L’operazione di rilascio delle scorte strategiche di petrolio ha avuto sui prezzi l’effetto di un raggio di sole in una giornata di tempesta. Peccato che la tempesta prosegua e non se ne veda la fine, almeno a breve. Con la giornata di ieri i prezzi hanno ripreso a correre, con il Brent tornato sopra i 100 dollari al barile e il Wti americano sopra i 96 dollari.
Gli attacchi alle navi sono proseguiti ieri nel Golfo Persico, dove due petroliere ferme in un porto iracheno sono state colpite da razzi iraniani. Dal canto suo, la nuova guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, si è fatta sentire in pubblico per la prima volta, dicendo esplicitamente che «la leva per bloccare lo Stretto di Hormuz deve essere assolutamente utilizzata». Il comandante della Marina militare iraniana del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica ha raccolto l’invito poco dopo su X: «Infliggeremo i colpi più duri al nemico aggressore mantenendo la strategia di tenere chiuso lo Stretto di Hormuz». La compagnia Total ieri ha annunciato di avere sospeso il 15% della produzione nei suoi impianti nel Golfo.
In questo contesto, Donald Trump con un post sul social Truth ha detto: «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. Ma, di ben più grande interesse e importanza per me, come presidente, è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che ciò accada».
Intanto però a Washington si sussurra che la Casa Bianca abbia consigliato alle compagnie petrolifere e alle società di trasporto marittimo statunitensi di prepararsi alla possibile sospensione temporanea del Jones act, la legge che regola il trasporto marittimo interno negli Stati Uniti. Secondo questa vecchia legge, il trasporto di merci tra due porti degli Stati Uniti può essere effettuato solo da navi interamente statunitensi (costruzione, proprietà, bandiera ed equipaggio). La sospensione permetterebbe anche a navi straniere di trasportare carburante tra porti americani, per facilitare la distribuzione interna di energia.
Il segretario all’Energia americano, Chris Wright, ieri ha detto che gli Usa non sono pronti a scortare le navi al passaggio nello Stretto di Hormuz. «Accadrà relativamente presto, ma non può accadere ora. Semplicemente non siamo pronti», ha detto Wright in un’intervista. Lo stesso segretario due giorni fa aveva pubblicato un post su X affermando che la Marina americana era pronta a scortare le petroliere, ma poi ha rimosso il post stesso, generando sconcerto.
Il maxi rilascio delle scorte petrolifere deciso dall’Iea intanto è stato sopravanzato dagli avvenimenti, anche se in parte contribuisce a prendere un po’ di tempo. Il Dipartimento per l’energia americano ha fatto sapere che Washington metterà sul mercato 172 milioni di barili in un periodo di quattro mesi, il che significa circa 1,45 milioni di barili al giorno in media, a fronte di un deficit complessivo tra i 12 e i 14 milioni di barili.
Anche l’Italia farà la sua parte. Ieri il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) ha comunicato che il nostro Paese metterà in circolo l’11,42% delle sue scorte strategiche. Il sistema di stoccaggio strategico italiano è coordinato dal Mase, che affida le operazioni all’Acquirente unico, il quale funge da Organismo centrale di stoccaggio italiano (Ocsit). A norma di legge, il sistema italiano di scorte petrolifere di sicurezza ammonta complessivamente a quasi 12 milioni di tonnellate di petrolio equivalente (oltre 87 milioni di barili), pari a 90 giorni di importazioni.
Tale riserva è costituita da due responsabilità distinte. La prima è quella statale, gestita direttamente dall’Ocsit, che regolarmente indice gare per il mantenimento delle scorte, ed è pari a 2,208 milioni di tonnellate (circa 16 milioni di barili di petrolio equivalente) di prodotti già raffinati e pronti all’uso, come benzina, gasolio, carburante per aerei e olio combustibile.
La seconda parte è quella degli operatori privati obbligati, che ammonta a circa 9,6 milioni di tonnellate di prodotti, stoccate sul territorio nazionale o anche entro l’Unione europea (pari a circa 71 milioni di barili).
Il totale di scorte rilasciato dall’Italia sarà dunque pari a 9,96 milioni di barili di prodotti pronti al consumo, che hanno l’effetto più immediato di calmiere sui prezzi, poiché non richiedono lavorazioni ulteriori.
Il Mase non ha chiarito in quanto tempo i quantitativi saranno immessi sul mercato. Essendo il consumo del nostro Paese pari a circa 1,2 milioni di barili al giorno, con un periodo di rilascio di 60 giorni, ad esempio, le riserve strategiche fornirebbero circa il 14% dei consumi totali giornalieri.
Le località in cui l’Ocsit mantiene le scorte strategiche rispettano alcuni principi di distribuzione, con punti nevralgici in Sardegna e Sicilia, in Puglia e a Napoli per il Sud. A Gaeta vi è il maggiore deposito di gasolio (oltre 397.000 tonnellate) mentre a Volpiano vi è il maggiore stoccaggio di benzina (oltre 130.000 tonnellate). Depositi anche in Centro Italia e con maggiore densità al Nord, con Piemonte, Liguria e Lombardia ad avere le maggiori quantità.
Il rilascio delle scorte strategiche aiuta a comprare tempo, ma senza lo sblocco dello Stretto di Hormuz il conto si farà sempre più salato.
Mentre noi piangiamo, Mosca ride
È proprio un bollettino di guerra quello dei rincari. Le quotazioni di Wti e Brent chiudono la seduta con un rally di oltre il 10% sfondando la quota psicologica dei 100 dollari al barile. Quelle dei carburanti corrono a ruota. I principali operatori stanno adeguando i listini: tra questi c’è Eni, che pur restando mediamente la compagnia meno cara ha ritoccato verso l’alto i prezzi consigliati. Secondo le rilevazioni diffuse da Staffetta Quotidiana, nella media nazionale in modalità self service la benzina ha superato quota 1,81 euro al litro, il livello più alto dal marzo 2025. Il gasolio è arrivato invece a circa 2,03 euro al litro, tornando sui massimi dall’estate del 2022. Con questi numeri è destinato a cambiare rapidamente il budget familiare.
Secondo una stima di Confesercenti, i rincari di carburanti ed energia seguiti all’esplosione del conflitto in Iran potrebbero tradursi in una stangata complessiva da circa 14 miliardi di euro all’anno. In assenza di interventi correttivi, gli italiani arriverebbero a spendere 6,9 miliardi in più per i carburanti e altri 7,1 miliardi per le bollette energetiche. L’aumento cancellerebbe di fatto gli effetti positivi del cosiddetto decreto Bollette e colpirebbe due voci di spesa difficilmente comprimibili. Il peso complessivo di carburanti ed energia sul bilancio delle famiglie passerebbe così dal 7,4%, registrato nel 2025, all’8,4% nel 2026, riducendo la capacità di spesa e sottraendo risorse ai consumi e agli investimenti. Per lo Stato, invece, prezzi più alti significano anche maggiori entrate fiscali. Le stime indicano un aumento dell’Iva incassata pari a circa 1,9 miliardi: 1,2 miliardi deriverebbero dai carburanti e circa 700 milioni dalle bollette energetiche.
Anche per le imprese la situazione è sempre più pesante. I rincari dell’energia elettrica potrebbero tradursi in costi aggiuntivi significativi: oltre 1.200 euro l’anno per un ristorante con consumi medi, circa 770 euro per un albergo e più di 3.000 euro per un supermercato. A questi si aggiungono gli aumenti del gas, con ulteriori centinaia di euro di spesa annua.
Il governo osserva l’evoluzione della crisi e prepara possibili misure di sostegno. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha spiegato in Parlamento che l’esecutivo «sta lavorando a interventi di compensazione per le famiglie a reddito più basso e a strumenti per contenere i costi delle aziende di autotrasporto». Secondo il ministro, nonostante i rincari, l’aumento dei prezzi alla pompa in Italia resta al momento inferiore rispetto a quello registrato in altri grandi Paesi europei. Intanto le tensioni energetiche si stanno riflettendo anche su altri settori dell’economia. L’edilizia, tramite Ance Lombardia, segnala forti aumenti nei materiali da costruzione, con rincari che in alcuni casi vengono giudicati ingiustificati: nelle ultime settimane il prezzo del bitume è salito del 56% e quello del gasolio industriale di quasi il 30%.
Gli effetti arrivano anche nel trasporto aereo. Il gruppo Air France-Klm ha annunciato un aumento delle tariffe sui voli a lungo raggio per compensare il forte rincaro del cherosene. Per i biglietti in classe economica l’aumento medio sarà di circa 50 euro, seguendo la stessa strada già intrapresa da diverse compagnie internazionali.
In questo scenario c’è chi ride: Vladimir Putin. Secondo le stime riportate dal Financial Times, la Russia starebbe incassando circa 150 milioni di dollari in più al giorno dalle esportazioni di petrolio da quando sono esplose le ostilità in Iran.