Il suo libro continua a vendere e intanto ha creato scompiglio a sinistra e pure a destra. Con lui parliamo degli attacchi che ha subito e dei suoi progetti per il futuro.
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Ansa
Il gip fotografa l’assalto allo Stato minuto per minuto, solo che dà domiciliari e obbligo di firma agli unici che son stati beccati.
La guerriglia viene considerata gravissima ma chi vi ha partecipato può cavarsela, se non è l’autore materiale del colpo più eclatante, con una misura cautelare minimalista. È questa la chiave di lettura che emerge dalle tre ordinanze con le quali il gip di Torino Irene Giani, dopo gli scontri del 31 gennaio legati alla manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna, ha disposto gli arresti domiciliari per Angelofrancesco Simionato e la presentazione alla polizia giudiziaria di Matteo Campaner e Pietro Desideri. Nonostante le ordinanze fotografino un quadro di violenza estrema e organizzata, quando il gip passa dalla descrizione dei fatti alla risposta cautelare, il passo sembra accorciarsi. La toga nella premessa scrive che circa 1.500 soggetti, «con azione evidentemente preordinata e organizzata», si travisano e si dirigono compatti verso corso Regina Margherita, dando vita a «una vera e propria guerriglia urbana».
La narrazione contiene tutto. Dai lanci di «pietre, bottiglie di vetro, razzi, bombe carta», agli «scudi protettivi in lamiera», i «tubi di lancio artigianali», le «barricate con cassonetti e altro materiale dato alle fiamme». C’è l’episodio dell’incendio di un mezzo del Reparto mobile, «mentre era in movimento», con «serio pericolo per l’incolumità» dell’operatore alla guida. Ci sono gli «almeno cento appartenenti alle forze dell’ordine» feriti, i danni diffusi a beni pubblici e privati. E c’è l’aggressione all’agente Alessandro Calista: «Isolato e accerchiato da un gruppo di oltre dieci soggetti», preso per le braccia, colpito con dei calci alle spalle e trascinato diversi metri più avanti dalla «linea di squadra» mentre i suoi colleghi venivano bersagliati da pietre, bottiglie, tombini, fuochi artificiali. «Sarei riuscito a fronteggiarne due o tre, ma tutto il gruppo era impossibile», ha scritto nella sua querela il poliziotto, aggiungendo che «solo grazie all’intervento del collega» è riuscito a salvarsi. Il gip riconosce che Simionato non è l’autore materiale delle martellate. Ma lo colloca comunque all’interno dell’azione, nella «seconda linea all’aggressione», dalla quale avrebbe spinto «nella direzione del malcapitato» chi era in prima linea, ovvero chi pestava l’agente. L’ordinanza, però, a un certo punto cambia impostazione. E assegna un certo peso specifico a questi elementi: «La giovanissima età dell’indagato e il suo stato di incensuratezza (ma già segnalato, è riportato nell’ordinanza, per l’imbrattamento delle mura di una palazzina storica a Bologna, per spaccio e favoreggiamento, per porto di un coltello con lama metallica di sei centimetri e per concorso in furto aggravato, ndr)»; il pericolo di reiterazione «pare collegato a filo diretto con la possibilità di partecipare ad altri eventi collettivi della medesima natura, in concreto impedita dall’applicazione della predetta misura»; infine «non risulta legato a gruppi organizzati violenti o antagonisti, né è mai emerso quale autore di atti della medesima indole nel corso di precedenti manifestazioni o cortei». Niente carcere. La misura idonea, stabilisce il gip, sono i domiciliari. Negli altri due provvedimenti la scena non cambia. Gli indagati, Campaner e Desideri, vengono collocati «in prima linea» tra i soggetti che «lanciavano pietre» (Campaner anche petardi) contro le forze dell’ordine. E nonostante, riconosce il gip, le ricostruzioni fornite al momento dell’arresto presentino dei buchi (uno dei due ha detto che stava «scappando»), siccome sono «incensurati» ed erano senza strumenti offensivi addosso, è sufficiente l’obbligo di presentazione in caserma ogni giorno. Dai sindacati delle forze dell’ordine non l’hanno presa bene. «Apprendere che per il tentativo di linciaggio di un poliziotto, avvenuto durante quella che lo stesso gip definisce una guerriglia urbana preordinata e organizzata, si arrivi alla misura dei domiciliari è un segnale che desta forte preoccupazione. È una decisione che rischia di vanificare l’operato delle forze dell’ordine e di svilire il sacrificio di chi in quelle ore era in strada a difendere lo Stato e la sicurezza dei cittadini», afferma Domenico Pianese, segretario del Coisp. «Non è accettabile che colleghi vengano automaticamente indagati anche quando le immagini chiariscono tutto, mentre i violenti tornano liberi con misure alternative. Per chi colpisce un appartenente alle forze dell’ordine non possono esserci attenuanti. Non siamo estremisti, ma il garantismo fuori controllo ha creato uno squilibrio che favorisce chi delinque», commenta Antonio Alletto, segretario generale del Movimento poliziotti democratici e riformisti. «È la conferma di un fallimento. Criminali violenti e antagonisti che aggrediscono le forze dell’ordine non possono essere giustificati da certe ricostruzioni politiche e da alcune narrazioni nei media che mistificano la realtà», sostiene Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma (i carabinieri che a Torino hanno riportato ferite sono cinque), aggiungendo: «Chi alza le mani contro chi tutela l’ordinamento deve pagare fino in fondo, senza ambiguità, senza coperture politiche e senza interpretazioni morbide sui media». «Basta tolleranza verso chi delinque in strada e verso chi sfida la legge. Ogni aggressione deve avere conseguenze immediate e concrete. Chi osa alzare le mani contro lo Stato deve sapere che pagherà fino in fondo», dichiara Eliseo Taverna, segretario generale del Sindacato italiano autonomo finanzieri (sono sette i finanzieri feriti a Torino). E, così, anche loro percepiscono questa sensazione, tutta dentro le ordinanze: lo Stato certifica la guerriglia ma, quando deve agire su chi ha partecipato, sceglie il passo corto.
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I tumulti del 31 gennaio a Torino (Ansa). Nel riquadro, l'immagine divenuta nota del poliziotto linciata dai dimostranti
La mano lieve dopo la devastazione contiene un messaggio chiarissimo: i violenti non saranno puniti, i tutori della legge invece stiano in campana, perché con loro le toghe saranno inflessibili. È la resa della giustizia e la Caporetto della tutela dei cittadini.
Tre arrestati, tre rilasciati. Tutti a casa, come nel film di Luigi Comencini. E in fondo anche qui si celebra un 8 settembre: è la vergognosa resa della giustizia italiana. E, di conseguenza, della nostra sicurezza. Se, di fronte a un manipolo di violenti teppisti, che forse sarebbe meglio definire terroristi, di fronte all’assalto a Torino che lo stesso giudice definisce un’operazione di «guerriglia urbana», di fronte a quello che il ministro dell’Interno ha ritenuto un attacco al cuore dello Stato, se di fronte a tutto questo non sappiamo far altro che arrestare tre (dicasi tre) violenti per liberarli dopo due giorni, bene, allora vuol dire che siamo fottuti.
Perdete ogni speranza o voi che leggete: già sembrava incredibile che su centinaia e centinaia di guerriglieri organizzati che hanno compiuto ogni tipo di reato sotto gli occhi delle telecamere ci fossero soltanto tre fermati; già sembrava incredibile che a questi tre fermati non fosse contestato il tentato omicidio (ma che diavolo sarà mai prendere a martellate in testa un poliziotto, se non tentato omicidio?). Già sembrava incredibile tutto ciò. Ma se poi anche quei tre se ne tornano a casetta loro, a farsi coccolare da mammà, magari mentre rivedono insieme i filmini dell’assalto a Torino sul maxi schermo dolby surround, non c’è più niente da dire. Solo da alzare le mani. Hanno vinto loro. Ha perso lo Stato.
Eppure è ciò che è successo. Spiace dirlo: è andata così. Il violento di Grosseto, Angelo Simionato, quello che ha partecipato all’aggressione al poliziotto e per farsi notare meglio s’è tenuto addosso il suo bel giaccone rosso, è stato mandato ai domiciliari. I due torinesi, Matteo Campaner e Pietro Desideri, addirittura sono tornati liberi, soltanto con l’obbligo di firma. Ancora un po’ e gli davano pure un premio. Ma certo, perché no? Avanti di questo passo ci arriveremo: perché disturbarsi a portare in carcere chi sfascia la testa ai poliziotti? Conferiamo loro una medaglia. Un riconoscimento. Una gratifica in denaro. Magari anche una targa alla Camera dei deputati, che tanto già c’è quella di Carlo Giuliani. È così che si fermano le violenze, no? È così che si fermano i terroristi, non vi pare? Del resto se Askatasuna era un «bene comune», quelli che fanno la guerra per difenderlo devono essere per forza dei benemeriti. Eroi nazionali.
Verrebbe quasi voglia di sorridere di fronte alla follia della scarcerazione che segue la follia dei mancati arresti. Dopo quello che è successo a Torino uno s’aspettava retate nei centri sociali, fermi di massa, manette per decine di persone. Invece no: ne arrestano tre. E li lasciano subito andare fuori. E meno male che siamo nello Stato autoritario, meno male che siamo nell’era della repressione. A me pare che l’unica repressione in atto sia quella del buon senso. Mandare tutti a casa, a pochi giorni da quella devastazione, è infatti come dare un segnale preciso. Come dire che chiunque può andare in piazza a spaccare la testa ai poliziotti, chiunque può dichiarare guerra allo Stato, chiunque può armarsi fino ai denti e devastare scientificamente una città, senza che gli succeda nulla. Scarcerazione garantita. Lotta dura e impunità senza paura. Ora e sempre strafottenza. Come dicevo, verrebbe quasi voglia di sorridere, ma stavolta è difficile.
Stavolta è difficile perché il pensiero corre a ciò che rischiano gli agenti quando usano la forza non per attaccare lo Stato, come hanno fatto i delinquenti di Torino, ma per difenderlo. Loro finiscono nei guai. I delinquenti no. Loro sì. L’altro giorno a Milano un cinese fuori controllo ha seminato il terrore per le vie della città, ha rapinato, minacciato, poi ha pestato una guardia giurata, gli ha rubato la pistola e ha aperto il fuoco sui poliziotti che si sono salvati solo perché avevano l’auto blindata. Loro hanno risposto e ora sono indagati. E noi siamo sicuri che la giustizia con loro sarà severissima, come è stata severissima con il carabiniere di Roma intervenuto per salvare un collega in pericolo (tre anni di condanna, più maxi risarcimento alla famiglia del delinquente) e così come è stata severissima con il poliziotto di Milano che ha sparato a un pusher che gli puntava contro una pistola di notte nel bosco di Rogoredo (indagato addirittura per omicidio volontario). Gli agenti imparino: la prossima volta anziché rischiare (con uno stipendio da fame) per difendere i cittadini, vadano in giro a spaccare il cranio a qualche collega. Troveranno sicuramente magistrati più compiacenti.
E così ci avviamo a una nuova stagione di guerra completamente disarmati. Perché questo è l’effetto finale di questa follia giudiziaria. Hai un bel preparare decreti sicurezza su decreti sicurezza, hai un bel prevedere misure severe e accertamenti preventivi, ma se poi passa l’idea che chi rompe non paga, o meglio che chi devasta vince, allora che servono le strette del governo? E a che serve modificare le leggi se poi vengono applicate così? E se vengono applicate così non si scoraggeranno forse le forze dell’ordine? E se si scoraggiano le forze dell’ordine chi garantirà i cittadini? Chi difenderà lo Stato? Da Askatasuna a scatafascio il passo è breve. Ieri sui muri di Torino apparivano scritte che inneggiavano l’uccisione dei poliziotti: «+sbirri morti, + orfani, + vedove». E noi ci sentiamo in pericolo come non mai. I guerriglieri hanno già messo nel mirino le Olimpiadi Milano/Cortina. Da oggi sono previsti tre giorni di mobilitazioni. Non sappiamo se colpiranno ancora. Ma già sappiamo che se lo faranno ci sarà un giudice che li lascerà tornare subito a casa. In pratica, un via libera alla delinquenza. Con il timbro del tribunale.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Al presidente, che per il «Corriere» è un «raffinato giurista» con la Carta nel cuore, non vanno giù le misure di Giorgia Meloni contro le violenze di piazza. Eppure gli stessi principi li ha lasciati calpestare durante la pandemia, con green pass e repressione.
A quanto pare Sergio Mattarella è preoccupato. Per la guerriglia scatenata da bande di manifestanti violenti a Torino? Per la decisione della magistratura di scarcerare alcuni dei partecipanti agli scontri? Oppure per il mancato accoglimento da parte dell’opposizione dell’offerta di varare insieme misure che assicurino agli italiani di non essere ostaggio di rapinatori, spacciatori e stupratori? Niente di tutto questo. A impensierire il capo dello Stato è il decreto Sicurezza che il governo si appresta a varare.
Il Corriere della Sera di ieri ci ha informati che l’attenzione del presidente della Repubblica è altissima, perché, da «raffinato giurista» qual è, ha a cuore «il diritto di ogni cittadino ad avere libertà di movimento e di espressione». Mattarella ha come unica bussola la Costituzione, osserva il quotidiano di via Solferino, e i principi in essa espressi sono una linea che ritiene invalicabile. Tradotto, lassù sul Colle sono pronti a passare al setaccio i provvedimenti e a bocciare il fermo preventivo di 12 ore.
Ovviamente siamo grati al capo dello Stato per l’azione svolta e per la difesa dei valori contenuti nella Carta su cui si fonda la nostra Repubblica. E però non ci sembra che nel passato abbia avuto la stessa attenzione nei confronti dei principi che riguardano la libertà di movimento e di espressione. Basta infatti riavvolgere il nastro della storia e tornare a cinque anni fa, quando l’allora premier, Mario Draghi, introdusse un green pass che non soltanto limitava la libertà di movimento, ma che addirittura impediva di lavorare a chi non ne fosse in possesso. Eppure l’articolo 16 della Costituzione garantisce a ogni cittadino libertà di circolazione in tutto il territorio della Repubblica. Ma di fronte al divieto di prendere mezzi di trasporto o di entrare in locali pubblici se sprovvisti di tessera verde, il «raffinato giurista» del Quirinale non trovò nulla da eccepire. Né la sua attenzione, «sempre altissima» come ci informa il Corriere, fu attratta dal possibile conflitto tra le norme volute da Draghi e l’articolo 1 della Costituzione, in cui si afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro.
Ma come? La democrazia si basa sul diritto di poter svolgere un’attività e per decreto un governo vieta di poter esercitare quel diritto, impedendo a un cittadino di fare ciò per cui è assunto (e dunque anche percepire uno stipendio) solo perché non è vaccinato? Forse il capo dello Stato in quei giorni era distratto? O forse qualcuno ha ottenuto la sua firma per promulgare il decreto senza però farglielo leggere? Tutto naturalmente è possibile. Però, andando a rileggere le sue dichiarazioni dell’epoca, mi sono imbattuto in alcune frasi che sembrano fare a pugni con quell’attenzione ai principi costituzionali sulla libertà di movimento e di espressione. A novembre del 2021, ad esempio, il presidente della Repubblica lanciò un duro monito contro i «cortei non sempre autorizzati fatti passare come libera manifestazione del pensiero», quando invece si trattava di un «attacco recato al libero svolgersi delle attività».
Ricordate? A quei tempi gruppi spontanei di persone, rimaste senza lavoro per via del green pass, protestavano in piazza. Però Mattarella non invocò la Costituzione, la libertà di movimento e quella di espressione del dissenso. Ma anzi legittimò i divieti di manifestare di quanti non erano in possesso del green pass. Non si indignò quando con gli idranti spazzarono via la protesta dei portuali di Trieste, né quando a Stefano Puzzer, incensurato, fu impedito di manifestare a Roma. E a settembre, sempre nel 2021, in un discorso all’università di Pavia, il capo dello Stato addirittura bacchettò i contestatori della tessera verde, ammonendoli «a non invocare la libertà di sottrarsi alla vaccinazione, perché quell’indicazione equivale alla richiesta di mettere a rischio la salute altrui e in qualche caso quella di mettere in pericolo la vita altrui». Ovviamente non era vero, perché anche da vaccinati si poteva mettere a rischio la salute e la vita altrui e questo a settembre del 2021 era già noto. Tuttavia, per il «raffinato giurista», non esisteva la libertà di sottrarsi al vaccino ma tutti avrebbero dovuto offrire il braccio alla patria.
Riassumendo, fermare per 12 ore persone già note alle forze dell’ordine per aver scatenato disordini, secondo il Quirinale, è un attentato alla Costituzione e alla libertà di espressione. Invece vietare la circolazione, l’accesso ai locali pubblici e perfino il lavoro perché non si ha in tasca una tessera è conforme al dettato su cui si fonda la nostra Repubblica. Vietare i cortei perché sono contro il green pass, benché non si verifichino violenze, è consentito. Vietarli perché bande di facinorosi mettono a ferro e fuoco una città invece non è possibile. È la Costituzione del raffinato giurista che da dieci anni «regna» sull’Italia. Una monarchia dove qualcuno ha dimenticato non solo che il sovrano d’Italia è il popolo e non il capo dello Stato, ma che le leggi le fa il Parlamento e non i burocrati (quasi tutti di sinistra) che siedono lassù sul Colle.
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