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2023-03-15
«Ted Lasso» torna su Apple Tv con la terza stagione
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«Ted Lasso» (Apple Tv)
Un gran finale o il preludio di una qualche novità. Cosa sia la terza stagione di Ted Lasso, quali orizzonti sia determinata a inaugurare, non è chiaro. Non ancora. Qualcuno giura che le vicissitudini dell’allenatore, partito dall’America per cercar fortuna in Inghilterra, siano volte al termine. Dodici episodi, un’ultima stagione e più nulla. La fine sarebbe ormai prossima per lo show Apple. Altri, analizzate le dichiarazioni di Jason Sudeikis, protagonista e creatore dello show, sono pronti a scommettere che nessuno voglia dare l’addio alla commedia di Apple Tv+, di ritorno online il 15 marzo prossimo. Sudeikis non avrebbe mai pronunciato la parola «fine», non si sarebbe mai impelagato a dire che la terza stagione sia l’ultima, non avrebbe fatto promesse né si sarebbe dato la pena di smentire le voci in essere. In gergo pubblicitario, si direbbe che l’attore abbia provato a creare hype. O, quantomeno, abbia lasciato che le cose andassero da sé, senza curarsi di confermare o negare le teorie del fandom. Ted Lasso, dunque, potrebbe finire con la terza stagione oppure perdurare ancora, assumere altre forme, sfociare in spin-off o chissà che. Rimanere, nei fatti, unica fra le commedie recenti ad aver suscitato una reazione tanto violenta.
Ted Lasso è un successo, di quelli che non si vedono spesso. Non nel mondo deputato alla risata. La serie di Apple Tv+ è riuscita nell’impossibile: mettere d’accordo pubblico e critica, il circuito dei premi, senza rinunciare con ciò ad una sua profondità. Ha mantenuto un equilibrio raro, usando l’espediente comico per raccontare in realtà quel che comico non è, l’animo umano, le sue fragilità, l’ambizione cieca, l’arrivismo e la paura. Ted Lasso, storia di un allenatore di football assunto per rilanciare l’Afc Richmond, ha nascosto il mondo, dietro il calcio. E il mondo, ancora una volta, è pronto ad analizzare.
La terza (e forse ultima) stagione dello show riparte dalla Premier League. L’Afc Richmond, squadra inglese, è stata promossa un’altra volta. Ma Nate (Nick Mohammed), braccio destro di Lasso, di quell’allenatore arrivato in Inghilterra digiuno di calcio, ha dato forfait. Peggio. Si è unito alla concorrenza, passando tra le fila manageriali del West Ham United. Ted Lasso è stato lasciato solo. Solo con i sintomi della sua ansia, con il senso di inadeguatezza che deriva dell’essere padre di un figlio residente oltreoceano. Solo con i propri pensieri, con i vittimismi di chi è scherno dell’opinione pubblica. Nonostante la promozione in Premier League, l’Afc Richmond è oggetto di grasse risate. Secondo i bookmakers, è destinato ad essere l’ultimo della classifica nazionale. La squadra sfigata, buona a nulla. Ma Lasso non è l’unico, a Londra, ad aver voglia di rivalsa. Rebecca Welton (Hannah Waddingham), proprietaria del club, sogna la vittoria e, come lei, i componenti della squadra. C’è aria di riscatto, nel cielo dell’Afc Richmond. E, insieme, volontà di approfondire – con la consueta leggerezza e la promessa (mantenuta) di una buona dose di divertimento – alcune tematiche che con il calcio e la commedia hanno poco a che spartire.
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Dodici episodi per quello che con ogni probabilità sarà l'ultimo capitolo della serie sulle vicissitudini dell’allenatore partito dall’America per cercar fortuna in Inghilterra. Anche se Jason Sudeikis, protagonista e creatore dello show, non ha mai pronunciato la parola «fine».Un gran finale o il preludio di una qualche novità. Cosa sia la terza stagione di Ted Lasso, quali orizzonti sia determinata a inaugurare, non è chiaro. Non ancora. Qualcuno giura che le vicissitudini dell’allenatore, partito dall’America per cercar fortuna in Inghilterra, siano volte al termine. Dodici episodi, un’ultima stagione e più nulla. La fine sarebbe ormai prossima per lo show Apple. Altri, analizzate le dichiarazioni di Jason Sudeikis, protagonista e creatore dello show, sono pronti a scommettere che nessuno voglia dare l’addio alla commedia di Apple Tv+, di ritorno online il 15 marzo prossimo. Sudeikis non avrebbe mai pronunciato la parola «fine», non si sarebbe mai impelagato a dire che la terza stagione sia l’ultima, non avrebbe fatto promesse né si sarebbe dato la pena di smentire le voci in essere. In gergo pubblicitario, si direbbe che l’attore abbia provato a creare hype. O, quantomeno, abbia lasciato che le cose andassero da sé, senza curarsi di confermare o negare le teorie del fandom. Ted Lasso, dunque, potrebbe finire con la terza stagione oppure perdurare ancora, assumere altre forme, sfociare in spin-off o chissà che. Rimanere, nei fatti, unica fra le commedie recenti ad aver suscitato una reazione tanto violenta. Ted Lasso è un successo, di quelli che non si vedono spesso. Non nel mondo deputato alla risata. La serie di Apple Tv+ è riuscita nell’impossibile: mettere d’accordo pubblico e critica, il circuito dei premi, senza rinunciare con ciò ad una sua profondità. Ha mantenuto un equilibrio raro, usando l’espediente comico per raccontare in realtà quel che comico non è, l’animo umano, le sue fragilità, l’ambizione cieca, l’arrivismo e la paura. Ted Lasso, storia di un allenatore di football assunto per rilanciare l’Afc Richmond, ha nascosto il mondo, dietro il calcio. E il mondo, ancora una volta, è pronto ad analizzare. La terza (e forse ultima) stagione dello show riparte dalla Premier League. L’Afc Richmond, squadra inglese, è stata promossa un’altra volta. Ma Nate (Nick Mohammed), braccio destro di Lasso, di quell’allenatore arrivato in Inghilterra digiuno di calcio, ha dato forfait. Peggio. Si è unito alla concorrenza, passando tra le fila manageriali del West Ham United. Ted Lasso è stato lasciato solo. Solo con i sintomi della sua ansia, con il senso di inadeguatezza che deriva dell’essere padre di un figlio residente oltreoceano. Solo con i propri pensieri, con i vittimismi di chi è scherno dell’opinione pubblica. Nonostante la promozione in Premier League, l’Afc Richmond è oggetto di grasse risate. Secondo i bookmakers, è destinato ad essere l’ultimo della classifica nazionale. La squadra sfigata, buona a nulla. Ma Lasso non è l’unico, a Londra, ad aver voglia di rivalsa. Rebecca Welton (Hannah Waddingham), proprietaria del club, sogna la vittoria e, come lei, i componenti della squadra. C’è aria di riscatto, nel cielo dell’Afc Richmond. E, insieme, volontà di approfondire – con la consueta leggerezza e la promessa (mantenuta) di una buona dose di divertimento – alcune tematiche che con il calcio e la commedia hanno poco a che spartire.
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
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