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2023-02-24
Urso: «Rifare il sistema incentivi. Se no finiscono a Stellantis estero»
Adolfo Urso (Ansa)
Così come sono strutturati, gli incentivi per l’acquisto di auto elettriche pensati dal governo Meloni finiscono tutti all’estero, in particolar modo a Stellantis, gruppo che produce poche auto a batteria all’interno dei confini italiani.
«I risultati di questi mesi ci dicono che gli incentivi finiscono in misura significativa alla grande azienda Stellantis, con cui abbiamo un rapporto e un confronto in atto, per circa il 40% ma in gran parte per auto realizzate fuori dall’Italia», ha detto il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, rispondendo al question time in Aula del Senato. Il ministro ha ricordato che gli incentivi richiesti sono quelli per le macchine tradizionali o ibride mentre «quelli sulle auto elettriche sono poco richieste» perché questo tipo di auto «continuano a costare troppo care in Italia». Inoltre, sul territorio, ha ricordato ancora Urso, ci sono 36.000 colonnine di ricarica rispetto alle 90.000 dell’Olanda.
Il ministro Urso ieri mattina, sempre sul tema degli incentivi, ha parlato nel corso del convegno dal titolo «La rivoluzione dell’automotive: le ricadute sul sistema industriale italiano e il ruolo delle imprese e del management». «Noi stiamo riflettendo su come realizzare incentivi che in qualche misura incentivino la produzione nazionale», ha detto Urso ricordando che è in arrivo un confronto al ministero con Stellantis e tutta la filiera dell’automotive. Come ha detto il ministro, «gli incentivi per le macchine elettriche sono rimasti per lo più inutilizzati. Non sono stati considerati significativi», anche perché si tratta di modelli che si «possono permettere in pochi. Quelli che se la possono permettere non hanno bisogno di incentivi per comprarsela», ha proseguito ricordando che bisogna «fare in modo che il consumatore sia incentivato davvero ad acquistare un’auto elettrica».
Urso, sempre ieri, ha ricordato che in tema di incentivi, dopo aver incontrato nei giorni scorsi il vicecancelliere e ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, a breve incontrerà il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire. «Siamo impegnati perché nei prossimi mesi due dossier che rimangono in campo», ha detto Urso, per quello che interessa l’Euro 7 e i veicoli pesanti, «ci sia un approccio pragmantico della Ue. E siamo impegnati perché nel 2026 con la clausola di salvaguardia che è prevista ci sia davvero una revisione affinché il sistema industriale italiano possa raggiungere questo obiettivo» che porterà verso una transizione sostenibile. Non a caso, l’esecutivo ha «avviato una politica industriale che serve a colmare le nostre lacune. Abbiamo insediato un tavolo tecnico sulle materie prime critiche perché mancano le materie prime che servono alla transizione. Rischiamo di passare dalla sudditanza verso l’energia russa a quella verso la Cina, sia per quanto riguarda le materie prime che le tecnologie green. Chiediamo una maggiore flessibilità in Europa», ha concluso.
«C’è sempre più consapevolezza che su questi due dossier», quello su Euro 7 e veicoli pesanti, «dobbiamo imporre una visione pragmatica a questa Commissione, o lo farà la prossima, perché nel 2024 si vota e questa sempre più larga opposizione a una visione ideologica probabilmente diventerà maggioranza». Si tratta di argomenti che potranno essere affrontati «in un contesto politico-istituzionale ben diverso da quello attuale, frutto della visione ideologica dell’Europa di 4-5 anni fa».
Ieri, Urso ha parlato anche di come il governo intenda riorganizzare tutti i sussidi oggi in vigore nel nostro Paese. In Italia «c’è in atto una giungla di incentivi», «ci sono quasi duemila incentivi, in parte nazionali e in gran parte regionali, tra loro difficilmente compatibili. Agiremo per disboscare, razionalizzare, omogeneizzare e renderli duraturi nel tempo», ha detto a Radio anch’io (Rai radio 1) rispondendo sul disegno di legge delega sugli incentivi alle imprese all’esame ieri in Consiglio dei ministri.
Il ministro, sempre a Federmanager, ha quindi sottolineato che «c’è bisogno di un nuovo paradigma, di una nuova visione. Questo governo ce l’ha: dobbiamo preservare il nostro tessuto industriale, consentirgli di affrontare la transizione e vincere la sfida. Riteniamo che il Paese, le imprese e voi manager avete gli strumenti per affrontare questa sfida se il governo ve li fornirà in maniera significativa, riuscendo a fare valere nell’Unione europea gli interessi nazionali».
Urso, così come tutto il governo, insomma, ha preso atto che al momento il sistema degli incentivi presenti in Italia è poco organizzato e non sta sortendo gli effetti sperati. In particolar modo, nel caso di quelli per le auto elettriche, nuova panacea a tutti i mali dell’ambiente, che però in Italia nessuno compra perché ancora troppo care e di difficile gestione a causa di infrastrutture carenti, soprattutto rispetto ai maggiori mercati europei. In Francia, Olanda, Germania e non solo, infatti, spesso le colonnine di ricarica sono decisamente più presenti e gli stipendi spesso consentono di comprare con più agio vetture a batteria.
Materie prime, garantiti 500 milioni
Il colosso del trading di materie prime Trafigura otterrà un prestito quinquennale di 500 milioni di dollari garantito dal governo italiano attraverso Sace, controllata del Mef. I fondi verranno erogati dalla banca giapponese Sumitomo Mitsui banking corporation (Smbc) come capofila di un consorzio di istituti internazionali, tra cui anche Unicredit e Credit agricole. Con l’accordo Trafigura si impegna a valutare l’acquisto di forniture e subforniture dalle imprese italiane a supporto dei propri piani di investimento e in parallelo fornirà all’industria italiana materie prime per almeno 300 milioni di dollari l’anno. «Si tratta di commodity come materiali non ferrosi fondamentali per le attività di numerosi comparti industriali e che assumono ancor maggiore centralità alla luce degli effetti del conflitto russo-ucraino», spiega Sace in una nota.
Il prestito è comunque un’ottima notizia per Trafigura che di recente è rimasta vittima di una presunta frode. Pensando di avere acquistato da una società indiana una ingente quantità di nichel, i dipendenti della società una volta aperti i container al porto di Rotterdam, pochi giorni prima di Natale, si sono trovati davanti la brutta sorpresa: un gigantesco carico di pietre dipinte. La truffa è costata alla società circa 577 milioni di dollari, anche se - sottolinea Bloomberg, che per primo ha riportato la notizia - la somma potrebbe rivelarsi inferiore se riuscirà a recuperare una parte dei fondi andati perduti. Il colosso del trading può comunque consolarsi con numeri incoraggianti. L’azienda ha chiuso l’anno fiscale 2022, terminato il 30 settembre, con 7 miliardi di dollari di utile, più che raddoppiati rispetto ai 3,1 dell’anno precedente.
Trafigura, che ha sede in Svizzera e Singapore, in Italia è coinvolta anche nell’acquisizione della raffineria Isab di Priolo, controllata dai russi di Lukoil, da parte del fondo cipriota Goi con cui il trader di materie prime ha siglato accordi esclusivi di lungo termine. Come aveva scritto La Verità lo scorso 14 gennaio, nelle prime settimane del 2023 Trafigura ha anche siglato un accordo per uscire da un’importante joint-venture (Nayara energy) con Rosneft in India, sciogliendo una relazione che durava da un decennio. Il suo pacchetto del 24,5% è stato venduto alla Hara capital sarl, una filiale dell’italiana Mareterra group holding, precedentemente nota come Genera, che investe anche in società energetiche. A capo di questa società basata nella Capitale c’è l’imprenditore romano Filippo Ghirelli. Le parti non hanno reso noto il prezzo, ma Trafigura aveva valutato la sua quota attorno ai 166 milioni di dollari. Rosneft, invece, manterrà la sua partecipazione del 49% in Nayara acquisita nel 2017 quando la Russia stava cercando di espandere i propri legami energetici con l’Asia.
Intanto si avvicina il 31 marzo, data prevista per la chiusura dell’operazione Priolo. Le sorti della raffineria Isab restano però appese al nodo del golden power. Nel frattempo, ha scritto ieri il quotidiano MF, c’è stato un incontro tra il direttore generale Isab/Lukoil, Eugene Maniakhine e i sindacati Filctem, Femca, Uiltec che sollecitano un incontro con l’acquirente, ma intanto chiedono a Palazzo Chigi di accelerare «con l’applicazione del golden power, lo strumento che potrebbe di fatto avviare le procedure per il passaggio della raffineria a Goi energy». Il governo, intanto, ha dichiarato la raffineria di interesse strategico nazionale, su proposta del ministero delle Imprese e del made in Italy, di concerto con quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha firmato il decreto lo scorso 3 febbraio.
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Il ministro: «Il gruppo ne incamera il 40% ma produce poche auto a batteria nei nostri confini. La giungla degli aiuti: sono quasi 2.000 mal organizzati e non danno effetti. La Ue riveda i dossier Euro 7 e veicoli pesanti».Il colosso del trading Trafigura, coinvolto anche nell’acquisizione di Priolo, otterrà il prestito avallato da Sace. Recupererà forniture da vendere alle aziende italiane.Lo speciale contiene due articoliCosì come sono strutturati, gli incentivi per l’acquisto di auto elettriche pensati dal governo Meloni finiscono tutti all’estero, in particolar modo a Stellantis, gruppo che produce poche auto a batteria all’interno dei confini italiani.«I risultati di questi mesi ci dicono che gli incentivi finiscono in misura significativa alla grande azienda Stellantis, con cui abbiamo un rapporto e un confronto in atto, per circa il 40% ma in gran parte per auto realizzate fuori dall’Italia», ha detto il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, rispondendo al question time in Aula del Senato. Il ministro ha ricordato che gli incentivi richiesti sono quelli per le macchine tradizionali o ibride mentre «quelli sulle auto elettriche sono poco richieste» perché questo tipo di auto «continuano a costare troppo care in Italia». Inoltre, sul territorio, ha ricordato ancora Urso, ci sono 36.000 colonnine di ricarica rispetto alle 90.000 dell’Olanda. Il ministro Urso ieri mattina, sempre sul tema degli incentivi, ha parlato nel corso del convegno dal titolo «La rivoluzione dell’automotive: le ricadute sul sistema industriale italiano e il ruolo delle imprese e del management». «Noi stiamo riflettendo su come realizzare incentivi che in qualche misura incentivino la produzione nazionale», ha detto Urso ricordando che è in arrivo un confronto al ministero con Stellantis e tutta la filiera dell’automotive. Come ha detto il ministro, «gli incentivi per le macchine elettriche sono rimasti per lo più inutilizzati. Non sono stati considerati significativi», anche perché si tratta di modelli che si «possono permettere in pochi. Quelli che se la possono permettere non hanno bisogno di incentivi per comprarsela», ha proseguito ricordando che bisogna «fare in modo che il consumatore sia incentivato davvero ad acquistare un’auto elettrica».Urso, sempre ieri, ha ricordato che in tema di incentivi, dopo aver incontrato nei giorni scorsi il vicecancelliere e ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, a breve incontrerà il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire. «Siamo impegnati perché nei prossimi mesi due dossier che rimangono in campo», ha detto Urso, per quello che interessa l’Euro 7 e i veicoli pesanti, «ci sia un approccio pragmantico della Ue. E siamo impegnati perché nel 2026 con la clausola di salvaguardia che è prevista ci sia davvero una revisione affinché il sistema industriale italiano possa raggiungere questo obiettivo» che porterà verso una transizione sostenibile. Non a caso, l’esecutivo ha «avviato una politica industriale che serve a colmare le nostre lacune. Abbiamo insediato un tavolo tecnico sulle materie prime critiche perché mancano le materie prime che servono alla transizione. Rischiamo di passare dalla sudditanza verso l’energia russa a quella verso la Cina, sia per quanto riguarda le materie prime che le tecnologie green. Chiediamo una maggiore flessibilità in Europa», ha concluso.«C’è sempre più consapevolezza che su questi due dossier», quello su Euro 7 e veicoli pesanti, «dobbiamo imporre una visione pragmatica a questa Commissione, o lo farà la prossima, perché nel 2024 si vota e questa sempre più larga opposizione a una visione ideologica probabilmente diventerà maggioranza». Si tratta di argomenti che potranno essere affrontati «in un contesto politico-istituzionale ben diverso da quello attuale, frutto della visione ideologica dell’Europa di 4-5 anni fa».Ieri, Urso ha parlato anche di come il governo intenda riorganizzare tutti i sussidi oggi in vigore nel nostro Paese. In Italia «c’è in atto una giungla di incentivi», «ci sono quasi duemila incentivi, in parte nazionali e in gran parte regionali, tra loro difficilmente compatibili. Agiremo per disboscare, razionalizzare, omogeneizzare e renderli duraturi nel tempo», ha detto a Radio anch’io (Rai radio 1) rispondendo sul disegno di legge delega sugli incentivi alle imprese all’esame ieri in Consiglio dei ministri.Il ministro, sempre a Federmanager, ha quindi sottolineato che «c’è bisogno di un nuovo paradigma, di una nuova visione. Questo governo ce l’ha: dobbiamo preservare il nostro tessuto industriale, consentirgli di affrontare la transizione e vincere la sfida. Riteniamo che il Paese, le imprese e voi manager avete gli strumenti per affrontare questa sfida se il governo ve li fornirà in maniera significativa, riuscendo a fare valere nell’Unione europea gli interessi nazionali».Urso, così come tutto il governo, insomma, ha preso atto che al momento il sistema degli incentivi presenti in Italia è poco organizzato e non sta sortendo gli effetti sperati. In particolar modo, nel caso di quelli per le auto elettriche, nuova panacea a tutti i mali dell’ambiente, che però in Italia nessuno compra perché ancora troppo care e di difficile gestione a causa di infrastrutture carenti, soprattutto rispetto ai maggiori mercati europei. In Francia, Olanda, Germania e non solo, infatti, spesso le colonnine di ricarica sono decisamente più presenti e gli stipendi spesso consentono di comprare con più agio vetture a batteria. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/urso-rifare-il-sistema-incentivi-se-no-finiscono-a-stellantis-estero-2659460379.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="materie-prime-garantiti-500-milioni" data-post-id="2659460379" data-published-at="1677182227" data-use-pagination="False"> Materie prime, garantiti 500 milioni Il colosso del trading di materie prime Trafigura otterrà un prestito quinquennale di 500 milioni di dollari garantito dal governo italiano attraverso Sace, controllata del Mef. I fondi verranno erogati dalla banca giapponese Sumitomo Mitsui banking corporation (Smbc) come capofila di un consorzio di istituti internazionali, tra cui anche Unicredit e Credit agricole. Con l’accordo Trafigura si impegna a valutare l’acquisto di forniture e subforniture dalle imprese italiane a supporto dei propri piani di investimento e in parallelo fornirà all’industria italiana materie prime per almeno 300 milioni di dollari l’anno. «Si tratta di commodity come materiali non ferrosi fondamentali per le attività di numerosi comparti industriali e che assumono ancor maggiore centralità alla luce degli effetti del conflitto russo-ucraino», spiega Sace in una nota. Il prestito è comunque un’ottima notizia per Trafigura che di recente è rimasta vittima di una presunta frode. Pensando di avere acquistato da una società indiana una ingente quantità di nichel, i dipendenti della società una volta aperti i container al porto di Rotterdam, pochi giorni prima di Natale, si sono trovati davanti la brutta sorpresa: un gigantesco carico di pietre dipinte. La truffa è costata alla società circa 577 milioni di dollari, anche se - sottolinea Bloomberg, che per primo ha riportato la notizia - la somma potrebbe rivelarsi inferiore se riuscirà a recuperare una parte dei fondi andati perduti. Il colosso del trading può comunque consolarsi con numeri incoraggianti. L’azienda ha chiuso l’anno fiscale 2022, terminato il 30 settembre, con 7 miliardi di dollari di utile, più che raddoppiati rispetto ai 3,1 dell’anno precedente. Trafigura, che ha sede in Svizzera e Singapore, in Italia è coinvolta anche nell’acquisizione della raffineria Isab di Priolo, controllata dai russi di Lukoil, da parte del fondo cipriota Goi con cui il trader di materie prime ha siglato accordi esclusivi di lungo termine. Come aveva scritto La Verità lo scorso 14 gennaio, nelle prime settimane del 2023 Trafigura ha anche siglato un accordo per uscire da un’importante joint-venture (Nayara energy) con Rosneft in India, sciogliendo una relazione che durava da un decennio. Il suo pacchetto del 24,5% è stato venduto alla Hara capital sarl, una filiale dell’italiana Mareterra group holding, precedentemente nota come Genera, che investe anche in società energetiche. A capo di questa società basata nella Capitale c’è l’imprenditore romano Filippo Ghirelli. Le parti non hanno reso noto il prezzo, ma Trafigura aveva valutato la sua quota attorno ai 166 milioni di dollari. Rosneft, invece, manterrà la sua partecipazione del 49% in Nayara acquisita nel 2017 quando la Russia stava cercando di espandere i propri legami energetici con l’Asia. Intanto si avvicina il 31 marzo, data prevista per la chiusura dell’operazione Priolo. Le sorti della raffineria Isab restano però appese al nodo del golden power. Nel frattempo, ha scritto ieri il quotidiano MF, c’è stato un incontro tra il direttore generale Isab/Lukoil, Eugene Maniakhine e i sindacati Filctem, Femca, Uiltec che sollecitano un incontro con l’acquirente, ma intanto chiedono a Palazzo Chigi di accelerare «con l’applicazione del golden power, lo strumento che potrebbe di fatto avviare le procedure per il passaggio della raffineria a Goi energy». Il governo, intanto, ha dichiarato la raffineria di interesse strategico nazionale, su proposta del ministero delle Imprese e del made in Italy, di concerto con quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha firmato il decreto lo scorso 3 febbraio.
I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
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Nicola Fratoianni (Ansa)
«Il tempo dei privilegi è finito ed è ora di redistribuire la ricchezza. Non c’è niente di assurdo in questa proposta, che è ragionevole, di buon senso e riformista». Salis chiede di più: «Impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale. Si può fare una legge europea e muoversi con gli altri Paesi», la sua proposta. Nelle stesse ore anche Angelo Bonelli, portavoce di Avs, in una rincorsa a chi è più duro e puro, rilancia la tassa per i super ricchi e li individua. Uno per uno, quasi fosse una lista di proscrizione. «Non penso a una patrimoniale permanente: bisogna adeguare il sistema delle aliquote, renderle più giuste, diminuire la pressione fiscale sul ceto medio e aumentarla sui redditi più alti. C’è poi una grande questione su cui si può immaginare un contributo di solidarietà, una tassa di scopo sui super ricchi (oggi in Italia sono 79, con un patrimonio complessivo di 357 miliardi di euro) per destinare risorse, nell’arco di tre-quattro anni, all’abbattimento delle liste d’attesa nella sanità pubblica».
Tassare i super ricchi per finanziare la spesa sanitaria, una proposta populista che già era stata lanciata da Chiara Appendino, deputato del Movimento 5 stelle, che ieri è tornata sul punto: «Se vogliamo costruire un Paese più giusto, il Movimento 5 stelle e l’intero campo progressista devono avere il coraggio di sfidare i privilegi e ridurre le disuguaglianze, rimettendo la giustizia sociale al centro dell’agenda politica. Costruire un’alternativa a Giorgia Meloni significa anche fare una scelta di campo netta. E allora sì, lo ribadisco: la Millionaire Tax serve subito. Anzi, siamo già in ritardo». Un messaggio che in qualche modo manda anche ai suoi, in un certo senso, dal momento che il leader del Movimento, Giuseppe Conte, si è mostrato tiepido sull’argomento.
Così come comincia ad apparire infastidita la segretaria del Pd, Elly Schlein che, incalzata dai cronisti, ha detto: «La patrimoniale? Non siamo qui a parlare di questo. Ne discuteremo, ma non è tra le cose già condivise». E non è condivisa perché tema molto divisivo all’interno del campo largo. «Il dibattito sulla patrimoniale funziona bene come slogan, ma poi nella realtà dei fatti se tu alzi troppo le tasse a una determinata fascia di popolazione ci sta che quelli se ne vanno in Svizzera, ci sta che quelli se ne vanno in Lussemburgo e se se ne vanno in Lussemburgo non hai più i soldi, non per i ricchi, ma per i poveri», commenta il leader di Italia viva, Matteo Renzi, che poi aggiunge: «Ti manca il gettito per cosa? Per la sanità, per la scuola, per la salute. Allora io dico, va sempre trovato un equilibrio».
Ma la patrimoniale è una tassa che non ha storicamente riscosso successo in nessun Paese europeo. Come in Francia. Le Figaro, pochi mesi fa, aveva pubblicato uno studio pubblicato da Rexecode, il principale istituto di ricerca economica francese, che tracciava un bilancio critico dell’imposta sulla ricchezza (Isf/Ifi) in Francia. Secondo le conclusioni, la tassazione dei grandi patrimoni ha un costo economico superiore alle entrate generate, a causa dell’esilio fiscale e della fuga di talenti.
In sostanza, secondo le stime, il mancato gettito fiscale generato dall’imposta raggiungerebbe i 9 miliardi di euro, a fronte di un incasso che varia dai 2 ai 5 miliardi di euro a seconda dell’anno. Non solo perché, sempre in Francia, «la perdita di reddito nazionale ammonterebbe a una cifra compresa tra 0,5 e 1 punto percentuale del Pil». Insomma, abbiamo l’esempio dei vicini, virtuosi per alcuni, che però mostrano tutte le fragilità di una misura che, se messa in campo, annullerebbe completamente il rientro di capitali esteri favorito dalle politiche di questo esecutivo.
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Beppe Sala e Marco Travaglio (Ansa)
Ieri se ne è uscito con un «c’è una parte della Procura che fa politica». E ha aggiunto che la candidatura dell’ex procuratrice aggiunta meneghina Tiziana Siciliano nella lista civica collegata a Massimiliano Lisa ne sarebbe «una solida dimostrazione». Se queste parole fossero provenute da destra sarebbero state bollate come attacco alla magistratura o eversione verbale. Ma a parlare, questa volta, non è il nemico storico delle Procure. È uno di casa, cresciuto dentro quella cultura politica che da sempre considera la magistratura quasi una forma superiore di moralità pubblica. Da una parte c’è l’inchiesta sui presunti favori nelle concessioni della Galleria, con ipotesi di turbativa d’asta e corruzione per la concessione di spazi commerciali ed eventi (con otto indagati tra imprenditori, funzionari comunali e della Sovrintendenza), dall’altra c’è il candidato sindaco Massimiliano Lisa, ideatore del museo Leonardo3 che ha sede proprio in Galleria. È l’imprenditore che contrasta il Municipio davanti alla magistratura amministrativa e autore dell’esposto da cui è partita l’indagine. Da tempo è in causa con il Comune per gli spazi che occupa e che secondo l’amministrazione sono in subconcessione (che sarebbe vietata dal contratto). Il Tar ha dato ragione al Comune, ma l’imprenditore continua a sostenere di essere vittima di un trattamento ingiusto e chiede trasparenza sulle concessioni.
«Io non faccio mai di tutta l’erba un fascio, non lancio accuse, porto rispetto a tutte le istituzioni, anche alla Procura, però evidentemente c’è una parte della Procura che fa politica», afferma Sala. E per dimostrare la sua tesi tira in ballo un’ex toga: Tiziana Siciliano, già procuratore aggiunto a Milano, pronta a scendere in campo proprio accanto a Lisa. Con il referendum sulla riforma della magistratura alle spalle Sala, però, si accorge solo ora degli sconfinamenti delle toghe. La ex pm ha spiegato di non ricordare dell’esposto di Lisa e di avere preso contatti con l’imprenditore solo all’inizio di questo anno. «Ogni giorno che passa resto sempre più perplesso», ha commentato Sala aggiungendo, a proposito dell’esposto, di avere «qualche dubbio» rispetto alla spiegazione della Siciliano. E ha lanciato una stoccata: «Ma una pm così esperta, che ha avuto un ruolo apicale in Procura, si candida con una persona che conosce poco, senza fare alcuna verifica? Ecco questo è incomprensibile». Il sindaco, insomma, sembra insinuare che dietro quell’alleanza politica possa esserci qualcosa di più di una semplice convergenza amministrativa. La replica di Lisa è arrivata immediatamente: «Il sindaco non riesce a concepire che due persone possano incontrarsi, condividere un programma per la città, stimarsi e impegnarsi insieme senza secondi fini, patti segreti o trame nascoste». Poi l’affondo politico: «Questo dice molto di Sala e del suo modo di vedere la politica. Sostiene che la candidatura della ex pm Siciliano dimostrerebbe che una parte della Procura fa politica. C’è un piccolo problema, Sala sembra sostenere che le inchieste sull’urbanistica fossero mosse da finalità politiche per delegittimarlo. Eppure questa fuga di notizie, che ha portato sui giornali il mio nome e quello della Siciliano invece di quelli degli indagati, avrebbe dovuto semmai favorire lui, non danneggiarlo». Infine riporta il discorso sul terreno della campagna elettorale: «Milano ha bisogno di risposte su sicurezza, degrado, casa e trasparenza. Non di teorie che si smentiscono da sole o di complotti immaginari. Io continuerò a occuparmi dei fatti. Lascio volentieri ad altri i romanzi». Ma l’indagine sulla Galleria non è l’unica ad aver messo dei carboni ardenti sulla strada percorsa dall’amministrazione Sala (che ha frignato più di una volta al deflagrare delle attività investigative). Arriva dopo quelle su presunti abusi edilizi e sulla vendita dello stadio di San Siro. Un clima pesante, da fine impero amministrativo. «Sull’urbanistica chiediamo troppo poco ai costruttori, sulla Galleria chiediamo troppo... è un po’ difficile così», sostiene ora il primo cittadino a proposito delle inchieste. E in parte il governatore lombardo Attilio Fontana gli dà ragione: «Io sono d’accordo nel dire che in questi ultimi anni la magistratura sta facendo alcune scelte che lasciano un po’ perplessi. Quella di Sala è una delle ipotesi». Il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini, invece, non pensa «che ci siano strategie politiche e complotti giudiziari». E, sorpreso, afferma: «Di solito è la sinistra a sostenere che siamo noi a evocare golpe giudiziari». Alla fine però ritiene «che la pm non andrà lontano alle elezioni».
Causa Cipriani, tremano i televolti di sinistra
Per una volta Marco Travaglio ha dovuto fare una cosa poco travagliesca: prendersela con i magistrati. La sera del 4 giugno, a Otto e mezzo su La7, il direttore del Fatto quotidiano ha scelto lo scontro frontale con la Procura generale di Milano, dopo il comunicato con cui l’ufficio guidato da Francesca Nanni ha scritto che le notizie di stampa sul caso Minetti «non corrispondono al vero». Travaglio ha parlato di «diffamazione» e ha annunciato che, se la Procura non farà marcia indietro e non chiederà scusa, sarà il Fatto a denunciarla. Dal tribunale milanese ieri non è arrivata alcuna comunicazione. Del resto, la polemica, ormai, non è più solo televisiva. Mentre il giornale difende la propria inchiesta e promette nuovi sviluppi, nei giorni scorsi Giuseppe Cipriani ha aperto anche il fronte americano: una causa a New York che può coinvolgere Fatto quotidiano, Report ed È sempre Cartabianca. Se il contenzioso andrà avanti, la partita rischia di diventare molto più costosa di un confronto in studio. La richiesta americana da oltre 250 milioni di dollari non viene presentata come una cifra simbolica. Secondo la difesa, è stata calcolata dai legali statunitensi sul valore del marchio, sul volume d’affari e sul danno reputazionale per il gruppo Cipriani. Il punto è che non si parla solo del danno personale a Minetti e Cipriani, ma del possibile pregiudizio a una realtà internazionale dell’ospitalità e della ristorazione. Il marchio, secondo stime commerciali non ufficiali, vanterebbe ricavi annui intorno ai 657,9 milioni di dollari. La questione potrebbe diventare rilevante anche per la nostra pubblica amministrazione. Se Report dovrà difendersi a New York, nella pratica il conto legale potrebbe finire sulla Rai, perché Report è un programma Rai. Se poi dovessero essere chiamati in causa anche Sigfrido Ranucci o singoli autori, la copertura dipenderebbe da manleve, contratti e assicurazioni. In caso di condanna della Rai, pagherebbe la Rai; in caso di condanna personale dei giornalisti, bisognerà vedere se l’azienda li coprirà o se riterrà la condotta fuori dal perimetro della tutela.
Sempre su La7 Travaglio ha poi allargato l’attacco al Quirinale, accusato di aver affidato la verifica alla stessa Procura generale che aveva già espresso il parere favorevole sulla grazia a Nicole Minetti. «Hanno chiesto all’oste se il vino è buono», ha detto. Poi il passaggio su Sergio Mattarella: «Secondo me, Mattarella è un amante del pericolo», ha aggiunto, definendolo «uno spericolato» e «un amante del brivido», nonostante la sua fama di uomo prudente. Nel ragionamento del direttore del Fatto, il Colle avrebbe corso un rischio politico e istituzionale affidandosi allo stesso ufficio che aveva seguito l’istruttoria originaria sulla grazia. La linea di difesa del Fatto è chiara: la Procura generale non avrebbe potuto liquidare come false le notizie pubblicate senza ascoltare direttamente le fonti del giornale, a partire dalla massaggiatrice Graciela De Los Santos Torres. Ma la Procura non stava celebrando un processo penale: doveva verificare se quelle notizie modificassero i presupposti della grazia. Per questo, spiega nel comunicato, non è stata disposta una rogatoria internazionale: il trattato di cooperazione penale tra Italia e Uruguay serve ad acquisire prove in un procedimento penale, mentre qui si trattava di un accertamento diverso.
Non solo. La Procura scrive di avere delegato accertamenti a Carabinieri e Interpol e conclude che le notizie di stampa «non corrispondono al vero». In particolare, le accuse della massaggiatrice sui presunti festini con droga e sesso risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede difensiva sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti: per verificare quel racconto sarebbero state sentite decine di persone. Anche la credibilità della fonte è diventata oggetto di scontro. Il racconto iniziale la presentava come una persona legata da vent’anni alla tenuta di Cipriani ma secondo la difesa, invece, i documenti dimostrerebbero che il rapporto di lavoro durò pochi mesi, non vent’anni. È qui che si giocherà una parte della partita: non solo se la donna sia stata ascoltata, ma se il suo racconto regga davanti a contratti, presenze, spostamenti e testimonianze raccolte. Il comunicato della Procura concentra le smentite poi sugli altri punti principali: sull’adozione non emergono irregolarità; il legale morto in Uruguay era il legale del minore, favorevole all’adozione, non quello dei genitori biologici; il quadro clinico del bambino, in cura al Boston Children’s Hospital, è confermato; per la coppia non risultano pendenze o indagini in Uruguay e Spagna. Nel frattempo, i legali di Minetti e Cipriani - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno già annunciato richieste risarcitorie per oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, per la puntata di È sempre Cartabianca del 28 aprile e per quella di Report del 3 maggio. In Italia il terreno potrà essere quello della diffamazione a mezzo stampa e del risarcimento del danno. Resta il profilo più delicato, quello del minore. Il diritto di cronaca sulla grazia esisteva, ma non imponeva di rendere riconoscibile un bambino adottato, né di esporne storia personale, condizioni cliniche, cure o rapporti con la famiglia biologica. Se sono stati pubblicati il nome del minore o elementi capaci di identificarlo, la questione potrà essere valutata sul piano deontologico, civile e, nei casi più gravi, anche penale. È il punto più pesante. Ciò che oggi resta online può essere ritrovato domani dallo stesso bambino. La notizia era la grazia a Minetti; il minore, secondo i legali, non doveva diventare il centro del racconto.
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