«Sono stati mesi, anzi anni di sofferenze terribili. Umiliazioni. Privazioni. Mortificazioni. Certo, il mio cognome era un handicap, molti mi guardavano storto, pensavano a chissà quali privilegi o trattamenti di riguardo, ma io ero solo una madre sbattuta in carcere all’improvviso e per una ragione che nemmeno riuscivo a comprendere […]. Trascorro giornate lunghissime, piatte come un’ostia. Sto 22 ore al giorno sul letto, seduta o sdraiata, poi c’è l’aria: una al mattino e una al pomeriggio. Poi ci sono le visite degli avvocati e i miei - Lucio Lucia, Marco Salomone e Salvatore Scuto - cercano di farsi vedere il più possibile. Gli incontri sono un sollievo ma anche una parentesi dentro quell’ambiente cupo, senza speranza. La domenica vado a messa e il sacerdote mi dice: “Jonella devi rinnegare il tuo cognome”, ma io non devo rinnegare niente. Sono sempre stata innamorata di mio papà, un genio, un uomo che aveva cominciato vendendo le bombole per il gas e si è comprato mezza Milano. Sono orgogliosa di lui e di essere sua figlia. […] Dopo i primi giorni di scombussolamento, ecco che Ludovica e Paolino arrivano a trovarmi. Paolino ha 11 anni, è sempre attaccato alla mamma, gli manco terribilmente come lui manca a me, ma quegli incontri sono l’unica possibilità che ho per fargli capire che non sono sparita, sono sempre con lui, gli voglio bene. Vuole stare in braccio, mi accarezza i capelli, io lo rassicuro. Il tempo se ne va in fretta e quando poi escono è terribile. Resti lì con un’angoscia che non si può descrivere […]. E intanto continuo a ripetermi: ma che vogliono da me? Ma che vogliono dalla nostra famiglia? Papà, ormai anziano, è ai domiciliari, Giulia è in cella, io pure, Paolo, cittadino svizzero, ha schivato l’arresto e per l’Italia è un latitante. Una situazione spaventosa […]».
Intanto le posizioni dei fratelli si dividono, aprendosi a ventaglio. Giulia, provata dalla detenzione, patteggia. Jonella corre verso il processo con rito immediato a Torino. Paolo, che viaggia con il metronomo del rito ordinario, vede invece accogliere l’obiezione dei suoi difensori: il giudice stabilisce che la competenza è di Milano, come sostengono i legali dei tre, e manda le carte in Lombardia. È la svolta che segnerà tutta questa storia, ma ci vorranno anni per allineare le diverse posizioni come gli astri.
[…] Jonella si immerge ancora in quei ricordi dolorosi: «Un giorno gli avvocati, tutti sorridenti, mi danno il grande annuncio: “È fatta, torni a casa”. Mi sembra impossibile, ho le vertigini, poi torno in cella, mi preparo e comincio a contare i minuti. Ma passano le ore e non succede nulla. Anzi, la giornata svanisce in un’attesa che non porta da nessuna parte. Mi hanno ingannata, non è così, ci dev’essere stato un equivoco o hanno cambiato idea […]. Purtroppo il peggio arriva il giorno dopo, un giorno di ottobre 2013 che non scorderò mai. Ludovica viene a San Vittore e mi urla addosso: “Mamma basta, devi patteggiare, come ha fatto la zia. Paolino piange tutte le sere. Va a letto dicendo: Mamma, mamma, dove sei? Perché non vieni? Patteggia e facciamola finita”. Ludovica se ne va in lacrime. Io mi ritrovo più prostata di prima […]. Chiamo gli avvocati. Ho deciso: patteggio. Scrivono un testo che mi rifiuto di leggere, tanto non m’interessa, l’importante è rientrare a casa […]».
A novembre, finalmente, Jonella Ligresti torna nella sua casa milanese. È blindata e non può incontrare nessuno, a parte i figli e gli avvocati. […] «La nostra famiglia è nell’angolo, schiacciata dalla congiuntura e dall’azione di chi, in questo disastro, si sta dando da fare per portarci via tutto. Unipol, che sta per inglobare Fonsai, scatena l’azione di responsabilità. […] Siamo assediati e banditi dalla comunità civile. I Ligresti devono essere spazzati via».
La lotteria della giustizia ha in serbo altri numeri. «Al processo di Torino, mi condannano a 5 anni e 8 mesi per aggiotaggio informativo e falso in bilancio». Che cosa è successo? Il giudice ha detto no al patteggiamento: ha ritenuto la pena concordata non congrua. Troppo bassa. E poi mancavano i risarcimenti alle parti civili. E allora ha stracciato l’accordo e ha spedito Jonella a dibattimento […]. «A papà va pure peggio: 6 anni e 2 mesi. Un’enormità. A Milano invece Paolo viene assolto: è la stessa identica storia, ma lui se la cava alla grande, noi siamo trattati come delinquenti. Papà ormai è l’ombra di sé stesso: si estrania progressivamente, si chiude, non parla più. La sua testa lascia spazio a una malattia della mente, forse un rifugio per chi ha patito troppo […]».
Salvatore Ligresti si spegne nella casa di via Ippodromo il 15 maggio 2018. Non fa in tempo a vedere la ruota che gira. […] Per Jonella è il faro di una vita e un lutto senza fine: «Dopo la sua morte ho preso da un assegno la sua firma e me la sono tatuata sul polso. Così papà è sempre con me».
Ma le sorprese non sono finite. Nel 2018 la Corte d’appello di Milano conferma l’assoluzione di Paolo e lo fa con parole definitive. Il falso in bilancio non c’è, è stato il consulente tecnico della Procura, Giovanni Sammartini a sbagliare i suoi calcoli: è arrivato a stimare in 538 milioni la carena della riserva sinistri ma non si capisce come sia arrivato a questo risultato, oltretutto appena oltre la soglia di punibilità. Di fatto, la famiglia Ligresti è stata incriminata e ammanettata per uno 0,2 per cento di troppo che non c’è. […] Quei 538 milioni in realtà sono molti di meno. E il reato non c’è: non c’è per Paolo come non c’è per Jonella che pure è stata condannata a una pena pesantissima. […]
Il verdetto di Milano diventa definitivo e apre una crepa gigantesca nella costruzione accusatoria. La sentenza fa infatti a pugni con il patteggiamento di Giulia e con la condanna, sia pure in primo grado, di Jonella a Torino. Le sorprese in questa storia infinita non sono terminate: il 12 marzo 2019 la corte d’appello di Torino stabilisce la competenza di Milano nel filone che riguarda Jonella. Si torna in Lombardia dove tutto era nato quasi dieci anni prima. […] La Procura riflette e poi chiede l’archiviazione. Il gip la dispone nel maggio 2021. È la fine. «Ci hanno messo 8 anni», conclude Jonella, «ma ci hanno dato ragione. Ora chiederò l’indennizzo per l’ingiusta detenzione. Ma sono briciole rispetto a quel che ho sofferto e che hanno patito i miei figli […]
I Ligresti non sono più quelli di prima, papà è morto come un appestato e con le cause civili ci hanno portato via centinaia di milioni di beni. Ma siamo ripartiti. Io ho aperto un ristorante in Sardegna, Ludovica si occupa di moda, Paolo studia. Andiamo avanti».
Aveva alzato le mani almeno una volta e la moglie si era ritrovata con un ematoma al naso. Un episodio gravissimo, ancora di più perché commesso da un giudice. Un magistrato chiamato a sua volta a giudicare i comportamenti del prossimo e a punire anche la più microscopica violazione della legge. Ma non sempre le cose vanno come dovrebbero andare, almeno per il tribunale dell'opinione pubblica, e qualche volta azioni che costerebbero caro a un comune cittadino passano senza conseguenze quando il protagonista è una toga. […] E poi, fra una querela tolta e una mai presentata, c'è sempre un modo impeccabile di salvare la legge e pure il marito borderline. Molto borderline. Anche maneggiando il metro della sensibilità contemporanea che non tollera la minima mancanza di rispetto alla propria partner e ha iniziato una sacrosanta crociata per difendere i diritti delle donne. Le donne. Ma non lei, la moglie di Giovanni Domodossola.
Il capo d'incolpazione racconta una storia davvero cupa: «Dal 1995 al febbraio 2007 teneva fuori dall'ufficio condotte tali da renderlo immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere un magistrato».
[…] Il tribunale delle toghe, chiamato dunque a pronunciarsi sugli eccessi di una persona che avrebbe dovuto incarnare la legge e apparire lontanissimo dal più piccolo sospetto di scorrettezza, nota anzitutto che l'azione penale si è fermata a suo tempo. Il motivo? Non si procedeva per i reati di percosse, lesioni volontarie e ingiuria per due ragioni: in parte «per mancanza di querela» e per il resto «per la remissione della stessa». […]
Le violenze non sono un teorema ma un dato di fatto. Circostanza gravissima per un magistrato che non viene giudicato per gli eventuali reati, per i quali in un modo o nell'altro è stato assolto, ma per le mancanze sul piano delicatissimo della deontologia. Chiunque si aspetterebbe il pugno di ferro, ma il metro è assai più elastico. Anzi, considerazione dopo considerazione, l'accusa viene smontata. «Tutte le violenze, a quanto consta dagli atti, furono consumate all'interno della convivenza, dunque senza effetti sul piano sociale e della credibilità del magistrato.» […]
Dice proprio così la Disciplinare: «Il preteso insulto che nella prospettazione dell'incolpazione il magistrato avrebbe più volte rivolto alla moglie, di essere cioè essa prodiga e dedita a spese voluttuarie, con tutta evidenza fa parte della miseria di un rapporto ormai consunto, costituisce un giudizio sicuramente legittimo, ancorché opinabile quando emesso da un coniuge nei confronti dell'altro all'interno di un contrasto sulla conduzione economica della famiglia».
Tutto normale, o quasi. Anche se c'è stata la denuncia, anche se ci sono state le vessazioni, anche se c'è stato quel naso malridotto. La Disciplinare va avanti imperterrita per la sua strada: «Sembra dunque al collegio, al di là della remissione della querela sul punto, che un alterco fra coniugi, per quanto sgradevole, non possa integrare l'illecito contestato».
Tutti i salmi finiscono in gloria. Pure questo. La contestazione che all'inizio sembrava granitica e insuperabile si è sbriciolata nelle mani dei giudici che l'hanno derubricata a lite ordinaria fra coniugi. L'illecito non c'è più. C'è un alterco, un momento di tensione, qualche scintilla, come capita in tutti i rapporti. Tutto qua. […] Il 14 maggio 2010 Giovanni Domodossola viene assolto.
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Un corteggiamento sfrontato e invasivo. Con irruzioni continue nell'ufficio e nella vita della collega, come lui pubblico ministero in una Procura del Nordovest. Per descrivere una situazione intollerabile, la Disciplinare ricorre a una coppia di verbi che si sposano perfettamente: assillare e molestare. «Il sostituto procuratore», si legge nel capo d'incolpazione, «molestava la dottoressa, in servizio presso il medesimo ufficio in qualità di sostituto procuratore, assillandola con continue telefonate anche sui numeri personali (sollecitando, dopo che questa era stata costretta a cambiare numero, a comunicargli il nuovo numero), messaggi telefonici, richieste di incontri e ciò nonostante il netto rifiuto opposto dalla dottoressa alla trasformazione del rapporto professionale in rapporto sentimentale, tanto che la dottoressa era costretta a ricordare al collega di essere già impegnata e di avere due figli». È fin troppo facile immaginare prima l'imbarazzo e poi lo sgomento e la rabbia di Francesca Rallo davanti alle avances irrefrenabili di Giulio Aureli. […] È evidente che un pressing del genere, sordo alle lamentele di lei, finisca con il travolgere gli equilibri dell'intera Procura, mettendo a repentaglio i rapporti personali e l'armonia dentro il gruppo. Un team che dovrebbe marciare compatto come una falange contro il crimine, condividendo spunti, intuizioni, carte e ragionamenti. […] Giulio cambia registro e si fa minaccioso: con una missiva «segnalava alla collega la situazione di incompatibilità in cui la stessa si sarebbe trovata a causa dell'esercizio della professione forense da parte di un suo familiare, e cioè la sorella, avvocato Angela». [...] No, non si può andare avanti in questo modo; e il procuratore della Repubblica e il procuratore generale finalmente intervengono a tenaglia, chiedendo spiegazioni al magistrato che non sa stare al suo posto. Lui, per nulla intimorito da quel primo intervento dell'autorità, replica a muso duro sfidando i vertici della magistratura di quella regione: il 29 luglio 2009 fa partire una nota a sua firma, recapitandola a numerosi indirizzi pesanti. Il documento è l'ennesima segnalazione della presunta incompatibilità nel ruolo di Francesca e il giustiziere della porta accanto esige l'attenzione pedante alle forme: pretende che l'incartamento sia protocollato dal Csm, cui pure è inviato, in busta chiusa. […] Il procuratore generale passa all'attacco proponendo alla Disciplinare il trasferimento provvisorio.
Ma Giulio non si dà per vinto e contesta la decisione: è la scintilla che mette in moto il nuovo round del procedimento. Giulio vorrebbe rientrare nella sua città, ma la Disciplinare non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi. Anzi, ci sarebbe la possibilità di sospendere il magistrato dal lavoro, ma il caso non sembra ai giudici delle toghe tanto grave da far scattare uno stop così invasivo. Il 26 aprile 2010 arriva le decisione: la situazione viene congelata in attesa del processo. Lui rimane con la toga sulle spalle, anche se l'ha disonorata. E nell'opinione pubblica, che ha seguito la storia sulla stampa, serpeggiano sentimenti di inquietudine e disagio e non ci si capacita di come un personaggio del genere possa ancora parlare a nome dello Stato in aula. Il finale, naturalmente, è ancora tutto da scrivere.




