«Che importa se, a volte, il Vangelo incontra indifferenza o incomprensione e, in diverse parti della Terra, anche persecuzione e violenza? Che importa se in alcune regioni occidentali la comunità cristiana è in minoranza e sembra sempre più irrilevante per la società e la cultura? Noi sappiamo che la vera rilevanza non è il consenso politico o sociale, ma la fedeltà al Vangelo, la fedeltà a Cristo. È vero che la fedeltà a Cristo ci può far apparire inattuali al giudizio del mondo, ma siamo certi che è questa la prima forma per amare gli uomini e per servirli».
Omelia d’inizio anno pastorale 2015-2016, 12 ottobre 2015
formazione
«Il compito educativo, specifico della istituzione scolastica, non è insegnare il giovane a saper fare, ma a saper essere. Il fare mette in relazione a dei settori della vita, quali il necessario campo del lavoro; l’essere pone in rapporto con la vita nella sua totalità. Il fare richiede l’acquisizione di competenze specifiche pur indispensabili; l’essere esige la scoperta responsabile e amorosa dei valori e di un orizzonte di senso. Il fare è necessario per una dignitosa sussistenza economica e per realizzare le nostre personali capacità; l’essere è vitale perché ogni momento dell’esistenza abbia dignità e valore. Dimenticare questa priorità significherebbe ridurre il compito educativo a un laboratorio di apprendistato di tecniche e di metodi, anziché luogo di pensiero».
Omelia della giornata della scuola, 18 novembre 2001
visioni
«La comunità cristiana non deve inventare nulla, la lettura sociologica della vita, della Chiesa e del mondo, non deve prevalere sulla visione della fede. Dobbiamo, come Giovanni, avere il cuore caldo d’amore per riconoscere, nelle pieghe della storia nostra e universale, il volto amato di Cristo, il suo sorriso, l’eco delle sue parole, la sua mano che, sulla nostra spalla, ci incoraggia e ci guida verso il porto del cielo».
Omelia Riconoscere il Signore, 23 aprile 2022
relativismo
«Così è accaduto allora e così accade oggi: l’originaria menzogna si rinnova. Il male vuole inquinare la Terra, convincendo l’uomo che è lui stesso il criterio della distinzione del bene e del male, del vero e del falso. Convincerlo che tutto è relativo, consegnato all’opinione di ciascuno; che nulla gode della oggettività universale. Ecco il relativismo per il quale ogni idea, scelta, azione, sono relativi, devono aver valore per l’individuo e basta. Ma se tutto è relativo, c’è qualcosa per cui vale la pena di vivere e di morire?».
Seconda catechesi della GMG
di Madrid, 18 agosto 2011
babele
«La Chiesa non è Babele, perché l’unità e la comunione non nascono dai deboli sforzi umani, ma dalla grazia dello Spirito. Per questo nella Chiesa bisogna guardare a Cristo per poter guardare agli uomini e al mondo con verità e amore».
Omelia Profeti di comunione,
27 maggio 2012
rendita
«Nella fede cristiana non si può vivere di rendita, dare per scontato il rapporto con Gesù, dimenticarlo o confinarlo in alcuni momenti dell’esistenza. Egli vuole provvedere a noi ogni giorno dentro ad un dinamismo d’amore e di grazia. Ecco l’Eucarestia: ogni giorno dovremmo in qualche modo cercare di partecipare o di visitare l’Eucarestia per non morire di fame».
Omelia del Corpus Domini,
2 giugno 2002
allo sbando
«Non lasciamoci ingannare dalle menzogne di una libertà individualista e assoluta che promette la felicità ma genera tristezza e angoscia; la libertà è un contenitore e il bene dei veri valori ne è il contenuto. Senza un fondamento trascendente che fondi l’ordine morale, si va allo sbando del relativismo e ci si consegna alla logica delle maggioranze, come vediamo in giro per il mondo con il conseguente smarrimento delle persone e la frantumazione sociale».
Omelia «Decidere di stare con il Signore
per vivere con Lui»,
25 novembre 2012
i fondamenti
«La Chiesa non può tacere quando sono in gioco i valori e i diritti fondamentali della persona e della società, come il rispetto della vita umana inizio al suo naturale compimento, la bellezza e l’impegno dell’amore di coppia, la famiglia, l’educazione dei figli. Una società che non custodisse questi valori non rispetterebbe le persone e neppure se stessa. Sarebbe una società che si condanna al tramonto. La libertà individuale, infatti, non è mai senza limiti: la sua garanzia, è la verità delle cose, innanzitutto dell’uomo, che nel suo essere profondo non può assoggettarsi alle opinioni e alle mode».
Omelia ddi Pentecoste,
4 giugno 2006
maturi
«Ci vogliono adulti che siano interiormente maturi. Cioè che non giochino con il mito dell’eterna giovinezza; che non si pongano in patetica concorrenza con i propri figli; che siano visibilmente lieti della loro età; consapevoli del doversi far carico perché altri si aprano responsabilmente alla loro vita. I genitori - a titolo specialissimo - devono accendere nei figli l’uomo spirituale e morale; devono generare l’uomo del corpo ma anche dell’anima; devono condurre la persona oltre sé stessa per introdurla alla realtà intera».
Catechesi «La famiglia: speranza e futuro della società italiana»,
15 settembre 2013
coraggio
«Oggi manca spesso il coraggio di essere e di mostrarci cristiani: si accampa la scusa di non apparire fanatici o intolleranti ma, in realtà, siamo poco convinti e il nostro cuore non è caldo per Dio. Allora la vita cristiana è tiepida, si uniforma al sentire del mondo, si tace la differenza del Vangelo».
Omelia «La cena della nostra vita»,
15 settembre 2019
politica
«In ragione della sua missione, la Chiesa in nessun modo si confonde con la comunità politica e non è legata a nessun sistema politico o partito, consapevole che Stato e Chiesa sono realtà indipendenti e autonome l’una altra nel proprio campo. Ma è altresì parte irrinunciabile del suo compito affermare e salvaguardare il carattere trascendente della persona. Per queste ragioni una sana laicità, mentre riconosce la distinzione dei due soggetti, ne auspica la rispettosa collaborazione in ordine al bene comune che ha come fine la persona nella sua completezza antropologica. I cattolici non dovrebbero mai dimenticare che loro peculiare responsabilità è salvaguardare la dignità della persona dal fluttuare di tutte le opinioni che possono deformarne il valore, consapevoli che nessuna legge positiva può garantire così bene la personale dignità e la libertà dell’uomo quanto il Vangelo di Cristo affidato alla Chiesa».
Intervento sulla politica,
30 ottobre 2016)
fluidità
«La cultura contemporanea sembra non aver nulla da dire ai giovani, nulla di significativo che scaldi il cuore e riempia la vita. Ciò nonostante, contiene una opportunità che non dobbiamo perdere: quella di pensare e scegliere. In una cultura fluida ognuno è chiamato a riflettere: può rinunciare a farlo, adeguandosi al pensiero unico, oppure può ascoltare le voci profonde dell’anima e allora si giunge alla spiaggia della verità e del bene, si giunge facilmente a Dio: oggi - possiamo dire - si crede poco perché si pensa poco!».
Relazione di Barcellona,
31 marzo 2017
famiglia
«Non abbiate timore di farvi la vostra famiglia, di affrontare la vita a due nel vincolo pubblico del matrimonio. Se siete cattolici, sapete che il matrimonio è un sacramento, cioè una realtà nuova dove Cristo ha legato la sua presenza d’Amore, un Amore grande - il suo - che eleverà e sosterrà il vostro amore di coppia. Non temete la responsabilità dei figli: è una grande responsabilità, certo, ma la gioia che ne deriva e la pienezza della vostra vita sono impagabili».
Te Deum di ringraziamento,
31 dicembre 2007
ideologia
«La fede cristiana - lo sappiamo - non è l’adesione ad un’ideologia ma ad una persona; non va confusa con i buoni sentimenti. È consegnarsi e vivere consegnato: con il battesimo, infatti, il cristiano ha scambiato la sua libertà con la libertà di Cristo. Sta qui la forza dirompente e avvincente della fede: la passione che nasce da un rapporto da persona a persona perché Dio è Qualcuno. Quando questa coscienza si affievolisce, la fede diventa rarefatta, perde fascino, non è più in grado di incidere sulla vita, di creare una storia buona».
Omelia della festa di Santa Maria Virgo Fidelis,
19 novembre 2004
schiavitù
«Come è possibile corrodere la grande grazia della libertà, dono di Dio agli uomini? La storia ci parla di culture illiberali che, in nome di ideologie o interessi, hanno umiliato e usato gli uomini. E questo è ormai sotto il giudizio della coscienza collettiva e delle nazioni. Ma vi sono altri tipi di schiavitù sempre possibili, tanto più insidiose in quanto mascherate di libertà: schiavitù che si hanno quando la libertà viene trasformata in libertarismo, cioè in una libertà senza legami, vincoli, norme morali. Allora subentrano la forza e la scaltrezza, e ciò che è giusto e bene in sé viene oscurato e a volte deriso, costruendo così una società che si crede libera perché liberata dalla legge morale, e che, quindi, diventa disumana».
Omelia «Il dono
della Libertà»,
2 novembre 2011
- Il cardinale Angelo Bagnasco: «Va garantito il diritto di non partire. Punire severamente chi sfrutta i migranti ma chi arriva faccia uno sforzo per integrarsi. Offensivo definire degli esseri umani come “forza-lavoro”».
- Al convegno di Milano, cristiani, musulmani ed ebrei concordi: rinnegare sé stessi non è una forma di rispetto per l’altro. L’ecologia di moda? Meglio la carità religiosa.
Lo speciale contiene due articoli.
È acquisito che esiste il diritto di restare e il diritto di partire dalla propria terra alla luce della piena legalità, sapendo che qualunque diritto è legato a un bene vero per sé e per gli altri. Sarebbe però insufficiente parlare di diritto senza riconoscere il fondamento. [...] Come credenti, sappiamo che questo fondamento rimanda a Dio creatore, come esseri razionali siamo rimandati alla comune natura e al dono della razione, nonché alla responsabilità di usarla correttamente. Nella prospettiva della dignità umana, è lesivo parlare dei processi migratori in termini strumentali, cioè come se colui che emigra fosse «forza-lavoro» anziché una persona unica e irripetibile. [...] In un tempo nel quale si propaganda l’individualismo assoluto e l’incapacità della ragione di conoscere la verità dei valori, ognuno sembra dover essere norma di sé stesso. Ma il risultato è che l’individuo non è più libero come si dice, bensì è più smarrito e solo di fronte a sé stesso, alla collettività e al resto del mondo.
[...] Nella visione cristiana, la laicità dello Stato trova la sua affermazione nella distinzione evangelica tra Dio e Cesare. Questa distinzione non afferma uno Stato moralmente neutro verso qualunque opzione comportamentale: accogliere tutti non vuol dire accogliere tutto. Se così fosse, in realtà non si accoglierebbe nessuno, poiché accettare tutto e il suo contrario non crea un volto da offrire, un grembo in grado di abbracciare chiunque, ma piuttosto una realtà fluida che non crea appartenenza: e senza senso di appartenenza non c’è casa. [...] Per questa ragione lo Stato riconosce la libertà religiosa e la libertà della religione. La prima afferma la libertà di ogni cittadino di aderire o meno ad una religione, e a cambiarla se ritiene. La seconda non interferisce nel credo della religione. Un credo che rispetti chiaramente la dignità fondamentale di ogni persona. Credo, a questo riguardo, che sia giusto ricordare quanto, nel nostro Paese come nell’intero Continente, il cristianesimo è stato sorgente e alveo di civiltà, cultura e bellezza per il bene di tutti.
Alla luce di quanto premesso, torno al tema migratorio, tenendo fermo l’obiettivo del bene di chi è accolto e di chi accoglie: infatti, senza il bene di tutti non vi è bene di nessuno. [...] Se, come giustamente si dice, bisogna puntare alla «integrazione» e non fermarsi a forme croniche di «assistenzialismo», allora bisogna insistere su alcune condizioni. [...] Innanzitutto è necessaria la volontà di integrarsi là dove si è. Da qui l’impegno serio e verificato di studiare la lingua e la storia del Paese. Tutti sanno che una dimora dignitosa e un lavoro onesto e giustamente retribuito sono necessari ma non sufficienti in ordine all’integrazione auspicata, ben sapendo che le leggi e le regole valgono per tutti, e vanno rispettate da tutti con le conseguenze previste, per chi è accolto e per chi accoglie. Non si tratta di sostituire la cultura di chi approda in Italia, ma della possibilità di comunicare e della necessità di conoscere la cultura e la società del luogo dove si vuole vivere. Non si tratta di concedere dei contributi a chi è in prima fila - contributi doverosi e necessari - ma della presa in carico della situazione, così come è stato ripetuto in questi giorni in diverse sedi istituzionali. Si tratta di affrontare in solidum un dramma che riguarda tutti, vicini e lontani, e che pare destinato a crescere.
L’Unione europea non è economia, è una coscienza: ma a che punto essa si trova? Non è forse questo - il flusso migratorio - un grande e decisivo banco di prova che ormai dura da anni? [...] Non sono forse frangenti che misurano il cammino unitario, che svelano la forza delle convinzioni e il rispetto dei volti dei diversi Paesi? Essi vogliono camminare insieme senza essere omologati e sudditi di nessuno: perché ci sia una coscienza europea è necessaria la coscienza dei popoli; per questo bisogna che sentano non una mano pesante, ma un cuore che pulsa e lo sguardo lungimirante come avevano i Padri. Essi riconoscevano le radici del Continente, senza paura di apparire ciò che si è per storia e si dovrebbe essere per convinzione.
[...] Dato che il fenomeno migratorio - e così quello della pace e dello sviluppo - è su scala mondiale, è forse utopistico auspicare, anzi chiedere al mondo di fare un grande esame di coscienza? Concludendo, pongo tre domande.
Insieme alle grandi istituzioni mondiali, non è possibile una massiccia e severa azione di contrasto a coloro che - criminali e organizzazioni criminali - sfruttano i migranti? Se l’Italia deve avere la solidarietà operosa dell’Unione, anche l’Unione deve chiamare in causa i soggetti internazionali. Dato che in buona parte l’abbandono della propria terra è dovuto a condizioni di miseria, di mancanza di futuro, di insicurezza ricorrente dovuti a una precarietà endemica, il mondo sviluppato ha veramente a cuore che questi Paesi si sviluppino? Oppure, nonostante aiuti e progetti esportati, pensa che la loro perdurante instabilità convenga per sfruttare meglio grandi risorse e per un più facile controllo politico? Senza interferire nella sovranità degli Stati, la Comunità internazionale non può programmare un grande piano concordato con le Autorità locali, con progetti di sviluppo finanziati e controllati, affinché nessuno possa profittarne e lo sviluppo diventi realtà? Pensando all’Europa, a volte viene da chiederci: il mondo guarda con simpatia e convinzione al cammino unitario del Continente? Oppure qualcuno pensa diversamente per interessi propri e per una diversa geopolitica? Comunque sia, i vescovi dell’Europa sono convinti di questo obiettivo dei Padri, e si augurano che le parole di Novalis non si avverino mai: «Se l’Europa si slegasse totalmente da Cristo, allora essa cesserebbe di essere».
L’identità è garanzia di convivenza
«Nessuno di noi deve temere di avere la propria identità». La frase del cardinale Angelo Bagnasco (rivoluzionaria se pronunciata nella Milano dell’allegra melassa multicult) è il timbro di un convegno originale organizzato in Regione Lombardia dalla fondazione FareFuturo, nel quale si ascoltano finalmente parole diverse, persino nuove, sul tema dei migranti, sulle pelose pigrizie dell’Europa, sulle superficiali risposte del progressismo militante che guida menti poco ammobiliate di pensiero. «Partire senza costrizioni, liberi di rimanere», è il titolo. Oltre all’ex presidente della Conferenza episcopale italiana ed europea, ne parlano i rappresentanti delle altre due religioni monoteiste del pianeta: Maryan Ismail, prima imam donna, Hassen Chalghoumi, imam tunisino di Drancy (comune francese martire della Shoah) e il filosofo Vittorio Robiati Bendaud, studioso di tematiche interreligiose e autore del bestseller La stella e la mezzaluna.
È proprio quest’ultimo a mettere il dito nella piaga e a pronunciare le parole più urticanti contro il conformismo dell’Occidente. «Quando si parla di integrazione dei migranti non possiamo dimenticare che esistono i popoli che accolgono e quelli accolti. Chi accoglie, gli europei, ha due radici: cristiane e greche. Oggi queste nostre radici sono negate, taciute o tacciate di ogni male soprattutto dall’interno. Accolgo ma dove accolgo? Il rischio è accogliere in un mondo come il nostro che non ha più significanza. Quando io leggo che in Svezia la chiesa luterana ha tolto le croci dai campanili per non mettere in imbarazzo i musulmani; quando leggo che in Francia non si fa più il presepe perché in alcune scuole gli islamici sono in maggioranza, il problema non è esogeno ma endogeno. E quelle che vediamo sono forme di supermercato in svendita».
Secondo lo studioso ebreo la debolezza dell’Europa è decisiva in questo balbettare soluzioni prive di senso storico. «Senza coscienza e senza identità rischiamo di creare società balcanizzate, separatiste. Già l’islam ha al suo interno il separatismo dei fondamentalisti che perseguitano gli integrati, in più noi aggiungiamo società cristiane che non si parlano, società balcanizzate perfino per gli orientamenti sessuali. In questa Europa, più che di popoli viviamo di lobby. E quando le lobby non terranno più, ecco tornare l’omnium contra omnes teorizzato da Thomas Hobbes. Come fanno ad integrarsi coloro che arrivano, se non esiste più una società responsabile che mostra loro diritti ma anche e soprattutto doveri?».
Nella capitale italiana della narrazione conformista tutto questo suona alternativo, saggio, anche un po’ disperato. I relatori concordano sulla necessità che la società occidentale con il vizio dell’autoflagellazione non si limiti passivamente ad ascoltare ma abbia ancora qualcosa da dire. «Anche per non cedere al fondamentalismo che si impadronisce dei ghetti costruiti per ovviare alla pressione dei migranti di altre religioni», come spiega Maryan Ismail che ha avuto un fratello ucciso dagli jihadisti ed è uscita dal Pd «perché preferisce parlare con i fondamentalisti». Hassen Chalghoumi sottolinea l’importanza del ritorno all’autocritica con una metafora. «Quando sono stato in India ho conosciuto un mistico sufi che diceva di guardare sempre con due occhi: uno per chiarire la bellezza degli altri e l’altro per vedere i propri difetti». Secondo Robiati Bendaud servono regole, non demagogia. «La democrazia liberale resta la meno peggio, ma siamo una piccola percentuale del mondo, neppure così prospera. Da noi le 14 Opere di Misericordia cristiane (Dar da mangiare agli affamati eccetera…) sono più moderne di un certo ecologismo, anzi del catto-ecologismo oggi di moda. Ma questo non si può dire sennò si scandalizzano i benpensanti». Alla fine della giornata risuona la sua ultima frase: «Un certo progressismo di comodo oggi sta distruggendo l’Europa».




