Il suo libro continua a vendere e intanto ha creato scompiglio a sinistra e pure a destra. Con lui parliamo degli attacchi che ha subito e dei suoi progetti per il futuro.
Il suo libro continua a vendere e intanto ha creato scompiglio a sinistra e pure a destra. Con lui parliamo degli attacchi che ha subito e dei suoi progetti per il futuro.
Ansa
Le motivazioni della condanna in appello, per duplice omicidio, del gioielliere di Grinzane Cavour che ha sparato ai rapinatori: «La difesa è legittima solo se l’aggressione è in corso. I malviventi stavano salendo in auto per allontanarsi, non c’era pericolo».
Quelli che pensavano che la riforma della legittima difesa varata nel 2019 mettesse al riparo da conseguenze legali chi usava un’arma contro un rapinatore entrato nella sua abitazione o nel suo negozio dovrà fare i conti con l’interpretazione che ne stanno dando i magistrati.
La sentenza con cui i giudici della Corte d’assise d’appello di Torino hanno confermato (riducendo la pena da 17 anni a 14 anni e 9 mesi) la condanna di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour (Cuneo) che nel 2021 sparò a tre rapinatori in fuga dal suo negozio, sembra infatti stabilire dei confini ben precisi, e destinati a far discutere.
Secondo le motivazioni della Corte, infatti, Roggero «ha esploso più colpi di arma da fuoco, tutti diretti al corpo dei rapinatori che stavano cercando di allontanarsi, colpendoli tutti e tre, in assenza di un concreto e attuale pericolo di offesa per l’incolumità personale dei presenti, sia di una situazione obiettiva idonea a fondare la convinzione di trovarsi in presenza del detto pericolo». Pericolo, ricordano i giudici, che è una condizione necessaria per invocare la legittima difesa. Ma soprattutto, secondo la loro ricostruzione, il gioielliere, per avvalorare la tesi del pericolo, avrebbe mentito. Nelle motivazioni si legge che Roggero ha «posto in essere un’azione armata in concreto non necessaria né inevitabile in chiave difensiva (il filmato smentisce la versione dell’imputato, secondo cui uno dei rapinatori gli avrebbe puntato contro l’arma)».
Una situazione che ha portato i giudici a fare una considerazione destinata a far discutere: «I rapinatori stavano salendo sull’automobile, per allontanarsi, situazione, quest’ultima, che avrebbe certamente dovuto tranquillizzare l’appellante circa l’assenza di un pericolo attuale».
Una valutazione, quella dei giudici, che presuppone il fatto che il gioielliere, che aveva appena visto i banditi minacciare sua moglie e sua figlia (immobilizzata con una fascetta ai polsi legata dietro la schiena) da due rapinatori, fosse in grado di mantenere una piena lucidità in un momento così concitato.
A pesare, però, c’è anche il fatto che il commerciante nel corso del procedimento penale avrebbe dato versioni diverse, anche queste smentite dai filmati.
Roggero, infatti, «soltanto in un secondo tempo» avrebbe «sostenuto di avere temuto che i rapinatori potessero tornare, che avessero portato via la moglie e che poi, subito dopo il primo sparo, gli avessero puntato contro l’arma». Una ricostruzione, concludono, che è «da un lato, illogica, dall’altro smentita in più punti in ragione di quanto emerge dalle immagini dei filmati».
Da un lato, secondo i giudici, «non vi sono elementi per ritenere che vi fosse il pericolo di un ritorno dei rapinatori, e di ciò l’imputato non può non essersi reso conto, in ogni caso, nel momento in cui è uscito e li ha visti allontanarsi velocemente»; dall’altro, «nemmeno è verosimile che egli avesse ritenuto che i rapinatori avessero portato con loro la moglie, essendo tale convinzione smentita obiettivamente dalla parte del filmato, antecedente all’uscita di Roggero dalla gioielleria, in cui si vede chiaramente che, dopo avere preso la pistola, si scontra con la moglie». Anche in questo caso, la considerazione, razionalmente ineccepibile, non sembra tenere affatto conto dello stato d’animo del commerciante, anche se la sentenza non lo dice esplicitamente, probabilmente su questa valutazione pesa il fatto che Roggero, appena uscito dal negozio con pistola in pugno, abbia sparato direttamente il primo colpo verso l’auto dei rapinatori, colpendo lo specchietto retrovisore esterno sul lato del guidatore. Poi, ricostruiscono i giudici, Roggero si è spostato «dall’altro lato» della Ford Fiesta e avrebbe esploso altri colpi verso i due rapinatori poi rimasti uccisi, «che stavano salendo sull’automobile». Poi, continuano, «l’imputato indirizza l’arma verso l’interno dell’automobile, evidentemente sparando un colpo all’interno», che ferisce il rapinatore alla guida.
Sta di fatto che per giudici «non è credibile che egli (Roggero, ndr) non si sia reso conto di essersi fisicamente scontrato con la moglie, anche perché, se il suo timore era rivolto alle condizioni della medesima, proprio lo scontro con lei non poteva non essere percepito». Ma a convincere i giudici che la versione raccontata dal gioielliere non è verosimile non ci sono solo le riprese delle telecamere, ma anche le interviste che ha rilasciato: «Non si può ritenere che le condizioni emotive dell’imputato lo avessero indotto a una percezione alterata della realtà anche perché, tra l’altro, per un significativo periodo dopo il fatto e, in particolare, nelle interviste rilasciate, mai ha indicato un simile timore, mentre ha affermato che la sua condotta era l’unico modo per fermare i rapinatori e che il suo intento era assicurarli alla giustizia».
Quasi certamente la vicenda è destinata ad approdare davanti ai giudici della Cassazione. Dalla lettura delle motivazioni della sentenza emerge infatti che in appello i difensori di Roggero avevano sollevato una lunga serie di motivazioni di natura procedurale, tra cui l’inutilizzabilità della perizia sulle telecamere, dell’autopsia delle vittime e della perizia psichiatrica su Roggero disposta dal tribunale in primo grado. Tutte respinte dai giudici della Corte d’appello di Torino.
Se la Cassazione dovesse invece dare ragione, anche solo in parte, ai difensori del gioielliere, la vicenda processuale potrebbe essere riscritta con esiti imprevedibili.
Continua a leggereRiduci
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e l'inviato statunitense per il Medio Oriente Steve Witkoff (Ansa)
Netanyahu preoccupato per la sicurezza di Israele. Trump muove la flotta Usa.
Alla fine l’incontro si terrà. Oggi, a Muscat, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero di Donald Trump, Jared Kushner, avranno dei colloqui con il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Nel pomeriggio di mercoledì, sembrava che il vertice odierno sarebbe saltato. Axios aveva infatti riferito che Teheran si era tirata indietro dopo che Washington si era rifiutata di accettare le pretese iraniane sia di trasferire la sede negoziale dalla Turchia all’Oman sia di dettare l’agenda degli argomenti da discutere. Poi, nella tarda serata di mercoledì stesso, Usa e Iran si sono nuovamente accordati.
Stando ad Axios, ciò sarebbe accaduto anche a seguito del pressing che i Paesi arabi avrebbero esercitato sulla Casa Bianca. Inoltre, ieri, Trump ha affermato che l’Iran starebbe trattando, temendo un’azione militare statunitense. «Non vogliono che li colpiamo. Stanno negoziando», ha detto più o meno mentre, stando alla Bbc, Washington stava dispiegato nuovi rinforzi aerei in Medio Oriente.
In questo quadro, secondo Al Jazeera, Qatar, Turchia ed Egitto avrebbero approntato una bozza di accordo, sulla cui base l’Iran accetterebbe di non arricchire l’uranio durante l’arco di un triennio, per poi fermarsi a una soglia inferiore all’1,5%. Teheran si impegnerebbe inoltre a non armare più i propri proxy regionali e a non utilizzare i missili balistici. Infine, il regime khomeinista sottoscriverebbe un patto di non aggressione con Washington. Almeno fino a ieri sera, né gli americani né gli iraniani avevano commentato la bozza di accordo, che contiene elementi difficili da digerire per entrambi. Gli ayatollah sono infatti restii a rinunciare all’arricchimento dell’uranio e a rompere i rapporti con i loro proxy, mentre gli Usa vorrebbero delle ferree limitazioni al numero e alla gittata dei missili balistici iraniani. A questo si aggiunga che, mentre Washington oggi punta a discutere di vari argomenti, Teheran - oltre a pretendere ieri «serietà, realismo e responsabilità» dalla Casa Bianca - ha fatto a più riprese sapere di voler parlare esclusivamente di energia atomica.
Insomma, in attesa dei colloqui, la diplomazia resta sospesa, mentre i pasdaran, da sempre fautori della linea dura nei confronti di Washington, stanno alimentando la tensione. Ieri, le Guardie della rivoluzione non solo hanno sequestrato nel Golfo Persico due petroliere (la cui nazionalità non è ancora stata resa nota) ma hanno anche dispiegato, in una base sotterranea, il nuovo missile balistico a medio raggio, Khorramshahr-4. In questo quadro, lo Stato ebraico sta diventando sempre più irrequieto. Non a caso, Benjamin Netanyahu ha riunito ieri il consiglio di sicurezza per discutere dei colloqui previsti oggi in Oman: colloqui rispetto a cui il premier israeliano si mantiene fondamentalmente guardingo, non fidandosi degli ayatollah. In particolare, Gerusalemme teme non soltanto le ambizioni nucleari di Teheran, ma anche il suo programma balistico, oltre al sostegno che la Repubblica islamica continua a fornire ai propri proxy regionali.
Dall’altra parte, Turchia, Egitto e Qatar proseguono nel tessere la loro tela diplomatica. «Stiamo facendo tutto il possibile per impedire che queste tensioni tra Stati Uniti e Iran trascinino la regione verso un nuovo conflitto e caos. Ci stiamo lavorando. Abbiamo chiaramente espresso la nostra opposizione a un intervento militare in Iran. Vedo che le parti stanno dando spazio alla diplomazia, e questo è uno sviluppo positivo», ha affermato Recep Tayyip Erdogan. Anche l’Egitto ha auspicato che l’incontro odierno in Oman possa portare a delle «soluzioni diplomatiche e politiche». Dal canto suo, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim bin Jaber Al Thani, ha ricevuto, ieri sera, Witkoff e Kushner. Insomma, la diplomazia procede. Ma la strada appare tutt’altro che in discesa.
Continua a leggereRiduci
Friedrich Merz (Ansa)
Germania pronta a unirsi alla nostra alleanza con Londra-Tokyo, lasciando il Fcas per i litigi con la Francia.
Possibili grandi manovre per il sistema d’arma di sesta generazione Gcap (Global combat air programme). La Germania starebbe valutando di unirsi alla joint venture Roma-Londra-Tokyo abbandonando il concorrente Fcas (Future air combat system) per il quale litiga con la Francia a causa delle divergenze sulla titolarità della tecnologia, contesa tra la partecipata Airbus e la francese Dassault.
Difficile dire oggi se per i francesi sarebbe uno smacco oppure ciò che vogliono, stante che se sul piano finanziario sarebbe complicato affrontare da soli la creazione di un nuovo caccia, in Europa sono però quelli messi meglio sul piano tecnologico. Comunque sia, il cancelliere Friedrich Merz ne ha parlato con il presidente Meloni, che è stata possibilista in un momento nel quale si sta anche valutando l’ingresso nel progetto Gcap dell’Arabia Saudita, ben visto dagli inglesi, e non mancano questioni da risolvere con la Bae System, azienda del Regno Unito che guida il programma e che dovrebbe, nel caso, approvare l’ingresso dei tedeschi.
Se ciò accadesse, si ridurrebbe i costi del programma a carico degli attuali partecipanti e il momento è opportuno anche per Roma perché, soltanto qualche giorno fa, in Parlamento era stato discusso l’aumento di spesa da 7 a 18,6 miliardi per sviluppare quello che viene ritenuto il più moderno e complesso «sistema di sistemi» mai realizzato e per il quale è stata costituita Edgewing, la joint-venture tra Leonardo, Bae System e Mitsubishi con sede a Reading (Regno Unito).
L’intento è costruire quello che sarà il super caccia che prenderà il posto degli Eurofighter a partire dal 2035: oltre 100 gli aerei inglesi, 140 quelli tedeschi, 90 quelli italiani. Senza contare le vendite estere e la possibilità di piazzarli in Spagna. Non è facile andare d’accordo in questi grandi progetti, la storia insegna che Dassault abbandonò l’Eurofighter proprio perché gli altri partner non vollero fargli costruire il motore, così fecero il Rafale per conto loro.
Ma è altrettanto vero che oggi Londra mantiene un atteggiamento dominante sul programma e c’è chi pensa che dietro tale comportamento ci siano pressioni di Trump per sostenere il suo programma, lo Ngad (Next generation air dominance), per far nascere lo F-47 che sostituirà lo F-35.
Non a caso, nei giorni scorsi il ministro della Difesa Guido Crosetto ha affermato ai microfoni della Reuters: «Ho chiesto a Leonardo di condividere tutto con gli inglesi e con i giapponesi. L’egoismo può soltanto danneggiare la cooperazione. Nessuno può essere considerato di prima o seconda classe o può difendere le vecchie eredità, bisogna abbattere le barriere egoistiche. L’Italia le ha abbattute completamente, il Giappone quasi completamente. Mi sembra che il Regno Unito sia più riluttante e questo è un errore perché l’egoismo è il peggior nemico delle nazioni e Londra farebbe un enorme favore a russi e cinesi».
Oggi nel Regno Unito, l’ufficio governativo trinazionale Gcap sta lavorando a stretto contatto con le aziende che si occupano di sensori, propulsione e integrazione, con l’obiettivo di consegnare l’aereo nei tempi previsti. E nell’incontro del 17 gennaio tra il primo ministro italiano Giorgia Meloni e quello giapponese Takaichi Sanae, si è proprio consolidata l’importanza di sviluppare rapidamente le tecnologie necessarie al Gcap senza indugi. Un eventuale ingresso di Berlino cambierebbe totalmente gli equilibri industriali in gioco: probabilmente Airbus potrebbe entrare in Edgewing, ma oggi le strutture e i motori del nascente Gcap sono nelle mani di Londra con Bae System e Rolls-Royce. Inoltre, il tempo passa e l’esemplare dimostratore tecnologico del Gcap dovrebbe volare già nel 2027, quindi prima degli altri. Nell’agosto scorso l’autorità britannica per la Trasformazione delle infrastrutture e dei servizi (Nista), nel suo «Delivery confidence assesment» aveva etichettato il programma come «rosso», indicando così la sua notevole complessità tecnica e le scadenze serrate delle varie fasi del programma. Il ministero della Difesa inglese ha stanziato circa due miliardi di sterline finora, con una previsione di spesa di oltre 12 miliardi nei prossimi dieci anni, ma la pressione politica sul budget della Difesa rimane alta anche se, a oggi, il Gcap sostiene già oltre 3.500 posti di lavoro e 600 fornitori nel solo Regno Unito.
Se l’Italia favorisse l’ingresso di Berlino nel Gcap potrebbe anche porre sul piatto una nostra maggiore partecipazione ad altri programmi anche navali o terrestri; ma altre condizioni le può porre Londra, magari chiedendo di rientrare in programmi europei abbandonati dopo la Brexit.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 6 febbraio con Carlo Cambi







