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2023-02-24
Urso: «Rifare il sistema incentivi. Se no finiscono a Stellantis estero»
Adolfo Urso (Ansa)
Così come sono strutturati, gli incentivi per l’acquisto di auto elettriche pensati dal governo Meloni finiscono tutti all’estero, in particolar modo a Stellantis, gruppo che produce poche auto a batteria all’interno dei confini italiani.
«I risultati di questi mesi ci dicono che gli incentivi finiscono in misura significativa alla grande azienda Stellantis, con cui abbiamo un rapporto e un confronto in atto, per circa il 40% ma in gran parte per auto realizzate fuori dall’Italia», ha detto il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, rispondendo al question time in Aula del Senato. Il ministro ha ricordato che gli incentivi richiesti sono quelli per le macchine tradizionali o ibride mentre «quelli sulle auto elettriche sono poco richieste» perché questo tipo di auto «continuano a costare troppo care in Italia». Inoltre, sul territorio, ha ricordato ancora Urso, ci sono 36.000 colonnine di ricarica rispetto alle 90.000 dell’Olanda.
Il ministro Urso ieri mattina, sempre sul tema degli incentivi, ha parlato nel corso del convegno dal titolo «La rivoluzione dell’automotive: le ricadute sul sistema industriale italiano e il ruolo delle imprese e del management». «Noi stiamo riflettendo su come realizzare incentivi che in qualche misura incentivino la produzione nazionale», ha detto Urso ricordando che è in arrivo un confronto al ministero con Stellantis e tutta la filiera dell’automotive. Come ha detto il ministro, «gli incentivi per le macchine elettriche sono rimasti per lo più inutilizzati. Non sono stati considerati significativi», anche perché si tratta di modelli che si «possono permettere in pochi. Quelli che se la possono permettere non hanno bisogno di incentivi per comprarsela», ha proseguito ricordando che bisogna «fare in modo che il consumatore sia incentivato davvero ad acquistare un’auto elettrica».
Urso, sempre ieri, ha ricordato che in tema di incentivi, dopo aver incontrato nei giorni scorsi il vicecancelliere e ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, a breve incontrerà il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire. «Siamo impegnati perché nei prossimi mesi due dossier che rimangono in campo», ha detto Urso, per quello che interessa l’Euro 7 e i veicoli pesanti, «ci sia un approccio pragmantico della Ue. E siamo impegnati perché nel 2026 con la clausola di salvaguardia che è prevista ci sia davvero una revisione affinché il sistema industriale italiano possa raggiungere questo obiettivo» che porterà verso una transizione sostenibile. Non a caso, l’esecutivo ha «avviato una politica industriale che serve a colmare le nostre lacune. Abbiamo insediato un tavolo tecnico sulle materie prime critiche perché mancano le materie prime che servono alla transizione. Rischiamo di passare dalla sudditanza verso l’energia russa a quella verso la Cina, sia per quanto riguarda le materie prime che le tecnologie green. Chiediamo una maggiore flessibilità in Europa», ha concluso.
«C’è sempre più consapevolezza che su questi due dossier», quello su Euro 7 e veicoli pesanti, «dobbiamo imporre una visione pragmatica a questa Commissione, o lo farà la prossima, perché nel 2024 si vota e questa sempre più larga opposizione a una visione ideologica probabilmente diventerà maggioranza». Si tratta di argomenti che potranno essere affrontati «in un contesto politico-istituzionale ben diverso da quello attuale, frutto della visione ideologica dell’Europa di 4-5 anni fa».
Ieri, Urso ha parlato anche di come il governo intenda riorganizzare tutti i sussidi oggi in vigore nel nostro Paese. In Italia «c’è in atto una giungla di incentivi», «ci sono quasi duemila incentivi, in parte nazionali e in gran parte regionali, tra loro difficilmente compatibili. Agiremo per disboscare, razionalizzare, omogeneizzare e renderli duraturi nel tempo», ha detto a Radio anch’io (Rai radio 1) rispondendo sul disegno di legge delega sugli incentivi alle imprese all’esame ieri in Consiglio dei ministri.
Il ministro, sempre a Federmanager, ha quindi sottolineato che «c’è bisogno di un nuovo paradigma, di una nuova visione. Questo governo ce l’ha: dobbiamo preservare il nostro tessuto industriale, consentirgli di affrontare la transizione e vincere la sfida. Riteniamo che il Paese, le imprese e voi manager avete gli strumenti per affrontare questa sfida se il governo ve li fornirà in maniera significativa, riuscendo a fare valere nell’Unione europea gli interessi nazionali».
Urso, così come tutto il governo, insomma, ha preso atto che al momento il sistema degli incentivi presenti in Italia è poco organizzato e non sta sortendo gli effetti sperati. In particolar modo, nel caso di quelli per le auto elettriche, nuova panacea a tutti i mali dell’ambiente, che però in Italia nessuno compra perché ancora troppo care e di difficile gestione a causa di infrastrutture carenti, soprattutto rispetto ai maggiori mercati europei. In Francia, Olanda, Germania e non solo, infatti, spesso le colonnine di ricarica sono decisamente più presenti e gli stipendi spesso consentono di comprare con più agio vetture a batteria.
Materie prime, garantiti 500 milioni
Il colosso del trading di materie prime Trafigura otterrà un prestito quinquennale di 500 milioni di dollari garantito dal governo italiano attraverso Sace, controllata del Mef. I fondi verranno erogati dalla banca giapponese Sumitomo Mitsui banking corporation (Smbc) come capofila di un consorzio di istituti internazionali, tra cui anche Unicredit e Credit agricole. Con l’accordo Trafigura si impegna a valutare l’acquisto di forniture e subforniture dalle imprese italiane a supporto dei propri piani di investimento e in parallelo fornirà all’industria italiana materie prime per almeno 300 milioni di dollari l’anno. «Si tratta di commodity come materiali non ferrosi fondamentali per le attività di numerosi comparti industriali e che assumono ancor maggiore centralità alla luce degli effetti del conflitto russo-ucraino», spiega Sace in una nota.
Il prestito è comunque un’ottima notizia per Trafigura che di recente è rimasta vittima di una presunta frode. Pensando di avere acquistato da una società indiana una ingente quantità di nichel, i dipendenti della società una volta aperti i container al porto di Rotterdam, pochi giorni prima di Natale, si sono trovati davanti la brutta sorpresa: un gigantesco carico di pietre dipinte. La truffa è costata alla società circa 577 milioni di dollari, anche se - sottolinea Bloomberg, che per primo ha riportato la notizia - la somma potrebbe rivelarsi inferiore se riuscirà a recuperare una parte dei fondi andati perduti. Il colosso del trading può comunque consolarsi con numeri incoraggianti. L’azienda ha chiuso l’anno fiscale 2022, terminato il 30 settembre, con 7 miliardi di dollari di utile, più che raddoppiati rispetto ai 3,1 dell’anno precedente.
Trafigura, che ha sede in Svizzera e Singapore, in Italia è coinvolta anche nell’acquisizione della raffineria Isab di Priolo, controllata dai russi di Lukoil, da parte del fondo cipriota Goi con cui il trader di materie prime ha siglato accordi esclusivi di lungo termine. Come aveva scritto La Verità lo scorso 14 gennaio, nelle prime settimane del 2023 Trafigura ha anche siglato un accordo per uscire da un’importante joint-venture (Nayara energy) con Rosneft in India, sciogliendo una relazione che durava da un decennio. Il suo pacchetto del 24,5% è stato venduto alla Hara capital sarl, una filiale dell’italiana Mareterra group holding, precedentemente nota come Genera, che investe anche in società energetiche. A capo di questa società basata nella Capitale c’è l’imprenditore romano Filippo Ghirelli. Le parti non hanno reso noto il prezzo, ma Trafigura aveva valutato la sua quota attorno ai 166 milioni di dollari. Rosneft, invece, manterrà la sua partecipazione del 49% in Nayara acquisita nel 2017 quando la Russia stava cercando di espandere i propri legami energetici con l’Asia.
Intanto si avvicina il 31 marzo, data prevista per la chiusura dell’operazione Priolo. Le sorti della raffineria Isab restano però appese al nodo del golden power. Nel frattempo, ha scritto ieri il quotidiano MF, c’è stato un incontro tra il direttore generale Isab/Lukoil, Eugene Maniakhine e i sindacati Filctem, Femca, Uiltec che sollecitano un incontro con l’acquirente, ma intanto chiedono a Palazzo Chigi di accelerare «con l’applicazione del golden power, lo strumento che potrebbe di fatto avviare le procedure per il passaggio della raffineria a Goi energy». Il governo, intanto, ha dichiarato la raffineria di interesse strategico nazionale, su proposta del ministero delle Imprese e del made in Italy, di concerto con quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha firmato il decreto lo scorso 3 febbraio.
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Il ministro: «Il gruppo ne incamera il 40% ma produce poche auto a batteria nei nostri confini. La giungla degli aiuti: sono quasi 2.000 mal organizzati e non danno effetti. La Ue riveda i dossier Euro 7 e veicoli pesanti».Il colosso del trading Trafigura, coinvolto anche nell’acquisizione di Priolo, otterrà il prestito avallato da Sace. Recupererà forniture da vendere alle aziende italiane.Lo speciale contiene due articoliCosì come sono strutturati, gli incentivi per l’acquisto di auto elettriche pensati dal governo Meloni finiscono tutti all’estero, in particolar modo a Stellantis, gruppo che produce poche auto a batteria all’interno dei confini italiani.«I risultati di questi mesi ci dicono che gli incentivi finiscono in misura significativa alla grande azienda Stellantis, con cui abbiamo un rapporto e un confronto in atto, per circa il 40% ma in gran parte per auto realizzate fuori dall’Italia», ha detto il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, rispondendo al question time in Aula del Senato. Il ministro ha ricordato che gli incentivi richiesti sono quelli per le macchine tradizionali o ibride mentre «quelli sulle auto elettriche sono poco richieste» perché questo tipo di auto «continuano a costare troppo care in Italia». Inoltre, sul territorio, ha ricordato ancora Urso, ci sono 36.000 colonnine di ricarica rispetto alle 90.000 dell’Olanda. Il ministro Urso ieri mattina, sempre sul tema degli incentivi, ha parlato nel corso del convegno dal titolo «La rivoluzione dell’automotive: le ricadute sul sistema industriale italiano e il ruolo delle imprese e del management». «Noi stiamo riflettendo su come realizzare incentivi che in qualche misura incentivino la produzione nazionale», ha detto Urso ricordando che è in arrivo un confronto al ministero con Stellantis e tutta la filiera dell’automotive. Come ha detto il ministro, «gli incentivi per le macchine elettriche sono rimasti per lo più inutilizzati. Non sono stati considerati significativi», anche perché si tratta di modelli che si «possono permettere in pochi. Quelli che se la possono permettere non hanno bisogno di incentivi per comprarsela», ha proseguito ricordando che bisogna «fare in modo che il consumatore sia incentivato davvero ad acquistare un’auto elettrica».Urso, sempre ieri, ha ricordato che in tema di incentivi, dopo aver incontrato nei giorni scorsi il vicecancelliere e ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, a breve incontrerà il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire. «Siamo impegnati perché nei prossimi mesi due dossier che rimangono in campo», ha detto Urso, per quello che interessa l’Euro 7 e i veicoli pesanti, «ci sia un approccio pragmantico della Ue. E siamo impegnati perché nel 2026 con la clausola di salvaguardia che è prevista ci sia davvero una revisione affinché il sistema industriale italiano possa raggiungere questo obiettivo» che porterà verso una transizione sostenibile. Non a caso, l’esecutivo ha «avviato una politica industriale che serve a colmare le nostre lacune. Abbiamo insediato un tavolo tecnico sulle materie prime critiche perché mancano le materie prime che servono alla transizione. Rischiamo di passare dalla sudditanza verso l’energia russa a quella verso la Cina, sia per quanto riguarda le materie prime che le tecnologie green. Chiediamo una maggiore flessibilità in Europa», ha concluso.«C’è sempre più consapevolezza che su questi due dossier», quello su Euro 7 e veicoli pesanti, «dobbiamo imporre una visione pragmatica a questa Commissione, o lo farà la prossima, perché nel 2024 si vota e questa sempre più larga opposizione a una visione ideologica probabilmente diventerà maggioranza». Si tratta di argomenti che potranno essere affrontati «in un contesto politico-istituzionale ben diverso da quello attuale, frutto della visione ideologica dell’Europa di 4-5 anni fa».Ieri, Urso ha parlato anche di come il governo intenda riorganizzare tutti i sussidi oggi in vigore nel nostro Paese. In Italia «c’è in atto una giungla di incentivi», «ci sono quasi duemila incentivi, in parte nazionali e in gran parte regionali, tra loro difficilmente compatibili. Agiremo per disboscare, razionalizzare, omogeneizzare e renderli duraturi nel tempo», ha detto a Radio anch’io (Rai radio 1) rispondendo sul disegno di legge delega sugli incentivi alle imprese all’esame ieri in Consiglio dei ministri.Il ministro, sempre a Federmanager, ha quindi sottolineato che «c’è bisogno di un nuovo paradigma, di una nuova visione. Questo governo ce l’ha: dobbiamo preservare il nostro tessuto industriale, consentirgli di affrontare la transizione e vincere la sfida. Riteniamo che il Paese, le imprese e voi manager avete gli strumenti per affrontare questa sfida se il governo ve li fornirà in maniera significativa, riuscendo a fare valere nell’Unione europea gli interessi nazionali».Urso, così come tutto il governo, insomma, ha preso atto che al momento il sistema degli incentivi presenti in Italia è poco organizzato e non sta sortendo gli effetti sperati. In particolar modo, nel caso di quelli per le auto elettriche, nuova panacea a tutti i mali dell’ambiente, che però in Italia nessuno compra perché ancora troppo care e di difficile gestione a causa di infrastrutture carenti, soprattutto rispetto ai maggiori mercati europei. In Francia, Olanda, Germania e non solo, infatti, spesso le colonnine di ricarica sono decisamente più presenti e gli stipendi spesso consentono di comprare con più agio vetture a batteria. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/urso-rifare-il-sistema-incentivi-se-no-finiscono-a-stellantis-estero-2659460379.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="materie-prime-garantiti-500-milioni" data-post-id="2659460379" data-published-at="1677182227" data-use-pagination="False"> Materie prime, garantiti 500 milioni Il colosso del trading di materie prime Trafigura otterrà un prestito quinquennale di 500 milioni di dollari garantito dal governo italiano attraverso Sace, controllata del Mef. I fondi verranno erogati dalla banca giapponese Sumitomo Mitsui banking corporation (Smbc) come capofila di un consorzio di istituti internazionali, tra cui anche Unicredit e Credit agricole. Con l’accordo Trafigura si impegna a valutare l’acquisto di forniture e subforniture dalle imprese italiane a supporto dei propri piani di investimento e in parallelo fornirà all’industria italiana materie prime per almeno 300 milioni di dollari l’anno. «Si tratta di commodity come materiali non ferrosi fondamentali per le attività di numerosi comparti industriali e che assumono ancor maggiore centralità alla luce degli effetti del conflitto russo-ucraino», spiega Sace in una nota. Il prestito è comunque un’ottima notizia per Trafigura che di recente è rimasta vittima di una presunta frode. Pensando di avere acquistato da una società indiana una ingente quantità di nichel, i dipendenti della società una volta aperti i container al porto di Rotterdam, pochi giorni prima di Natale, si sono trovati davanti la brutta sorpresa: un gigantesco carico di pietre dipinte. La truffa è costata alla società circa 577 milioni di dollari, anche se - sottolinea Bloomberg, che per primo ha riportato la notizia - la somma potrebbe rivelarsi inferiore se riuscirà a recuperare una parte dei fondi andati perduti. Il colosso del trading può comunque consolarsi con numeri incoraggianti. L’azienda ha chiuso l’anno fiscale 2022, terminato il 30 settembre, con 7 miliardi di dollari di utile, più che raddoppiati rispetto ai 3,1 dell’anno precedente. Trafigura, che ha sede in Svizzera e Singapore, in Italia è coinvolta anche nell’acquisizione della raffineria Isab di Priolo, controllata dai russi di Lukoil, da parte del fondo cipriota Goi con cui il trader di materie prime ha siglato accordi esclusivi di lungo termine. Come aveva scritto La Verità lo scorso 14 gennaio, nelle prime settimane del 2023 Trafigura ha anche siglato un accordo per uscire da un’importante joint-venture (Nayara energy) con Rosneft in India, sciogliendo una relazione che durava da un decennio. Il suo pacchetto del 24,5% è stato venduto alla Hara capital sarl, una filiale dell’italiana Mareterra group holding, precedentemente nota come Genera, che investe anche in società energetiche. A capo di questa società basata nella Capitale c’è l’imprenditore romano Filippo Ghirelli. Le parti non hanno reso noto il prezzo, ma Trafigura aveva valutato la sua quota attorno ai 166 milioni di dollari. Rosneft, invece, manterrà la sua partecipazione del 49% in Nayara acquisita nel 2017 quando la Russia stava cercando di espandere i propri legami energetici con l’Asia. Intanto si avvicina il 31 marzo, data prevista per la chiusura dell’operazione Priolo. Le sorti della raffineria Isab restano però appese al nodo del golden power. Nel frattempo, ha scritto ieri il quotidiano MF, c’è stato un incontro tra il direttore generale Isab/Lukoil, Eugene Maniakhine e i sindacati Filctem, Femca, Uiltec che sollecitano un incontro con l’acquirente, ma intanto chiedono a Palazzo Chigi di accelerare «con l’applicazione del golden power, lo strumento che potrebbe di fatto avviare le procedure per il passaggio della raffineria a Goi energy». Il governo, intanto, ha dichiarato la raffineria di interesse strategico nazionale, su proposta del ministero delle Imprese e del made in Italy, di concerto con quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha firmato il decreto lo scorso 3 febbraio.
Christine Lagarde (Ansa)
Lo ammette senza troppi giri di parole Christine Lagarde: abbiamo discusso un possibile rialzo dei tassi. Discusso. Valutato. Soppesato. Poi archiviato. Per ora. Con un’aggiunta che sa più di promessa che di prudenza: se ne riparlerà a giugno. La realtà è salita sul palcoscenico e ha cambiato la scena. La guerra in Medio Oriente riapre una ferita che l’Europa conosce benissimo ma finge di dimenticare: l’energia che diventa arma. Il blocco dello Stretto di Hormuz - nome quasi astratto finché non arriva la bolletta della luce - non è solo una variabile economica. È una leva politica travestita da pompa di benzina. E infatti l’inflazione, che sembrava finalmente domata, decide di rialzare la testa. Ad aprile torna al 3%. Non un’esplosione, ma abbastanza per ricordare alla Bce che il 2% non è un suggerimento: è una linea di confine. Perché mentre i prezzi ripartono, l’economia rallenta. L’Eurozona nel primo trimestre è migliorata dello 0,1%. Tecnicamente è un miglioramento, praticamente un battito di ciglia. Definirla «bassa crescita», come fa Lagarde, è un esercizio di stile che meriterebbe un premio a parte: quello per l’ottimismo resistente.
Ed è in questo equilibrio instabile che la Bce si ritrova intrappolata. Da una parte l’inflazione che rialza la voce, dall’altra una crescita che ha perso le corde vocali. In mezzo, la politica monetaria che tenta di non scegliere per non sbagliare. O meglio sceglie di aspettare perché qualsiasi scelta avrebbe un costo. «Abbiamo preso la decisione di non toccare i tassi perché le informazioni sono ancora insufficienti», dice Lagarde. Onesta, ma inquietante. Il tempo che passa, in economia, non è mai neutrale. Poi arriva la frase chiave che fa alzare qualche sopracciglio: «Ci stiamo allontanando dal nostro scenario di base». Come dire: le stime su cui pensavamo di basarci - guerra breve, energia sotto controllo, inflazione in discesa - si stanno sgretolando. Non crollano, certo. Ma si incrinano abbastanza da rendere ogni previsione una scommessa. E qui la lettura diventa inevitabilmente più critica. Perché la sensazione è che la Bce, ancora una volta, si trova a inseguire gli eventi invece di anticiparli. Un thriller già visto: nel 2011, con il rialzo dei tassi che alimentò la crisi del debito. Nel 2022, sottovalutando l’inflazione fino a farla diventare un problema strutturale. Due errori opposti, ma figli dello stesso difetto: arrivare sempre un attimo dopo. È proprio questo l’incubo che incombe sulle riunioni di Francoforte. Non tanto cosa fare, ma cosa non fare. E in economia, come in politica, la paura di sbagliare diventa strategia: quella del rinvio permanente. Nel frattempo, il resto del mondo fa coro. La Federal Reserve per la terza volta di fila resta ferma, la Bank of England pure. Tutti prudenti, tutti immobili, tutti in attesa che qualcun altro faccia il primo passo. È la globalizzazione della cautela: nessuno vuole essere ricordato come quello che ha mosso la pedina sbagliata nel momento sbagliato. Sotto questa calma apparente, il sistema si muove. Le aspettative di inflazione risalgono, la fiducia di imprese e famiglie si incrina, la guerra non ha ancora scaricato tutto il suo impatto sull’economia reale. La quiete che precede non il temporale ma la revisione del meteo. E così il quadro finale è quasi sospeso: tassi fermi, dibattito acceso; inflazione in salita, ma non fuori controllo; crescita debole, ma non assente. Una sorta di equilibrio instabile in cui tutto sembra tenere finché non precipita. Ed è qui che la narrazione di Lagarde diventa più fragile, quasi difensiva. La prudenza viene presentata come virtù, ma rischia di diventare una postura permanente. E il mercato, si sa, non premia chi aspetta troppo a lungo di decidere: premia chi arriva prima di essere costretto a rincorrere. La conclusione, allora, è meno rassicurante di quanto sembri. La Bce non è immobile: è semplicemente in attesa del momento in cui muoversi sarà inevitabile. Ha scelto la pausa. Ma è una pausa che somiglia sempre di più a una sospensione carica di tensione. E quando il sipario si rialzerà non basterà più raccontare che «si è discusso il rialzo». Il pubblico chiederà spiegazioni.
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Gianluigi Paragone smaschera il paradosso del fronte del No: un giorno difende l'autonomia dei giudici come fosse sacra e il giorno dopo, sul caso di Nicole Minetti, si arrabbia perché il Ministero non ha dato ordini ai magistrati o non ha inseguito i colpevoli in Uruguay.
Non accontentatevi del «mala tempora currunt», perché ora «sed peiora parantur». Non bisogna essere il mago Otelma per accorgersi che non c’è da stare allegri se il petrolio e il gas sono raddoppiati, se la Cina ci invade con prodotti in dumping perché è in iperproduzione e se la guerra dei dazi blocca la nostra merce alle frontiere. Che i tempi sono pessimi lo sanno tutti tranne la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, convinta che giocando con i carri armatini e rafforzando il Green deal ci si salva. Ha detto: «Non ci sono le condizioni per sospendere il Patto di stabilità». Al massimo due aiutini di Stato. E, mentre studia un piano per rinchiuderci in casa, mandarci a piedi e bloccarci i condizionatori causa mancanza di energia, risponde: «Non siamo ai tempi del Covid». Come dire: con il lockdown energetico mica dovete vaccinarvi.
Magari ci fosse un vaccino contro la miseria! Perché l’Europa è un malato grave e servirebbe subito la sospensione delle regole fiscali. Forse avendo dato gli ultimi, necessari, 90 miliardi a Volodymir Zelensky, avendo in testa di portare il bilancio Ue a 2.000 miliardi ammazzando di altre tasse imprese e contribuenti, volendo varare un riarmo da 800 miliardi, i soldi per lanciare un nuovo «recovery» non ci sono, ma di certo non è tempo di fare sottigliezze sugli zero virgola di bilancio. Va scritto a lettere cubitali: l’Europa, e l’eurozona ancora più gravemente, è in stagflazione. Ci sono impietosi i numeri: l’inflazione nei Paesi che hanno adottato l’euro ad aprile è salita al 3% (rispetto al 2,6% annuo fino a marzo e all’1,9% di febbraio), ma il tasso di crescita è inchiodato allo 0,1%, certificato da Eurostat, che stima ancora un +0,8% a fine anno. È la peggiore patologia economica che possa capitare: vuol dire che il volume economico arretra, ma l’inflazione sale. Stiamo importando energia a un costo spropositato ma, siccome per pagare le bollette aziende e famiglie spendono di più, la domanda aggregata frena; se poi si blocca l’export perché la Cina fa dumping e perché, ad esempio, a Dubai il lusso made in Italy non lo consuma più nessuno causa paura, ecco la tempesta perfetta. Con in più una sciagura: al timone della nave c’è una baronessa tutta chiacchiere e distintivo. Fuor di metafora: anche chi, come il vicepremier Antonio Tajani, dice che non si deve derogare dai vincoli di bilancio ma semmai accedere al Mes, oggi è di fronte al baratro economico annunciato. Che si materializza nelle parole di un’altra signora d’Europa. Christine Lagarde presidente della Bce.
L’inflazione ha accelerato ben sopra il target dell’Eurotower, ma ieri hanno deciso di lasciare i tassi invariati al 2% (anche quelli sul rifinanziamento restano al 2,15% e al 2,4%). La ragione? Pare che l’inflazione di fondo stia ancora al 2,2 e, quindi, l’impennata dei prezzi energetici oltre il 5% può essere interpretata per un po’ come una fiammata dovuta all’imbuto di Hormuz. Alle Borse è bastato che non ci sia stata la stretta immediata per pigliare fiato (la migliore è Milano, col +0,9 nonostante un tonfo di Stellantis che perde quasi il 6,4 mentre il petrolio arretra di 3 punti). La Lagarde però è stata chiara: non fateci la bocca. «Abbiamo discusso molto sulla possibilità di alzare, ma all’unanimità abbiamo deciso di stare fermi. La Bce non intende reagire immediatamente a uno shock di offerta», ha commentato. A giugno però potrebbe esserci la stretta: «Le prossime sei settimane», ha detto Lagarde, saranno il momento opportuno per valutare l’economia al fine di prendere una decisione ponderata sulla base di informazioni verificate e riesaminate».
La verità è che tutte le banche centrali - da Londra alla Fed - sono rimaste ferme. In Europa un combinato disposto di stagflazione conclamata e aumento dei tassi sarebbe mortale. Soprattutto per l’Italia, che deve spesare un enorme debito pubblico che l’inflazione erode nominalmente ma i tassi fanno diventare più caro. Chi sta peggio è la Francia (zero crescita, inflazione mensile all’1,2% e su base annua al 2,5%), ma la «locomotiva» Germania è al minimo (0,3% di crescita su base trimestrale, 0,5% di aumento mensile dei prezzi e annuale del 2,9%) e pure la Spagna dei presunti miracoli paga dazio: cresce dello 0,6%, ha però il più alto tasso d’inflazione, al 3,6%. Da noi i numeri non consolano: crescita allo 0,2%, inflazione annua al 2,9% secondo Eurostat, ma balzo ad aprile dell’1,7% con l’energia a +5,1% e carrello della spesa pesante (+2,5 con gli alimentari non lavorati, frutta e verdura per intenderci, che vanno su del 6% e i beni di frequente acquisto che schizzano a +4,3%). L’inflazione di fondo cala pero di uno 0,3, all’1,6%, ma non si vede nelle tasche. In proiezione di spesa ogni famiglia, se le cose continuano così, sborserà 1.000 euro in più a fine anno. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti due giorni fa ha detto: «No all’immagine del Paese al disastro: non è tutto oro, ma neppure stagflazione». Purtroppo dall’Europa sono arrivate pessime notizie: sed peiora parantur!
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