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2020-01-20
Così hanno ucciso i piccoli Comuni
Ansa
Chissà se Jennifer Lopez, quando dice che il suo sogno è vivere in un piccolo Comune italiano, sa a quali disservizi andrebbe incontro. I borghi del nostro Paese non sono solo fiori ai balconi, odore di pane fresco e gioco delle bocce in piazza, come si legge nelle guide turistiche.
Breme, in provincia di Pavia, 730 abitanti, attira numerosi visitatori per l'antica Abbazia di San Pietro. È una bomboniera ma è a un passo dalla bancarotta. Il sindaco, Francesco Berzero, ha lanciato un grido di aiuto, scrivendo anche al capo dello Stato, Sergio Mattarella. «La legge ci condanna al fallimento», protesta il primo cittadino e ci racconta il suo dramma. «Il giudice ci ha dato in affidamento tre minori che ora sono in una comunità alla quale dobbiamo versare 110 euro al giorno per ciascuno di loro, ovvero 120.000 euro l'anno. Pur considerando le necessità di questi ragazzi che provengono da una situazione familiare tremenda con un padre violento e alcolizzato, il mio Comune non ha le risorse per far fronte alla loro assistenza». E spiega che «la Regione rimborsa la spesa ma solo per il 40% e dopo un anno. Intanto io forse sarò costretto ad aumentare le imposte, a tagliare il servizio di scuolabus e ad aumentare le rette dell'asilo. Oltre al fatto che ho molti problemi per la manutenzione delle strade». Berzero si è anche rivolto al prefetto perché 110 euro al giorno per ciascun minore «mi sembravano davvero tanti. Ma mi ha risposto che le spese sono alte».
Breme non è un caso isolato. Sono numerosi i piccoli Comuni in tutta Italia che si trovano a dover far fronte a situazioni simili.
Sempre in provincia di Pavia, Ceretto Lomellina, antichissimo borgo, 200 anime, rischia il dissesto per lo stesso motivo. «Da marzo 2018 abbiamo in affido tre minori per le quali versiamo a una casa famiglia circa 85 euro al giorno a testa. Sono 93.000 euro l'anno che solo in parte ci vengono rimborsati e in ritardo», dice il sindaco Giovanni Cattaneo e aggiunge: «Sono stato costretto a tagliare una serie di servizi, dallo scuolabus, al pacco dono per anziani indigenti e ho dovuto rinviare la sistemazione delle strade. Se questi minori restano a nostro carico fino ai 18 anni, il Comune chiude».
Dalla Lombardia al Piemonte, altra Regione cult per il turismo d'élite.
la dittatura di internet
Il sindaco Monica Ciaburro, del Comune di Argentera, 77 abitanti, in provincia di Cuneo, è da 16 mesi senza dipendenti. «Devo aprire e chiudere gli uffici e occuparmi di tutte le pratiche burocratiche, mentre il vicesindaco e l'assessore sbrigano i lavori da cantonieri. Sono intervenuta a riparare una fontana, ho fatto sopralluoghi nei cambi di residenza. Pensi che il pasticcere taglia l'erba e apre l'ambulatorio», ci racconta. Per risponderci ha dovuto interrompere la formazione di un paio di ragazzi con contratto interinale, che dovrebbero dare una mano in ufficio ma «completamente a digiuno delle pratiche di un Comune». E aggiunge: «Sto aspettando l'esito di un bando per avere tre persone, un amministrativo, un tecnico e una polizia municipale ma part time. Il tutto con una burocrazia che ci fa impazzire e Internet che non funziona».
La prima cittadina punta il dito contro un governo che moltiplica le incombenze fiscali con l'uso esclusivo della Rete. «Scontrini e fatture elettroniche, i commercianti non sanno come fare. In Comune la connessione è rimasta bloccata per due settimane. Bisognerebbe capire che i piccoli Comuni non sono attrezzati e non per loro responsabilità».
Ci spostiamo in Liguria. Lavagna, cittadina del Tigullio, è in dissesto finanziario, nelle casse non c'è un soldo per pagare i dipendenti figurarsi per l'acquisto degli alberi di Natale. Agli addobbi, in occasione di queste feste, hanno pensato i cittadini e un vivaista locale.
Queste realtà non ci aspetteremo di trovarle nel florido Nord. Sono borghi con meno di 5.000 residenti ma occupano il 54% del territorio nazionale, in cui vivono oltre 10 milioni di persone e rappresentano il 70% della totalità dei Comuni italiani. Dal 1971 al 2017 in quasi 2.000 piccoli Comuni la popolazione è diminuita di oltre il 20%. Sono località spesso di grande interesse artistico e storico, che compaiono nelle Lonely Planet di tutto il mondo, ma dimenticate dalla politica, prosciugate da un decennio di tagli, tagliate fuori dagli investimenti pubblici, spinte ai margini del Paese da una cultura che tende a privilegiare i grandi centri urbani e il litorale.
Nell'entroterra dell'Abruzzo, la consuetudine della seconda casa per le vacanze resiste ancora, ma non riesce a colmare le casse comunali. Luigi De Acetis, sindaco di Caramanico Terme, provincia di Pescara, ha denunciato più volte la mancanza nei Comuni montani di una postazione fissa del 118. Secondo una recente rilevazione, le sedi senza un segretario o dirigente comunale sono 1.729 negli enti sotto i 10.00 abitanti. Complessivamente i segretari in servizio sono 3.500. Un contingente insufficiente. La conseguenza è spesso la paralisi dei servizi.
i negozi spariscono
Ma c'è di più: coloro che lavorano a volte in sei, anche sette Comuni, devono fare i conti con la legislazione che non prevede rimborsi spesa per gli spostamenti.
Nelle aree interne stanno chiudendo i servizi pubblici e i negozi. Il panettiere, il salumiere o il macellaio sono sempre stati piccoli salotti dove chiacchierare oltre che far spesa. Quelli sopravvissuti alla crisi economica hanno ricevuto la mazzata finale dal fisco con l'introduzione dei pagamenti digitali. A Podenzoi, frazione di 500 abitanti di Longarone, in provincia di Belluno, meta di escursionisti appassionati della montagna, hanno chiuso tutti gli esercizi commerciali. Non potevano affrontare le spese per dotarsi di un registratore di cassa collegato a Internet che marcia a rilento.
«Alla mia età non me la sento di usare computer, Pos e altre diavolerie del genere», ha detto alla stampa l'ultimo barbiere rimasto a Montalcino, Paolo Cencioni, di 76 anni. Niente più pane per i 4.000 abitanti di Pedavena, vicino Belluno. I proprietari dell'ultimo e storico alimentari, con 90 anni di vita, hanno abbassato la saracinesca per sempre: «Troppe tasse». L'Uncem, l'Unione dei Comuni di montagna, aveva chiesto al governo di rinviare l'obbligo dello scontrino elettronico per queste realtà. Nessuna risposta. Sono comunità con poco peso elettorale.
Lo spopolamento influenza anche il sistema scolastico. Alla riduzione degli alunni si è cercato di far fronte con le pluriclassi, cioè l'unione di due ma anche tre classi, con gli insegnanti che devono frammentare il programma per accontentare i bambini di età diverse. A Rocca di Mezzo, in provincia dell'Aquila, il preside dell'Istituto comprensivo San Demetrio Ne' Vestini ha lanciato l'allarme: «Aiutatemi a salvare le mie scuole, altrimenti da qui se ne andranno tutti».
beffa in emilia romagna
A ogni legge di bilancio non mancano le sorprese. A Rifreddo, in Valle Po, sindaco e ragioniere hanno scoperto un taglio di oltre 5.000 euro sul Fondo di solidarietà comunale.
Una sforbiciata di 155.000 euro invece a Casalecchio di Reno, una realtà più grande con 36.700 abitanti, vicino Bologna. «Con meno risorse dovremo rivedere la spesa però senza tagli ai servizi», ci illustra l'assessore al Bilancio, Concetta Bevacqua. Ma qui il governo, a ridosso delle elezioni regionali, ha fatto pervenire anche un altro «regalo»: ha tolto la polizia stradale.
La legge Delrio, il Bullo e Gentiloni: il delitto perfetto dei centri minori
Bilanci a pezzi, dissesto idrogeologico, spopolamento, lotta agli incendi, criminalità in aumento, difesa delle tradizioni, integrazione dei migranti… Sono solo alcune delle problematiche che quotidianamente sindaci, assessori e consiglieri dei piccoli Comuni italiani sono chiamati ad affrontare. Oltre 5.000 centri (per la precisione 5.500) inferiori ai 5.000 abitanti, a rappresentare con 10 milioni di residenti il 17% della popolazione totale e ben il 54% dell'estensione territoriale nazione. Sono 8 le Regioni italiane (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Abruzzo, Molise, Calabria e Sardegna) nelle quali almeno 8 Comuni su 10 fanno parte di questa fascia. Una realtà impossibile da trascurare per dimensioni, rilevanza storica e impatto socioculturale.
Senza dubbio in cima alla lista dei problemi troviamo la difficilissima situazione finanziaria. Secondo un'elaborazione del Sole 24 Ore basata su dati Anci-Ifel, per ben 1.883 centri sotto i 5.000 abitanti (37,8% dei piccoli Comuni, 23,8% sul totale nazionale) il costo del debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva. Una percentuale che sale fino al 18% per quasi 700 amministrazioni, rappresentando non solo un freno alla crescita, ma anche una vera e propria spada di Damocle sulla tenuta stessa dei conti degli enti locali. Per questo motivo, nel corso di un incontro svoltosi lo scorso luglio a Gornate Olona, il responsabile finanza di Anci-Ifel, Andrea Ferri, pur evidenziando passi in avanti con la manovra 2019 (grazie alla rinegoziazione dei mutui Mef) ha fatto presente la necessità di «soluzioni per la riduzione del debito comunale». Secondo quanto emerge dalla banca dati redatta dall'Università Ca' Foscari, dal 1993 a oggi sono stati 95 i piccoli Comuni che hanno dichiarato il dissesto, mentre 166 hanno avviato la procedura di riequilibrio (cosiddetto «predissesto»).
C'è poi il gravoso tema legato allo spopolamento. Dal 2012 al 2017 i piccoli Comuni hanno perso 307.000 residenti, pari al 3% della popolazione. Consultando l'Atlante dei piccoli Comuni realizzato dall'Anci, si scopre che per 965 Comuni in situazione di «controesodo» (cioè con variazione demografica maggiore dell'incremento nazionale), in ben 4.007 si presenta un tasso di crescita inferiore alla media italiana. Detto in altri termini, se questo trend verrà rispettato, più di 7 Comuni su 10 vedranno diminuire nei prossimi anni il loro numero di abitanti.
Alla base della crisi, l'errata convinzione che la fitta rete di minuscoli centri che costituisce l'ossatura dello stivale costituisca un peso più che una risorsa. Un pregiudizio smentito da almeno tre dati: il numero di dipendenti ogni 1.000 abitanti è inferiore alla media dei Comuni italiani (4,8 contro 5,4), la spesa pro capite è più bassa rispetto ai centri più grandi e il 93% delle amministrazioni presenta un avanzo di bilancio.
E invece, complice la famigerata spending review, nell'ultimo decennio i piccoli Comuni si sono ritrovati a dover pagare un prezzo altissimo. Nel suo piano di revisione della spesa presentato a febbraio del 2014, Carlo Cottarelli proponeva l'unione forzosa dei Comuni sotto i 5.000 abitanti. Una misura che, unitamente alla riduzione dei compensi per gli amministratori locali, dei consiglieri regionali e dei loro vitalizi, per il triennio 2014-2016 avrebbe dovuto portare nelle casse dello Stato - udite udite - la ridicola cifra di 300 milioni all'anno. Tradotto in percentuale, lo 0,02% del Pil. Nel corso di un'audizione svoltasi pochi mesi dopo (era ottobre del 2014) di fronte ai membri della commissione parlamentare di vigilanza sull'Anagrafe tributaria, Cottarelli insisteva nella sua tesi: «Non vorrei creare polemica […] ma secondo me 8.000 Comuni sono troppi. Si dovrebbe pensare a una riduzione. Faceva parte delle misure della revisione della spesa anche una riduzione del numero dei Comuni, il che renderebbe più facile il coordinamento». Nel frattempo, la legge 56 del 2014 (cosiddetta «legge Delrio») prevedeva tra le altre cose, «al fine di favorire la fusione dei Comuni» l'erogazione «per i dieci anni successivi alla fusione stessa, appositi contributi straordinari commisurati a una quota dei trasferimenti spettanti ai singoli Comuni che si fondono». E infine, in tempi più recenti, la legge 158 del 2017. Una norma che pur essendo nata con l'intento di sostenere e valorizzare i piccoli Comuni, al tempo stesso istituiva nero su bianco la «priorità al finanziamento degli interventi proposti da Comuni istituiti a seguito di fusione o appartenenti a unioni di Comuni». Ecco servito dai governi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni il delitto perfetto ai danni dei centri minori, e del quale i territori ancora oggi subiscono le conseguenze.
Ma la ciliegina sulla torta è rappresentata dalle sciagurate norme europee che per anni hanno castrato la possibilità di spesa degli enti locali. Con l'adesione al Patto di stabilità e crescita, lo Stato ha coinvolto gli enti locali nel raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica. Nel 2012, con il governo Monti, anche per queste amministrazioni entra in vigore l'obbligo del pareggio di bilancio. Comuni, province e Regioni si trovano con le mani legate nell'impossibilità di spendere i loro stessi soldi. Fortunatamente dal 2018, a seguito della decisione della Consulta, il patto di stabilità interno viene superato e l'avanzo di amministrazione torna nella piena disponibilità degli enti. Per i piccoli Comuni finalmente una boccata d'ossigeno che vale 2,7 miliardi di euro e può rappresentare, dopo anni di austerità, l'occasione per il tanto atteso rilancio.
«Dietro questa strage c’è un disegno politico»

Ansa
Trentacinque anni di esperienza come amministratore di Marsaglia, Comune di poco più di 200 abitanti che vivono abbarbicati su un colle delle Langhe, a poco meno di un'ora di macchina da Cuneo. «Tutti i sindaci lavorano per il bene del proprio Comune», tiene a precisare il nostro interlocutore. Ma bastano pochi minuti di conversazione con Franca Biglio, sindaco e presidente fin dalla sua fondazione dell'Associazione nazionale dei piccoli comuni di Italia (Anpci, circa 3.000 associati sotto i 15.000 abitanti), per capire che, in realtà, dietro a questa scelta di vita c'è molto di più.
Com'è nata l'idea di costituire l'Associazione?
«Era il 1987 quando il governo introdusse il regime di tesoreria unica anche per i piccoli Comuni. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Decisi di affittare un camper con mio marito e girare per capire se il problema che sentivo io fosse lo stesso per tutti. Quello che riscontrammo fu un coro unanime: “Nessuno ci rappresenta, nessuno si interessa a noi". Ecco, la nostra Associazione nasce per questo: accendere un faro, e tenerlo acceso, sui piccoli Comuni. Siamo riusciti a far cambiare l'idea che ci considera un peso anziché un patrimonio virtuoso».
Ci spiega perché questi centri sono così importanti?
«Noi siamo il presidio e l'avamposto sul territorio. Se non ci fossero gli amministratori dei piccoli Comuni che si rimboccano le maniche e lavorano al fianco della Protezione civile, delle pro loco e del volontariato, il territorio sarebbe meno vivibile».
Ma negli ultimi anni le cose si sono fatte difficili…
«Lo sa che la spending review ha causato una riduzione del 60% delle risorse finanziarie? Quando in un Comune vengono a mancare determinati servizi, è normale che la gente vada via. È vero che nei piccoli centri costano di più, ma bisogna vedere la contropartita».
E quale sarebbe?
«La qualità della vita, innanzitutto. Poi c'è il rapporto con il territorio, nel quale sono insediate una miriade di piccole e medie imprese agroalimentari, come ha dimostrato l'Expo di Milano del 2015. Infine, le relazioni sociali: altrove sei un numero, qua invece ci conosciamo e ci aiutiamo tutti, siamo una comunità. Ecco: questa contropartita è cercare di assaporare il gusto di un ambiente diverso dalla città, dove da un pianerottolo all'altro non ci si conosce».
Non si tratta di aspetti secondari. Siamo sicuri che dietro all'attacco ai piccoli Comuni si nasconda solo una questione di risparmio?
«Ma no, dei costi in realtà non interessa a nessuno! C'è un progetto politico, perché nei piccoli Comuni i sindaci si candidano con liste civiche e non sono manovrabili dal partito. Unire i Comuni significa avere centri più grandi, e dunque amministratori scelti dalla politica».
Quali sono le battaglie che vi trovate ad affrontare in questo periodo?
«Sempre le stesse: chiediamo risorse adeguate e la possibilità di operare in deroga rispetto alle leggi nazionali, progettate per le grandi città. Noi non sprechiamo, anzi siamo oculati! Ma abbiamo bisogno di un abito confezionato su misura».
Con tutti questi problemi, chi ve lo fa fare?
«Vede, quello di sindaco più che un mestiere è una vocazione. Sono convinta che i sindaci dei piccoli comuni vivano in una condizione di perenne innamoramento. È la cosa più bella perché non ti fa fermare mai».
«Lo Stato ci soffoca con le tasse»

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«Calo demografico, invecchiamento della popolazione, tutela sanitaria, scuola, infrastrutture e connettività: sono questi i grandi mali dei piccoli Comuni. Ci sono amministrazioni dove il sindaco fa anche il ragioniere, il geometra, il capo cantiere, perché non può assumere nessuno. Negli ultimi dieci anni il prelievo finanziario da parte dello Stato è stato pesantissimo». È un'analisi impietosa quella di Guido Castelli, responsabile finanza locale dell'Anci, l'associazione che riunisce i Comuni italiani.
Ora però i sindaci possono tornare ad assumere.
«Ma non hanno i soldi per farlo. La crisi finanziaria ha ridotto la loro autonomia. Dal 2012 al 2019 il saldo del bilancio pubblico è migliorato di 25 miliardi e 12 miliardi sono venuti dalle autonomie che hanno effettuato pesanti tagli alle spese. Il contributo dato dai Comuni e in particolare da quelli piccoli è stato sproporzionato rispetto a quanto hanno ricevuto. Inoltre hanno subito gli effetti delle riforme delle province. Queste prima garantivano una sorta di protezione amministrativa svolgendo funzioni di supporto e consulenza ma ora sono state private di questa capacità operativa professionale».
Quali sono i problemi che impediscono ai piccoli Comuni di superare la crisi?
«Oltre alla mancanza di risorse c'è un problema sociologico. L'attuale modello di sviluppo tende a favorire le grandi concentrazioni urbane e litoranee con il conseguente indebolimento dell'entroterra. Con lo spopolamento di vaste zone, i servizi di assistenza sanitaria si sono ridotti spingendo ancora di più la popolazione a migrare verso i grandi centri. Lo stesso accade per le scuole che hanno sempre meno alunni».
Cosa impedisce all'economia di ripartire?
«I piccoli centri sono lontani dagli snodi dei traffici di merci e servizi e il modello di sviluppo nazionale li tiene ai margini del Paese».
Eppure ci sono stati tentativi legislativi per sostenere la crescita di queste aree. Cosa non ha funzionato?
«Ermete Realacci si intestò una legge nel 2017 per sostenere i piccoli Comuni anche sotto il profilo turistico. Una legge ben fatta, peccato però che il Parlamento non ci ha messo un soldo. E tutto è finito lì».
C'è carenza di servizi?
«Servirebbero piani di sviluppo mirati per queste realtà, con regole diverse da quelle che agiscono nelle grandi città. Prendiamo la scuola. Gli standard previsti dalle leggi nazionali per la costituzione delle classi devono essere adattati ai piccoli Comuni. C'è il problema del trasporto pubblico locale, dei servizi postali per la consegna dei pacchi. Nell'era di Amazon è necessaria una rete che comprenda anche realtà montane. E poi Internet, la banda larga è ancora un lusso. C'è un programma di cablaggio delle aree svantaggiate, ma siamo in ritardo».
Continua a leggereRiduci
Strangolati dai tagli, con personale all'osso, spopolati, privati dei presidi sanitari o di polizia, vessati da scadenze fiscali e burocrazia: così sta morendo mezza Italia.I governi di sinistra hanno forzato la mano sugli accorpamenti. Il risparmio per l'erario? Solo lo 0,02% del Pil I borghi infatti hanno una spesa pro capite inferiore a quella delle grandi città. E i bilanci quasi tutti in attivo.Il sindaco attivista di Marsaglia (Cuneo) Franca Biglio: «Ci puniscono perché amministriamo con le liste civiche, non manovrabili dai partiti».Guido Castelli, responsabile finanza dell'Anci: «Abbiamo versato più di quanto abbiamo ricevuto ma ci tengono ai margini del Paese. Le aree interne sono escluse pure dalla Rete».Lo speciale contiene quattro articoli.Chissà se Jennifer Lopez, quando dice che il suo sogno è vivere in un piccolo Comune italiano, sa a quali disservizi andrebbe incontro. I borghi del nostro Paese non sono solo fiori ai balconi, odore di pane fresco e gioco delle bocce in piazza, come si legge nelle guide turistiche. Breme, in provincia di Pavia, 730 abitanti, attira numerosi visitatori per l'antica Abbazia di San Pietro. È una bomboniera ma è a un passo dalla bancarotta. Il sindaco, Francesco Berzero, ha lanciato un grido di aiuto, scrivendo anche al capo dello Stato, Sergio Mattarella. «La legge ci condanna al fallimento», protesta il primo cittadino e ci racconta il suo dramma. «Il giudice ci ha dato in affidamento tre minori che ora sono in una comunità alla quale dobbiamo versare 110 euro al giorno per ciascuno di loro, ovvero 120.000 euro l'anno. Pur considerando le necessità di questi ragazzi che provengono da una situazione familiare tremenda con un padre violento e alcolizzato, il mio Comune non ha le risorse per far fronte alla loro assistenza». E spiega che «la Regione rimborsa la spesa ma solo per il 40% e dopo un anno. Intanto io forse sarò costretto ad aumentare le imposte, a tagliare il servizio di scuolabus e ad aumentare le rette dell'asilo. Oltre al fatto che ho molti problemi per la manutenzione delle strade». Berzero si è anche rivolto al prefetto perché 110 euro al giorno per ciascun minore «mi sembravano davvero tanti. Ma mi ha risposto che le spese sono alte».Breme non è un caso isolato. Sono numerosi i piccoli Comuni in tutta Italia che si trovano a dover far fronte a situazioni simili.Sempre in provincia di Pavia, Ceretto Lomellina, antichissimo borgo, 200 anime, rischia il dissesto per lo stesso motivo. «Da marzo 2018 abbiamo in affido tre minori per le quali versiamo a una casa famiglia circa 85 euro al giorno a testa. Sono 93.000 euro l'anno che solo in parte ci vengono rimborsati e in ritardo», dice il sindaco Giovanni Cattaneo e aggiunge: «Sono stato costretto a tagliare una serie di servizi, dallo scuolabus, al pacco dono per anziani indigenti e ho dovuto rinviare la sistemazione delle strade. Se questi minori restano a nostro carico fino ai 18 anni, il Comune chiude». Dalla Lombardia al Piemonte, altra Regione cult per il turismo d'élite. la dittatura di internetIl sindaco Monica Ciaburro, del Comune di Argentera, 77 abitanti, in provincia di Cuneo, è da 16 mesi senza dipendenti. «Devo aprire e chiudere gli uffici e occuparmi di tutte le pratiche burocratiche, mentre il vicesindaco e l'assessore sbrigano i lavori da cantonieri. Sono intervenuta a riparare una fontana, ho fatto sopralluoghi nei cambi di residenza. Pensi che il pasticcere taglia l'erba e apre l'ambulatorio», ci racconta. Per risponderci ha dovuto interrompere la formazione di un paio di ragazzi con contratto interinale, che dovrebbero dare una mano in ufficio ma «completamente a digiuno delle pratiche di un Comune». E aggiunge: «Sto aspettando l'esito di un bando per avere tre persone, un amministrativo, un tecnico e una polizia municipale ma part time. Il tutto con una burocrazia che ci fa impazzire e Internet che non funziona». La prima cittadina punta il dito contro un governo che moltiplica le incombenze fiscali con l'uso esclusivo della Rete. «Scontrini e fatture elettroniche, i commercianti non sanno come fare. In Comune la connessione è rimasta bloccata per due settimane. Bisognerebbe capire che i piccoli Comuni non sono attrezzati e non per loro responsabilità».Ci spostiamo in Liguria. Lavagna, cittadina del Tigullio, è in dissesto finanziario, nelle casse non c'è un soldo per pagare i dipendenti figurarsi per l'acquisto degli alberi di Natale. Agli addobbi, in occasione di queste feste, hanno pensato i cittadini e un vivaista locale.Queste realtà non ci aspetteremo di trovarle nel florido Nord. Sono borghi con meno di 5.000 residenti ma occupano il 54% del territorio nazionale, in cui vivono oltre 10 milioni di persone e rappresentano il 70% della totalità dei Comuni italiani. Dal 1971 al 2017 in quasi 2.000 piccoli Comuni la popolazione è diminuita di oltre il 20%. Sono località spesso di grande interesse artistico e storico, che compaiono nelle Lonely Planet di tutto il mondo, ma dimenticate dalla politica, prosciugate da un decennio di tagli, tagliate fuori dagli investimenti pubblici, spinte ai margini del Paese da una cultura che tende a privilegiare i grandi centri urbani e il litorale.Nell'entroterra dell'Abruzzo, la consuetudine della seconda casa per le vacanze resiste ancora, ma non riesce a colmare le casse comunali. Luigi De Acetis, sindaco di Caramanico Terme, provincia di Pescara, ha denunciato più volte la mancanza nei Comuni montani di una postazione fissa del 118. Secondo una recente rilevazione, le sedi senza un segretario o dirigente comunale sono 1.729 negli enti sotto i 10.00 abitanti. Complessivamente i segretari in servizio sono 3.500. Un contingente insufficiente. La conseguenza è spesso la paralisi dei servizi. i negozi sparisconoMa c'è di più: coloro che lavorano a volte in sei, anche sette Comuni, devono fare i conti con la legislazione che non prevede rimborsi spesa per gli spostamenti. Nelle aree interne stanno chiudendo i servizi pubblici e i negozi. Il panettiere, il salumiere o il macellaio sono sempre stati piccoli salotti dove chiacchierare oltre che far spesa. Quelli sopravvissuti alla crisi economica hanno ricevuto la mazzata finale dal fisco con l'introduzione dei pagamenti digitali. A Podenzoi, frazione di 500 abitanti di Longarone, in provincia di Belluno, meta di escursionisti appassionati della montagna, hanno chiuso tutti gli esercizi commerciali. Non potevano affrontare le spese per dotarsi di un registratore di cassa collegato a Internet che marcia a rilento. «Alla mia età non me la sento di usare computer, Pos e altre diavolerie del genere», ha detto alla stampa l'ultimo barbiere rimasto a Montalcino, Paolo Cencioni, di 76 anni. Niente più pane per i 4.000 abitanti di Pedavena, vicino Belluno. I proprietari dell'ultimo e storico alimentari, con 90 anni di vita, hanno abbassato la saracinesca per sempre: «Troppe tasse». L'Uncem, l'Unione dei Comuni di montagna, aveva chiesto al governo di rinviare l'obbligo dello scontrino elettronico per queste realtà. Nessuna risposta. Sono comunità con poco peso elettorale.Lo spopolamento influenza anche il sistema scolastico. Alla riduzione degli alunni si è cercato di far fronte con le pluriclassi, cioè l'unione di due ma anche tre classi, con gli insegnanti che devono frammentare il programma per accontentare i bambini di età diverse. A Rocca di Mezzo, in provincia dell'Aquila, il preside dell'Istituto comprensivo San Demetrio Ne' Vestini ha lanciato l'allarme: «Aiutatemi a salvare le mie scuole, altrimenti da qui se ne andranno tutti». beffa in emilia romagnaA ogni legge di bilancio non mancano le sorprese. A Rifreddo, in Valle Po, sindaco e ragioniere hanno scoperto un taglio di oltre 5.000 euro sul Fondo di solidarietà comunale. Una sforbiciata di 155.000 euro invece a Casalecchio di Reno, una realtà più grande con 36.700 abitanti, vicino Bologna. «Con meno risorse dovremo rivedere la spesa però senza tagli ai servizi», ci illustra l'assessore al Bilancio, Concetta Bevacqua. Ma qui il governo, a ridosso delle elezioni regionali, ha fatto pervenire anche un altro «regalo»: ha tolto la polizia stradale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uccidono-i-piccoli-comuni-aiuto-2644859418.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-legge-delrio-il-bullo-e-gentiloni-il-delitto-perfetto-dei-centri-minori" data-post-id="2644859418" data-published-at="1775553635" data-use-pagination="False"> La legge Delrio, il Bullo e Gentiloni: il delitto perfetto dei centri minori Bilanci a pezzi, dissesto idrogeologico, spopolamento, lotta agli incendi, criminalità in aumento, difesa delle tradizioni, integrazione dei migranti… Sono solo alcune delle problematiche che quotidianamente sindaci, assessori e consiglieri dei piccoli Comuni italiani sono chiamati ad affrontare. Oltre 5.000 centri (per la precisione 5.500) inferiori ai 5.000 abitanti, a rappresentare con 10 milioni di residenti il 17% della popolazione totale e ben il 54% dell'estensione territoriale nazione. Sono 8 le Regioni italiane (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Abruzzo, Molise, Calabria e Sardegna) nelle quali almeno 8 Comuni su 10 fanno parte di questa fascia. Una realtà impossibile da trascurare per dimensioni, rilevanza storica e impatto socioculturale. Senza dubbio in cima alla lista dei problemi troviamo la difficilissima situazione finanziaria. Secondo un'elaborazione del Sole 24 Ore basata su dati Anci-Ifel, per ben 1.883 centri sotto i 5.000 abitanti (37,8% dei piccoli Comuni, 23,8% sul totale nazionale) il costo del debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva. Una percentuale che sale fino al 18% per quasi 700 amministrazioni, rappresentando non solo un freno alla crescita, ma anche una vera e propria spada di Damocle sulla tenuta stessa dei conti degli enti locali. Per questo motivo, nel corso di un incontro svoltosi lo scorso luglio a Gornate Olona, il responsabile finanza di Anci-Ifel, Andrea Ferri, pur evidenziando passi in avanti con la manovra 2019 (grazie alla rinegoziazione dei mutui Mef) ha fatto presente la necessità di «soluzioni per la riduzione del debito comunale». Secondo quanto emerge dalla banca dati redatta dall'Università Ca' Foscari, dal 1993 a oggi sono stati 95 i piccoli Comuni che hanno dichiarato il dissesto, mentre 166 hanno avviato la procedura di riequilibrio (cosiddetto «predissesto»). C'è poi il gravoso tema legato allo spopolamento. Dal 2012 al 2017 i piccoli Comuni hanno perso 307.000 residenti, pari al 3% della popolazione. Consultando l'Atlante dei piccoli Comuni realizzato dall'Anci, si scopre che per 965 Comuni in situazione di «controesodo» (cioè con variazione demografica maggiore dell'incremento nazionale), in ben 4.007 si presenta un tasso di crescita inferiore alla media italiana. Detto in altri termini, se questo trend verrà rispettato, più di 7 Comuni su 10 vedranno diminuire nei prossimi anni il loro numero di abitanti. Alla base della crisi, l'errata convinzione che la fitta rete di minuscoli centri che costituisce l'ossatura dello stivale costituisca un peso più che una risorsa. Un pregiudizio smentito da almeno tre dati: il numero di dipendenti ogni 1.000 abitanti è inferiore alla media dei Comuni italiani (4,8 contro 5,4), la spesa pro capite è più bassa rispetto ai centri più grandi e il 93% delle amministrazioni presenta un avanzo di bilancio. E invece, complice la famigerata spending review, nell'ultimo decennio i piccoli Comuni si sono ritrovati a dover pagare un prezzo altissimo. Nel suo piano di revisione della spesa presentato a febbraio del 2014, Carlo Cottarelli proponeva l'unione forzosa dei Comuni sotto i 5.000 abitanti. Una misura che, unitamente alla riduzione dei compensi per gli amministratori locali, dei consiglieri regionali e dei loro vitalizi, per il triennio 2014-2016 avrebbe dovuto portare nelle casse dello Stato - udite udite - la ridicola cifra di 300 milioni all'anno. Tradotto in percentuale, lo 0,02% del Pil. Nel corso di un'audizione svoltasi pochi mesi dopo (era ottobre del 2014) di fronte ai membri della commissione parlamentare di vigilanza sull'Anagrafe tributaria, Cottarelli insisteva nella sua tesi: «Non vorrei creare polemica […] ma secondo me 8.000 Comuni sono troppi. Si dovrebbe pensare a una riduzione. Faceva parte delle misure della revisione della spesa anche una riduzione del numero dei Comuni, il che renderebbe più facile il coordinamento». Nel frattempo, la legge 56 del 2014 (cosiddetta «legge Delrio») prevedeva tra le altre cose, «al fine di favorire la fusione dei Comuni» l'erogazione «per i dieci anni successivi alla fusione stessa, appositi contributi straordinari commisurati a una quota dei trasferimenti spettanti ai singoli Comuni che si fondono». E infine, in tempi più recenti, la legge 158 del 2017. Una norma che pur essendo nata con l'intento di sostenere e valorizzare i piccoli Comuni, al tempo stesso istituiva nero su bianco la «priorità al finanziamento degli interventi proposti da Comuni istituiti a seguito di fusione o appartenenti a unioni di Comuni». Ecco servito dai governi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni il delitto perfetto ai danni dei centri minori, e del quale i territori ancora oggi subiscono le conseguenze. Ma la ciliegina sulla torta è rappresentata dalle sciagurate norme europee che per anni hanno castrato la possibilità di spesa degli enti locali. Con l'adesione al Patto di stabilità e crescita, lo Stato ha coinvolto gli enti locali nel raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica. Nel 2012, con il governo Monti, anche per queste amministrazioni entra in vigore l'obbligo del pareggio di bilancio. Comuni, province e Regioni si trovano con le mani legate nell'impossibilità di spendere i loro stessi soldi. Fortunatamente dal 2018, a seguito della decisione della Consulta, il patto di stabilità interno viene superato e l'avanzo di amministrazione torna nella piena disponibilità degli enti. Per i piccoli Comuni finalmente una boccata d'ossigeno che vale 2,7 miliardi di euro e può rappresentare, dopo anni di austerità, l'occasione per il tanto atteso rilancio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/uccidono-i-piccoli-comuni-aiuto-2644859418.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dietro-questa-strage-ce-un-disegno-politico" data-post-id="2644859418" data-published-at="1775553635" data-use-pagination="False"> «Dietro questa strage c’è un disegno politico» Ansa Trentacinque anni di esperienza come amministratore di Marsaglia, Comune di poco più di 200 abitanti che vivono abbarbicati su un colle delle Langhe, a poco meno di un'ora di macchina da Cuneo. «Tutti i sindaci lavorano per il bene del proprio Comune», tiene a precisare il nostro interlocutore. Ma bastano pochi minuti di conversazione con Franca Biglio, sindaco e presidente fin dalla sua fondazione dell'Associazione nazionale dei piccoli comuni di Italia (Anpci, circa 3.000 associati sotto i 15.000 abitanti), per capire che, in realtà, dietro a questa scelta di vita c'è molto di più. Com'è nata l'idea di costituire l'Associazione? «Era il 1987 quando il governo introdusse il regime di tesoreria unica anche per i piccoli Comuni. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Decisi di affittare un camper con mio marito e girare per capire se il problema che sentivo io fosse lo stesso per tutti. Quello che riscontrammo fu un coro unanime: “Nessuno ci rappresenta, nessuno si interessa a noi". Ecco, la nostra Associazione nasce per questo: accendere un faro, e tenerlo acceso, sui piccoli Comuni. Siamo riusciti a far cambiare l'idea che ci considera un peso anziché un patrimonio virtuoso». Ci spiega perché questi centri sono così importanti? «Noi siamo il presidio e l'avamposto sul territorio. Se non ci fossero gli amministratori dei piccoli Comuni che si rimboccano le maniche e lavorano al fianco della Protezione civile, delle pro loco e del volontariato, il territorio sarebbe meno vivibile». Ma negli ultimi anni le cose si sono fatte difficili… «Lo sa che la spending review ha causato una riduzione del 60% delle risorse finanziarie? Quando in un Comune vengono a mancare determinati servizi, è normale che la gente vada via. È vero che nei piccoli centri costano di più, ma bisogna vedere la contropartita». E quale sarebbe? «La qualità della vita, innanzitutto. Poi c'è il rapporto con il territorio, nel quale sono insediate una miriade di piccole e medie imprese agroalimentari, come ha dimostrato l'Expo di Milano del 2015. Infine, le relazioni sociali: altrove sei un numero, qua invece ci conosciamo e ci aiutiamo tutti, siamo una comunità. Ecco: questa contropartita è cercare di assaporare il gusto di un ambiente diverso dalla città, dove da un pianerottolo all'altro non ci si conosce». Non si tratta di aspetti secondari. Siamo sicuri che dietro all'attacco ai piccoli Comuni si nasconda solo una questione di risparmio? «Ma no, dei costi in realtà non interessa a nessuno! C'è un progetto politico, perché nei piccoli Comuni i sindaci si candidano con liste civiche e non sono manovrabili dal partito. Unire i Comuni significa avere centri più grandi, e dunque amministratori scelti dalla politica». Quali sono le battaglie che vi trovate ad affrontare in questo periodo? «Sempre le stesse: chiediamo risorse adeguate e la possibilità di operare in deroga rispetto alle leggi nazionali, progettate per le grandi città. Noi non sprechiamo, anzi siamo oculati! Ma abbiamo bisogno di un abito confezionato su misura». Con tutti questi problemi, chi ve lo fa fare? «Vede, quello di sindaco più che un mestiere è una vocazione. Sono convinta che i sindaci dei piccoli comuni vivano in una condizione di perenne innamoramento. È la cosa più bella perché non ti fa fermare mai». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/uccidono-i-piccoli-comuni-aiuto-2644859418.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="lo-stato-ci-soffoca-con-le-tasse" data-post-id="2644859418" data-published-at="1775553635" data-use-pagination="False"> «Lo Stato ci soffoca con le tasse» Ansa «Calo demografico, invecchiamento della popolazione, tutela sanitaria, scuola, infrastrutture e connettività: sono questi i grandi mali dei piccoli Comuni. Ci sono amministrazioni dove il sindaco fa anche il ragioniere, il geometra, il capo cantiere, perché non può assumere nessuno. Negli ultimi dieci anni il prelievo finanziario da parte dello Stato è stato pesantissimo». È un'analisi impietosa quella di Guido Castelli, responsabile finanza locale dell'Anci, l'associazione che riunisce i Comuni italiani. Ora però i sindaci possono tornare ad assumere. «Ma non hanno i soldi per farlo. La crisi finanziaria ha ridotto la loro autonomia. Dal 2012 al 2019 il saldo del bilancio pubblico è migliorato di 25 miliardi e 12 miliardi sono venuti dalle autonomie che hanno effettuato pesanti tagli alle spese. Il contributo dato dai Comuni e in particolare da quelli piccoli è stato sproporzionato rispetto a quanto hanno ricevuto. Inoltre hanno subito gli effetti delle riforme delle province. Queste prima garantivano una sorta di protezione amministrativa svolgendo funzioni di supporto e consulenza ma ora sono state private di questa capacità operativa professionale». Quali sono i problemi che impediscono ai piccoli Comuni di superare la crisi? «Oltre alla mancanza di risorse c'è un problema sociologico. L'attuale modello di sviluppo tende a favorire le grandi concentrazioni urbane e litoranee con il conseguente indebolimento dell'entroterra. Con lo spopolamento di vaste zone, i servizi di assistenza sanitaria si sono ridotti spingendo ancora di più la popolazione a migrare verso i grandi centri. Lo stesso accade per le scuole che hanno sempre meno alunni». Cosa impedisce all'economia di ripartire? «I piccoli centri sono lontani dagli snodi dei traffici di merci e servizi e il modello di sviluppo nazionale li tiene ai margini del Paese». Eppure ci sono stati tentativi legislativi per sostenere la crescita di queste aree. Cosa non ha funzionato? «Ermete Realacci si intestò una legge nel 2017 per sostenere i piccoli Comuni anche sotto il profilo turistico. Una legge ben fatta, peccato però che il Parlamento non ci ha messo un soldo. E tutto è finito lì». C'è carenza di servizi? «Servirebbero piani di sviluppo mirati per queste realtà, con regole diverse da quelle che agiscono nelle grandi città. Prendiamo la scuola. Gli standard previsti dalle leggi nazionali per la costituzione delle classi devono essere adattati ai piccoli Comuni. C'è il problema del trasporto pubblico locale, dei servizi postali per la consegna dei pacchi. Nell'era di Amazon è necessaria una rete che comprenda anche realtà montane. E poi Internet, la banda larga è ancora un lusso. C'è un programma di cablaggio delle aree svantaggiate, ma siamo in ritardo».
(Ansa)
Il caldo di Pasquetta è niente se paragonato alla settimana bollente che attende l’esecutivo. Oggi alle 16 è prevista un’informativa urgente con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nell’Aula della Camera, sull’Iran e sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle Forze armate statunitensi. Crosetto parlerà di Sigonella e, al contrario di quanto avviene per le comunicazioni in Aula, essendo un’informativa, non ci saranno risoluzioni né voti. Il ministro ha già spiegato che ha fatto scattare il divieto perché mancava la consultazione preventiva, come previsto dagli accordi internazionali. Puntualizzerà anche che nulla è cambiato e nulla vuole cambiare nei rapporti con gli Stati Uniti. «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato». A rinforzare il concetto ci penserà poi il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, giovedì in Aula. La sua informativa è stata calendarizzata per le 9 a Montecitorio cui seguirà alle 12 quella nell’Aula del Senato. Sarà un intervento articolato, ad ampio spettro, dai temi strettamente legati alla politica interna, con le tensioni seguite alla vittoria del no al referendum sulla riforma della giustizia, alle grandi questioni internazionali, a cominciare dai rincari dell’energia dovuti al conflitto in Iran ed al blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz: a tal proposito, il premier farà quasi sicuramente un resoconto del suo recente viaggio a sorpresa, di 48 ore, nei Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), missione che ha avuto l’obiettivo, come da lei stessa dichiarato, di «difendere l’interesse italiano». Anche qui, trattandosi di una informativa, non è previsto alcun voto delle Assemblee parlamentari su risoluzioni.
Tutto avviene in uno scenario sempre più complicato. I razionamenti sono già realtà perché all’aeroporto di Brindisi ieri sera è terminato il carburante per gli aerei «almeno fino alle 12 del 7 aprile» scrivono sui nuovi Notam, i bollettini aeronautici, emessi nelle ultime ore. Viene spiegato che il carburante in quello scalo non è disponibile e si prega le compagnie di calcolare la quantità di carburante sufficiente dall’aeroporto precedente per le tratte di volo successive. Sono disponibili «quantità limitate» concesse solo per voli statali, Sar e ospedalieri. Mentre alla lista degli aeroporti italiani con quantità limitate di carburante se ne aggiungono altri due. Oltre a Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna adesso anche quelli di Reggio Calabria, e Pescara fanno sapere di poter fornire una quota massima di rifornimento.
D’altronde il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva avvertito: «È chiaro che siamo pronti al razionamento, se necessario. Valutiamo diverse possibili azioni, ma non ci sono ancora le condizioni per intervenire» ha detto a Repubblica. «Al ministero lavora una commissione apposita per studiare il piano per l’emergenza, vedremo dove e come intervenire, calcoliamo le possibili misure, anche se certo non reagiremmo con le domeniche in bicicletta come cinquant’anni fa». In questo caso «le azioni dovranno essere misurate sulla situazione attuale. Noi sappiamo che se tutto si blocca, con le riserve si va avanti un mese», ha chiarito riferendosi a una ipotesi «di choc», di un blocco generalizzato, ma per il ministro «è possibile che le cose vadano diversamente, la penuria potrebbe incidere di più in un settore o un altro, per una risorsa o un’altra».
Insomma il caro energia è al centro così come spiegato da Meloni al suo viaggio di rientro dai Paesi del Golfo. Si apre una fase molto delicata per il Paese, e in questa fase è convinzione di molti che non ci sia spazio elettorale. Bisogna andare avanti e farlo nel miglior modo possibile. Dopo le dimissioni all’interno dell’esecutivo si attendono nuovi innesti per rinforzare le squadre. Sono troppi i sottosegretari caduti, almeno quattro non sono mai stati rimpiazzati. Oltre a quello di Andrea Del Mastro (le cui deleghe sono state spacchettate) sempre al ministero della Giustizia c’è da sostituire il posto lasciato da Augusta Montaruli. Mentre alla Cultura adesso bisognerebbe sostituire il posto di Gianmarco Mazzi che ha preso la guida del Turismo. Così come manca la figura che andrà a sostituire Vittorio Sgarbi che già da un po’ ha lasciato alla Cultura. Non solo ruoli politici, adesso parte il valzer di nomine delle aziende. Dovrebbe saltare Roberto Cingolani, ad di Leonardo. Al suo posto potrebbe andare il bravo Alessandro Ercolani, Ceo di Rheinmetall Italia. Si confermeranno Claudio Descalzi e Flavio Cattaneo in Eni ed Enel mentre ancora non si è sciolto il nodo sul nome di Federico Freni alla Consob.
In questo quadro le opposizioni si concentrano sul caso che vede protagonista il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al quale la premier ha finora ribadito la fiducia e il ministro pare sia pronto a denunciare chiunque insinui che vi siano mai state forme di favoritismo nei confronti della protagonista della vicenda, Claudia Conte. Il problema è di poco conto quindi ma se si somma alla crisi energetica e al carovita ha il suo peso. Una settimana che dovrebbe essere corta con il lunedì di Pasquetta ma che promette di essere invece la più lunga dall’inizio della legislatura. L’obiettivo non può essere solo quello di sopravvivere perché è il momento di dare risposte convincenti.
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Ansa
Anche quando la guerra terminerà, saranno infatti necessari tempi abbastanza lunghi per ripristinare gli impianti energetici danneggiati dai bombardamenti iraniani nel Golfo e questo sta spingendo molti Stati ad agire subito.
Il Sudest asiatico appare la zona più sofferente in questo momento, vista la sua quasi totale dipendenza dal petrolio proveniente da Hormuz. Questa area consuma un quinto di tutto il petrolio e del gas naturale estratto al mondo, destinato a nazioni che hanno una crescita economica costante. I problemi potrebbero arrivare anche per Paesi come India, Pakistan, Giappone o Cina, ma per il momento sono le nazioni a reddito più basso a subire le conseguenze più gravi.
La prima nazione a dichiarare lo stato di emergenza per un anno solare sono state le Filippine. Manila ha già deciso di prevedere sussidi per gli autisti pubblici, la riduzione dei collegamenti fra le isole dell’arcipelago e la settimana corta per i dipendenti statali, invitati a fare più smart working possibile. Il presidente filippino Ferdinand Marcos ha parlato alla nazione spiegando che le scorte di carburante arriveranno soltanto fino alla fine di aprile e che non esclude che presto possa esserci un severo razionamento. Proprio il razionamento è già effettivo invece in Sri Lanka, che impone un massimo di 15 litri di benzina a settimana per gli automobilisti e di 5 litri per chi è invece proprietario di una moto. Non solo, a Colombo il governo ha imposto la chiusura di un giorno alla settimana per scuole ed università, mentre sono concesse soltanto sei ore di elettricità negli edifici pubblici. In Myanmar, l’ex Birmana, i veicoli privati possono circolare soltanto a giorni alterni, mentre in Bangladesh oltre al razionamento sono previste sospensioni programmate dell’elettricità nel tentativo di limitare il consumo di energia.
Ma la situazione appare estremamente complicata anche in Indonesia e in Malesia. A Jakarta, i dipendenti pubblici dovranno lavorare da casa due giorni a settimana, mentre a Kuala Lumpur tutti gli spostamenti privati saranno contingentati e controllati con una scheda chilometrica. Anche il Nepal ha già dimezzato le corse di treni e autobus, chiedendo ai cittadini della capitale Katmandu di muoversi in bici o addirittura a piedi almeno all’interno della città. La Corea del Sud, che da Hormuz vede arrivare il 58% del suo petrolio, ha creato una task force governativa per distribuire le riserve di carburante ed evitare il blocco del settore industriale. In Bangladesh intanto la criminalità organizzata ha già assaltato diverse stazioni di carburante e derubato gli automobilisti subito dopo l’acquisto di benzina. Sempre a Dacca, ma anche in India e Pakistan, alcuni lavoratori delle pompe di benzina sono stati uccisi, non solo per rapina, ma anche per l’esasperazione dei cittadini.
L’India, un gigante energivoro sempre bisognoso di petrolio, ha trattato fin da subito per permettere alle petroliere bloccate nel Golfo Persico di raggiungere i porti indiani, ma anche per Nuova Delhi l’incertezza resta un grave problema ed il primo ministro Narendra Modi ha dichiarato che al momento ci sono riserve per 70 giorni. Nel vicino e storico nemico Pakistan, il campionato nazionale di cricket, lo sport più popolare della nazione asiatica, si gioca in stadi quasi vuoti, perché molti cercano di risparmiare carburante evitando gli spostamenti.
Taiwan sta provando a diversificare e ha riavviato due impianti nucleari, cambiando la sua politica energetica in base alla quale aveva deciso, prima nazione dell’area, di rinunciare al nucleare. A parte il caso della Cina, provvista di riserve maggiori e fonti alternative, come detto il continente asiatico annovera i Paesi più sensibili a questa incertezza: il Giappone, la Corea del Sud e l’India importano infatti tra il 70 e l’85% del loro fabbisogno energetico dal Medio Oriente. L’Asia appare come il primo anello debole, perché tutte le sue economie emergenti hanno già diminuito le loro produzioni, rischiando di scivolare verso una crescente inflazione. Ma i segnali sono presenti un po’ ovunque: in Australia oltre 500 stazioni di servizio sono già rimaste senza carburante negli ultimi giorni, provocando lunghissime file in diverse città.
Nemmeno il continente africano appare immune al problema e diverse nazioni stanno cercando una soluzione. In Egitto il presidente Abdel-Fattah al Sisi ha deciso di imporre la chiusura di negozi, bar e ristoranti a partire dalle ore 21, nel tentativo di ridurre i consumi, con il rischio di un pericoloso contraccolpo al vitale settore del turismo. In Zambia e Tanzania i governi locali hanno proibito gli spostamenti privati e imposto ai cittadini di avere in auto almeno 3 passeggeri.
Duramente colpito anche il settore degli aiuti: i farmaci destinati a circa 50.000 persone in Sudan sono bloccati a Dubai da giorni, mentre la Somalia non riceve cibo ormai da settimane. Situazione anche peggiore in Kenya dove la carenza di carburante ha bloccato le spedizioni nei campi profughi di Kakuma e nel complesso profughi di Dadaab, dove la situazione è davvero al limite. Asia ed Africa appaiono già duramente colpite dal blocco imposto dall’Iran e stanno spingendo per una soluzione più rapida possibile.
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