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2023-02-24
Urso: «Rifare il sistema incentivi. Se no finiscono a Stellantis estero»
Adolfo Urso (Ansa)
Così come sono strutturati, gli incentivi per l’acquisto di auto elettriche pensati dal governo Meloni finiscono tutti all’estero, in particolar modo a Stellantis, gruppo che produce poche auto a batteria all’interno dei confini italiani.
«I risultati di questi mesi ci dicono che gli incentivi finiscono in misura significativa alla grande azienda Stellantis, con cui abbiamo un rapporto e un confronto in atto, per circa il 40% ma in gran parte per auto realizzate fuori dall’Italia», ha detto il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, rispondendo al question time in Aula del Senato. Il ministro ha ricordato che gli incentivi richiesti sono quelli per le macchine tradizionali o ibride mentre «quelli sulle auto elettriche sono poco richieste» perché questo tipo di auto «continuano a costare troppo care in Italia». Inoltre, sul territorio, ha ricordato ancora Urso, ci sono 36.000 colonnine di ricarica rispetto alle 90.000 dell’Olanda.
Il ministro Urso ieri mattina, sempre sul tema degli incentivi, ha parlato nel corso del convegno dal titolo «La rivoluzione dell’automotive: le ricadute sul sistema industriale italiano e il ruolo delle imprese e del management». «Noi stiamo riflettendo su come realizzare incentivi che in qualche misura incentivino la produzione nazionale», ha detto Urso ricordando che è in arrivo un confronto al ministero con Stellantis e tutta la filiera dell’automotive. Come ha detto il ministro, «gli incentivi per le macchine elettriche sono rimasti per lo più inutilizzati. Non sono stati considerati significativi», anche perché si tratta di modelli che si «possono permettere in pochi. Quelli che se la possono permettere non hanno bisogno di incentivi per comprarsela», ha proseguito ricordando che bisogna «fare in modo che il consumatore sia incentivato davvero ad acquistare un’auto elettrica».
Urso, sempre ieri, ha ricordato che in tema di incentivi, dopo aver incontrato nei giorni scorsi il vicecancelliere e ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, a breve incontrerà il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire. «Siamo impegnati perché nei prossimi mesi due dossier che rimangono in campo», ha detto Urso, per quello che interessa l’Euro 7 e i veicoli pesanti, «ci sia un approccio pragmantico della Ue. E siamo impegnati perché nel 2026 con la clausola di salvaguardia che è prevista ci sia davvero una revisione affinché il sistema industriale italiano possa raggiungere questo obiettivo» che porterà verso una transizione sostenibile. Non a caso, l’esecutivo ha «avviato una politica industriale che serve a colmare le nostre lacune. Abbiamo insediato un tavolo tecnico sulle materie prime critiche perché mancano le materie prime che servono alla transizione. Rischiamo di passare dalla sudditanza verso l’energia russa a quella verso la Cina, sia per quanto riguarda le materie prime che le tecnologie green. Chiediamo una maggiore flessibilità in Europa», ha concluso.
«C’è sempre più consapevolezza che su questi due dossier», quello su Euro 7 e veicoli pesanti, «dobbiamo imporre una visione pragmatica a questa Commissione, o lo farà la prossima, perché nel 2024 si vota e questa sempre più larga opposizione a una visione ideologica probabilmente diventerà maggioranza». Si tratta di argomenti che potranno essere affrontati «in un contesto politico-istituzionale ben diverso da quello attuale, frutto della visione ideologica dell’Europa di 4-5 anni fa».
Ieri, Urso ha parlato anche di come il governo intenda riorganizzare tutti i sussidi oggi in vigore nel nostro Paese. In Italia «c’è in atto una giungla di incentivi», «ci sono quasi duemila incentivi, in parte nazionali e in gran parte regionali, tra loro difficilmente compatibili. Agiremo per disboscare, razionalizzare, omogeneizzare e renderli duraturi nel tempo», ha detto a Radio anch’io (Rai radio 1) rispondendo sul disegno di legge delega sugli incentivi alle imprese all’esame ieri in Consiglio dei ministri.
Il ministro, sempre a Federmanager, ha quindi sottolineato che «c’è bisogno di un nuovo paradigma, di una nuova visione. Questo governo ce l’ha: dobbiamo preservare il nostro tessuto industriale, consentirgli di affrontare la transizione e vincere la sfida. Riteniamo che il Paese, le imprese e voi manager avete gli strumenti per affrontare questa sfida se il governo ve li fornirà in maniera significativa, riuscendo a fare valere nell’Unione europea gli interessi nazionali».
Urso, così come tutto il governo, insomma, ha preso atto che al momento il sistema degli incentivi presenti in Italia è poco organizzato e non sta sortendo gli effetti sperati. In particolar modo, nel caso di quelli per le auto elettriche, nuova panacea a tutti i mali dell’ambiente, che però in Italia nessuno compra perché ancora troppo care e di difficile gestione a causa di infrastrutture carenti, soprattutto rispetto ai maggiori mercati europei. In Francia, Olanda, Germania e non solo, infatti, spesso le colonnine di ricarica sono decisamente più presenti e gli stipendi spesso consentono di comprare con più agio vetture a batteria.
Materie prime, garantiti 500 milioni
Il colosso del trading di materie prime Trafigura otterrà un prestito quinquennale di 500 milioni di dollari garantito dal governo italiano attraverso Sace, controllata del Mef. I fondi verranno erogati dalla banca giapponese Sumitomo Mitsui banking corporation (Smbc) come capofila di un consorzio di istituti internazionali, tra cui anche Unicredit e Credit agricole. Con l’accordo Trafigura si impegna a valutare l’acquisto di forniture e subforniture dalle imprese italiane a supporto dei propri piani di investimento e in parallelo fornirà all’industria italiana materie prime per almeno 300 milioni di dollari l’anno. «Si tratta di commodity come materiali non ferrosi fondamentali per le attività di numerosi comparti industriali e che assumono ancor maggiore centralità alla luce degli effetti del conflitto russo-ucraino», spiega Sace in una nota.
Il prestito è comunque un’ottima notizia per Trafigura che di recente è rimasta vittima di una presunta frode. Pensando di avere acquistato da una società indiana una ingente quantità di nichel, i dipendenti della società una volta aperti i container al porto di Rotterdam, pochi giorni prima di Natale, si sono trovati davanti la brutta sorpresa: un gigantesco carico di pietre dipinte. La truffa è costata alla società circa 577 milioni di dollari, anche se - sottolinea Bloomberg, che per primo ha riportato la notizia - la somma potrebbe rivelarsi inferiore se riuscirà a recuperare una parte dei fondi andati perduti. Il colosso del trading può comunque consolarsi con numeri incoraggianti. L’azienda ha chiuso l’anno fiscale 2022, terminato il 30 settembre, con 7 miliardi di dollari di utile, più che raddoppiati rispetto ai 3,1 dell’anno precedente.
Trafigura, che ha sede in Svizzera e Singapore, in Italia è coinvolta anche nell’acquisizione della raffineria Isab di Priolo, controllata dai russi di Lukoil, da parte del fondo cipriota Goi con cui il trader di materie prime ha siglato accordi esclusivi di lungo termine. Come aveva scritto La Verità lo scorso 14 gennaio, nelle prime settimane del 2023 Trafigura ha anche siglato un accordo per uscire da un’importante joint-venture (Nayara energy) con Rosneft in India, sciogliendo una relazione che durava da un decennio. Il suo pacchetto del 24,5% è stato venduto alla Hara capital sarl, una filiale dell’italiana Mareterra group holding, precedentemente nota come Genera, che investe anche in società energetiche. A capo di questa società basata nella Capitale c’è l’imprenditore romano Filippo Ghirelli. Le parti non hanno reso noto il prezzo, ma Trafigura aveva valutato la sua quota attorno ai 166 milioni di dollari. Rosneft, invece, manterrà la sua partecipazione del 49% in Nayara acquisita nel 2017 quando la Russia stava cercando di espandere i propri legami energetici con l’Asia.
Intanto si avvicina il 31 marzo, data prevista per la chiusura dell’operazione Priolo. Le sorti della raffineria Isab restano però appese al nodo del golden power. Nel frattempo, ha scritto ieri il quotidiano MF, c’è stato un incontro tra il direttore generale Isab/Lukoil, Eugene Maniakhine e i sindacati Filctem, Femca, Uiltec che sollecitano un incontro con l’acquirente, ma intanto chiedono a Palazzo Chigi di accelerare «con l’applicazione del golden power, lo strumento che potrebbe di fatto avviare le procedure per il passaggio della raffineria a Goi energy». Il governo, intanto, ha dichiarato la raffineria di interesse strategico nazionale, su proposta del ministero delle Imprese e del made in Italy, di concerto con quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha firmato il decreto lo scorso 3 febbraio.
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Il ministro: «Il gruppo ne incamera il 40% ma produce poche auto a batteria nei nostri confini. La giungla degli aiuti: sono quasi 2.000 mal organizzati e non danno effetti. La Ue riveda i dossier Euro 7 e veicoli pesanti».Il colosso del trading Trafigura, coinvolto anche nell’acquisizione di Priolo, otterrà il prestito avallato da Sace. Recupererà forniture da vendere alle aziende italiane.Lo speciale contiene due articoliCosì come sono strutturati, gli incentivi per l’acquisto di auto elettriche pensati dal governo Meloni finiscono tutti all’estero, in particolar modo a Stellantis, gruppo che produce poche auto a batteria all’interno dei confini italiani.«I risultati di questi mesi ci dicono che gli incentivi finiscono in misura significativa alla grande azienda Stellantis, con cui abbiamo un rapporto e un confronto in atto, per circa il 40% ma in gran parte per auto realizzate fuori dall’Italia», ha detto il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, rispondendo al question time in Aula del Senato. Il ministro ha ricordato che gli incentivi richiesti sono quelli per le macchine tradizionali o ibride mentre «quelli sulle auto elettriche sono poco richieste» perché questo tipo di auto «continuano a costare troppo care in Italia». Inoltre, sul territorio, ha ricordato ancora Urso, ci sono 36.000 colonnine di ricarica rispetto alle 90.000 dell’Olanda. Il ministro Urso ieri mattina, sempre sul tema degli incentivi, ha parlato nel corso del convegno dal titolo «La rivoluzione dell’automotive: le ricadute sul sistema industriale italiano e il ruolo delle imprese e del management». «Noi stiamo riflettendo su come realizzare incentivi che in qualche misura incentivino la produzione nazionale», ha detto Urso ricordando che è in arrivo un confronto al ministero con Stellantis e tutta la filiera dell’automotive. Come ha detto il ministro, «gli incentivi per le macchine elettriche sono rimasti per lo più inutilizzati. Non sono stati considerati significativi», anche perché si tratta di modelli che si «possono permettere in pochi. Quelli che se la possono permettere non hanno bisogno di incentivi per comprarsela», ha proseguito ricordando che bisogna «fare in modo che il consumatore sia incentivato davvero ad acquistare un’auto elettrica».Urso, sempre ieri, ha ricordato che in tema di incentivi, dopo aver incontrato nei giorni scorsi il vicecancelliere e ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, a breve incontrerà il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire. «Siamo impegnati perché nei prossimi mesi due dossier che rimangono in campo», ha detto Urso, per quello che interessa l’Euro 7 e i veicoli pesanti, «ci sia un approccio pragmantico della Ue. E siamo impegnati perché nel 2026 con la clausola di salvaguardia che è prevista ci sia davvero una revisione affinché il sistema industriale italiano possa raggiungere questo obiettivo» che porterà verso una transizione sostenibile. Non a caso, l’esecutivo ha «avviato una politica industriale che serve a colmare le nostre lacune. Abbiamo insediato un tavolo tecnico sulle materie prime critiche perché mancano le materie prime che servono alla transizione. Rischiamo di passare dalla sudditanza verso l’energia russa a quella verso la Cina, sia per quanto riguarda le materie prime che le tecnologie green. Chiediamo una maggiore flessibilità in Europa», ha concluso.«C’è sempre più consapevolezza che su questi due dossier», quello su Euro 7 e veicoli pesanti, «dobbiamo imporre una visione pragmatica a questa Commissione, o lo farà la prossima, perché nel 2024 si vota e questa sempre più larga opposizione a una visione ideologica probabilmente diventerà maggioranza». Si tratta di argomenti che potranno essere affrontati «in un contesto politico-istituzionale ben diverso da quello attuale, frutto della visione ideologica dell’Europa di 4-5 anni fa».Ieri, Urso ha parlato anche di come il governo intenda riorganizzare tutti i sussidi oggi in vigore nel nostro Paese. In Italia «c’è in atto una giungla di incentivi», «ci sono quasi duemila incentivi, in parte nazionali e in gran parte regionali, tra loro difficilmente compatibili. Agiremo per disboscare, razionalizzare, omogeneizzare e renderli duraturi nel tempo», ha detto a Radio anch’io (Rai radio 1) rispondendo sul disegno di legge delega sugli incentivi alle imprese all’esame ieri in Consiglio dei ministri.Il ministro, sempre a Federmanager, ha quindi sottolineato che «c’è bisogno di un nuovo paradigma, di una nuova visione. Questo governo ce l’ha: dobbiamo preservare il nostro tessuto industriale, consentirgli di affrontare la transizione e vincere la sfida. Riteniamo che il Paese, le imprese e voi manager avete gli strumenti per affrontare questa sfida se il governo ve li fornirà in maniera significativa, riuscendo a fare valere nell’Unione europea gli interessi nazionali».Urso, così come tutto il governo, insomma, ha preso atto che al momento il sistema degli incentivi presenti in Italia è poco organizzato e non sta sortendo gli effetti sperati. In particolar modo, nel caso di quelli per le auto elettriche, nuova panacea a tutti i mali dell’ambiente, che però in Italia nessuno compra perché ancora troppo care e di difficile gestione a causa di infrastrutture carenti, soprattutto rispetto ai maggiori mercati europei. In Francia, Olanda, Germania e non solo, infatti, spesso le colonnine di ricarica sono decisamente più presenti e gli stipendi spesso consentono di comprare con più agio vetture a batteria. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/urso-rifare-il-sistema-incentivi-se-no-finiscono-a-stellantis-estero-2659460379.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="materie-prime-garantiti-500-milioni" data-post-id="2659460379" data-published-at="1677182227" data-use-pagination="False"> Materie prime, garantiti 500 milioni Il colosso del trading di materie prime Trafigura otterrà un prestito quinquennale di 500 milioni di dollari garantito dal governo italiano attraverso Sace, controllata del Mef. I fondi verranno erogati dalla banca giapponese Sumitomo Mitsui banking corporation (Smbc) come capofila di un consorzio di istituti internazionali, tra cui anche Unicredit e Credit agricole. Con l’accordo Trafigura si impegna a valutare l’acquisto di forniture e subforniture dalle imprese italiane a supporto dei propri piani di investimento e in parallelo fornirà all’industria italiana materie prime per almeno 300 milioni di dollari l’anno. «Si tratta di commodity come materiali non ferrosi fondamentali per le attività di numerosi comparti industriali e che assumono ancor maggiore centralità alla luce degli effetti del conflitto russo-ucraino», spiega Sace in una nota. Il prestito è comunque un’ottima notizia per Trafigura che di recente è rimasta vittima di una presunta frode. Pensando di avere acquistato da una società indiana una ingente quantità di nichel, i dipendenti della società una volta aperti i container al porto di Rotterdam, pochi giorni prima di Natale, si sono trovati davanti la brutta sorpresa: un gigantesco carico di pietre dipinte. La truffa è costata alla società circa 577 milioni di dollari, anche se - sottolinea Bloomberg, che per primo ha riportato la notizia - la somma potrebbe rivelarsi inferiore se riuscirà a recuperare una parte dei fondi andati perduti. Il colosso del trading può comunque consolarsi con numeri incoraggianti. L’azienda ha chiuso l’anno fiscale 2022, terminato il 30 settembre, con 7 miliardi di dollari di utile, più che raddoppiati rispetto ai 3,1 dell’anno precedente. Trafigura, che ha sede in Svizzera e Singapore, in Italia è coinvolta anche nell’acquisizione della raffineria Isab di Priolo, controllata dai russi di Lukoil, da parte del fondo cipriota Goi con cui il trader di materie prime ha siglato accordi esclusivi di lungo termine. Come aveva scritto La Verità lo scorso 14 gennaio, nelle prime settimane del 2023 Trafigura ha anche siglato un accordo per uscire da un’importante joint-venture (Nayara energy) con Rosneft in India, sciogliendo una relazione che durava da un decennio. Il suo pacchetto del 24,5% è stato venduto alla Hara capital sarl, una filiale dell’italiana Mareterra group holding, precedentemente nota come Genera, che investe anche in società energetiche. A capo di questa società basata nella Capitale c’è l’imprenditore romano Filippo Ghirelli. Le parti non hanno reso noto il prezzo, ma Trafigura aveva valutato la sua quota attorno ai 166 milioni di dollari. Rosneft, invece, manterrà la sua partecipazione del 49% in Nayara acquisita nel 2017 quando la Russia stava cercando di espandere i propri legami energetici con l’Asia. Intanto si avvicina il 31 marzo, data prevista per la chiusura dell’operazione Priolo. Le sorti della raffineria Isab restano però appese al nodo del golden power. Nel frattempo, ha scritto ieri il quotidiano MF, c’è stato un incontro tra il direttore generale Isab/Lukoil, Eugene Maniakhine e i sindacati Filctem, Femca, Uiltec che sollecitano un incontro con l’acquirente, ma intanto chiedono a Palazzo Chigi di accelerare «con l’applicazione del golden power, lo strumento che potrebbe di fatto avviare le procedure per il passaggio della raffineria a Goi energy». Il governo, intanto, ha dichiarato la raffineria di interesse strategico nazionale, su proposta del ministero delle Imprese e del made in Italy, di concerto con quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha firmato il decreto lo scorso 3 febbraio.
Päivi Räsänen (Ansa)
Poi le indagini a carico della politica cristiana si sono allargate a un opuscolo parrocchiale risalente al 2004, scritto sempre dalla Räsänen intitolato Maschio e femmina li creò - le relazioni omosessuali sfidano il concetto cristiano di umanità. Per quel documento è finito sotto indagine anche il vescovo luterano Juhana Pohjola, in quanto responsabile della sua pubblicazione e della sua diffusione. L’opuscolo è diventato materia processuale dopo l’avvio delle indagini preliminari nel 2019, dato che la Räsänen - indagata anche per delle affermazioni fatte lo stesso anno in un dibattito radiofonico - ha continuato a condividerlo sulle proprie pagine internet e sui social media tra il 2019 e il 2020, quando, appunto, era già sotto inchiesta.
Conseguentemente, la dottoressa e nonna di 12 nipoti è andata a processo prima all’inizio del 2022 poi nuovamente nel 2023. Nel 2022, il tribunale distrettuale di Helsinki aveva assolto da tutte le accuse sia l’ex ministro sia il vescovo Pohjola; nel 2023, la Corte d’Appello aveva poi confermato l’assoluzione. Tuttavia la faccenda si era nuovamente riaperta nel 2024 con la Corte Suprema che, dopo il ricorso della Procura di Stato - ricorso che aveva evitato di impugnare solo la citata accusa sul dibattito radiofonico -, aveva accettato di riesaminare il caso. Per la precisione, il riesame del caso, su due delle tre accuse originarie, da parte della Corte risale all’ottobre 2025. Si è così arrivati al giudizio di ieri, che come si diceva è risultato duplice: in parte assolutorio, in parte di condanna. L’assoluzione ha riguardato il citato tweet del 2019, con la Corte Suprema che ha assolto l’ex ministro all’unanimità.
Diverso, purtroppo, è stato l’esito relativamente all’opuscolo che, con una decisione di scarto minimo - tre voti a favore contro due di segno opposto -, ha visto la magistratura nordica dichiarare la Räsänen colpevole di «incitamento all’odio». L’ex ministro è stata condannata con Pohjola per aver, attraverso l’opuscolo, «messo a disposizione di tutti e mantenuto disponibili opinioni che insultano gli omosessuali come gruppo sulla base del loro orientamento sessuale». Va tuttavia detto che la Corte, pur infliggendo una sanzione di 1.800 euro alla donna e al vescovo e di 5.000 alla Fondazione di Lutero che aveva pubblicato l’opuscolo sul suo sito - e pur ordinando la rimozione e distruzione delle dichiarazioni incriminate nel documento - ha riconosciuto che il testo non conteneva incitamenti alla violenza o minacce dirette, concludendo che la condotta non era «particolarmente grave» in termini di natura del reato.
Questo però non dà alcun sollievo alla parlamentare. «Sono scioccata e profondamente delusa dal fatto che la corte non abbia riconosciuto il mio diritto umano fondamentale alla libertà di espressione», ha dichiarato, aggiungendo: «Rimango fedele agli insegnamenti della mia fede cristiana e continuerò a difendere il mio diritto e quello di ogni persona di condividere le proprie convinzioni nella sfera pubblica». Proprio per continuare ad affermare le sue ragioni, Räsänen ha fatto sapere di voler dare ancora battaglia rispetto alla condanna inflittale: «Mi sto consultando con un legale per valutare un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo». «Non si tratta», ha concluso, «solo della mia libertà di espressione, ma di quella di ogni persona in Finlandia. Una sentenza favorevole contribuirebbe a impedire che altre persone innocenti subiscano la stessa sorte per il semplice fatto di aver espresso le proprie opinioni».
Parole non diverse son giunte dal team legale che assiste l’ex parlamentare, coordinato da Adf International. «La libertà di parola è un pilastro della democrazia. È giusto che la Corte abbia assolto Päivi Räsänen per il suo tweet del 2019 contenente un versetto biblico», ha dichiarato Paul Coleman, direttore esecutivo di Adf, secondo cui, «tuttavia, la condanna per un semplice opuscolo religioso pubblicato decenni fa è un esempio oltraggioso di censura di Stato». Indignato dalla condanna è pure Markku Ruotsila, docente di storia della Chiesa, che ha parlato di «giornata vergognosa. Per molti versi, i peggiori timori si sono avverati. In questo Paese, ora esistono parole chiaramente proibite e reati di pensiero». Siamo nel 2026 ma sembra il 1984. Quello di Orwell ovviamente.
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Noelia (iStock)
Sono seguiti due anni di battaglie, di ricorsi e udienze. Alla fine l’Alta corte catalana, la Corte costituzionale spagnola e pure la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno deciso che Noelia, ancora giovanissima e con disturbi psichici, poteva liberamente scegliere di suicidarsi medicalmente. Nell’intervista concessa al programma Y ahora Sonsoles di Antena 3, Noelia ha voluto spiegare le sue ragioni: «Non sopporto più questa famiglia, il dolore, tutto ciò che mi tormenta, tutto quello che ho passato. Voglio solo andarmene in pace e smettere di soffrire». Nella stessa conversazione, la ragazza dice di essersi sentita «sola per tutta la vita», spiega che non le «piace la direzione che sta prendendo il mondo». Dice di avere dolori cronici ma aggiunge anche: «Non sono costretta a letto; mi lavo e mi trucco da sola».
Che soffra non vi è dubbio. Il problema è che secondo le perizie a cui è stata sottoposta nel tempo Noelia presenta sintomi depressivi cronici nonché un disturbo dell’adattamento con sintomi di ansia e depressione. È dimostrato poi che soffra di disturbo ossessivo-compulsivo (Doc) e disturbo borderline di personalità. Eppure tutto questo, per i giudici spagnoli, non compromette la sua capacità decisionale. Noi non abbiamo certo le competenze per sostituirci a psichiatri e giuristi, e non vogliamo nemmeno permetterci di giudicare chi ha trascorso anni e anni nella sofferenza, prima morale e poi fisica. Sappiamo che importanti associazioni come Christian Lawyers hanno presentato vari e fondati ricorsi, tirando in ballo anche i conflitti di interessi di alcuni decisori spagnoli, la corruzione e la falsificazione di documenti, e in alcuni casi hanno anche ottenuto ragione dalle corti, senza che questo bastasse per impedire la morte di Noelia. Possiamo concludere che di sicuro si tratta di un caso che presenta diverse ombre, non tutte fugate in questi anni dalle autorità ispaniche.
Ma ancora prima di esaminare le carte giudiziarie e di sindacare su torti e ragioni ci sono altre e più pressanti considerazioni da fare, in larga parte riassunte dalla Conferenza episcopale spagnola. «Contempliamo con profondo dolore la situazione di Noelia, questa giovane di 25 anni la cui storia riflette una accumulazione di sofferenze personali e carenze istituzionali, che interpellano tutta la società», dicono i vescovi in una nota, sostenendo che la situazione della ragazza «non può essere interpretata solo in chiave di autonomia individuale». Per i vescovi spagnoli, «l’eutanasia e il suicidio assistito non solo solo un atto medico, ma la rottura deliberata del legame di cura e costituiscono una sconfitta sociale. Non siamo di fronte a una malattia terminale, ma a ferite profonde che richiedono attenzione, trattamento e speranza. Ignorare questo significherebbe ridurre la dignità umana, che non dipende dallo stato di salute o dall’autonomia. La risposta al dolore non può essere provocare la morte, ma offrire vicinanza, accompagnamento e sostegno integrale».
Sono frasi delicate e dolenti che non si possono non condividere. È mostruoso pensare che la civiltà che si vanta delle sue strepitose conquiste tecnologiche e umane non sia in grado di sostenere una ragazza sofferente ma giovane, che non sappia alleviare il suo dolore - spirituale prima che fisico - e se la cavi soltanto consentendole di levarsi di mezzo per sempre. La tragedia di Noelia è la storia di un fallimento che inizia con l’allontanamento dai genitori e si conclude con il suicidio istituzionalizzato. Noelia non era malata terminale. Lo è la società che la accompagnata così presto alla fine.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d’Italia Alessandro Ciriani dopo il via libera dell'Eurocamera alla fase negoziale con il Consiglio Ue per definire un nuovo quadro giuridico sul rimpatrio dei cittadini di Paesi terzi che soggiornano irregolarmente nell’Unione.