Il suo libro continua a vendere e intanto ha creato scompiglio a sinistra e pure a destra. Con lui parliamo degli attacchi che ha subito e dei suoi progetti per il futuro.
Il suo libro continua a vendere e intanto ha creato scompiglio a sinistra e pure a destra. Con lui parliamo degli attacchi che ha subito e dei suoi progetti per il futuro.
Per l’Istituto Tecnè i cittadini favorevoli alla riforma sono in netto vantaggio (54-56% contro 44-46%). Ghisleri conferma oltre 4 punti di distacco. Mentre Youtrend ribalta le tendenze giocando sulla partecipazione.
«In questo mondo non c’è nulla di sicuro tranne la morte e le tasse», diceva Benjamin Franklin. Aggiungiamo: e la battaglia sui sondaggi in vista di una competizione elettorale. Manco a dirlo, ecco che il dibattito referendario ora si infiamma anche intorno alle previsioni dei sondaggisti, che «sondano», per l’appunto, l’umore degli italiani sulla riforma della Giustizia. Se fossimo in un Paese normale, la sintesi sarebbe: il Sì è in vantaggio ma la partita non è chiusa. Invece no: ora dobbiamo fare i conti anche con una nuova forma di sondaggio, quello a geometria variabile, che cambia la previsione finale a seconda dell’affluenza.
Partiamo proprio da questo: ieri è stato diffuso un sondaggio Youtrend per Sky Tg24 che vedrebbe il Sì in testa con il 51% in uno scenario con affluenza alta (59,6%, includendo coloro che voterebbero sicuramente o probabilmente) mentre il No sarebbe avanti con il 51,5% in caso di affluenza bassa (48%, considerando solo coloro che voterebbero sicuramente). Rispetto al sondaggio dello scorso 11 febbraio, il No è cresciuto di 1,6 punti nello scenario con affluenza alta e di 0,4 in quello con affluenza bassa. In sostanza, l’istituto sostiene che più aumenta l’affluenza più il Sì ha probabilità di vincere. Youtrend è un istituto di garantita affidabilità, ma viene da chiedersi come faccia a sostenere questo teorema, considerato che il fronte del No sembra invece puntare tutto sulla grande partecipazione al voto per vincere la battaglia. Su una cosa (da non juventini) siamo invece perfettamente d’accordo con Lorenzo Pregliasco: «La Juve contro l’Inter», battagliava sabato scorso al termine del big match il sondaggista su X, «ha disputato una grande partita, nonostante lo scandalo incommentabile (l’espulsione di Kalulu dopo la simulazione di Bastoni, ndr)». Lo stesso istituto Youtrend, nella consueta supermedia dei sondaggi nazionali per Agi, segnala, al 19 febbraio, i Sì al 52,9% e i No al 47,1%. Questo dato è più o meno in linea con quello dell’Istituto Tecnè per Rti: in questo caso torna in azione invece la famigerata forchetta, con il Sì al 54-56% e il No tra il 44 e il 46%.
Oltre quattro punti di vantaggio per il Sì sul No sono registrati dall’Istituto Only Numbers di Alessandra Ghisleri per Porta a Porta, su Rai 1: i Sì sono al 52,3% e i No al 47,7% (al 18 febbraio). Sempre per Porta a Porta, Noto Sondaggi segnalava il 28 gennaio il Sì al 53% e il No al 47%. La rilevazione di Renato Mannheimer per Eumetra, trasmessa giovedì scorso da Piazzapulita su La7, vede il Sì in lieve vantaggio con il 50,4% contro il 49,6% del No. Mannheimer si esprime anche sulla variabile-affluenza: «È veramente difficile fare previsioni», dice il noto sociologo e sondaggista, «una tesi vuole che più persone vanno a votare e più è probabile che vinca il Sì, ma da parte del No c’è una tale mobilitazione che può far salire il numero dei votanti». Per Demopolis, che ha effettuato un sondaggio per Otto e mezzo su La7, il No è al 51% e il Sì al 49%.
Dunque, come vedete, tra istituto e istituto i risultati cambiano anche significativamente: non è una novità per chi segue costantemente le elezioni, che siano politiche, regionali, europee e amministrative, e la regola d’oro (tra l’altro ripetuta sempre dagli stessi sondaggisti) è che una cosa sono le tendenze e le rilevazioni, altra cosa i cosiddetti «voti veri», ovvero le schede collocate dagli elettori nell’urna. Di sondaggi e referendum parla Adolfo Urso, ministro per le Imprese e il Made in Italy ed esponente di spicco di Fratelli d’Italia: «Tutti i sondaggi concordano», argomenta Urso all’Ansa, «se vota la maggioranza degli italiani vince il Sì. Cosa significa? Significa che gli italiani sono in maggioranza favorevoli alla riforma. Su questo tutti gli analisti sono d’accordo, tutte le rilevazioni concordano. E nelle loro rilevazioni evidenziano come più cresce la partecipazione, più cresce il Sì. Per questo è necessario fare appello al voto affinché gli elettori si esprimano. Perché vinca la democrazia, cioè la partecipazione. Perché vinca la riforma, necessaria. Perché prevalga la maggioranza che lavora e che produce, quella che una volta veniva definita, appunto, la maggioranza silenziosa degli italiani. La stessa maggioranza», conclude Urso, «che nei momenti decisivi è andata a votare, sempre per il bene del Paese».
Sprona i sostenitori del Sì a impegnarsi con tutte le energie una vecchia volpe della politica italiana, il capogruppo al Senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri: «Mai va sottovalutata un’elezione», avverte Gasparri, «soprattutto se poi dovesse passare il tentativo di spostare i temi della giustizia su una generica polemica anti Casta, che da sinistra si cerca di montare. Nel ribattere, noi dobbiamo chiarire che se Casta c’è, è quella che porta all’elezione del Csm sulla base delle correnti, dei partiti, delle spartizioni. Questo è quello su cui bisogna insistere. Il Csm è un organismo che ha bisogno di una rigenerazione e il sorteggio, che era sostenuto anche da Gratteri e altri», aggiunge Gasparri, «è l’unico metodo per neutralizzare il condizionamento della politica. Il tema della giustizia si giocherà su questo. E come tutte le contese, bisogna giocarle, nulla è scontato ma siamo fiduciosi che quella tendenza di prevalenza del Sì che viene confermata dagli ultimi sondaggi si possa anche rafforzare».
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Ansa
Il ministro dell’Interno ammette il corteo in memoria dello studente di destra picchiato a morte dagli antifa. Bardella (Rn) invita i suoi a restare a casa per evitare accuse in caso di tensioni: «Organizzazione incerta».
Lione tornerà a essere, almeno per oggi, la capitale delle Gallie perché è in questa città che, nel pomeriggio, si terrà la marcia in omaggio a Quentin Deranque, il ventitreenne morto il 14 febbraio scorso dopo essere stato linciato da un gruppo di antifa de La Jeune Garde. Nelle ultime 24 ore sui media transalpini non si è quasi parlato d’altro.
L’estrema sinistra de La France insoumise (Lfi) ha fatto il diavolo a quattro pretendendo, dapprima, che la marcia di Lione fosse vietata dalla prefettura e, poi, gridando al pericolo fascista pronto a incombere sulla città attraverso un’orda di militanti di estrema destra provenienti da mezza Europa. Come se negli ultimi anni gli antifa (anche francesi) non avessero scorrazzato in tutto il continente per andare a picchiare quelli che, secondo loro, erano i fascisti del momento. Il primo a chiedere lo stop del corteo è stato il sindaco ecologista di Lione, Grégory Doucet. Su X, il coordinatore di Lfi, Manuel Bompard, ha auspicato che la manifestazione fosse annullata definendola una «vera dimostrazione fascista» e una «minaccia per gli abitanti».
Ma nonostante le pretese di Lfi e affini, il ministro dell’Interno Laurent Nunez ha autorizzato lo svolgimento del corteo. Ai microfoni di Rtl, Nunez ha detto che «l’organizzatrice si è impegnata a rispettare scrupolosamente le indicazioni fornite», in particolare che «questa marcia abbia un carattere pacifico e che non dia luogo ad alcuna espressione politica». Il ministro ha confermato un importante dispiegamento di forze dell’ordine.
Le allerte per la calata dei fascisti sono state riprese da vari media. Sul sito di France inter si potevano leggere le testimonianze, raccolte a Lione dagli inviati di questa emittente radiofonica di Stato. Una certa Lucie, presentata come una «lavoratrice sociale», sarebbe andata ad avvertire le persone «razzializzate» dicendo loro «evitate di essere lì (sul percorso della marcia, ndr), è possibile che arrivi gente di estrema destra», gente che «ha voglia di battersi». Un altro testimone, un tal Bilel, dipendente di una macelleria, ha dichiarato di aver ricevuto «un volantino distribuito nelle vie della zona» sul quale c’era scritto «fate attenzione, prendete le disposizioni necessarie per la vostra sicurezza e per quella delle persone vulnerabili del vostro entourage». L’edizione francese di Huffington ha fatto una sintesi delle informazioni pubblicate da altre testate con un focus sul profilo dell’organizzatrice della marcia: Aliette Espieux. È stato citato Le Monde, secondo cui la ragazza sarebbe legata alla «galassia di Pierre-Edouard Stérin, in particolare attraverso l’associazione di preghiera Hozanna». Stérin è stato un importante finanziatore dell’applicazione The Fork e cofondatore di Smartbox. Un imprenditore di successo che, però, per i media mainstream transalpini ha un grandissimo difetto: è cattolico e sostiene iniziative ispirate alla sua fede. L’Huffington cita anche il sito StreetPress che rivela un’altra informazione: «Aliette Espieux è sposata con Eliot Bertin, l’ex leader neonazista del disciolto gruppo Lyon Populaire» e «indagato» dopo «l’attacco a una conferenza sulla Palestina. La violenza va sempre condannata ma, scorrendo alcuni media d’Oltralpe, sembra di assistere a un macabro calcolo.
È come se si dicesse, semplificando in maniera un po’ cavaliera: gli antifa hanno ammazzato, ma siccome anche i neonazisti lo hanno fatto, allora siamo pari. Chissà cosa avrebbero scritto varie testate transalpine se avessero indagato sulle azioni e le frequentazioni di certi militanti dell’ultrasinistra antifa. Forse, come ha fatto nei giorni scorsi Adriano Scianca sulla Verità, avrebbero scoperto che alcuni di loro sono venuti a Roma e sono stati persino premiati da un municipio.
Lasciando da parte il trattamento riservato da molti media francesi alla tragedia di Lione, è indubbio che oggi, nell’ex capitale delle Gallie, la tensione sarà alle stelle. Tra l’altro, la famiglia di Quentin non parteciperà al corteo in memoria del giovane e già da giorni invita alla calma. Anche i rappresentanti del Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen non parteciperanno alla marcia di oggi né ad altre iniziative simili. «Vi chiediamo», ha scritto ai dirigenti del suo partito Jordan Bardella, «di non partecipare a queste iniziative né di associarvi il Rassemblement national». Questo perché, ha spiegato ancora il leader di Rn, gli organizzatori di tali eventi «non sono certi» e sembra che la famiglia di Quentin «non sia all’origine di nessuno di essi». Anche il candidato della destra moderata alle comunali di Lione nonché ex presidente dell’Olympique Lyonnais, Jean-Michel Aulas, non sarà presente alla marcia.
Sul fronte delle indagini sui presunti autori del linciaggio di Quentin, Le Figaro ha scritto che uno dei fermati è indagato anche a Parigi. L’individuo sarebbe sospettato di aver partecipato, nel 2024, a un’aggressione ai danni di un adolescente definito «sionista» che è stato obbligato a gridare «viva la Palestina».
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Luigi Di Maio (Imagoeconomica)
L’ex ministro diventa professore onorario del prestigioso ateneo di Londra.
L’avevano pensato bene, il King’s College. Fondato da Giorgio IV e dal Duca di Wellington nel 1829 come risposta confessionale anglicana alla laicissima University College London, il King’s College ha un motto impegnativo: «Sancte et Sapienter», due avverbi che significano «in modo sacro e saggio». Ora, visto che il disastro d’immagine del coinvolgimento dell’ex principe Andrea nello scandalo Epstein non era sufficiente, al nobile ateneo londinese hanno deciso di nominare Luigi Di Maio (già rivenditore di bibite al San Paolo di Napoli) professore onorario presso il Dipartimento di studi sulla Difesa. Non male per il trentanovenne ex vicepremier grillino, che in precedenza si era laureato all’università della vita.
La notizia è stata data direttamente su Linkedin da Di Maio, che grazie all’esperienza come ministro degli Esteri nel maggio 2023 è stato nominato rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico. Nelle scorse settimane il suo nome è circolato anche come possibile coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente. «Assumerò questo nuovo ruolo con l’obiettivo di contribuire al dialogo sulla sicurezza internazionale, le relazioni Europa-Golfo e le dinamiche geopolitiche», ha scritto l’ex ministro.
Il post con la sua nomina ha scatenato gli applausi e i complimenti di sceicchi e manager di fondi e grandi aziende saudite, emiratine e del Qatar. Non è un caso, ovviamente. Si vede che l’ex delfino di Beppe Grillo, in questi due anni e mezzo, si è fatto ben volere da banchieri e manager in tunica bianca. Del resto, come abbiamo imparato a nostre spese, sveglio è sveglio. E anche se da giovane ha pensato più a fare politica che a studiare (ha la maturità classica), tutti coloro che hanno lavorato con lui, ambasciatori compresi, gli riconoscono una grande umiltà e molta voglia di apprendere.
Al King’s College, poi, non fanno certo la carità: i cv li sanno leggere, ma sanno anche pesare le reti relazionali. Così hanno ingaggiato Di Maio per rafforzare il loro prestigioso Dipartimento, dove sui banchi dei master arriva la crema degli ufficiali di Sua Maestà. Di Maio, professionalmente, proviene dal Golfo Persico e guarda caso il primo mercato per l’industria bellica britannica è proprio quello, con l’Arabia saudita in testa alle classifiche con vendite per 4,5 miliardi di sterline tra il 2021 e il 2025 (fonte: governo Regno Unito). E l’anno scorso, per il governo britannico, si è registrato il valore più alto di esportazioni di armi da oltre 40 anni (20 miliardi di sterline).
Di Maio, comunque, era amato a Londra anche prima di essere spedito tra le dune dall’Onu. Ha servito come ministro degli Esteri nel Conte II (2019-2021) e nel governo Draghi (2021-2022) e ha sempre tenuto a rafforzare il più possibile i legami con il Regno Unito, nonostante la Brexit e i tanti dispettucci inglesi ai nostri emigrati. Da ministro e da vicepremier, lo statista di Pomigliano d’Arco ha sempre sostenuto che l’Unione europea non dovesse «punire» il Regno Unito per la sua uscita, allo scopo di evitare choc economici da entrambe le parti. Di Maio ha più volte ribadito «l’amicizia solida» con Londra, anche quando fu eletto Boris Johnson (2019) e ha stretto un grande rapporto con Dominic Raab, ex sottosegretario agli Esteri. Tra i vari campi nei quali ha collaborato con Londra c’è stato anche quello della ricerca sui vaccini. Ma forse uno dei dossier che oggi pesa di più, per la carriera inglese dell’ex grillino, è quello della stabilizzazione della Libia.
L’incarico di docente onorario ha poco peso dal punto di vista didattico, ma consente di fare ricerca. E non è poco per un Di Maio che da ragazzo si iscrisse senza fortuna prima a ingegneria informatica e poi a giurisprudenza. In soli sei anni, è passato da lanciare Lino Banfi sul palco del Teatro Brancaccio come rappresentante dell’Italia all’Unesco a lanciare sé stesso in uno degli atenei più prestigiosi del mondo. Un ateneo che ha sfornato 14 premi Nobel. Difficile che il quindicesimo sia il nostro «Giggino», quello che annunciava da Palazzo Chigi: «Abbiamo abolito la povertà». Ma con uno come lui, mai dire mai.
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Ansa
Dubbi dopo la testimonianza dei colleghi. Piantedosi: «Compiaciuto: si fa chiarezza».
Dopo gli interrogatori degli altri quattro agenti coinvolti (a cui sono stati sequestrati tutti i cellulari), l’assistente capo C.C. mantiene ferma la propria versione dei fatti nell’inchiesta sulla morte del pusher marocchino Abderrahim Mansouri, avvenuta il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo durante un’operazione antidroga. Accusato di omicidio volontario, continua a ribadire ciò che ha detto fin dal primo interrogatorio: «Ho sparato perché avevo paura». Lo ha ripetuto anche nelle ultime ore al suo difensore, l’avvocato Pietro Porciani, dopo che sono emersi nuovi elementi sugli interrogatori dei colleghi presenti quella sera, oggi indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso.
L’agente, riferiscono ambienti della difesa, è profondamente provato da quanto sta emergendo. Non solo per il peso dell’accusa, ma per la rappresentazione che, giorno dopo giorno, viene restituita del suo operato. Al legale ha ribadito di non aver mai avuto rapporti con gli spacciatori della zona, né contatti opachi con il mondo del boschetto. Una ricostruzione che respinge con decisione e che - sostiene - non ha nulla a che vedere con la sua storia professionale.
Dal punto di vista tecnico, la linea difensiva resta immutata. Per Porciani è difficile sostenere l’ipotesi dell’omicidio volontario a fronte di uno sparo esploso a oltre venti metri di distanza, in un contesto di scarsa visibilità, con una traiettoria che - come emerso dagli accertamenti autoptici - non presenta le caratteristiche di un colpo d’esecuzione. Un solo proiettile, esploso in pochi istanti, dopo essersi visto puntare contro quella che appariva come un’arma vera. «Non avevo alcuna intenzione di uccidere», è il concetto che l’assistente capo continua a ribadire.
In parallelo, dagli interrogatori degli altri poliziotti - difesi dagli avvocati Massimo Pellicciotta, Antonio Buondonno e Matteo Cherubini - emerge una linea difensiva distinta ma convergente su un punto: nessuno di loro avrebbe avuto un ruolo nello sparo. Tutti hanno risposto alle domande del pm Giovanni Tarzia chiarendo di essere arrivati in momenti diversi sulla scena: uno era vicino a C.C. al momento del colpo, gli altri sono giunti subito dopo. Nei verbali, però, ciascuno ha riferito che le fasi successive sarebbero state gestite dal collega più anziano, indicato come il più esperto del gruppo, anche attraverso comunicazioni non veritiere, come quella - contestata - sulla chiamata dell’ambulanza. Per la Procura di Milano uno dei passaggi chiave dell’inchiesta riguarda ciò che sarebbe accaduto nei minuti successivi allo sparo. Dalle verifiche emergerebbe che il collega più vicino all’agente, prima della chiamata al 118 si sarebbe recato al commissariato Mecenate, per poi tornare sul posto con una borsa, di cui gli altri poliziotti avrebbero detto di ignorare il contenuto. Un elemento che rafforza l’ipotesi investigativa secondo cui la pistola a salve trovata accanto al corpo possa essere stata collocata dopo, tesi sostenuta anche dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, legali della famiglia Mansouri. Sullo sfondo c’è poi il ritardo di circa 23 minuti nell’allertare i soccorsi, punto centrale dell’accusa di omissione contestata agli agenti.
Sulla vicenda è intervenuto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi: «Sono compiaciuto che la Polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno. Accetteremo con assoluta serenità ciò che emergerà».
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