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2021-12-25
Il turismo calcistico nel Regno Unito vale 5 volte quello italiano
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Un tifoso fuori da Anfield Road a Liverpool (Ansa)
Se è vero che la Premier League inglese è il campionato più bello, spettacolare, ma anche ricco e redditizio di tutto il mondo, è altrettanto vero che tutto ciò si riflette a cascata nel turismo legato appunto al calcio. Vedere uno stadio da molto vicino, anzi da dentro, con relativo tour del museo, fare acquisti di magliette, sciarpe e gadget all'interno degli store ufficiali, è spesso tra i motivi principali che spingono i turisti-tifosi a visitare una città piuttosto che un'altra. A far da padrona in tal senso non può che essere l'Inghilterra, grazie sì ad alcuni dei più grandi club del calcio mondiale, ma anche a una struttura degli stadi ben organizzata e alla valorizzazione di un prodotto che non ha alcuna difficoltà a «vendere». Un esempio lampante è il Liverpool: per un turista acquistare un biglietto per ammirare i Reds nel mitico Anfield Road e ascoltare dal vivo le note di You'll never walk alone intonate dalla Kop è un'impresa ai limiti dell'impossibile, visto che la squadra di Jurgen Klopp registra a ogni partita interna il sold out.
Secondo Football tourism in the Uk, un recente studio condotto da VisitBritain, l'ente turistico della Gran Bretagna, dal 2011 al 2019, ultima stagione presa in esame dal report per via della successiva pandemia, il valore della spesa dei turisti stranieri che hanno visitano il Regno Unito per vedere da vicino le partite della Premier League è passato da 880 milioni a 1,7 miliardi di euro, registrando una crescita dell'84%. Interessante vedere come più del 60% dei turisti che visitano la Gran Bretagna lo fanno durante i primi e negli ultimi tre mesi dell'anno, ovvero tra gennaio e marzo e tra ottobre e dicembre, periodi dell'anno in cui si disputa il clou delle partite. Soprattutto durante le feste natalizie, periodo durante il quale il calcio inglese non si ferma praticamente mai, anzi propone diversi turni di campionato, tra cui il famoso e suggestivo Boxing Day durante la giornata di Santo Stefano, il 26 dicembre. Stando alle cifre pubblicate dallo studio, su un totale di un milione e mezzo di turisti in generale, 94.000 hanno acquistato un ticket per assistere a una partita allo stadio. Non solo. Tutto questo genera effetti positivi anche per le città, visto che oltre il 50% di questi turisti-tifosi ha anche acquistato biglietti per visitare i monumenti e il 73% ha pranzato o cenato in un ristorante.
Detto di Anfield e del Liverpool, l'altro impianto glorioso, ricco di fascino e storia che risulta tra le mete preferite dei turisti è l'Old Trafford, il Teatro dei sogni del Manchester United. La casa del Liverpool si piazza al primo posto con 226.000 spettatori provenienti dall'estero nel corso degli otto anni presi in esame dallo studio di VisitBritain; mentre lo stadio dei Red Devils ne ha ospitati 213.000 nello stesso arco di tempo.
Gli stadi da visitare

Wembley (Ansa)
Gli stadi da visitare nel Regno Unito sono davvero tanti. Proviamo a fare una rassegna di quelli davvero imperdibili e che andrebbero visti almeno una volta, con l'aiuto di una guida pubblicata dall'ente del turismo inglese, pensata apposta per i turisti-tifosi. Nell'articolo soprastante abbiamo già citato Anfield Road e Old Trafford che fanno sicuramente parte di qualsiasi tour si possa immaginare. Ma proviamo ad andare con ordine. Perché un viaggio a se stante, e forse anche più di uno, lo meriterebbe la capitale, Londra, dove c'è l'imbarazzo della scelta. A cominciare dal mitico Wembley, dove la scorsa estate la Nazionale italiana ha sollevato al cielo la coppa dell'Europeo. Wembley, impianto da 90.000 posti a sedere e costato 757 milioni di sterline, equivalenti a quasi 900 milioni di euro, si trova nell'omonimo quartiere a Nordovest di Londra è lo stadio della Nazionale inglese e ospita le semifinali e le finali della Fa Cup, la più antica competizione calcistica al mondo. Wembley che nel periodo tra il 2017 e il 2019 ha ospitato anche le partite casalinghe del Tottenham, per permettere agli Spurs di ricostruire quello che è stato un altro monumento del calcio inglese, White Hart Lane, inaugurato il 4 settembre 1899 e diventato nel 2019, dopo i lavori, Tottenham Hotspur Stadium. Un tour calciatico a Londra non può non contemplare una visita a Stamford Bridge e all'Emirates Stadium, rispettivamente case di Chelsea e Arsenal. Per quanto riguarda i Blues, Stamford Bridge è lo stadio più antico di tutto il Regno Unito con 144 anni di storia essendo stato inaugurato addirittura nel 1877. Un impianto che con i suoi 41.631 posti è stato fino al 2006 lo stadio londinese, per quanto riguarda il calcio, più grande. Primato superato prima dai rivali dell'Arsenal, che in quell'anno hanno deciso di abbandonare uno stadio leggendario come Highbury e costruire, appunto, l'Emirates Stadium con al suo interno 60.260 posti a sedere, e poi dal già citato Tottenham Hotspur Stadium con 62.303.
A Londra, contando tutti in livelli dalla Premier League alla Southern Football League, la settima serie del calcio inglese, ci sono 32 club a cui vanno aggiunti Watford e Boreham Wood, appena fuori dall'area metropolitana della capitale inglese. Ci sono molti turisti che visitano Londra a più riprese proprio per riuscire nell'impresa di entrare in ognuno di questi stadi. Dopo Chelsea e Arsenal, restando in Premier andrebbe visitato anche il London Stadium, casa del West Ham, inaugurato nel 2012 in occasione delle Olimpiadi, dove però gli Hummers ci giocano dalla stagione 2016/2017, visto che fino allora hanno goduto di Boleyn Ground, meglio conosciuto come Upton Park. Il Boleyn Ground, demolito nel 2017, doveva il suo nome alla vicinanza del Boleyn Castle, antica residenza della seconda moglie di Enrico VIII, Anna Bolena. Ci sono altri tre stadi londinesi che meritano almeno una menzione. Si tratta di Craven Cottage, casa del Fulham fin dal 1896, costruita in prossimità di Bishops Park sulle rive del Tamigi, sul terreno dove nell'Ottocento c'era il cottage del barone William Craven. Il Selhurst Park, stadio dove dal 1924 gioca il Crystal Palace è passato alla storia come il primo ad aver ospitato il Real Madrid in terra londinese, in un match del 1962. Infine, Loftus Road, stadio del Queen's Park Rangers che dal 2019 è stato intitolato a Kylian Prince, giocatore di 15 anni delle giovanili del Qpr che venne ucciso con una pugnalata davanti scuola.
Uscendo da Londra, è doveroso andare a Liverpool e Manchester. Nella prima città, oltre ad Anfield troviamo Goodison Park. struttura di 39.572 posti che ospita le gare casalinghe dell'Everton. La curiosità sta nel fatto che in origine, dal 1884 all'1892 l'Everton giocava le proprie partite niente meno che ad Anfield. Quell'anno il proprietario del terreno, un certo John Houlding, decise di aumentare il costo dell'affitto e così i Toffees decisero di traslocare a meno di un chilometro di distanza, circa 900 metri, attraversando Stanley Park. Houlding si ritrovò con uno stadio inutilizzato e decise così di fondare una nuova squadra registrata inizialmente con il nome di Everton Fc and Athletic Ground plc e poi, in seguito all'impossibilità di utilizzare lo stesso nome dell'Everton, con Liverpool Football Club, dando così vita al derby della Merseyside. Anche a Manchester ci sono due squadre, ma il fascino più elevato lo ricopre ovviamente Old Trafford. Per storia, blasone, prestigio e per i numerosi campioni che negli anni, dl 1910, hanno vestito la maglia del Manchester United. Non a caso, un mostro sacro come Sir Bobby Charlton lo ha soprannominato Teatro dei sogni. Si tratta del secondo stadio più capiente d'Inghilterra con i suoi 74.994 posti a sedere dopo Wembley, il terzo del Regno Unito e l'undicesimo di tutta Europa. Con decisamente meno storia, ma comunque meritevole di una visita, è lo stadio del City, il City of Manchester, inaugurato nel 2002 dopo la demolizione di Maine Road, e dal 2011 chiamato con il nome commerciale Etihad Stadium.
Atre tappe da percorrere lungo questo itinerario sono Birmingham, al Villa Park dove gioca l'Aston Villa, Elland Road a Leeds, Bramall Lane e Hillsborough Stadium a Sheffield, rispettivamente casa dello United e del Wednesday, il St James' Park a Newcastle, il Pride Park del Derby County, il City Ground del Nottingham Forest, e senza dubbio, spostandoci in Scozia, i due stadi di Glasgow: Ibrox Stadium, casa dei Rangers situata nell'omonimo quartiere di Ibrox sulla riva meridionale del fiume Clyde, e il Celtic Park, casa del Celtic situata nell'area Parkhead della città scozzese.
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Secondo uno studio condotto da condotto da VisitBritain, il turismo calcistico in Inghilterra vale 1,7 miliardi. In Italia si superano a malapena i 300 milioni.Tra le ragioni stadi all'avanguardia e musei ben curati, oltre a un'attenzione non indifferente da parte delle istituzioni, con l'ente del turismo inglese che ha addirittura pubblicato una guida aggiornata per i turisti-tifosi sugli impianti da visitare.Lo speciale contiene due articoli.Se è vero che la Premier League inglese è il campionato più bello, spettacolare, ma anche ricco e redditizio di tutto il mondo, è altrettanto vero che tutto ciò si riflette a cascata nel turismo legato appunto al calcio. Vedere uno stadio da molto vicino, anzi da dentro, con relativo tour del museo, fare acquisti di magliette, sciarpe e gadget all'interno degli store ufficiali, è spesso tra i motivi principali che spingono i turisti-tifosi a visitare una città piuttosto che un'altra. A far da padrona in tal senso non può che essere l'Inghilterra, grazie sì ad alcuni dei più grandi club del calcio mondiale, ma anche a una struttura degli stadi ben organizzata e alla valorizzazione di un prodotto che non ha alcuna difficoltà a «vendere». Un esempio lampante è il Liverpool: per un turista acquistare un biglietto per ammirare i Reds nel mitico Anfield Road e ascoltare dal vivo le note di You'll never walk alone intonate dalla Kop è un'impresa ai limiti dell'impossibile, visto che la squadra di Jurgen Klopp registra a ogni partita interna il sold out.Secondo Football tourism in the Uk, un recente studio condotto da VisitBritain, l'ente turistico della Gran Bretagna, dal 2011 al 2019, ultima stagione presa in esame dal report per via della successiva pandemia, il valore della spesa dei turisti stranieri che hanno visitano il Regno Unito per vedere da vicino le partite della Premier League è passato da 880 milioni a 1,7 miliardi di euro, registrando una crescita dell'84%. Interessante vedere come più del 60% dei turisti che visitano la Gran Bretagna lo fanno durante i primi e negli ultimi tre mesi dell'anno, ovvero tra gennaio e marzo e tra ottobre e dicembre, periodi dell'anno in cui si disputa il clou delle partite. Soprattutto durante le feste natalizie, periodo durante il quale il calcio inglese non si ferma praticamente mai, anzi propone diversi turni di campionato, tra cui il famoso e suggestivo Boxing Day durante la giornata di Santo Stefano, il 26 dicembre. Stando alle cifre pubblicate dallo studio, su un totale di un milione e mezzo di turisti in generale, 94.000 hanno acquistato un ticket per assistere a una partita allo stadio. Non solo. Tutto questo genera effetti positivi anche per le città, visto che oltre il 50% di questi turisti-tifosi ha anche acquistato biglietti per visitare i monumenti e il 73% ha pranzato o cenato in un ristorante.Detto di Anfield e del Liverpool, l'altro impianto glorioso, ricco di fascino e storia che risulta tra le mete preferite dei turisti è l'Old Trafford, il Teatro dei sogni del Manchester United. La casa del Liverpool si piazza al primo posto con 226.000 spettatori provenienti dall'estero nel corso degli otto anni presi in esame dallo studio di VisitBritain; mentre lo stadio dei Red Devils ne ha ospitati 213.000 nello stesso arco di tempo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/turismo-calcistico-2656091807.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-stadi-da-visitare" data-post-id="2656091807" data-published-at="1640188142" data-use-pagination="False"> Gli stadi da visitare Wembley (Ansa) Gli stadi da visitare nel Regno Unito sono davvero tanti. Proviamo a fare una rassegna di quelli davvero imperdibili e che andrebbero visti almeno una volta, con l'aiuto di una guida pubblicata dall'ente del turismo inglese, pensata apposta per i turisti-tifosi. Nell'articolo soprastante abbiamo già citato Anfield Road e Old Trafford che fanno sicuramente parte di qualsiasi tour si possa immaginare. Ma proviamo ad andare con ordine. Perché un viaggio a se stante, e forse anche più di uno, lo meriterebbe la capitale, Londra, dove c'è l'imbarazzo della scelta. A cominciare dal mitico Wembley, dove la scorsa estate la Nazionale italiana ha sollevato al cielo la coppa dell'Europeo. Wembley, impianto da 90.000 posti a sedere e costato 757 milioni di sterline, equivalenti a quasi 900 milioni di euro, si trova nell'omonimo quartiere a Nordovest di Londra è lo stadio della Nazionale inglese e ospita le semifinali e le finali della Fa Cup, la più antica competizione calcistica al mondo. Wembley che nel periodo tra il 2017 e il 2019 ha ospitato anche le partite casalinghe del Tottenham, per permettere agli Spurs di ricostruire quello che è stato un altro monumento del calcio inglese, White Hart Lane, inaugurato il 4 settembre 1899 e diventato nel 2019, dopo i lavori, Tottenham Hotspur Stadium. Un tour calciatico a Londra non può non contemplare una visita a Stamford Bridge e all'Emirates Stadium, rispettivamente case di Chelsea e Arsenal. Per quanto riguarda i Blues, Stamford Bridge è lo stadio più antico di tutto il Regno Unito con 144 anni di storia essendo stato inaugurato addirittura nel 1877. Un impianto che con i suoi 41.631 posti è stato fino al 2006 lo stadio londinese, per quanto riguarda il calcio, più grande. Primato superato prima dai rivali dell'Arsenal, che in quell'anno hanno deciso di abbandonare uno stadio leggendario come Highbury e costruire, appunto, l'Emirates Stadium con al suo interno 60.260 posti a sedere, e poi dal già citato Tottenham Hotspur Stadium con 62.303.A Londra, contando tutti in livelli dalla Premier League alla Southern Football League, la settima serie del calcio inglese, ci sono 32 club a cui vanno aggiunti Watford e Boreham Wood, appena fuori dall'area metropolitana della capitale inglese. Ci sono molti turisti che visitano Londra a più riprese proprio per riuscire nell'impresa di entrare in ognuno di questi stadi. Dopo Chelsea e Arsenal, restando in Premier andrebbe visitato anche il London Stadium, casa del West Ham, inaugurato nel 2012 in occasione delle Olimpiadi, dove però gli Hummers ci giocano dalla stagione 2016/2017, visto che fino allora hanno goduto di Boleyn Ground, meglio conosciuto come Upton Park. Il Boleyn Ground, demolito nel 2017, doveva il suo nome alla vicinanza del Boleyn Castle, antica residenza della seconda moglie di Enrico VIII, Anna Bolena. Ci sono altri tre stadi londinesi che meritano almeno una menzione. Si tratta di Craven Cottage, casa del Fulham fin dal 1896, costruita in prossimità di Bishops Park sulle rive del Tamigi, sul terreno dove nell'Ottocento c'era il cottage del barone William Craven. Il Selhurst Park, stadio dove dal 1924 gioca il Crystal Palace è passato alla storia come il primo ad aver ospitato il Real Madrid in terra londinese, in un match del 1962. Infine, Loftus Road, stadio del Queen's Park Rangers che dal 2019 è stato intitolato a Kylian Prince, giocatore di 15 anni delle giovanili del Qpr che venne ucciso con una pugnalata davanti scuola.Uscendo da Londra, è doveroso andare a Liverpool e Manchester. Nella prima città, oltre ad Anfield troviamo Goodison Park. struttura di 39.572 posti che ospita le gare casalinghe dell'Everton. La curiosità sta nel fatto che in origine, dal 1884 all'1892 l'Everton giocava le proprie partite niente meno che ad Anfield. Quell'anno il proprietario del terreno, un certo John Houlding, decise di aumentare il costo dell'affitto e così i Toffees decisero di traslocare a meno di un chilometro di distanza, circa 900 metri, attraversando Stanley Park. Houlding si ritrovò con uno stadio inutilizzato e decise così di fondare una nuova squadra registrata inizialmente con il nome di Everton Fc and Athletic Ground plc e poi, in seguito all'impossibilità di utilizzare lo stesso nome dell'Everton, con Liverpool Football Club, dando così vita al derby della Merseyside. Anche a Manchester ci sono due squadre, ma il fascino più elevato lo ricopre ovviamente Old Trafford. Per storia, blasone, prestigio e per i numerosi campioni che negli anni, dl 1910, hanno vestito la maglia del Manchester United. Non a caso, un mostro sacro come Sir Bobby Charlton lo ha soprannominato Teatro dei sogni. Si tratta del secondo stadio più capiente d'Inghilterra con i suoi 74.994 posti a sedere dopo Wembley, il terzo del Regno Unito e l'undicesimo di tutta Europa. Con decisamente meno storia, ma comunque meritevole di una visita, è lo stadio del City, il City of Manchester, inaugurato nel 2002 dopo la demolizione di Maine Road, e dal 2011 chiamato con il nome commerciale Etihad Stadium.Atre tappe da percorrere lungo questo itinerario sono Birmingham, al Villa Park dove gioca l'Aston Villa, Elland Road a Leeds, Bramall Lane e Hillsborough Stadium a Sheffield, rispettivamente casa dello United e del Wednesday, il St James' Park a Newcastle, il Pride Park del Derby County, il City Ground del Nottingham Forest, e senza dubbio, spostandoci in Scozia, i due stadi di Glasgow: Ibrox Stadium, casa dei Rangers situata nell'omonimo quartiere di Ibrox sulla riva meridionale del fiume Clyde, e il Celtic Park, casa del Celtic situata nell'area Parkhead della città scozzese.
Ansa
Trionfo al Forum, applausi altrove: i Giochi parlano italiano anche a Cortina con un bronzo che arriva dal Curling. E fanno 11 medaglie. Nel misto a squadre Stefania Constantini e Amos Mosaner sono chirurgici (5-3) nel togliere ogni chance alla coppia scozzese e salire sul podio. I sassi scivolano al millimetro, gli scopettoni riscaldano il ghiaccio a dovere. Così arriva l’urlo liberatorio di Mosaner mentre Constantini corre ad abbracciare la compagna di squadra Angela Romei, commentatrice Tv: «Dedico a lei questa medaglia, so quanto ha sofferto». Avrebbe potuto gareggiare ma il direttore tecnico Marco Mariani le ha preferito la figlia.
Storie di donne speciali. Verena Hofer lo è quasi, nello slittino vince solo la medaglia di legno. Così l’icona immortale resta Arianna Fontana, lady Short Treck. Vent’anni dopo il trionfo di Torino a 15 anni - siamo sempre dalle parti di Alexandre Dumas padre - ecco la celebrazione da regina anziana, a sancire un regno più lungo di quello di Sergio Mattarella al Quirinale. Senza nulla togliere a Pietro Sighel, Thomas Nadalini ed Elisa Confortola (più Luca Spechanhauser e Chiara Betti, sul ghiaccio nei primi due turni), Arianna è la spina dorsale di una squadra straordinaria.
Mentre Sighel abbraccia Confortola, sua compagna anche nella vita, Queen Fontana si rilassa sul traguardo: «Questa è una medaglia magica, sono orgogliosa della mia carriera». Dodici podi in sei olimpiadi diverse, a un passo dal record assoluto (13) dello schermidore Edoardo Mangiarotti che ora traballa parecchio. «Non ci penso, vivo giorno per giorno ma sono concentrata sulle prossime due gare. Certo, 20 anni fa non mi sarei mai aspettata di essere qui oggi. Stamane mi sono detta: «Cacchio hai avuto una carriera lunga, hai vinto tutto quello che volevi vincere. Allora vai e divertiti!»».
Non è sempre stato così, tre anni fa potevamo perderla. Era sfiduciata, si sentiva abbandonata dalla Federghiaccio, isolata in Valtellina con il marito americano, l’ex pattinatore e suo allenatore Anthony Lobello. Allora denunciò pressioni psicologiche ed è stata a un passo dal cambiare nazionalità. Accadde quando accusò due compagni di squadra di averla boicottata facendola cadere durante un allenamento. «È un ambiente tossico, voglio giustizia» tuonò e portò tutti al tribunale sportivo. Andrea Cassinelli e Tommaso Dotti furono assolti, la faccenda rientrò e Arianna ricominciò a fare la guerra solo in pista.
Da anni il mondo dello sport si chiede quale sia il suo elisir. Lei alza le spalle perché sa che l’unico segreto è la fatica, «quella che ti permette di sopportare tre, anche quattro allenamenti al giorno da quando ero bambina e in Valmalenco pattinavo su un campo di calcio ghiacciato, la sera tardi, al buio con gli amici. Ricordo che non stavo in piedi e gli allenatori mi consigliavano di cambiare sport. Ho avuto ragione io». Festeggerà come sempre: pizzoccheri, sciatt e un calice di Sassella. In attesa di conquistare la medaglia più grande: «Un figlio, che al momento giusto arriverà».
Dall’esaltazione si passa alla delusione sulle Tofane, dove le slalomiste l’hanno Combinata grossa. Esattamente com’era accaduto lunedì per i maschi (Giovanni Franzoni top, Alex Vinatzer flop), anche le ragazze hanno gettato nella neve una possibile medaglia. Laura Pirovano aveva apparecchiato la tavola con un’ottima discesa libera (3a), Martina Peterlini l’ha rovesciata litigando con i paletti. Out anche Sofia Goggia in discesa. Zero babà. Oro all’Austria davanti a Germania e Usa, con le americane tradite dalla favoritissima Mikaela Shiffrin. Gli slalomisti sono gente strana.
Poiché le Olimpiadi sconfinano sempre nella cronaca, ieri nella prova di skeleton (lo slittino sulla pancia) ecco la prima vera polemica: il Cio ha vietato all’ucraino Vladyslav Heraskevych l’uso del suo casco con le immagini degli amici uccisi durante la guerra. Un giocatore di hockey, una sollevatrice di pesi e un pugile mai tornati dal fronte. «Questa decisione mi spezza il cuore», ha detto Vlady, consolato da un post di ringraziamento di Volodymyr Zelensky. La Spoon River sul casco non avrebbe fatto male a nessuno. Sul podio delle assurdità sale invece il norvegese Sturla Lagreid, bronzo nella 20 km di Biathlon, che piange non di felicità ma perché «ho tradito la mia fidanzata e sono distrutto dal dolore». Lo rivela sul podio sperando di essere perdonato.
Meglio tornare alle gare. Oggi, fra gli azzurri ruggenti, si rivedono tre campioni già baciati sul successo: Giovanni Franzoni e Dominik Paris nel SuperG, l’eroica Lisa Vittozzi nel Biathlon. Qui si sognano repliche d’autore, magari con medaglie che non cadono per terra. È accaduto quattro volte per colpa del gancetto anti soffocamento che si stacca; la Zecca ha promesso di sostituirle.
Curiosa coincidenza con i Giochi di Parigi: là il metallo si scoloriva dopo poche ore. Dev’essere la maledizione dei vincitori.
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Roberto Speranza e Francesca Bertorello (Ansa)
Il civilista Bertorello e il penalista Salvatore Bottiglieri, legali dei genitori della trentaduenne insegnante genovese, chiedono la prosecuzione delle indagini. Non sono emerse responsabilità penali dei medici vaccinatori, né di coloro che la assistettero in ospedale, ma non basta per chiedere l’archiviazione: occorre indagare ai piani alti, politici e sanitari.
Gli avvocati sostengono che i profili di indagine penale devono rivolgersi a tutta la «catena di comando» dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, del Comitato tecnico scientifico (Cts) ed «eventuali altri organismi pubblici come l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa)», che in Italia nella primavera del 2021, tra togliere e rimettere in commercio il vaccino, concessero l’autorizzazione per Astrazeneca anche a tutti i soggetti di età superiore ai 18 anni «in iniziative, quali i vaccination day».
Il decesso di Francesca Tuscano è «ragionevolmente da riferirsi a effetti avversi da somministrazione di vaccino anti Covid-19», dichiararono i sanitari incaricati dalla Procura di Genova di redigere la perizia medico legale. Il 22 marzo 2021 la giovane aveva ricevuto la prima dose di Astrazeneca al polo vaccinale della struttura nota a Genova come Albergo dei poveri.
Pochi giorni dopo, il 3 aprile, i genitori con i quali viveva la trovarono in tarda mattinata ancora a letto, priva di coscienza. Il 118 la trasportò in stato comatoso all’Ospedale San Martino di Genova dove una Tac dell’encefalo rivelò una vasta emorragia celebrale, associata a trombosi dei seni venosi, con marcati segni di effetto massa. Il neurochirurgo decise di non intervenire chirurgicamente, Francesca venne trasferita nel reparto di rianimazione. Non ne uscirà viva: alle 9 di mattina del 4 aprile venne certificata la sua morte cerebrale.
Un fascicolo di indagine venne aperto d’ufficio dalla Procura di Genova, che diede incarico di redigere l’apposita relazione di consulenza tecnica al dottor Luca Tajana, specialista in medicina legale e delle assicurazioni, e al dottor Franco Piovella, specialista in ematologia clinica e di laboratorio. Le conclusioni furono che il decesso della giovane erano da riferirsi a effetti avversi da somministrazione di vaccino anti Covid-19, come successivamente confermò la Commissione medica ospedaliera del Dipartimento militare di medicina legale della Spezia e un’ulteriore perizia.
L’indagine era andata parallela a quella per la morte di Camilla Canepa, la studentessa diciottenne di Sestri Levante deceduta sempre per Vitt dopo una dose di Astrazeneca che le era stata somministrata in un Open day del maggio di quell’anno. Il nesso causale per Francesca è stato accertato, la morte era avvenuta per trombocitopenia e trombosi immunitaria indotta dal vaccino a vettore adenovirale
Per Tuscano, l’opposizione all’archiviazione verrà discussa il prossimo 26 febbraio davanti al gip Angela Nutini. «Non ci interessa verificare le responsabilità di Astrazeneca», spiega Bertorello. «Ci interessano le responsabilità penali e civili dello Stato italiano, chiediamo che si interroghino e si perseguano coloro che hanno deciso e coadiuvato le scelte dell’allora ministero della Salute di continuare a somministrare Astrazeneca».
L’avvocato sottolinea che Francesca era morta dopo Zelia Guzzo, l’insegnante di Gela di 37 anni deceduta per una trombosi celebrale il 24 marzo 2021 in seguito alla somministrazione dello stesso vaccino anglosvedese. «Obbligata pure Zelia a vaccinarsi in quanto insegnante, il ministero si limitò a sospendere Astrazeneca per una settimana, salvo poi riutilizzarlo malgrado ci fossero grandi dubbi, come documentò la Verità pubblicando i file video dove si faceva cenno anche a pressioni politiche per abbassare la soglia di età».
Si riferisce a un fuori onda, con l’allora presidente dell’Aifa, Giorgio Palù, che parlava con il microfono aperto: «Ci sono pressioni che non capisco sia per portarla più bassa Astrazeneca che Johnson&Johnson. Le dico la verità, glielo dico perché, uno per la responsabilità, perché il Cts in questo momento dà un parere e credo che ho espresso il mio parere anche come virologo e non mi sento di tornare indietro ecco, per qualche insistenza o desiderata ministeriale, ecco, volevo dirglielo questo…».
Bertorello trova inaccettabile che ancora non si sia provveduto a desecretare «i contratti firmati dal governo Conte con i produttori di vaccino, sulla base di accordi stipulati dall’Unione europea. Purtroppo la maggioranza di centrodestra non è compatta nel chiedere che siano resi noti. E c’è ancora chi confonde queste battaglie per i diritti dei danneggiati, o dei morti da vaccino, come rivendicazioni di no vax».
Il riconoscimento dello Stato per i genitori di Francesca Tuscano è stato irrisorio, poco più di 77.468,53 euro. «Una riapertura delle indagini e possibilmente un rinvio a giudizio di questi soggetti potrebbe aprire uno spiraglio per ottenere il risarcimento dei danni», dichiara Bertorello.
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«Bambini di piombo» (Netflix)
Quando Jolanta Wadowska-Król ha iniziato il proprio percorso di ricerca era il 1974. In Alta Slesia, come nel resto della Polonia, comandava il regime comunista. Nulla era chiaro, perché tutto doveva essere subordinato all'ideologia e funzionale alla sua sopravvivenza. Di più, alla sua magnificazione.
La dottoressa, però, era donna di scienza, e fra il dovere implicito di compiacere il proprio governo e la verità medica non ha faticato a scegliere. Jolanta Wadowska-Król, che sarebbe poi stata soprannominata la Erin Brockovich della Slesia, ha fatto tutto di nascosto. Giorno dopo giorno, esame dopo esame. In silenzio, ha visitato oltre cinquemila bambini, lei che nel distretto di Szopienice si è resa conto per prima dello stato di salute precario in cui versavano i più piccoli. Notò un'incidenza anomala di anemia e disturbi neurologici tra i bambini del distretto. Avevano alti livelli di saturnismo. E, nonostante i proclami del regime, la dottoressa decise di imputare queste patologie alla vicina fonderia di zinco. Alle sue esalazioni. A quel che il governo negava, minacciando ritorsioni per chiunque avesse sostenuto il contrario.
Jolanta Wadowska-Król, cui Netflix ora ha dedicato la serie Bambini di piombo, non ha chinato il capo. Sola, è andata avanti, riuscendo a far ricoverare i casi più gravi nei sanatori polacchi e riuscendo persino a ricollocare intere famiglie, procurando loro un'esistenza diversa, lontana dalla fonderia. Nessuno le ha teso una mano. Il regime, al contrario, ha provato a spogliarla della sua credibilità. E lei è finita così, isolata, impaurita. Ma determinata, in ogni caso, a portare avanti quel che aveva iniziato.
Quel che Bambini di piombo documenta in sei episodi, muovendosi indietro nel tempo fino a ritrovare quel clima di terrore, quella paura, quella lotta impari, condotta da una donna che - sulla carta - non avrebbe dovuto avere alcuna possibilità di sopravvivere al governo che le stava sopra.
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