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2020-01-20
Così hanno ucciso i piccoli Comuni
Ansa
Chissà se Jennifer Lopez, quando dice che il suo sogno è vivere in un piccolo Comune italiano, sa a quali disservizi andrebbe incontro. I borghi del nostro Paese non sono solo fiori ai balconi, odore di pane fresco e gioco delle bocce in piazza, come si legge nelle guide turistiche.
Breme, in provincia di Pavia, 730 abitanti, attira numerosi visitatori per l'antica Abbazia di San Pietro. È una bomboniera ma è a un passo dalla bancarotta. Il sindaco, Francesco Berzero, ha lanciato un grido di aiuto, scrivendo anche al capo dello Stato, Sergio Mattarella. «La legge ci condanna al fallimento», protesta il primo cittadino e ci racconta il suo dramma. «Il giudice ci ha dato in affidamento tre minori che ora sono in una comunità alla quale dobbiamo versare 110 euro al giorno per ciascuno di loro, ovvero 120.000 euro l'anno. Pur considerando le necessità di questi ragazzi che provengono da una situazione familiare tremenda con un padre violento e alcolizzato, il mio Comune non ha le risorse per far fronte alla loro assistenza». E spiega che «la Regione rimborsa la spesa ma solo per il 40% e dopo un anno. Intanto io forse sarò costretto ad aumentare le imposte, a tagliare il servizio di scuolabus e ad aumentare le rette dell'asilo. Oltre al fatto che ho molti problemi per la manutenzione delle strade». Berzero si è anche rivolto al prefetto perché 110 euro al giorno per ciascun minore «mi sembravano davvero tanti. Ma mi ha risposto che le spese sono alte».
Breme non è un caso isolato. Sono numerosi i piccoli Comuni in tutta Italia che si trovano a dover far fronte a situazioni simili.
Sempre in provincia di Pavia, Ceretto Lomellina, antichissimo borgo, 200 anime, rischia il dissesto per lo stesso motivo. «Da marzo 2018 abbiamo in affido tre minori per le quali versiamo a una casa famiglia circa 85 euro al giorno a testa. Sono 93.000 euro l'anno che solo in parte ci vengono rimborsati e in ritardo», dice il sindaco Giovanni Cattaneo e aggiunge: «Sono stato costretto a tagliare una serie di servizi, dallo scuolabus, al pacco dono per anziani indigenti e ho dovuto rinviare la sistemazione delle strade. Se questi minori restano a nostro carico fino ai 18 anni, il Comune chiude».
Dalla Lombardia al Piemonte, altra Regione cult per il turismo d'élite.
la dittatura di internet
Il sindaco Monica Ciaburro, del Comune di Argentera, 77 abitanti, in provincia di Cuneo, è da 16 mesi senza dipendenti. «Devo aprire e chiudere gli uffici e occuparmi di tutte le pratiche burocratiche, mentre il vicesindaco e l'assessore sbrigano i lavori da cantonieri. Sono intervenuta a riparare una fontana, ho fatto sopralluoghi nei cambi di residenza. Pensi che il pasticcere taglia l'erba e apre l'ambulatorio», ci racconta. Per risponderci ha dovuto interrompere la formazione di un paio di ragazzi con contratto interinale, che dovrebbero dare una mano in ufficio ma «completamente a digiuno delle pratiche di un Comune». E aggiunge: «Sto aspettando l'esito di un bando per avere tre persone, un amministrativo, un tecnico e una polizia municipale ma part time. Il tutto con una burocrazia che ci fa impazzire e Internet che non funziona».
La prima cittadina punta il dito contro un governo che moltiplica le incombenze fiscali con l'uso esclusivo della Rete. «Scontrini e fatture elettroniche, i commercianti non sanno come fare. In Comune la connessione è rimasta bloccata per due settimane. Bisognerebbe capire che i piccoli Comuni non sono attrezzati e non per loro responsabilità».
Ci spostiamo in Liguria. Lavagna, cittadina del Tigullio, è in dissesto finanziario, nelle casse non c'è un soldo per pagare i dipendenti figurarsi per l'acquisto degli alberi di Natale. Agli addobbi, in occasione di queste feste, hanno pensato i cittadini e un vivaista locale.
Queste realtà non ci aspetteremo di trovarle nel florido Nord. Sono borghi con meno di 5.000 residenti ma occupano il 54% del territorio nazionale, in cui vivono oltre 10 milioni di persone e rappresentano il 70% della totalità dei Comuni italiani. Dal 1971 al 2017 in quasi 2.000 piccoli Comuni la popolazione è diminuita di oltre il 20%. Sono località spesso di grande interesse artistico e storico, che compaiono nelle Lonely Planet di tutto il mondo, ma dimenticate dalla politica, prosciugate da un decennio di tagli, tagliate fuori dagli investimenti pubblici, spinte ai margini del Paese da una cultura che tende a privilegiare i grandi centri urbani e il litorale.
Nell'entroterra dell'Abruzzo, la consuetudine della seconda casa per le vacanze resiste ancora, ma non riesce a colmare le casse comunali. Luigi De Acetis, sindaco di Caramanico Terme, provincia di Pescara, ha denunciato più volte la mancanza nei Comuni montani di una postazione fissa del 118. Secondo una recente rilevazione, le sedi senza un segretario o dirigente comunale sono 1.729 negli enti sotto i 10.00 abitanti. Complessivamente i segretari in servizio sono 3.500. Un contingente insufficiente. La conseguenza è spesso la paralisi dei servizi.
i negozi spariscono
Ma c'è di più: coloro che lavorano a volte in sei, anche sette Comuni, devono fare i conti con la legislazione che non prevede rimborsi spesa per gli spostamenti.
Nelle aree interne stanno chiudendo i servizi pubblici e i negozi. Il panettiere, il salumiere o il macellaio sono sempre stati piccoli salotti dove chiacchierare oltre che far spesa. Quelli sopravvissuti alla crisi economica hanno ricevuto la mazzata finale dal fisco con l'introduzione dei pagamenti digitali. A Podenzoi, frazione di 500 abitanti di Longarone, in provincia di Belluno, meta di escursionisti appassionati della montagna, hanno chiuso tutti gli esercizi commerciali. Non potevano affrontare le spese per dotarsi di un registratore di cassa collegato a Internet che marcia a rilento.
«Alla mia età non me la sento di usare computer, Pos e altre diavolerie del genere», ha detto alla stampa l'ultimo barbiere rimasto a Montalcino, Paolo Cencioni, di 76 anni. Niente più pane per i 4.000 abitanti di Pedavena, vicino Belluno. I proprietari dell'ultimo e storico alimentari, con 90 anni di vita, hanno abbassato la saracinesca per sempre: «Troppe tasse». L'Uncem, l'Unione dei Comuni di montagna, aveva chiesto al governo di rinviare l'obbligo dello scontrino elettronico per queste realtà. Nessuna risposta. Sono comunità con poco peso elettorale.
Lo spopolamento influenza anche il sistema scolastico. Alla riduzione degli alunni si è cercato di far fronte con le pluriclassi, cioè l'unione di due ma anche tre classi, con gli insegnanti che devono frammentare il programma per accontentare i bambini di età diverse. A Rocca di Mezzo, in provincia dell'Aquila, il preside dell'Istituto comprensivo San Demetrio Ne' Vestini ha lanciato l'allarme: «Aiutatemi a salvare le mie scuole, altrimenti da qui se ne andranno tutti».
beffa in emilia romagna
A ogni legge di bilancio non mancano le sorprese. A Rifreddo, in Valle Po, sindaco e ragioniere hanno scoperto un taglio di oltre 5.000 euro sul Fondo di solidarietà comunale.
Una sforbiciata di 155.000 euro invece a Casalecchio di Reno, una realtà più grande con 36.700 abitanti, vicino Bologna. «Con meno risorse dovremo rivedere la spesa però senza tagli ai servizi», ci illustra l'assessore al Bilancio, Concetta Bevacqua. Ma qui il governo, a ridosso delle elezioni regionali, ha fatto pervenire anche un altro «regalo»: ha tolto la polizia stradale.
La legge Delrio, il Bullo e Gentiloni: il delitto perfetto dei centri minori
Bilanci a pezzi, dissesto idrogeologico, spopolamento, lotta agli incendi, criminalità in aumento, difesa delle tradizioni, integrazione dei migranti… Sono solo alcune delle problematiche che quotidianamente sindaci, assessori e consiglieri dei piccoli Comuni italiani sono chiamati ad affrontare. Oltre 5.000 centri (per la precisione 5.500) inferiori ai 5.000 abitanti, a rappresentare con 10 milioni di residenti il 17% della popolazione totale e ben il 54% dell'estensione territoriale nazione. Sono 8 le Regioni italiane (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Abruzzo, Molise, Calabria e Sardegna) nelle quali almeno 8 Comuni su 10 fanno parte di questa fascia. Una realtà impossibile da trascurare per dimensioni, rilevanza storica e impatto socioculturale.
Senza dubbio in cima alla lista dei problemi troviamo la difficilissima situazione finanziaria. Secondo un'elaborazione del Sole 24 Ore basata su dati Anci-Ifel, per ben 1.883 centri sotto i 5.000 abitanti (37,8% dei piccoli Comuni, 23,8% sul totale nazionale) il costo del debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva. Una percentuale che sale fino al 18% per quasi 700 amministrazioni, rappresentando non solo un freno alla crescita, ma anche una vera e propria spada di Damocle sulla tenuta stessa dei conti degli enti locali. Per questo motivo, nel corso di un incontro svoltosi lo scorso luglio a Gornate Olona, il responsabile finanza di Anci-Ifel, Andrea Ferri, pur evidenziando passi in avanti con la manovra 2019 (grazie alla rinegoziazione dei mutui Mef) ha fatto presente la necessità di «soluzioni per la riduzione del debito comunale». Secondo quanto emerge dalla banca dati redatta dall'Università Ca' Foscari, dal 1993 a oggi sono stati 95 i piccoli Comuni che hanno dichiarato il dissesto, mentre 166 hanno avviato la procedura di riequilibrio (cosiddetto «predissesto»).
C'è poi il gravoso tema legato allo spopolamento. Dal 2012 al 2017 i piccoli Comuni hanno perso 307.000 residenti, pari al 3% della popolazione. Consultando l'Atlante dei piccoli Comuni realizzato dall'Anci, si scopre che per 965 Comuni in situazione di «controesodo» (cioè con variazione demografica maggiore dell'incremento nazionale), in ben 4.007 si presenta un tasso di crescita inferiore alla media italiana. Detto in altri termini, se questo trend verrà rispettato, più di 7 Comuni su 10 vedranno diminuire nei prossimi anni il loro numero di abitanti.
Alla base della crisi, l'errata convinzione che la fitta rete di minuscoli centri che costituisce l'ossatura dello stivale costituisca un peso più che una risorsa. Un pregiudizio smentito da almeno tre dati: il numero di dipendenti ogni 1.000 abitanti è inferiore alla media dei Comuni italiani (4,8 contro 5,4), la spesa pro capite è più bassa rispetto ai centri più grandi e il 93% delle amministrazioni presenta un avanzo di bilancio.
E invece, complice la famigerata spending review, nell'ultimo decennio i piccoli Comuni si sono ritrovati a dover pagare un prezzo altissimo. Nel suo piano di revisione della spesa presentato a febbraio del 2014, Carlo Cottarelli proponeva l'unione forzosa dei Comuni sotto i 5.000 abitanti. Una misura che, unitamente alla riduzione dei compensi per gli amministratori locali, dei consiglieri regionali e dei loro vitalizi, per il triennio 2014-2016 avrebbe dovuto portare nelle casse dello Stato - udite udite - la ridicola cifra di 300 milioni all'anno. Tradotto in percentuale, lo 0,02% del Pil. Nel corso di un'audizione svoltasi pochi mesi dopo (era ottobre del 2014) di fronte ai membri della commissione parlamentare di vigilanza sull'Anagrafe tributaria, Cottarelli insisteva nella sua tesi: «Non vorrei creare polemica […] ma secondo me 8.000 Comuni sono troppi. Si dovrebbe pensare a una riduzione. Faceva parte delle misure della revisione della spesa anche una riduzione del numero dei Comuni, il che renderebbe più facile il coordinamento». Nel frattempo, la legge 56 del 2014 (cosiddetta «legge Delrio») prevedeva tra le altre cose, «al fine di favorire la fusione dei Comuni» l'erogazione «per i dieci anni successivi alla fusione stessa, appositi contributi straordinari commisurati a una quota dei trasferimenti spettanti ai singoli Comuni che si fondono». E infine, in tempi più recenti, la legge 158 del 2017. Una norma che pur essendo nata con l'intento di sostenere e valorizzare i piccoli Comuni, al tempo stesso istituiva nero su bianco la «priorità al finanziamento degli interventi proposti da Comuni istituiti a seguito di fusione o appartenenti a unioni di Comuni». Ecco servito dai governi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni il delitto perfetto ai danni dei centri minori, e del quale i territori ancora oggi subiscono le conseguenze.
Ma la ciliegina sulla torta è rappresentata dalle sciagurate norme europee che per anni hanno castrato la possibilità di spesa degli enti locali. Con l'adesione al Patto di stabilità e crescita, lo Stato ha coinvolto gli enti locali nel raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica. Nel 2012, con il governo Monti, anche per queste amministrazioni entra in vigore l'obbligo del pareggio di bilancio. Comuni, province e Regioni si trovano con le mani legate nell'impossibilità di spendere i loro stessi soldi. Fortunatamente dal 2018, a seguito della decisione della Consulta, il patto di stabilità interno viene superato e l'avanzo di amministrazione torna nella piena disponibilità degli enti. Per i piccoli Comuni finalmente una boccata d'ossigeno che vale 2,7 miliardi di euro e può rappresentare, dopo anni di austerità, l'occasione per il tanto atteso rilancio.
«Dietro questa strage c’è un disegno politico»

Ansa
Trentacinque anni di esperienza come amministratore di Marsaglia, Comune di poco più di 200 abitanti che vivono abbarbicati su un colle delle Langhe, a poco meno di un'ora di macchina da Cuneo. «Tutti i sindaci lavorano per il bene del proprio Comune», tiene a precisare il nostro interlocutore. Ma bastano pochi minuti di conversazione con Franca Biglio, sindaco e presidente fin dalla sua fondazione dell'Associazione nazionale dei piccoli comuni di Italia (Anpci, circa 3.000 associati sotto i 15.000 abitanti), per capire che, in realtà, dietro a questa scelta di vita c'è molto di più.
Com'è nata l'idea di costituire l'Associazione?
«Era il 1987 quando il governo introdusse il regime di tesoreria unica anche per i piccoli Comuni. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Decisi di affittare un camper con mio marito e girare per capire se il problema che sentivo io fosse lo stesso per tutti. Quello che riscontrammo fu un coro unanime: “Nessuno ci rappresenta, nessuno si interessa a noi". Ecco, la nostra Associazione nasce per questo: accendere un faro, e tenerlo acceso, sui piccoli Comuni. Siamo riusciti a far cambiare l'idea che ci considera un peso anziché un patrimonio virtuoso».
Ci spiega perché questi centri sono così importanti?
«Noi siamo il presidio e l'avamposto sul territorio. Se non ci fossero gli amministratori dei piccoli Comuni che si rimboccano le maniche e lavorano al fianco della Protezione civile, delle pro loco e del volontariato, il territorio sarebbe meno vivibile».
Ma negli ultimi anni le cose si sono fatte difficili…
«Lo sa che la spending review ha causato una riduzione del 60% delle risorse finanziarie? Quando in un Comune vengono a mancare determinati servizi, è normale che la gente vada via. È vero che nei piccoli centri costano di più, ma bisogna vedere la contropartita».
E quale sarebbe?
«La qualità della vita, innanzitutto. Poi c'è il rapporto con il territorio, nel quale sono insediate una miriade di piccole e medie imprese agroalimentari, come ha dimostrato l'Expo di Milano del 2015. Infine, le relazioni sociali: altrove sei un numero, qua invece ci conosciamo e ci aiutiamo tutti, siamo una comunità. Ecco: questa contropartita è cercare di assaporare il gusto di un ambiente diverso dalla città, dove da un pianerottolo all'altro non ci si conosce».
Non si tratta di aspetti secondari. Siamo sicuri che dietro all'attacco ai piccoli Comuni si nasconda solo una questione di risparmio?
«Ma no, dei costi in realtà non interessa a nessuno! C'è un progetto politico, perché nei piccoli Comuni i sindaci si candidano con liste civiche e non sono manovrabili dal partito. Unire i Comuni significa avere centri più grandi, e dunque amministratori scelti dalla politica».
Quali sono le battaglie che vi trovate ad affrontare in questo periodo?
«Sempre le stesse: chiediamo risorse adeguate e la possibilità di operare in deroga rispetto alle leggi nazionali, progettate per le grandi città. Noi non sprechiamo, anzi siamo oculati! Ma abbiamo bisogno di un abito confezionato su misura».
Con tutti questi problemi, chi ve lo fa fare?
«Vede, quello di sindaco più che un mestiere è una vocazione. Sono convinta che i sindaci dei piccoli comuni vivano in una condizione di perenne innamoramento. È la cosa più bella perché non ti fa fermare mai».
«Lo Stato ci soffoca con le tasse»

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«Calo demografico, invecchiamento della popolazione, tutela sanitaria, scuola, infrastrutture e connettività: sono questi i grandi mali dei piccoli Comuni. Ci sono amministrazioni dove il sindaco fa anche il ragioniere, il geometra, il capo cantiere, perché non può assumere nessuno. Negli ultimi dieci anni il prelievo finanziario da parte dello Stato è stato pesantissimo». È un'analisi impietosa quella di Guido Castelli, responsabile finanza locale dell'Anci, l'associazione che riunisce i Comuni italiani.
Ora però i sindaci possono tornare ad assumere.
«Ma non hanno i soldi per farlo. La crisi finanziaria ha ridotto la loro autonomia. Dal 2012 al 2019 il saldo del bilancio pubblico è migliorato di 25 miliardi e 12 miliardi sono venuti dalle autonomie che hanno effettuato pesanti tagli alle spese. Il contributo dato dai Comuni e in particolare da quelli piccoli è stato sproporzionato rispetto a quanto hanno ricevuto. Inoltre hanno subito gli effetti delle riforme delle province. Queste prima garantivano una sorta di protezione amministrativa svolgendo funzioni di supporto e consulenza ma ora sono state private di questa capacità operativa professionale».
Quali sono i problemi che impediscono ai piccoli Comuni di superare la crisi?
«Oltre alla mancanza di risorse c'è un problema sociologico. L'attuale modello di sviluppo tende a favorire le grandi concentrazioni urbane e litoranee con il conseguente indebolimento dell'entroterra. Con lo spopolamento di vaste zone, i servizi di assistenza sanitaria si sono ridotti spingendo ancora di più la popolazione a migrare verso i grandi centri. Lo stesso accade per le scuole che hanno sempre meno alunni».
Cosa impedisce all'economia di ripartire?
«I piccoli centri sono lontani dagli snodi dei traffici di merci e servizi e il modello di sviluppo nazionale li tiene ai margini del Paese».
Eppure ci sono stati tentativi legislativi per sostenere la crescita di queste aree. Cosa non ha funzionato?
«Ermete Realacci si intestò una legge nel 2017 per sostenere i piccoli Comuni anche sotto il profilo turistico. Una legge ben fatta, peccato però che il Parlamento non ci ha messo un soldo. E tutto è finito lì».
C'è carenza di servizi?
«Servirebbero piani di sviluppo mirati per queste realtà, con regole diverse da quelle che agiscono nelle grandi città. Prendiamo la scuola. Gli standard previsti dalle leggi nazionali per la costituzione delle classi devono essere adattati ai piccoli Comuni. C'è il problema del trasporto pubblico locale, dei servizi postali per la consegna dei pacchi. Nell'era di Amazon è necessaria una rete che comprenda anche realtà montane. E poi Internet, la banda larga è ancora un lusso. C'è un programma di cablaggio delle aree svantaggiate, ma siamo in ritardo».
Continua a leggereRiduci
Strangolati dai tagli, con personale all'osso, spopolati, privati dei presidi sanitari o di polizia, vessati da scadenze fiscali e burocrazia: così sta morendo mezza Italia.I governi di sinistra hanno forzato la mano sugli accorpamenti. Il risparmio per l'erario? Solo lo 0,02% del Pil I borghi infatti hanno una spesa pro capite inferiore a quella delle grandi città. E i bilanci quasi tutti in attivo.Il sindaco attivista di Marsaglia (Cuneo) Franca Biglio: «Ci puniscono perché amministriamo con le liste civiche, non manovrabili dai partiti».Guido Castelli, responsabile finanza dell'Anci: «Abbiamo versato più di quanto abbiamo ricevuto ma ci tengono ai margini del Paese. Le aree interne sono escluse pure dalla Rete».Lo speciale contiene quattro articoli.Chissà se Jennifer Lopez, quando dice che il suo sogno è vivere in un piccolo Comune italiano, sa a quali disservizi andrebbe incontro. I borghi del nostro Paese non sono solo fiori ai balconi, odore di pane fresco e gioco delle bocce in piazza, come si legge nelle guide turistiche. Breme, in provincia di Pavia, 730 abitanti, attira numerosi visitatori per l'antica Abbazia di San Pietro. È una bomboniera ma è a un passo dalla bancarotta. Il sindaco, Francesco Berzero, ha lanciato un grido di aiuto, scrivendo anche al capo dello Stato, Sergio Mattarella. «La legge ci condanna al fallimento», protesta il primo cittadino e ci racconta il suo dramma. «Il giudice ci ha dato in affidamento tre minori che ora sono in una comunità alla quale dobbiamo versare 110 euro al giorno per ciascuno di loro, ovvero 120.000 euro l'anno. Pur considerando le necessità di questi ragazzi che provengono da una situazione familiare tremenda con un padre violento e alcolizzato, il mio Comune non ha le risorse per far fronte alla loro assistenza». E spiega che «la Regione rimborsa la spesa ma solo per il 40% e dopo un anno. Intanto io forse sarò costretto ad aumentare le imposte, a tagliare il servizio di scuolabus e ad aumentare le rette dell'asilo. Oltre al fatto che ho molti problemi per la manutenzione delle strade». Berzero si è anche rivolto al prefetto perché 110 euro al giorno per ciascun minore «mi sembravano davvero tanti. Ma mi ha risposto che le spese sono alte».Breme non è un caso isolato. Sono numerosi i piccoli Comuni in tutta Italia che si trovano a dover far fronte a situazioni simili.Sempre in provincia di Pavia, Ceretto Lomellina, antichissimo borgo, 200 anime, rischia il dissesto per lo stesso motivo. «Da marzo 2018 abbiamo in affido tre minori per le quali versiamo a una casa famiglia circa 85 euro al giorno a testa. Sono 93.000 euro l'anno che solo in parte ci vengono rimborsati e in ritardo», dice il sindaco Giovanni Cattaneo e aggiunge: «Sono stato costretto a tagliare una serie di servizi, dallo scuolabus, al pacco dono per anziani indigenti e ho dovuto rinviare la sistemazione delle strade. Se questi minori restano a nostro carico fino ai 18 anni, il Comune chiude». Dalla Lombardia al Piemonte, altra Regione cult per il turismo d'élite. la dittatura di internetIl sindaco Monica Ciaburro, del Comune di Argentera, 77 abitanti, in provincia di Cuneo, è da 16 mesi senza dipendenti. «Devo aprire e chiudere gli uffici e occuparmi di tutte le pratiche burocratiche, mentre il vicesindaco e l'assessore sbrigano i lavori da cantonieri. Sono intervenuta a riparare una fontana, ho fatto sopralluoghi nei cambi di residenza. Pensi che il pasticcere taglia l'erba e apre l'ambulatorio», ci racconta. Per risponderci ha dovuto interrompere la formazione di un paio di ragazzi con contratto interinale, che dovrebbero dare una mano in ufficio ma «completamente a digiuno delle pratiche di un Comune». E aggiunge: «Sto aspettando l'esito di un bando per avere tre persone, un amministrativo, un tecnico e una polizia municipale ma part time. Il tutto con una burocrazia che ci fa impazzire e Internet che non funziona». La prima cittadina punta il dito contro un governo che moltiplica le incombenze fiscali con l'uso esclusivo della Rete. «Scontrini e fatture elettroniche, i commercianti non sanno come fare. In Comune la connessione è rimasta bloccata per due settimane. Bisognerebbe capire che i piccoli Comuni non sono attrezzati e non per loro responsabilità».Ci spostiamo in Liguria. Lavagna, cittadina del Tigullio, è in dissesto finanziario, nelle casse non c'è un soldo per pagare i dipendenti figurarsi per l'acquisto degli alberi di Natale. Agli addobbi, in occasione di queste feste, hanno pensato i cittadini e un vivaista locale.Queste realtà non ci aspetteremo di trovarle nel florido Nord. Sono borghi con meno di 5.000 residenti ma occupano il 54% del territorio nazionale, in cui vivono oltre 10 milioni di persone e rappresentano il 70% della totalità dei Comuni italiani. Dal 1971 al 2017 in quasi 2.000 piccoli Comuni la popolazione è diminuita di oltre il 20%. Sono località spesso di grande interesse artistico e storico, che compaiono nelle Lonely Planet di tutto il mondo, ma dimenticate dalla politica, prosciugate da un decennio di tagli, tagliate fuori dagli investimenti pubblici, spinte ai margini del Paese da una cultura che tende a privilegiare i grandi centri urbani e il litorale.Nell'entroterra dell'Abruzzo, la consuetudine della seconda casa per le vacanze resiste ancora, ma non riesce a colmare le casse comunali. Luigi De Acetis, sindaco di Caramanico Terme, provincia di Pescara, ha denunciato più volte la mancanza nei Comuni montani di una postazione fissa del 118. Secondo una recente rilevazione, le sedi senza un segretario o dirigente comunale sono 1.729 negli enti sotto i 10.00 abitanti. Complessivamente i segretari in servizio sono 3.500. Un contingente insufficiente. La conseguenza è spesso la paralisi dei servizi. i negozi sparisconoMa c'è di più: coloro che lavorano a volte in sei, anche sette Comuni, devono fare i conti con la legislazione che non prevede rimborsi spesa per gli spostamenti. Nelle aree interne stanno chiudendo i servizi pubblici e i negozi. Il panettiere, il salumiere o il macellaio sono sempre stati piccoli salotti dove chiacchierare oltre che far spesa. Quelli sopravvissuti alla crisi economica hanno ricevuto la mazzata finale dal fisco con l'introduzione dei pagamenti digitali. A Podenzoi, frazione di 500 abitanti di Longarone, in provincia di Belluno, meta di escursionisti appassionati della montagna, hanno chiuso tutti gli esercizi commerciali. Non potevano affrontare le spese per dotarsi di un registratore di cassa collegato a Internet che marcia a rilento. «Alla mia età non me la sento di usare computer, Pos e altre diavolerie del genere», ha detto alla stampa l'ultimo barbiere rimasto a Montalcino, Paolo Cencioni, di 76 anni. Niente più pane per i 4.000 abitanti di Pedavena, vicino Belluno. I proprietari dell'ultimo e storico alimentari, con 90 anni di vita, hanno abbassato la saracinesca per sempre: «Troppe tasse». L'Uncem, l'Unione dei Comuni di montagna, aveva chiesto al governo di rinviare l'obbligo dello scontrino elettronico per queste realtà. Nessuna risposta. Sono comunità con poco peso elettorale.Lo spopolamento influenza anche il sistema scolastico. Alla riduzione degli alunni si è cercato di far fronte con le pluriclassi, cioè l'unione di due ma anche tre classi, con gli insegnanti che devono frammentare il programma per accontentare i bambini di età diverse. A Rocca di Mezzo, in provincia dell'Aquila, il preside dell'Istituto comprensivo San Demetrio Ne' Vestini ha lanciato l'allarme: «Aiutatemi a salvare le mie scuole, altrimenti da qui se ne andranno tutti». beffa in emilia romagnaA ogni legge di bilancio non mancano le sorprese. A Rifreddo, in Valle Po, sindaco e ragioniere hanno scoperto un taglio di oltre 5.000 euro sul Fondo di solidarietà comunale. Una sforbiciata di 155.000 euro invece a Casalecchio di Reno, una realtà più grande con 36.700 abitanti, vicino Bologna. «Con meno risorse dovremo rivedere la spesa però senza tagli ai servizi», ci illustra l'assessore al Bilancio, Concetta Bevacqua. Ma qui il governo, a ridosso delle elezioni regionali, ha fatto pervenire anche un altro «regalo»: ha tolto la polizia stradale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uccidono-i-piccoli-comuni-aiuto-2644859418.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-legge-delrio-il-bullo-e-gentiloni-il-delitto-perfetto-dei-centri-minori" data-post-id="2644859418" data-published-at="1771322628" data-use-pagination="False"> La legge Delrio, il Bullo e Gentiloni: il delitto perfetto dei centri minori Bilanci a pezzi, dissesto idrogeologico, spopolamento, lotta agli incendi, criminalità in aumento, difesa delle tradizioni, integrazione dei migranti… Sono solo alcune delle problematiche che quotidianamente sindaci, assessori e consiglieri dei piccoli Comuni italiani sono chiamati ad affrontare. Oltre 5.000 centri (per la precisione 5.500) inferiori ai 5.000 abitanti, a rappresentare con 10 milioni di residenti il 17% della popolazione totale e ben il 54% dell'estensione territoriale nazione. Sono 8 le Regioni italiane (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Abruzzo, Molise, Calabria e Sardegna) nelle quali almeno 8 Comuni su 10 fanno parte di questa fascia. Una realtà impossibile da trascurare per dimensioni, rilevanza storica e impatto socioculturale. Senza dubbio in cima alla lista dei problemi troviamo la difficilissima situazione finanziaria. Secondo un'elaborazione del Sole 24 Ore basata su dati Anci-Ifel, per ben 1.883 centri sotto i 5.000 abitanti (37,8% dei piccoli Comuni, 23,8% sul totale nazionale) il costo del debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva. Una percentuale che sale fino al 18% per quasi 700 amministrazioni, rappresentando non solo un freno alla crescita, ma anche una vera e propria spada di Damocle sulla tenuta stessa dei conti degli enti locali. Per questo motivo, nel corso di un incontro svoltosi lo scorso luglio a Gornate Olona, il responsabile finanza di Anci-Ifel, Andrea Ferri, pur evidenziando passi in avanti con la manovra 2019 (grazie alla rinegoziazione dei mutui Mef) ha fatto presente la necessità di «soluzioni per la riduzione del debito comunale». Secondo quanto emerge dalla banca dati redatta dall'Università Ca' Foscari, dal 1993 a oggi sono stati 95 i piccoli Comuni che hanno dichiarato il dissesto, mentre 166 hanno avviato la procedura di riequilibrio (cosiddetto «predissesto»). C'è poi il gravoso tema legato allo spopolamento. Dal 2012 al 2017 i piccoli Comuni hanno perso 307.000 residenti, pari al 3% della popolazione. Consultando l'Atlante dei piccoli Comuni realizzato dall'Anci, si scopre che per 965 Comuni in situazione di «controesodo» (cioè con variazione demografica maggiore dell'incremento nazionale), in ben 4.007 si presenta un tasso di crescita inferiore alla media italiana. Detto in altri termini, se questo trend verrà rispettato, più di 7 Comuni su 10 vedranno diminuire nei prossimi anni il loro numero di abitanti. Alla base della crisi, l'errata convinzione che la fitta rete di minuscoli centri che costituisce l'ossatura dello stivale costituisca un peso più che una risorsa. Un pregiudizio smentito da almeno tre dati: il numero di dipendenti ogni 1.000 abitanti è inferiore alla media dei Comuni italiani (4,8 contro 5,4), la spesa pro capite è più bassa rispetto ai centri più grandi e il 93% delle amministrazioni presenta un avanzo di bilancio. E invece, complice la famigerata spending review, nell'ultimo decennio i piccoli Comuni si sono ritrovati a dover pagare un prezzo altissimo. Nel suo piano di revisione della spesa presentato a febbraio del 2014, Carlo Cottarelli proponeva l'unione forzosa dei Comuni sotto i 5.000 abitanti. Una misura che, unitamente alla riduzione dei compensi per gli amministratori locali, dei consiglieri regionali e dei loro vitalizi, per il triennio 2014-2016 avrebbe dovuto portare nelle casse dello Stato - udite udite - la ridicola cifra di 300 milioni all'anno. Tradotto in percentuale, lo 0,02% del Pil. Nel corso di un'audizione svoltasi pochi mesi dopo (era ottobre del 2014) di fronte ai membri della commissione parlamentare di vigilanza sull'Anagrafe tributaria, Cottarelli insisteva nella sua tesi: «Non vorrei creare polemica […] ma secondo me 8.000 Comuni sono troppi. Si dovrebbe pensare a una riduzione. Faceva parte delle misure della revisione della spesa anche una riduzione del numero dei Comuni, il che renderebbe più facile il coordinamento». Nel frattempo, la legge 56 del 2014 (cosiddetta «legge Delrio») prevedeva tra le altre cose, «al fine di favorire la fusione dei Comuni» l'erogazione «per i dieci anni successivi alla fusione stessa, appositi contributi straordinari commisurati a una quota dei trasferimenti spettanti ai singoli Comuni che si fondono». E infine, in tempi più recenti, la legge 158 del 2017. Una norma che pur essendo nata con l'intento di sostenere e valorizzare i piccoli Comuni, al tempo stesso istituiva nero su bianco la «priorità al finanziamento degli interventi proposti da Comuni istituiti a seguito di fusione o appartenenti a unioni di Comuni». Ecco servito dai governi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni il delitto perfetto ai danni dei centri minori, e del quale i territori ancora oggi subiscono le conseguenze. Ma la ciliegina sulla torta è rappresentata dalle sciagurate norme europee che per anni hanno castrato la possibilità di spesa degli enti locali. Con l'adesione al Patto di stabilità e crescita, lo Stato ha coinvolto gli enti locali nel raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica. Nel 2012, con il governo Monti, anche per queste amministrazioni entra in vigore l'obbligo del pareggio di bilancio. Comuni, province e Regioni si trovano con le mani legate nell'impossibilità di spendere i loro stessi soldi. Fortunatamente dal 2018, a seguito della decisione della Consulta, il patto di stabilità interno viene superato e l'avanzo di amministrazione torna nella piena disponibilità degli enti. Per i piccoli Comuni finalmente una boccata d'ossigeno che vale 2,7 miliardi di euro e può rappresentare, dopo anni di austerità, l'occasione per il tanto atteso rilancio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/uccidono-i-piccoli-comuni-aiuto-2644859418.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dietro-questa-strage-ce-un-disegno-politico" data-post-id="2644859418" data-published-at="1771322628" data-use-pagination="False"> «Dietro questa strage c’è un disegno politico» Ansa Trentacinque anni di esperienza come amministratore di Marsaglia, Comune di poco più di 200 abitanti che vivono abbarbicati su un colle delle Langhe, a poco meno di un'ora di macchina da Cuneo. «Tutti i sindaci lavorano per il bene del proprio Comune», tiene a precisare il nostro interlocutore. Ma bastano pochi minuti di conversazione con Franca Biglio, sindaco e presidente fin dalla sua fondazione dell'Associazione nazionale dei piccoli comuni di Italia (Anpci, circa 3.000 associati sotto i 15.000 abitanti), per capire che, in realtà, dietro a questa scelta di vita c'è molto di più. Com'è nata l'idea di costituire l'Associazione? «Era il 1987 quando il governo introdusse il regime di tesoreria unica anche per i piccoli Comuni. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Decisi di affittare un camper con mio marito e girare per capire se il problema che sentivo io fosse lo stesso per tutti. Quello che riscontrammo fu un coro unanime: “Nessuno ci rappresenta, nessuno si interessa a noi". Ecco, la nostra Associazione nasce per questo: accendere un faro, e tenerlo acceso, sui piccoli Comuni. Siamo riusciti a far cambiare l'idea che ci considera un peso anziché un patrimonio virtuoso». Ci spiega perché questi centri sono così importanti? «Noi siamo il presidio e l'avamposto sul territorio. Se non ci fossero gli amministratori dei piccoli Comuni che si rimboccano le maniche e lavorano al fianco della Protezione civile, delle pro loco e del volontariato, il territorio sarebbe meno vivibile». Ma negli ultimi anni le cose si sono fatte difficili… «Lo sa che la spending review ha causato una riduzione del 60% delle risorse finanziarie? Quando in un Comune vengono a mancare determinati servizi, è normale che la gente vada via. È vero che nei piccoli centri costano di più, ma bisogna vedere la contropartita». E quale sarebbe? «La qualità della vita, innanzitutto. Poi c'è il rapporto con il territorio, nel quale sono insediate una miriade di piccole e medie imprese agroalimentari, come ha dimostrato l'Expo di Milano del 2015. Infine, le relazioni sociali: altrove sei un numero, qua invece ci conosciamo e ci aiutiamo tutti, siamo una comunità. Ecco: questa contropartita è cercare di assaporare il gusto di un ambiente diverso dalla città, dove da un pianerottolo all'altro non ci si conosce». Non si tratta di aspetti secondari. Siamo sicuri che dietro all'attacco ai piccoli Comuni si nasconda solo una questione di risparmio? «Ma no, dei costi in realtà non interessa a nessuno! C'è un progetto politico, perché nei piccoli Comuni i sindaci si candidano con liste civiche e non sono manovrabili dal partito. Unire i Comuni significa avere centri più grandi, e dunque amministratori scelti dalla politica». Quali sono le battaglie che vi trovate ad affrontare in questo periodo? «Sempre le stesse: chiediamo risorse adeguate e la possibilità di operare in deroga rispetto alle leggi nazionali, progettate per le grandi città. Noi non sprechiamo, anzi siamo oculati! Ma abbiamo bisogno di un abito confezionato su misura». Con tutti questi problemi, chi ve lo fa fare? «Vede, quello di sindaco più che un mestiere è una vocazione. Sono convinta che i sindaci dei piccoli comuni vivano in una condizione di perenne innamoramento. È la cosa più bella perché non ti fa fermare mai». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/uccidono-i-piccoli-comuni-aiuto-2644859418.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="lo-stato-ci-soffoca-con-le-tasse" data-post-id="2644859418" data-published-at="1771322628" data-use-pagination="False"> «Lo Stato ci soffoca con le tasse» Ansa «Calo demografico, invecchiamento della popolazione, tutela sanitaria, scuola, infrastrutture e connettività: sono questi i grandi mali dei piccoli Comuni. Ci sono amministrazioni dove il sindaco fa anche il ragioniere, il geometra, il capo cantiere, perché non può assumere nessuno. Negli ultimi dieci anni il prelievo finanziario da parte dello Stato è stato pesantissimo». È un'analisi impietosa quella di Guido Castelli, responsabile finanza locale dell'Anci, l'associazione che riunisce i Comuni italiani. Ora però i sindaci possono tornare ad assumere. «Ma non hanno i soldi per farlo. La crisi finanziaria ha ridotto la loro autonomia. Dal 2012 al 2019 il saldo del bilancio pubblico è migliorato di 25 miliardi e 12 miliardi sono venuti dalle autonomie che hanno effettuato pesanti tagli alle spese. Il contributo dato dai Comuni e in particolare da quelli piccoli è stato sproporzionato rispetto a quanto hanno ricevuto. Inoltre hanno subito gli effetti delle riforme delle province. Queste prima garantivano una sorta di protezione amministrativa svolgendo funzioni di supporto e consulenza ma ora sono state private di questa capacità operativa professionale». Quali sono i problemi che impediscono ai piccoli Comuni di superare la crisi? «Oltre alla mancanza di risorse c'è un problema sociologico. L'attuale modello di sviluppo tende a favorire le grandi concentrazioni urbane e litoranee con il conseguente indebolimento dell'entroterra. Con lo spopolamento di vaste zone, i servizi di assistenza sanitaria si sono ridotti spingendo ancora di più la popolazione a migrare verso i grandi centri. Lo stesso accade per le scuole che hanno sempre meno alunni». Cosa impedisce all'economia di ripartire? «I piccoli centri sono lontani dagli snodi dei traffici di merci e servizi e il modello di sviluppo nazionale li tiene ai margini del Paese». Eppure ci sono stati tentativi legislativi per sostenere la crescita di queste aree. Cosa non ha funzionato? «Ermete Realacci si intestò una legge nel 2017 per sostenere i piccoli Comuni anche sotto il profilo turistico. Una legge ben fatta, peccato però che il Parlamento non ci ha messo un soldo. E tutto è finito lì». C'è carenza di servizi? «Servirebbero piani di sviluppo mirati per queste realtà, con regole diverse da quelle che agiscono nelle grandi città. Prendiamo la scuola. Gli standard previsti dalle leggi nazionali per la costituzione delle classi devono essere adattati ai piccoli Comuni. C'è il problema del trasporto pubblico locale, dei servizi postali per la consegna dei pacchi. Nell'era di Amazon è necessaria una rete che comprenda anche realtà montane. E poi Internet, la banda larga è ancora un lusso. C'è un programma di cablaggio delle aree svantaggiate, ma siamo in ritardo».
Il presidente del Coni Luciano Buonfiglio (Ansa)
Il record di Lillehammer è già alle spalle. Nel giro di poco più di una settimana l’Italia ha riscritto la propria storia olimpica, superando il primato di medaglie conquistato nel 1994 e trasformando Milano-Cortina 2026 in un palcoscenico tricolore. È su questa scia di successi che il presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, Luciano Buonfiglio, intervenuto ieri alla Triennale di Milano in occasione della presentazione del report Your Next Milano 2026, ha rivendicato dal palco il valore sistemico dello sport italiano.
«Sono 110.000 società sportive, ha un prodotto interno lordo dell’1,5%, e le aziende che si occupano di sport esportano 4 miliardi e 800 milioni di lire», ha ricordato, per sottolineare che lo sport «è un’attività che già di per sé produce attività economica». Non solo competizione, dunque, ma filiera produttiva, occupazione, indotto.
Per Buonfiglio, tuttavia, il punto è ancora più ampio: «Lo sport è un veicolo che può promuovere il turismo, sicuramente, con i grandi eventi. Può produrre miglioramento alla città che realizza impiantistica sportiva, può produrre innanzitutto benessere». E ancora: «Se fai una vita sana si vive meglio, si ricorre meno ai farmaci, si sta più in compagnia con gli altri, quindi un fattore sociale».
Alle Olimpiadi, ha spiegato, «tutti questi fattori sono alla massima potenza». Ha parlato di «sei località, una più bella dell’altra», citando Anterselva, Tesero, Livigno, Bormio, Milano e Cortina d'Ampezzo, come simboli di un’Olimpiade «diffusa» capace di portare «l’attenzione di 2 miliardi e 8, 3 miliardi di persone», mostrando «immagini stupende del nostro territorio».
Un risultato organizzativo che il presidente del Coni ha attribuito anche al «contributo determinante del governo e delle istituzioni locali», ringraziando «le regioni, il comune di Milano e il governo», perché «altrimenti non ci saremmo riusciti». «È stata una sfida fantastica e di questo ne siamo tutti orgogliosi». Ma, ha aggiunto, «tutto questo non avrebbe avuto la risonanza che ha se non avessimo vinto fino adesso». La chiave è la vittoria: «Si segue quello che è vincente e quindi noi continuiamo a dire che siamo condannati a vincere. Perché se non vinci non sei protagonista, se non sei protagonista non produci l’effetto trainante di un modello vincente».
Dopo i successi di Tokyo 2020 e di Parigi 2024, Buonfiglio vede nello slancio di Milano-Cortina la conferma di «un modello vincente», capace di reggere anche «alle Olimpiadi in casa nostra, dove è più difficile vincere per le pressioni che hai». Da qui l’orgoglio «delle nostre atlete, dei nostri atleti, degli staff tecnici, dei Presidenti federali, dei gruppi sportivi e militari, della preparazione olimpica del Coni», perché, ha concluso, «insieme si vince e siamo un bel esempio nel mondo».
Il record di medaglie resta super. Ma i nuovi sport hanno aiutato

Ansa
«La cinese mi ha preso a sportellate e mi girano…». Arianna Fontana è furente, la spallata di Gong Li nella finale di Short Track le impedisce un doppio sorpasso: quello che potrebbe portarla sul podio dei 1000 metri (finisce quarta, le medaglie di legno valgono solo per il camino e l’archivio) e soprattutto quello sullo schermidore Edoardo Mangiarotti che continua a resistere dalle foto seppiate, appaiato alla pattinatrice valtellinese a 13 medaglie totali. Da qui a domenica ci sono ancora due prove a disposizione della «cannibale» di Berbenno per diventare in solitudine l’atleta italiana più olimpionica di sempre, ma questa volta è andata male.
Se la statistica individuale è in stallo, quella collettiva celebra il trionfo del Team Italia che a metà Giochi ha stracciato il primato dei 20 metalli conquistati a Lillehammer in Norvegia nel 1994 ed è arrivato a 22. Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, è giustamente orgoglioso: «Un risultato straordinario, un successo senza precedenti, lo sport può essere un esempio per tutte le altre attività in Italia. I successi sono sempre il frutto di lavoro e fatica». Per quanto lo riguarda anche della fortuna, visto che si è seduto sulla poltrona di Giovanni Malagò solo qualche mese fa e ha fatto appena in tempo a conoscere i nomi delle specialità olimpiche.
Che Buonfiglio stia ancora studiando lo dimostra una piccola gaffe «mattarelliana» compiuta nell’intervista al Corriere della Sera: «Siamo secondi nel medagliere dietro la Norvegia ma nessuno si è accorto che loro hanno vinto in quattro specialità e noi in nove», ha sottolineato. In realtà sono sette, bastava contarle. Calcoli alla mano, i trionfi rischiano di bruciare 4 milioni in premi (180.000 euro all’oro, 90.000 all’argento, 60.000 al bronzo); il presidente sorride e rassicura gli atleti: «Nessun problema, chiederemo un mutuo».
Sulla faccenda del record vale la pena fare un distinguo numerico: a Lillehammer le competizioni furono 61, a Milano-Cortina 116, quasi il doppio, determinate da necessità di genere (inclusione e squadre miste) e televisive. Scelte talvolta forzate, che nella seconda settimana ci portano verso gare originali se non estemporanee come il Bob singolo femminile e qualche acrobazia circense. Il calendario è fittissimo, mancano solo l’Inseguimento dell’orso polare e la Discesa su padella a coppie. Comunque le medaglie sono 22 e consola il fatto che il primato sia stato raggiunto nelle specialità più nobili: Sci alpino, Fondo, Biathlon, Pattinaggio, Slittino.
Mentre la squadra femminile di sci è stata meravigliosa (Federica Brignone nella leggenda è la punta di diamante) se fosse stato per i gigantisti e gli slalomisti saremmo rimasti a bocca asciutta. Nessun nipotino di Gustavo Thoeni, Piero Gros, Alberto Tomba. Nello Speciale di Bormio Max Vinatzer delude ancora una volta: subito a litigare con i paletti, fuori. Lo conferma lui stesso: «Nella mia specialità volevo una medaglia e non ce l’ho fatta. Sono uno dei perdenti di questi Giochi, ora devo fare un lavoro su me stesso per scrollarmi la pressione che mi attanaglia e diventare più bastardo». Il migliore degli azzurri (e l’unico a vedere il traguardo) è Tommaso Saccardi, 12°. Troppo poco.
Una delle gare regine è condizionata da nevicata e maltempo, ma nello sci è normale. Alla fine è un’ecatombe: esce di pista anche il favoritissimo brasiliano Luca Pinheiro-Braaten, già oro in Gigante. Vince lo svizzero Loic Meillard (quarto oro elvetico nella stessa olimpiade, mai successo) davanti all’austriaco Fabio Gstrein e al norvegese Henrik Kristoffersen. Con una coda malinconica: l’altro scandinavo Atle McGrath, in testa nella prima manche e con l’oro in tasca, inforca banalmente, lancia un urlo disperato, abbandona gli sci, si infila piangendo sotto le reti di protezione e va ad accasciarsi nel bosco sotto un albero. Ha il lutto al braccio, voleva quella medaglia per dedicarla al nonno recentemente scomparso. Un’immagine che la dice lunga sulle pressioni psicologiche che opprimono questi ragazzi nel giorno che vale una vita sportiva.
La giornata somiglia al meteo sullo Stelvio: grigia. Nel curling l’Italia è sconfitta dalla Cina 11-4 mentre una tempesta di neve a Livigno ritarda la finale notturna di Freestyle big air alla quale Flora Tabanelli si è qualificata da sesta e Maria Gassliter con il decimo punteggio. Sulla pista di Cortina intitolata al leggendario Eugenio Monti (protagonista di un docufilm dal titolo «Il rosso volante» in programma sulla Rai), è cominciata la sfida del Bob, in barba alle reiterate polemiche degli ambientalisti. Patrick Baumgartner e Robert Mircea hanno il compito di ben figurare contro gli squadroni tedesco e americano. Quando scende la sera, l’unica certezza è la partecipazione di Achille Lauro alla cerimonia di chiusura dei Giochi domenica all’Arena di Verona.
Oggi si rivede la nazionale di hockey su ghiaccio, che fin qui le ha perse tutte. Dopo le battaglie sfortunate con Svezia e Slovacchia è crollata contro la Finlandia (11-0) ma oggi ha l’opportunità di andare comunque avanti in un quarto di finale sempre elettrico contro la Svizzera. Il resto del programma è confortante, si potrebbe ricominciare a conquistare podi, con la staffetta del Biathlon e con gli inseguimenti a squadre maschile e femminile nel Pattinaggio, fin qui generoso di exploit. In attesa del ritorno in pista dei lady Fontana, domani in missione per conquistare la famosa medaglia dei record. Maledizione di Mangiarotti permettendo.
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Ansa
[…] Prima dell’avvento della Costituzione repubblicana, il ruolo del pm era inequivocabilmente legato al potere esecutivo. Egli era un funzionario alle dirette dipendenze del governo, tanto da essere definito «procuratore del Re». Sottoposto al potere gerarchico e disciplinare del ministro di Grazia e Giustizia, riceveva da questi ordini e direttive, agendo di fatto come il braccio operativo del potere politico nell’amministrazione della giustizia penale. Questa subordinazione si rivelò un pericolo concreto durante il regime fascista, quando il pm divenne un potenziale strumento di repressione dell’opposizione politica, facilmente orientabile dalle volontà del governo. L’esperienza storica ha quindi lasciato una profonda cicatrice nella coscienza democratica del Paese, generando una forte diffidenza verso qualsiasi forma di controllo politico sulla pubblica accusa.
Dopo la caduta del fascismo, il decreto Togliatti del 1946 iniziò a recidere il legame di dipendenza gerarchica, sostituendo la «direzione» del ministro con una più tenue «vigilanza». Ma il dibattito in Assemblea Costituente vide scontrarsi due visioni diametralmente opposte:
• il progetto di Giovanni Leone: considerava il pm ontologicamente un rappresentante dell’esecutivo presso i giudici. Proponeva che i magistrati requirenti fossero organizzati gerarchicamente sotto il ministro della Giustizia, senza inamovibilità, fungendo da organo di collegamento tra i poteri.
• Il progetto di Pietro Calamandrei: sosteneva che per garantire la legalità e l’uguaglianza dei cittadini, anche il pm dovesse essere un «organo giudiziario vero e proprio», dotato di assoluta indipendenza e inamovibilità, sottratto a ogni subordinazione gerarchica ministeriale. La soluzione finale accolse la tesi di Calamandrei: il pm fu inserito nell’ordine giudiziario, definito come autonomo e indipendente da ogni altro potere (art. 104 Cost.) e governato esclusivamente dal Consiglio Superiore della Magistratura (Csm). […]
Giuliano Vassalli (1915-2009), partigiano, giurista e politico, presidente della Corte costituzionale, è il ministro della Giustizia legato all’introduzione nel 1989 del nuovo Codice penale. Tale riforma rappresenta una cesura radicale con il passato e la causa tecnica diretta dell’odierno dibattito. Importando in Italia un modello processuale di tipo accusatorio, ispirato ai sistemi anglosassoni, la riforma ha trasformato irreversibilmente la fisionomia e il ruolo del pubblico ministero. Il nuovo codice ha introdotto cambiamenti fondamentali:
• abolizione del giudice istruttore: la figura neutrale che garantiva l’equilibrio della fase istruttoria è stata eliminata;
• trasformazione del pm, che ha perso ogni carattere istruttorio per diventare un organo investigativo a tutti gli effetti. Oggi è lui a condurre le indagini preliminari e a dirigere la polizia giudiziaria. Mentre col vecchio codice, il pm (organo istruttore) poteva emettere direttamente provvedimenti limitativi della sfera di libertà individuale del cittadino (ordini di cattura, ordini di sequestro e perquisizione), ora non può più farlo: deve chiedere tali provvedimenti a un organo che ha, sia pur in modo meno ampio del vecchio giudice istruttore, indubbia natura giurisdizionale, il Giudice per le indagini preliminari (Gip). Questa mutazione ha creato, tuttavia, una significativa sovrapposizione funzionale tra l’attività del pm, organo ancora appartenente all’ordine giudiziario autonomo, e quella degli organi di polizia, che dipendono invece dal potere esecutivo. Tra il 1992 e il 1995, la Corte costituzionale intervenne con diverse sentenze che dichiararono incostituzionali alcune norme del nuovo codice, reintroducendo principi di stampo inquisitorio. In particolare, la Corte permetteva che alcune dichiarazioni raccolte unilateralmente dal pm o dalla Polizia giudiziaria senza contraddittorio potessero valere come prova, minando la logica stessa del nuovo processo.
Questi tentativi, seppur circoscritti, di un ritorno a logiche più tipiche di un sistema inquisitorio, determinarono non poche aporie e difficoltà teoriche e pratiche. E a ciò cercò di porre rimedio la politica attraverso il ricorso a commissioni parlamentari ad hoc. […]
La cosiddetta Riforma del «giusto processo» (Legge costituzionale n. 2 del 1999), descritta come una riforma bipartisan, viene così approvata undici anni dopo l’entrata in vigore del Codice Vassalli e 26 anni prima del dibattito attuale sulla separazione delle carriere. Essa ha rappresentato una risposta diretta del Parlamento per «blindare» i princìpi del sistema accusatorio contro le interpretazioni della Corte costituzionale. La riforma ha infatti inserito in Costituzione una nuova, importante, norma, l’art. 111, con la quale furono introdotti i seguenti princìpi:
• il contraddittorio: stabilendo che il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova;
• la terzietà del giudice: rafforzando l’imparzialità e la posizione super partes del giudicante;
• la parità delle armi: garantendo che accusa e difesa abbiano uguali poteri davanti al giudice. In sintesi, l’articolo 111 non fu il prodotto di una singola «commissione sul processo», ma l’esito finale (e riuscito) di un lungo dibattito sulle garanzie processuali avviato all’interno delle grandi commissioni bicamerali (De Mita-Iotti e D’Alema) e conclusosi con una convergenza politica trasversale per salvare l’impianto accusatorio del processo penale.
Il nuovo codice del 1989, quindi, anche a livello di princìpi costituzionali, non configura più il pm come un organo giudiziario al di sopra delle parti, ma come una parte processuale che si contrappone alla difesa. Il processo si svolge davanti a un giudice terzo e imparziale, in una logica di parità delle armi. [...]. La trasformazione del pm in una parte investigativa ha naturalmente alimentato due visioni contrapposte sul suo corretto inquadramento istituzionale, dando vita all’acceso dibattito sulla separazione delle carriere. L’argomentazione tecnica a favore della separazione, alla quale aderisco, sia pure con qualche perplessità, per via delle ragioni di coordinamento istituzionale di cui sto trattando, si fonda su una logica stringente e per le argomentazioni già più sopra evidenziate. Se il pm svolge un’attività investigativa e accusatoria, la sua funzione è intrinsecamente diversa da quella «giurisdizionale», che consiste nel giudicare in modo terzo e imparziale. Separare le due carriere sarebbe, quindi, un passo coerente con il modello accusatorio del nuovo codice, necessario per garantire una reale parità delle armi tra accusa e difesa e per rafforzare la percezione di terzietà del giudice. [...]. E la principale contro-argomentazione è di natura politica, radicandosi proprio nel timore storico di un ritorno al passato quanto alla subordinazione al potere politico. [...]
I sostenitori della separazione rassicurano che questo rischio è remoto, poiché l’autonomia della magistratura (sia requirente sia giudicante) è protetta da un principio costituzionale (art. 104), modificabile solo attraverso un complesso e aggravato procedimento di revisione. Tuttavia, sebbene questo scontro di visioni appaia centrale, esso rischia di distogliere l’attenzione dalla vera patologia del sistema: la crisi di un altro potere dello Stato, ovvero la progressiva perdita di efficacia e centralità del potere legislativo, iniziata a partire dagli anni Settanta.
La debolezza del Parlamento ha radici profonde: la forte conflittualità politica, l’influenza crescente di poteri esterni (sindacati, lobby, gruppi di interesse) e la frammentazione della rappresentanza hanno reso sempre più difficile produrre leggi chiare, generali e astratte. In questo vuoto si è inserita la magistratura, anche con intenti lodevoli, ma dimenticando la natura e i limiti della propria attività, che, a differenza di quella politica, non è libera nei fini e non è soggetta ai normali controlli dell’alternanza politica. Attraverso un’attività interpretativa sempre più svincolata dai rigidi criteri tradizionali e definita «creativa», i giudici hanno di fatto supplito all’inerzia del legislatore.
Sono divenuti così i co-protagonisti di una vera e propria modifica del nostro tessuto sociale, morale, politico ed economico, intervenendo là dove la politica non era in grado o non voleva decidere. E bisogna dire che questa funzione di «supplenza» ha conferito alla magistratura un potere enorme, di fatto alterando l’equilibrio originariamente disegnato dalla Costituzione. L’enorme potere accumulato dalla Magistratura, sia requirente sia giudicante, l’ha portata a confliggere inevitabilmente con il potere politico. Fenomeni storici come «Tangentopoli» sono la dimostrazione più evidente di questa frizione. In questo contesto, la richiesta di «separare» e, potenzialmente, controllare il pm può essere letta non solo come una legittima istanza di riforma, ma anche come una reazione del mondo politico a uno squilibrio di potere che esso stesso ha contribuito a generare con la propria inazione. Il problema, nato nel potere legislativo, si è così trasferito (anche) al potere giudiziario, rendendo la separazione delle carriere un tentativo di curare il sintomo, sicuramente esistente, anziché la malattia.
La trasformazione del pm, attuata con la riforma del 1989, ha fornito il presupposto tecnico e la cornice logica per il dibattito sulla separazione delle carriere. Tuttavia, la causa profonda della tensione risiede nel delicato rapporto con gli altri poteri costituzionali. Ne consegue che una vera e duratura riforma della giustizia non può limitarsi a un intervento, per quanto significativo, sull’ordinamento giudiziario. La soluzione dev’essere di più ampio respiro, a livello costituzionale, e deve riconsiderare l’intero sistema di pesi e contrappesi tra i poteri dello Stato, ridefinendone i rapporti in modo chiaro e sostenibile. Il problema dell’espansione del potere giudiziario non riguarda solo il pm, ma anche i giudici e persino la Corte costituzionale, le cui sentenze - spesso di natura «manipolativa» o «additiva» - si sostituiscono di fatto alla volontà del legislatore. A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge il fattore della globalizzazione, che collega la Magistratura italiana a contesti internazionali, rendendo ancor più delicato l’equilibrio tra i poteri nazionali e non più rinviabile una profonda riflessione costituzionale.
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