovamente revisionato quando aveva, a quel punto della sua carriera, percorso più di 500mila chilometri. Altri ne percorrerà fino al 1979: il 9 aprile partì da Groton, dove era stato varato nel 1954, per il suo ultimo viaggio verso la costa californiana. Al cantiere navale di Mare Island a Vallejo fu sottoposto alle pratiche di inattivazione del reattore ed infine radiato dal servizio il 3 marzo del 1980. Il Nautilus è stato dichiarato monumento nazionale e nel 1982 è tornato a Groton, sulle rive del fiume Thames dove era nato. E dove è in mostra ancora oggi. Come per la corsa allo spazio, durante la contrapposizione tra le superpotenze Stati Uniti e Unione Sovietica, la gara per il dominio tecnologico e militare si svolse anche nei mari. Se i sovietici partirono in vantaggio nella prima, con il successo dello Sputnik, gli americani risposero con il successo del Nautilus e del suo viaggio sotto la calotta artica. La competizione tra i due grandi blocchi nell’era atomica non fece attendere a lungo la risposta di Mosca al sommergibile americano dei record. Nel 1955, soltanto un anno dopo il varo del Nautilus, la Marina sovietica iniziò la costruzione del suo primo sottomarino nucleare, Il K-3 «Leniniskij Komsomol», intitolato alla gioventù sovietica leninista. Dotato di un propulsore nucleare raffreddato ad acqua simile a quello del rivale americano poteva sviluppare una potenza anche superiore, di ben 17.500 Cv. In immersione poteva raggiungere la velocità di 30,5 nodi (56 Km/h) ed era lungo 107,4 metri. Simile anche per numero di uomini di equipaggio al Nautilus, il K-3 fu utilizzato dalla Marina sovietica in modo simile al rivale americano. Nella corsa al dominio dei mari, anche il sommergibile sovietico puntò al Polo Nord in cerca di un primato che facesse eco nel mondo diviso in due. L’obiettivo fu centrato nel 1962 quando anche il K-3 raggiunse il Polo Nord Magnetico. La vita operativa del K-3 fu funestata da un gravissimo incidente avvenuto durante la navigazione nel Mare di Norvegia. L’8 settembre 1967 un incendio scoppiò nella sala dei siluri a causa di una scintilla che innescò i gas dei lubrificanti. Nonostante le procedure d'emergenza messe in atto correttamente dall'equipaggio, a causa dell'impianto antincendio a CO2 i morti asfissiati furono 39. Riparato, il sommergibile sovietico rimase in servizio di deterrenza e fu incaricato di seguire i movimenti dei sottomarini americani dotati di missili balistici. Il K-3, che portava il nome del padre della rivoluzione russa, andò in pensione con la Perestrojka di Michail Gorbaciov nel 1988. Il suo restauro e la sua esposizione come monumento era previsto per l'inizio del 2023. Ma un'altra guerra, oggi combattuta da Mosca contro l'Ucraina, ne ha causato il rinvio.
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
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