Tasse, a Franco e Draghi scappa la verità: con la riforma del catasto si pagherà di più

In un allegato del Def si ammette che con la riforma del catasto ci sarà un aumento fiscale
Il grilletto della pistola del fisco è rimasto lì, ballerino. Forse inceppato dalle troppe polemiche che hanno frenato in questi mesi il presidente del Consiglio Mario Draghi, ma comunque puntato dal ministro dell'Economia Daniele Franco e pronto a sparare.
A svelarlo in modo sicuramente non voluto è, come capita in questi casi, un piccolo errore, di quelli che fanno inciampare. E che dimostra al contrario di tutte le dichiarazioni e rassicurazioni come la riforma del catasto con quell'adeguamento delle rendite previsto dalla delega fiscale avesse in sé l'obiettivo di fare cassa con il mattone dei cittadini. Certo, tutti hanno negato e rassicurato.
E dopo che l'intero centrodestra era insorto in commissione chiedendo chiarimenti al premier il ministro dell'Economia ha voluto scrivere nel documento sulle riforme allegato al Def 2022 che effettivamente la riforma prevede «nuovi strumenti atti a facilitare l'individuazione e il corretto classamento degli immobili non censiti e l’integrazione delle informazioni attualmente presenti nel catasto dei fabbricati».
Ma anche che «le nuove informazioni rilevate hanno obiettivi di trasparenza ma non dovranno essere utilizzate per la determinazione della base imponibile dei tributi e non saranno utilizzate, comunque, per finalità fiscali». Solo che il ministro Franco all'Unione europea ha inviato anche un corposo allegato di tabelle e di infografica per segnalare la marcia inarrestabile delle riforme italiane che la commissione di Bruxelles da anni reclamava. E siccome la richiesta era quella di riformare il catasto proprio per aumentare il prelievo fiscale sugli immobili, ne è restata traccia indelebile e inequivoca.
Il titolo del cronoprogramma della riforma fiscale che contiene la riforma del catasto a pagina 52 del primo allegato del Def è: «Spostare la pressione fiscale dal lavoro, in particolare riducendo le agevolazioni fiscali e riformando i valori catastali non aggiornati». Non ci vuole un interprete per capire, anche perché è il cuore di una tesi sostenuta da molti economisti fin dall'epoca del governo di Mario Monti: la migliore riforma fiscale possibile è quella che sposta parte della tassazione dalle persone fisiche alle cose.
La si proponeva anche a destra, immaginando di sostituire parte dell'Irpef con aumenti selezionati di aliquote Iva che dessero analogo incasso. Ma a sinistra il refrain era proprio quello: abbassare le tasse sul lavoro (il cuneo fiscale), compensandolo con la tassazione sui patrimoni, in primis gli immobili. Un chiodo fisso, che si specchia proprio nel titolo di questa parte di allegato al Def. Ed è proprio il capitolo che contiene la contesta revisione delle rendite catastali.
Il cronoprogramma di Franco la identifica come misura numero 3 dove è citato lo stato di avanzamento dei lavori previsti dalla delega fiscale, sostenendo che tutto il pacchetto di revisione del valore catastale «è finalizzato a razionalizzare e ad assicurare una gestione omogenea dei database dell'Amministrazione finanziaria sugli immobili, anche al fine di identificare correttamente le unità immobiliari, la base fiscale e gli intestatari».
Anche qui il riferimento alla «base fiscale» mette in crisi la retorica dell'esecutivo sulla neutralità dell'aggiornamento dei valori. Quel diavoletto tassatore ha lasciato le sue impronte indelebili nelle promesse che il governo italiano ha fatto all'Europa. Ma rischia di creare qualche problema nell'aula che ancora deve approvare quella delega sul catasto...
Del Marocco, che ho visitato in diverse occasioni, serbo ricordi indelebili di tramonti su dune di sabbia incendiate dal sole; di cene nel deserto nelle oasi orlate di palme da dattero; della vivacità di città storiche e autentiche - anche se ormai diventate cosmopolite a partire da Marrakech - e degli aperitivi sulle terrazze affacciate sulla sua indescrivibile quanto vitale e pulsante piazza Djemaa El Fna.
E poi i souk con ottimo artigianato locale; la cucina orientale di tradizione millenaria; la cordialità della popolazione che ti accoglie con genuina ospitalità. E, ancora, caratteristici villaggi berberi, foreste di cedro e distese di ulivi; montagne innevate che fanno da sfondo a dune di sabbia e a palme, vere e proprie cartoline non solo da fotografare con la macchina, ma, anche, con la mente. Suggestioni che rimangono per una vita.
Si vedranno anche palazzi reali; fiumi costeggiati da palmeti e fiori; medine, moschee e madrase con un’architettura delicata, caratteristica e con decorazioni di grande fattura. Colori ovunque: da quelli delle lane appena tinte messe ad asciugare su mura millenarie ai maestosi portoni azzurri, al rosso e blu di molti abiti e accessori, alle mura color ocra, dal verde dei palmeti al rosso rosato della sabbia all’azzurro del cielo.
Un viaggio in Marocco è un’immersione continua tra storia millenaria, città imperiali, tradizioni vive e paesaggi che cambiano a ogni tappa. Ci sono diversi itinerari per andare alla scoperta di questo Paese ma il «Tour delle città imperiali» è, senza dubbio, il più completo. Infatti accompagna lungo un itinerario affascinante, capace di raccontare l’anima autentica del Paese, dalle metropoli sull’oceano fino alle capitali spirituali e culturali. Il percorso inizia a Casablanca, cuore economico del Marocco, dove modernità e memoria coloniale convivono armoniosamente. Piazza Mohammed V rappresenta il centro pulsante della città, con i suoi edifici anni Trenta, i portici animati e la suggestiva fontana monumentale che, al calar del sole, si trasforma in uno spettacolo di luci. Sul lungomare della Corniche, tra locali eleganti e viste sull’Atlantico, si respira l’anima cosmopolita della città, mentre la moschea di Hassan II, con il minareto più alto del mondo, si impone come simbolo assoluto di Casablanca. In una mattina di viaggio si raggiunge Rabat, capitale amministrativa affacciata sull’oceano. La sua Medina ordinata e luminosa, protetta dalla Muraglia degli Andalusi, racconta secoli di dominazioni e culture intrecciate. Dall’esterno si ammira il Palazzo reale, mentre la Torre di Hassan, vestigia di una moschea mai completata, testimonia l’ambizione degli Almohadi. Dichiarata Patrimonio Unesco, è uno dei monumenti più iconici del Paese. Il viaggio prosegue verso Meknes, la «Versailles del Marocco», circondata da imponenti mura e porte monumentali come Bab Mansour. Medina, kasbah, moschee e granai reali rivelano la grandezza della dinastia alawita.
Poco distante, le rovine romane di Volubilis emergono tra uliveti e colline, offrendo uno dei siti archeologici più suggestivi del Nord Africa, dove mosaici e templi raccontano il passato romano della regione. Arrivati a Fez, capitale spirituale del Marocco, si entra in un mondo senza tempo. La Medina di Fès el-Bali, labirinto di oltre novemila vicoli, è un’esplosione di suoni, colori e profumi: souk brulicanti, fontane scolpite, madrase decorate e le celebri concerie. Qui si trova l’Università Al Karaouine, una delle più antiche al mondo, cuore religioso e culturale della città. Anche la città nuova, con le porte dorate del Palazzo Reale, completa il ritratto di una Fez maestosa e profonda.
Lasciata Fez, l’itinerario attraversa villaggi berberi, foreste e centri agricoli come Beni Mellal, fino a raggiungere Marrakech, la leggendaria «città rossa». Tra la moschea della Koutoubia, i giardini Menara, le Tombe saadiane e il Palazzo Bahia, la città svela il suo glorioso passato imperiale. Al tramonto, la piazza Djemaa El Fna si anima di incantatori di serpenti, musicisti e artisti di strada, trasformandosi in uno spettacolo unico al mondo, riconosciuto dall’Unesco. Da non perdere una visita ai Giardini Majorelle, oasi di pace e colore.
Ecco, in breve, un tour completo e coinvolgente, capace di regalare emozioni autentiche e una visione profonda del Marocco, terra di contrasti, bellezza e accoglienza senza tempo. Tra gli operatori che organizzano questo viaggio, Passatempo (info@passatempo.it) popone anche una partenza per il ponte del Primo maggio.
Cognome e nome: Emiliano Michele. Nato nel 1959 a Bari. Dove è stato sindaco di centrosinistra dal 2004 al 2014.
A fine mandato: «Sputatemi in faccia se mi candido alla presidenza della Regione».
Un anno dopo, oplà: corre e diventa governatore, rimanendolo dal 2015 al 2025.
Emiliano. «Dalla Puglia con ardore», si è inzigato dopo la notizia della cena di lavoro in un ristorante deserto, perché prenotato tutto da lui, con l’avvocato Nancy Dell’Olio, avvenente nostra coetanea, nata a New York da famiglia originaria di Bisceglie.
Dell’Olio il 24 giugno 2025 ribadirà in tv, a Storie al bivio di Monica Setta: «Ah, sostiene non sia successo nulla? Certo: solo perché io ho voluto che non accadesse niente», e chi ha orecchie per intendere...
Non è chiaro se il menu prevedesse un piatto di cozze pelose, già indigeste in passato per Emiliano.
Do you remember?
Diventato primo cittadino barese, Emiliano finisce sotto i riflettori per la sua decisione di radere al suolo (con tanto di show sul lungomare) l’ecomostro di Punta Perrotti. Bene, bravo, bis.
Peccato che nel 2012 la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia condannato l’Italia a risarcire con 49 milioni di euro la famiglia Matarrese per «confisca illegittima», e vabbé.
«Mentre Emiliano affossava i Matarrese, altri gruppi prendevano il loro posto nell’egemonia degli appalti pubblici locali. La prima è stata la famiglia Degennaro», così Annarita Digiorgio che sul Foglio dell’8 aprile 2024 si è occupata delle - non di rado spregiudicate - giravolte politiche del Nostro, in una compilation da mal di testa.
Un piccolo esempio? Il suo endorsement a favore di Giuseppe «Pippi» Mellone, sindaco uscente di Nardò, in corsa di nuovo nel 2021, riconfermato con il 74% dei voti, ritenuto un esponente di estrema destra, con un passato in Azione giovani, contro il candidato del Pd Carlo Falangone. Vicenda che portò il pugliese Dario Stefano, senatore del Pd, ad autosospendersi dal partito.
Il Franti che è in me non si è però sorpreso più di tanto, memore della battuta di Massimo D’Alema («che, per toglierlo dalla Procura - da cui aveva messo sotto inchiesta la famosa missione Arcobaleno, gli aiuti umanitari ai civili per la guerra in Kosovo decisi proprio da D’Alema con il suo primo governo nel 1999- l’ha portato in politica»): «Chi dice che nel Pd siamo solo ex comunisti mente: abbiamo anche i fascisti. Come Emiliano».
In occasione del Natale 2007 Emiliano si vede recapitare champagne, vino e formaggi, quattro «spigolone», venti scampi, ostriche imperiali, cinquanta noci bianche, cinquanta cozze pelose, due chili di seppioline, «allievi» locali di Molfetta (altra specie di seppie) e otto astici. Mittente: Gennaro Degennaro, imprenditore poi finito agli arresti per aver ottenuto agevolazioni e linee preferenziali da parte dei tecnici del cComune di Bari.
Emiliano non viene indagato, non sussistendo alcunché di penalmente rilevante a suo carico, ma resta agli atti l’annotazione riferita dall’edizione barese di Repubblica il 15 marzo 2012: ricevuta quella quantità industriale di cibo, «il sindaco ha ringraziato ma si è lamentato che non ha il ghiaccio per conservarli, e allora Degennaro provvede immediatamente a inviarglielo: “le formette, mi raccomando, subito”».
Dettaglio marginale: il cozza-gate fu sollevato dal pm Francesca Pirrelli, moglie di Gianrico Carofiglio, di Bari pure lui, ex magistrato pure lui, del Pd pure lui (senatore per una legislatura).
In Puglia tout se tient, sono tutti una famiglia.
Risentimenti? Macché. Come insegnava il campione della «fluidità» in politica Agostino Depretis a fine ’800, nulla si crea, nulla si distrugge, tutto è trasformismo.
E difatti nel 2015 Emiliano non si oppone alla nomina (voluta da Decaro) di Carofiglio alla presidenza della fondazione del Teatro Petruzzelli.
Emiliano chiuse le polemiche ittiche more solito, vestendo i panni di Alice nel paese delle cime di rapa: «Le cozze pelose? Io fesso, non corrotto».
Ma del resto: cadere dall’albero è uno sport in cui Emiliano eccelle, come quando la ditta dei fratelli ha ricevuto affidamenti diretti dalla Regione Puglia, riguardanti l’arredo di spazi del Consiglio regionale, per un totale di circa 77.000 euro.
Procedure formalmente corrette in quanto «sotto soglia».
Emiliano era naturalmente «all’oscuro di tutto».
Certo, il Franti di cui sopra osserverebbe che due appalti in tre mesi, per la stessa categoria merceologica e dalla stessa centrale di spesa, sembrano quasi un frazionamento fatto apposta per aggirare la norma sulla soglia da rispettare per l’assegnazione senza gara, un modo per non dare nell’occhio, insomma, ma transeat.
Una sola volta ha provato a fare il salto per approdare al palcoscenico della politica a livello nazionale: quando nel 2017 si è candidato alla segreteria del Pd, raggranellando l’8% dei voti nei circoli e l’11 nelle primarie «aperte» (con Matteo Renzi al 69% e Andrea Orlando al 20).
L’anno dopo, ecco la rinuncia alla tessera del Pd: «Una scelta dolorosa ma inevitabile, me lo impone il mio ruolo di magistrato».
No: lo obbligò una sentenza della Corte costituzionale, la n. 170 del 20 luglio 2018.
Intervenuta dopo l’apertura di un procedimento disciplinare da parte del Csm.
Repubblica dell’11 marzo 2018: «Emiliano - che prima di entrare in politica faceva il pm- è accusato di aver violato il divieto per i magistrati di iscriversi a partiti politici, anche per essere stato in passato segretario e presidente del Pd pugliese. La procura generale della Cassazione ha chiesto per lui la condanna all’ammonimento, la sanzione più lieve. Ma il Csm ha sospeso il processo sollevando una questione di legittimità costituzionale», ipotizzando fossero stati conculcati i diritti del «cittadino» Emiliano, visto che il «magistrato» Emiliano si era messo comunque in aspettativa.
Manco per niente, ha statuito la Consulta: un conto è ottenere incarichi di natura politica, mettendosi fuori ruolo, un altro è l’iscrizione a partiti politici, che integra l’illecito disciplinare.
Se ti metti una casacca e fai propaganda di partito, insomma, sfregi i requisiti di indipendenza e imparzialità: «Per i magistrati, in qualunque posizione si trovino, deve rimanere salda la distinzione tra esercizio dell’elettorato passivo e organico schieramento con una delle parti politiche in gioco».
Passano 8 anni, e oplà: la querelle si ripropone.
Emiliano aspira all’incarico di consigliere giuridico di Decaro governatore.
La Regione ha chiesto al Csm di autorizzarlo. Si vedrà.
Emiliano, se dovesse rientrare in magistratura, immagina il disorientamento di «un qualunque utente della giustizia» di ritrovarsi in udienza, con la toga addosso, l’ex presidente di Regione.
In ogni caso, lui è «a disposizione»: «Il presidente Decaro può fare di me e può chiedermi quello che vuole, in qualunque momento e sempre».
Che umiltà.
Diversa fu la reazione quando apprese che il veto di Decaro alle candidature sua e di Vendola al Consiglio regionale era sì caduto, ma solo per Nichi.
«Un leone ferito, che si sente vittima di una macchinazione ingiusta, di un tradimento, di un parricidio» così Monica Guerzoni sul Corriere della sera del 6 settembre 2025 (e comunque poi Vendola non è stato eletto per insufficienza di voti, tiè).
A Decaro Emiliano aveva combinato uno scherzetto niente male.
23 marzo 2024. Manifestazione di piazza «Giù le mani da Bari» contro l’arrivo della commissione ministeriale incaricata di verificare eventuali infiltrazioni mafiose nel Comune del sindaco Decaro.
Emiliano va sul palco e si mette a raccontare di quella volta che, da sindaco, siccome il suo assessore Decaro, «bianco come un cencio», gli aveva confidato di essere stato minacciato con la pistola nei vicoli di Bari vecchia, lo aveva portato a casa della sorella del boss che controllava il quartiere per metterlo, di fatto, sotto la sua protezione.
Un modo per affossare Decaro, quella pubblica confessione? Una gaffe dovuta all’esibizionismo ipertrofico di Emiliano, che voleva far intendere quanto gli debba essere grato Decaro?
Richiesto di un parere in merito, il calabrese Marco Minniti, già dalemiano ed ex ministro dell’Interno nel governo di Paolo Gentiloni, è andato giù piatto, il 28 marzo 2024 su La7: «A casa dei mafiosi o dei parenti dei mafiosi non si va, punto».
Emiliano, rinvigorito dall’essere diventato padre per la quarta volta lo scorso settembre (ha altri tre figli già grandi, ed è nonno), guarda al futuro: «Vorrei essere ricordato per quello che farò nei prossimi 10 anni».
Per quanto fatto negli ultimi 20, invece, la medaglia di populista ideologico - specialista di manovre di Palazzo, abile nel cavalcare la cosiddetta pancia dell’elettorato, non per convinzione ma per convenienza, capace di adattarsi darwiniamente al contesto e all’interlocutore di turno - non gliela toglie nessuno.
Ipse dixit: «Ho fatto il politico per fare in modo che l’Italia avesse il ruolo che le spetta nella storia». Poi si è svegliato tutto sudato...
Il Comune di Bologna, guidato dal sindaco Matteo Lepore, per combattere la piaga della diffusione di una droga micidiale come il crack distribuisce pipette sterili nella logica di diminuire il danno. Il Comune di Torino fa lo stesso. Nel capoluogo del Piemonte «l’emergenza in questo momento si chiama crack.
Attualmente non abbiamo dei protocolli strutturati su come contrastare la diffusione del crack e la sua dipendenza, perché ha un percorso totalmente diverso dall’eroina… Una delle ipotesi che si sta sviluppando e che si sta attuando è almeno la distribuzione delle pipette sterili». Così Claudio Cerrato, capogruppo Pd in Consiglio comunale. «L’insicurezza ha due fattori chiave, dipendenza da crack e reiterazione dei reati. Un approccio integrato di salute pubblica e inclusione sociale… Questa cosa», ha aggiunto, «aiuta almeno nell’evitare la diffusione di alcune malattie e dall’altra serve per un tentativo di aggancio degli operatori». Così «noi abbiamo proposto questo genere di approccio all’Asl in maniera più forte, perché dopo che hai sgombrato la Gondrand, se non agganci in qualche modo», il rischio è la «recidiva» di reati. La distribuzione di pipe, ha confermato, «è tra le politiche di riduzione del danno…».
A me questo tipo di approccio, più che una politica di riduzione del danno mi pare una politica che non scardina l’origine del danno e cioè lo spaccio del crack. Se non lavori su quello, tutto il resto, anche nelle migliori intenzioni, non va verso la soluzione del problema. Sarebbe stato come distribuire siringhe sterili a coloro che si facevano, o si fanno, gli eroina per evitare il diffondersi di contagi e di malattie come, ad esempio, l’Aids. Inoltre, l’altra strada è quella di aiutare quelli che ci sono cascati già. E per questo ci sono le comunità di recupero. In Emilia-Romagna non mancano. È legittimo che qualcuno non sappia esattamente di cosa si tratta e allora conviene spiegarlo utilizzando ciò che è scritto sul sito della comunità di San Patrignano, che è proprio in Emilia Romagna. «Il crack è una sostanza stupefacente stimolante, derivata dalla cocaina, nota per la sua elevata capacità di indurre dipendenza rapida e per gli effetti devastanti sulla salute fisica e psichica. Diffusosi a partire dagli anni ottanta, si presenta sotto forma di piccoli cristalli (“rocce") che vengono fumati, producendo un caratteristico scricchiolio (in inglese crackling) quando scaldati… Viene fumato utilizzando apposite pipe di vetro o, spesso, strumenti di fortuna (lattine, bottiglie)… Fumatolo, il principio attivo raggiunge il cervello in pochi secondi, provocando un intenso effetto euforico, di benessere e un’accelerazione del pensiero. L’effetto è estremamente intenso ma breve, durando dai 3 ai 15 minuti, seguito da un brusco calo che spinge al consumo compulsivo. Il consumo prolungato porta a forte aggressività, stati paranoici, allucinazioni e sintomi simili alla schizofrenia... Il crack può causare arresti respiratori e cardiaci, ictus, infarto e morte per overdose (spesso bastano 800 mg). Inoltre, l’uso di pipe improvvisate causa lesioni orali (ustioni, vesciche, ulcere) e aumenta il rischio di trasmissioni di malattie infettive… A differenza della cocaina aspirata, il crack crea una compulsione neurobiologica immediata e fortissima… Il suo costo relativamente basso e la rapidità dell’effetto lo rendono attraente, coinvolgendo spesso fasce di popolazione vulnerabili, giovani e giovanissimi. Il crack è una sostanza illecita, il cui consumo comporta gravissimi rischi sanitari e sociali. La dipendenza da crack richiede un intervento specialistico e un percorso di disintossicazione».
Se a capire queste cose non ci arriva l’intelligenza naturale, si può ricorrere a quella artificiale andando su Google e digitando il termine crack. Non occorre essere specialisti della materia, o occorre solo fare uso di una dotazione anche medio bassa di materia grigia. Infatti, come sopra detto, la dotazione di pipette sterili può avere l’effetto positivo di evitare lesioni orali trasmissioni di malattie infettive. Punto. Nient’altro. Si dirà che questo non è poco perché si può evitare nel male il peggio, ma è francamente una consolazione magra e sterile. Il crack non è distribuito da soggetti soprannaturali e invisibili. Si conosce la rete di distribuzione e, ove non la si conosca, non è difficile individuarla. O si spezza quella o il crack continuerà a diffondersi ad una velocità impressionante per i due motivi citati: costa poco e crea una dipendenza quasi immediata. Come si può pensare che distribuendo delle pipetta sterili si attenui il danno? Quale danno? Quello delle infezioni. Ma qui l’infezione è lo spaccio e coloro che lo fanno vanno tolti dalla circolazione e nel frattempo occorre aiutare quelle persone che sono cadute in questa dipendenza e che da sole non possono assolutamente uscirne. Vanno curate da specialisti, vanno seguite e vanno, possibilmente, portate via da quella vita così come succede nelle comunità di Recupero di cui abbiamo parlato.
Ci siamo dilungati nella spiegazione di cosa sia questa droga bestiale e di quali siano le conseguenze fisiche, purtroppo molto veloci, che hanno sul corpo e sul cervello delle persone. La distribuzione delle pipette, lo ripeto: anche nel caso delle migliori intenzioni, non è certo il punto di partenza per debellare questo fenomeno infernale. Con le fiamme dell’inferno non si lotta con dei secchi d’acqua.














