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2019-12-09
Un impeachment di Trump manderebbe all'aria anche le primarie dem
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Ansa
Pochi giorni fa, la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha di fatto dato il via libera alla redazione dei capi di imputazione per la messa in stato d'accusa di Donald Trump. La palla è dunque passata nelle mani della commissione giudiziaria della Camera che, una volta stilata la lista, dovrà sottoporne ciascun articolo alla votazione dell'aula in plenaria. I capi d'imputazione, che otterranno la maggioranza semplice, saranno quindi al centro del processo celebrato in Senato.
I rischi davanti a cui si trovano i democratici sono tuttavia molteplici. In primo luogo, bisognerà capire quanto i repubblicani - che alla camera alta detengono la maggioranza - abbiano intenzione di far durare il processo. Se secondo alcuni analisti avrebbero fretta di archiviarlo per evitare contraccolpi sulla campagna elettorale di Trump, è anche vero che - alla fine dei conti - potrebbero invece auspicare di allungarne i tempi. Non dimentichiamo infatti che, tra i vari candidati alla nomination democratica, molti siano senatori: Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Amy Klobuchar, Cory Booker e Michael Bennet. Se, come è probabile, un eventuale processo di impeachment andasse oltre il 3 febbraio (data di inizio delle primarie democratiche), tutti questi candidati sarebbero infatti costretti a sospendere temporaneamente i propri impegni elettorali in una fase politicamente cruciale. Una fase, per intenderci, in cui si terranno il caucus dell'Iowa e - dopo pochi giorni - le primarie del New Hampshire. I repubblicani potrebbero avere quindi tutta l'intenzione di far durare il processo almeno fino alla metà di febbraio, con l'ovvia speranza di azzoppare alcuni dei candidati democratici attualmente più forti in gara (soprattutto Sanders e la Warren).
Ma non è tutto. Perché, al di là dei guai che potrebbero sorgere per le primarie democratiche, l'impeachment potrebbe portare l'intero asinello ben presto fuori strada. Uno dei grandi problemi che caratterizzano l'indagine attualmente in corso alla Camera è il suo debolissimo impianto accusatorio. Se nel 1974 (ai tempi di Nixon) e nel 1998 (ai tempi di Clinton) si riscontravano azioni oggettive (sulla cui eventuale gravità discussero poi politici e giuristi), in questo caso le audizioni hanno prodotto testimonianze molto farraginose, senza elementi certi ed evidenti: tanto che diversi tecnici, come Ken Starr e Alan Dershowitz, risultano particolarmente critici verso questa indagine e - soprattutto - verso un eventuale processo di impeachment.
Inoltre, al di là dell'assenza di una pistola fumante, si scorge un problema di natura giuridica. Se anche venissero infatti reperite prove che Trump abbia chiesto al presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di aprire un'inchiesta su Joe Biden in cambio degli aiuti economici americani a Kiev, non è detto che si tratterebbe di un caso di corruzione come sostenuto dalla Pelosi. Affinché si possa parlare infatti di corruzione, secondo il codice penale americano, è necessario che sia coinvolto almeno un pubblico ufficiale. E se andiamo a vedere come il codice definisce la figura del pubblico ufficiale, scopriremo che tali si possono definire o i legislatori o i funzionari di vario grado che operano nel governo federale. È quindi chiaro che il reato di corruzione abbia a che fare con il sistema istituzionale, amministrativo e politico interno agli Stati Uniti d'America, e che non si dia nell'ambito delle relazioni internazionali: ambito in cui, tra l'altro, il potere esecutivo risulta investito di amplissima discrezionalità.
È pur vero che, secondo alcuni, per avviare un impeachment non risulti necessario un comportamento penalmente rilevante. Ma se si accetta questa visione, è allora chiaro che un processo di messa in stato d'accusa possa essere invocato per qualsiasi motivazione, bastando la semplice maggioranza parlamentare alla Camera. Non sarà del resto un caso che, negli ultimissimi giorni, il deputato democratico del Texas, Al Green, abbia chiesto di includere nei capi di imputazione contro Trump anche razzismo, omofobia e islamofobia, suscitando i malumori dei suoi compagni di partito più centristi. Insomma, l'impeachment rischia di trasformarsi in una battaglia meramente politicizzata, passando dall'essere uno strumento di garanzia costituzionale a una sorta di voto di sfiducia verso il presidente in carica: un voto di sfiducia che tuttavia la Costituzione americana non ammette affatto. La sensazione è che l'asinello stia per cacciarsi seriamente in un vicolo cieco. E, vista l'impopolarità che l'indagine per impeachment sta riscuotendo in alcuni Stati chiave, l'impatto elettorale di tutto questo potrebbe rivelarsi non poco problematico.
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Un eventuale processo rischia di produrre spiacevoli ripercussioni sulla campagna elettorale per la nomination democratica del 2020. Un vero e proprio cortocircuito all'interno dell'asinello, che - sulla questione - potrebbe presto cadere preda di forti contrasti.Pochi giorni fa, la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha di fatto dato il via libera alla redazione dei capi di imputazione per la messa in stato d'accusa di Donald Trump. La palla è dunque passata nelle mani della commissione giudiziaria della Camera che, una volta stilata la lista, dovrà sottoporne ciascun articolo alla votazione dell'aula in plenaria. I capi d'imputazione, che otterranno la maggioranza semplice, saranno quindi al centro del processo celebrato in Senato.I rischi davanti a cui si trovano i democratici sono tuttavia molteplici. In primo luogo, bisognerà capire quanto i repubblicani - che alla camera alta detengono la maggioranza - abbiano intenzione di far durare il processo. Se secondo alcuni analisti avrebbero fretta di archiviarlo per evitare contraccolpi sulla campagna elettorale di Trump, è anche vero che - alla fine dei conti - potrebbero invece auspicare di allungarne i tempi. Non dimentichiamo infatti che, tra i vari candidati alla nomination democratica, molti siano senatori: Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Amy Klobuchar, Cory Booker e Michael Bennet. Se, come è probabile, un eventuale processo di impeachment andasse oltre il 3 febbraio (data di inizio delle primarie democratiche), tutti questi candidati sarebbero infatti costretti a sospendere temporaneamente i propri impegni elettorali in una fase politicamente cruciale. Una fase, per intenderci, in cui si terranno il caucus dell'Iowa e - dopo pochi giorni - le primarie del New Hampshire. I repubblicani potrebbero avere quindi tutta l'intenzione di far durare il processo almeno fino alla metà di febbraio, con l'ovvia speranza di azzoppare alcuni dei candidati democratici attualmente più forti in gara (soprattutto Sanders e la Warren).Ma non è tutto. Perché, al di là dei guai che potrebbero sorgere per le primarie democratiche, l'impeachment potrebbe portare l'intero asinello ben presto fuori strada. Uno dei grandi problemi che caratterizzano l'indagine attualmente in corso alla Camera è il suo debolissimo impianto accusatorio. Se nel 1974 (ai tempi di Nixon) e nel 1998 (ai tempi di Clinton) si riscontravano azioni oggettive (sulla cui eventuale gravità discussero poi politici e giuristi), in questo caso le audizioni hanno prodotto testimonianze molto farraginose, senza elementi certi ed evidenti: tanto che diversi tecnici, come Ken Starr e Alan Dershowitz, risultano particolarmente critici verso questa indagine e - soprattutto - verso un eventuale processo di impeachment.Inoltre, al di là dell'assenza di una pistola fumante, si scorge un problema di natura giuridica. Se anche venissero infatti reperite prove che Trump abbia chiesto al presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di aprire un'inchiesta su Joe Biden in cambio degli aiuti economici americani a Kiev, non è detto che si tratterebbe di un caso di corruzione come sostenuto dalla Pelosi. Affinché si possa parlare infatti di corruzione, secondo il codice penale americano, è necessario che sia coinvolto almeno un pubblico ufficiale. E se andiamo a vedere come il codice definisce la figura del pubblico ufficiale, scopriremo che tali si possono definire o i legislatori o i funzionari di vario grado che operano nel governo federale. È quindi chiaro che il reato di corruzione abbia a che fare con il sistema istituzionale, amministrativo e politico interno agli Stati Uniti d'America, e che non si dia nell'ambito delle relazioni internazionali: ambito in cui, tra l'altro, il potere esecutivo risulta investito di amplissima discrezionalità.È pur vero che, secondo alcuni, per avviare un impeachment non risulti necessario un comportamento penalmente rilevante. Ma se si accetta questa visione, è allora chiaro che un processo di messa in stato d'accusa possa essere invocato per qualsiasi motivazione, bastando la semplice maggioranza parlamentare alla Camera. Non sarà del resto un caso che, negli ultimissimi giorni, il deputato democratico del Texas, Al Green, abbia chiesto di includere nei capi di imputazione contro Trump anche razzismo, omofobia e islamofobia, suscitando i malumori dei suoi compagni di partito più centristi. Insomma, l'impeachment rischia di trasformarsi in una battaglia meramente politicizzata, passando dall'essere uno strumento di garanzia costituzionale a una sorta di voto di sfiducia verso il presidente in carica: un voto di sfiducia che tuttavia la Costituzione americana non ammette affatto. La sensazione è che l'asinello stia per cacciarsi seriamente in un vicolo cieco. E, vista l'impopolarità che l'indagine per impeachment sta riscuotendo in alcuni Stati chiave, l'impatto elettorale di tutto questo potrebbe rivelarsi non poco problematico.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.