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2023-02-24
Urso: «Rifare il sistema incentivi. Se no finiscono a Stellantis estero»
Adolfo Urso (Ansa)
Così come sono strutturati, gli incentivi per l’acquisto di auto elettriche pensati dal governo Meloni finiscono tutti all’estero, in particolar modo a Stellantis, gruppo che produce poche auto a batteria all’interno dei confini italiani.
«I risultati di questi mesi ci dicono che gli incentivi finiscono in misura significativa alla grande azienda Stellantis, con cui abbiamo un rapporto e un confronto in atto, per circa il 40% ma in gran parte per auto realizzate fuori dall’Italia», ha detto il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, rispondendo al question time in Aula del Senato. Il ministro ha ricordato che gli incentivi richiesti sono quelli per le macchine tradizionali o ibride mentre «quelli sulle auto elettriche sono poco richieste» perché questo tipo di auto «continuano a costare troppo care in Italia». Inoltre, sul territorio, ha ricordato ancora Urso, ci sono 36.000 colonnine di ricarica rispetto alle 90.000 dell’Olanda.
Il ministro Urso ieri mattina, sempre sul tema degli incentivi, ha parlato nel corso del convegno dal titolo «La rivoluzione dell’automotive: le ricadute sul sistema industriale italiano e il ruolo delle imprese e del management». «Noi stiamo riflettendo su come realizzare incentivi che in qualche misura incentivino la produzione nazionale», ha detto Urso ricordando che è in arrivo un confronto al ministero con Stellantis e tutta la filiera dell’automotive. Come ha detto il ministro, «gli incentivi per le macchine elettriche sono rimasti per lo più inutilizzati. Non sono stati considerati significativi», anche perché si tratta di modelli che si «possono permettere in pochi. Quelli che se la possono permettere non hanno bisogno di incentivi per comprarsela», ha proseguito ricordando che bisogna «fare in modo che il consumatore sia incentivato davvero ad acquistare un’auto elettrica».
Urso, sempre ieri, ha ricordato che in tema di incentivi, dopo aver incontrato nei giorni scorsi il vicecancelliere e ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, a breve incontrerà il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire. «Siamo impegnati perché nei prossimi mesi due dossier che rimangono in campo», ha detto Urso, per quello che interessa l’Euro 7 e i veicoli pesanti, «ci sia un approccio pragmantico della Ue. E siamo impegnati perché nel 2026 con la clausola di salvaguardia che è prevista ci sia davvero una revisione affinché il sistema industriale italiano possa raggiungere questo obiettivo» che porterà verso una transizione sostenibile. Non a caso, l’esecutivo ha «avviato una politica industriale che serve a colmare le nostre lacune. Abbiamo insediato un tavolo tecnico sulle materie prime critiche perché mancano le materie prime che servono alla transizione. Rischiamo di passare dalla sudditanza verso l’energia russa a quella verso la Cina, sia per quanto riguarda le materie prime che le tecnologie green. Chiediamo una maggiore flessibilità in Europa», ha concluso.
«C’è sempre più consapevolezza che su questi due dossier», quello su Euro 7 e veicoli pesanti, «dobbiamo imporre una visione pragmatica a questa Commissione, o lo farà la prossima, perché nel 2024 si vota e questa sempre più larga opposizione a una visione ideologica probabilmente diventerà maggioranza». Si tratta di argomenti che potranno essere affrontati «in un contesto politico-istituzionale ben diverso da quello attuale, frutto della visione ideologica dell’Europa di 4-5 anni fa».
Ieri, Urso ha parlato anche di come il governo intenda riorganizzare tutti i sussidi oggi in vigore nel nostro Paese. In Italia «c’è in atto una giungla di incentivi», «ci sono quasi duemila incentivi, in parte nazionali e in gran parte regionali, tra loro difficilmente compatibili. Agiremo per disboscare, razionalizzare, omogeneizzare e renderli duraturi nel tempo», ha detto a Radio anch’io (Rai radio 1) rispondendo sul disegno di legge delega sugli incentivi alle imprese all’esame ieri in Consiglio dei ministri.
Il ministro, sempre a Federmanager, ha quindi sottolineato che «c’è bisogno di un nuovo paradigma, di una nuova visione. Questo governo ce l’ha: dobbiamo preservare il nostro tessuto industriale, consentirgli di affrontare la transizione e vincere la sfida. Riteniamo che il Paese, le imprese e voi manager avete gli strumenti per affrontare questa sfida se il governo ve li fornirà in maniera significativa, riuscendo a fare valere nell’Unione europea gli interessi nazionali».
Urso, così come tutto il governo, insomma, ha preso atto che al momento il sistema degli incentivi presenti in Italia è poco organizzato e non sta sortendo gli effetti sperati. In particolar modo, nel caso di quelli per le auto elettriche, nuova panacea a tutti i mali dell’ambiente, che però in Italia nessuno compra perché ancora troppo care e di difficile gestione a causa di infrastrutture carenti, soprattutto rispetto ai maggiori mercati europei. In Francia, Olanda, Germania e non solo, infatti, spesso le colonnine di ricarica sono decisamente più presenti e gli stipendi spesso consentono di comprare con più agio vetture a batteria.
Materie prime, garantiti 500 milioni
Il colosso del trading di materie prime Trafigura otterrà un prestito quinquennale di 500 milioni di dollari garantito dal governo italiano attraverso Sace, controllata del Mef. I fondi verranno erogati dalla banca giapponese Sumitomo Mitsui banking corporation (Smbc) come capofila di un consorzio di istituti internazionali, tra cui anche Unicredit e Credit agricole. Con l’accordo Trafigura si impegna a valutare l’acquisto di forniture e subforniture dalle imprese italiane a supporto dei propri piani di investimento e in parallelo fornirà all’industria italiana materie prime per almeno 300 milioni di dollari l’anno. «Si tratta di commodity come materiali non ferrosi fondamentali per le attività di numerosi comparti industriali e che assumono ancor maggiore centralità alla luce degli effetti del conflitto russo-ucraino», spiega Sace in una nota.
Il prestito è comunque un’ottima notizia per Trafigura che di recente è rimasta vittima di una presunta frode. Pensando di avere acquistato da una società indiana una ingente quantità di nichel, i dipendenti della società una volta aperti i container al porto di Rotterdam, pochi giorni prima di Natale, si sono trovati davanti la brutta sorpresa: un gigantesco carico di pietre dipinte. La truffa è costata alla società circa 577 milioni di dollari, anche se - sottolinea Bloomberg, che per primo ha riportato la notizia - la somma potrebbe rivelarsi inferiore se riuscirà a recuperare una parte dei fondi andati perduti. Il colosso del trading può comunque consolarsi con numeri incoraggianti. L’azienda ha chiuso l’anno fiscale 2022, terminato il 30 settembre, con 7 miliardi di dollari di utile, più che raddoppiati rispetto ai 3,1 dell’anno precedente.
Trafigura, che ha sede in Svizzera e Singapore, in Italia è coinvolta anche nell’acquisizione della raffineria Isab di Priolo, controllata dai russi di Lukoil, da parte del fondo cipriota Goi con cui il trader di materie prime ha siglato accordi esclusivi di lungo termine. Come aveva scritto La Verità lo scorso 14 gennaio, nelle prime settimane del 2023 Trafigura ha anche siglato un accordo per uscire da un’importante joint-venture (Nayara energy) con Rosneft in India, sciogliendo una relazione che durava da un decennio. Il suo pacchetto del 24,5% è stato venduto alla Hara capital sarl, una filiale dell’italiana Mareterra group holding, precedentemente nota come Genera, che investe anche in società energetiche. A capo di questa società basata nella Capitale c’è l’imprenditore romano Filippo Ghirelli. Le parti non hanno reso noto il prezzo, ma Trafigura aveva valutato la sua quota attorno ai 166 milioni di dollari. Rosneft, invece, manterrà la sua partecipazione del 49% in Nayara acquisita nel 2017 quando la Russia stava cercando di espandere i propri legami energetici con l’Asia.
Intanto si avvicina il 31 marzo, data prevista per la chiusura dell’operazione Priolo. Le sorti della raffineria Isab restano però appese al nodo del golden power. Nel frattempo, ha scritto ieri il quotidiano MF, c’è stato un incontro tra il direttore generale Isab/Lukoil, Eugene Maniakhine e i sindacati Filctem, Femca, Uiltec che sollecitano un incontro con l’acquirente, ma intanto chiedono a Palazzo Chigi di accelerare «con l’applicazione del golden power, lo strumento che potrebbe di fatto avviare le procedure per il passaggio della raffineria a Goi energy». Il governo, intanto, ha dichiarato la raffineria di interesse strategico nazionale, su proposta del ministero delle Imprese e del made in Italy, di concerto con quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha firmato il decreto lo scorso 3 febbraio.
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Il ministro: «Il gruppo ne incamera il 40% ma produce poche auto a batteria nei nostri confini. La giungla degli aiuti: sono quasi 2.000 mal organizzati e non danno effetti. La Ue riveda i dossier Euro 7 e veicoli pesanti».Il colosso del trading Trafigura, coinvolto anche nell’acquisizione di Priolo, otterrà il prestito avallato da Sace. Recupererà forniture da vendere alle aziende italiane.Lo speciale contiene due articoliCosì come sono strutturati, gli incentivi per l’acquisto di auto elettriche pensati dal governo Meloni finiscono tutti all’estero, in particolar modo a Stellantis, gruppo che produce poche auto a batteria all’interno dei confini italiani.«I risultati di questi mesi ci dicono che gli incentivi finiscono in misura significativa alla grande azienda Stellantis, con cui abbiamo un rapporto e un confronto in atto, per circa il 40% ma in gran parte per auto realizzate fuori dall’Italia», ha detto il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, rispondendo al question time in Aula del Senato. Il ministro ha ricordato che gli incentivi richiesti sono quelli per le macchine tradizionali o ibride mentre «quelli sulle auto elettriche sono poco richieste» perché questo tipo di auto «continuano a costare troppo care in Italia». Inoltre, sul territorio, ha ricordato ancora Urso, ci sono 36.000 colonnine di ricarica rispetto alle 90.000 dell’Olanda. Il ministro Urso ieri mattina, sempre sul tema degli incentivi, ha parlato nel corso del convegno dal titolo «La rivoluzione dell’automotive: le ricadute sul sistema industriale italiano e il ruolo delle imprese e del management». «Noi stiamo riflettendo su come realizzare incentivi che in qualche misura incentivino la produzione nazionale», ha detto Urso ricordando che è in arrivo un confronto al ministero con Stellantis e tutta la filiera dell’automotive. Come ha detto il ministro, «gli incentivi per le macchine elettriche sono rimasti per lo più inutilizzati. Non sono stati considerati significativi», anche perché si tratta di modelli che si «possono permettere in pochi. Quelli che se la possono permettere non hanno bisogno di incentivi per comprarsela», ha proseguito ricordando che bisogna «fare in modo che il consumatore sia incentivato davvero ad acquistare un’auto elettrica».Urso, sempre ieri, ha ricordato che in tema di incentivi, dopo aver incontrato nei giorni scorsi il vicecancelliere e ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, a breve incontrerà il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire. «Siamo impegnati perché nei prossimi mesi due dossier che rimangono in campo», ha detto Urso, per quello che interessa l’Euro 7 e i veicoli pesanti, «ci sia un approccio pragmantico della Ue. E siamo impegnati perché nel 2026 con la clausola di salvaguardia che è prevista ci sia davvero una revisione affinché il sistema industriale italiano possa raggiungere questo obiettivo» che porterà verso una transizione sostenibile. Non a caso, l’esecutivo ha «avviato una politica industriale che serve a colmare le nostre lacune. Abbiamo insediato un tavolo tecnico sulle materie prime critiche perché mancano le materie prime che servono alla transizione. Rischiamo di passare dalla sudditanza verso l’energia russa a quella verso la Cina, sia per quanto riguarda le materie prime che le tecnologie green. Chiediamo una maggiore flessibilità in Europa», ha concluso.«C’è sempre più consapevolezza che su questi due dossier», quello su Euro 7 e veicoli pesanti, «dobbiamo imporre una visione pragmatica a questa Commissione, o lo farà la prossima, perché nel 2024 si vota e questa sempre più larga opposizione a una visione ideologica probabilmente diventerà maggioranza». Si tratta di argomenti che potranno essere affrontati «in un contesto politico-istituzionale ben diverso da quello attuale, frutto della visione ideologica dell’Europa di 4-5 anni fa».Ieri, Urso ha parlato anche di come il governo intenda riorganizzare tutti i sussidi oggi in vigore nel nostro Paese. In Italia «c’è in atto una giungla di incentivi», «ci sono quasi duemila incentivi, in parte nazionali e in gran parte regionali, tra loro difficilmente compatibili. Agiremo per disboscare, razionalizzare, omogeneizzare e renderli duraturi nel tempo», ha detto a Radio anch’io (Rai radio 1) rispondendo sul disegno di legge delega sugli incentivi alle imprese all’esame ieri in Consiglio dei ministri.Il ministro, sempre a Federmanager, ha quindi sottolineato che «c’è bisogno di un nuovo paradigma, di una nuova visione. Questo governo ce l’ha: dobbiamo preservare il nostro tessuto industriale, consentirgli di affrontare la transizione e vincere la sfida. Riteniamo che il Paese, le imprese e voi manager avete gli strumenti per affrontare questa sfida se il governo ve li fornirà in maniera significativa, riuscendo a fare valere nell’Unione europea gli interessi nazionali».Urso, così come tutto il governo, insomma, ha preso atto che al momento il sistema degli incentivi presenti in Italia è poco organizzato e non sta sortendo gli effetti sperati. In particolar modo, nel caso di quelli per le auto elettriche, nuova panacea a tutti i mali dell’ambiente, che però in Italia nessuno compra perché ancora troppo care e di difficile gestione a causa di infrastrutture carenti, soprattutto rispetto ai maggiori mercati europei. 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Con l’accordo Trafigura si impegna a valutare l’acquisto di forniture e subforniture dalle imprese italiane a supporto dei propri piani di investimento e in parallelo fornirà all’industria italiana materie prime per almeno 300 milioni di dollari l’anno. «Si tratta di commodity come materiali non ferrosi fondamentali per le attività di numerosi comparti industriali e che assumono ancor maggiore centralità alla luce degli effetti del conflitto russo-ucraino», spiega Sace in una nota. Il prestito è comunque un’ottima notizia per Trafigura che di recente è rimasta vittima di una presunta frode. Pensando di avere acquistato da una società indiana una ingente quantità di nichel, i dipendenti della società una volta aperti i container al porto di Rotterdam, pochi giorni prima di Natale, si sono trovati davanti la brutta sorpresa: un gigantesco carico di pietre dipinte. La truffa è costata alla società circa 577 milioni di dollari, anche se - sottolinea Bloomberg, che per primo ha riportato la notizia - la somma potrebbe rivelarsi inferiore se riuscirà a recuperare una parte dei fondi andati perduti. Il colosso del trading può comunque consolarsi con numeri incoraggianti. L’azienda ha chiuso l’anno fiscale 2022, terminato il 30 settembre, con 7 miliardi di dollari di utile, più che raddoppiati rispetto ai 3,1 dell’anno precedente. Trafigura, che ha sede in Svizzera e Singapore, in Italia è coinvolta anche nell’acquisizione della raffineria Isab di Priolo, controllata dai russi di Lukoil, da parte del fondo cipriota Goi con cui il trader di materie prime ha siglato accordi esclusivi di lungo termine. Come aveva scritto La Verità lo scorso 14 gennaio, nelle prime settimane del 2023 Trafigura ha anche siglato un accordo per uscire da un’importante joint-venture (Nayara energy) con Rosneft in India, sciogliendo una relazione che durava da un decennio. Il suo pacchetto del 24,5% è stato venduto alla Hara capital sarl, una filiale dell’italiana Mareterra group holding, precedentemente nota come Genera, che investe anche in società energetiche. A capo di questa società basata nella Capitale c’è l’imprenditore romano Filippo Ghirelli. Le parti non hanno reso noto il prezzo, ma Trafigura aveva valutato la sua quota attorno ai 166 milioni di dollari. Rosneft, invece, manterrà la sua partecipazione del 49% in Nayara acquisita nel 2017 quando la Russia stava cercando di espandere i propri legami energetici con l’Asia. Intanto si avvicina il 31 marzo, data prevista per la chiusura dell’operazione Priolo. Le sorti della raffineria Isab restano però appese al nodo del golden power. Nel frattempo, ha scritto ieri il quotidiano MF, c’è stato un incontro tra il direttore generale Isab/Lukoil, Eugene Maniakhine e i sindacati Filctem, Femca, Uiltec che sollecitano un incontro con l’acquirente, ma intanto chiedono a Palazzo Chigi di accelerare «con l’applicazione del golden power, lo strumento che potrebbe di fatto avviare le procedure per il passaggio della raffineria a Goi energy». Il governo, intanto, ha dichiarato la raffineria di interesse strategico nazionale, su proposta del ministero delle Imprese e del made in Italy, di concerto con quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha firmato il decreto lo scorso 3 febbraio.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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