Il suo libro continua a vendere e intanto ha creato scompiglio a sinistra e pure a destra. Con lui parliamo degli attacchi che ha subito e dei suoi progetti per il futuro.
Il suo libro continua a vendere e intanto ha creato scompiglio a sinistra e pure a destra. Con lui parliamo degli attacchi che ha subito e dei suoi progetti per il futuro.
Monitoraggio intelligente di viabilità e meteo. Comunicazione biunivoca con le auto.
Nel 1839 la prima linea ferroviaria italiana, poco più di 7 chilometri, fu la Napoli-Portici. Nel 2026, la tangenziale del capoluogo partenopeo è la prima smart road d’Italia, con tanto di certificazione ufficiale da parte del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture.
La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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2026-06-11
Dimmi La Verità | Giuliano Zulin: «La situazione della Lega tra Zaia, Vannacci e Salvini»
Ecco #DimmiLaVerità dell'11 giugno 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin fa il punto sulla situazione della Lega tra Luca Zaia, Roberto Vannacci e Matteo Salvini.
Malgrado la congiuntura difficile, l’Italia tiene botta: ad aprile la manifattura cresce (+0,5% mensile), così come il numero di lavoratori (+0,5%). E nel primo trimestre il Pil segna +0,3%, mentre l’eurozona fa -0,2%.
Malgrado le difficoltà generate da fattori esterni come la crisi nello Stretto di Hormuz e il protrarsi del conflitto tra Russia e Ucraina, che impattano negativamente su gran parte dell’economia mondiale, per quanto riguarda l’Italia le cassandre del campo largo continuano a essere smentite dai numeri.
L’Istat ha diffuso ieri gli ultimi dati sulla produzione industriale. L’Istituto stima una crescita ad aprile dello 0,5% rispetto a marzo e su base annua dell’1,3%. Quindi, per il terzo mese consecutivo si registra un aumento congiunturale. A fare da traino i beni intermedi e quelli strumentali, mentre i dati sono negativi per l’energia e i beni di consumo. Decisamente positivi gli incrementi in ragione d’anno per la produzione di mezzi di trasporto (+17,8%), prodotti farmaceutici (+7,9%), macchinari e attrezzature di alcuni settori. In frenata, invece, il tessile abbigliamento, il legno, la carta e la stampa. Certo non sono cifre da record, ma danno il segno di una produzione industriale che prosegue nel suo cammino di recupero, sostenuta dagli investimenti in macchinari e nei settori più innovativi. In flessione invece la dinamica dei consumi, probabilmente legata all’aumento dei costi dell’energia che assorbe una parte più ampia dei redditi disponibili. Insomma, la traiettoria appare positiva. Da un confronto con l’Europa a 27 sul Pil del primo trimestre del 2026, mentre l’Italia mostra una crescita dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti, l’Ue flette dello 0,1% e l’eurozona dello 0,2%.
Tinte in chiaroscuro caratterizzano anche la relazione che l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha presentato alla Camera sulla politica di Bilancio 2026. Il rapporto illustrato dalla presidente Lilia Cavallari ha sottolineato come la nostra finanza pubblica appaia oggi più solida e credibile ma come sia chiamata, al tempo stesso, anche a fare i conti con le incertezze e le tensioni internazionali e alcuni problemi strutturali interni mai risolti. Secondo l’Upb, la gestione prudente della finanza pubblica negli ultimi anni ha fatto crescere la credibilità del nostro Paese, con un rapporto tra deficit e Pil in diminuzione e con il traguardo di scendere sotto il 3% che appare ormai a portata. Certo, però, si deve essere ben consapevoli dei rischi geopolitici globali e delle tensioni internazionali con cui si manifestano. L’ufficio parlamentare di bilancio conferma una crescita dello 0,5% quest’anno e dello 0,6% nel 2027. Ma i conflitti in essere e le tensioni commerciali che ne conseguono potrebbero ridurre la crescita del Pil italiano tra lo 0,3% (nel 2026) e lo 0,4% (nel 2027).
Un capitolo importante è quello dedicato al Pnrr, la cui implementazione è certamente per l’Italia e per il governo Meloni una indubbia storia di successo. Il piano nazionale di ripresa e resilienza è stato (e continua a essere) un autentico motore per la nostra crescita economica. L’impatto positivo sul Prodotto interno lordo italiano è stimato a circa l’1,8% per il 2026. La sfida è ora quella di trasformare davvero questi importanti fondi straordinari nelle riforme strutturali necessarie e in uno stabile rafforzamento della pubblica amministrazione. Allo stesso modo, ci sono elementi che nel lungo termine potrebbero minacciare la sostenibilità del sistema di welfare e, in particolare, della sanità pubblica. Si tratta dell’invecchiamento della popolazione, che richiede più cure e assistenza, degli effetti negativi dell’inflazione sul potere d’acquisto dei salari e il forte divario tra Nord e Sud. Tutti temi, questi, non da oggi al centro delle politiche di governo, come dimostrano anche i recentissimi rinnovi contrattuali del settore pubblico o le misure per gli investimenti nel Mezzogiorno, come la Zes unica.
D’altra parte, pur tra le difficoltà di quadro complessivo, a confortare sono i risultati nel mercato del lavoro. In aprile gli occupati sono cresciuti di 123.000 unità, pari a +0,5%. Il tasso di occupazione è aumentato dal 62,70% di marzo, al 63,10% in aprile, toccando il suo massimo storico: solo per dare un’idea, il minimo storico del settembre 2013 era invece del 54,20%. Gli occupati sono oltre 24 milioni (24.336.920). Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,10% e anche quello giovanile, pur preoccupante, è diminuito di quasi un punto: siamo al 16,90% contro il 17,70% della rilevazione precedente. Finora, con il governo di centrodestra, sono stati creati quasi 1,2 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato, a un ritmo che sfiora i 1.000 nuovi occupati al giorno. Certamente c’è, come sottolinea l’Upb, una situazione non soddisfacente dei salari reali, anche se nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%. Ma soprattutto va rilevato (si veda il grafico in pagina) che i salari orari reali, crollati nel biennio 2021-2022, poi dal 2023 ad oggi hanno visto un significativo recupero, per quanto la strada sia ancora lunga. L’ambizione è quella di continuare su questa via, evitando al tempo stesso rischi inflazionistici.
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Matteo Maria Zuppi (Ansa)
Mentre il Papa riafferma i fondamenti della fede, i vescovi indicano percorsi orizzontali simili a quelli dei centri culturali.
Mentre Leone XIV in visita apostolica in Spagna si reca a pregare nella Cattedrale di Santa Croce a Barcellona rendendo omaggio al Crocifisso di Lepanto, quello imbarcato sulla nave ammiraglia della flotta spagnola durante la battaglia del 1571, la Conferenza episcopale italiana rende note le «Linee di orientamento per l’attuazione del Documento di sintesi del Cammino sinodale», un documento che desta ben più di un interrogativo.
Non è possibile infatti non scorgere in esso un lessico dai connotati improntati ad un velato immanentismo dove le «relazioni reali e vitali tra battezzati» vengono ricondotte a «corresponsabilità differenziata» e a «modi evangelici di rapportarsi tra uomini e donne» e dove il termine «evangelico» diventa mera etichetta di correttezza relazionale, mentre svanisce il riferimento alla comunione trinitaria come principio trascendente.
L’accento viene posto quindi non più sulla partecipazione all’Essere divino ma sull’esigenza orizzontale di «quote rosa» e di pari rappresentanza, esattamente come nei protocolli politicamente corretti delle aziende e delle istituzioni pubbliche. Una Chiesa che ci ha ormai abituato all’inclusività come criterio-guida accetta di essere ridotta a un «luogo di relazioni» analogo a un centro culturale laico, dove la missione evangelica si traduce in discernimento collettivo anziché in annuncio kerygmatico.
Singolare come mentre il Papa nei suoi interventi e nei suoi gesti mostri di comprendere le dinamiche urgenti e tragiche del mondo postcristiano, alcune Conferenze episcopali sembrino ferme agli anni Settanta dello scorso secolo, in costante ricerca di quella «attuazione del Concilio» che, se intesa secondo linee ambigue, non può che portare agli stessi esiti fallimentari cui le varie confessioni evangeliche sono andate incontro negli ultimi anni. Il documento parla poi di «forme di esercizio dell’autorità ancora monocratiche e clericali» e invoca «forme di esercizio pastorale in équipe» con «presenza delle donne in ruoli di autorità e di guida», configurando così una critica esplicita alla struttura gerarchico-sacramentale cattolica la quale - ci imbarazza doverlo ricordare - è stata istituita da Cristo stesso e incessantemente confermata dalla Chiesa nel corso dei secoli.
Sembra quasi che qualcuno auspichi il passaggio dall’auctoritas alla pura potestas democratica dove l’autorità non è più derivata dall’ordine sacro ma dal consenso assembleare, esattamente come nelle Chiese riformate che hanno già abolito l’episcopato monocratico - quello strano riferimento viene proprio da qui - pensando ad una sinodalità che diventa sinonimo di «democratizzazione interna», con il rischio concreto di trasformare il vescovo in moderatore di assemblea e il presbitero in facilitatore di processi. E chissà che quel clericalismo che si vuole decostruire non venga trasferito proprio a quei laici «coinvolti nel processo» facendone così dei chierici-laici che del clericalismo e delle sue dinamiche mostrano da anni di essere edotti. Del resto la Germania con il «Synodaler Weg» e lo stesso Belgio, hanno già sperimentato esattamente questo modello, con donne co-presidenti di consigli diocesani e relativo calo verticale delle messe domenicali, evidenziando come il modello di una Chiesa-centro culturale che amministra discorsi invece di sacramenti sia destinato a farsi circolo sempre più piccolo e percepito come inutile. Ma forse l’aspetto più preoccupante di questa impostazione sta nel rivolgersi pertinacemente e costantemente solo a chi già condivide il paradigma sinodale ignorando la massa silenziosa di cattolici tradizionali, rurali, anziani, e soprattutto escludendo i giovani che del Concilio mai hanno sentito parlare e che vorrebbero invece sentir parlare di Dio, Cristo, giudizio, morte, resurrezione, salvezza, civiltà cattolica e valori.
Forse occorre ricordare che la Chiesa non è un partito che corteggia la sua base elettorale ma il «sacramento universale di salvezza», come ci ricorda la Lumen Gentium, e forse ridurla a spazio sicuro per minoranze ideologiche significa trasformarla in una sorta di setta neopelagiana. Curioso che una realtà tutto sommato viva come quella italiana insegua altre esperienze sinodali in piena crisi quando invece i dati Istat 2025 e le rilevazioni Cei interne mostrano che la pratica religiosa regge solo nelle diocesi più tradizionali mentre le parrocchie «sinodali» perdono costantemente fedeli. Senza dimenticare, infine, che nel frattempo il ritorno al Rito antico, specialmente tra i giovani, cresce del 18% all’anno suggerendo che forse l’auspicio più grande di tutti sarebbe quello di giungere a una definitiva riconciliazione tra tutte le varie anime che la Chiesa ha suscitato a partire dalla metà del secolo scorso, tornando a essere semplicemente quella di sempre.
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