Il suo libro continua a vendere e intanto ha creato scompiglio a sinistra e pure a destra. Con lui parliamo degli attacchi che ha subito e dei suoi progetti per il futuro.
Il suo libro continua a vendere e intanto ha creato scompiglio a sinistra e pure a destra. Con lui parliamo degli attacchi che ha subito e dei suoi progetti per il futuro.
Peter Mandelson (Ansa)
Tra i primi a cadere dopo l’ultima tranche di desecretazioni del dipartimento di Giustizia Usa c’è Lord Peter Mandelson, vicinissimo a Tony Blair e allora «ministro» a Bruxelles. La Lega replica alle accuse su Steve Bannon: «Mai ricevuti fondi, ci difenderemo in ogni sede».
Ed è solo l’inizio. Il rilascio massivo da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DoJ) di 3,5 milioni di file, 2.000 video e 180.000 foto sul caso Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per abusi sessuali e traffico internazionale di minori, sta scatenando un terremoto a livello globale, non soltanto negli Usa ma anche nel Regno Unito, dove ieri lord Peter Mandelson, settantaduenne ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti, si è dimesso dal partito laburista, di cui è stato una figura chiave negli ultimi decenni, dopo che per la stesa vicenda si era dovuto dimettere, l’anno scorso, da ambasciatore.
Mandelson è stato nuovamente travolto dalle rivelazioni a scoppio ritardato (il termine del DoJ per pubblicare i files era scaduto il 19 dicembre) sulle strette frequentazioni di un tempo con il faccendiere-pedofilo, grande finanziatore del partito democratico, morto suicida in carcere nel 2019. Sui giornali inglesi di ieri campeggiava la foto di Mandelson in mutande accanto a una donna nella residenza parigina di Epstein, ma sono le rivelazioni sugli affari tra i due a essergli costati la carriera. Ci sono infatti le prove che il faccendiere abbia consegnato denaro a Lord Mandelson e al suo partner, Reinaldo Avila da Silva. Gli estratti conto bancari presenti nei file di Epstein e rilasciati dal DoJ indicano che dal 2003 al 2004 il finanziere ha versato 75.000 dollari (54.750 sterline) a Mandelson e il suo compagno ha percepito da Epstein 10.000 sterline per un corso di osteopatia.
Non è tutto: nei file desecretati ci sono anche le prove che Mandelson nel 2009 abbia dato suggerimenti a Epstein su come la banca d’investimento JP Morgan avrebbe potuto fare pressioni sul governo - di cui Mandelson faceva parte - perché modificasse una legge che introduceva una supertassa sui bonus dei banchieri: semplice, «minacciando velatamente» l’allora ministro delle finanze Alistair Darling. L’ambasciatore uscente, insomma, non era un comprimario: ai tempi della condanna di Epstein nel 2008 gli ha scritto incoraggiandolo a «combattere» e chiamandolo allusivamente «best pal», migliore amico. «Queste email mostrano una relazione più ampia e profonda fra Mandelson ed Epstein di quanto non sapessimo al tempo della sua nomina», ha scritto il Foreign Office ieri, ma il premier laburista Keir Starmer ha tentato inopinatamente di difendere Mandelson in Parlamento fino all’ultimo.
Nel grande calderone delle email che circolano all’impazzata sui social ce n’è anche una che riguarda l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, e il leader della Lega Matteo Salvini: «Sono concentrato a raccogliere fondi per Le Pen e Salvini in modo che possano candidarsi con liste complete», aveva scritto Bannon a Epstein nella primavera del 2019 ma, come noto, la Lega non ha avuto alcuna sovvenzione. «La Lega non ha mai chiesto né percepito finanziamenti», ha reso noto ieri il partito, «siamo di fronte a gravi millanterie, un’operazione che ricorda tristemente la campagna di fango sui presunti sostegni economici russi (anche in quel caso mai chiesti e mai ricevuti, con assalti mediatici e vicende giudiziarie finite nel nulla). La Lega si difenderà in ogni sede in caso di insinuazioni o accostamenti con personaggi disgustosi». «Fatemi capire», ha puntato il dito il senatore leghista Claudio Borghi, membro del Copasir, «quelli dei partiti che davvero ricevevano soldi da Soros per fare con successo una rete globalista pro immigrati oggi si indignano perché, cosa nota a tutti, Bannon tentò senza successo di fare una rete sovranista anti immigrazione (e non ha mai pagato nulla)?».
Il più acceso sostenitore della pubblicazione degli Epstein files resta comunque Elon Musk: il patron di Tesla, Starlink e X sta pubblicando sul suo account diverse email che coinvolgono personaggi pubblici a cominciare da Bill Gates. In un messaggio, Epstein accusa il fondatore di Microsoft di aver contratto una malattia venerea dopo aver intrattenuto rapporti con escort russe. Le mail, che compromettono definitivamente la sua immagine pubblica, non sono del resto una novità: è stata la stessa moglie di Gates, Melinda (a cui il magnate avrebbe addirittura somministrato medicine di nascosto), ad aver dichiarato pubblicamente di aver chiesto il divorzio dal marito dopo aver saputo dei suoi rapporti con Epstein e dei numerosi tradimenti.
Anche Musk aveva scritto a Epstein chiedendogli se nella sua isola ci fossero feste ma, ha ribadito l’imprenditore, «nessuno ha insistito più di me affinché i file venissero resi pubblici, ho avuto pochissima corrispondenza con Epstein e ho rifiutato ripetuti inviti, ma ero ben consapevole che alcune email avrebbero potuto essere male interpretate e usate dai detrattori per infangare il mio nome. Non mi interessa, ciò che mi interessa è che si cerchi di perseguire coloro che hanno commesso gravi crimini, soprattutto lo sfruttamento atroce di ragazze minorenni». E mentre la Camera americana si prepara a votare domani sull’accusa di oltraggio al Congresso per Bill e Hillary Clinton, che potrebbe portare l’ex coppia presidenziale in carcere fino a 12 mesi per essersi rifiutata di testimoniare sul caso, l’ultimo, ma non meno importante, a dire la sua sulla vicenda Epstein è stato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha annunciato querela contro il presentatore dei Grammy Awards, Trevor Noah, per aver scherzato sulla sua frequentazione sull’isola degli orrori: «Non ci sono mai stato», assicura. «Tieniti pronto, Noah, mi divertirò con te», ha avvertito il presidente. Mai quanto si sono divertiti i detrattori di Asia Argento a leggere, in una email mandata da Woody Allen a Epstein, che l’attrice è stata definita dal cineasta «feccia».
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Elly Schlein (Ansa). Nel riquadro, J. R. R. Tolkien
I dem hanno sempre appiccicato l’etichetta di «fascista» al grande scrittore di fantasy solo perché caro ai conservatori. Ora, invece, lo considerano un «ostaggio» da liberare.
Pasolini no, perché era un fior di comunista. Ma anche Tolkien no, perché lo dice Chiara Valerio. Ma insomma, si può sapere un cristiano di destra che cosa dovrebbe avere l’autorizzazione di poter leggere senza sentir borbottare i vigili urbani del pensiero?
È lecito chiederselo dopo che, dal palco della Fondazione Feltrinelli, chiudendo la due giorni promossa dal Pd, «Un’altra storia. L’alternativa nel mondo che cambia», Elly Schlein ha pensato bene di tentare il numero: «Dobbiamo riprenderci Tolkien», ha scandito, citando espressamente Chiara Valerio che nel 2016 aveva curato un numero di Nuovi argomenti dedicato alla «misericordia di Tolkien», ospitando, tra gli altri, l’intervento di Michela Murgia. Ma ricordiamo anche l’operazione ben più insidiosa portata avanti negli ultimi anni dal collettivo Wu Ming, piena di intrighi e lobbismi per portarsi a casa lo scalpo dello scrittore britannico.
Difficile decidere da dove iniziare. Forse dall’idea di voler guidare un partito «a vocazione maggioritaria», come si diceva una volta da quelle parti, avendo come spin doctor Chiara Valerio, ovvero la figura sul cui profilo è stata coniata l’espressione «amichettismo», il commissario politico che sorveglia soddisfatto le fosse comuni culturali sul cui orlo avviene la resa dei conti decostruttiva perenne contro l’uomo comune. Ma che ora vuole convincerci che Frodo e Bilbo Baggins fossero invece iscritti al collettivo queer di quartiere. Se questa è l’idea geniale per costruire «l’alternativa nel mondo che cambia», auguri.
Ovviamente la Valerio e la Schlein sono libere di leggere e apprezzare qualunque autore, possibilmente riconoscendo tale diritto anche a parti invertite, senza la sindrome del giulemanismo: giù le mani da Pasolini, giù le mani da Gramsci etc. Insomma, quel che è tuo è mio, quel che è mio è mio, secondo le migliori tradizioni della casa. Ognuno può leggere quel che vuole e non è detto che un Tolkien «visto da sinistra» non porti spunti originali alla comprensione della sua opera. L’importante è mantenere un minimo di onestà intellettuale.
Il fatto stesso di dover giustificare che un autore conservatore e cattolico sia apprezzato da lettori conservatori e cattolici la dice lunga sull’assurdità della querelle. Che si basa su una marchiana falsificazione delle ragioni dell’avversario: basta dire che la destra ha voluto «fascistizzare» o, perché no, «nazificare» Tolkien e il gioco è fatto. Che l’autore del Silmarillion odiasse il nazismo è noto (si sorvola molto più spesso sulla sua avversione per il comunismo), quindi: scacco matto, camerati. Ma ovviamente questa ricostruzione è popolata di pupazzi di paglia, poiché di un Tolkien fascista, nazista, razzista hanno parlato sempre e solo i progressisti, nel tentativo di confutare i propri stessi fantasmi. La stessa avventura dei famosi Campi Hobbit invariabilmente citati, resta avvolta in un equivoco voluto: a quei giovani di destra, Tolkien serviva proprio per mandare in soffitta l’immaginario nostalgico, non per far indossare al britannico l’uniforme da Ss.
E andrebbe anche ricordato come quei ragazzi non dovettero strappare Tolkien proprio dalle mani di nessuno: immersa nei dogmi del realismo socialista, la cultura ufficiale degli anni Sessanta schifava il fantasy così come, su altri fronti, aveva schifato Nietzsche. Sarebbero passati solo pochi anni e quelle bocciature, quelle censure, quei blocchi sarebbero stati cancellati come dissidenti sulle vecchie foto sovietiche. Partiva la riscrittura della storia: quel bigottismo anti culturale non era mai esistito, era una leggenda, una diceria. Loro avevano sempre letto Tolkien e Nietzsche. E ora devono «ri-prenderselo», perché era roba loro, e gli abusivi sono gli altri, quelli che lo avevano raccattato nella pattumiera.
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Nel 2025, quota 1.456 atti giuridici: è il massimo da 15 anni. Persino un ex commissario denuncia le insidie di questa eurocrazia. Che replica: «Adesso stiamo semplificando».
La burocrazia europea è più asfissiante che mai. Solo nel 2025 la Commissione ha emanato 1.456 atti giuridici, il numero più alto degli ultimi 15 anni, malgrado le promesse del presidente Ursula von der Leyen di semplificare la burocrazia. Nella stampa tedesca gli esperti lanciano l’allarme: per le aziende è praticamente impossibile ottemperare a tutte le norme. E parte dell’operato di Bruxelles resta fuori dai controlli democratici.
Nel 2025 la Commissione europea ha emanato 1.456 atti giuridici: in gran parte atti di esecuzione (1.196), oltre a 21 direttive, 102 regolamenti e 137 atti delegati. A sviscerare i numeri è uno studio di Gesamtmetall, un’associazione tedesca dell’industria metalmeccanica, riportato negli scorsi giorni dalla testata Welt am Sonntag.
I numeri rivelano non solo che il 2025 è stato l’anno dei record, ma anche che la precedente Commissione, tra il 2019 e il 2024, sempre a trazione Ursula, ha superato i suoi due precedenti predecessori. Eppure, lo scorso anno, la stessa Von der Leyen aveva promesso una riduzione «senza precedenti» delle normative.
«L’attuale Commissione europea promette costantemente agevolazioni per le imprese». Sono le accuse di Oliver Zander, direttore generale di Gesamtmetall. «Ma ancora una volta le aspettative sono state deluse». Tirando le somme, in effetti, Bruxelles grava le aziende mediamente con quattro nuovi atti normativi al giorno. «Questo è l’opposto di una semplificazione burocratica e molte aziende riescono a malapena a stare al passo con l’attuazione», ha concluso Zander.
Nell’epicentro delle polemiche sono finiti i 137 atti delegati. Si tratta di modifiche e integrazioni di dettagli tecnici a leggi esistenti, formulate dalla Commissione europea in piena autonomia. «Si tratta di un ambito di azione a Bruxelles che non è assolutamente soggetto a controlli democratici», ha spiegato a Welt am Sonntag Günter Verheugen, ex commissario europeo. «I burocrati si riuniscono e decidono su qualcosa che riguarda la vita di milioni di persone e migliaia di aziende in tutta Europa». Per Verheugen, quindi, l’operato di Von der Leyen avviene in una zona grigia, al riparo da ogni critica e controllo. «La Commissione naturalmente gradisce che sia così, ma considero questo processo molto preoccupante».
Immediata la replica di un portavoce della Commissione che ha vantato, anzi, dieci proposte di semplificazione avanzate nel 2025 e presumibilmente capaci di tagliare costi amministrativi per 15 miliardi di euro nel prossimo futuro. Ciò si tradurrebbe in una riduzione del 25% dei costi amministrativi (e del 35% per le piccole e medie imprese).
Guardando sempre al domani, il portavoce ha annunciato l’avvio di uno «stress test per gli atti delegati e di esecuzione», spiegando che, così, «circa il 30% di questi atti originariamente previsti per il 2026 viene rinviato. Ciò potrebbe portare al loro annullamento». Ad ogni modo, la sottolineatura del portavoce, «ciò che conta è il concreto sollievo per le imprese, non il numero di atti giuridici proposti».
Adesso, però, perfino il fronte europeista non si accontenta delle promesse e delle arrampicate dialettiche di Bruxelles. «L’Unione europea è diventata un luogo di eccessiva regolamentazione, non è così che l’avevamo immaginata e deve cambiare radicalmente», ha dichiarato venerdì scorso Michael Kretschmer, presidente della Sassonia e membro della Cdu. «La Germania è frenata da una moltitudine di vincoli. L’economia ha bisogno di più libertà».
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(Ansa)
In vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina, la Polizia di Stato ha rafforzato il dispositivo di sicurezza sul territorio con un’azione congiunta della polizia ferroviaria e della polizia di frontiera. L’obiettivo è garantire ordine pubblico, sicurezza e assistenza a cittadini, turisti e spettatori diretti verso le sedi delle competizioni. Alla stazione ferroviaria di Tirano, in provincia di Sondrio, è operativo un posto di polizia ferroviaria dedicato all’evento olimpico. La Polfer ha inoltre attivato due posti di polizia temporanei nelle stazioni di Tirano e Ponte nelle Alpi, dove gli agenti svolgono controlli sui viaggiatori, vigilanza degli scali e attività di prevenzione. La Polizia di Frontiera di Tirano sarà impegnata nel controllo dei principali valichi alpini con la Svizzera. I servizi sono stati ulteriormente intensificati nelle aree di confine e nei punti strategici di accesso.






