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2020-01-20
Così hanno ucciso i piccoli Comuni
Ansa
Chissà se Jennifer Lopez, quando dice che il suo sogno è vivere in un piccolo Comune italiano, sa a quali disservizi andrebbe incontro. I borghi del nostro Paese non sono solo fiori ai balconi, odore di pane fresco e gioco delle bocce in piazza, come si legge nelle guide turistiche.
Breme, in provincia di Pavia, 730 abitanti, attira numerosi visitatori per l'antica Abbazia di San Pietro. È una bomboniera ma è a un passo dalla bancarotta. Il sindaco, Francesco Berzero, ha lanciato un grido di aiuto, scrivendo anche al capo dello Stato, Sergio Mattarella. «La legge ci condanna al fallimento», protesta il primo cittadino e ci racconta il suo dramma. «Il giudice ci ha dato in affidamento tre minori che ora sono in una comunità alla quale dobbiamo versare 110 euro al giorno per ciascuno di loro, ovvero 120.000 euro l'anno. Pur considerando le necessità di questi ragazzi che provengono da una situazione familiare tremenda con un padre violento e alcolizzato, il mio Comune non ha le risorse per far fronte alla loro assistenza». E spiega che «la Regione rimborsa la spesa ma solo per il 40% e dopo un anno. Intanto io forse sarò costretto ad aumentare le imposte, a tagliare il servizio di scuolabus e ad aumentare le rette dell'asilo. Oltre al fatto che ho molti problemi per la manutenzione delle strade». Berzero si è anche rivolto al prefetto perché 110 euro al giorno per ciascun minore «mi sembravano davvero tanti. Ma mi ha risposto che le spese sono alte».
Breme non è un caso isolato. Sono numerosi i piccoli Comuni in tutta Italia che si trovano a dover far fronte a situazioni simili.
Sempre in provincia di Pavia, Ceretto Lomellina, antichissimo borgo, 200 anime, rischia il dissesto per lo stesso motivo. «Da marzo 2018 abbiamo in affido tre minori per le quali versiamo a una casa famiglia circa 85 euro al giorno a testa. Sono 93.000 euro l'anno che solo in parte ci vengono rimborsati e in ritardo», dice il sindaco Giovanni Cattaneo e aggiunge: «Sono stato costretto a tagliare una serie di servizi, dallo scuolabus, al pacco dono per anziani indigenti e ho dovuto rinviare la sistemazione delle strade. Se questi minori restano a nostro carico fino ai 18 anni, il Comune chiude».
Dalla Lombardia al Piemonte, altra Regione cult per il turismo d'élite.
la dittatura di internet
Il sindaco Monica Ciaburro, del Comune di Argentera, 77 abitanti, in provincia di Cuneo, è da 16 mesi senza dipendenti. «Devo aprire e chiudere gli uffici e occuparmi di tutte le pratiche burocratiche, mentre il vicesindaco e l'assessore sbrigano i lavori da cantonieri. Sono intervenuta a riparare una fontana, ho fatto sopralluoghi nei cambi di residenza. Pensi che il pasticcere taglia l'erba e apre l'ambulatorio», ci racconta. Per risponderci ha dovuto interrompere la formazione di un paio di ragazzi con contratto interinale, che dovrebbero dare una mano in ufficio ma «completamente a digiuno delle pratiche di un Comune». E aggiunge: «Sto aspettando l'esito di un bando per avere tre persone, un amministrativo, un tecnico e una polizia municipale ma part time. Il tutto con una burocrazia che ci fa impazzire e Internet che non funziona».
La prima cittadina punta il dito contro un governo che moltiplica le incombenze fiscali con l'uso esclusivo della Rete. «Scontrini e fatture elettroniche, i commercianti non sanno come fare. In Comune la connessione è rimasta bloccata per due settimane. Bisognerebbe capire che i piccoli Comuni non sono attrezzati e non per loro responsabilità».
Ci spostiamo in Liguria. Lavagna, cittadina del Tigullio, è in dissesto finanziario, nelle casse non c'è un soldo per pagare i dipendenti figurarsi per l'acquisto degli alberi di Natale. Agli addobbi, in occasione di queste feste, hanno pensato i cittadini e un vivaista locale.
Queste realtà non ci aspetteremo di trovarle nel florido Nord. Sono borghi con meno di 5.000 residenti ma occupano il 54% del territorio nazionale, in cui vivono oltre 10 milioni di persone e rappresentano il 70% della totalità dei Comuni italiani. Dal 1971 al 2017 in quasi 2.000 piccoli Comuni la popolazione è diminuita di oltre il 20%. Sono località spesso di grande interesse artistico e storico, che compaiono nelle Lonely Planet di tutto il mondo, ma dimenticate dalla politica, prosciugate da un decennio di tagli, tagliate fuori dagli investimenti pubblici, spinte ai margini del Paese da una cultura che tende a privilegiare i grandi centri urbani e il litorale.
Nell'entroterra dell'Abruzzo, la consuetudine della seconda casa per le vacanze resiste ancora, ma non riesce a colmare le casse comunali. Luigi De Acetis, sindaco di Caramanico Terme, provincia di Pescara, ha denunciato più volte la mancanza nei Comuni montani di una postazione fissa del 118. Secondo una recente rilevazione, le sedi senza un segretario o dirigente comunale sono 1.729 negli enti sotto i 10.00 abitanti. Complessivamente i segretari in servizio sono 3.500. Un contingente insufficiente. La conseguenza è spesso la paralisi dei servizi.
i negozi spariscono
Ma c'è di più: coloro che lavorano a volte in sei, anche sette Comuni, devono fare i conti con la legislazione che non prevede rimborsi spesa per gli spostamenti.
Nelle aree interne stanno chiudendo i servizi pubblici e i negozi. Il panettiere, il salumiere o il macellaio sono sempre stati piccoli salotti dove chiacchierare oltre che far spesa. Quelli sopravvissuti alla crisi economica hanno ricevuto la mazzata finale dal fisco con l'introduzione dei pagamenti digitali. A Podenzoi, frazione di 500 abitanti di Longarone, in provincia di Belluno, meta di escursionisti appassionati della montagna, hanno chiuso tutti gli esercizi commerciali. Non potevano affrontare le spese per dotarsi di un registratore di cassa collegato a Internet che marcia a rilento.
«Alla mia età non me la sento di usare computer, Pos e altre diavolerie del genere», ha detto alla stampa l'ultimo barbiere rimasto a Montalcino, Paolo Cencioni, di 76 anni. Niente più pane per i 4.000 abitanti di Pedavena, vicino Belluno. I proprietari dell'ultimo e storico alimentari, con 90 anni di vita, hanno abbassato la saracinesca per sempre: «Troppe tasse». L'Uncem, l'Unione dei Comuni di montagna, aveva chiesto al governo di rinviare l'obbligo dello scontrino elettronico per queste realtà. Nessuna risposta. Sono comunità con poco peso elettorale.
Lo spopolamento influenza anche il sistema scolastico. Alla riduzione degli alunni si è cercato di far fronte con le pluriclassi, cioè l'unione di due ma anche tre classi, con gli insegnanti che devono frammentare il programma per accontentare i bambini di età diverse. A Rocca di Mezzo, in provincia dell'Aquila, il preside dell'Istituto comprensivo San Demetrio Ne' Vestini ha lanciato l'allarme: «Aiutatemi a salvare le mie scuole, altrimenti da qui se ne andranno tutti».
beffa in emilia romagna
A ogni legge di bilancio non mancano le sorprese. A Rifreddo, in Valle Po, sindaco e ragioniere hanno scoperto un taglio di oltre 5.000 euro sul Fondo di solidarietà comunale.
Una sforbiciata di 155.000 euro invece a Casalecchio di Reno, una realtà più grande con 36.700 abitanti, vicino Bologna. «Con meno risorse dovremo rivedere la spesa però senza tagli ai servizi», ci illustra l'assessore al Bilancio, Concetta Bevacqua. Ma qui il governo, a ridosso delle elezioni regionali, ha fatto pervenire anche un altro «regalo»: ha tolto la polizia stradale.
La legge Delrio, il Bullo e Gentiloni: il delitto perfetto dei centri minori
Bilanci a pezzi, dissesto idrogeologico, spopolamento, lotta agli incendi, criminalità in aumento, difesa delle tradizioni, integrazione dei migranti… Sono solo alcune delle problematiche che quotidianamente sindaci, assessori e consiglieri dei piccoli Comuni italiani sono chiamati ad affrontare. Oltre 5.000 centri (per la precisione 5.500) inferiori ai 5.000 abitanti, a rappresentare con 10 milioni di residenti il 17% della popolazione totale e ben il 54% dell'estensione territoriale nazione. Sono 8 le Regioni italiane (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Abruzzo, Molise, Calabria e Sardegna) nelle quali almeno 8 Comuni su 10 fanno parte di questa fascia. Una realtà impossibile da trascurare per dimensioni, rilevanza storica e impatto socioculturale.
Senza dubbio in cima alla lista dei problemi troviamo la difficilissima situazione finanziaria. Secondo un'elaborazione del Sole 24 Ore basata su dati Anci-Ifel, per ben 1.883 centri sotto i 5.000 abitanti (37,8% dei piccoli Comuni, 23,8% sul totale nazionale) il costo del debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva. Una percentuale che sale fino al 18% per quasi 700 amministrazioni, rappresentando non solo un freno alla crescita, ma anche una vera e propria spada di Damocle sulla tenuta stessa dei conti degli enti locali. Per questo motivo, nel corso di un incontro svoltosi lo scorso luglio a Gornate Olona, il responsabile finanza di Anci-Ifel, Andrea Ferri, pur evidenziando passi in avanti con la manovra 2019 (grazie alla rinegoziazione dei mutui Mef) ha fatto presente la necessità di «soluzioni per la riduzione del debito comunale». Secondo quanto emerge dalla banca dati redatta dall'Università Ca' Foscari, dal 1993 a oggi sono stati 95 i piccoli Comuni che hanno dichiarato il dissesto, mentre 166 hanno avviato la procedura di riequilibrio (cosiddetto «predissesto»).
C'è poi il gravoso tema legato allo spopolamento. Dal 2012 al 2017 i piccoli Comuni hanno perso 307.000 residenti, pari al 3% della popolazione. Consultando l'Atlante dei piccoli Comuni realizzato dall'Anci, si scopre che per 965 Comuni in situazione di «controesodo» (cioè con variazione demografica maggiore dell'incremento nazionale), in ben 4.007 si presenta un tasso di crescita inferiore alla media italiana. Detto in altri termini, se questo trend verrà rispettato, più di 7 Comuni su 10 vedranno diminuire nei prossimi anni il loro numero di abitanti.
Alla base della crisi, l'errata convinzione che la fitta rete di minuscoli centri che costituisce l'ossatura dello stivale costituisca un peso più che una risorsa. Un pregiudizio smentito da almeno tre dati: il numero di dipendenti ogni 1.000 abitanti è inferiore alla media dei Comuni italiani (4,8 contro 5,4), la spesa pro capite è più bassa rispetto ai centri più grandi e il 93% delle amministrazioni presenta un avanzo di bilancio.
E invece, complice la famigerata spending review, nell'ultimo decennio i piccoli Comuni si sono ritrovati a dover pagare un prezzo altissimo. Nel suo piano di revisione della spesa presentato a febbraio del 2014, Carlo Cottarelli proponeva l'unione forzosa dei Comuni sotto i 5.000 abitanti. Una misura che, unitamente alla riduzione dei compensi per gli amministratori locali, dei consiglieri regionali e dei loro vitalizi, per il triennio 2014-2016 avrebbe dovuto portare nelle casse dello Stato - udite udite - la ridicola cifra di 300 milioni all'anno. Tradotto in percentuale, lo 0,02% del Pil. Nel corso di un'audizione svoltasi pochi mesi dopo (era ottobre del 2014) di fronte ai membri della commissione parlamentare di vigilanza sull'Anagrafe tributaria, Cottarelli insisteva nella sua tesi: «Non vorrei creare polemica […] ma secondo me 8.000 Comuni sono troppi. Si dovrebbe pensare a una riduzione. Faceva parte delle misure della revisione della spesa anche una riduzione del numero dei Comuni, il che renderebbe più facile il coordinamento». Nel frattempo, la legge 56 del 2014 (cosiddetta «legge Delrio») prevedeva tra le altre cose, «al fine di favorire la fusione dei Comuni» l'erogazione «per i dieci anni successivi alla fusione stessa, appositi contributi straordinari commisurati a una quota dei trasferimenti spettanti ai singoli Comuni che si fondono». E infine, in tempi più recenti, la legge 158 del 2017. Una norma che pur essendo nata con l'intento di sostenere e valorizzare i piccoli Comuni, al tempo stesso istituiva nero su bianco la «priorità al finanziamento degli interventi proposti da Comuni istituiti a seguito di fusione o appartenenti a unioni di Comuni». Ecco servito dai governi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni il delitto perfetto ai danni dei centri minori, e del quale i territori ancora oggi subiscono le conseguenze.
Ma la ciliegina sulla torta è rappresentata dalle sciagurate norme europee che per anni hanno castrato la possibilità di spesa degli enti locali. Con l'adesione al Patto di stabilità e crescita, lo Stato ha coinvolto gli enti locali nel raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica. Nel 2012, con il governo Monti, anche per queste amministrazioni entra in vigore l'obbligo del pareggio di bilancio. Comuni, province e Regioni si trovano con le mani legate nell'impossibilità di spendere i loro stessi soldi. Fortunatamente dal 2018, a seguito della decisione della Consulta, il patto di stabilità interno viene superato e l'avanzo di amministrazione torna nella piena disponibilità degli enti. Per i piccoli Comuni finalmente una boccata d'ossigeno che vale 2,7 miliardi di euro e può rappresentare, dopo anni di austerità, l'occasione per il tanto atteso rilancio.
«Dietro questa strage c’è un disegno politico»

Ansa
Trentacinque anni di esperienza come amministratore di Marsaglia, Comune di poco più di 200 abitanti che vivono abbarbicati su un colle delle Langhe, a poco meno di un'ora di macchina da Cuneo. «Tutti i sindaci lavorano per il bene del proprio Comune», tiene a precisare il nostro interlocutore. Ma bastano pochi minuti di conversazione con Franca Biglio, sindaco e presidente fin dalla sua fondazione dell'Associazione nazionale dei piccoli comuni di Italia (Anpci, circa 3.000 associati sotto i 15.000 abitanti), per capire che, in realtà, dietro a questa scelta di vita c'è molto di più.
Com'è nata l'idea di costituire l'Associazione?
«Era il 1987 quando il governo introdusse il regime di tesoreria unica anche per i piccoli Comuni. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Decisi di affittare un camper con mio marito e girare per capire se il problema che sentivo io fosse lo stesso per tutti. Quello che riscontrammo fu un coro unanime: “Nessuno ci rappresenta, nessuno si interessa a noi". Ecco, la nostra Associazione nasce per questo: accendere un faro, e tenerlo acceso, sui piccoli Comuni. Siamo riusciti a far cambiare l'idea che ci considera un peso anziché un patrimonio virtuoso».
Ci spiega perché questi centri sono così importanti?
«Noi siamo il presidio e l'avamposto sul territorio. Se non ci fossero gli amministratori dei piccoli Comuni che si rimboccano le maniche e lavorano al fianco della Protezione civile, delle pro loco e del volontariato, il territorio sarebbe meno vivibile».
Ma negli ultimi anni le cose si sono fatte difficili…
«Lo sa che la spending review ha causato una riduzione del 60% delle risorse finanziarie? Quando in un Comune vengono a mancare determinati servizi, è normale che la gente vada via. È vero che nei piccoli centri costano di più, ma bisogna vedere la contropartita».
E quale sarebbe?
«La qualità della vita, innanzitutto. Poi c'è il rapporto con il territorio, nel quale sono insediate una miriade di piccole e medie imprese agroalimentari, come ha dimostrato l'Expo di Milano del 2015. Infine, le relazioni sociali: altrove sei un numero, qua invece ci conosciamo e ci aiutiamo tutti, siamo una comunità. Ecco: questa contropartita è cercare di assaporare il gusto di un ambiente diverso dalla città, dove da un pianerottolo all'altro non ci si conosce».
Non si tratta di aspetti secondari. Siamo sicuri che dietro all'attacco ai piccoli Comuni si nasconda solo una questione di risparmio?
«Ma no, dei costi in realtà non interessa a nessuno! C'è un progetto politico, perché nei piccoli Comuni i sindaci si candidano con liste civiche e non sono manovrabili dal partito. Unire i Comuni significa avere centri più grandi, e dunque amministratori scelti dalla politica».
Quali sono le battaglie che vi trovate ad affrontare in questo periodo?
«Sempre le stesse: chiediamo risorse adeguate e la possibilità di operare in deroga rispetto alle leggi nazionali, progettate per le grandi città. Noi non sprechiamo, anzi siamo oculati! Ma abbiamo bisogno di un abito confezionato su misura».
Con tutti questi problemi, chi ve lo fa fare?
«Vede, quello di sindaco più che un mestiere è una vocazione. Sono convinta che i sindaci dei piccoli comuni vivano in una condizione di perenne innamoramento. È la cosa più bella perché non ti fa fermare mai».
«Lo Stato ci soffoca con le tasse»

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«Calo demografico, invecchiamento della popolazione, tutela sanitaria, scuola, infrastrutture e connettività: sono questi i grandi mali dei piccoli Comuni. Ci sono amministrazioni dove il sindaco fa anche il ragioniere, il geometra, il capo cantiere, perché non può assumere nessuno. Negli ultimi dieci anni il prelievo finanziario da parte dello Stato è stato pesantissimo». È un'analisi impietosa quella di Guido Castelli, responsabile finanza locale dell'Anci, l'associazione che riunisce i Comuni italiani.
Ora però i sindaci possono tornare ad assumere.
«Ma non hanno i soldi per farlo. La crisi finanziaria ha ridotto la loro autonomia. Dal 2012 al 2019 il saldo del bilancio pubblico è migliorato di 25 miliardi e 12 miliardi sono venuti dalle autonomie che hanno effettuato pesanti tagli alle spese. Il contributo dato dai Comuni e in particolare da quelli piccoli è stato sproporzionato rispetto a quanto hanno ricevuto. Inoltre hanno subito gli effetti delle riforme delle province. Queste prima garantivano una sorta di protezione amministrativa svolgendo funzioni di supporto e consulenza ma ora sono state private di questa capacità operativa professionale».
Quali sono i problemi che impediscono ai piccoli Comuni di superare la crisi?
«Oltre alla mancanza di risorse c'è un problema sociologico. L'attuale modello di sviluppo tende a favorire le grandi concentrazioni urbane e litoranee con il conseguente indebolimento dell'entroterra. Con lo spopolamento di vaste zone, i servizi di assistenza sanitaria si sono ridotti spingendo ancora di più la popolazione a migrare verso i grandi centri. Lo stesso accade per le scuole che hanno sempre meno alunni».
Cosa impedisce all'economia di ripartire?
«I piccoli centri sono lontani dagli snodi dei traffici di merci e servizi e il modello di sviluppo nazionale li tiene ai margini del Paese».
Eppure ci sono stati tentativi legislativi per sostenere la crescita di queste aree. Cosa non ha funzionato?
«Ermete Realacci si intestò una legge nel 2017 per sostenere i piccoli Comuni anche sotto il profilo turistico. Una legge ben fatta, peccato però che il Parlamento non ci ha messo un soldo. E tutto è finito lì».
C'è carenza di servizi?
«Servirebbero piani di sviluppo mirati per queste realtà, con regole diverse da quelle che agiscono nelle grandi città. Prendiamo la scuola. Gli standard previsti dalle leggi nazionali per la costituzione delle classi devono essere adattati ai piccoli Comuni. C'è il problema del trasporto pubblico locale, dei servizi postali per la consegna dei pacchi. Nell'era di Amazon è necessaria una rete che comprenda anche realtà montane. E poi Internet, la banda larga è ancora un lusso. C'è un programma di cablaggio delle aree svantaggiate, ma siamo in ritardo».
Continua a leggereRiduci
Strangolati dai tagli, con personale all'osso, spopolati, privati dei presidi sanitari o di polizia, vessati da scadenze fiscali e burocrazia: così sta morendo mezza Italia.I governi di sinistra hanno forzato la mano sugli accorpamenti. Il risparmio per l'erario? Solo lo 0,02% del Pil I borghi infatti hanno una spesa pro capite inferiore a quella delle grandi città. E i bilanci quasi tutti in attivo.Il sindaco attivista di Marsaglia (Cuneo) Franca Biglio: «Ci puniscono perché amministriamo con le liste civiche, non manovrabili dai partiti».Guido Castelli, responsabile finanza dell'Anci: «Abbiamo versato più di quanto abbiamo ricevuto ma ci tengono ai margini del Paese. Le aree interne sono escluse pure dalla Rete».Lo speciale contiene quattro articoli.Chissà se Jennifer Lopez, quando dice che il suo sogno è vivere in un piccolo Comune italiano, sa a quali disservizi andrebbe incontro. I borghi del nostro Paese non sono solo fiori ai balconi, odore di pane fresco e gioco delle bocce in piazza, come si legge nelle guide turistiche. Breme, in provincia di Pavia, 730 abitanti, attira numerosi visitatori per l'antica Abbazia di San Pietro. È una bomboniera ma è a un passo dalla bancarotta. Il sindaco, Francesco Berzero, ha lanciato un grido di aiuto, scrivendo anche al capo dello Stato, Sergio Mattarella. «La legge ci condanna al fallimento», protesta il primo cittadino e ci racconta il suo dramma. «Il giudice ci ha dato in affidamento tre minori che ora sono in una comunità alla quale dobbiamo versare 110 euro al giorno per ciascuno di loro, ovvero 120.000 euro l'anno. Pur considerando le necessità di questi ragazzi che provengono da una situazione familiare tremenda con un padre violento e alcolizzato, il mio Comune non ha le risorse per far fronte alla loro assistenza». E spiega che «la Regione rimborsa la spesa ma solo per il 40% e dopo un anno. Intanto io forse sarò costretto ad aumentare le imposte, a tagliare il servizio di scuolabus e ad aumentare le rette dell'asilo. Oltre al fatto che ho molti problemi per la manutenzione delle strade». Berzero si è anche rivolto al prefetto perché 110 euro al giorno per ciascun minore «mi sembravano davvero tanti. Ma mi ha risposto che le spese sono alte».Breme non è un caso isolato. Sono numerosi i piccoli Comuni in tutta Italia che si trovano a dover far fronte a situazioni simili.Sempre in provincia di Pavia, Ceretto Lomellina, antichissimo borgo, 200 anime, rischia il dissesto per lo stesso motivo. «Da marzo 2018 abbiamo in affido tre minori per le quali versiamo a una casa famiglia circa 85 euro al giorno a testa. Sono 93.000 euro l'anno che solo in parte ci vengono rimborsati e in ritardo», dice il sindaco Giovanni Cattaneo e aggiunge: «Sono stato costretto a tagliare una serie di servizi, dallo scuolabus, al pacco dono per anziani indigenti e ho dovuto rinviare la sistemazione delle strade. Se questi minori restano a nostro carico fino ai 18 anni, il Comune chiude». Dalla Lombardia al Piemonte, altra Regione cult per il turismo d'élite. la dittatura di internetIl sindaco Monica Ciaburro, del Comune di Argentera, 77 abitanti, in provincia di Cuneo, è da 16 mesi senza dipendenti. «Devo aprire e chiudere gli uffici e occuparmi di tutte le pratiche burocratiche, mentre il vicesindaco e l'assessore sbrigano i lavori da cantonieri. Sono intervenuta a riparare una fontana, ho fatto sopralluoghi nei cambi di residenza. Pensi che il pasticcere taglia l'erba e apre l'ambulatorio», ci racconta. Per risponderci ha dovuto interrompere la formazione di un paio di ragazzi con contratto interinale, che dovrebbero dare una mano in ufficio ma «completamente a digiuno delle pratiche di un Comune». E aggiunge: «Sto aspettando l'esito di un bando per avere tre persone, un amministrativo, un tecnico e una polizia municipale ma part time. Il tutto con una burocrazia che ci fa impazzire e Internet che non funziona». La prima cittadina punta il dito contro un governo che moltiplica le incombenze fiscali con l'uso esclusivo della Rete. «Scontrini e fatture elettroniche, i commercianti non sanno come fare. In Comune la connessione è rimasta bloccata per due settimane. Bisognerebbe capire che i piccoli Comuni non sono attrezzati e non per loro responsabilità».Ci spostiamo in Liguria. Lavagna, cittadina del Tigullio, è in dissesto finanziario, nelle casse non c'è un soldo per pagare i dipendenti figurarsi per l'acquisto degli alberi di Natale. Agli addobbi, in occasione di queste feste, hanno pensato i cittadini e un vivaista locale.Queste realtà non ci aspetteremo di trovarle nel florido Nord. Sono borghi con meno di 5.000 residenti ma occupano il 54% del territorio nazionale, in cui vivono oltre 10 milioni di persone e rappresentano il 70% della totalità dei Comuni italiani. Dal 1971 al 2017 in quasi 2.000 piccoli Comuni la popolazione è diminuita di oltre il 20%. Sono località spesso di grande interesse artistico e storico, che compaiono nelle Lonely Planet di tutto il mondo, ma dimenticate dalla politica, prosciugate da un decennio di tagli, tagliate fuori dagli investimenti pubblici, spinte ai margini del Paese da una cultura che tende a privilegiare i grandi centri urbani e il litorale.Nell'entroterra dell'Abruzzo, la consuetudine della seconda casa per le vacanze resiste ancora, ma non riesce a colmare le casse comunali. Luigi De Acetis, sindaco di Caramanico Terme, provincia di Pescara, ha denunciato più volte la mancanza nei Comuni montani di una postazione fissa del 118. Secondo una recente rilevazione, le sedi senza un segretario o dirigente comunale sono 1.729 negli enti sotto i 10.00 abitanti. Complessivamente i segretari in servizio sono 3.500. Un contingente insufficiente. La conseguenza è spesso la paralisi dei servizi. i negozi sparisconoMa c'è di più: coloro che lavorano a volte in sei, anche sette Comuni, devono fare i conti con la legislazione che non prevede rimborsi spesa per gli spostamenti. Nelle aree interne stanno chiudendo i servizi pubblici e i negozi. Il panettiere, il salumiere o il macellaio sono sempre stati piccoli salotti dove chiacchierare oltre che far spesa. Quelli sopravvissuti alla crisi economica hanno ricevuto la mazzata finale dal fisco con l'introduzione dei pagamenti digitali. A Podenzoi, frazione di 500 abitanti di Longarone, in provincia di Belluno, meta di escursionisti appassionati della montagna, hanno chiuso tutti gli esercizi commerciali. Non potevano affrontare le spese per dotarsi di un registratore di cassa collegato a Internet che marcia a rilento. «Alla mia età non me la sento di usare computer, Pos e altre diavolerie del genere», ha detto alla stampa l'ultimo barbiere rimasto a Montalcino, Paolo Cencioni, di 76 anni. Niente più pane per i 4.000 abitanti di Pedavena, vicino Belluno. I proprietari dell'ultimo e storico alimentari, con 90 anni di vita, hanno abbassato la saracinesca per sempre: «Troppe tasse». L'Uncem, l'Unione dei Comuni di montagna, aveva chiesto al governo di rinviare l'obbligo dello scontrino elettronico per queste realtà. Nessuna risposta. Sono comunità con poco peso elettorale.Lo spopolamento influenza anche il sistema scolastico. Alla riduzione degli alunni si è cercato di far fronte con le pluriclassi, cioè l'unione di due ma anche tre classi, con gli insegnanti che devono frammentare il programma per accontentare i bambini di età diverse. A Rocca di Mezzo, in provincia dell'Aquila, il preside dell'Istituto comprensivo San Demetrio Ne' Vestini ha lanciato l'allarme: «Aiutatemi a salvare le mie scuole, altrimenti da qui se ne andranno tutti». beffa in emilia romagnaA ogni legge di bilancio non mancano le sorprese. A Rifreddo, in Valle Po, sindaco e ragioniere hanno scoperto un taglio di oltre 5.000 euro sul Fondo di solidarietà comunale. Una sforbiciata di 155.000 euro invece a Casalecchio di Reno, una realtà più grande con 36.700 abitanti, vicino Bologna. «Con meno risorse dovremo rivedere la spesa però senza tagli ai servizi», ci illustra l'assessore al Bilancio, Concetta Bevacqua. Ma qui il governo, a ridosso delle elezioni regionali, ha fatto pervenire anche un altro «regalo»: ha tolto la polizia stradale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uccidono-i-piccoli-comuni-aiuto-2644859418.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-legge-delrio-il-bullo-e-gentiloni-il-delitto-perfetto-dei-centri-minori" data-post-id="2644859418" data-published-at="1767736058" data-use-pagination="False"> La legge Delrio, il Bullo e Gentiloni: il delitto perfetto dei centri minori Bilanci a pezzi, dissesto idrogeologico, spopolamento, lotta agli incendi, criminalità in aumento, difesa delle tradizioni, integrazione dei migranti… Sono solo alcune delle problematiche che quotidianamente sindaci, assessori e consiglieri dei piccoli Comuni italiani sono chiamati ad affrontare. Oltre 5.000 centri (per la precisione 5.500) inferiori ai 5.000 abitanti, a rappresentare con 10 milioni di residenti il 17% della popolazione totale e ben il 54% dell'estensione territoriale nazione. Sono 8 le Regioni italiane (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Abruzzo, Molise, Calabria e Sardegna) nelle quali almeno 8 Comuni su 10 fanno parte di questa fascia. Una realtà impossibile da trascurare per dimensioni, rilevanza storica e impatto socioculturale. Senza dubbio in cima alla lista dei problemi troviamo la difficilissima situazione finanziaria. Secondo un'elaborazione del Sole 24 Ore basata su dati Anci-Ifel, per ben 1.883 centri sotto i 5.000 abitanti (37,8% dei piccoli Comuni, 23,8% sul totale nazionale) il costo del debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva. Una percentuale che sale fino al 18% per quasi 700 amministrazioni, rappresentando non solo un freno alla crescita, ma anche una vera e propria spada di Damocle sulla tenuta stessa dei conti degli enti locali. Per questo motivo, nel corso di un incontro svoltosi lo scorso luglio a Gornate Olona, il responsabile finanza di Anci-Ifel, Andrea Ferri, pur evidenziando passi in avanti con la manovra 2019 (grazie alla rinegoziazione dei mutui Mef) ha fatto presente la necessità di «soluzioni per la riduzione del debito comunale». Secondo quanto emerge dalla banca dati redatta dall'Università Ca' Foscari, dal 1993 a oggi sono stati 95 i piccoli Comuni che hanno dichiarato il dissesto, mentre 166 hanno avviato la procedura di riequilibrio (cosiddetto «predissesto»). C'è poi il gravoso tema legato allo spopolamento. Dal 2012 al 2017 i piccoli Comuni hanno perso 307.000 residenti, pari al 3% della popolazione. Consultando l'Atlante dei piccoli Comuni realizzato dall'Anci, si scopre che per 965 Comuni in situazione di «controesodo» (cioè con variazione demografica maggiore dell'incremento nazionale), in ben 4.007 si presenta un tasso di crescita inferiore alla media italiana. Detto in altri termini, se questo trend verrà rispettato, più di 7 Comuni su 10 vedranno diminuire nei prossimi anni il loro numero di abitanti. Alla base della crisi, l'errata convinzione che la fitta rete di minuscoli centri che costituisce l'ossatura dello stivale costituisca un peso più che una risorsa. Un pregiudizio smentito da almeno tre dati: il numero di dipendenti ogni 1.000 abitanti è inferiore alla media dei Comuni italiani (4,8 contro 5,4), la spesa pro capite è più bassa rispetto ai centri più grandi e il 93% delle amministrazioni presenta un avanzo di bilancio. E invece, complice la famigerata spending review, nell'ultimo decennio i piccoli Comuni si sono ritrovati a dover pagare un prezzo altissimo. Nel suo piano di revisione della spesa presentato a febbraio del 2014, Carlo Cottarelli proponeva l'unione forzosa dei Comuni sotto i 5.000 abitanti. Una misura che, unitamente alla riduzione dei compensi per gli amministratori locali, dei consiglieri regionali e dei loro vitalizi, per il triennio 2014-2016 avrebbe dovuto portare nelle casse dello Stato - udite udite - la ridicola cifra di 300 milioni all'anno. Tradotto in percentuale, lo 0,02% del Pil. Nel corso di un'audizione svoltasi pochi mesi dopo (era ottobre del 2014) di fronte ai membri della commissione parlamentare di vigilanza sull'Anagrafe tributaria, Cottarelli insisteva nella sua tesi: «Non vorrei creare polemica […] ma secondo me 8.000 Comuni sono troppi. Si dovrebbe pensare a una riduzione. Faceva parte delle misure della revisione della spesa anche una riduzione del numero dei Comuni, il che renderebbe più facile il coordinamento». Nel frattempo, la legge 56 del 2014 (cosiddetta «legge Delrio») prevedeva tra le altre cose, «al fine di favorire la fusione dei Comuni» l'erogazione «per i dieci anni successivi alla fusione stessa, appositi contributi straordinari commisurati a una quota dei trasferimenti spettanti ai singoli Comuni che si fondono». E infine, in tempi più recenti, la legge 158 del 2017. Una norma che pur essendo nata con l'intento di sostenere e valorizzare i piccoli Comuni, al tempo stesso istituiva nero su bianco la «priorità al finanziamento degli interventi proposti da Comuni istituiti a seguito di fusione o appartenenti a unioni di Comuni». Ecco servito dai governi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni il delitto perfetto ai danni dei centri minori, e del quale i territori ancora oggi subiscono le conseguenze. Ma la ciliegina sulla torta è rappresentata dalle sciagurate norme europee che per anni hanno castrato la possibilità di spesa degli enti locali. Con l'adesione al Patto di stabilità e crescita, lo Stato ha coinvolto gli enti locali nel raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica. Nel 2012, con il governo Monti, anche per queste amministrazioni entra in vigore l'obbligo del pareggio di bilancio. Comuni, province e Regioni si trovano con le mani legate nell'impossibilità di spendere i loro stessi soldi. Fortunatamente dal 2018, a seguito della decisione della Consulta, il patto di stabilità interno viene superato e l'avanzo di amministrazione torna nella piena disponibilità degli enti. Per i piccoli Comuni finalmente una boccata d'ossigeno che vale 2,7 miliardi di euro e può rappresentare, dopo anni di austerità, l'occasione per il tanto atteso rilancio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/uccidono-i-piccoli-comuni-aiuto-2644859418.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dietro-questa-strage-ce-un-disegno-politico" data-post-id="2644859418" data-published-at="1767736058" data-use-pagination="False"> «Dietro questa strage c’è un disegno politico» Ansa Trentacinque anni di esperienza come amministratore di Marsaglia, Comune di poco più di 200 abitanti che vivono abbarbicati su un colle delle Langhe, a poco meno di un'ora di macchina da Cuneo. «Tutti i sindaci lavorano per il bene del proprio Comune», tiene a precisare il nostro interlocutore. Ma bastano pochi minuti di conversazione con Franca Biglio, sindaco e presidente fin dalla sua fondazione dell'Associazione nazionale dei piccoli comuni di Italia (Anpci, circa 3.000 associati sotto i 15.000 abitanti), per capire che, in realtà, dietro a questa scelta di vita c'è molto di più. Com'è nata l'idea di costituire l'Associazione? «Era il 1987 quando il governo introdusse il regime di tesoreria unica anche per i piccoli Comuni. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Decisi di affittare un camper con mio marito e girare per capire se il problema che sentivo io fosse lo stesso per tutti. Quello che riscontrammo fu un coro unanime: “Nessuno ci rappresenta, nessuno si interessa a noi". Ecco, la nostra Associazione nasce per questo: accendere un faro, e tenerlo acceso, sui piccoli Comuni. Siamo riusciti a far cambiare l'idea che ci considera un peso anziché un patrimonio virtuoso». Ci spiega perché questi centri sono così importanti? «Noi siamo il presidio e l'avamposto sul territorio. Se non ci fossero gli amministratori dei piccoli Comuni che si rimboccano le maniche e lavorano al fianco della Protezione civile, delle pro loco e del volontariato, il territorio sarebbe meno vivibile». Ma negli ultimi anni le cose si sono fatte difficili… «Lo sa che la spending review ha causato una riduzione del 60% delle risorse finanziarie? Quando in un Comune vengono a mancare determinati servizi, è normale che la gente vada via. È vero che nei piccoli centri costano di più, ma bisogna vedere la contropartita». E quale sarebbe? «La qualità della vita, innanzitutto. Poi c'è il rapporto con il territorio, nel quale sono insediate una miriade di piccole e medie imprese agroalimentari, come ha dimostrato l'Expo di Milano del 2015. Infine, le relazioni sociali: altrove sei un numero, qua invece ci conosciamo e ci aiutiamo tutti, siamo una comunità. Ecco: questa contropartita è cercare di assaporare il gusto di un ambiente diverso dalla città, dove da un pianerottolo all'altro non ci si conosce». Non si tratta di aspetti secondari. Siamo sicuri che dietro all'attacco ai piccoli Comuni si nasconda solo una questione di risparmio? «Ma no, dei costi in realtà non interessa a nessuno! C'è un progetto politico, perché nei piccoli Comuni i sindaci si candidano con liste civiche e non sono manovrabili dal partito. Unire i Comuni significa avere centri più grandi, e dunque amministratori scelti dalla politica». Quali sono le battaglie che vi trovate ad affrontare in questo periodo? «Sempre le stesse: chiediamo risorse adeguate e la possibilità di operare in deroga rispetto alle leggi nazionali, progettate per le grandi città. Noi non sprechiamo, anzi siamo oculati! Ma abbiamo bisogno di un abito confezionato su misura». Con tutti questi problemi, chi ve lo fa fare? «Vede, quello di sindaco più che un mestiere è una vocazione. Sono convinta che i sindaci dei piccoli comuni vivano in una condizione di perenne innamoramento. È la cosa più bella perché non ti fa fermare mai». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/uccidono-i-piccoli-comuni-aiuto-2644859418.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="lo-stato-ci-soffoca-con-le-tasse" data-post-id="2644859418" data-published-at="1767736058" data-use-pagination="False"> «Lo Stato ci soffoca con le tasse» Ansa «Calo demografico, invecchiamento della popolazione, tutela sanitaria, scuola, infrastrutture e connettività: sono questi i grandi mali dei piccoli Comuni. Ci sono amministrazioni dove il sindaco fa anche il ragioniere, il geometra, il capo cantiere, perché non può assumere nessuno. Negli ultimi dieci anni il prelievo finanziario da parte dello Stato è stato pesantissimo». È un'analisi impietosa quella di Guido Castelli, responsabile finanza locale dell'Anci, l'associazione che riunisce i Comuni italiani. Ora però i sindaci possono tornare ad assumere. «Ma non hanno i soldi per farlo. La crisi finanziaria ha ridotto la loro autonomia. Dal 2012 al 2019 il saldo del bilancio pubblico è migliorato di 25 miliardi e 12 miliardi sono venuti dalle autonomie che hanno effettuato pesanti tagli alle spese. Il contributo dato dai Comuni e in particolare da quelli piccoli è stato sproporzionato rispetto a quanto hanno ricevuto. Inoltre hanno subito gli effetti delle riforme delle province. Queste prima garantivano una sorta di protezione amministrativa svolgendo funzioni di supporto e consulenza ma ora sono state private di questa capacità operativa professionale». Quali sono i problemi che impediscono ai piccoli Comuni di superare la crisi? «Oltre alla mancanza di risorse c'è un problema sociologico. L'attuale modello di sviluppo tende a favorire le grandi concentrazioni urbane e litoranee con il conseguente indebolimento dell'entroterra. Con lo spopolamento di vaste zone, i servizi di assistenza sanitaria si sono ridotti spingendo ancora di più la popolazione a migrare verso i grandi centri. Lo stesso accade per le scuole che hanno sempre meno alunni». Cosa impedisce all'economia di ripartire? «I piccoli centri sono lontani dagli snodi dei traffici di merci e servizi e il modello di sviluppo nazionale li tiene ai margini del Paese». Eppure ci sono stati tentativi legislativi per sostenere la crescita di queste aree. Cosa non ha funzionato? «Ermete Realacci si intestò una legge nel 2017 per sostenere i piccoli Comuni anche sotto il profilo turistico. Una legge ben fatta, peccato però che il Parlamento non ci ha messo un soldo. E tutto è finito lì». C'è carenza di servizi? «Servirebbero piani di sviluppo mirati per queste realtà, con regole diverse da quelle che agiscono nelle grandi città. Prendiamo la scuola. Gli standard previsti dalle leggi nazionali per la costituzione delle classi devono essere adattati ai piccoli Comuni. C'è il problema del trasporto pubblico locale, dei servizi postali per la consegna dei pacchi. Nell'era di Amazon è necessaria una rete che comprenda anche realtà montane. E poi Internet, la banda larga è ancora un lusso. C'è un programma di cablaggio delle aree svantaggiate, ma siamo in ritardo».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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