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2021-10-28
Un patto ha trasformato l’Italia nell’apripista dei Paesi del signorsì
Getty images
Stanno aumentando i contagi; il film continua. Come in un kolossal dell'Istituto Luce, l'Italia prosegue imperterrita nella sua produzione cinematografica legata alla pandemia, assegnandosi anche tutti i premi della critica.
C'è da sorridere a volte leggendo le notizie di questi giorni; un primario di cardiochirurgia di Torino che, sue parole, vive con la mascherina incorporata, si è ritrovato positivo a otto mesi dal vaccino e non riesce a capacitarsi su come si sia potuto infettare.
In realtà da sorridere non c'è niente, perché se questo medico, che ha sempre utilizzato, in maniera maniacale, tutte le attenzioni per evitare il contagio ne è rimasto vittima, significa che ormai bisogna convivere con il virus, a prescindere dal vaccino.
E significa che la scelta della Gran Bretagna, dove non esiste nessuna emergenza, è l'unica possibile. Tornare a vivere, curare i malati e non terrorizzare i sani.
Ma qui il film ha preso un'altra piega e i suoi protagonisti non intendono certo cambiare l'unico copione che hanno imparato a memoria da due anni.
È passata sotto traccia la notizia dei due impianti per la produzione di vaccini che stanno nascendo a Monza e ad Anagni; nessuno, tantomeno le multinazionali attente al business, investirebbe mai milioni senza avere la garanzia di un mercato. È lo stesso copione delle mascherine; quando l'allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, e molti dei medici diventati poi protagonisti del film ne negavano l'utilità, la Fca e altre realtà imprenditoriali decisero di creare impianti per produrre centinaia di milioni di mascherine al giorno. Che grandi imprenditori, che visionari, quasi come Elon Musk ormai lanciato nello spazio, i nostri grandi capitani d'impresa intravidero che il film sarebbe presto diventato una serie, lunga ma con pochi colpi di scena e quindi le mascherine sarebbero state una grande opportunità.
In pochi dissentono in questo Paese, un Paese in cui molti hanno qualcosa da perdere o vogliono sedersi al nuovo tavolo, fatto di economia del malessere e di varie transizioni, digitali ed ecologiche, totalmente dissociate, soprattutto se imposte in tempi così rapidi, dalla realtà italiana, che non è rappresentata dai quattro grattacieli di Milano, ma è articolata e con tantissime sfumature che ne hanno da sempre rappresentato la forza.
Ma perché l'Italia è la domanda che molti si pongono. Perché l'Italia è così rigida, così militare, così efficiente nel perseguire un obiettivo, quello della vaccinazione generalizzata, visto che siamo sempre stati in fondo a quasi tutte le classifiche legate alle funzioni pubbliche come sanità, giustizia, istruzione etc.? La risposta va forse cercata lontano; era il settembre 2014, quando l'allora ministro della sanità Beatrice Lorenzin, ricevette alla Casa Bianca, durante un Global health summit, un incarico. Il nostro Paese avrebbe guidato le strategie e le campagne vaccinali nel mondo per i successivi cinque anni. Ovvio che in quegli anni, le relazioni, i rapporti e gli accordi presi nel nostro Paese, alla luce del sole o molto più probabilmente in qualche sala meno luminosa andassero in quella direzione, e cioè quella di spingere il più possibile le campagne vaccinali. Chi poteva essere quindi, se non l'Italia, il candidato numero uno tra i Paesi occidentali a fare da apripista alla campagna vaccinale anti Covid, senza se e senza ma?
Se si parte da quel punto è evidente che l'aspetto sanitario sia ormai da molto tempo un problema poco rilevante rispetto a scelte che nulla hanno a che fare con politiche in grado di affrontare e ridurre i danni da coronavirus.
L'Italia è sempre stata un Paese provinciale, ma in questi ultimi 20 mesi è imbarazzante quanto si sia chiusa su sé stessa; i fondi del governo agli organi di informazione per veicolare messaggi pro emergenza infinita sono forse solo un aspetto di questa chiusura. Nessuno parla più di Israele, dove è sempre più evidente il limite di una campagna anti Covid fondata solo sui vaccini, si inventano fandonie sul Regno Unito e sui Paesi dell'est, dove comunque il tasso di mortalità per milione di abitanti è in molti casi inferiore al nostro (ad esempio in Russia il tasso è 1.594 per milione, in Italia 2.186). Cosa c'è dietro questa follia quindi ?
Qual è il patto segreto che si è sottoscritto per trasformare l'Italia? Sono forse i miliardi del Recovery plan, subordinati al raggiungimento di una vaccinazione di tutti i cittadini, per vedere come un popolo possa essere piegato dal potere dello Stato, stravolgendo qualunque principio e diritto che sembrava acquisito fino a venti mesi fa?
Mario Draghi non si può contestare, ha potere assoluto in questo momento; è un uomo determinato, insensibile agli effetti collaterali; la sua strategia di salvataggio della Grecia fu un bagno di sangue per quel Paese. Draghi presidente Bce sarà ricordato come il presidente dei tassi negativi; un provvedimento che ha senso in caso di emergenza, per un periodo limitato, ma che invece è ormai in essere da dieci anni e che ha avuto come esito la transumanza dei risparmi degli italiani dai titoli di Stato, negativi, a titoli molto più rischiosi; il risparmio è diventato una colpa. Quante colpe vengono addossate ai cittadini: non spendono, non stanno chiusi in casa, emettono anidride carbonica, alcuni non si vogliono vaccinare. Il film è ancora lungo.
«A Trieste lo tsunami dei 40.000»
Quello fatto recapitare al governo di Mario Draghi dai camalli di Stefano Puzzer è un ultimatum più che una richiesta: «No green pass e niente obbligo vaccinale, altrimenti la protesta andrà avanti a oltranza». La proposta di un accordo sui tamponi gratuiti, insomma, verrebbe rispedita al mittente. In attesa di una risposta, il corteo di ieri, con un migliaio di manifestanti scortatissimi dalla polizia, è partito da Domio, Comune alle porte dell'area industriale triestina, alle 9.20, e un'ora dopo ha raggiunto il parcheggio della Risiera, non troppo lontano dalle reti che delimitano la zona di proprietà della Siot, azienda scelta come simbolo della protesta per gli interessi economici che rappresenta per lo scalo, a due passi dall'ingresso del Porto. Alle 10 la Questura ha cominciato a fare i primi conti e dai circa 1.000 della prima stima si è passati a 2.000. Gli organizzatori, invece, ritengono che ci fossero 4.000 partecipanti.
In prima fila le pettorine gialle di una cinquantina di portuali ma, stando agli organizzatori, al corteo hanno preso parte anche lavoratori provenienti da altri settori: autisti della Trieste trasporti, operai della Flex e della Wartsila. I più numerosi erano comunque i No green pass, triestini e veneti. Con Puzzer, portavoce del Coordinamento 15 ottobre, alla testa della marcia: «Domani (oggi per chi legge, ndr) avremo la risposta da parte del Consiglio dei ministri e poi deciderà il consiglio del popolo. Se il governo rigetterà le richieste che abbiamo fatto sabato scorso al ministro Stefano Patuanelli noi andremo avanti nella nostra protesta, lo faremo pacificamente, anche in porto, ma sempre con le stesse modalità, senza però bloccare mai nessuno. Noi non siamo qui per mettere in crisi la nostra città, per dar fastidio ai cittadini che non la pensano come noi. Quindi se potremo evitare disagi alla cittadinanza lo faremo sicuramente». L'appuntamento è per oggi alle 17 a Campo San Giacomo, a poca distanza dal centro cittadino. Dal Comitato 15 ottobre è già partita anche una proposta di sciopero del green pass per venerdì. L'invito, per coloro che ne sono provvisti, è di non esibirlo laddove viene richiesto.
Puzzer ha annunciato anche che il Comitato 15 ottobre sta mettendo su «un ufficio tecnico sanitario», una sorta di Cts, «in risposta a quello del governo». E ha fatto sapere che sarà composto da scienziati e da personalità italiane non allineate, i cui nomi, per ora, sono top secret.
Il corteo, tra gli slogan e il ritornello «la gente come noi non molla mai», che è diventato l'inno della protesta, e tra immagini sacre e cartelli «No green pass» e «Libertà», è andato avanti per le vie della città in modo pacifico. Alla tappa finale i manifestanti hanno trovato una barriera di agenti di polizia, pronti a intervenire se qualcuno avesse tentato l'ingresso nell'area del porto. «Volevano creare una trappola a Trieste», ha detto Puzzer riferendosi alla manifestazione annullata perché erano previste infiltrazioni dei black bloc, «ma noi abbiamo la responsabilità anche per tutta la città: volevano creare un G8 di Genova e non lo abbiamo permesso». Secondo il movimento 3V, che ha lanciato nei giorni scorsi la mobilitazione, oggi, però, sono attese 40.000 persone. Ugo Rossi, leader del Movimento 3V a Trieste, ha annunciato: «Replicheremo lo tsunami di oltre 40.000 umani dell'ultima volta» e ha invitato i No green pass da tutta la regione e da tutto il Nord Est con questo richiamo: «No al ricatto lavorativo, no al green pass, no all'obbligo vaccinale, per la libera scelta, per la solidarietà, contro le discriminazioni». L'ennesimo stress test per il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese.
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La scelta della Gran Bretagna, tornare a vivere, curare i malati e non terrorizzare i sani, è l'unica possibile. Ma da noi si seguono linee dettate da altri. E in tanti vogliono sedersi al tavolo dell'economia del malessereRossi, leader del movimento 3V, ha invitato per oggi i No green pass di tutto il Nord Est Per Puzzer, portavoce dei portuali, sta nascendo un Cts alternativo a quello del governoLo speciale contiene due articoli Stanno aumentando i contagi; il film continua. Come in un kolossal dell'Istituto Luce, l'Italia prosegue imperterrita nella sua produzione cinematografica legata alla pandemia, assegnandosi anche tutti i premi della critica.C'è da sorridere a volte leggendo le notizie di questi giorni; un primario di cardiochirurgia di Torino che, sue parole, vive con la mascherina incorporata, si è ritrovato positivo a otto mesi dal vaccino e non riesce a capacitarsi su come si sia potuto infettare.In realtà da sorridere non c'è niente, perché se questo medico, che ha sempre utilizzato, in maniera maniacale, tutte le attenzioni per evitare il contagio ne è rimasto vittima, significa che ormai bisogna convivere con il virus, a prescindere dal vaccino.E significa che la scelta della Gran Bretagna, dove non esiste nessuna emergenza, è l'unica possibile. Tornare a vivere, curare i malati e non terrorizzare i sani.Ma qui il film ha preso un'altra piega e i suoi protagonisti non intendono certo cambiare l'unico copione che hanno imparato a memoria da due anni.È passata sotto traccia la notizia dei due impianti per la produzione di vaccini che stanno nascendo a Monza e ad Anagni; nessuno, tantomeno le multinazionali attente al business, investirebbe mai milioni senza avere la garanzia di un mercato. È lo stesso copione delle mascherine; quando l'allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, e molti dei medici diventati poi protagonisti del film ne negavano l'utilità, la Fca e altre realtà imprenditoriali decisero di creare impianti per produrre centinaia di milioni di mascherine al giorno. Che grandi imprenditori, che visionari, quasi come Elon Musk ormai lanciato nello spazio, i nostri grandi capitani d'impresa intravidero che il film sarebbe presto diventato una serie, lunga ma con pochi colpi di scena e quindi le mascherine sarebbero state una grande opportunità.In pochi dissentono in questo Paese, un Paese in cui molti hanno qualcosa da perdere o vogliono sedersi al nuovo tavolo, fatto di economia del malessere e di varie transizioni, digitali ed ecologiche, totalmente dissociate, soprattutto se imposte in tempi così rapidi, dalla realtà italiana, che non è rappresentata dai quattro grattacieli di Milano, ma è articolata e con tantissime sfumature che ne hanno da sempre rappresentato la forza.Ma perché l'Italia è la domanda che molti si pongono. Perché l'Italia è così rigida, così militare, così efficiente nel perseguire un obiettivo, quello della vaccinazione generalizzata, visto che siamo sempre stati in fondo a quasi tutte le classifiche legate alle funzioni pubbliche come sanità, giustizia, istruzione etc.? La risposta va forse cercata lontano; era il settembre 2014, quando l'allora ministro della sanità Beatrice Lorenzin, ricevette alla Casa Bianca, durante un Global health summit, un incarico. Il nostro Paese avrebbe guidato le strategie e le campagne vaccinali nel mondo per i successivi cinque anni. Ovvio che in quegli anni, le relazioni, i rapporti e gli accordi presi nel nostro Paese, alla luce del sole o molto più probabilmente in qualche sala meno luminosa andassero in quella direzione, e cioè quella di spingere il più possibile le campagne vaccinali. Chi poteva essere quindi, se non l'Italia, il candidato numero uno tra i Paesi occidentali a fare da apripista alla campagna vaccinale anti Covid, senza se e senza ma?Se si parte da quel punto è evidente che l'aspetto sanitario sia ormai da molto tempo un problema poco rilevante rispetto a scelte che nulla hanno a che fare con politiche in grado di affrontare e ridurre i danni da coronavirus.L'Italia è sempre stata un Paese provinciale, ma in questi ultimi 20 mesi è imbarazzante quanto si sia chiusa su sé stessa; i fondi del governo agli organi di informazione per veicolare messaggi pro emergenza infinita sono forse solo un aspetto di questa chiusura. Nessuno parla più di Israele, dove è sempre più evidente il limite di una campagna anti Covid fondata solo sui vaccini, si inventano fandonie sul Regno Unito e sui Paesi dell'est, dove comunque il tasso di mortalità per milione di abitanti è in molti casi inferiore al nostro (ad esempio in Russia il tasso è 1.594 per milione, in Italia 2.186). Cosa c'è dietro questa follia quindi ? Qual è il patto segreto che si è sottoscritto per trasformare l'Italia? Sono forse i miliardi del Recovery plan, subordinati al raggiungimento di una vaccinazione di tutti i cittadini, per vedere come un popolo possa essere piegato dal potere dello Stato, stravolgendo qualunque principio e diritto che sembrava acquisito fino a venti mesi fa?Mario Draghi non si può contestare, ha potere assoluto in questo momento; è un uomo determinato, insensibile agli effetti collaterali; la sua strategia di salvataggio della Grecia fu un bagno di sangue per quel Paese. Draghi presidente Bce sarà ricordato come il presidente dei tassi negativi; un provvedimento che ha senso in caso di emergenza, per un periodo limitato, ma che invece è ormai in essere da dieci anni e che ha avuto come esito la transumanza dei risparmi degli italiani dai titoli di Stato, negativi, a titoli molto più rischiosi; il risparmio è diventato una colpa. Quante colpe vengono addossate ai cittadini: non spendono, non stanno chiusi in casa, emettono anidride carbonica, alcuni non si vogliono vaccinare. 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In attesa di una risposta, il corteo di ieri, con un migliaio di manifestanti scortatissimi dalla polizia, è partito da Domio, Comune alle porte dell'area industriale triestina, alle 9.20, e un'ora dopo ha raggiunto il parcheggio della Risiera, non troppo lontano dalle reti che delimitano la zona di proprietà della Siot, azienda scelta come simbolo della protesta per gli interessi economici che rappresenta per lo scalo, a due passi dall'ingresso del Porto. Alle 10 la Questura ha cominciato a fare i primi conti e dai circa 1.000 della prima stima si è passati a 2.000. Gli organizzatori, invece, ritengono che ci fossero 4.000 partecipanti. In prima fila le pettorine gialle di una cinquantina di portuali ma, stando agli organizzatori, al corteo hanno preso parte anche lavoratori provenienti da altri settori: autisti della Trieste trasporti, operai della Flex e della Wartsila. I più numerosi erano comunque i No green pass, triestini e veneti. Con Puzzer, portavoce del Coordinamento 15 ottobre, alla testa della marcia: «Domani (oggi per chi legge, ndr) avremo la risposta da parte del Consiglio dei ministri e poi deciderà il consiglio del popolo. Se il governo rigetterà le richieste che abbiamo fatto sabato scorso al ministro Stefano Patuanelli noi andremo avanti nella nostra protesta, lo faremo pacificamente, anche in porto, ma sempre con le stesse modalità, senza però bloccare mai nessuno. Noi non siamo qui per mettere in crisi la nostra città, per dar fastidio ai cittadini che non la pensano come noi. Quindi se potremo evitare disagi alla cittadinanza lo faremo sicuramente». L'appuntamento è per oggi alle 17 a Campo San Giacomo, a poca distanza dal centro cittadino. Dal Comitato 15 ottobre è già partita anche una proposta di sciopero del green pass per venerdì. L'invito, per coloro che ne sono provvisti, è di non esibirlo laddove viene richiesto. Puzzer ha annunciato anche che il Comitato 15 ottobre sta mettendo su «un ufficio tecnico sanitario», una sorta di Cts, «in risposta a quello del governo». E ha fatto sapere che sarà composto da scienziati e da personalità italiane non allineate, i cui nomi, per ora, sono top secret. Il corteo, tra gli slogan e il ritornello «la gente come noi non molla mai», che è diventato l'inno della protesta, e tra immagini sacre e cartelli «No green pass» e «Libertà», è andato avanti per le vie della città in modo pacifico. Alla tappa finale i manifestanti hanno trovato una barriera di agenti di polizia, pronti a intervenire se qualcuno avesse tentato l'ingresso nell'area del porto. «Volevano creare una trappola a Trieste», ha detto Puzzer riferendosi alla manifestazione annullata perché erano previste infiltrazioni dei black bloc, «ma noi abbiamo la responsabilità anche per tutta la città: volevano creare un G8 di Genova e non lo abbiamo permesso». Secondo il movimento 3V, che ha lanciato nei giorni scorsi la mobilitazione, oggi, però, sono attese 40.000 persone. Ugo Rossi, leader del Movimento 3V a Trieste, ha annunciato: «Replicheremo lo tsunami di oltre 40.000 umani dell'ultima volta» e ha invitato i No green pass da tutta la regione e da tutto il Nord Est con questo richiamo: «No al ricatto lavorativo, no al green pass, no all'obbligo vaccinale, per la libera scelta, per la solidarietà, contro le discriminazioni». L'ennesimo stress test per il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese.
Federico Cafiero de Raho (Imagoeconomica)
La relazione approvata ieri in Commissione antimafia è un atto d’accusa per Federico Cafiero de Raho, ex capo della Procura nazionale antimafia ora parlamentare pentastellato e vicepresidente proprio della Commissione (ieri assente). La relazione, di 202 pagine, che analizza anche il materiale recuperato dalle due inchieste giudiziarie (della Procura di Perugia e poi di quella romana) che si sono concentrate sull’ex pm della Procura nazionale antimafia Antonio Laudati e sul luogotenente della Guardia di finanza che coordinava il gruppo Sos (le Segnalazioni di operazioni sospette che provenivano dall’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, ndr), Pasquale Striano, aggiunge che «il deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Direzione nazionale antimafia in quegli anni». La relazione non descrive un contesto di «inconsapevolezza» né di «mera superficialità». Al contrario, parla di «un protagonista» che avrebbe «adottato o controfirmato provvedimenti organizzativi riguardanti la gestione delle Sos», e che dunque sarebbe stato «pienamente consapevole delle prassi irregolari in uso nel suo ufficio, delle vulnerabilità del sistema e dei vantaggi operativi che tali vulnerabilità gli garantivano in termini di libertà, elasticità e possibilità di intervento in fatti di forte impatto pubblico e oltremodo sensibili politicamente». Ai commissari della maggioranza devono essere tornate in mente le chat dell’era Palamara. Nel luglio 2017, dopo la bocciatura per la Procura di Napoli assegnata a Giovanni Melillo, l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti scriveva a Luca Palamara: «Cerchiamo adesso di salvare il soldato De Raho. Il risultato in qualche modo lo consente». Pochi mesi dopo, il Csm lo nomina procuratore nazionale antimafia. Palamara avvisa Minniti: «Votato De Raho cinque voti, Scarpinato (anche lui diventato parlamentare pentastellato, ndr) 1». Risposta: «Eccellente. Grazie». Le chat raccontano anche un pressing diretto. Il 24 luglio 2017 de Raho scrive a Palamara: «Caro Luca sono in piazza Esedra… Ma vieni fuori o ci sentiamo per telefono?… Scusa Luca a che punto siete?… Luca ti aspetto per parlare con te… so che è finita la Commissione». E ancora: «Tieni conto che sono in piazza Esedra da quasi due ore. Non è tanto l’attesa quanto l’immagine che due autovetture blindate possono dare in questa piazza». E a provare che il pressing di de Raho fosse noto c’è un messaggio del consigliere di Area Valerio Fracassi a Palamara: «Cafiero batte il Csm palmo a palmo a caccia di voti. Non va bene e rischia di farsi male. Ha visitato i laici che pensa siano incerti». D’altra parte, la riflessione finale della Commissione è questa: «Non sull’identità di ipotetici mandanti, ma sulla presenza di una struttura permeabile e vulnerabile nella quale interessi ulteriori, non identificati nelle indagini, esterni o sovraordinati rispetto all’azione materiale realizzata da Striano, potrebbero aver trovato vantaggio nell’illecita sottrazione e circolazione di informazioni sensibili». Il Gruppo Sos, coordinato da Laudati, non era «un elemento periferico o marginale della Direzione nazionale antimafia», ma «uno strumento fondamentale di analisi finanziaria e informativa di grande rilevanza». Il suo funzionamento, sostiene la maggioranza, era «ben noto al procuratore nazionale», perché «gli appunti e gli atti di impulso prodotti dal gruppo di lavoro raggiungevano sistematicamente la sua scrivania». La conclusione è netta: «il procuratore nazionale antimafia sapeva, ed è difficile sostenere il contrario». La relazione parla di «tolleranza verso prassi illegittime o anche illecite» e di «assenza totale di controlli effettivi». Non come un incidente imprevisto, ma come «una precisa e consapevole scelta gestionale che consentiva al vertice della Dna di operare entro un perimetro privo di vincoli procedurali stringenti». Una frase pesa più delle altre: «La permeabilità del sistema, più che un errore, fu una condizione che de Raho considerò funzionale». Quando «il controllo è debole la discrezionalità diventa ampia». E «lo spazio per interventi orientati aumenta in conseguenza». La relazione definisce «emblematiche» le vicende relative agli atti di impulso sulla Lega Nord. Il quadro è riassunto così: il Gruppo Sos e Laudati «avevano predisposto un atto di impulso attingendo a Sos non matchate dai sistemi, su fatti e materie che esorbitavano dalla competenza della Dna»; il procuratore aggiunto Giovanni Russo «alza le spalle; de Raho rimbrotta tutti, ma firma l’atto di impulso». L’atto viene «mandato a quattro Procure distrettuali, tra le quali Milano». Dopo il pasticcio, «nessuna conseguenza, nessuna sanzione, nessuna nuova disposizione organizzativa interna», ma solo «un invito rivolto alla Direzione investigativa antimafia a non trasmettere più Sos che non fossero di competenza della Dna». La seconda vicenda è quella che coinvolge Armando Siri. De Raho, ricostruisce la maggioranza, «pur non richiedendone direttamente l’invio, di fatto ha indotto gli organi investigativi, ed in particolare la Dia, a trasmettere una segnalazione di operazione sospetta non di interesse Dna». Ne nasce «un atto di impulso a carico di un sottosegretario in carica [… ], scarno, diverso dagli altri, originato da notizie apprese dalla stampa», per «ipotesi di reato estranee alla competenza della Dna (corruzione)». Viene inviato «a una Procura (Roma) che stava già procedendo», mentre per la stessa Sos «stava già procedendo un’altra Procura ancora (Milano), per reati anch’essi estranei al perimetro di competenze della Dna (riciclaggio)». Il flusso informativo della vicenda Siri è definito come «caratterizzato da elementi sintomatici di un funzionamento altamente compromesso». Il sistema, secondo la Commissione, «consentiva agevolmente una gestione orientata e selettiva dei dossier». Non un episodio isolato, ma «il paradigma di un modo di operare». Il vertice «disponendo di un sistema informativo senza barriere, poteva imprimere direzioni, sottolineature, tempi e priorità». E la relazione sottolinea che quel sistema produceva effetti «prevalentemente orientati verso lo stesso spettro politico (i partiti di centro destra e la Lega Nord in particolare)». C’è poi un ultimo passaggio, altrettanto pesante. Le risultanze mostrano che, «nonostante la sua funzione apicale, la gravità e natura oggettivamente irrituale delle condotte emerse, l’approfondimento investigativo nei suoi confronti è stato sorprendentemente minimo, quasi formale». Le escussioni sono descritte come «caratterizzate da un profilo di incongruità e superficialità», «prive di contestazioni puntuali» e senza «qualunque efficace tentativo di verificare l’effettivo grado di conoscenza, o anche di prevedibile conoscibilità, delle condotte illecite occorse». La conseguenza è definita «paradossale»: si è finito per «sottrarre alla ricostruzione proprio l’anello apicale di quel sistema». E ancora: «L’indagine (giudiziaria, ndr) non ha valutato la gravità intrinseca dei comportamenti del procuratore nazionale». Il risultato: «Questo deficit istruttorio ha di fatto lasciato in ombra il ruolo centrale del vertice dell’ufficio e ha impedito di cogliere appieno la portata sistemica della gestione tossica, e complice, che aveva caratterizzato la Dna in quegli anni». Nel capitolo dedicato agli «accessi illeciti in concorso con i giornalisti», la relazione entra in un terreno ancora più delicato: il rapporto tra chi estrae i dati e chi li pubblica. Il punto di partenza è la denuncia del ministro Giudo Crosetto. La relazione ricostruisce la sequenza: accessi alle banche dati, pubblicazione degli articoli, apertura del fascicolo. E sottolinea la coincidenza temporale tra le consultazioni e l’uscita dei pezzi. Il tutto viene inserito nel quadro più ampio del «traffico organizzato di dati informatici». Il nome di Emiliano Fittipaldi compare in questo contesto, come firma del quotidiano Domani che aveva pubblicato gli articoli oggetto di denuncia. Il generale della Guardia di finanza Umberto Sirico, invece, viene indicato come un «punto di passaggio obbligato dell’analisi». Non «un semplice superiore gerarchico», ma «un riferimento costante» della parabola di Striano, il luogotenente delle Fiamme gialle attorno al quale ruota l’inchiesta giudiziaria. Il rapporto, ricostruito dai messaggi sul cellulare del militare, avrebbe assunto «i tratti di una vera e propria sponsorizzazione interna». Sirico «accompagna e favorisce il percorso di Striano» e ne avrebbe curato l’inserimento «nel punto esatto dell’organigramma che consentiva la massima libertà operativa e il pieno accesso alle banche dati». Una scelta «non casuale», ma «l’esito di un percorso costruito, calibrato e orientato». Nei messaggi sarebbe emersa la formula chiave della «carta bianca». Una espressione che, secondo la relazione, descrive «la totale assenza di limiti» per Striano. Ma «il profilo ancora più delicato», stando ai commissari della maggioranza, sarebbe da rintracciare nella responsabilità dei vertici generali del Corpo, a partire dall’allora comandante generale Giuseppe Zafarana. Il suo compito non era conoscere ogni singola operazione, ma «garantire che l’architettura complessiva del sistema di sicurezza funzioni». Eppure, dalle sue dichiarazioni rese l’11 dicembre 2024 davanti alla Procura di Perugia emerge, secondo la relazione, «una divaricazione difficilmente accettabile» tra il livello di responsabilità previsto dalla legge e l’azione concreta svolta. Ancora più grave, per la Commissione, il fatto che, pur in presenza di «evidenti e note fughe di notizie in materia di Sos», il comandante generale non abbia attivato «alcun doveroso meccanismo di verifica interna». Le opposizioni rispondono con due relazioni di minoranza. Una è a firma Cinque stelle. L’altra è unitaria: Pd, M5s, Avs e altri. Secondo la minoranza, nel testo approvato c’è una «indebita sovrapposizione con l’indagine della magistratura» che mette in discussione «la separazione dei poteri» e «l’indipendenza del potere giudiziario». Per l’opposizione è «un tentativo di colpire prerogative e credibilità di un parlamentare eletto dal popolo», che «si è sempre caratterizzato per l’impegno costante e riconosciuto contro le organizzazioni mafiose e per la legalità». Al di là delle considerazioni politiche, la relazione della maggioranza fotografa una stagione della Direzione nazionale antimafia. Per fortuna archiviata.
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La Scientifica a Rogoredo sul luogo dell'omicidio (Ansa)
Le polemiche, infatti, non si fermano allo scudo penale per poliziotti e carabinieri, provvedimento di cui la sinistra chiede il ritiro dopo la messinscena di Rogoredo, ma si usa il caso per sostenere che una magistratura sottomessa non sarebbe mai riuscita a scoprire le menzogne di Cinturrino.
Ovviamente si tratta di balle, così come una balla colossale è che con lo scudo penale l’agente l’avrebbe fatta franca. Innanzitutto, cominciamo col dire che non esiste alcun scudo penale. Basta infatti leggere il decreto Sicurezza per rendersene conto. Nessuno parla di una immunità da offrire a chi indossa una divisa. E nessuno ha ipotizzato di concedere alla polizia una licenza di picchiare, sparare o tanto meno di uccidere. Semplicemente per decreto il governo ha provato a introdurre una deroga all’iscrizione nel registro degli indagati, per evitare quello che in genere chiamiamo «atto dovuto». Ci sono scontri di piazza e qualche manifestante si fa male, come accaduto a Pisa tempo fa? Le forze dell’ordine finiscono sul banco degli imputati, cioè nel registro degli indagati: prima ancora che siano accertati i fatti. Il provvedimento dell’esecutivo prova a ovviare a questo problema, che per poliziotti e carabinieri significa comunque dover ingaggiare un legale e sopportare le spese della difesa. Come? In presenza di una causa di giustificazione, il pm procede con l’annotazione preliminare in un modello separato, consentendo comunque alla persona iscritta la possibilità di farsi assistere da un avvocato e dai suoi collaboratori. Si tratta di un alleggerimento della posizione che funziona solo se sono evidenti le cause che hanno giustificato il comportamento della persona, con l’obbligo per il pubblico ministero di procedere in tempi celeri. Questo è uno scudo? Non mi pare. E infatti i primi a non essere particolarmente contenti sono i poliziotti, che all’immunità non puntano, mentre invece tengono molto a vedersi garantite le spese legali a carico dello Stato, perché ora, per indagini avviate a seguito dell’esercizio delle funzioni di polizia, devono pagare l’avvocato di tasca loro.
Ma se il problema dello scudo penale che non c’è è usato strumentalmente dopo il caso Cinturrino, la vera arma impropria impugnata dalla sinistra è il No al referendum, le cui argomentazioni a quanto pare si sono rafforzate proprio a seguito del caso di Rogoredo.
La riflessione dei compagni poggia sul seguente ragionamento. Sono stati i magistrati a scoprire la messinscena di Cinturrino. La riforma della giustizia sottomette i magistrati. Ergo, al referendum bisogna votare No. In realtà, l’argomentazione non sta in piedi. Per prima cosa perché a dubitare della versione fornita dall’agente omicida sono stati i colleghi della squadra mobile, che da subito hanno indagato sulla vicenda. Certo, portando le risultanze al pm, ma le testimonianze e i rilievi li hanno raccolti altri agenti. Seconda obiezione: se anche fosse stata in vigore la riforma della giustizia, con la separazione delle carriere, i poliziotti non avrebbero fatto il loro lavoro indagando sul conto di Cinturrino? E non sarebbero comunque stati obbligati a riferire al pubblico ministero? Ovviamente sì. Dunque, che cosa c’entra la riforma con i fatti di Rogoredo? Per conto mio, c’entra solo per un motivo: il poliziotto che ha ucciso il giovane Mansouri è stato arrestato e cacciato dalla polizia e – sono certo - pagherà caro il suo debito con la giustizia. I magistrati che arrestano innocenti e talvolta nascondono le prove a discarico degli indagati invece non pagano mai e possono continuare non solo a fare ciò che facevano, ma addirittura l’unico rischio che corrono è di vedersi promossi. Lo so che ora direte che di qua c’è un funzionario dello Stato che si è rivelato un assassino e di là un funzionario dello Stato che ha sbagliato. Ma io non chiedo gli arresti per chi non ha ucciso ma ha «solo» commesso un errore grave: chiedo tuttavia che l’Alta corte disciplinare istituita dalla riforma della giustizia lo giudichi senza sconti. I medici del Monaldi che con Domenico hanno fallito il trapianto di cuore pagheranno. Perché il magistrato che rovina la vita a un innocente non deve pagare?
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