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2021-12-25
Il turismo calcistico nel Regno Unito vale 5 volte quello italiano
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Un tifoso fuori da Anfield Road a Liverpool (Ansa)
Se è vero che la Premier League inglese è il campionato più bello, spettacolare, ma anche ricco e redditizio di tutto il mondo, è altrettanto vero che tutto ciò si riflette a cascata nel turismo legato appunto al calcio. Vedere uno stadio da molto vicino, anzi da dentro, con relativo tour del museo, fare acquisti di magliette, sciarpe e gadget all'interno degli store ufficiali, è spesso tra i motivi principali che spingono i turisti-tifosi a visitare una città piuttosto che un'altra. A far da padrona in tal senso non può che essere l'Inghilterra, grazie sì ad alcuni dei più grandi club del calcio mondiale, ma anche a una struttura degli stadi ben organizzata e alla valorizzazione di un prodotto che non ha alcuna difficoltà a «vendere». Un esempio lampante è il Liverpool: per un turista acquistare un biglietto per ammirare i Reds nel mitico Anfield Road e ascoltare dal vivo le note di You'll never walk alone intonate dalla Kop è un'impresa ai limiti dell'impossibile, visto che la squadra di Jurgen Klopp registra a ogni partita interna il sold out.
Secondo Football tourism in the Uk, un recente studio condotto da VisitBritain, l'ente turistico della Gran Bretagna, dal 2011 al 2019, ultima stagione presa in esame dal report per via della successiva pandemia, il valore della spesa dei turisti stranieri che hanno visitano il Regno Unito per vedere da vicino le partite della Premier League è passato da 880 milioni a 1,7 miliardi di euro, registrando una crescita dell'84%. Interessante vedere come più del 60% dei turisti che visitano la Gran Bretagna lo fanno durante i primi e negli ultimi tre mesi dell'anno, ovvero tra gennaio e marzo e tra ottobre e dicembre, periodi dell'anno in cui si disputa il clou delle partite. Soprattutto durante le feste natalizie, periodo durante il quale il calcio inglese non si ferma praticamente mai, anzi propone diversi turni di campionato, tra cui il famoso e suggestivo Boxing Day durante la giornata di Santo Stefano, il 26 dicembre. Stando alle cifre pubblicate dallo studio, su un totale di un milione e mezzo di turisti in generale, 94.000 hanno acquistato un ticket per assistere a una partita allo stadio. Non solo. Tutto questo genera effetti positivi anche per le città, visto che oltre il 50% di questi turisti-tifosi ha anche acquistato biglietti per visitare i monumenti e il 73% ha pranzato o cenato in un ristorante.
Detto di Anfield e del Liverpool, l'altro impianto glorioso, ricco di fascino e storia che risulta tra le mete preferite dei turisti è l'Old Trafford, il Teatro dei sogni del Manchester United. La casa del Liverpool si piazza al primo posto con 226.000 spettatori provenienti dall'estero nel corso degli otto anni presi in esame dallo studio di VisitBritain; mentre lo stadio dei Red Devils ne ha ospitati 213.000 nello stesso arco di tempo.
Gli stadi da visitare

Wembley (Ansa)
Gli stadi da visitare nel Regno Unito sono davvero tanti. Proviamo a fare una rassegna di quelli davvero imperdibili e che andrebbero visti almeno una volta, con l'aiuto di una guida pubblicata dall'ente del turismo inglese, pensata apposta per i turisti-tifosi. Nell'articolo soprastante abbiamo già citato Anfield Road e Old Trafford che fanno sicuramente parte di qualsiasi tour si possa immaginare. Ma proviamo ad andare con ordine. Perché un viaggio a se stante, e forse anche più di uno, lo meriterebbe la capitale, Londra, dove c'è l'imbarazzo della scelta. A cominciare dal mitico Wembley, dove la scorsa estate la Nazionale italiana ha sollevato al cielo la coppa dell'Europeo. Wembley, impianto da 90.000 posti a sedere e costato 757 milioni di sterline, equivalenti a quasi 900 milioni di euro, si trova nell'omonimo quartiere a Nordovest di Londra è lo stadio della Nazionale inglese e ospita le semifinali e le finali della Fa Cup, la più antica competizione calcistica al mondo. Wembley che nel periodo tra il 2017 e il 2019 ha ospitato anche le partite casalinghe del Tottenham, per permettere agli Spurs di ricostruire quello che è stato un altro monumento del calcio inglese, White Hart Lane, inaugurato il 4 settembre 1899 e diventato nel 2019, dopo i lavori, Tottenham Hotspur Stadium. Un tour calciatico a Londra non può non contemplare una visita a Stamford Bridge e all'Emirates Stadium, rispettivamente case di Chelsea e Arsenal. Per quanto riguarda i Blues, Stamford Bridge è lo stadio più antico di tutto il Regno Unito con 144 anni di storia essendo stato inaugurato addirittura nel 1877. Un impianto che con i suoi 41.631 posti è stato fino al 2006 lo stadio londinese, per quanto riguarda il calcio, più grande. Primato superato prima dai rivali dell'Arsenal, che in quell'anno hanno deciso di abbandonare uno stadio leggendario come Highbury e costruire, appunto, l'Emirates Stadium con al suo interno 60.260 posti a sedere, e poi dal già citato Tottenham Hotspur Stadium con 62.303.
A Londra, contando tutti in livelli dalla Premier League alla Southern Football League, la settima serie del calcio inglese, ci sono 32 club a cui vanno aggiunti Watford e Boreham Wood, appena fuori dall'area metropolitana della capitale inglese. Ci sono molti turisti che visitano Londra a più riprese proprio per riuscire nell'impresa di entrare in ognuno di questi stadi. Dopo Chelsea e Arsenal, restando in Premier andrebbe visitato anche il London Stadium, casa del West Ham, inaugurato nel 2012 in occasione delle Olimpiadi, dove però gli Hummers ci giocano dalla stagione 2016/2017, visto che fino allora hanno goduto di Boleyn Ground, meglio conosciuto come Upton Park. Il Boleyn Ground, demolito nel 2017, doveva il suo nome alla vicinanza del Boleyn Castle, antica residenza della seconda moglie di Enrico VIII, Anna Bolena. Ci sono altri tre stadi londinesi che meritano almeno una menzione. Si tratta di Craven Cottage, casa del Fulham fin dal 1896, costruita in prossimità di Bishops Park sulle rive del Tamigi, sul terreno dove nell'Ottocento c'era il cottage del barone William Craven. Il Selhurst Park, stadio dove dal 1924 gioca il Crystal Palace è passato alla storia come il primo ad aver ospitato il Real Madrid in terra londinese, in un match del 1962. Infine, Loftus Road, stadio del Queen's Park Rangers che dal 2019 è stato intitolato a Kylian Prince, giocatore di 15 anni delle giovanili del Qpr che venne ucciso con una pugnalata davanti scuola.
Uscendo da Londra, è doveroso andare a Liverpool e Manchester. Nella prima città, oltre ad Anfield troviamo Goodison Park. struttura di 39.572 posti che ospita le gare casalinghe dell'Everton. La curiosità sta nel fatto che in origine, dal 1884 all'1892 l'Everton giocava le proprie partite niente meno che ad Anfield. Quell'anno il proprietario del terreno, un certo John Houlding, decise di aumentare il costo dell'affitto e così i Toffees decisero di traslocare a meno di un chilometro di distanza, circa 900 metri, attraversando Stanley Park. Houlding si ritrovò con uno stadio inutilizzato e decise così di fondare una nuova squadra registrata inizialmente con il nome di Everton Fc and Athletic Ground plc e poi, in seguito all'impossibilità di utilizzare lo stesso nome dell'Everton, con Liverpool Football Club, dando così vita al derby della Merseyside. Anche a Manchester ci sono due squadre, ma il fascino più elevato lo ricopre ovviamente Old Trafford. Per storia, blasone, prestigio e per i numerosi campioni che negli anni, dl 1910, hanno vestito la maglia del Manchester United. Non a caso, un mostro sacro come Sir Bobby Charlton lo ha soprannominato Teatro dei sogni. Si tratta del secondo stadio più capiente d'Inghilterra con i suoi 74.994 posti a sedere dopo Wembley, il terzo del Regno Unito e l'undicesimo di tutta Europa. Con decisamente meno storia, ma comunque meritevole di una visita, è lo stadio del City, il City of Manchester, inaugurato nel 2002 dopo la demolizione di Maine Road, e dal 2011 chiamato con il nome commerciale Etihad Stadium.
Atre tappe da percorrere lungo questo itinerario sono Birmingham, al Villa Park dove gioca l'Aston Villa, Elland Road a Leeds, Bramall Lane e Hillsborough Stadium a Sheffield, rispettivamente casa dello United e del Wednesday, il St James' Park a Newcastle, il Pride Park del Derby County, il City Ground del Nottingham Forest, e senza dubbio, spostandoci in Scozia, i due stadi di Glasgow: Ibrox Stadium, casa dei Rangers situata nell'omonimo quartiere di Ibrox sulla riva meridionale del fiume Clyde, e il Celtic Park, casa del Celtic situata nell'area Parkhead della città scozzese.
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Secondo uno studio condotto da condotto da VisitBritain, il turismo calcistico in Inghilterra vale 1,7 miliardi. In Italia si superano a malapena i 300 milioni.Tra le ragioni stadi all'avanguardia e musei ben curati, oltre a un'attenzione non indifferente da parte delle istituzioni, con l'ente del turismo inglese che ha addirittura pubblicato una guida aggiornata per i turisti-tifosi sugli impianti da visitare.Lo speciale contiene due articoli.Se è vero che la Premier League inglese è il campionato più bello, spettacolare, ma anche ricco e redditizio di tutto il mondo, è altrettanto vero che tutto ciò si riflette a cascata nel turismo legato appunto al calcio. Vedere uno stadio da molto vicino, anzi da dentro, con relativo tour del museo, fare acquisti di magliette, sciarpe e gadget all'interno degli store ufficiali, è spesso tra i motivi principali che spingono i turisti-tifosi a visitare una città piuttosto che un'altra. A far da padrona in tal senso non può che essere l'Inghilterra, grazie sì ad alcuni dei più grandi club del calcio mondiale, ma anche a una struttura degli stadi ben organizzata e alla valorizzazione di un prodotto che non ha alcuna difficoltà a «vendere». Un esempio lampante è il Liverpool: per un turista acquistare un biglietto per ammirare i Reds nel mitico Anfield Road e ascoltare dal vivo le note di You'll never walk alone intonate dalla Kop è un'impresa ai limiti dell'impossibile, visto che la squadra di Jurgen Klopp registra a ogni partita interna il sold out.Secondo Football tourism in the Uk, un recente studio condotto da VisitBritain, l'ente turistico della Gran Bretagna, dal 2011 al 2019, ultima stagione presa in esame dal report per via della successiva pandemia, il valore della spesa dei turisti stranieri che hanno visitano il Regno Unito per vedere da vicino le partite della Premier League è passato da 880 milioni a 1,7 miliardi di euro, registrando una crescita dell'84%. Interessante vedere come più del 60% dei turisti che visitano la Gran Bretagna lo fanno durante i primi e negli ultimi tre mesi dell'anno, ovvero tra gennaio e marzo e tra ottobre e dicembre, periodi dell'anno in cui si disputa il clou delle partite. Soprattutto durante le feste natalizie, periodo durante il quale il calcio inglese non si ferma praticamente mai, anzi propone diversi turni di campionato, tra cui il famoso e suggestivo Boxing Day durante la giornata di Santo Stefano, il 26 dicembre. Stando alle cifre pubblicate dallo studio, su un totale di un milione e mezzo di turisti in generale, 94.000 hanno acquistato un ticket per assistere a una partita allo stadio. Non solo. Tutto questo genera effetti positivi anche per le città, visto che oltre il 50% di questi turisti-tifosi ha anche acquistato biglietti per visitare i monumenti e il 73% ha pranzato o cenato in un ristorante.Detto di Anfield e del Liverpool, l'altro impianto glorioso, ricco di fascino e storia che risulta tra le mete preferite dei turisti è l'Old Trafford, il Teatro dei sogni del Manchester United. La casa del Liverpool si piazza al primo posto con 226.000 spettatori provenienti dall'estero nel corso degli otto anni presi in esame dallo studio di VisitBritain; mentre lo stadio dei Red Devils ne ha ospitati 213.000 nello stesso arco di tempo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/turismo-calcistico-2656091807.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-stadi-da-visitare" data-post-id="2656091807" data-published-at="1640188142" data-use-pagination="False"> Gli stadi da visitare Wembley (Ansa) Gli stadi da visitare nel Regno Unito sono davvero tanti. Proviamo a fare una rassegna di quelli davvero imperdibili e che andrebbero visti almeno una volta, con l'aiuto di una guida pubblicata dall'ente del turismo inglese, pensata apposta per i turisti-tifosi. Nell'articolo soprastante abbiamo già citato Anfield Road e Old Trafford che fanno sicuramente parte di qualsiasi tour si possa immaginare. Ma proviamo ad andare con ordine. Perché un viaggio a se stante, e forse anche più di uno, lo meriterebbe la capitale, Londra, dove c'è l'imbarazzo della scelta. A cominciare dal mitico Wembley, dove la scorsa estate la Nazionale italiana ha sollevato al cielo la coppa dell'Europeo. Wembley, impianto da 90.000 posti a sedere e costato 757 milioni di sterline, equivalenti a quasi 900 milioni di euro, si trova nell'omonimo quartiere a Nordovest di Londra è lo stadio della Nazionale inglese e ospita le semifinali e le finali della Fa Cup, la più antica competizione calcistica al mondo. Wembley che nel periodo tra il 2017 e il 2019 ha ospitato anche le partite casalinghe del Tottenham, per permettere agli Spurs di ricostruire quello che è stato un altro monumento del calcio inglese, White Hart Lane, inaugurato il 4 settembre 1899 e diventato nel 2019, dopo i lavori, Tottenham Hotspur Stadium. Un tour calciatico a Londra non può non contemplare una visita a Stamford Bridge e all'Emirates Stadium, rispettivamente case di Chelsea e Arsenal. Per quanto riguarda i Blues, Stamford Bridge è lo stadio più antico di tutto il Regno Unito con 144 anni di storia essendo stato inaugurato addirittura nel 1877. Un impianto che con i suoi 41.631 posti è stato fino al 2006 lo stadio londinese, per quanto riguarda il calcio, più grande. Primato superato prima dai rivali dell'Arsenal, che in quell'anno hanno deciso di abbandonare uno stadio leggendario come Highbury e costruire, appunto, l'Emirates Stadium con al suo interno 60.260 posti a sedere, e poi dal già citato Tottenham Hotspur Stadium con 62.303.A Londra, contando tutti in livelli dalla Premier League alla Southern Football League, la settima serie del calcio inglese, ci sono 32 club a cui vanno aggiunti Watford e Boreham Wood, appena fuori dall'area metropolitana della capitale inglese. Ci sono molti turisti che visitano Londra a più riprese proprio per riuscire nell'impresa di entrare in ognuno di questi stadi. Dopo Chelsea e Arsenal, restando in Premier andrebbe visitato anche il London Stadium, casa del West Ham, inaugurato nel 2012 in occasione delle Olimpiadi, dove però gli Hummers ci giocano dalla stagione 2016/2017, visto che fino allora hanno goduto di Boleyn Ground, meglio conosciuto come Upton Park. Il Boleyn Ground, demolito nel 2017, doveva il suo nome alla vicinanza del Boleyn Castle, antica residenza della seconda moglie di Enrico VIII, Anna Bolena. Ci sono altri tre stadi londinesi che meritano almeno una menzione. Si tratta di Craven Cottage, casa del Fulham fin dal 1896, costruita in prossimità di Bishops Park sulle rive del Tamigi, sul terreno dove nell'Ottocento c'era il cottage del barone William Craven. Il Selhurst Park, stadio dove dal 1924 gioca il Crystal Palace è passato alla storia come il primo ad aver ospitato il Real Madrid in terra londinese, in un match del 1962. Infine, Loftus Road, stadio del Queen's Park Rangers che dal 2019 è stato intitolato a Kylian Prince, giocatore di 15 anni delle giovanili del Qpr che venne ucciso con una pugnalata davanti scuola.Uscendo da Londra, è doveroso andare a Liverpool e Manchester. Nella prima città, oltre ad Anfield troviamo Goodison Park. struttura di 39.572 posti che ospita le gare casalinghe dell'Everton. La curiosità sta nel fatto che in origine, dal 1884 all'1892 l'Everton giocava le proprie partite niente meno che ad Anfield. Quell'anno il proprietario del terreno, un certo John Houlding, decise di aumentare il costo dell'affitto e così i Toffees decisero di traslocare a meno di un chilometro di distanza, circa 900 metri, attraversando Stanley Park. Houlding si ritrovò con uno stadio inutilizzato e decise così di fondare una nuova squadra registrata inizialmente con il nome di Everton Fc and Athletic Ground plc e poi, in seguito all'impossibilità di utilizzare lo stesso nome dell'Everton, con Liverpool Football Club, dando così vita al derby della Merseyside. Anche a Manchester ci sono due squadre, ma il fascino più elevato lo ricopre ovviamente Old Trafford. Per storia, blasone, prestigio e per i numerosi campioni che negli anni, dl 1910, hanno vestito la maglia del Manchester United. Non a caso, un mostro sacro come Sir Bobby Charlton lo ha soprannominato Teatro dei sogni. Si tratta del secondo stadio più capiente d'Inghilterra con i suoi 74.994 posti a sedere dopo Wembley, il terzo del Regno Unito e l'undicesimo di tutta Europa. Con decisamente meno storia, ma comunque meritevole di una visita, è lo stadio del City, il City of Manchester, inaugurato nel 2002 dopo la demolizione di Maine Road, e dal 2011 chiamato con il nome commerciale Etihad Stadium.Atre tappe da percorrere lungo questo itinerario sono Birmingham, al Villa Park dove gioca l'Aston Villa, Elland Road a Leeds, Bramall Lane e Hillsborough Stadium a Sheffield, rispettivamente casa dello United e del Wednesday, il St James' Park a Newcastle, il Pride Park del Derby County, il City Ground del Nottingham Forest, e senza dubbio, spostandoci in Scozia, i due stadi di Glasgow: Ibrox Stadium, casa dei Rangers situata nell'omonimo quartiere di Ibrox sulla riva meridionale del fiume Clyde, e il Celtic Park, casa del Celtic situata nell'area Parkhead della città scozzese.
L'attentato di Modena. Nel riquadro, Salim El Koudri (Ansa)
Nel telefono di Salim El Koudri c’erano le tracce digitali degli attentati d’Europa: ricerche Web, contenuti scaricati. Probabilmente si tratta di consultazioni ripetute su episodi simili a quello che lui stesso ha deciso di mettere in scena il 16 maggio a Modena, quando ha travolto sette persone in via Emilia, tranciando di netto le gambe di una donna. Dai primi accertamenti sui dispositivi del contabile di Ravarino sembra saltare fuori una sorta di immersione progressiva all’interno di una direttrice del terrore. Quasi una ricerca con finalità d’ispirazione. Gli investigatori della Digos e quelli della Squadra mobile stanno lavorando proprio su questo materiale. Perché il dato più significativo da estrapolare non è tanto la presenza di contenuti più o meno esplicitamente violenti, quanto la verifica di un possibile processo di identificazione alimentato dalla ripetizione in video di attentati consumati altrove. Le fonti investigative usano una definizione molto precisa: si sarebbe trattato di «una sorta di autosuggestione». Per ora non ci sarebbero indizi di un reclutamento tradizionale. Né sarebbero emersi contatti con ambienti del terrorismo jihadista. Ma la possibilità che una persona fragile (gli investigatori parlano di «disagio psichico»), quale è apparso da subito El Koudri, abbia cominciato a costruire, senza aiuto, il proprio percorso violento attraverso la visione ossessiva di contenuti online. Ecco perché le ricerche sugli attentati europei sembrano centrali. L’automobile lanciata sui passanti, poi l’uso del coltello, sembrano un modello virale facilmente replicabile.
La geolocalizzazione del telefonino ha consentito di riportare il tracciato su una mappa. Con una linea quasi perfetta: la casa di Ravarino, il percorso verso Modena, poi l’imbocco della via Emilia e l’attentato. La dinamica ormai è ricostruita. Quello che manca ancora, invece, è il movente. Il giudice che l’ha privato della libertà, Donatella Pianezzi, scrive che c’è una patologia psichiatrica accertata (era stato seguito dal Centro per la salute mentale di Castelfranco Emilia per un «disturbo schizoide di personalità»). Anche se, valuta il giudice, «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto […] sia una conseguenza della patologia». Mixata probabilmente alla frustrazione di un trentunenne laureato senza un’occupazione e al tempo passato online. Il suo difensore, l’avvocato Fausto Giannelli, dopo l’ultimo incontro con El Koudri, ha suggerito di «valutare la possibilità che qualcuno si sia inserito nella fragilità di Salim, inducendolo a compiere la strage». Parole che aprono un altro scenario molto più opaco: quello dell’influenza di qualcuno che, al momento, però, è ancora ignoto. Di certo voleva colpire più persone possibile. Lo certifica il gip nella convalida dell’arresto quando descrive la sequenza di manovre che, secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, mostrerebbero con chiarezza la volontà di dirigere la Citroen C3 «nella direzione più adatta a colpire più gente possibile». Prima il marciapiede destro, dove El Koudri investe i primi pedoni e una ciclista. Poi torna in carreggiata. Ma non per fermarsi. Per correggere la traiettoria. Perché alcune persone riescono a schivare l’auto. Ed è a quel punto che punta direttamente verso il marciapiede sinistro della via Emilia, che in quel momento era particolarmente affollato. Alla fine della corsa restano otto corpi a terra.
Il sindaco di Modena Massimo Mezzetti annuncia intanto un pacchetto di denunce per diffamazione contro chi, sui social (e non solo), lo ha attaccato dopo l’attentato. Mezzetti sostiene che «ognuno debba assumersi la responsabilità di quello che scrive e dice» e annuncia che eventuali risarcimenti saranno devoluti alle vittime e ai loro familiari. Il Comune, aggiunge, si costituirà parte civile in un eventuale processo contro El Koudri. Poi denuncia il clima di odio e le accuse diffuse online contro l’amministrazione e contro di lui da chi contesta la «verità ufficiale» dell’attentato. Mezzetti chiarisce «che la rabbia per l’agguato non può giustificare l’incitamento alla violenza e la diffamazione, o le minacce». E spiega che nel mirino sono finiti anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
C’è un precedente risalente al 2003. E pure allora ci fu chi minimizzava
Modena non è stata sconvolta da un attentato solamente il 17 maggio scorso quando Salim El Koudri ha usato la sua auto come un ariete per cercare di portare la morte in città. Esiste almeno un altro caso, successo oltre 20 anni fa.
Era la notte tra il 10 e l’11 dicembre del 2003 e la guerra in Iraq era iniziata da qualche mese. Ancora una volta, dopo l’invasione dell’Afghanistan (2001), nel mondo islamico montava l’odio nei confronti dell’Occidente. L’America, insieme ai suoi alleati, aveva attaccato un Paese musulmano. Un altro. Non si poteva stare solamente a guardare. In qualche modo, la umma doveva reagire. E così, poco prima dell’alba di quell’11 dicembre, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, un cittadino palestinese (ma con passaporto giordano) di 34 anni, si mette alla guida della sua Peugeot 205 bianca. Vuole compiere un gesto spettacolare e sceglie come obiettivo la sinagoga. Parcheggia in piazza Mazzini, proprio accanto all’edificio di culto ebraico.
Prima di mettersi in viaggio, Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma ha messo nel bagagliaio due bombole di Gpl. Passa accanto all’accademia militare di Modena a tutta velocità. Attrae la curiosità di alcuni poliziotti in servizio che si avvicinano all’auto.
Una volta fermato, l’aspirante suicida accende una fiamma. Non si muove. Vuole morire nell’esplosione. Così sarà. Le forze dell’ordine vedono il fumo cominciare a salire dai tappetini. Invitano Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma a uscire dall’auto, lui però non vuole. Allora spaccano il finestrino con un estintore, cercando di salvare la vita all’uomo, ma si rendono conto che ormai è troppo tardi. Indietreggiano e l’auto salta in aria.
Come ricorda Il resto del Carlino, il procuratore aggiunto Manfredi Luongo, che seguiva il caso, si affrettò a smontare la pista dell’attacco jihadista: «Al 90 per cento non si tratta di attentato». Proprio come sta accadendo in questi giorni, con le autorità giudiziarie e politiche che parlano solamente di disagio psichico. Ma questa non è l’unica analogia col presente: anche Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma era stato in cura presso i servizi di igiene mentale. Anche lui era depresso e si sentiva isolato da tempo. A un amico, poche ore prima dell’attacco, aveva detto: «Ho sbagliato tutto su tutto». Poi l’esplosione. I brandelli del suicida si spargono ovunque.
Anche quello fu derubricato a un atto compiuto da un pazzo. Eppure, come fa notare Bologna 2000, «secondo il magistrato forse l’uomo voleva soltanto morire bruciato, pensando alla possibile esplosione della bombola del gpl come a un fatto di cui non importarsene. [...] Dovendo morire, cioè, avrebbe scelto di imitare i kamikaze islamici che si fanno esplodere contro gli obiettivi individuati come nemici». Delle due, però, l’una. Del resto, come ha notato il professore dell’università Cattolica, Marco Lombardi, su ItsTime, «il terrorismo degli ultimi decenni non è più quello del passato: è più radicale ed etimologicamente coerente con il proprio nome: “Terrore”. Oggi un attentato terroristico è tale per gli effetti che ottiene e non per le ragioni che lo motivano. Tali effetti si riscontrano su due livelli. Il primo effetto riguarda la società che viene colpita, l’obiettivo è la destabilizzazione della vita quotidiana, la rottura delle routine, la diffusione della paura sia attraverso la scarsa comprensione delle motivazioni dell’atto da parte delle vittime, sia per la scelta di bersagli quotidiani (la massa delle persone e la semplicità delle cose): terrorizzarla. Il secondo effetto riguarda l’organizzazione stessa del terrorismo: ogni attacco viene sfruttato sul piano comunicativo per rinforzare la viralità del modo operativo. È normale che dopo ogni attentato le piattaforme digitali legate al terrorismo rilancino video e immagini dell’evento, santificando l’attentatore e propugnandone l’imitazione». Ed entrambi i livelli erano presenti a Modena. Sia nel 2003 sia due settimane fa.
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Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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