Ricercatrice in Sociologia
all'Università del Salento
È uscito, postumo, Dare la vita, il libro di Michela Murgia che raccoglie le sue riflessioni su maternità, famiglia, leggi, soprattutto in relazione a quella che lei chiama «gravidanza surrogata», di cui vorrebbe l’introduzione in Italia. Murgia non è una pensatrice sistematica. Incorre in gravi contraddizioni: nella prima parte del libro sottoscrive la tesi di Roberto Saviano che la ragione della mafia è la famiglia di per sé, salvo poi esaltare la famiglia queer nei brani successivi. Se «un sistema organizzato per famiglie non riconosce il bene comune, ma soltanto la protezione delle rispettive appartenenze», non capisco perché aggiungere l’aggettivo queer dovrebbe cambiare le cose. Scrive di temere i discorsi introdotti da: «Lo dico da madre», e nella frase successiva afferma: «Lo dico da madre d’anima».
Murgia è stata una brava scrittrice, una mente creativa, ha avuto la capacità di rendere poeticamente realtà dure, e di usare la sua avvincente scrittura per la denuncia sociale. Ma sulla compravendita di neonati commissionati (Cnc), un tema che riguarda la legge, non riesce a inquadrare la questione né a portare argomenti convincenti per la sua introduzione: il parallelo con l’aborto non tiene. La base è la sua fantasia su una Cnc neutrale per le donne, se non addirittura liberatoria - una fantasia ancora diffusa insieme a quella del regolamento perfetto che salva l’autodeterminazione femminile (e quella dei neonati?). È un mercato, scrive, dobbiamo riconoscerlo - come se questo mercato non fosse creato dalle leggi, e solo in alcuni Paesi. È come avere la badante rumena sfruttata - come se uno sfruttamento ne giustificasse un altro. La donna deve poter decidere in ogni momento di tenere il bambino - come se il contratto che sottoscrive potesse essere altro che non il suo impegno a separarsene. Dobbiamo fare un regolamento giusto, perché altrimenti le persone vanno in India. A parte il fatto che l’India ha cessato l’orrendo sfruttamento da parte degli stranieri nel 2021, un figlio non è un oggetto di contrabbando. Semplicemente non è vero che «dove una legge manca, le donne lo fanno lo stesso e queste garanzie (cioè assicurazione, assistenza medica, psicologica e collaterali) non le hanno». Il figlio deve entrare in Italia con un certificato di nascita legale, che è quello che solo i Paesi che hanno introdotto la Cnc emettono (e che l’Ue scandalosamente ora riconosce). Se non si cambiano le leggi per permettere che si commissionino neonati per essere separati dalle madri e cresciuti da altri, ciò non può accadere.
Scrive che è stata la richiesta delle femministe di Se non ora quando di dichiarare illegale la maternità surrogata a suscitarle sorpresa e disaccordo: «Chiedere che si faccia una legge per impedire la gestazione surrogata non soltanto non ferma lo sfruttamento, ma lo rende privo di limiti». Ma anche Se non ora quando sbagliava: il punto è proprio che se non c’è una legge che ammette questi contratti, la maternità surrogata in un Paese non esiste. Qualunque regolamento che abbia le migliori intenzioni, la crea.
E secondo Murgia questi bambini commissionati hanno addirittura il privilegio di essere stati desideratissimi… non dalle loro madri però! Che spariscono. Chiama i committenti addirittura i loro «genitori biologici» nel caso i gameti siano propri. La gravidanza, il parto, non fanno «genitore biologico», evidentemente. Non la scandalizza «dare un prezzo alla funzione riproduttiva del corpo della donna (il che attiene alla sua libertà di scelta e ai limiti entro i quali la può esercitare)», come se ai committenti interessasse il processo della gravidanza e non ricevere un neonato - è per lui che pagano il prezzo. Non so come si possa in buona fede ritenere che la Cnc non sia un mercato di bambini. Purtroppo non abbiamo più la possibilità di dibattere con lei, ma Murgia mi invitò a una puntata di Kamasutra sulla Cnc. In camerino non scoprì le sue posizioni, poi in trasmissione fece chiaramente capire che approvava questa separazione di madri e figli, con contratti che travestono da dono la compravendita di un neonato. Mi disse che ne avremmo parlato ancora, anche perché le lasciai il mio tomone sull’argomento (Maternità. Surrogata? 350 pagine). Non mi cercò mai: aveva trovato la sua strada nell’importare nel nostro arretrato Paese i temi più avanguardistici, futuristici, transumanistici della contemporanea modernità, come quando in questo suo lavoro parla di «persone incinte» in omaggio all’identità di genere. E soprattutto come quando rifiuta di chiamare «madre» una donna che ha fatto un figlio per darlo ad altri («Non è quindi tollerabile oggi in un discorso serio sentir definire “maternità” il processo fisico della sola gravidanza» - come va chiamato allora il dare alla luce un bambino, il dare la vita del suo titolo?). E se «per secoli siamo state madri per forza», la liberazione delle donne non è certo la possibilità di diventarlo per poi rinunciarvi per forza.
Scrive ancora Murgia: «La cosiddetta gestazione per altriə (formula comunemente abbreviata in Gpa) evoca problemi politici, religiosi, economici e morali alla radice di ciò che significa essere donne osando immaginarsi fuori dalla maternità biologica». No, non si tratta di questo. È un mercato di neonati commissionati introdotto dalla legge, in cui le donne perdono la capacità legale di riconoscere i propri figli, forzate dal contratto ad abbandonarli anche quando non vogliono più farlo, e i neonati perdono il diritto umano di essere cresciuti dalla propria famiglia, cioè dalla propria madre. Perciò non è possibile, come Murgia e altre sognatrici pensano, una forma di surrogazione in cui questo diritto appartenga alla donna. Se lo avesse chiesto a Famiglie Arcobaleno, le avrebbero risposto di no. Questo è il problema con i padri gay: sono loro in prima linea nel volere introdurre questo istituto legale anche nel nostro Paese benché, secondo la stima di Murgia, siano meno di un terzo di chi fa fare bambini all’estero. Non li contrabbandano dalle isole dei pirati, ma da quei Paesi dove l’istituto giuridico esiste, e se la madre è stata pagata, suo figlio diventa legalmente figlio di chi ha pagato.
Le esperienze dei singoli sono varie. L’esperienza di Nichi Vendola con le molteplici donne che - grazie alle opinabili leggi vigenti in Canada - ha potuto scegliere di far trattare chimicamente con ormoni artificiali per ottenere l’ovulo dall’una, sottoposta a laparoscopia durante la sua sindrome di iperstimolazione ovarica, e impiantarlo fecondato nell’altra, anche lei imbottita di ormoni per sorvegliare il suo ciclo e farlo attecchire, è risultata in una famiglia vicina ma lontana, fonte di orgoglio e buone parole e sentimenti. La madre ha dato via volentieri suo figlio, il quale si è adattato.
Che potere ha un neonato di rimanere con chi gli ha dato la vita, l’unica presenza umana che ha conosciuto nella sua lunga esistenza intrauterina, colei alla quale istintivamente si rivolge per essere alimentato, accudito, scaldato, rassicurato? Nessuno laddove ci siano leggi che ammettono i contratti di compravendita della filiazione. C’è anche una cosuccia chiamata «diritto alla continuità familiare», che naturalmente è quello del neonato anche contro la «libera scelta» della portatrice, che non è costretta a non occuparsene per cause di forza maggiore - leggi figli dati in adozione - ma dalla firma di un contratto ancora prima di iniziare la gravidanza. La cosuccia è scritta negli elenchi dei diritti umani, ha fatto perplimere una rapporteur dell’Onu sui diritti dei bambini, Maud de Boer-Buqicchio, incaricata di esprimere un giudizio sulla surrogazione di maternità. Su quella detta «altruistica» ha sospeso il giudizio perché bisogna vedere caso per caso. La variante «commerciale» l’ha condannata tout court come traffico di esseri umani.
Sì è vero, esagero, non sono «molteplici» le donne usate, sono solo due: questa doppia madre serve a imbrogliare le carte con la società e con loro stesse, che possono dirsi che il figlio non è di nessuna delle due dato che è rotta la continuità materna - a prezzo di esposizione a farmaci e operazioni pericolose - e serve a garantirsi che nessuna di loro possa legalmente spezzare il contratto con i Vendola. Se l’ovulo non è tuo, dicono i tribunali patriarcali, allora non è tuo figlio anche se la tua placenta lo ha nutrito, lo hai fatto crescere nel tuo ventre con il tuo sangue, lo hai partorito. Ad esempio la Corte suprema della California così rispose giudicando la richiesta di Anna Johnson di continuare a occuparsi di suo figlio nel 1993, la sentenza capostipite dell’industria della surrogazione di maternità in California: l’ovulo non è suo. Ma che c’entra la California con i Vendola, quelli sono andati in Canada, dove la surrogazione non è commerciale ma altruistica. Un’altra bella etichetta che si sovrappone a quella per cui i pagamenti sono «rimborsi spese» - mica vorrete che le portatrici paghino le tasse per il loro beau geste? Mica vorrete che un atto d’amore avvenga addirittura a spese loro - come se non fosse il rinunciare alla relazione materna il valore più prezioso che si mette sul piatto. Qualche decina di migliaia di dollari, che volete che sia? Serve giusto a persuaderle con il guadagno... ops volevo dire: a rimborsare le spese, no, anche i mancati guadagni, no, anche il college per gli altri figli - beh insomma, provate voi a trovare una donna che vi faccia il dono senza darle dei bei soldini! Anzi, i due doni, separando l’ovulo dalla gravidanza.
Che però non sono doni: c’è un contratto. Vendola chiede: «Una donna, non ricattata dalla povertà, non condizionata da alcuna ipoteca, non potrà mai e in nessun caso decidere liberamente di mettere al mondo un figlio non suo?». Dimenticando un piccolo dettaglio: ha firmato con i Vendola, i Rossi, gli Smith un contratto che la lega, le toglie la decisione sull’aborto (chiamato «riduzione fetale»), le impedisce di viaggiare, avere rapporti sessuali, fumare, bere caffè e così via. La libera scelta pare finita per un po’ dopo il contratto. Potrà poi, diventata madre, magari cambiare idea come nei casi di adozione e, in un certo periodo di tempo, riconoscere la creatura che porta in grembo? No. E la sua frequentazione dei figli è lasciata al buon cuore dei Vendola, Rossi, Smith di turno. Hanno pagato perché lei nemmeno compaia sul certificato di nascita. Lei peraltro potrebbe avere problemi di salute per questa gravidanza commissionata da altri ed è provato che si hanno più problemi che con quelle naturali. Potrebbe non avere più figli suoi. Potrebbe rinfacciarsi per sempre l’abbandono, pardon: la consegna. Potrebbe anche morire - e lo stesso potrebbe succedere a quell’altra che si è fatta prendere gli ovuli maturati in sovrannumero dietro pagamento. Ma non sono certo lavori: non si può regolamentare come lavoro un’invasione del corpo così massiccia, seguita dalla destinazione familiare di un essere umano, oggetto di contratto. Allora diciamo che sono doni, così nessuno si preoccupa. È solo amore. Jennifer Lahn del centro di bioetica Cbc ha pubblicato proprio questa settimana un rapporto sulla Pma sulla surrogazione, documentando tutti i danni ai corpi femminili che vi si sottopongono, nonché i problemi, più frequenti, di questi neonati. Sul sito del Cbc tengono traccia delle donne morte dopo aver firmato per fare un bimbo e consegnarlo ad altri.
La prima discriminazione è quella che subiscono i neonati commissionati proprio per essere allontanati dalle madri che ricevono soldi (ma non è una compravendita!) - ci vuole una certa faccia di bronzo per chiamare discriminazione il fatto che in Italia qualcuno non accetti i certificati di nascita falsi, scritti per cancellare l’apporto materno a quelle vite. Che cosa c’entrino poi i figli illegittimi delle ragazze madri, che cosa c’entri la discriminazione dei gay è tutto da spiegare. Già: perché mai le giornate dell’orgoglio gay sono diventate giornate di rivendicazione del mettere a valore le capacità riproduttive delle donne per farne un mercato?
Caro Nichi, caro Tommaso, cari padri che per esserlo avete allontanato i neonati dalle loro madri. Avete delle famiglie bellissime. Perché non ringraziate la Dea che vi sia andata bene, evitando di farne una battaglia politica che vi squalifica? Il commercio di neonati commissionati davvero non appartiene a una società rispettosa delle donne, della loro capacità materna, dell’integrità dei loro corpi e dei loro sentimenti, nonché di quelli dei neonati. La compravendita dei neonati commissionati non è altro che sfruttamento delle donne e cancellazione dei diritti dei neonati stessi: è una rivendicazione di soprusi.
Mi fa molto piacere che alcune firme che conosco tra le 200 femministe pro-Gpa vogliano aprire un dialogo su quella che chiamano «gestazione per altri», visto che sono anni che il dialogo viene puntualmente negato: prima in Famiglie Arcobaleno (anni Zero), poi in «Non una di meno» (anni Dieci) poi in varie Case delle donne. Dialoghi e informazione sono «sospesi» fino al momento in cui matura la convinzione che sì, è una grandiosa opportunità di espressione della generosità femminile, perché non la regolamentiamo? Oppure fino al momento in cui chi è contraria a questo come ad altri punti del «pacchetto gender» si allontana o viene allontanata con le buone o le cattive dagli inclusivi «luoghi delle donne». O forse degli asterischi, altro punto del pacchetto gender che si avvicina a grandi passi. Una volta, negli anni Ottanta, le femministe chiamavano la compravendita di neonati commissionati (Cnc) «utero in affitto», e non c’erano al nostro interno compagne che la pensassero diversamente. Dico «nostro» per brevità: ero adolescente e ho fatto in tempo solo a cogliere la coda un po’ decadente di quel movimento straordinario che ha dato cittadinanza all’essere femmina, lottando contro l’oppressione subita per mano degli uomini nella loro cultura patriarcale, da cui abbiamo cercato e cerchiamo tuttora di uscire. Evidentemente con scarso successo. Quarant’anni dopo il paesaggio sociale è cambiato: si dice che ci siano tanti femminismi, ognuno con la sua idea parziale sulla liceità o anche encomiabilità dello sfruttare le capacità riproduttive di una donna per sottrarle il figlio o figlia in cambio di denaro. Perché non la «regolamentiamo» anche in Italia? Cioè, se non fosse chiaro, perché non introduciamo anche nel nostro (avevo scritto «mostro») Paese la possibilità per una donna di scegliere, tra i tanti mestieri a disposizione cui presto si aggiungerà il sex work regolamentato, di mettersi a disposizione per nove mesi di gravidanza a beneficio altrui, separandosi dal neonato appena esce da suo corpo, ovviamente senza possibilità di ripensarci, perché il frutto del suo ventre non è suo, come le «portatrici» ripetono ad nauseam. Tranne quando ci ripensano, però. In California ci sono stati diversi casi che non hanno nemmeno potuto adire gli ultimi gradi di giudizio. Non c’è nulla da discutere né da rivendicare: hai firmato il contratto? Avevi un avvocato? (Pagato dalla controparte, non certo da chi vuole farsi quattro soldi per la propria famiglia e accetta la visione davvero masochista di partorire un figlio non suo.) C’è la data sul contratto? Allora è tutto legale, il figlio non è tuo.
Non so neanche bene cosa ci sia da discutere, talmente è chiara la sopraffazione legale che la Cnc introduce non solo sulle donne, trattate come contenitori di seme altrui come ai tempi di Aristotele, ma sui neonati di cui si calpesta il diritto umano alla continuità familiare, oltre che quello di non essere comprato e venduto. E la compravendita non può fare eccezione se le intenzioni sono buone. Chi garantisce poi che le intenzioni siano buone? Nell’adozione, che è dare una famiglia a chi sfortunatamente non può essere accudito dalla propria madre, per lo meno ci sono controlli. Qui paghi e pretendi. Faremo la legge più bella del mondo!, ho già sentito dire. Certo. Poi se le limitazioni (i controlli, ad esempio) non soddisfano l’acquirente, l’opzione estero rimane sempre aperta. ma non importa. Quel che conta è darne la possibilità alle donne che scelgono di fare le portatrici. Come in Grecia, dove sono le immigrate a diventare le migliori amiche delle donne che non possono partorire, che oltre alle pulizie e alla cura degli anziani, possono utilizzarle per diventare madri ai sensi della legge sulla Cnc. Si risparmierà così la fatica di andare all’estero a chi può pagare per commissionare un neonato. E magari incentiveremo il turismo procreativo, con noi come destinazione invece della Grecia o dell’Ucraina, momentaneamente in difficoltà.
Le femministe che non possono essere ingabbiate, ma che parlano secondo la teoria neoliberale, in cui tutto è una scelta, e l’illusione della scelta legittima qualunque aberrazione giuridica come vendere un figlio su commissione, si preoccupano persino che gli acquirenti possano non volere più il prodotto-bambino, che si troverebbe così senza genitori. Cosa vorrebbero fare, costringerli a occuparsene? Che idea delle relazioni umane hanno? Facciamo piuttosto in modo che nessuno si trovi in quella condizione lottando contro la Cnc. Che va abrogata dove esiste, e perseguita nella sua organizzazione dove fortunatamente non esiste.
Un’ultima cosa: non esistono «figli nati da coppie omosessuali», nemmeno all’estero. Sono lesbica e lo so bene, non ho mai usato contraccettivi, neanche all’estero. E almeno le femministe dovrebbero sapere che si nasce da una donna. Un’ultimissima cosa: che sfacciataggine appellarsi ai diritti dei bambini per «regolamentare», cioè introdurre la Cnc, che nasce per calpestarli, addirittura programmando la separazione del neonato da sua madre.
Daniela Danna, ricercatrice in Sociologia all'Università del Salento





