True
2020-01-20
Così hanno ucciso i piccoli Comuni
Ansa
Chissà se Jennifer Lopez, quando dice che il suo sogno è vivere in un piccolo Comune italiano, sa a quali disservizi andrebbe incontro. I borghi del nostro Paese non sono solo fiori ai balconi, odore di pane fresco e gioco delle bocce in piazza, come si legge nelle guide turistiche.
Breme, in provincia di Pavia, 730 abitanti, attira numerosi visitatori per l'antica Abbazia di San Pietro. È una bomboniera ma è a un passo dalla bancarotta. Il sindaco, Francesco Berzero, ha lanciato un grido di aiuto, scrivendo anche al capo dello Stato, Sergio Mattarella. «La legge ci condanna al fallimento», protesta il primo cittadino e ci racconta il suo dramma. «Il giudice ci ha dato in affidamento tre minori che ora sono in una comunità alla quale dobbiamo versare 110 euro al giorno per ciascuno di loro, ovvero 120.000 euro l'anno. Pur considerando le necessità di questi ragazzi che provengono da una situazione familiare tremenda con un padre violento e alcolizzato, il mio Comune non ha le risorse per far fronte alla loro assistenza». E spiega che «la Regione rimborsa la spesa ma solo per il 40% e dopo un anno. Intanto io forse sarò costretto ad aumentare le imposte, a tagliare il servizio di scuolabus e ad aumentare le rette dell'asilo. Oltre al fatto che ho molti problemi per la manutenzione delle strade». Berzero si è anche rivolto al prefetto perché 110 euro al giorno per ciascun minore «mi sembravano davvero tanti. Ma mi ha risposto che le spese sono alte».
Breme non è un caso isolato. Sono numerosi i piccoli Comuni in tutta Italia che si trovano a dover far fronte a situazioni simili.
Sempre in provincia di Pavia, Ceretto Lomellina, antichissimo borgo, 200 anime, rischia il dissesto per lo stesso motivo. «Da marzo 2018 abbiamo in affido tre minori per le quali versiamo a una casa famiglia circa 85 euro al giorno a testa. Sono 93.000 euro l'anno che solo in parte ci vengono rimborsati e in ritardo», dice il sindaco Giovanni Cattaneo e aggiunge: «Sono stato costretto a tagliare una serie di servizi, dallo scuolabus, al pacco dono per anziani indigenti e ho dovuto rinviare la sistemazione delle strade. Se questi minori restano a nostro carico fino ai 18 anni, il Comune chiude».
Dalla Lombardia al Piemonte, altra Regione cult per il turismo d'élite.
la dittatura di internet
Il sindaco Monica Ciaburro, del Comune di Argentera, 77 abitanti, in provincia di Cuneo, è da 16 mesi senza dipendenti. «Devo aprire e chiudere gli uffici e occuparmi di tutte le pratiche burocratiche, mentre il vicesindaco e l'assessore sbrigano i lavori da cantonieri. Sono intervenuta a riparare una fontana, ho fatto sopralluoghi nei cambi di residenza. Pensi che il pasticcere taglia l'erba e apre l'ambulatorio», ci racconta. Per risponderci ha dovuto interrompere la formazione di un paio di ragazzi con contratto interinale, che dovrebbero dare una mano in ufficio ma «completamente a digiuno delle pratiche di un Comune». E aggiunge: «Sto aspettando l'esito di un bando per avere tre persone, un amministrativo, un tecnico e una polizia municipale ma part time. Il tutto con una burocrazia che ci fa impazzire e Internet che non funziona».
La prima cittadina punta il dito contro un governo che moltiplica le incombenze fiscali con l'uso esclusivo della Rete. «Scontrini e fatture elettroniche, i commercianti non sanno come fare. In Comune la connessione è rimasta bloccata per due settimane. Bisognerebbe capire che i piccoli Comuni non sono attrezzati e non per loro responsabilità».
Ci spostiamo in Liguria. Lavagna, cittadina del Tigullio, è in dissesto finanziario, nelle casse non c'è un soldo per pagare i dipendenti figurarsi per l'acquisto degli alberi di Natale. Agli addobbi, in occasione di queste feste, hanno pensato i cittadini e un vivaista locale.
Queste realtà non ci aspetteremo di trovarle nel florido Nord. Sono borghi con meno di 5.000 residenti ma occupano il 54% del territorio nazionale, in cui vivono oltre 10 milioni di persone e rappresentano il 70% della totalità dei Comuni italiani. Dal 1971 al 2017 in quasi 2.000 piccoli Comuni la popolazione è diminuita di oltre il 20%. Sono località spesso di grande interesse artistico e storico, che compaiono nelle Lonely Planet di tutto il mondo, ma dimenticate dalla politica, prosciugate da un decennio di tagli, tagliate fuori dagli investimenti pubblici, spinte ai margini del Paese da una cultura che tende a privilegiare i grandi centri urbani e il litorale.
Nell'entroterra dell'Abruzzo, la consuetudine della seconda casa per le vacanze resiste ancora, ma non riesce a colmare le casse comunali. Luigi De Acetis, sindaco di Caramanico Terme, provincia di Pescara, ha denunciato più volte la mancanza nei Comuni montani di una postazione fissa del 118. Secondo una recente rilevazione, le sedi senza un segretario o dirigente comunale sono 1.729 negli enti sotto i 10.00 abitanti. Complessivamente i segretari in servizio sono 3.500. Un contingente insufficiente. La conseguenza è spesso la paralisi dei servizi.
i negozi spariscono
Ma c'è di più: coloro che lavorano a volte in sei, anche sette Comuni, devono fare i conti con la legislazione che non prevede rimborsi spesa per gli spostamenti.
Nelle aree interne stanno chiudendo i servizi pubblici e i negozi. Il panettiere, il salumiere o il macellaio sono sempre stati piccoli salotti dove chiacchierare oltre che far spesa. Quelli sopravvissuti alla crisi economica hanno ricevuto la mazzata finale dal fisco con l'introduzione dei pagamenti digitali. A Podenzoi, frazione di 500 abitanti di Longarone, in provincia di Belluno, meta di escursionisti appassionati della montagna, hanno chiuso tutti gli esercizi commerciali. Non potevano affrontare le spese per dotarsi di un registratore di cassa collegato a Internet che marcia a rilento.
«Alla mia età non me la sento di usare computer, Pos e altre diavolerie del genere», ha detto alla stampa l'ultimo barbiere rimasto a Montalcino, Paolo Cencioni, di 76 anni. Niente più pane per i 4.000 abitanti di Pedavena, vicino Belluno. I proprietari dell'ultimo e storico alimentari, con 90 anni di vita, hanno abbassato la saracinesca per sempre: «Troppe tasse». L'Uncem, l'Unione dei Comuni di montagna, aveva chiesto al governo di rinviare l'obbligo dello scontrino elettronico per queste realtà. Nessuna risposta. Sono comunità con poco peso elettorale.
Lo spopolamento influenza anche il sistema scolastico. Alla riduzione degli alunni si è cercato di far fronte con le pluriclassi, cioè l'unione di due ma anche tre classi, con gli insegnanti che devono frammentare il programma per accontentare i bambini di età diverse. A Rocca di Mezzo, in provincia dell'Aquila, il preside dell'Istituto comprensivo San Demetrio Ne' Vestini ha lanciato l'allarme: «Aiutatemi a salvare le mie scuole, altrimenti da qui se ne andranno tutti».
beffa in emilia romagna
A ogni legge di bilancio non mancano le sorprese. A Rifreddo, in Valle Po, sindaco e ragioniere hanno scoperto un taglio di oltre 5.000 euro sul Fondo di solidarietà comunale.
Una sforbiciata di 155.000 euro invece a Casalecchio di Reno, una realtà più grande con 36.700 abitanti, vicino Bologna. «Con meno risorse dovremo rivedere la spesa però senza tagli ai servizi», ci illustra l'assessore al Bilancio, Concetta Bevacqua. Ma qui il governo, a ridosso delle elezioni regionali, ha fatto pervenire anche un altro «regalo»: ha tolto la polizia stradale.
La legge Delrio, il Bullo e Gentiloni: il delitto perfetto dei centri minori
Bilanci a pezzi, dissesto idrogeologico, spopolamento, lotta agli incendi, criminalità in aumento, difesa delle tradizioni, integrazione dei migranti… Sono solo alcune delle problematiche che quotidianamente sindaci, assessori e consiglieri dei piccoli Comuni italiani sono chiamati ad affrontare. Oltre 5.000 centri (per la precisione 5.500) inferiori ai 5.000 abitanti, a rappresentare con 10 milioni di residenti il 17% della popolazione totale e ben il 54% dell'estensione territoriale nazione. Sono 8 le Regioni italiane (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Abruzzo, Molise, Calabria e Sardegna) nelle quali almeno 8 Comuni su 10 fanno parte di questa fascia. Una realtà impossibile da trascurare per dimensioni, rilevanza storica e impatto socioculturale.
Senza dubbio in cima alla lista dei problemi troviamo la difficilissima situazione finanziaria. Secondo un'elaborazione del Sole 24 Ore basata su dati Anci-Ifel, per ben 1.883 centri sotto i 5.000 abitanti (37,8% dei piccoli Comuni, 23,8% sul totale nazionale) il costo del debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva. Una percentuale che sale fino al 18% per quasi 700 amministrazioni, rappresentando non solo un freno alla crescita, ma anche una vera e propria spada di Damocle sulla tenuta stessa dei conti degli enti locali. Per questo motivo, nel corso di un incontro svoltosi lo scorso luglio a Gornate Olona, il responsabile finanza di Anci-Ifel, Andrea Ferri, pur evidenziando passi in avanti con la manovra 2019 (grazie alla rinegoziazione dei mutui Mef) ha fatto presente la necessità di «soluzioni per la riduzione del debito comunale». Secondo quanto emerge dalla banca dati redatta dall'Università Ca' Foscari, dal 1993 a oggi sono stati 95 i piccoli Comuni che hanno dichiarato il dissesto, mentre 166 hanno avviato la procedura di riequilibrio (cosiddetto «predissesto»).
C'è poi il gravoso tema legato allo spopolamento. Dal 2012 al 2017 i piccoli Comuni hanno perso 307.000 residenti, pari al 3% della popolazione. Consultando l'Atlante dei piccoli Comuni realizzato dall'Anci, si scopre che per 965 Comuni in situazione di «controesodo» (cioè con variazione demografica maggiore dell'incremento nazionale), in ben 4.007 si presenta un tasso di crescita inferiore alla media italiana. Detto in altri termini, se questo trend verrà rispettato, più di 7 Comuni su 10 vedranno diminuire nei prossimi anni il loro numero di abitanti.
Alla base della crisi, l'errata convinzione che la fitta rete di minuscoli centri che costituisce l'ossatura dello stivale costituisca un peso più che una risorsa. Un pregiudizio smentito da almeno tre dati: il numero di dipendenti ogni 1.000 abitanti è inferiore alla media dei Comuni italiani (4,8 contro 5,4), la spesa pro capite è più bassa rispetto ai centri più grandi e il 93% delle amministrazioni presenta un avanzo di bilancio.
E invece, complice la famigerata spending review, nell'ultimo decennio i piccoli Comuni si sono ritrovati a dover pagare un prezzo altissimo. Nel suo piano di revisione della spesa presentato a febbraio del 2014, Carlo Cottarelli proponeva l'unione forzosa dei Comuni sotto i 5.000 abitanti. Una misura che, unitamente alla riduzione dei compensi per gli amministratori locali, dei consiglieri regionali e dei loro vitalizi, per il triennio 2014-2016 avrebbe dovuto portare nelle casse dello Stato - udite udite - la ridicola cifra di 300 milioni all'anno. Tradotto in percentuale, lo 0,02% del Pil. Nel corso di un'audizione svoltasi pochi mesi dopo (era ottobre del 2014) di fronte ai membri della commissione parlamentare di vigilanza sull'Anagrafe tributaria, Cottarelli insisteva nella sua tesi: «Non vorrei creare polemica […] ma secondo me 8.000 Comuni sono troppi. Si dovrebbe pensare a una riduzione. Faceva parte delle misure della revisione della spesa anche una riduzione del numero dei Comuni, il che renderebbe più facile il coordinamento». Nel frattempo, la legge 56 del 2014 (cosiddetta «legge Delrio») prevedeva tra le altre cose, «al fine di favorire la fusione dei Comuni» l'erogazione «per i dieci anni successivi alla fusione stessa, appositi contributi straordinari commisurati a una quota dei trasferimenti spettanti ai singoli Comuni che si fondono». E infine, in tempi più recenti, la legge 158 del 2017. Una norma che pur essendo nata con l'intento di sostenere e valorizzare i piccoli Comuni, al tempo stesso istituiva nero su bianco la «priorità al finanziamento degli interventi proposti da Comuni istituiti a seguito di fusione o appartenenti a unioni di Comuni». Ecco servito dai governi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni il delitto perfetto ai danni dei centri minori, e del quale i territori ancora oggi subiscono le conseguenze.
Ma la ciliegina sulla torta è rappresentata dalle sciagurate norme europee che per anni hanno castrato la possibilità di spesa degli enti locali. Con l'adesione al Patto di stabilità e crescita, lo Stato ha coinvolto gli enti locali nel raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica. Nel 2012, con il governo Monti, anche per queste amministrazioni entra in vigore l'obbligo del pareggio di bilancio. Comuni, province e Regioni si trovano con le mani legate nell'impossibilità di spendere i loro stessi soldi. Fortunatamente dal 2018, a seguito della decisione della Consulta, il patto di stabilità interno viene superato e l'avanzo di amministrazione torna nella piena disponibilità degli enti. Per i piccoli Comuni finalmente una boccata d'ossigeno che vale 2,7 miliardi di euro e può rappresentare, dopo anni di austerità, l'occasione per il tanto atteso rilancio.
«Dietro questa strage c’è un disegno politico»

Ansa
Trentacinque anni di esperienza come amministratore di Marsaglia, Comune di poco più di 200 abitanti che vivono abbarbicati su un colle delle Langhe, a poco meno di un'ora di macchina da Cuneo. «Tutti i sindaci lavorano per il bene del proprio Comune», tiene a precisare il nostro interlocutore. Ma bastano pochi minuti di conversazione con Franca Biglio, sindaco e presidente fin dalla sua fondazione dell'Associazione nazionale dei piccoli comuni di Italia (Anpci, circa 3.000 associati sotto i 15.000 abitanti), per capire che, in realtà, dietro a questa scelta di vita c'è molto di più.
Com'è nata l'idea di costituire l'Associazione?
«Era il 1987 quando il governo introdusse il regime di tesoreria unica anche per i piccoli Comuni. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Decisi di affittare un camper con mio marito e girare per capire se il problema che sentivo io fosse lo stesso per tutti. Quello che riscontrammo fu un coro unanime: “Nessuno ci rappresenta, nessuno si interessa a noi". Ecco, la nostra Associazione nasce per questo: accendere un faro, e tenerlo acceso, sui piccoli Comuni. Siamo riusciti a far cambiare l'idea che ci considera un peso anziché un patrimonio virtuoso».
Ci spiega perché questi centri sono così importanti?
«Noi siamo il presidio e l'avamposto sul territorio. Se non ci fossero gli amministratori dei piccoli Comuni che si rimboccano le maniche e lavorano al fianco della Protezione civile, delle pro loco e del volontariato, il territorio sarebbe meno vivibile».
Ma negli ultimi anni le cose si sono fatte difficili…
«Lo sa che la spending review ha causato una riduzione del 60% delle risorse finanziarie? Quando in un Comune vengono a mancare determinati servizi, è normale che la gente vada via. È vero che nei piccoli centri costano di più, ma bisogna vedere la contropartita».
E quale sarebbe?
«La qualità della vita, innanzitutto. Poi c'è il rapporto con il territorio, nel quale sono insediate una miriade di piccole e medie imprese agroalimentari, come ha dimostrato l'Expo di Milano del 2015. Infine, le relazioni sociali: altrove sei un numero, qua invece ci conosciamo e ci aiutiamo tutti, siamo una comunità. Ecco: questa contropartita è cercare di assaporare il gusto di un ambiente diverso dalla città, dove da un pianerottolo all'altro non ci si conosce».
Non si tratta di aspetti secondari. Siamo sicuri che dietro all'attacco ai piccoli Comuni si nasconda solo una questione di risparmio?
«Ma no, dei costi in realtà non interessa a nessuno! C'è un progetto politico, perché nei piccoli Comuni i sindaci si candidano con liste civiche e non sono manovrabili dal partito. Unire i Comuni significa avere centri più grandi, e dunque amministratori scelti dalla politica».
Quali sono le battaglie che vi trovate ad affrontare in questo periodo?
«Sempre le stesse: chiediamo risorse adeguate e la possibilità di operare in deroga rispetto alle leggi nazionali, progettate per le grandi città. Noi non sprechiamo, anzi siamo oculati! Ma abbiamo bisogno di un abito confezionato su misura».
Con tutti questi problemi, chi ve lo fa fare?
«Vede, quello di sindaco più che un mestiere è una vocazione. Sono convinta che i sindaci dei piccoli comuni vivano in una condizione di perenne innamoramento. È la cosa più bella perché non ti fa fermare mai».
«Lo Stato ci soffoca con le tasse»

Ansa
«Calo demografico, invecchiamento della popolazione, tutela sanitaria, scuola, infrastrutture e connettività: sono questi i grandi mali dei piccoli Comuni. Ci sono amministrazioni dove il sindaco fa anche il ragioniere, il geometra, il capo cantiere, perché non può assumere nessuno. Negli ultimi dieci anni il prelievo finanziario da parte dello Stato è stato pesantissimo». È un'analisi impietosa quella di Guido Castelli, responsabile finanza locale dell'Anci, l'associazione che riunisce i Comuni italiani.
Ora però i sindaci possono tornare ad assumere.
«Ma non hanno i soldi per farlo. La crisi finanziaria ha ridotto la loro autonomia. Dal 2012 al 2019 il saldo del bilancio pubblico è migliorato di 25 miliardi e 12 miliardi sono venuti dalle autonomie che hanno effettuato pesanti tagli alle spese. Il contributo dato dai Comuni e in particolare da quelli piccoli è stato sproporzionato rispetto a quanto hanno ricevuto. Inoltre hanno subito gli effetti delle riforme delle province. Queste prima garantivano una sorta di protezione amministrativa svolgendo funzioni di supporto e consulenza ma ora sono state private di questa capacità operativa professionale».
Quali sono i problemi che impediscono ai piccoli Comuni di superare la crisi?
«Oltre alla mancanza di risorse c'è un problema sociologico. L'attuale modello di sviluppo tende a favorire le grandi concentrazioni urbane e litoranee con il conseguente indebolimento dell'entroterra. Con lo spopolamento di vaste zone, i servizi di assistenza sanitaria si sono ridotti spingendo ancora di più la popolazione a migrare verso i grandi centri. Lo stesso accade per le scuole che hanno sempre meno alunni».
Cosa impedisce all'economia di ripartire?
«I piccoli centri sono lontani dagli snodi dei traffici di merci e servizi e il modello di sviluppo nazionale li tiene ai margini del Paese».
Eppure ci sono stati tentativi legislativi per sostenere la crescita di queste aree. Cosa non ha funzionato?
«Ermete Realacci si intestò una legge nel 2017 per sostenere i piccoli Comuni anche sotto il profilo turistico. Una legge ben fatta, peccato però che il Parlamento non ci ha messo un soldo. E tutto è finito lì».
C'è carenza di servizi?
«Servirebbero piani di sviluppo mirati per queste realtà, con regole diverse da quelle che agiscono nelle grandi città. Prendiamo la scuola. Gli standard previsti dalle leggi nazionali per la costituzione delle classi devono essere adattati ai piccoli Comuni. C'è il problema del trasporto pubblico locale, dei servizi postali per la consegna dei pacchi. Nell'era di Amazon è necessaria una rete che comprenda anche realtà montane. E poi Internet, la banda larga è ancora un lusso. C'è un programma di cablaggio delle aree svantaggiate, ma siamo in ritardo».
Continua a leggereRiduci
Strangolati dai tagli, con personale all'osso, spopolati, privati dei presidi sanitari o di polizia, vessati da scadenze fiscali e burocrazia: così sta morendo mezza Italia.I governi di sinistra hanno forzato la mano sugli accorpamenti. Il risparmio per l'erario? Solo lo 0,02% del Pil I borghi infatti hanno una spesa pro capite inferiore a quella delle grandi città. E i bilanci quasi tutti in attivo.Il sindaco attivista di Marsaglia (Cuneo) Franca Biglio: «Ci puniscono perché amministriamo con le liste civiche, non manovrabili dai partiti».Guido Castelli, responsabile finanza dell'Anci: «Abbiamo versato più di quanto abbiamo ricevuto ma ci tengono ai margini del Paese. Le aree interne sono escluse pure dalla Rete».Lo speciale contiene quattro articoli.Chissà se Jennifer Lopez, quando dice che il suo sogno è vivere in un piccolo Comune italiano, sa a quali disservizi andrebbe incontro. I borghi del nostro Paese non sono solo fiori ai balconi, odore di pane fresco e gioco delle bocce in piazza, come si legge nelle guide turistiche. Breme, in provincia di Pavia, 730 abitanti, attira numerosi visitatori per l'antica Abbazia di San Pietro. È una bomboniera ma è a un passo dalla bancarotta. Il sindaco, Francesco Berzero, ha lanciato un grido di aiuto, scrivendo anche al capo dello Stato, Sergio Mattarella. «La legge ci condanna al fallimento», protesta il primo cittadino e ci racconta il suo dramma. «Il giudice ci ha dato in affidamento tre minori che ora sono in una comunità alla quale dobbiamo versare 110 euro al giorno per ciascuno di loro, ovvero 120.000 euro l'anno. Pur considerando le necessità di questi ragazzi che provengono da una situazione familiare tremenda con un padre violento e alcolizzato, il mio Comune non ha le risorse per far fronte alla loro assistenza». E spiega che «la Regione rimborsa la spesa ma solo per il 40% e dopo un anno. Intanto io forse sarò costretto ad aumentare le imposte, a tagliare il servizio di scuolabus e ad aumentare le rette dell'asilo. Oltre al fatto che ho molti problemi per la manutenzione delle strade». Berzero si è anche rivolto al prefetto perché 110 euro al giorno per ciascun minore «mi sembravano davvero tanti. Ma mi ha risposto che le spese sono alte».Breme non è un caso isolato. Sono numerosi i piccoli Comuni in tutta Italia che si trovano a dover far fronte a situazioni simili.Sempre in provincia di Pavia, Ceretto Lomellina, antichissimo borgo, 200 anime, rischia il dissesto per lo stesso motivo. «Da marzo 2018 abbiamo in affido tre minori per le quali versiamo a una casa famiglia circa 85 euro al giorno a testa. Sono 93.000 euro l'anno che solo in parte ci vengono rimborsati e in ritardo», dice il sindaco Giovanni Cattaneo e aggiunge: «Sono stato costretto a tagliare una serie di servizi, dallo scuolabus, al pacco dono per anziani indigenti e ho dovuto rinviare la sistemazione delle strade. Se questi minori restano a nostro carico fino ai 18 anni, il Comune chiude». Dalla Lombardia al Piemonte, altra Regione cult per il turismo d'élite. la dittatura di internetIl sindaco Monica Ciaburro, del Comune di Argentera, 77 abitanti, in provincia di Cuneo, è da 16 mesi senza dipendenti. «Devo aprire e chiudere gli uffici e occuparmi di tutte le pratiche burocratiche, mentre il vicesindaco e l'assessore sbrigano i lavori da cantonieri. Sono intervenuta a riparare una fontana, ho fatto sopralluoghi nei cambi di residenza. Pensi che il pasticcere taglia l'erba e apre l'ambulatorio», ci racconta. Per risponderci ha dovuto interrompere la formazione di un paio di ragazzi con contratto interinale, che dovrebbero dare una mano in ufficio ma «completamente a digiuno delle pratiche di un Comune». E aggiunge: «Sto aspettando l'esito di un bando per avere tre persone, un amministrativo, un tecnico e una polizia municipale ma part time. Il tutto con una burocrazia che ci fa impazzire e Internet che non funziona». La prima cittadina punta il dito contro un governo che moltiplica le incombenze fiscali con l'uso esclusivo della Rete. «Scontrini e fatture elettroniche, i commercianti non sanno come fare. In Comune la connessione è rimasta bloccata per due settimane. Bisognerebbe capire che i piccoli Comuni non sono attrezzati e non per loro responsabilità».Ci spostiamo in Liguria. Lavagna, cittadina del Tigullio, è in dissesto finanziario, nelle casse non c'è un soldo per pagare i dipendenti figurarsi per l'acquisto degli alberi di Natale. Agli addobbi, in occasione di queste feste, hanno pensato i cittadini e un vivaista locale.Queste realtà non ci aspetteremo di trovarle nel florido Nord. Sono borghi con meno di 5.000 residenti ma occupano il 54% del territorio nazionale, in cui vivono oltre 10 milioni di persone e rappresentano il 70% della totalità dei Comuni italiani. Dal 1971 al 2017 in quasi 2.000 piccoli Comuni la popolazione è diminuita di oltre il 20%. Sono località spesso di grande interesse artistico e storico, che compaiono nelle Lonely Planet di tutto il mondo, ma dimenticate dalla politica, prosciugate da un decennio di tagli, tagliate fuori dagli investimenti pubblici, spinte ai margini del Paese da una cultura che tende a privilegiare i grandi centri urbani e il litorale.Nell'entroterra dell'Abruzzo, la consuetudine della seconda casa per le vacanze resiste ancora, ma non riesce a colmare le casse comunali. Luigi De Acetis, sindaco di Caramanico Terme, provincia di Pescara, ha denunciato più volte la mancanza nei Comuni montani di una postazione fissa del 118. Secondo una recente rilevazione, le sedi senza un segretario o dirigente comunale sono 1.729 negli enti sotto i 10.00 abitanti. Complessivamente i segretari in servizio sono 3.500. Un contingente insufficiente. La conseguenza è spesso la paralisi dei servizi. i negozi sparisconoMa c'è di più: coloro che lavorano a volte in sei, anche sette Comuni, devono fare i conti con la legislazione che non prevede rimborsi spesa per gli spostamenti. Nelle aree interne stanno chiudendo i servizi pubblici e i negozi. Il panettiere, il salumiere o il macellaio sono sempre stati piccoli salotti dove chiacchierare oltre che far spesa. Quelli sopravvissuti alla crisi economica hanno ricevuto la mazzata finale dal fisco con l'introduzione dei pagamenti digitali. A Podenzoi, frazione di 500 abitanti di Longarone, in provincia di Belluno, meta di escursionisti appassionati della montagna, hanno chiuso tutti gli esercizi commerciali. Non potevano affrontare le spese per dotarsi di un registratore di cassa collegato a Internet che marcia a rilento. «Alla mia età non me la sento di usare computer, Pos e altre diavolerie del genere», ha detto alla stampa l'ultimo barbiere rimasto a Montalcino, Paolo Cencioni, di 76 anni. Niente più pane per i 4.000 abitanti di Pedavena, vicino Belluno. I proprietari dell'ultimo e storico alimentari, con 90 anni di vita, hanno abbassato la saracinesca per sempre: «Troppe tasse». L'Uncem, l'Unione dei Comuni di montagna, aveva chiesto al governo di rinviare l'obbligo dello scontrino elettronico per queste realtà. Nessuna risposta. Sono comunità con poco peso elettorale.Lo spopolamento influenza anche il sistema scolastico. Alla riduzione degli alunni si è cercato di far fronte con le pluriclassi, cioè l'unione di due ma anche tre classi, con gli insegnanti che devono frammentare il programma per accontentare i bambini di età diverse. A Rocca di Mezzo, in provincia dell'Aquila, il preside dell'Istituto comprensivo San Demetrio Ne' Vestini ha lanciato l'allarme: «Aiutatemi a salvare le mie scuole, altrimenti da qui se ne andranno tutti». beffa in emilia romagnaA ogni legge di bilancio non mancano le sorprese. A Rifreddo, in Valle Po, sindaco e ragioniere hanno scoperto un taglio di oltre 5.000 euro sul Fondo di solidarietà comunale. Una sforbiciata di 155.000 euro invece a Casalecchio di Reno, una realtà più grande con 36.700 abitanti, vicino Bologna. «Con meno risorse dovremo rivedere la spesa però senza tagli ai servizi», ci illustra l'assessore al Bilancio, Concetta Bevacqua. Ma qui il governo, a ridosso delle elezioni regionali, ha fatto pervenire anche un altro «regalo»: ha tolto la polizia stradale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uccidono-i-piccoli-comuni-aiuto-2644859418.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-legge-delrio-il-bullo-e-gentiloni-il-delitto-perfetto-dei-centri-minori" data-post-id="2644859418" data-published-at="1776331029" data-use-pagination="False"> La legge Delrio, il Bullo e Gentiloni: il delitto perfetto dei centri minori Bilanci a pezzi, dissesto idrogeologico, spopolamento, lotta agli incendi, criminalità in aumento, difesa delle tradizioni, integrazione dei migranti… Sono solo alcune delle problematiche che quotidianamente sindaci, assessori e consiglieri dei piccoli Comuni italiani sono chiamati ad affrontare. Oltre 5.000 centri (per la precisione 5.500) inferiori ai 5.000 abitanti, a rappresentare con 10 milioni di residenti il 17% della popolazione totale e ben il 54% dell'estensione territoriale nazione. Sono 8 le Regioni italiane (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Abruzzo, Molise, Calabria e Sardegna) nelle quali almeno 8 Comuni su 10 fanno parte di questa fascia. Una realtà impossibile da trascurare per dimensioni, rilevanza storica e impatto socioculturale. Senza dubbio in cima alla lista dei problemi troviamo la difficilissima situazione finanziaria. Secondo un'elaborazione del Sole 24 Ore basata su dati Anci-Ifel, per ben 1.883 centri sotto i 5.000 abitanti (37,8% dei piccoli Comuni, 23,8% sul totale nazionale) il costo del debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva. Una percentuale che sale fino al 18% per quasi 700 amministrazioni, rappresentando non solo un freno alla crescita, ma anche una vera e propria spada di Damocle sulla tenuta stessa dei conti degli enti locali. Per questo motivo, nel corso di un incontro svoltosi lo scorso luglio a Gornate Olona, il responsabile finanza di Anci-Ifel, Andrea Ferri, pur evidenziando passi in avanti con la manovra 2019 (grazie alla rinegoziazione dei mutui Mef) ha fatto presente la necessità di «soluzioni per la riduzione del debito comunale». Secondo quanto emerge dalla banca dati redatta dall'Università Ca' Foscari, dal 1993 a oggi sono stati 95 i piccoli Comuni che hanno dichiarato il dissesto, mentre 166 hanno avviato la procedura di riequilibrio (cosiddetto «predissesto»). C'è poi il gravoso tema legato allo spopolamento. Dal 2012 al 2017 i piccoli Comuni hanno perso 307.000 residenti, pari al 3% della popolazione. Consultando l'Atlante dei piccoli Comuni realizzato dall'Anci, si scopre che per 965 Comuni in situazione di «controesodo» (cioè con variazione demografica maggiore dell'incremento nazionale), in ben 4.007 si presenta un tasso di crescita inferiore alla media italiana. Detto in altri termini, se questo trend verrà rispettato, più di 7 Comuni su 10 vedranno diminuire nei prossimi anni il loro numero di abitanti. Alla base della crisi, l'errata convinzione che la fitta rete di minuscoli centri che costituisce l'ossatura dello stivale costituisca un peso più che una risorsa. Un pregiudizio smentito da almeno tre dati: il numero di dipendenti ogni 1.000 abitanti è inferiore alla media dei Comuni italiani (4,8 contro 5,4), la spesa pro capite è più bassa rispetto ai centri più grandi e il 93% delle amministrazioni presenta un avanzo di bilancio. E invece, complice la famigerata spending review, nell'ultimo decennio i piccoli Comuni si sono ritrovati a dover pagare un prezzo altissimo. Nel suo piano di revisione della spesa presentato a febbraio del 2014, Carlo Cottarelli proponeva l'unione forzosa dei Comuni sotto i 5.000 abitanti. Una misura che, unitamente alla riduzione dei compensi per gli amministratori locali, dei consiglieri regionali e dei loro vitalizi, per il triennio 2014-2016 avrebbe dovuto portare nelle casse dello Stato - udite udite - la ridicola cifra di 300 milioni all'anno. Tradotto in percentuale, lo 0,02% del Pil. Nel corso di un'audizione svoltasi pochi mesi dopo (era ottobre del 2014) di fronte ai membri della commissione parlamentare di vigilanza sull'Anagrafe tributaria, Cottarelli insisteva nella sua tesi: «Non vorrei creare polemica […] ma secondo me 8.000 Comuni sono troppi. Si dovrebbe pensare a una riduzione. Faceva parte delle misure della revisione della spesa anche una riduzione del numero dei Comuni, il che renderebbe più facile il coordinamento». Nel frattempo, la legge 56 del 2014 (cosiddetta «legge Delrio») prevedeva tra le altre cose, «al fine di favorire la fusione dei Comuni» l'erogazione «per i dieci anni successivi alla fusione stessa, appositi contributi straordinari commisurati a una quota dei trasferimenti spettanti ai singoli Comuni che si fondono». E infine, in tempi più recenti, la legge 158 del 2017. Una norma che pur essendo nata con l'intento di sostenere e valorizzare i piccoli Comuni, al tempo stesso istituiva nero su bianco la «priorità al finanziamento degli interventi proposti da Comuni istituiti a seguito di fusione o appartenenti a unioni di Comuni». Ecco servito dai governi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni il delitto perfetto ai danni dei centri minori, e del quale i territori ancora oggi subiscono le conseguenze. Ma la ciliegina sulla torta è rappresentata dalle sciagurate norme europee che per anni hanno castrato la possibilità di spesa degli enti locali. Con l'adesione al Patto di stabilità e crescita, lo Stato ha coinvolto gli enti locali nel raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica. Nel 2012, con il governo Monti, anche per queste amministrazioni entra in vigore l'obbligo del pareggio di bilancio. Comuni, province e Regioni si trovano con le mani legate nell'impossibilità di spendere i loro stessi soldi. Fortunatamente dal 2018, a seguito della decisione della Consulta, il patto di stabilità interno viene superato e l'avanzo di amministrazione torna nella piena disponibilità degli enti. Per i piccoli Comuni finalmente una boccata d'ossigeno che vale 2,7 miliardi di euro e può rappresentare, dopo anni di austerità, l'occasione per il tanto atteso rilancio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/uccidono-i-piccoli-comuni-aiuto-2644859418.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dietro-questa-strage-ce-un-disegno-politico" data-post-id="2644859418" data-published-at="1776331029" data-use-pagination="False"> «Dietro questa strage c’è un disegno politico» Ansa Trentacinque anni di esperienza come amministratore di Marsaglia, Comune di poco più di 200 abitanti che vivono abbarbicati su un colle delle Langhe, a poco meno di un'ora di macchina da Cuneo. «Tutti i sindaci lavorano per il bene del proprio Comune», tiene a precisare il nostro interlocutore. Ma bastano pochi minuti di conversazione con Franca Biglio, sindaco e presidente fin dalla sua fondazione dell'Associazione nazionale dei piccoli comuni di Italia (Anpci, circa 3.000 associati sotto i 15.000 abitanti), per capire che, in realtà, dietro a questa scelta di vita c'è molto di più. Com'è nata l'idea di costituire l'Associazione? «Era il 1987 quando il governo introdusse il regime di tesoreria unica anche per i piccoli Comuni. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Decisi di affittare un camper con mio marito e girare per capire se il problema che sentivo io fosse lo stesso per tutti. Quello che riscontrammo fu un coro unanime: “Nessuno ci rappresenta, nessuno si interessa a noi". Ecco, la nostra Associazione nasce per questo: accendere un faro, e tenerlo acceso, sui piccoli Comuni. Siamo riusciti a far cambiare l'idea che ci considera un peso anziché un patrimonio virtuoso». Ci spiega perché questi centri sono così importanti? «Noi siamo il presidio e l'avamposto sul territorio. Se non ci fossero gli amministratori dei piccoli Comuni che si rimboccano le maniche e lavorano al fianco della Protezione civile, delle pro loco e del volontariato, il territorio sarebbe meno vivibile». Ma negli ultimi anni le cose si sono fatte difficili… «Lo sa che la spending review ha causato una riduzione del 60% delle risorse finanziarie? Quando in un Comune vengono a mancare determinati servizi, è normale che la gente vada via. È vero che nei piccoli centri costano di più, ma bisogna vedere la contropartita». E quale sarebbe? «La qualità della vita, innanzitutto. Poi c'è il rapporto con il territorio, nel quale sono insediate una miriade di piccole e medie imprese agroalimentari, come ha dimostrato l'Expo di Milano del 2015. Infine, le relazioni sociali: altrove sei un numero, qua invece ci conosciamo e ci aiutiamo tutti, siamo una comunità. Ecco: questa contropartita è cercare di assaporare il gusto di un ambiente diverso dalla città, dove da un pianerottolo all'altro non ci si conosce». Non si tratta di aspetti secondari. Siamo sicuri che dietro all'attacco ai piccoli Comuni si nasconda solo una questione di risparmio? «Ma no, dei costi in realtà non interessa a nessuno! C'è un progetto politico, perché nei piccoli Comuni i sindaci si candidano con liste civiche e non sono manovrabili dal partito. Unire i Comuni significa avere centri più grandi, e dunque amministratori scelti dalla politica». Quali sono le battaglie che vi trovate ad affrontare in questo periodo? «Sempre le stesse: chiediamo risorse adeguate e la possibilità di operare in deroga rispetto alle leggi nazionali, progettate per le grandi città. Noi non sprechiamo, anzi siamo oculati! Ma abbiamo bisogno di un abito confezionato su misura». Con tutti questi problemi, chi ve lo fa fare? «Vede, quello di sindaco più che un mestiere è una vocazione. Sono convinta che i sindaci dei piccoli comuni vivano in una condizione di perenne innamoramento. È la cosa più bella perché non ti fa fermare mai». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/uccidono-i-piccoli-comuni-aiuto-2644859418.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="lo-stato-ci-soffoca-con-le-tasse" data-post-id="2644859418" data-published-at="1776331029" data-use-pagination="False"> «Lo Stato ci soffoca con le tasse» Ansa «Calo demografico, invecchiamento della popolazione, tutela sanitaria, scuola, infrastrutture e connettività: sono questi i grandi mali dei piccoli Comuni. Ci sono amministrazioni dove il sindaco fa anche il ragioniere, il geometra, il capo cantiere, perché non può assumere nessuno. Negli ultimi dieci anni il prelievo finanziario da parte dello Stato è stato pesantissimo». È un'analisi impietosa quella di Guido Castelli, responsabile finanza locale dell'Anci, l'associazione che riunisce i Comuni italiani. Ora però i sindaci possono tornare ad assumere. «Ma non hanno i soldi per farlo. La crisi finanziaria ha ridotto la loro autonomia. Dal 2012 al 2019 il saldo del bilancio pubblico è migliorato di 25 miliardi e 12 miliardi sono venuti dalle autonomie che hanno effettuato pesanti tagli alle spese. Il contributo dato dai Comuni e in particolare da quelli piccoli è stato sproporzionato rispetto a quanto hanno ricevuto. Inoltre hanno subito gli effetti delle riforme delle province. Queste prima garantivano una sorta di protezione amministrativa svolgendo funzioni di supporto e consulenza ma ora sono state private di questa capacità operativa professionale». Quali sono i problemi che impediscono ai piccoli Comuni di superare la crisi? «Oltre alla mancanza di risorse c'è un problema sociologico. L'attuale modello di sviluppo tende a favorire le grandi concentrazioni urbane e litoranee con il conseguente indebolimento dell'entroterra. Con lo spopolamento di vaste zone, i servizi di assistenza sanitaria si sono ridotti spingendo ancora di più la popolazione a migrare verso i grandi centri. Lo stesso accade per le scuole che hanno sempre meno alunni». Cosa impedisce all'economia di ripartire? «I piccoli centri sono lontani dagli snodi dei traffici di merci e servizi e il modello di sviluppo nazionale li tiene ai margini del Paese». Eppure ci sono stati tentativi legislativi per sostenere la crescita di queste aree. Cosa non ha funzionato? «Ermete Realacci si intestò una legge nel 2017 per sostenere i piccoli Comuni anche sotto il profilo turistico. Una legge ben fatta, peccato però che il Parlamento non ci ha messo un soldo. E tutto è finito lì». C'è carenza di servizi? «Servirebbero piani di sviluppo mirati per queste realtà, con regole diverse da quelle che agiscono nelle grandi città. Prendiamo la scuola. Gli standard previsti dalle leggi nazionali per la costituzione delle classi devono essere adattati ai piccoli Comuni. C'è il problema del trasporto pubblico locale, dei servizi postali per la consegna dei pacchi. Nell'era di Amazon è necessaria una rete che comprenda anche realtà montane. E poi Internet, la banda larga è ancora un lusso. C'è un programma di cablaggio delle aree svantaggiate, ma siamo in ritardo».
Un' immagine di archivio della base Usaf di Aviano (Ansa)
Dal punto di vista economico, nel 2025, le esportazioni italiane verso gli Usa sono cresciute del 3,3%. In particolare, la nostra quota di export verso Washington è del 10,4%: il che fa degli Stati Uniti il secondo Paese cliente dell’Italia subito dopo la Germania. Passando poi al piano geopolitico, gli Usa dispongono di circa 120 siti militari in Italia e hanno 12.000 soldati schierati sul nostro territorio. Due basi, quelle di Ghedi e Aviano, ospitano anche degli ordigni nucleari. La penisola è d’altronde strategica, agli occhi di Washington, per quanto riguarda la sua politica mediterranea. Insomma, i legami tra i due Paesi sono assai significativi. È allora utile chiedersi se e come possa avvenire una ricucitura dei rapporti tra Trump e la Meloni: una ricucitura di cui potrebbero avere entrambi bisogno.
Il rapporto privilegiato con la Casa Bianca ha rafforzato Palazzo Chigi a livello europeo sia nei confronti di Bruxelles che di Parigi: non sarà del resto un caso che il Pd esprima oggi soddisfazione per la rottura tra la premier e l’inquilino della Casa Bianca. La Meloni ha inoltre bisogno, pur senza sudditanze, del rapporto con la Casa Bianca per arginare le sirene di chi vorrebbe spingerla o verso il velleitarismo o verso ricette di politica estera tipiche del centrosinistra (il che vorrebbe dire farsi proni a Parigi e Pechino). Dall’altra parte, Trump ha avuto nel governo Meloni una sponda fondamentale per frenare il progressivo avvicinamento dell’Ue verso la Cina: un avvicinamento che, negli ultimi anni, è stato portato avanti soprattutto da Emmanuel Macron e da Pedro Sánchez. In tutto questo, lo sfilacciamento del conservatorismo transatlantico rischia di essere un regalo tanto al Partito democratico negli Stati Uniti quanto al Pse nell’Unione europea. Il che significherebbe via libera al wokismo e all’ambientalismo ideologizzato, in ossequio ai desiderata del Partito comunista cinese, oltre che dei suoi alleati al di qua e al di là dell’Atlantico.
E allora cerchiamo di vedere dove Trump e la Meloni potrebbero tornare a parlarsi. Sotto il profilo politico, un eventuale successo dei colloqui diplomatici tra Washington e Teheran potrebbe disinnescare una delle cause che sono alla base della crisi tra i due: vale a dire, gli elevati costi imposti al Vecchio continente dalla guerra israelo-americana all’Iran. Un altro punto su cui si potrebbe lavorare riguarda la Santa Sede. Visti i recentissimi attriti tra Trump e Leone XIV, la Meloni potrebbe cercare di ritagliarsi un ruolo di mediazione tra i due. Dopo aver vinto il voto cattolico nel 2024, il presidente americano sa di averne bisogno in vista delle Midterm di novembre. Senza trascurare che JD Vance e Marco Rubio, entrambi cattolici, si sfideranno probabilmente per la nomination presidenziale repubblicana del 2028. Tutto questo, mentre un recente sondaggio della Nbc ha certificato l’elevata popolarità del pontefice tra gli elettori statunitensi. Trump avrebbe poi bisogno della sponda di Leone anche sul piano geopolitico, visto che l’attuale Papa ha (in parte) frenato la politica di avvicinamento del predecessore verso la Repubblica popolare cinese.
Per quanto infine riguarda i settori da cui il rapporto tra il presidente americano e la nostra premier potrebbe ripartire, basta guardare alla dichiarazione congiunta tra Usa e Italia che i due leader sottoscrissero esattamente un anno fa. In quell’occasione, entrambi sostennero di voler rafforzare la cooperazione transatlantica nel settore della Difesa, aggiungendo la necessità di contrastare l’immigrazione clandestina. Si parlò anche di Piano Mattei e di Accordi di Abramo, oltre che dell’India-Middle East-Europe economic corridor. Senza poi dimenticare la collaborazione nel settore energetico. Era inoltre maggio dell’anno scorso, quando la Us Space Force e l’Aeronautica militare italiana firmarono una dichiarazione per ampliare la cooperazione in materia di sicurezza spaziale. «L’Italia è da decenni un partner forte e affidabile nello spazio, con contributi significativi al volo spaziale umano, alla scienza e all’esplorazione. Mi aspetto che la nostra partnership con l’Agenzia spaziale italiana si rafforzi ulteriormente», affermò, tra l’altro, a gennaio, in un’intervista esclusiva alla Verità, il direttore della Nasa, Jared Isaacman.
Insomma, ragioni e occasioni per ricomporre la frattura, Trump e la Meloni ne avrebbero. Non sappiamo se decideranno di sotterrare l’ascia di guerra. È tuttavia significativo il fatto che tanto i dem americani quanto quelli nostrani stiano scommettendo contro un loro riavvicinamento.
Continua a leggereRiduci
Perché l’alternativa che affiora, dopo il disimpegno del partner di gran lunga più forte, è una zuffa tra potenze europee di capacità comparabili, destinata comunque a premiare chi già oggi ha le spalle più larghe delle nostre. Soprattutto la Germania, i cui margini di spesa le consentiranno di costruire, in poco tempo, l’esercito più grande del continente. E di rivendicare manu militari l’egemonia che, fino all’era Merkel, essa aveva fondato sulla logica mercantilistica.
È vero: la nostra cooperazione con Washington proseguirà, a meno che un eventuale avvento del campo largo non ci riporti, lungo la Via della seta e sulle orme della Spagna di Pedro Sánchez, tra le braccia della Cina. I rapporti torneranno a distendersi, magari già con la presente amministrazione e, di sicuro, quando alla Casa Bianca arriverà un inquilino meno umorale e narcisista del tycoon newyorkese. Ma l’elezione di The Donald era un’occasione preziosa: l’internazionale sovranista e la convergenza su un’agenda antiglobalista giustificavano la speranza di correggere i meccanismi del sistema capitalistico che hanno prodotto ingiustizia e impoverito le classi medie. Nello scacchiere multipolare si intravedevano non solo le inevitabili e certo temibili turbolenze, ma anche il superamento di un diritto internazionale piegato ai biechi fini dei «poliziotti» del pianeta. Il secondo mandato di Trump ingolosiva persino per la promessa di porre fine al lungo delirio del woke. E l’Europa non avrebbe potuto arroccarsi nelle proprie architetture sclerotiche, con il trucco delle conventio ad excludendum per non mandare al governo la destra, o continuando a sfruttare i contropoteri tecnocratici che l’hanno tenuta - per usare un’espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo elettorale».
Il pericolo del divorzio all’americana, adesso, è proprio quello di farci ricadere nella prigionia continentale che, con fatica e con prudenza, l’Italia stava provando a scardinare dall’interno. Il riflesso pavloviano delle classi dirigenti, dinanzi allo spettacolo di Trump che scarica la sua principale interlocutrice, sarà quello di ribadire che se da ora in avanti ci saranno meno Stati Uniti, allora servirà più Europa. Tradotto: più Patto di stabilità, più centralizzazione spacciata per federalismo, magari più formati di «cooperazione rafforzata», stile volenterosi, introdotti per aggirare i veti e, a ben vedere, funzionali a consolidare il predominio degli Stati forti.
Il primo banco di prova dell’infausto riassetto, più che nell’Ue, ora galvanizzata dalla scomparsa della banderuola ungherese, potrebbe vedersi nella Nato. Ieri, il Wall Street Journal ha svelato che i membri europei dell’organizzazione hanno deciso di elaborare una sorta di piano B, per assicurarsi di rimanere capaci di difendersi anche in caso di abbandono degli Usa. L’idea sarebbe di affidare ruoli di comando ai Paesi del Vecchio continente e promuovere una maggiore integrazione delle loro risorse belliche. Il tavolo di lavoro è ancora allo stadio informale. Ma ciò che lo rende interessante è che sia stato sbloccato per volontà di Berlino, finora contraria a esplorare l’approccio unilaterale e a immaginare un’alleanza che prescindesse dal ruolo americano. Dev’essere questo ad aver dato la stura al commissario di Bruxelles per la Difesa, Andrius Kubilius. Il quale, allarmato per il potenziale ritiro di 80-100.000 soldati statunitensi, ha sollecitato la costituzione di una «forza europea in prima linea permanente, invece che una combinazione dei 27 eserciti». Una milizia comandata dalla Commissione anziché soggetta allo Stato più forte? Distopia o illusione.
«Per decenni», ha osservato il Wsj, «la Germania ha resistito alle richieste, guidate dalla Francia, di una maggiore sovranità europea in materia di difesa, preferendo mantenere gli Stati Uniti come garanti ultimi della sicurezza europea. Questa posizione sta ora cambiando sotto la guida del cancelliere tedesco Friedrich Merz, a causa delle preoccupazioni sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleato durante la presidenza Trump». E perché - bisogna aggiungere - i massicci stanziamenti nel riarmo metteranno i teutonici nella condizione di strappare la leadership militare ai transalpini. La cui industria è all’avanguardia; le cui forze armate, ad oggi, sono le prime d’Europa; il cui arsenale nucleare strategico è l’unico dell’Ue; ma che i soliti dogmi finanziari dell’Unione limitano negli investimenti futuri. Sono le stesse restrizioni che condizionano Roma.
Non è un caso che il Fcas, il progetto francotedesco per un caccia di sesta generazione, sia collassato per disaccordi sul primato preteso da Parigi; e non è un caso nemmeno che, nel programma parallelo del Gcap, l’Italia si sia fatta affiancare da Regno Unito (fuori dall’Ue) e Giappone. La diffidenza reciproca non è una novità: negli anni Cinquanta, i tre fondatori della Comunità europea provarono a sviluppare insieme il deterrente nucleare, dopodiché Charles de Gaulle si chiamò fuori per realizzare la force de frappe che Emmanuel Macron adesso mette sul piatto, pur di far valere il peso specifico della sua nazione.
Lo squilibrio rispetto alla potenza americana quasi annullava competizione tra gli alleati minori. Che potrebbe essere complicata dall’integrazione dell’Ucraina, già dotata della forza armata più grande d’Europa.
Una relazione speciale con la Casa Bianca ci avrebbe facilitato nello sforzo di affrancarci dai vincoli dell’eurocrazia. Ora, potremmo essere costretti a rituffarci nel pantano. Dove le priorità del concorrente dominante saranno imposte a tutti: c’è da scommettere, ad esempio, che a Berlino prema di più contenere la Russia che gestire il Mediterraneo e il Nord Africa.
Fare da soli è un’opportunità e un rischio. L’autonomia strategica è una formula seducente, ma la sua strada è lastricata di trappole.
Continua a leggereRiduci
Giorgia Meloni (Ansa)
Il crescendo di azioni, dichiarazioni e post sui social del presidente degli Stati Uniti, sempre più scomposte e volgari, avevano ridotto drasticamente il consenso di Trump tra gli italiani; l’attacco maleducato e senza precedenti a papa Leone XIV ha suscitato un moto di sdegno tale che per il presidente del Consiglio non era più possibile restare in silenzio. Non lo ha fatto: Giorgia, «donna, madre, e cristiana», ha difeso a spada tratta il Santo Padre, e la reazione di Trump, anche in questo caso al di fuori di ogni regola diplomatica, ha dimostrato che in questo momento storico il tycoon, almeno dal punto di vista del dialogo con gli altri leader, è indifendibile.
Giorgia Meloni di nuovo in sintonia con gli italiani, dicevamo: lo si era capito immediatamente leggendo le reazioni degli esponenti politici, anche di opposizione, e sbirciando i social. Ma anche i maggiori esperti di sondaggi confermano: «Non abbiamo ancora dati precisi», dice all’Adnkronos Renato Mannheimer, «ma la Meloni potrebbe guadagnare qualche punto e passare dal 40% al 45%. Ritengo che le parole di Trump abbiamo giovato al premier, che, al contrario, nei mesi scorsi sia stata danneggiata dalla sua relazione con il presidente Usa, tanto da aver perso al referendum della giustizia. Molti elettori di destra non hanno voluto votare sì perché infastiditi dalla posizione della Meloni verso Trump. Il premier con Sigonella aveva un po’ cambiato rotta e determinante è stata la sua presa di distanza dalle parole del tycoon contro il Pontefice. Credo senz’altro che il distacco da Trump le giovi». Del resto, come rileva Youtrend, Fratelli d’Italia ha la percentuale più alta di cattolici tra i suoi elettori: ben l’84%.
Ci permettiamo di aggiungere che anche le dure prese di posizione degli ultimi giorni nei confronti del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, altro personaggio le cui azioni in Italia (e non solo) vengono ormai giudicate positive soltanto da una esigua minoranza, non potranno che far crescere ancora la popolarità della Meloni.
La giornata del premier è stata densa: al mattino, un videomessaggio realizzato per l’evento «Mille marchi storici per il futuro del Made in Italy», promosso dal ministero delle Imprese e dall’Associazione Marchi storici d’Italia; poi le congratulazioni alla Dda di Roma e all’Arma dei Carabinieri per l’importante operazione contro la criminalità messa a segno; un rapido «Ciao!» a Fiorello, che l’ha contattata durante la puntata de La Pennicanza, e nel pomeriggio, un appuntamento estremamente importante, l’incontro a Palazzo Chigi con il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky. Un colloquio al quale sono seguite dichiarazioni ai giornalisti.
Giorgia Meloni, pur senza mai citare Trump, non si è mossa di un millimetro dalla sua rotta: l’unione tra Usa e Ue è stato e continua, naturalmente, a essere il pilastro della politica estera del governo: «L’Italia», argomenta Giorgia Meloni, «intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise, che tutelino la sovranità di Kiev che assicurino la solidità dell’alleanza euroatlantica perché un Occidente diviso, un’Europa spaccata sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca». Non sapremo mai se Giorgia ha ricevuto qualche messaggio privato dai leader europei dopo l’attacco di Trump nei suoi confronti, ma è evidente che il richiamo all’unità europea non è banale, né di circostanza. Così come non banali e non di circostanza sono le parole che la Meloni dedica alla guerra in Ucraina: del resto, la postura del suo partito prima e del suo governo poi è stata sempre la stessa, sia che alla Casa Bianca ci fosse Joe Biden, che con l’arrivo di Trump: «Gli sforzi diplomatici per arrivare a una pace giusta e duratura», chiamano direttamente in causa l’Europa e l’Italia intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise che tutelino la sovranità di Kiev. L’Italia continuerà a promuovere in sede G7 e in sede di Unione europea la pressione economica sulla Federazione russa, che continua a non mostrare segnali concreti nel percorso negoziale, insiste negli attacchi contro i civili, persevera nel colpire le infrastrutture indispensabili per la popolazione. Il ventesimo pacchetto di sanzioni che l’Europa si appresta ad adottare rappresenta da questo punto di vista un passaggio importante per ridurre ancora le entrate che alimentano la macchina bellica russa». Uno sguardo alla crisi in Iran: «Con Zelensky», sottolinea ancora la Meloni, «abbiamo avuto modo di confrontarci su quello che accade intorno a noi, quin anche sulla crisi iraniana che ovviamente preoccupa tutti, che sta diventando sempre più complessa. Continuiamo ovviamente a credere nella validità del cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati, nutriamo la speranza che il negoziato di pace possa riprendere, anche se in un contesto sicuramente non facile. L’Italia è come sempre pronta a fare la sua parte. Ed è molto interessata a sviluppare con Kiev una produzione congiunta di droni».
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 16 aprile con Carlo Cambi