True
2021-10-28
Un patto ha trasformato l’Italia nell’apripista dei Paesi del signorsì
Getty images
Stanno aumentando i contagi; il film continua. Come in un kolossal dell'Istituto Luce, l'Italia prosegue imperterrita nella sua produzione cinematografica legata alla pandemia, assegnandosi anche tutti i premi della critica.
C'è da sorridere a volte leggendo le notizie di questi giorni; un primario di cardiochirurgia di Torino che, sue parole, vive con la mascherina incorporata, si è ritrovato positivo a otto mesi dal vaccino e non riesce a capacitarsi su come si sia potuto infettare.
In realtà da sorridere non c'è niente, perché se questo medico, che ha sempre utilizzato, in maniera maniacale, tutte le attenzioni per evitare il contagio ne è rimasto vittima, significa che ormai bisogna convivere con il virus, a prescindere dal vaccino.
E significa che la scelta della Gran Bretagna, dove non esiste nessuna emergenza, è l'unica possibile. Tornare a vivere, curare i malati e non terrorizzare i sani.
Ma qui il film ha preso un'altra piega e i suoi protagonisti non intendono certo cambiare l'unico copione che hanno imparato a memoria da due anni.
È passata sotto traccia la notizia dei due impianti per la produzione di vaccini che stanno nascendo a Monza e ad Anagni; nessuno, tantomeno le multinazionali attente al business, investirebbe mai milioni senza avere la garanzia di un mercato. È lo stesso copione delle mascherine; quando l'allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, e molti dei medici diventati poi protagonisti del film ne negavano l'utilità, la Fca e altre realtà imprenditoriali decisero di creare impianti per produrre centinaia di milioni di mascherine al giorno. Che grandi imprenditori, che visionari, quasi come Elon Musk ormai lanciato nello spazio, i nostri grandi capitani d'impresa intravidero che il film sarebbe presto diventato una serie, lunga ma con pochi colpi di scena e quindi le mascherine sarebbero state una grande opportunità.
In pochi dissentono in questo Paese, un Paese in cui molti hanno qualcosa da perdere o vogliono sedersi al nuovo tavolo, fatto di economia del malessere e di varie transizioni, digitali ed ecologiche, totalmente dissociate, soprattutto se imposte in tempi così rapidi, dalla realtà italiana, che non è rappresentata dai quattro grattacieli di Milano, ma è articolata e con tantissime sfumature che ne hanno da sempre rappresentato la forza.
Ma perché l'Italia è la domanda che molti si pongono. Perché l'Italia è così rigida, così militare, così efficiente nel perseguire un obiettivo, quello della vaccinazione generalizzata, visto che siamo sempre stati in fondo a quasi tutte le classifiche legate alle funzioni pubbliche come sanità, giustizia, istruzione etc.? La risposta va forse cercata lontano; era il settembre 2014, quando l'allora ministro della sanità Beatrice Lorenzin, ricevette alla Casa Bianca, durante un Global health summit, un incarico. Il nostro Paese avrebbe guidato le strategie e le campagne vaccinali nel mondo per i successivi cinque anni. Ovvio che in quegli anni, le relazioni, i rapporti e gli accordi presi nel nostro Paese, alla luce del sole o molto più probabilmente in qualche sala meno luminosa andassero in quella direzione, e cioè quella di spingere il più possibile le campagne vaccinali. Chi poteva essere quindi, se non l'Italia, il candidato numero uno tra i Paesi occidentali a fare da apripista alla campagna vaccinale anti Covid, senza se e senza ma?
Se si parte da quel punto è evidente che l'aspetto sanitario sia ormai da molto tempo un problema poco rilevante rispetto a scelte che nulla hanno a che fare con politiche in grado di affrontare e ridurre i danni da coronavirus.
L'Italia è sempre stata un Paese provinciale, ma in questi ultimi 20 mesi è imbarazzante quanto si sia chiusa su sé stessa; i fondi del governo agli organi di informazione per veicolare messaggi pro emergenza infinita sono forse solo un aspetto di questa chiusura. Nessuno parla più di Israele, dove è sempre più evidente il limite di una campagna anti Covid fondata solo sui vaccini, si inventano fandonie sul Regno Unito e sui Paesi dell'est, dove comunque il tasso di mortalità per milione di abitanti è in molti casi inferiore al nostro (ad esempio in Russia il tasso è 1.594 per milione, in Italia 2.186). Cosa c'è dietro questa follia quindi ?
Qual è il patto segreto che si è sottoscritto per trasformare l'Italia? Sono forse i miliardi del Recovery plan, subordinati al raggiungimento di una vaccinazione di tutti i cittadini, per vedere come un popolo possa essere piegato dal potere dello Stato, stravolgendo qualunque principio e diritto che sembrava acquisito fino a venti mesi fa?
Mario Draghi non si può contestare, ha potere assoluto in questo momento; è un uomo determinato, insensibile agli effetti collaterali; la sua strategia di salvataggio della Grecia fu un bagno di sangue per quel Paese. Draghi presidente Bce sarà ricordato come il presidente dei tassi negativi; un provvedimento che ha senso in caso di emergenza, per un periodo limitato, ma che invece è ormai in essere da dieci anni e che ha avuto come esito la transumanza dei risparmi degli italiani dai titoli di Stato, negativi, a titoli molto più rischiosi; il risparmio è diventato una colpa. Quante colpe vengono addossate ai cittadini: non spendono, non stanno chiusi in casa, emettono anidride carbonica, alcuni non si vogliono vaccinare. Il film è ancora lungo.
«A Trieste lo tsunami dei 40.000»
Quello fatto recapitare al governo di Mario Draghi dai camalli di Stefano Puzzer è un ultimatum più che una richiesta: «No green pass e niente obbligo vaccinale, altrimenti la protesta andrà avanti a oltranza». La proposta di un accordo sui tamponi gratuiti, insomma, verrebbe rispedita al mittente. In attesa di una risposta, il corteo di ieri, con un migliaio di manifestanti scortatissimi dalla polizia, è partito da Domio, Comune alle porte dell'area industriale triestina, alle 9.20, e un'ora dopo ha raggiunto il parcheggio della Risiera, non troppo lontano dalle reti che delimitano la zona di proprietà della Siot, azienda scelta come simbolo della protesta per gli interessi economici che rappresenta per lo scalo, a due passi dall'ingresso del Porto. Alle 10 la Questura ha cominciato a fare i primi conti e dai circa 1.000 della prima stima si è passati a 2.000. Gli organizzatori, invece, ritengono che ci fossero 4.000 partecipanti.
In prima fila le pettorine gialle di una cinquantina di portuali ma, stando agli organizzatori, al corteo hanno preso parte anche lavoratori provenienti da altri settori: autisti della Trieste trasporti, operai della Flex e della Wartsila. I più numerosi erano comunque i No green pass, triestini e veneti. Con Puzzer, portavoce del Coordinamento 15 ottobre, alla testa della marcia: «Domani (oggi per chi legge, ndr) avremo la risposta da parte del Consiglio dei ministri e poi deciderà il consiglio del popolo. Se il governo rigetterà le richieste che abbiamo fatto sabato scorso al ministro Stefano Patuanelli noi andremo avanti nella nostra protesta, lo faremo pacificamente, anche in porto, ma sempre con le stesse modalità, senza però bloccare mai nessuno. Noi non siamo qui per mettere in crisi la nostra città, per dar fastidio ai cittadini che non la pensano come noi. Quindi se potremo evitare disagi alla cittadinanza lo faremo sicuramente». L'appuntamento è per oggi alle 17 a Campo San Giacomo, a poca distanza dal centro cittadino. Dal Comitato 15 ottobre è già partita anche una proposta di sciopero del green pass per venerdì. L'invito, per coloro che ne sono provvisti, è di non esibirlo laddove viene richiesto.
Puzzer ha annunciato anche che il Comitato 15 ottobre sta mettendo su «un ufficio tecnico sanitario», una sorta di Cts, «in risposta a quello del governo». E ha fatto sapere che sarà composto da scienziati e da personalità italiane non allineate, i cui nomi, per ora, sono top secret.
Il corteo, tra gli slogan e il ritornello «la gente come noi non molla mai», che è diventato l'inno della protesta, e tra immagini sacre e cartelli «No green pass» e «Libertà», è andato avanti per le vie della città in modo pacifico. Alla tappa finale i manifestanti hanno trovato una barriera di agenti di polizia, pronti a intervenire se qualcuno avesse tentato l'ingresso nell'area del porto. «Volevano creare una trappola a Trieste», ha detto Puzzer riferendosi alla manifestazione annullata perché erano previste infiltrazioni dei black bloc, «ma noi abbiamo la responsabilità anche per tutta la città: volevano creare un G8 di Genova e non lo abbiamo permesso». Secondo il movimento 3V, che ha lanciato nei giorni scorsi la mobilitazione, oggi, però, sono attese 40.000 persone. Ugo Rossi, leader del Movimento 3V a Trieste, ha annunciato: «Replicheremo lo tsunami di oltre 40.000 umani dell'ultima volta» e ha invitato i No green pass da tutta la regione e da tutto il Nord Est con questo richiamo: «No al ricatto lavorativo, no al green pass, no all'obbligo vaccinale, per la libera scelta, per la solidarietà, contro le discriminazioni». L'ennesimo stress test per il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese.
Continua a leggereRiduci
La scelta della Gran Bretagna, tornare a vivere, curare i malati e non terrorizzare i sani, è l'unica possibile. Ma da noi si seguono linee dettate da altri. E in tanti vogliono sedersi al tavolo dell'economia del malessereRossi, leader del movimento 3V, ha invitato per oggi i No green pass di tutto il Nord Est Per Puzzer, portavoce dei portuali, sta nascendo un Cts alternativo a quello del governoLo speciale contiene due articoli Stanno aumentando i contagi; il film continua. Come in un kolossal dell'Istituto Luce, l'Italia prosegue imperterrita nella sua produzione cinematografica legata alla pandemia, assegnandosi anche tutti i premi della critica.C'è da sorridere a volte leggendo le notizie di questi giorni; un primario di cardiochirurgia di Torino che, sue parole, vive con la mascherina incorporata, si è ritrovato positivo a otto mesi dal vaccino e non riesce a capacitarsi su come si sia potuto infettare.In realtà da sorridere non c'è niente, perché se questo medico, che ha sempre utilizzato, in maniera maniacale, tutte le attenzioni per evitare il contagio ne è rimasto vittima, significa che ormai bisogna convivere con il virus, a prescindere dal vaccino.E significa che la scelta della Gran Bretagna, dove non esiste nessuna emergenza, è l'unica possibile. Tornare a vivere, curare i malati e non terrorizzare i sani.Ma qui il film ha preso un'altra piega e i suoi protagonisti non intendono certo cambiare l'unico copione che hanno imparato a memoria da due anni.È passata sotto traccia la notizia dei due impianti per la produzione di vaccini che stanno nascendo a Monza e ad Anagni; nessuno, tantomeno le multinazionali attente al business, investirebbe mai milioni senza avere la garanzia di un mercato. È lo stesso copione delle mascherine; quando l'allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, e molti dei medici diventati poi protagonisti del film ne negavano l'utilità, la Fca e altre realtà imprenditoriali decisero di creare impianti per produrre centinaia di milioni di mascherine al giorno. Che grandi imprenditori, che visionari, quasi come Elon Musk ormai lanciato nello spazio, i nostri grandi capitani d'impresa intravidero che il film sarebbe presto diventato una serie, lunga ma con pochi colpi di scena e quindi le mascherine sarebbero state una grande opportunità.In pochi dissentono in questo Paese, un Paese in cui molti hanno qualcosa da perdere o vogliono sedersi al nuovo tavolo, fatto di economia del malessere e di varie transizioni, digitali ed ecologiche, totalmente dissociate, soprattutto se imposte in tempi così rapidi, dalla realtà italiana, che non è rappresentata dai quattro grattacieli di Milano, ma è articolata e con tantissime sfumature che ne hanno da sempre rappresentato la forza.Ma perché l'Italia è la domanda che molti si pongono. Perché l'Italia è così rigida, così militare, così efficiente nel perseguire un obiettivo, quello della vaccinazione generalizzata, visto che siamo sempre stati in fondo a quasi tutte le classifiche legate alle funzioni pubbliche come sanità, giustizia, istruzione etc.? La risposta va forse cercata lontano; era il settembre 2014, quando l'allora ministro della sanità Beatrice Lorenzin, ricevette alla Casa Bianca, durante un Global health summit, un incarico. Il nostro Paese avrebbe guidato le strategie e le campagne vaccinali nel mondo per i successivi cinque anni. Ovvio che in quegli anni, le relazioni, i rapporti e gli accordi presi nel nostro Paese, alla luce del sole o molto più probabilmente in qualche sala meno luminosa andassero in quella direzione, e cioè quella di spingere il più possibile le campagne vaccinali. Chi poteva essere quindi, se non l'Italia, il candidato numero uno tra i Paesi occidentali a fare da apripista alla campagna vaccinale anti Covid, senza se e senza ma?Se si parte da quel punto è evidente che l'aspetto sanitario sia ormai da molto tempo un problema poco rilevante rispetto a scelte che nulla hanno a che fare con politiche in grado di affrontare e ridurre i danni da coronavirus.L'Italia è sempre stata un Paese provinciale, ma in questi ultimi 20 mesi è imbarazzante quanto si sia chiusa su sé stessa; i fondi del governo agli organi di informazione per veicolare messaggi pro emergenza infinita sono forse solo un aspetto di questa chiusura. Nessuno parla più di Israele, dove è sempre più evidente il limite di una campagna anti Covid fondata solo sui vaccini, si inventano fandonie sul Regno Unito e sui Paesi dell'est, dove comunque il tasso di mortalità per milione di abitanti è in molti casi inferiore al nostro (ad esempio in Russia il tasso è 1.594 per milione, in Italia 2.186). Cosa c'è dietro questa follia quindi ? Qual è il patto segreto che si è sottoscritto per trasformare l'Italia? Sono forse i miliardi del Recovery plan, subordinati al raggiungimento di una vaccinazione di tutti i cittadini, per vedere come un popolo possa essere piegato dal potere dello Stato, stravolgendo qualunque principio e diritto che sembrava acquisito fino a venti mesi fa?Mario Draghi non si può contestare, ha potere assoluto in questo momento; è un uomo determinato, insensibile agli effetti collaterali; la sua strategia di salvataggio della Grecia fu un bagno di sangue per quel Paese. Draghi presidente Bce sarà ricordato come il presidente dei tassi negativi; un provvedimento che ha senso in caso di emergenza, per un periodo limitato, ma che invece è ormai in essere da dieci anni e che ha avuto come esito la transumanza dei risparmi degli italiani dai titoli di Stato, negativi, a titoli molto più rischiosi; il risparmio è diventato una colpa. Quante colpe vengono addossate ai cittadini: non spendono, non stanno chiusi in casa, emettono anidride carbonica, alcuni non si vogliono vaccinare. Il film è ancora lungo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-patto-ha-trasformato-litalia-nellapripista-dei-paesi-del-signorsi-2655418703.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-trieste-lo-tsunami-dei-40-000" data-post-id="2655418703" data-published-at="1635400793" data-use-pagination="False"> «A Trieste lo tsunami dei 40.000» Quello fatto recapitare al governo di Mario Draghi dai camalli di Stefano Puzzer è un ultimatum più che una richiesta: «No green pass e niente obbligo vaccinale, altrimenti la protesta andrà avanti a oltranza». La proposta di un accordo sui tamponi gratuiti, insomma, verrebbe rispedita al mittente. In attesa di una risposta, il corteo di ieri, con un migliaio di manifestanti scortatissimi dalla polizia, è partito da Domio, Comune alle porte dell'area industriale triestina, alle 9.20, e un'ora dopo ha raggiunto il parcheggio della Risiera, non troppo lontano dalle reti che delimitano la zona di proprietà della Siot, azienda scelta come simbolo della protesta per gli interessi economici che rappresenta per lo scalo, a due passi dall'ingresso del Porto. Alle 10 la Questura ha cominciato a fare i primi conti e dai circa 1.000 della prima stima si è passati a 2.000. Gli organizzatori, invece, ritengono che ci fossero 4.000 partecipanti. In prima fila le pettorine gialle di una cinquantina di portuali ma, stando agli organizzatori, al corteo hanno preso parte anche lavoratori provenienti da altri settori: autisti della Trieste trasporti, operai della Flex e della Wartsila. I più numerosi erano comunque i No green pass, triestini e veneti. Con Puzzer, portavoce del Coordinamento 15 ottobre, alla testa della marcia: «Domani (oggi per chi legge, ndr) avremo la risposta da parte del Consiglio dei ministri e poi deciderà il consiglio del popolo. Se il governo rigetterà le richieste che abbiamo fatto sabato scorso al ministro Stefano Patuanelli noi andremo avanti nella nostra protesta, lo faremo pacificamente, anche in porto, ma sempre con le stesse modalità, senza però bloccare mai nessuno. Noi non siamo qui per mettere in crisi la nostra città, per dar fastidio ai cittadini che non la pensano come noi. Quindi se potremo evitare disagi alla cittadinanza lo faremo sicuramente». L'appuntamento è per oggi alle 17 a Campo San Giacomo, a poca distanza dal centro cittadino. Dal Comitato 15 ottobre è già partita anche una proposta di sciopero del green pass per venerdì. L'invito, per coloro che ne sono provvisti, è di non esibirlo laddove viene richiesto. Puzzer ha annunciato anche che il Comitato 15 ottobre sta mettendo su «un ufficio tecnico sanitario», una sorta di Cts, «in risposta a quello del governo». E ha fatto sapere che sarà composto da scienziati e da personalità italiane non allineate, i cui nomi, per ora, sono top secret. Il corteo, tra gli slogan e il ritornello «la gente come noi non molla mai», che è diventato l'inno della protesta, e tra immagini sacre e cartelli «No green pass» e «Libertà», è andato avanti per le vie della città in modo pacifico. Alla tappa finale i manifestanti hanno trovato una barriera di agenti di polizia, pronti a intervenire se qualcuno avesse tentato l'ingresso nell'area del porto. «Volevano creare una trappola a Trieste», ha detto Puzzer riferendosi alla manifestazione annullata perché erano previste infiltrazioni dei black bloc, «ma noi abbiamo la responsabilità anche per tutta la città: volevano creare un G8 di Genova e non lo abbiamo permesso». Secondo il movimento 3V, che ha lanciato nei giorni scorsi la mobilitazione, oggi, però, sono attese 40.000 persone. Ugo Rossi, leader del Movimento 3V a Trieste, ha annunciato: «Replicheremo lo tsunami di oltre 40.000 umani dell'ultima volta» e ha invitato i No green pass da tutta la regione e da tutto il Nord Est con questo richiamo: «No al ricatto lavorativo, no al green pass, no all'obbligo vaccinale, per la libera scelta, per la solidarietà, contro le discriminazioni». L'ennesimo stress test per il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese.
Devo subito citare l’importante libro dell’ingegner Marcello Spagnulo, Geopolitica dell’esplorazione spaziale (Rubbettino, 2019) di cui scrissi la postfazione perché inserisce il lettore nel realismo politico e geoeconomico dell’industria spaziale. Segnalo anche il mio Italia globale (Rubbettino, 2023) nel capitolo sulla competitività industriale anche eso dell’Italia, dove il raggio di interesse «globale» non è solo terrestre/orizzontale, ma verticale e ultraorbitale.
Il finanziamento dell’industria spaziale è sempre stato ed è, per lo più, statale in quanto un’economia dello spazio extraterrestre non ha avuto (finora) autonomia per il ciclo privato del capitale. Ma sempre più mostra la capacità di generare, via ricadute e contaminazioni, innovazioni tecnologiche e nei servizi con crescente valore economico che bilancia pur con tempi differiti gli investimenti di denaro pubblico, dando loro un plus di incremento del potere cognitivo, trasformabile in finanziario, distribuito in un’economia nazionale. Nei modelli geoeconomici che usano i miei ricercatori lo spazio di riferimento non è più solo terrestre o solo orbitale, ma si espande ben oltre comprendendo l’intero sistema solare. Ciò coincide con la nuova definizione di spazio geopolitico eso: per controllare l’orbita dove vengono collocati strumenti di superiorità/controllo per scopi terrestri bisogna poter controllare dall’esterno, e non solo dalla Terra, l’orbita stessa. Tale considerazione strategica spinge la creazione di cantieri per la costruzione di astronavi nello spazio per renderle più grandi senza problemi di dover superare la forza di gravità per il lancio, sperimentazione dei precursori prevista nello statunitense progetto Artemis di prossimo sbarco e insediamenti sulla Luna sia in superficie sia nella sua orbita, con notevole presenza dell’Italia. Questa proiezione iniziale nel sistema solare - in un orizzonte di 30 anni - impone innovazioni discontinue: esorobotica e super intelligenza artificiale, protezione degli umani in un ambiente totalmente ostile sia nelle astronavi sia per sbarchi planetari, cioè una nuova tecnologia di esohabitat, eccrtrts. Per l’analisi economica qui c’è il problema che il tempo di sviluppo di un investimento e quello della sua resa è troppo lungo per incentivare il capitale di investimento privato. Ma l’accelerazione dei programmi eso più remoti tende in realtà a portare innovazioni con remunerazione sufficientemente a breve termine sul mercato. Tale effetto potrà accorciare il tempo tra investimento e resa nel futuro: si pensi a un ospedale da campo sulla Luna e si contino quante tecnologie mediche-chirurgiche robotizzate innovative servano. La ricerca nel presente per queste le produrrà in tempi finanziariamente compatibili con effetti diffusi alla condizione che venga confermato il programma di residenza permanente sulla Luna sostenuto da denaro pubblico.
I miei ricercatori calcolano che un euro pubblico speso per un programma esospaziale possa produrre per spin off (ricadute) un moltiplicatore (stimato prudenzialmente) di quasi 250 volte nel mercato privato in tempi non superiori ai 15 anni. Ovviamente in nazioni con sufficiente varietà di capacità cognitive e industriali. Tale stima suggerisce un maggiore investimento su tali capacità e la concentrazione di capitale su progetti selezionati, e non la dispersione.
Ovviamente la politica deve dare priorità al presente cercando di compensare i gap di ricchezza e/o competitività del sistema produttivo corrente. Inoltre, il peso del servizio al debito pubblico (costo degli interessi) comprime lo spazio fiscale per investimenti futurizzanti. Ma c’è una soluzione: una programma di Partenariato pubblico/privato (Ppp) dedicato alla esopolitica industriale per potenziare con finanza dal mercato il quanto messo dal denaro pubblico. Suggerisco anche la creazione di una «Esobank» come banca italiana di investimento per programmi spaziali partecipata da attori finanziari del G7 con raggio di intervento equivalente. Università e centri di ricerca italiani? Nel settore c’è già un potenziale enorme di competenza: basterebbe togliere qualsiasi barriera tra università ed industria. Ad Astra.
www.carlopelanda.com
Continua a leggereRiduci
Jack Lang, ex ministro della Cultura francese. Nel riquadro, a Parigi con Epstein (Ansa)
L’ultima figura eminente a cadere sotto i colpi dello scandalo è stato il socialista francese Jack Lang, storico portavoce e ministro della Cultura di François Mitterrand. L’ottantaseienne, attualmente presidente dell’Istituto del mondo arabo (Ima), ha dichiarato infondate le accuse per riciclaggio e reati fiscali a carico suo e di sua figlia Caroline, entrati in contatto con Epstein grazie a Woody Allen e ai quali il pedofilo avrebbe fornito gratuitamente - su richiesta del francese - aerei e ville di lusso. Con la donna il magnate ha anche aperto, nel 2016, una società offshore nelle Isole Vergini. L’ex ministro francese ha accolto l’inchiesta «con serenità e persino sollievo», convinto che «farà piena luce sulle accuse che ledono» la sua integrità e il suo onore. In serata, poi, ha comunque presentato le dimissioni dall’Ima.
Come dicevamo, la longa manus di Epstein è giunta finanche in Ucraina, e non sporadicamente. In uno scambio di email con Ariane de Rothschild, banchiera con cittadinanza francese nonché baronessa, l’uomo scrive: «I disordini in Ucraina dovrebbero creare un sacco di opportunità, proprio tante». Il messaggio risale al 18 marzo 2014, data in cui Vladimir Putin formalizza l’annessione della Crimea dopo la rivoluzione di Euromaidan dello stesso anno. I documenti mostrano che, qualche giorno prima, Epstein aveva iniziato a vendere rubli allo scoperto, ma oggi qualcuno cerca di dipingerlo come un agente filorusso per conto dello zar. Due anni prima Boris Nikolic (al centro dell’inchiesta di ieri sul Covid) gli parlava di «andare presto in Russia per incontrare l’amico Ilya Ponomarev». «È un membro della Duma, e lui e Alyona (la sua fidanzata molto intelligente e carina) sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin», continuava.
Insomma, non sembrano i messaggi di un filoputiniano al soldo del Kgb. Ma questo suo interesse per l’Ucraina non si limita solo a opportunità economiche o a mire antirusse: in gioco entrano le altre due grandi attrazioni del pedofilo: i minori e l’eugenetica.
Una serie di email risalenti a luglio-agosto del 2018 tra Epstein e Bryan Bishop, programmatore di bitcoin noto per gli investimenti in baby design, rivelano le trattative per un progetto eugenetico a cui il pedofilo avrebbe dovuto partecipare come finanziatore segreto. «Ecco un deck (una breve presentazione, ndr) sul mio progetto di designer baby», scrive Bishop. Che continua: «La maggior parte delle domande riguarda i requisiti di segretezza/privacy, rischi reputazionali e coinvolgimento finanziario». «Sto viaggiando in Medio Oriente fino al primo», risponde Epstein. «Facciamolo dopo. Non ho problemi a investire, il problema è solo se vengo visto come leader». «Allegato il doc che hai richiesto: è lo “use of funds” spreadsheet per il designer baby e human cloning company», prosegue Bishop il 5 agosto. «Questo ci porta fuori dalla fase self-funded “garage biology” fino alla prima nascita viva di un human designer baby (bambino geneticamente modificato, ndr), e possibilmente human clone (bambino clonato, ndr), entro i prossimi cinque anni. Una volta raggiunta la prima nascita, tutto cambia e il mondo non sarà più lo stesso». In un’altra mail del 30 agosto del 2018, Bishop annota: «Sto procedendo con nuovi testi sui topi nel mio lab in Ucraina (chirurgia, microiniezioni)». Nello stesso messaggio parla anche di «modificazione genetica dello sperma umano».
Questa serie di messaggi, che colloca in Ucraina un centro di eugenetica di cui si interessa Epstein, non può che essere legata a un altro filone di rivelazioni, già raccontate dalla Verità, sul progetto suprematista del pedofilo. In quello che appare come il diario personale di una vittima catalogato nei file desecretati - composto da pagine manoscritte, appunti e collage - emergono le ossessioni di Epstein per un «pool genetico superiore» e la sua volontà di creare una «prole perfetta», costringendo minorenni a partorire suoi figli. L’autrice - inequivocabilmente un’adolescente («non posso andare a scuola in questo stato», registra) - descrive sé stessa come mera «incubatrice umana» e racconta la nascita di una bambina fatta sparire dopo 10-15 minuti da Epstein e dalla sua compagna Ghislaine Maxwell. D’altra parte, persone vicine al magnate avevano raccontato al New York Times, già nel 2019, del suo intento di generare una progenie col suo Dna sfruttando lo Zorro Ranch nel New Mexico per ingravidare fino a 20 donne per volta.
Una email dell’8 febbraio 2019, esattamente sei anni fa e poche settimane prima della vittoria di Volodymyr Zelensky alle elezioni, segnala inoltre la presenza di Epstein a Kiev, con soggiorno presso l’Hyatt Regency.
In quegli stessi anni si susseguivano denunce circa rapimenti e abusi sui minori in Ucraina. Su tutti il report di Disability Rights International del 2015, «Senza via di casa: lo sfruttamento e gli abusi sui bambini negli orfanotrofi dell’Ucraina», documento ricco di testimonianze angoscianti.
Non tutto è nero su bianco, ma gli elementi messi in fila sono diversi. Tanto che una domanda si impone: tutti questi riferimenti all’Ucraina, terra con un enorme problema di abusi su bambini, da parte del più grande e noto pedofilo del nostro secolo, possono essere delle mere coincidenze?
Qualcuno, quando si invocava la difesa dei valori dell’Occidente in Ucraina, storceva il naso per via del noto turismo legato alla maternità surrogata. Il quadro, però, potrebbe essere addirittura peggiore.
Continua a leggereRiduci
Una lezione per chi vagheggia mitologiche emissioni di debito comune dell’Unione europea, prive prima di tutto di qualsiasi fondamento giuridico, prima ancora che economico-finanziario, essendo l’Ue sprovvista di una propria autonoma e significativa capacità impositiva.
Un successo che offre l’occasione per mettere in prospettiva gli eventi degli ultimi 6-12 mesi e per comprendere pienamente le molte dimensioni della solidità dei nostri titoli pubblici e le cause che ne sono alla base.
Cominciamo dallo spread tra il nostro decennale e quello tedesco, che oscilla da circa un mese tra 60 e 65 punti. Un livello mai così basso dagli inizi del 1999, agli albori dell’euro. Di rilievo anche la scarsissima volatilità del rendimento: nelle ultime settimane, quello del titolo italiano si è mosso in un canale molto ristretto, tra 3,45% e 3,50%, con oscillazioni giornaliere di pochi punti base. Mentre tutto intorno imperversava una discreta bufera, con i titoli nipponici (secondo debito pubblico al mondo in valore assoluto) che salivano di 20-30 punti base in pochi giorni, il decennale Usa che passava da un minimo del 4,14% a un massimo del 4,18% e lo stesso Bund tedesco in salita di 10 punti, poi in parte recuperati.
Mettiamo quindi un primo punto fermo: la riduzione dello spread è prevalentemente imputabile al relativo rialzo del rendimento del titolo tedesco, dato segnaletico del sospetto con cui gli investitori vedono i recenti programmi di spesa, più annunciati che eseguiti, del governo di Berlino.
La relativa stabilità del Btp trova precedenti simili solo nel periodo 2016-2017, successivamente all’avvio del massiccio programma di acquisto di titoli pubblici da parte della Bce, all’epoca guidata da Mario Draghi. E qui veniamo alla prima sorprendente differenza rispetto a quell’epoca. Da novembre 2025, l’Italia è stata il Paese che ha eseguito i più elevati rimborsi di titoli pubblici alla Bce, ben più che proporzionalmente alla base di ripartizione degli acquisti.
Su 62 miliardi di rimborsi complessivi dei due programmi Pepp e Pspp, il nostro Paese ha pesato per 21 miliardi (34%), la Francia per 19 miliardi (31%) e la Germania per soli 6 miliardi (9%).
Da notare che lo stock di debito pubblico tuttora nelle mani di Francoforte è pari a 3.486 miliardi, di cui 555 di titoli italiani (16%), 663 francesi (19%) e 809 tedeschi (23%). Emerge quindi chiaramente la maggiore velocità - probabilmente dettata dal diverso calendario delle scadenze - con cui l’Italia sta rimborsando il debito, rispetto alla Francia e alla Germania, i cui rimborsi negli ultimi mesi sono stati insolitamente bassi.
Oscillazioni mensili molto pronunciate - anche la Francia ne ha beneficiato nei mesi estivi del 2025, i più acuti della crisi politica - su cui a Francoforte non sono prodighi di spiegazioni.
Ciononostante, il Btp è rimasto immobile come una sfinge. Ci saremmo aspettati, per fronteggiare i rimborsi verso la Bce, un maggiore livello di emissioni lorde del Tesoro. Invece anche su questo fronte, i dati sono sorprendenti: nel secondo semestre 2025, le emissioni lorde e nette dell’Italia sono state chiaramente inferiori a quelle tedesche e francesi (rispettivamente, le emissioni lorde 244, 259 e 502 miliardi e le emissioni nette 30, 65 e 36 miliardi). È un fatto che la Repubblica italiana, soprattutto a causa del minor fabbisogno pubblico nel secondo semestre - che è la determinante principale per ricorrere al mercato - abbia offerto agli investitori importi nettamente inferiori rispetto anche al recente passato. E la domanda ha apprezzato, non richiedendo ulteriori premi al rischio. Ma questa dinamica tra domanda e offerta giustifica solo in minima parte l’attuale livello e la relativa stabilità dei rendimenti. Infatti, anche nel 2018-2019 - con deficit pubblico ai minimi del decennio - il Btp veniva venduto fino a portare lo spread oltre i 300 punti.
Servono altri due tasselli per comporre e completare il puzzle. Il primo è la fiducia e il secondo è la relativa stabilità politica rispetto ai nostri due principali punti di riferimento: Francia e Germania.
Non può sfuggire il fatto banale che, quando si vende uno strumento finanziario, il denaro non finisce in fumo ma in un altro strumento finanziario. Ora, più che mai, il Bund tedesco non è più il tradizionale bene rifugio per gli investitori e men che meno i titoli francesi. Sono infatti sotto gli occhi di tutti le enormi difficoltà di Parigi e Berlino nel gestire le finanze pubbliche e, soprattutto, nell’avere a monte una stabilità politica che riesca ad esprimere degli indirizzi di politica economica ben focalizzati ed efficaci.
In entrambe le capitali si naviga a vista e spesso si prendono scogli. Esattamente il contrario di quanto sta accadendo a Roma ormai da tre anni e mezzo. Oggi nessun investitore sano di mente si metterebbe a vendere allo scoperto Btp - attività che è stata lucrosa in certi mesi del 2011 e del 2018 - quando i propri radar sono puntati su Germania e Francia.
C’è un ultimo dato a sostegno di queste spiegazioni: a fine ottobre il debito pubblico italiano era pari a 3.132 miliardi, in aumento di 69 miliardi rispetto a fine aprile. Ben 60 di quei miliardi sono arrivati da investitori esteri, 19 da banche e altre istituzioni finanziarie italiane, 18 da famiglie e imprese italiane e ne sono avanzati pure 28 da restituire alla Bce.
Il rischio Italia non è più in primo piano e i sorrisini di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy sono solo un triste ricordo.
Continua a leggereRiduci
(Ansa)
Da una parte spiegava che imporre la transizione senza prima aver risolto i problemi strutturali (colonnine di ricarica, materie prime, costi di produzione) sarebbe stata un’arma a doppio taglio. Dall’altra che serviva andare a fondo e analizzare l’origine dell’elettricità e l’impatto ambientale della produzione delle batterie perché si sarebbe scoperto che se l’obiettivo era salvare il Pianeta non era quello il modo.
Parole che grondavano buonsenso, ma che evidentemente prima i decisori europei che hanno elaborato le follie tassative del Green deal e poi i manager di quella che nel 2021 è diventata Stellantis (il nuovo ad Filosa, peraltro un Marchionne boys, ha chiaramente accusato la gestione Tavares) non hanno neanche preso in considerazione. E oggi si vedono le conseguenze. Dopo una due giorni che potrebbe segnare una svolta nel futuro dell’automotive in Europa. Venerdì l’annuncio che l’abbaglio green ha un costo preciso e che sul bilancio 2025 di Stellantis peserà per circa 22,2 miliardi di euro. L’ammissione, in buona sostanza, di aver sbagliato tutto. Di aver «cannato» qualsiasi previsione rispetto all’impatto e alle vendite delle auto a spina. E della necessità di fare retromarcia. Morale della favola: niente dividendo (una bella mazzata anche per John Elkann ed Exor che negli ultimi anni grazie alle cedole di Stellantis aveva portato a casa circa 2 miliardi) e tracollo in Borsa. Meno 25% in una seduta.
Ma è solo l’inizio. Perché ieri è arrivata un’altra mazzata. Prevista, certo, ma non per questo meno dolorosa. Acc, la joint venture tra Stellantis, Mercedes e Total, ha annunciato che nell’ambito della riorganizzazione industriale, non si prevede che saranno soddisfatti i prerequisiti per riavviare i progetti in Germania e in Italia, che sono in stand-by ormai da maggio 2024. Morale della favola niente gigafactory (e del resto se le elettriche non si vendono a cosa servono le batterie) e circa 1.800-2.000 lavoratori a rischio. Stellantis rassicura: garantiamo un futuro a Termoli. I sindacati pressano: chiediamo azioni concrete. Insomma è iniziato il solito balletto che di solito non ha mai un happy end.
E del resto che l’annuncio di Acc sia arrivato a pochi minuti di distanza dalla svalutazione monstre non è un caso. Vuol dire che siamo solo all’inizio di una rivoluzione che non riguarda solo Stellantis, ma che sul gruppo italo-francese impatterà di più.
E adesso cosa succede? Qualche accenno alle future strategie lo troviamo nel comunicato di venerdì che cercava di ammorbidire il colpo delle svalutazioni. «Nel corso degli ultimi cinque anni», si leggeva, «Stellantis è diventata un leader nei veicoli elettrici e continuerà a essere all’avanguardia nel loro sviluppo. Questo percorso proseguirà a un ritmo dettato dalla domanda e non per imposizione. Stellantis si impegna a essere un punto di riferimento per la libertà di scelta, includendo quei clienti che, per stile di vita e necessità di lavoro, possono trovare nella crescente gamma di veicoli ibridi e con motori termici avanzati dell’azienda, la soluzione giusta per loro».
In quel «ritmo dettato dalla domanda e non per imposizione» c’è tanto della critica al Green deal e del cambio di passo che si intendere «mettere a terra». Ma ora alle parole dovranno seguire i fatti. E dalle indiscrezioni che circolano da giorni, sembra che il tanto ambientalmente bistrattato motore diesel sia destinato ad avere un ruolo non marginale nel futuro del gruppo. C’è chi indica nella fonderia di Carmagnola a una trentina di chilometri da Torino (notizia rilanciata da Terzo Garage) il sito per lo sviluppo del nuovo motore diesel 1.6 che potrebbe essere destinato all’Alfa Romeo Tonale. Ma non basta, perché nella stessa fabbrica si starebbero elaborando nuovi propulsori a benzina destinati alla futura Fiat 500 Abarth. Conferme ufficiali non ce ne sono, ma anche negli incontri degli scorsi giorni con i sindacati qualcosa di concreto è emerso sulla volontà di produrre una nuova generazione di motori a gasolio conformi alla normativa Euro 7.
«Non sono a conoscenza dei dettagli», spiega alla Verità il coordinatore nazionale automotive della Cisl Stefano Boschini, «ma sono settimane che se ne parla e anche nel recente vertice al Mimit (quello del 30 gennaio alla presenza del responsabile Europa Emanuele Cappellano, ndr) l’azienda ci ha confermato che è al lavoro per la produzione di un nuovo motore diesel 1.600».
Anche perché, val la pena ricordarlo, a differenza per esempio di Volkswagen, le vetture ibride del gruppo italo-francese prevedono solo la versione a benzina e hanno praticamente abbandonato il gasolio. Un’altra evidenza di quanto la trappola del Green deal abbia condizionato le strategie del gruppo fino a gettarla fuori dal mercato. Ora la retromarcia, sperando che non sia troppo tardi
Continua a leggereRiduci