Il suo libro continua a vendere e intanto ha creato scompiglio a sinistra e pure a destra. Con lui parliamo degli attacchi che ha subito e dei suoi progetti per il futuro.
Il suo libro continua a vendere e intanto ha creato scompiglio a sinistra e pure a destra. Con lui parliamo degli attacchi che ha subito e dei suoi progetti per il futuro.
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Dalla Germania alla Francia, fino agli Usa, cresce il consenso giovanile per i partiti conservatori e sovranisti. Social, trauma Covid e frattura di genere spiegano il cambio di paradigma: la Gen Z non è più terreno esclusivo della sinistra.
«Chi non è di sinistra da giovane è senza cuore, ma chi non è di destra da adulto è senza cervello». Per decenni questa frase, falsamente attribuita al primo ministro britannico Winston Churchill, ha perfettamente descritto la realtà. Oggi, in Occidente, non è più così, perché sempre più giovani della Generazione Z decidono di votare per partiti conservatori o di estrema destra, rompendo gli schemi tradizionali che vedono nei giovani un fertile terreno elettorale per i progressisti.
Prendiamo ad esempio le europee del 2024: in Germania l'AfD (Alternativa per la Germania) ha triplicato i consensi nella fascia d’età che va dai 16 ai 24 anni, arrivando al 16%, migliorando poi il dato nelle elezioni federali dello scorso anno (21%). Sempre alle europee, in Francia, il Rassemblement National di Jordan Bardella ha conquistato il 23% nella fascia 18-24 anni, con il leader che è diventato il politico più seguito su TikTok dai giovani francesi. Lo stesso sensibile spostamento verso posizioni più conservatrici si è registrato anche negli Stati Uniti, dove secondo i dati pubblicati dal Pew Research Center alle elezioni presidenziali i voti per Donald Trump nella fascia 18-29 anni sono passati dal modesto 28% del 2016 al 39% del 2024.
Il trend appare dunque chiaro e consolidato, ma perché avviene? La risposta è naturalmente molteplice. Cominciano col dire che i leader della destra occidentale hanno sicuramente saputo impiegare meglio il principale mezzo di comunicazione della Generazione Z: i social network, riuscendo al contempo a sposare l’utilizzo degli ormai famosi «meme» e più in generale a cavalcare i trend del momento.
Oltre alla capacità comunicativa sui social, un fattore determinante in questo riposizionamento ideologico risiede nel trauma collettivo della pandemia Covid 19. Secondo il Trust Barometer 2025, un report pubblicato dall’Istituto Edelman, la gestione dell'emergenza sanitaria ha agito da catalizzatore per una profonda erosione della fiducia nelle istituzioni tradizionali. Le restrizioni prolungate, l’obbligo vaccinale e la chiusura delle scuole hanno alimentato un senso di risentimento verso i governi e le autorità scientifiche. Questo effetto è stato particolarmente dirompente sulla Generazione Z, con un certo grado di differenza. Secondo un sondaggio effettuato nel 2025 dal Yale Institute for Social and Policy Studies, infatti, i più «anziani» membri della Gen Z (nati tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila) tendono a preferire il partito democratico, con un distacco di 6,4 punti percentuali, un valore comunque inferiore ai «millenials» (la generazione precedente). I più «giovani» appartenenti alla Generazione Z, al contrario, preferiscono nettamente i repubblicani, con un distacco di 11,7 punti. Coloro che hanno vissuto la pandemia durante gli anni formativi non vedono più l'autorità come sinonimo di protezione, ma di imposizione, spingendoli verso movimenti che contestano apertamente l'establishment e le narrazioni ufficiali.
Un altro elemento cruciale, evidenziato da un paper pubblicato dal Brookings Institution, è l'emergere di una faglia ideologica senza precedenti tra i due generi. Mentre le giovani donne sono tendenzialmente rimaste verso posizioni liberali e di sinistra, i giovani uomini mostrano una tendenza opposta. In Europa, i dati dell'European Consortium for Political Research (ECPR) del 2024 rivelano che il supporto per la destra estrema tra i giovani uomini ha raggiunto il 21%, contro il 14% delle coetanee, un divario quasi raddoppiato rispetto alle generazioni precedenti. Sembra quindi che i continui attacchi al «patriarcato» e alla figura maschile in generale, portati avanti in nome delle politiche woke, abbiano avuto un effetto controproducente sui giovani maschi, spingendoli a sposare la causa di chi tali politiche le aborrisce e combatte.
Tale risvolto era in fin dei conti prevedibile, presentandosi come l'unica forza capace di difendere i valori tradizionali e di offrire un senso di appartenenza a una categoria che si sente sempre più isolata, i partiti di destra hanno naturalmente intercettato il consenso dei più giovani. D’altra parte, l’odio per sé stessi non può certo essere la massima aspirazione dell’uomo.
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Elon Musk (Ansa)
Comincia questa settimana un viaggio nella Silicon Valley per conoscere da vicino i giganti della tecnologia digitale. Gente che non si limita a far soldi (tantissimi), ma costruisce il mondo che verrà. Si parte con Elon Musk, il fondatore di Tesla, SpaceX e Starlink: un impero in cui gli investimenti in settori all’apparenza distanti sono in realtà tutti collegati tra loro. Con un obiettivo: assottigliare sempre più il confine tra l’uomo e la macchina.
Raccontare Elon Musk non è semplice, anche perché la personalità dell’uomo pervade le aziende che ha fondato sino a fare dell’entità Musk un piccolo (grande) universo interconnesso.
Dopo la prima avventura giovanile tutta finanziaria di PayPal, le aziende di Musk sono diventate molto concrete. Tesla, SpaceX, Starlink, Neuralink, xAI non sono iniziative isolate, né semplicemente diversificate. Nel tempo hanno assunto la forma di un sistema industriale coerente, costruito attorno ad alcuni assi strategici molto chiari: controllo delle infrastrutture fisiche, integrazione verticale delle filiere, riduzione dei costi attraverso economie di scala e standardizzazione, un certo dominio del software a comando dell’hardware.
In questo universo, Tesla è il punto di partenza più visibile. Nata come casa automobilistica elettrica, è diventata progressivamente un’impresa di manifattura avanzata, con una forte componente energetica e informatica. Le batterie, i sistemi di accumulo, la gestione intelligente della rete, l’ottimizzazione dei processi produttivi sono man mano diventati elementi centrali quanto l’auto in sé. Negli ultimi anni l’attenzione di Musk in Tesla si è spostata sempre più verso la guida autonoma, la robotica e l’intelligenza artificiale applicata alla produzione. Il veicolo non è più soltanto un mezzo di trasporto, ma una piattaforma mobile di sensori e dati, integrata in un sistema più ampio. Allo stesso tempo, il business è stato complicato da due fattori esterni. Uno è l’arrivo sui mercati mondiali dei costruttori cinesi, che ha provocato una contrazione dei margini, un calo delle quote di mercato e costretto Musk sulla difensiva. L’altro fattore è l’arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Al di là del rapporto personale tra i due, Trump sta cancellando le norme sulle emissioni che sono alla base del meccanismo dei crediti di emissione, la cui vendita costituisce una parte sostanziale dei margini di Tesla.
Ecco perché la svolta verso le auto a guida autonoma non è solo una evoluzione di Tesla, ma un passo quasi obbligato per sopravvivere alla spietata concorrenza e al mutato quadro regolatorio. L’idea è quella di un parco di veicoli autonomi, sempre connessi in rete e gestiti centralmente, come terminali. Per il mondo dell’automobile, si tratta di un cambio notevole nei rapporti tra produzione, vendita e utilizzo. Lo stesso vale per la robotica umanoide, presentata come naturale estensione delle competenze sviluppate sull’auto. Su questo, Musk sta investendo molto del suo capitale di credibilità, puntando molto sull’intelligenza artificiale come anima dei robot.
Lo spazio rappresenta l’altro pilastro del sistema Musk. Con SpaceX il settore spaziale, tradizionalmente dominato da grandi programmi con fondi pubblici e costi elevatissimi, è stato trasformato attraverso una logica di produzione industriale piuttosto aggressiva. Il riutilizzo dei razzi, la standardizzazione dei componenti, l’accelerazione dei cicli di sviluppo hanno ridotto i costi di accesso allo spazio in modo sostanziale. Questo ha cambiato radicalmente gli equilibri del settore, rendendo l’aeronautica spaziale una dimensione industriale aperta e dotata di continuità, non più episodica. Tanto che il Pentagono è uno dei maggiori clienti di Musk, che tramite SpaceX fornisce lanci di satelliti del Pentagono e della U.S. Space Force, inclusi satelliti di comunicazione, navigazione e intelligence. In altre parole, SpaceX è un prime contractor industriale del governo americano, inserito pienamente nell’apparato militare-industriale statunitense.
Starlink è a un tempo creatura gemella e conseguenza diretta di questa trasformazione. La costellazione di satelliti a bassa orbita che fornisce connettività globale non è solo un servizio commerciale per la connessione ad Internet. È diventata (o è nata già come tale) una infrastruttura di comunicazione autonoma, pervasiva e difficilmente sostituibile nel breve periodo. In molte aree del mondo Starlink ha dimostrato di poter funzionare dove le reti terrestri non arrivano o vengono interrotte e ciò conferisce all’azienda un valore strategico che va oltre il mercato delle telecomunicazioni. Tanto è vero che il governo americano è grande cliente del sistema satellitare privato di Musk, al punto anzi da partecipare allo sviluppo di Starshield, la rete simile a Starlink per i servizi militari.
Diversa è la vicenda di X, l’ex Twitter, acquistata nel 2022 per 44 miliardi di dollari. Il controllo di un canale informativo di questo tipo, integrato con enormi capacità di calcolo e con progetti di intelligenza artificiale come xAI, introduce un ulteriore livello nell’ecosistema muskiano, quello della gestione e dell’elaborazione dei flussi informativi. Ciò è tanto più vero dal momento in cui la società di intelligenza artificiale di Musk, xAI, ha acquisito X con un’operazione da 33 miliardi di dollari lo scorso anno. X è una fabbrica di dati in tempo reale, tra flussi testuali, interazioni pubbliche, linguaggio non filtrato, dinamiche di influenza e polarizzazione delle opinioni. Si tratta di una vera miniera d’oro per i modelli di intelligenza artificiale che Musk sviluppa in xAI. Dunque, portare X dentro lo sviluppatore di Ia della galassia Musk aveva un perfetto senso industriale. In pratica, il social X è il cibo con cui si nutre l’intelligenza artificiale che finisce nei robot umanoidi. Detta così, la cosa può sembrare preoccupante e forse lo è.
Mentre Neuralink, che si occupa di interfacce uomo-macchina, si inserisce nella stessa logica di lungo periodo, qualche giorno fa Musk ha avviato l’acquisizione di xAI da parte di SpaceX. La compagnia di Ia è stata valutata 250 miliardi di dollari, mentre SpaceX vale circa 1.000 miliardi, dunque la società risultante vale circa 1.250 miliardi di dollari e rappresenta ora la punta di lancia per il progetto di creare data center nello spazio e integrare la comunicazione satellitare con le operazioni spaziali.
In questo quadro, il progetto di mandare l’uomo su Marte sembra abbastanza coerente, anche se per ora si parla solo di intenzioni. È vero però che anche se l’obiettivo finale resta lontano, il percorso per arrivarci produce in sé ricadute industriali concrete, dai materiali ai sistemi energetici, dalla logistica avanzata all’automazione.
Il risultato di tutto ciò è un sistema industriale in sé compiuto, che assomiglia sempre meno a un gruppo industriale tradizionale e sempre più a una piattaforma tecnologica estesa, capace di operare su più livelli contemporaneamente. Non tutte le promesse di Elon Musk si sono tradotte in risultati immediati, e alcuni progetti restano incompiuti o assai controversi. La concentrazione di competenze, infrastrutture e potere tecnologico spiega perché il percorso di Musk continui a suscitare attenzione, consenso e opposizione ben oltre il mondo della tecnologia.
Pressing sui manager e culto dell’errore. Così trova soluzioni non convenzionali
Al pari del suo mondo imprenditoriale, la vita privata di Elon Musk è un vorticoso carosello che ne fa un personaggio non comune. Musk è cresciuto in Sudafrica, in un contesto familiare segnato da tensioni con il padre, da lui definito una presenza opprimente, mentre la figura che emerge come riferimento stabile è quella della madre, Maye Musk. Modella nata in Canada, nutrizionista, ha cresciuto i figli da sola dopo il divorzio, spostandosi tra Sudafrica, Canada e Stati Uniti. Elon ha tutte e tre le cittadinanze. La signora Musk ha spesso raccontato una giovinezza segnata da precarietà economica, lavori multipli e continui trasferimenti. Senza scadere nella psicologia facile, possiamo arguire che un tale ambiente abbia inciso sul modo in cui Elon Musk percepisce il rischio e l’instabilità, cioè non come anomalie, ma come condizioni normali. Pochi anni fa, durante una trasmissione televisiva, il miliardario ha detto di avere un disturbo dello spettro autistico (Asd). Anche la sua vita sentimentale è stata irregolare e frammentata. Si è sposato tre volte, due con la stessa donna, Talulah Riley, attrice inglese, mentre dalla prima moglie Justine Wilson, scrittrice canadese, ha avuto sei figli. Il loro primo figlio è morto in culla dopo 10 settimane e gli altri cinque sono arrivati con due parti gemellari dopo fecondazione in vitro. Da una successiva relazione con la musicista canadese Grimes sono nati altri tre figli, al primo dei quali è stato dato il curioso nome X Æ A-12 (sic), che si pronuncia «X Ash A Twelve». Dalla relazione con Shivon Zilis, dirigente di Neuralink, sono nati altri quattro figli, mentre circa un anno fa Ashley St. Clair, commentatrice politica americana, ha rivelato di avere avuto un figlio da Elon Musk. Voci mai confermate parlano di altri figli, ma il conto ufficiale si ferma qui, per ora. Del resto, l’imprenditore ha dichiarato di considerare il calo demografico una delle principali minacce per il futuro delle società occidentali. Può essere interessante notare che la visione della paternità da parte di Musk non appare ideologica, ma piuttosto personale. Dalle sue affermazioni si percepisce che Musk considera la paternità come parte di una responsabilità storica. Resta il mistero su come sia possibile coltivare una relazione con 13 figli e contemporaneamente gestire un impero che vale centinaia di miliardi. Questa struttura personale si riflette direttamente nel suo modo di lavorare, stando alle testimonianze e alle dichiarazioni dello stesso Musk. Le sue organizzazioni sono ambienti che tollerano, e in parte producono, attrito. Il suo stile decisionale si fonda sull’uso deliberato del caos. Cambi improvvisi di priorità, obiettivi ridefiniti, richieste contraddittorie sono la norma nelle sue aziende, il che può risultare indigesto a molte persone. In diverse testimonianze si parla di email notturne con nuove direttive, priorità che cambiano più volte nella stessa settimana, scadenze ravvicinate e richieste di soluzioni rapide. A quanto pare, chi lavora con Musk è sottoposto a una pressione costante, che contribuisce a selezionare in tempi brevi chi è disposto a reggere. A quanto sembra, Musk tende inoltre a ridurre al minimo la distanza tra vertice e operatività. Entra nei dettagli tecnici, discute soluzioni ingegneristiche, interviene sulle linee di produzione. Questo coinvolgimento diretto può accelerare alcune decisioni, ma può anche creare frizioni continue con manager e tecnici.Questo modo di condurre le aziende non emerge solo dal racconto dei collaboratori, ma è stato documentata in modo sistematico. Le biografie di Musk basate su accesso diretto, in particolare quelle di Ashlee Vance e Walter Isaacson, descrivono un modello decisionale fondato sulla compressione estrema dei tempi, sul cambiamento frequente delle priorità e sull’intervento diretto del fondatore nei processi tecnici. Isaacson, che ha seguito Musk molto da vicino per diversi anni, riporta come questo approccio venga usato consapevolmente per mettere sotto stress le organizzazioni, forzare soluzioni non convenzionali e selezionare rapidamente persone e idee. Lo stesso Musk ha più volte rivendicato pubblicamente la necessità di accettare errori, fallimenti intermedi e annunci anticipati come parte integrante di una strategia orientata alla velocità più che alla stabilità.Anche la comunicazione pubblica segue la stessa logica personale. Musk utilizza i social in modo diretto, spesso impulsivo, mescolando annunci, polemiche e provocazioni. Celebre la lite con Donald Trump condotta via social dopo l’abbandono del ruolo di tagliatore della spesa pubblica alla Casa Bianca. Questo comportamento alimenta controversie e talvolta danneggia le sue stesse aziende, ma a quanto pare la figura del social media manager non fa per lui.Nel complesso, la figura di Musk non si comprende separando vita privata e attività imprenditoriale, che formano un insieme coerente e danno la misura di un personaggio davvero unico.
Troppo simile a Trump per andarci d’accordo
Il rapporto tra Elon Musk e la politica non si discosta dai suoi modelli di vita. Tra caos e impulsività, il miliardario si presenta come strenuo difensore dell’autonomia individuale e critico delle istituzioni pubbliche, anche se in questi anni ha svolto ruoli che lo hanno portato dentro i centri decisionali del potere statunitense e all’intersezione tra impresa globale e sovranità statale. Per Musk, deficit e debito pubblico sono un male assoluto o quasi, in linea con il suo credo da self made man a metà tra l’anarchia e il monetarismo alla Milton Friedman. Eppure, una buona fetta dei suoi ricavi sono spesa pubblica. Con la seconda presidenza di Donald Trump, il legame tra Musk e la politica americana ha raggiunto un momento topico. Trump ha creato all’inizio del 2025 il Department of Government Efficiency (Doge), un’organizzazione temporanea con l’obiettivo di tagliare sprechi e snellire l’apparato federale, e ha chiamato Musk a guidarla. La struttura non ha poteri di legge autonomi, ma mirava a influenzare in modo diretto la gestione delle tante agenzie federali. Musk ha promosso misure aggressive e annunci ambiziosi di risparmi, ma nel corso di pochi mesi le resistenze istituzionali, i limiti legali e le critiche interne hanno ridimensionato i risultati dichiarati. A maggio 2025 già terminava il momento Doge di Musk e la successiva rottura con Trump, legata alle critiche di Musk al Big Beautiful Bill della Casa Bianca, ha reso pubblica una spaccatura profonda. Talmente profonda che subito dopo la fine del Doge, Musk ha annunciato l’intenzione di fondare un proprio partito. Idea poi rientrata, per fortuna di tutti (soprattutto la sua). Il rapporto con Trump poi è stato recuperato, anche considerata l’interdipendenza dei due sui dossier Starlink e SpaceX.Durante la campagna per le elezioni presidenziali Usa del 2024 Musk si è scontrato duramente con Thierry Breton, allora commissario europeo per il Mercato interno. Breton aveva richiamato Musk a rispettare gli obblighi del Digital Services Act (Dsa) sul controllo della disinformazione e dei contenuti illegali su X. La lettera è stata inviata poco prima di una diretta su X con Trump. La risposta di Musk è stata durissima, con toni forti sui social e accuse di ingerenza politica, alimentando una polemica di alto profilo che è proseguita anche nei mesi successivi.Questi episodi mostrano come Musk sia una presenza che incide direttamente sulle scelte pubbliche, e non un semplice imprenditore che legittimamente esercita pressioni. Attraverso i suoi ruoli consultivi con la Casa Bianca è certamente un partner del governo ascoltato e influente, anche se con Donald Trump è una bella gara, quanto a discontinuità. La capacità di Elon Musk di muoversi tra potere economico, influenze normative e dibattito pubblico lo rende, di fatto, una figura politica di peso, pur mantenendo un ruolo formalmente estraneo alla politica.
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Federico Mollicone (Ansa)
Il capo della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone: «Su Pucci molta ipocrisia. Venezi? Un’aggressione mediatica senza precedenti».
Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura alla Camera, la prossima settimana comincia Sanremo, l’evento più nazionalpopolare dell’anno.
«Lo guarderò pure io. Ho apprezzato molto la scorsa edizione. La musica italiana finalmente era tornata protagonista. Spero che anche stavolta si parli di canzoni e non di polemiche».
Cominciamo male allora. Tra i conduttori doveva esserci il comico Andrea Pucci. Ha declinato l’invito dopo inviperite accuse: omofobo, sessista e destrorso. Fu fatale una battuta su Elly Schlein?
«Quando viene ferocemente attaccata Giorgia Meloni, la sinistra grida alla libertà di satira. Diventa un valore intoccabile e assoluto. Quando osa esprimersi un comico che non appartiene al circoletto del mainstream, scatta la censura».
Scorge doppiopesismo?
«Nonché ipocrisia».
Dimostra una «spaventosa deriva illiberale», dice la premier.
«Esemplifica l’egemonia che la sinistra ha avuto nella televisione per decenni. Come ha detto la presidente del Consiglio, è inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a non salire su un palco».
Pd e 5 stelle chiedono al governo di occuparsi di problemi veri, piuttosto che di un cabarettista.
«Altra ipocrisia. Basta l’ultimo esempio: prima la sinistra denunciava l’emergenza sicurezza, adesso giustifica i santuari dell’illegalità e accusa il governo di autoritarismo».
Il corteo di Askatasuna è finito con un agente preso a martellate.
«I centri sociali, in cambio di protezione politica, votano le loro giunte. Succede in molte città italiane. Noi invece continuiamo a lavorare per spegnere il fuoco della violenza e difendere le forze dell’ordine».
Gli strali progressisti si sono abbattuti pure su Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport. La sua telecronaca alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali era zeppa di incertezze ed errori.
«Negli ultimi giorni è stato vittima di durissimi attacchi mediatici. Ha tutta la mia solidarietà, ma non voglio entrare nel merito di questioni aziendali».
Viene additato come simbolo di lottizzazione: sarebbe troppo vicino a Fratelli d’Italia.
«La faziosità delle opposizioni sul servizio pubblico ormai raggiunge vette inarrivabili. Cito solo l’ultimo caso. Riguarda la sigla di apertura dei Giochi: il Pd ha presentato un’interrogazione parlamentare sulla censura dell’Uomo Vitruviano di Leonardo che appare prima delle dirette di Milano Cortina».
Gli mancano i genitali.
«Sarebbe bastata una semplice verifica per scoprire che quella sigla non è stata realizzata dalla Rai, ma dalla società del comitato olimpico che si occupa di produzioni audiovisive».
Si sono scatenati perfino contro Beatrice Venezi, direttore musicale della Fenice di Venezia. La sua nomina è vivacemente contestata da sindacati e orchestra.
«È vittima di un’aggressione mediatica senza precedenti. Diego Matheuz, suo predecessore scelto da Claudio Abbado, aveva solo tre anni di esperienza nella lirica. Venezi ha diretto 160 concerti sinfonici e 40 opere».
Perché tanto astio, allora?
«Quando Franceschini era ministro, le nomine venivano gestite allo stesso modo. Se però adesso lo fa la destra, si trasforma in occupazione illegittima e antidemocratica. Alla visione egemonica dei precedenti governi, contrapponiamo meritocrazia. Per questo una parte della sinistra impazzisce».
Sulla scelta dei sovrintendenti lei ha duellato con Report.
«Fanno minestroni fuorvianti. Mescolano aspetti legali a nomine fiduciarie. Questo tipo di giornalismo è interessato solo a confermare le sue tesi».
In passato aveva già attaccato la trasmissione di Sigfrido Ranucci.
«Gli abbiamo espresso solidarietà per gli atti intimidatori di cui è stato vittima. Questo non ci impedisce di criticare duramente il suo programma».
Il giornalismo d’inchiesta può scontentare.
«Quello di Report non è giornalismo d’inchiesta, ma giornalismo militante. Serve solo ad attaccare il governo e tutti coloro che hanno l’ardire di manifestare qualche simpatia nei suoi confronti».
L’opposizione ribattezza la Rai «TeleMeloni».
«I numeri parlano da soli. Tra il 2021 e il 2022, Report non si è certo distinta per inchieste che coinvolgevano i partiti: nel 75% dei casi ha parlato d’altro».
E dopo la vostra vittoria?
«Il 94% dei servizi ha riguardato politici o persone vicine al centrodestra».
Mollicone non si tira mai indietro, dunque. Entrò nel Fronte della gioventù da giovanissimo. La chioma imbiancata nasconde una lunga cicatrice, che risale a quei primi anni di militanza.
«Eravamo al mercato di via Caffaro, alla Garbatella. Raccoglievamo le firme sull’indulto politico ai ragazzi di destra e sinistra, per chiudere la stagione delle violenze».
Cosa successe?
«Ironia della sorte, venimmo aggrediti proprio da alcuni compagni di un centro sociale. Eravamo però in schiacciante minoranza. Sono finito nel parapiglia per difendere l’indimenticato Paolo Colli, fondatore di Fare Verde, la prima associazione ambientale estranea alla sinistra».
Le andò male?
«Uno di loro mi colpì alle spalle con un casco. Per fortuna, ho la testa dura. Sono rimasto in piedi nonostante la botta».
Perché lo dice sorridendo?
«Pure qualcuno di loro fu costretto ad andare al pronto soccorso…».
In quegli anni ha conosciuto Giorgia Meloni?
«Probabilmente anche prima. Aveva 16 anni, credo. Eravamo gli antenati che combattevano contro una scuola giurassica. Così giovane e minuta, riusciva a imporsi in un ambiente maschile. Aveva una determinazione unica».
In Parlamento dal 2018, si è sempre distinto per vivacità e autonomia di pensiero. Sfuggì dai commessi che volevano toglierle di mano il cartello «No green pass» e invitò le colleghe a evitare l’abbigliamento da «Montecitorio beach».
«Non sopporto le ingiustizie».
Eccepì pure su Peppa Pig, accusata di indottrinamento gender.
«Fu una falsificazione del Pd. Non era un rimprovero al cartone animato, ma alla grave violazione del codice dei minori: impedisce di trasmettere messaggi per adulti a bambini più piccoli di quattro anni».
Scoppiò il finimondo.
«Le rispondo ricordando le parole del Cyrano de Bergerac di Edmond Rostand: “Dispiacere mi piace, dell’odio mi diletto. Se tu sapessi come s’incede più gagliardi sotto il fuoco di fila dei malevoli sguardi”».
Una fiera esistenza eterodossa?
«Una vita coerente».
Continua a distinguersi nella battaglia al politicamente corretto.
«È la nuova inquisizione laica. Pretende di processare la storia e imbavagliare il pensiero libero. Sono un estremista del dialogo, che crede nel riformismo conservatore».
Compare tra i fondatori di Atreju.
«Ogni anno organizzavamo nel quartiere un piccolo evento chiamato “Festa dei Rioni”. Montavamo tutto da soli, usando grafiche dipinte a mano visto che non avevamo nemmeno i soldi per stamparle. Si facevano concerti, dibattiti, presentazioni di libri e spettacoli teatrali. Atreju è nata da quell’esperienza. Difatti, le prime edizioni sono state organizzate proprio lì. Adesso fa numeri da record: ci sono 105.000 presenze e 1.400 giornalisti accreditati».
Fu tra gli ideatori del primo logo: il bambino della Storia infinita che impugna lo scintillante spadone.
«Fino al 2017 ho creato e allestito l’immaginario assieme ai ragazzi di quell’epoca: Lollobrigida, Rampelli, Fazzolari, Scurria, Procaccini e tanti altri… Poi fortunatamente c’è stata una staffetta generazionale».
Era il simbolo della lotta a chi vuole rimuovere valori e futuro?
«Rappresentava alla perfezione la battaglia delle idee contro il nulla».
Come procede la disputa con il wokismo?
«Il nulla oggi è rappresentato dalla cultura della cancellazione: vorrebbe abbattere statue e riscrivere i classici, in nome di un’ideologia che livella tutto».
Urge non mollare.
«Rispondiamo con la forza delle nostre tradizioni e il coraggio di chi non ha paura».
Del conformismo, s’intende.
«Di chiamare le cose con il loro nome».
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- Lo Stato Islamico ha spostato il proprio baricentro nel Sahel, dove leader politici sempre più deboli non controllano il territorio. Sfruttando il ritiro delle truppe occidentali, i terroristi già impongono tasse, amministrano la giustizia e gestiscono i flussi migratori.
- Dal 2023 il Paese è guidato da una giunta golpista che ha stretto buoni rapporti con Mosca e cacciato i militari francesi. Anche gli Usa si sono ritirati. Roma mantiene il suo contingente, nonostante l’alto rischio attentati.
Lo speciale contiene due articoli.
Lo Stato Islamico ha compreso da tempo che la possibilità di ricostruire una vera entità statuale tra Iraq e Siria appartiene ormai al passato. Il progetto del Califfato, così come concepito da Abu Bakr al-Baghdadi, si è definitivamente esaurito con la caduta di Baghouz, nel marzo 2019, sulle rive dell’Eufrate. Da quel momento, la leadership jihadista si è fatta opaca e intermittente: i successori di al-Baghdadi hanno gestito una struttura ridotta a rete clandestina, incapace di amministrare territori e costretta a limitarsi ad azioni di logoramento contro obiettivi civili e statali. Il baricentro strategico dell’organizzazione si è così progressivamente spostato altrove. Nel Sahel, lo Stato Islamico e i gruppi a esso affiliati operano in un ambiente radicalmente diverso, caratterizzato da spazi immensi, confini porosi, apparati statali fragili e una violenza ormai sistemica. Qui la guerra non è episodica, ma diffusa e ad alta intensità, alimentata dalla competizione tra le reti jihadiste legate allo Stato Islamico e quelle riconducibili ad al-Qaeda. Non si tratta solo di scontri armati, ma di una corsa alla conquista di territori, popolazioni, risorse e infrastrutture statali.
Il conflitto saheliano ha assunto dimensioni senza precedenti. L’epicentro resta il triangolo Mali-Burkina Faso-Niger, ma l’instabilità si è ormai estesa verso l’Africa occidentale. La Nigeria era già coinvolta in modo strutturale, mentre oggi anche Benin e Togo entrano stabilmente nella geografia della violenza jihadista. L’espansione segue una logica precisa: occupare gli spazi lasciati vuoti dallo Stato, sfruttare le fratture sociali, inserirsi nelle economie illegali che attraversano la regione. Il Mali rappresenta un caso emblematico. Qui i gruppi armati sono riusciti a colpire direttamente i nervi vitali del Paese, imponendo blocchi economici e paralizzando le vie di rifornimento. L’assalto sistematico alle autocisterne, il sequestro degli autisti e il soffocamento delle attività economiche a Bamako hanno dimostrato quanto fragile sia il controllo governativo anche sulle principali arterie nazionali. La temporanea attenuazione della crisi, ottenuta solo grazie a convogli scortati da alleati esterni, ha rivelato l’esistenza di trattative informali e concessioni politiche che certificano una perdita di sovranità di fatto, tanto che intere aree sono controllate dai jihadisti.
Questo quadro si inserisce in una regione segnata da povertà strutturale, crescita demografica incontrollata e marginalizzazione cronica. Mali, Niger e Burkina Faso coprono una superficie paragonabile a gran parte dell’Unione europea, ma senza infrastrutture, servizi pubblici e amministrazioni capaci di esercitare un controllo effettivo. In questo vuoto si è sviluppata una governance jihadista alternativa: tribunali religiosi, imposizione fiscale, regolazione dei mercati locali, controllo sociale. Una statualità rudimentale, ma spesso percepita come più presente e coerente di quella ufficiale. All’interno di questa architettura, il traffico di migranti occupa un ruolo centrale. Il Sahel è il grande corridoio umano che convoglia centinaia di migliaia di persone verso il Nord Africa e il Mediterraneo. Su queste rotte, lo Stato Islamico e i gruppi affiliati hanno progressivamente assorbito o subordinato le reti criminali tradizionali, trasformando la migrazione in una fonte strutturale di reddito e di potere. I convogli vengono tassati, le piste nel deserto controllate, i passaggi autorizzati a pagamento. Chi non può pagare viene trattenuto, sfruttato, venduto o arruolato con la forza. I campi di transito e le prigioni informali gestite dai jihadisti generano profitti milionari e rafforzano una sovranità de facto. Il controllo dei flussi migratori diventa così anche uno strumento di pressione indiretta sull’Europa.
Il principale attore jihadista della regione resta Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, una coalizione legata ad al-Qaeda che può contare su almeno 10.000 uomini e che ha costruito una presenza capillare in vaste aree del Mali e del Burkina Faso, estendendo le proprie operazioni oltre confine. La sua crescita poggia su un mix di violenza militare, penetrazione economica e integrazione sociale. Accanto ad essa, lo Stato Islamico-Provincia del Sahel (circa 5.000 uomini), ha consolidato il controllo di zone transfrontaliere, replicando modelli di amministrazione armata già sperimentati in Medio Oriente, mentre altre branche jihadiste operano lungo il bacino del Lago Ciad e nel nord-ovest della Nigeria.
Il fattore che ha accelerato in modo decisivo questa dinamica è la sequenza di colpi di Stato che ha attraversato il Sahel tra il 2020 e il 2023. Mali, Burkina Faso e Niger sono finiti sotto giunte militari che hanno spezzato la cooperazione regionale, dissolto i meccanismi di sicurezza condivisa e isolato i Paesi dal resto dell’Africa occidentale. L’uscita dalle organizzazioni regionali, la fine delle missioni internazionali e il ritiro delle forze occidentali hanno creato un vuoto strategico che i gruppi jihadisti hanno occupato rapidamente in opposizione alle milizie russe utilizzate dalle giunte golpiste. La portata di questo deterioramento è emersa in modo plastico anche con l’attacco che ha coinvolto i militari italiani (rimasti illesi) in Niger lo scorso 29 gennaio. Un episodio che ha segnato uno spartiacque: non un’azione isolata, ma la dimostrazione che anche le missioni di addestramento e supporto, concepite come interventi a bassa esposizione, sono ormai bersagli legittimi nella strategia jihadista. In un Paese destabilizzato dal colpo di Stato e dall’uscita delle truppe occidentali, i gruppi legati allo Stato Islamico hanno mostrato di saper colpire contingenti stranieri sfruttando intelligence locale, complicità tribali e libertà di movimento. L’attacco ha certificato che il Sahel non è più una crisi lontana, ma un fronte che interseca direttamente la sicurezza europea. Il ritiro francese, la chiusura delle missioni Onu e l’uscita delle forze statunitensi hanno lasciato spazio a nuovi attori esterni, come Russia e Turchia. Tuttavia, il supporto fornito alle giunte – tra addestramento, droni e mercenari – non ha invertito la tendenza. Al contrario, operazioni condotte senza attenzione alla popolazione civile hanno spesso alimentato risentimento e facilitato il reclutamento jihadista. Il Sahel si sta così trasformando nel laboratorio di un «Califfato 2.0»: meno visibile, più fluido, ma potenzialmente più resiliente. Un progetto fondato sul controllo delle periferie, delle economie illegali, delle migrazioni e delle comunità marginalizzate. Non una replica dell’esperienza siro-irachena, ma una sua evoluzione adattata a un continente segnato da fragilità strutturali. Se questa deriva non sarà arrestata, il Sahel è destinato a trasformarsi nel nuovo epicentro del jihadismo internazionale, con ripercussioni immediate sull’Europa — esposta a flussi migratori in fuga dall’instabilità — e sull’intero equilibrio della sicurezza globale.
Il «forziere» Niger, tra uranio e oro. I soldati italiani sono i soli rimasti
Il Niger è oggi uno degli epicentri della complessa crisi del Sahel, dove si intrecciano instabilità politica, competizione internazionale, jihadismo armato e il controllo di risorse naturali strategiche. L’interesse dello Stato Islamico per questo Paese non nasce da un singolo fattore, ma da una convergenza di condizioni che rendono il territorio nigerino vulnerabile e allo stesso tempo estremamente conteso. Nel luglio 2023 una parte dell’esercito nigerino ha rovesciato il governo eletto, portando al potere una giunta militare guidata dal generale Abdourahamane Tchiani. Questo colpo di Stato ha segnato una rottura profonda con le tradizionali alleanze di Niamey: la giunta ha sospeso la Costituzione, sciolto gli organismi democratici e imposto un nuovo ordine che ha gradualmente ridisegnato le relazioni internazionali del Paese. Una delle conseguenze più evidenti è stata la cacciata delle truppe francesi e la fine della cooperazione militare con Parigi, storicamente al centro della lotta contro i gruppi armati nel Sahel. Anche gli Stati Uniti hanno ridotto la loro presenza militare, lasciando un vuoto che ha aperto spazi di influenza per altri attori esterni. In questo quadro, la Russia ha rafforzato i suoi legami con la giunta nigerina, offrendo supporto militare, addestramento e cooperazione di sicurezza, consolidando una presenza che segue l’espansione dell’influenza di Mosca in altri Paesi della regione.La giunta ha inoltre stretto legami con governi simili in Mali e Burkina Faso, formando un’alleanza regionale di Stati a guida militare, accomunati dall’allontanamento dalle istituzioni occidentali e dal desiderio di nuovi partner strategici. Questo riassetto ha trasformato il panorama geopolitico del Sahel, creando un terreno di confronto tra influenze occidentali, russe e di altri attori emergenti. In questo contesto, il jihadismo ha trovato terreno fertile. I gruppi armati, tra cui l’affiliata locale dello Stato Islamico, operano nelle vaste aree di frontiera dove lo Stato centrale fatica ad affermare la propria autorità.Nel dibattito italiano e internazionale, un elemento spesso sottolineato è la presenza delle forze militari italiane in Niger. L’Italia mantiene dal 2018 la cosiddetta Missione bilaterale di supporto in Niger (Misin), una presenza militare autonoma finalizzata principalmente all’addestramento e alla formazione delle forze di sicurezza locali, al supporto logistico e alla cooperazione con le autorità nigerine nel contrasto al terrorismo, al traffico illecito e ai flussi migratori. Questa missione è considerata uno dei pochi canali di cooperazione diretta tra un Paese occidentale e Niamey dopo il ritiro di altre forze europee. Il contingente italiano prevede la presenza di alcune centinaia di militari, insieme a mezzi terrestri e aerei impiegati in attività di assistenza tecnica e di supporto alle operazioni locali. La base italiana di supporto a Niamey, situata presso l’aeroporto internazionale, è diventata un punto di riferimento per queste attività di training e cooperazione. Nonostante le tensioni e gli attentati jihadisti nella regione, la presenza italiana è rimasta costante, con l’obiettivo dichiarato di contribuire alla stabilità e alla capacità delle forze nigerine di affrontare minacce come lo Stato Islamico. In tal senso il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, il 9 e 10 febbraio si è recato in visita al contingente italiano. La missione istituzionale è stata finalizzata a rafforzare il confronto con le autorità locali e a riaffermare il ruolo delle Forze Armate italiane nel sostegno alla stabilità e alla sicurezza del Niger e dell’intera area saheliana.Il Niger è anche un Paese ricco di risorse naturali che ne accentuano l’importanza strategica. Il Paese è tra i principali produttori di uranio, concentrato in aree come quelle attorno ad Arlit, risorsa fondamentale per l’energia nucleare in Europa. Ma oltre all’uranio il sottosuolo nigerino contiene oro, petrolio e altri minerali. In uno scenario di debolezza statale, queste risorse diventano oggetto di interesse sia per gruppi armati che per attori internazionali. Per i jihadisti, minacciare, controllare o semplicemente sfruttare l’oro e altre materie prime può rappresentare una leva economica e simbolica per destabilizzare ulteriormente la regione e sfidare gli interessi occidentali. La crisi nigerina si inserisce in un contesto più ampio, dove l’equilibrio tra influenze globali, fragilità istituzionale e presenza di milizie transnazionali sta riscrivendo gli equilibri del Sahel. Qui, la competizione per il controllo del territorio, delle risorse e delle alleanze politiche non è solo una questione regionale, ma una delle linee di faglia della nuova geopolitica africana. Per gruppi come lo Stato Islamico, è una gigantesca opportunità: fratture nella sicurezza statale, alleanze regionali instabili e campi di contesa su cui proiettare la propria presenza e aumentare la propria influenza. In un teatro come il Sahel, controllare il territorio significa controllare anche il futuro di un’intera regione.
S. Pia.
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