Ancora insistono a negare la realtà. Di fronte al caso, ormai da giorni esploso a livello mondiale, della pugile algerina Imane Khelif (con tutte le contraddizioni che fa esplodere riguardo alla differenza sessuale, ai livelli di testosterone e alla forma dei corpi) l’atteggiamento degli adepti nostrani del pensiero unico giunge allo stesso risultato da due vie diverse. Da una parte c’è chi si rifugia nella alienazione e grida con forza che il Padrone è il depositario della verità e non lo si può contestare. Sono, per intendersi, quelli che scrivono: «Il Comitato olimpico ha detto che è una donna, dunque è una donna». Che è un po’ come dire: il Cio sostiene di aver ragione, dunque ha ragione. Costoro invocano la scienza ma la scambiano per burocrazia, credono che la realtà si esaurisca in una carta bollata. Motivo per cui la scritta su un passaporto cancella in un colpo la voce delle donne che protestano e chiedono più chiarezza, più trasparenza, esami semplici che taglino la testa al toro. Questi esami si possono fare e non sono umilianti, come spiega serenamente la rappresentante speciale Onu per i diritti delle donne, Reem Alsalem, che ha subito trovato il supporto di varie voci del femminismo europeo. Il problema è, però, che non si vogliono fare, perché secondo gli illustri progressisti l’ideologia deve avere la meglio sulla realtà: conta ciò che si decide a tavolino, e pure la tanto amata scienza deve chinare il capo al cospetto dei presunti diritti. Poi, ovviamente, c’è l’altro versante di sudditanza all’eroticamente corretto. Quello di cui fanno parte quanti non possono tollerare l’idea che esista effettivamente un dilemma, e che porsi la questione riguardo la conformazione fisica di una atleta non significhi necessariamente violare un suo diritto o la sua dignità. I negazionisti della realtà di questo secondo tipo sono pronti a immaginare i peggiori complotti; ribadiscono - come ha fatto ieri Repubblica in prima pagina - l’esistenza di possenti ingerenze putiniane nello svolgimento dei giochi e di trame ingarbugliate tessute dal perfido ragno russo. E sarà pure che qualcuno, a Est e a Ovest, ci specula. E sarà pure che i famigerati professionisti della disinformazione post sovietica si danno da fare alla grande. Ma resta un fatto: piaccia o no, gli atleti di ogni genere sono nei fatti corpi monitorati, schedati, analizzati. È cristallino che questi dati e questi numeri non possano esaurire la loro umanità. È altrettanto chiaro che non bastino le misurazioni del testosterone per racchiudere il senso intero della parola donna. Ma qui non siamo, purtroppo, nel campo della speculazione o dell’intelletto: siamo nel reame della carne, dove contano la forza fisica, la potenza dei pugni, la tessitura delle fibre. Un reame che discrimina per necessità, e senza cattiveria: suddivide, categorizza. O dentro o fuori, e non si può teorizzare troppo, anche perché è in gioco la salute di chi compete. Tocca dunque uscire dall’artificio, cosa che i vertici del Cio e i loro adepti non sembrano troppo intenzionati a fare. «È già abbastanza brutto per qualsiasi uomo, anche potente come Thomas Bach (il capo del comitato olimpico, ndr) pontificare su come dovrebbe essere definita una donna», ha scritto Oliver Brown sul Telegraph, un giornale che certo non è putiniano, anzi l’esatto contrario. «È ancora peggio», prosegue Brown, «quando gli elementi della sua definizione - essere registrata come donna alla nascita, cresciuta come donna e avere un passaporto che la identifica come donna - sembrano trattare la femminilità come un mero costrutto, piuttosto che come una realtà biologica». Ecco il punto, ecco il problema. Proprio quello su cui da giorni la stampa britannica insiste con puntiglio. «Le Olimpiadi non sono sicure per le donne», scrive Sarah Ditum su Unherd, giusto per fare un esempio. E conclude: «Imane Khelif ha sfatato il mito secondo cui il sesso è immateriale». Appunto: il sesso anche questione elevatissima e spirituale, culturale e senz’altro politica. Ma esiste una verità della carne e ignorarla significa mentire a sé stessi prima che agli altri. Poi, per carità, si può inveire contro le false notizie fabbricate da Putin, e ritenere che nei documenti del Cio risieda la verità assoluta: ognuno si illude come vuole. Ma a prescindere - come viene notato a destra e qualche volta pure sinistra - la questione riguardante i corpi androgini esiste eccome. Non è una discussione che si svolge sulla pelle della singola atleta e sulla sua identità complessiva, ma sui corpi che competono e come tali vanno sottoposti a verifica. È una discussione obbligata per un motivo semplice: se il testosterone non può rendere la complessità della donna, di sicuro non possono farlo i documenti. E mentre noi dibattiamo e ci avvitiamo sulle definizioni, sul ring qualcuna si prende un feroce pugno in faccia e in quel momento la verità le si manifesta in tutta la sua luminosa evidenza.
Che fosse più saggio attendere prima di lanciarsi in sfrenati festeggiamenti lo ripetiamo dal primo giorno, per la precisione dall'istante in cui lo chef Prighozin ha iniziato la sua marcetta su Mosca conclusasi piuttosto rapidamente a 200 chilometri dalla capitale («Non volevamo fare un golpe ma protestare», ha detto ieri il pelato avventuriero in un audio messaggio). Solo che, nell’Italia delle opposte tifoserie, attesa e prudenza non sono di casa. E infatti la gran parte degli ultrà gialloazzurri si è lanciata in proclami altisonanti, vagheggiando il crollo della Russia dello zar Vladimir e sbertucciando di conseguenza i presunti «putiniani» italici da Alessandro Orsini in giù.
Ebbene, tre giorni dopo o poco più abbiamo capito che c’è ben poco di cui gioire, e che forse il crollo dello zio Vlad è leggermente meno imminente di quanto molti continuino a sostenere. Il fatto interessante è che a sostenerlo non siamo noi, bensì gli stessi media che si erano dati all’esultanza più scomposta.
Qualche esempio piccino ma eloquente. Mario Giro, sul quotidiano Domani, ha scritto ieri che «se la Russia va in frantumi è un problema anche per noi». A suo dire, «la situazione si è fatta pericolosa: al superficiale entusiasmo che il caos russo sta suscitando in certi circoli occidentali dell’Est Europa, corrisponde il timore dell’amministrazione americana che Mosca sia fuori controllo. […] La posizione di chi voleva “spezzare” la Russia, facendole pagare l’aggressione con una sonora punizione, mostra ora tutta la sua pericolosità: a Washington si dice apertamente che “è meglio un Putin che dieci sconosciuti in possesso di armi nucleari”». Con buona pace dei fanatici del golpe che agognano i colonelli, pare proprio che lo Zar esca dalla partita con la patente di leader più presentabile. Un concetto che faceva capolino persino nell’editoriale di Paolo Mieli pubblicato ieri dal Corriere della Sera: «Sorprendentemente il mondo intero, anche la parte che si dichiarava nemica di Putin, ha assistito quasi con sollievo alla composizione (momentanea?) della crisi. Poche ore sono bastate a far decidere che lo statu quo era preferibile al trionfo di un sanguinoso avventuriero […] Nei fatti la Nato ha smentito la teoria che la dava per disponibile a qualsiasi avventura pur di liberarsi di Putin».
Riflessioni più che condivisibili, le quali per altro confermano un’evidenza. Mostrano, cioè, quanto fosse insensato il paragone fra Putin e Hitler. Se il capo del nazismo è evocato per indicare il Male assoluto, beh, è chiaro che Vladimir non può eguagliarlo dato che esistono potenziali capi ben più temibili di lui. Per intendersi: se Putin è Hitler, Prigozhin sarebbe Hitler al quadrato? Ridicolo. E infatti pure gli Stati Uniti sono rimasti alla finestra, in attesa, senza pronunciare (Mieli dixit) «una sola parola che tradisse simpatia per la marcia wagneriana su Mosca».
Un osservatore attento e intellettualmente onesto come Domenico Quirico - certo non un simpatizzante zarista - si è addirittura spinto a immaginare una messinscena, esercizio fantasioso che a chiunque altro sarebbe costato accuse di complottismo o, peggio, di intelligenza col nemico. Scrive l’editorialista della Stampa: «Si convoca dunque l’uomo adatto, Prigozhin l’appaltatore della Wagner, cortigiano consumato. Per mesi gli si fanno scandire boccate di furibondi vituperi contro tutti, politici e generali, il circo del Cremlino e dintorni: prostitute, traditori, profittatori, ladri, incapaci… si autorizzano accuse che un po’ cripticamente si agganciano anche senza usar troppa fantasia perfino a lui, il capo supremo. Non succede nulla. Non lo si punisce. Un mistero. Si osserva se qualcuno ingolosito da quella passività, che sembra alludere e preludere al declino, si fa avanti, scopre le carte. Nella rete restano pesci piccolissimi. I russi, da generazioni, sanno che davanti al Potere, rivoluzionario o reazionario, l’unico atteggiamento giudizioso è quello di tacere, chiudersi in se stessi. Allora bisogna montare una trappola più sofisticata, un golpe. Addirittura. Finto naturalmente, un’esercitazione di golpe. I subdoli dovranno venire allo scoperto, schierarsi, scegliere, fare dichiarazioni compromettenti. Li si falcerà come il grano. Fa scuola l’amico Erdogan e il suo memorabile golpe di due ore. Con cui ha riempito per gli anni a venire gli stadi e le galere di oppositori, veri e presunti».
Se c’è poco da gioire per un golpe vero, figurati per uno finto. Infatti, apprendiamo dall’inviato di Repubblica in terra ucraina, Fabio Tonacci, non gioiscono neppure i militari di Kiev al fronte. Anzi essi sarebbero addirittura delusi: «Siamo fottuti, proprio fottuti», leggiamo in una cronaca drammatica in cui si dà conto della «delusione ucraina» e si spiega che «le truppe nemiche non se ne andranno per sedare in Russia una guerra civile che non è scoppiata».
Di nuovo: se in prima linea la situazione non si è fatta più favorevole agli ucraini, se Putin emerge come la guida più presentabile e se s’immagina perfino aver organizzato tutto lui, esattamente perché qualcuno dovrebbe cantare vittoria?
Certo, in un conflitto limaccioso come questo - in cui alla massima copertura mediatica corrisponde il massimo livello di disinformazione - il quadro può cambiare all’improvviso, e ogni scommessa rischia d’essere persa in partenza. Ci resta solo una certezza: un filo meno di tifo e di sicumera potrebbe soltanto giovare al dibattito italiano che da un anno e mezzo trasuda odio e faziosità.




