- Il presidente del Consiglio ha incassato la fiducia alla Camera (343 sì) con insulsaggini su Sud, turismo, ambiente e giovani. Si è rinvigorito solo sparando contro gli ex alleati.
- In 15 mesi, l’«avvocato degli italiani» ha fatto una giravolta su ogni fronte. Silenzio sulla necessità di cancellare le sanzioni alla Russia ed elogi per l’Ue: «Assicura maggiori opportunità».
Lo speciale contiene due articoli.
È proprio il caso di dire Conte uno e Conte due. Non solo nel senso dei due governi, però: ma anche per distinguere il pallido e soporifero premier del mattino di ieri (discorso programmatico per la fiducia alla Camera, che passa alle 21.25 con 343 sì; oggi ci sarà il voto in Senato, molto meno scontato) dal suo sosia del pomeriggio (replica sempre a Montecitorio, dopo gli interventi dei gruppi), improvvisamente violento e scatenatissimo contro la Lega, come se il Carroccio non fosse stato suo alleato fino a un mese fa, e come se lui stesso, per i mesi della sua prima esperienza di governo, fosse vissuto all’estero, in qualche terra lontana dall’Italia.
Ma procediamo con ordine, partendo dal Giuseppe Conte mattutino. Inafferrabile come un anguillone neodemocristiano, il presidente del Consiglio ha impiegato 85 lunghissimi minuti per non dire granché. Un discorso prolisso e vaghissimo: elogio della «mitezza», prevedibile ossequio a Sergio Mattarella, gran difesa delle ministre Paola De Micheli e Teresa Bellanova dai presunti «attacchi sessisti», e soprattutto molti «occorre», ovvero un interminabile elenco meramente descrittivo di cose da fare (per le quali – a onor del vero – servirebbero almeno due o tre legislature). In compenso, non uno straccio di cifra (dove prendere i soldi per farle) né un minimo di priorità, cioè una credibile indicazione dei primi impegni programmatici, di una tempificazione, di un ordine di importanza. Nulla di nulla: come se i problemi di un Paese si risolvessero solo affidandosi alla mitica «cornice europea» e alle buone maniere. Per il resto, un esercizio acrobatico di equilibrismo verbale per accontentare le due anime della nuova maggioranza sui nodi più delicati.
Così, risulta perfino difficile sintetizzare il discorso contiano del mattino: azzerare le rette degli asili «d’accordo con gli enti locali» (ma con quali soldi?); «ampliare la partecipazione alla vita lavorativa delle fasce di popolazione finora escluse, soprattutto tra i giovani e le donne, particolarmente nel Mezzogiorno»; «misure di sostegno a favore delle famiglie meno abbienti, nell’ottica di un innalzamento degli anni di obbligo scolastico»; e il solito passaggio retorico sui giovani («Basta esportare le eccellenze»). Altre promesse senza cifre sul salario minimo e sul taglio del cuneo fiscale.
Per il resto, in ordine sparso: toni sfuggenti sulle autostrade («Progressiva e inesorabile revisione di tutto il sistema»); cedimento all’ambientalismo ideologico grillino («Stop a nuove concessioni di trivellazioni»); tentativo abbastanza maldestro di minimizzare gli interventi sui decreti sicurezza, ventilandone una revisione solo parziale (ma chi può credere che il governo si limiterà a recepire i rilievi del presidente della Repubblica, quando il Pd e Leu chiedono a Conte una riscrittura integrale?). E poi riferimenti generali alle riforme costituzionali (il vero strumento su cui Conte punta per finire la legislatura senza tornare al voto) e ulteriore cerchiobottismo sull’autonomia («Sì ma senza creare divari tra Nord e Sud»). Insomma, un discorso «forlaniano»: com’è noto, ai suoi tempi (e – va detto – con diversa statura), il segretario Dc Arnaldo Forlani rivendicava la propria capacità di parlare a lungo senza dire nulla di decisivo e di divisivo.
Ma improvvisamente, nel pomeriggio, si è ripresentato in Aula un sosia del Conte visto fino a qualche ora prima. Durante il dibattito, com’era prevedibile, le opposizioni di Lega e Fdi avevano usato toni duri, ma la replica di Conte è stata sconcertante. Il premier ha letteralmente sfidato l’Aula ripartendo dalle accuse mossegli, che ha riassunto con evidente sarcasmo («Tradimento, oltraggio agli italiani, addirittura sequestro del voto»). Per poi aggiungere: «Mi chiedo se la nostra Costituzione esista ancora, o sia stata stata stracciata. Conosco la vostra abilità comunicativa ma ripetere all’infinito queste parole non cambia la realtà dei fatti: questa è una grande mistificazione».
Inevitabile il pandemonio, al grido «Poltrona!» dei deputati di Fdi e Lega, alternato a «Venduto!», «Elezioni!» e a un irridente «Vai Giuseppi!». Ma incredibilmente Conte ha proseguito a incendiare l’emiciclo, attaccando direttamente la Lega e Matteo Salvini: «Che una forza politica, e un leader politico, possano decidere ogni anno di portare il Paese e elezioni è irresponsabile». E ancora: «Voi dimostrate di essere coerenti alle vostre convenienze elettorali: se mi permettete, avete sbagliato giuramento».
Ma le provocazioni di Conte sono proseguite: «Molti deputati celano, senza offesa, forti reazione emotive, veementi proclami…». Fino a una difesa avvocatesca dei 5 stelle: «Il M5s ha subito una scelta di tradimento», ha detto il premier, qualificando come «assurdo» il fatto che i grillini siano additati come responsabili della caduta del governo. «Mentre il M5s è stato coerente al proprio programma, voi dimostrate di essere coerenti solo con le vostre convenienze elettorali. I ministri hanno giurato di tutelare gli interessi della nazione e non quelli di partito». E ancora: «Devo pensare che volevate andare a elezioni per avere più poltrone».
E qui sta, a ben vedere, il secondo obiettivo di Conte, il più subdolo: assumere de facto la leadership del Movimento 5 Stelle, marginalizzando un Luigi Di Maio che già in mattinata si era mostrato scuro, pensieroso, per nulla entusiasta. I registi e gli sceneggiatori del film (anche in casa grillina) hanno scelto un altro attore protagonista, cinicamente pronto a commissariare il capo politico M5s. E Di Maio se n’è reso conto troppo tardi.
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