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2021-10-28
Un patto ha trasformato l’Italia nell’apripista dei Paesi del signorsì
Getty images
Stanno aumentando i contagi; il film continua. Come in un kolossal dell'Istituto Luce, l'Italia prosegue imperterrita nella sua produzione cinematografica legata alla pandemia, assegnandosi anche tutti i premi della critica.
C'è da sorridere a volte leggendo le notizie di questi giorni; un primario di cardiochirurgia di Torino che, sue parole, vive con la mascherina incorporata, si è ritrovato positivo a otto mesi dal vaccino e non riesce a capacitarsi su come si sia potuto infettare.
In realtà da sorridere non c'è niente, perché se questo medico, che ha sempre utilizzato, in maniera maniacale, tutte le attenzioni per evitare il contagio ne è rimasto vittima, significa che ormai bisogna convivere con il virus, a prescindere dal vaccino.
E significa che la scelta della Gran Bretagna, dove non esiste nessuna emergenza, è l'unica possibile. Tornare a vivere, curare i malati e non terrorizzare i sani.
Ma qui il film ha preso un'altra piega e i suoi protagonisti non intendono certo cambiare l'unico copione che hanno imparato a memoria da due anni.
È passata sotto traccia la notizia dei due impianti per la produzione di vaccini che stanno nascendo a Monza e ad Anagni; nessuno, tantomeno le multinazionali attente al business, investirebbe mai milioni senza avere la garanzia di un mercato. È lo stesso copione delle mascherine; quando l'allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, e molti dei medici diventati poi protagonisti del film ne negavano l'utilità, la Fca e altre realtà imprenditoriali decisero di creare impianti per produrre centinaia di milioni di mascherine al giorno. Che grandi imprenditori, che visionari, quasi come Elon Musk ormai lanciato nello spazio, i nostri grandi capitani d'impresa intravidero che il film sarebbe presto diventato una serie, lunga ma con pochi colpi di scena e quindi le mascherine sarebbero state una grande opportunità.
In pochi dissentono in questo Paese, un Paese in cui molti hanno qualcosa da perdere o vogliono sedersi al nuovo tavolo, fatto di economia del malessere e di varie transizioni, digitali ed ecologiche, totalmente dissociate, soprattutto se imposte in tempi così rapidi, dalla realtà italiana, che non è rappresentata dai quattro grattacieli di Milano, ma è articolata e con tantissime sfumature che ne hanno da sempre rappresentato la forza.
Ma perché l'Italia è la domanda che molti si pongono. Perché l'Italia è così rigida, così militare, così efficiente nel perseguire un obiettivo, quello della vaccinazione generalizzata, visto che siamo sempre stati in fondo a quasi tutte le classifiche legate alle funzioni pubbliche come sanità, giustizia, istruzione etc.? La risposta va forse cercata lontano; era il settembre 2014, quando l'allora ministro della sanità Beatrice Lorenzin, ricevette alla Casa Bianca, durante un Global health summit, un incarico. Il nostro Paese avrebbe guidato le strategie e le campagne vaccinali nel mondo per i successivi cinque anni. Ovvio che in quegli anni, le relazioni, i rapporti e gli accordi presi nel nostro Paese, alla luce del sole o molto più probabilmente in qualche sala meno luminosa andassero in quella direzione, e cioè quella di spingere il più possibile le campagne vaccinali. Chi poteva essere quindi, se non l'Italia, il candidato numero uno tra i Paesi occidentali a fare da apripista alla campagna vaccinale anti Covid, senza se e senza ma?
Se si parte da quel punto è evidente che l'aspetto sanitario sia ormai da molto tempo un problema poco rilevante rispetto a scelte che nulla hanno a che fare con politiche in grado di affrontare e ridurre i danni da coronavirus.
L'Italia è sempre stata un Paese provinciale, ma in questi ultimi 20 mesi è imbarazzante quanto si sia chiusa su sé stessa; i fondi del governo agli organi di informazione per veicolare messaggi pro emergenza infinita sono forse solo un aspetto di questa chiusura. Nessuno parla più di Israele, dove è sempre più evidente il limite di una campagna anti Covid fondata solo sui vaccini, si inventano fandonie sul Regno Unito e sui Paesi dell'est, dove comunque il tasso di mortalità per milione di abitanti è in molti casi inferiore al nostro (ad esempio in Russia il tasso è 1.594 per milione, in Italia 2.186). Cosa c'è dietro questa follia quindi ?
Qual è il patto segreto che si è sottoscritto per trasformare l'Italia? Sono forse i miliardi del Recovery plan, subordinati al raggiungimento di una vaccinazione di tutti i cittadini, per vedere come un popolo possa essere piegato dal potere dello Stato, stravolgendo qualunque principio e diritto che sembrava acquisito fino a venti mesi fa?
Mario Draghi non si può contestare, ha potere assoluto in questo momento; è un uomo determinato, insensibile agli effetti collaterali; la sua strategia di salvataggio della Grecia fu un bagno di sangue per quel Paese. Draghi presidente Bce sarà ricordato come il presidente dei tassi negativi; un provvedimento che ha senso in caso di emergenza, per un periodo limitato, ma che invece è ormai in essere da dieci anni e che ha avuto come esito la transumanza dei risparmi degli italiani dai titoli di Stato, negativi, a titoli molto più rischiosi; il risparmio è diventato una colpa. Quante colpe vengono addossate ai cittadini: non spendono, non stanno chiusi in casa, emettono anidride carbonica, alcuni non si vogliono vaccinare. Il film è ancora lungo.
«A Trieste lo tsunami dei 40.000»
Quello fatto recapitare al governo di Mario Draghi dai camalli di Stefano Puzzer è un ultimatum più che una richiesta: «No green pass e niente obbligo vaccinale, altrimenti la protesta andrà avanti a oltranza». La proposta di un accordo sui tamponi gratuiti, insomma, verrebbe rispedita al mittente. In attesa di una risposta, il corteo di ieri, con un migliaio di manifestanti scortatissimi dalla polizia, è partito da Domio, Comune alle porte dell'area industriale triestina, alle 9.20, e un'ora dopo ha raggiunto il parcheggio della Risiera, non troppo lontano dalle reti che delimitano la zona di proprietà della Siot, azienda scelta come simbolo della protesta per gli interessi economici che rappresenta per lo scalo, a due passi dall'ingresso del Porto. Alle 10 la Questura ha cominciato a fare i primi conti e dai circa 1.000 della prima stima si è passati a 2.000. Gli organizzatori, invece, ritengono che ci fossero 4.000 partecipanti.
In prima fila le pettorine gialle di una cinquantina di portuali ma, stando agli organizzatori, al corteo hanno preso parte anche lavoratori provenienti da altri settori: autisti della Trieste trasporti, operai della Flex e della Wartsila. I più numerosi erano comunque i No green pass, triestini e veneti. Con Puzzer, portavoce del Coordinamento 15 ottobre, alla testa della marcia: «Domani (oggi per chi legge, ndr) avremo la risposta da parte del Consiglio dei ministri e poi deciderà il consiglio del popolo. Se il governo rigetterà le richieste che abbiamo fatto sabato scorso al ministro Stefano Patuanelli noi andremo avanti nella nostra protesta, lo faremo pacificamente, anche in porto, ma sempre con le stesse modalità, senza però bloccare mai nessuno. Noi non siamo qui per mettere in crisi la nostra città, per dar fastidio ai cittadini che non la pensano come noi. Quindi se potremo evitare disagi alla cittadinanza lo faremo sicuramente». L'appuntamento è per oggi alle 17 a Campo San Giacomo, a poca distanza dal centro cittadino. Dal Comitato 15 ottobre è già partita anche una proposta di sciopero del green pass per venerdì. L'invito, per coloro che ne sono provvisti, è di non esibirlo laddove viene richiesto.
Puzzer ha annunciato anche che il Comitato 15 ottobre sta mettendo su «un ufficio tecnico sanitario», una sorta di Cts, «in risposta a quello del governo». E ha fatto sapere che sarà composto da scienziati e da personalità italiane non allineate, i cui nomi, per ora, sono top secret.
Il corteo, tra gli slogan e il ritornello «la gente come noi non molla mai», che è diventato l'inno della protesta, e tra immagini sacre e cartelli «No green pass» e «Libertà», è andato avanti per le vie della città in modo pacifico. Alla tappa finale i manifestanti hanno trovato una barriera di agenti di polizia, pronti a intervenire se qualcuno avesse tentato l'ingresso nell'area del porto. «Volevano creare una trappola a Trieste», ha detto Puzzer riferendosi alla manifestazione annullata perché erano previste infiltrazioni dei black bloc, «ma noi abbiamo la responsabilità anche per tutta la città: volevano creare un G8 di Genova e non lo abbiamo permesso». Secondo il movimento 3V, che ha lanciato nei giorni scorsi la mobilitazione, oggi, però, sono attese 40.000 persone. Ugo Rossi, leader del Movimento 3V a Trieste, ha annunciato: «Replicheremo lo tsunami di oltre 40.000 umani dell'ultima volta» e ha invitato i No green pass da tutta la regione e da tutto il Nord Est con questo richiamo: «No al ricatto lavorativo, no al green pass, no all'obbligo vaccinale, per la libera scelta, per la solidarietà, contro le discriminazioni». L'ennesimo stress test per il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese.
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La scelta della Gran Bretagna, tornare a vivere, curare i malati e non terrorizzare i sani, è l'unica possibile. Ma da noi si seguono linee dettate da altri. E in tanti vogliono sedersi al tavolo dell'economia del malessereRossi, leader del movimento 3V, ha invitato per oggi i No green pass di tutto il Nord Est Per Puzzer, portavoce dei portuali, sta nascendo un Cts alternativo a quello del governoLo speciale contiene due articoli Stanno aumentando i contagi; il film continua. Come in un kolossal dell'Istituto Luce, l'Italia prosegue imperterrita nella sua produzione cinematografica legata alla pandemia, assegnandosi anche tutti i premi della critica.C'è da sorridere a volte leggendo le notizie di questi giorni; un primario di cardiochirurgia di Torino che, sue parole, vive con la mascherina incorporata, si è ritrovato positivo a otto mesi dal vaccino e non riesce a capacitarsi su come si sia potuto infettare.In realtà da sorridere non c'è niente, perché se questo medico, che ha sempre utilizzato, in maniera maniacale, tutte le attenzioni per evitare il contagio ne è rimasto vittima, significa che ormai bisogna convivere con il virus, a prescindere dal vaccino.E significa che la scelta della Gran Bretagna, dove non esiste nessuna emergenza, è l'unica possibile. Tornare a vivere, curare i malati e non terrorizzare i sani.Ma qui il film ha preso un'altra piega e i suoi protagonisti non intendono certo cambiare l'unico copione che hanno imparato a memoria da due anni.È passata sotto traccia la notizia dei due impianti per la produzione di vaccini che stanno nascendo a Monza e ad Anagni; nessuno, tantomeno le multinazionali attente al business, investirebbe mai milioni senza avere la garanzia di un mercato. È lo stesso copione delle mascherine; quando l'allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, e molti dei medici diventati poi protagonisti del film ne negavano l'utilità, la Fca e altre realtà imprenditoriali decisero di creare impianti per produrre centinaia di milioni di mascherine al giorno. Che grandi imprenditori, che visionari, quasi come Elon Musk ormai lanciato nello spazio, i nostri grandi capitani d'impresa intravidero che il film sarebbe presto diventato una serie, lunga ma con pochi colpi di scena e quindi le mascherine sarebbero state una grande opportunità.In pochi dissentono in questo Paese, un Paese in cui molti hanno qualcosa da perdere o vogliono sedersi al nuovo tavolo, fatto di economia del malessere e di varie transizioni, digitali ed ecologiche, totalmente dissociate, soprattutto se imposte in tempi così rapidi, dalla realtà italiana, che non è rappresentata dai quattro grattacieli di Milano, ma è articolata e con tantissime sfumature che ne hanno da sempre rappresentato la forza.Ma perché l'Italia è la domanda che molti si pongono. Perché l'Italia è così rigida, così militare, così efficiente nel perseguire un obiettivo, quello della vaccinazione generalizzata, visto che siamo sempre stati in fondo a quasi tutte le classifiche legate alle funzioni pubbliche come sanità, giustizia, istruzione etc.? La risposta va forse cercata lontano; era il settembre 2014, quando l'allora ministro della sanità Beatrice Lorenzin, ricevette alla Casa Bianca, durante un Global health summit, un incarico. Il nostro Paese avrebbe guidato le strategie e le campagne vaccinali nel mondo per i successivi cinque anni. Ovvio che in quegli anni, le relazioni, i rapporti e gli accordi presi nel nostro Paese, alla luce del sole o molto più probabilmente in qualche sala meno luminosa andassero in quella direzione, e cioè quella di spingere il più possibile le campagne vaccinali. Chi poteva essere quindi, se non l'Italia, il candidato numero uno tra i Paesi occidentali a fare da apripista alla campagna vaccinale anti Covid, senza se e senza ma?Se si parte da quel punto è evidente che l'aspetto sanitario sia ormai da molto tempo un problema poco rilevante rispetto a scelte che nulla hanno a che fare con politiche in grado di affrontare e ridurre i danni da coronavirus.L'Italia è sempre stata un Paese provinciale, ma in questi ultimi 20 mesi è imbarazzante quanto si sia chiusa su sé stessa; i fondi del governo agli organi di informazione per veicolare messaggi pro emergenza infinita sono forse solo un aspetto di questa chiusura. Nessuno parla più di Israele, dove è sempre più evidente il limite di una campagna anti Covid fondata solo sui vaccini, si inventano fandonie sul Regno Unito e sui Paesi dell'est, dove comunque il tasso di mortalità per milione di abitanti è in molti casi inferiore al nostro (ad esempio in Russia il tasso è 1.594 per milione, in Italia 2.186). Cosa c'è dietro questa follia quindi ? Qual è il patto segreto che si è sottoscritto per trasformare l'Italia? Sono forse i miliardi del Recovery plan, subordinati al raggiungimento di una vaccinazione di tutti i cittadini, per vedere come un popolo possa essere piegato dal potere dello Stato, stravolgendo qualunque principio e diritto che sembrava acquisito fino a venti mesi fa?Mario Draghi non si può contestare, ha potere assoluto in questo momento; è un uomo determinato, insensibile agli effetti collaterali; la sua strategia di salvataggio della Grecia fu un bagno di sangue per quel Paese. Draghi presidente Bce sarà ricordato come il presidente dei tassi negativi; un provvedimento che ha senso in caso di emergenza, per un periodo limitato, ma che invece è ormai in essere da dieci anni e che ha avuto come esito la transumanza dei risparmi degli italiani dai titoli di Stato, negativi, a titoli molto più rischiosi; il risparmio è diventato una colpa. Quante colpe vengono addossate ai cittadini: non spendono, non stanno chiusi in casa, emettono anidride carbonica, alcuni non si vogliono vaccinare. 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In attesa di una risposta, il corteo di ieri, con un migliaio di manifestanti scortatissimi dalla polizia, è partito da Domio, Comune alle porte dell'area industriale triestina, alle 9.20, e un'ora dopo ha raggiunto il parcheggio della Risiera, non troppo lontano dalle reti che delimitano la zona di proprietà della Siot, azienda scelta come simbolo della protesta per gli interessi economici che rappresenta per lo scalo, a due passi dall'ingresso del Porto. Alle 10 la Questura ha cominciato a fare i primi conti e dai circa 1.000 della prima stima si è passati a 2.000. Gli organizzatori, invece, ritengono che ci fossero 4.000 partecipanti. In prima fila le pettorine gialle di una cinquantina di portuali ma, stando agli organizzatori, al corteo hanno preso parte anche lavoratori provenienti da altri settori: autisti della Trieste trasporti, operai della Flex e della Wartsila. I più numerosi erano comunque i No green pass, triestini e veneti. Con Puzzer, portavoce del Coordinamento 15 ottobre, alla testa della marcia: «Domani (oggi per chi legge, ndr) avremo la risposta da parte del Consiglio dei ministri e poi deciderà il consiglio del popolo. Se il governo rigetterà le richieste che abbiamo fatto sabato scorso al ministro Stefano Patuanelli noi andremo avanti nella nostra protesta, lo faremo pacificamente, anche in porto, ma sempre con le stesse modalità, senza però bloccare mai nessuno. Noi non siamo qui per mettere in crisi la nostra città, per dar fastidio ai cittadini che non la pensano come noi. Quindi se potremo evitare disagi alla cittadinanza lo faremo sicuramente». L'appuntamento è per oggi alle 17 a Campo San Giacomo, a poca distanza dal centro cittadino. Dal Comitato 15 ottobre è già partita anche una proposta di sciopero del green pass per venerdì. L'invito, per coloro che ne sono provvisti, è di non esibirlo laddove viene richiesto. Puzzer ha annunciato anche che il Comitato 15 ottobre sta mettendo su «un ufficio tecnico sanitario», una sorta di Cts, «in risposta a quello del governo». E ha fatto sapere che sarà composto da scienziati e da personalità italiane non allineate, i cui nomi, per ora, sono top secret. Il corteo, tra gli slogan e il ritornello «la gente come noi non molla mai», che è diventato l'inno della protesta, e tra immagini sacre e cartelli «No green pass» e «Libertà», è andato avanti per le vie della città in modo pacifico. Alla tappa finale i manifestanti hanno trovato una barriera di agenti di polizia, pronti a intervenire se qualcuno avesse tentato l'ingresso nell'area del porto. «Volevano creare una trappola a Trieste», ha detto Puzzer riferendosi alla manifestazione annullata perché erano previste infiltrazioni dei black bloc, «ma noi abbiamo la responsabilità anche per tutta la città: volevano creare un G8 di Genova e non lo abbiamo permesso». Secondo il movimento 3V, che ha lanciato nei giorni scorsi la mobilitazione, oggi, però, sono attese 40.000 persone. Ugo Rossi, leader del Movimento 3V a Trieste, ha annunciato: «Replicheremo lo tsunami di oltre 40.000 umani dell'ultima volta» e ha invitato i No green pass da tutta la regione e da tutto il Nord Est con questo richiamo: «No al ricatto lavorativo, no al green pass, no all'obbligo vaccinale, per la libera scelta, per la solidarietà, contro le discriminazioni». L'ennesimo stress test per il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese.
Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
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(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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Vincenzo Montella, allenatore della Turchia, durante la partita contro il Paraguay al San Francisco Bay Area Stadium a Santa Clara (Getty Images)
La nazionale allenata da Montella saluta il Mondiale dopo le sconfitte contro Australia e Paraguay e senza aver mai segnato nonostante 62 tiri complessivi nelle prime due partite. La terza partita contro gli Stati Uniti non cambierà il destino del girone, già compromesso anche in ottica migliori terze.
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.
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