I rettori puntano al rialzo, chiedono indennità sostanziose che incidono sulle finanze degli atenei ma la decisione sugli aumenti è competenza del ministero dell’Economia e delle Finanze, cui spetta l’erogazione dei fondi. Da ieri si stanno svolgendo a Roma gli Stati generali dell’università, il momento più importante dell’anno per riflettere sui nodi cruciali per il sistema accademico. A margine dell’evento, organizzato dalla Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) nell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, il ministro dell’Università e della Ricerca (Mur), Anna Maria Bernini ha tenuto a ricordare la procedura che va seguita. «I rettori possono decidere, se ritengono che il loro bilancio lo renda possibile, di aumentarsi l’indennità, me lo comunicano e io valuto se questo rientra in una forbice stabilita dal governo Draghi. Io, fino ad ora, visto che i rettori hanno sempre parlato di difficoltà, ho tenuto ferma questa richiesta».
Però, ha aggiunto la Bernini, «molti di loro chiedono di duplicarsi, triplicarsi, nella media di duplicarsi l’indennità. A questo punto ho mandato la richiesta al Mef che valuterà il da farsi». Il passaggio al ministero dell’Economia e delle Finanze è obbligatorio, il Mur più solo verificare i requisiti di legge delle singole proposte, ma è significativo che venga sottolineata dal suo responsabile l’esosità delle richieste, a fronte di tante proteste per i tagli alle università su personale e ricerca. Pochi giorni fa, era stata accolta con forti critiche la pretesa del rettore dell’Università di Genova, Federico Delfino, di aumentarsi di quattro volte il compenso. Una rivalutazione dell’indennità approvata dal Collegio dei revisori dei conti dell’Università un anno fa e sul tavolo del ministro Anna Maria Bernini, assieme alle domande di complessivi trenta atenei. Delfino chiedeva un riconoscimento annuo che passa da circa 40.000 a quasi 160.000 euro. La giustificazione era che le risorse ci sono per «la costante riduzione» delle spese di «utenze e canoni dell’energia elettrica».
Eppure, al convegno organizzato dal Pd lombardo a Palazzo Pirelli sul tema del diritto allo studio e «contro i tagli del governo Meloni», Giovanna Iannantuoni presidente Crui e rettore dell’Università Milano Bicocca piangeva miseria. «In media in Italia noi atenei con il costo del personale arriviamo quasi al 75% del nostro bilancio e le bollette, tra l’altro segnate dall’aumento delle materie prime, ne siete tutti consapevoli, pesano sul nostro bilancio per il 12%. Quindi come si fa a gestire un bilancio che praticamente viene mangiato da queste cose?», si era lamentata la scorsa settimana. E come la mettiamo con il rettore che si quadrupla l’importo dell’indennità proprio grazie alla riduzione delle bollette? «L’Università di Genova, con deliberazione dei competenti organi, applicando la metodologia prevista e su proposta del rettore stesso, ha scelto di optare per l’applicazione del solo compenso base, euro 110.000 lordo dipendente», puntualizzava Delfino in una nota, chiarendo di essere in attesa dell’approvazione da Roma. La questione non perde di importanza perché l’aumento non è ancora stato concesso, a stonare è l’inopportunità della cifra pretesa. Infatti, il dpcm 143 del 23 agosto 2022 emanato dall’allora governo Draghi prevedeva la possibilità, non l’obbligo di chiedere l’aumento dell’indennità. Non a caso, c’è chi decide diversamente, come ha riferito alla Verità Riccardo Zucchi, rettore dell’Università di Pisa. «Col bilancio 2025 la mia indennità verrà ridotta di circa il 20% (pari a circa 10.000 euro annui). È una goccia nel mare, ma mi sembra un atto doveroso, nel momento in cui siamo costretti a chiedere sacrifici a studenti e precari», faceva sapere qualche giorno fa sul nostro giornale il più alto responsabile dell’ateneo pisano.
A chiedere indennità esose sono in molti. Come segnala Il Resto del Carlino, a Urbino il rettore Giorgio Calcagnini «percepisce un’indennità di 54.000 euro all’anno. In virtù dell’aumento di 83.500 euro, ne arriverebbe a percepire 137.500». A Bologna, il rettore Giovanni Molari passerebbe «da 50 a 100.000 euro l’anno». All’Università di Ferrara, la rettrice Laura Ramaciotti «arriverebbe a guadagnare 105.295 euro rispetto all’attuale indennità di 47.973 euro […] Numeri simili all’Università di Parma, dove il rettore Paolo Martelli passerebbe da un compenso di 63.310 euro all’anno a 153.268 euro».
A ottobre, il cda dell’Università del Salento aveva approvato l’aumento quadruplicato dei compensi del rettore Fabio Pollice da 25.200 a 115.500 euro l’anno. «Una scelta politicamente sbagliata nei modi, nei tempi, nella sostanza e nel contesto», protestò la federazione lavoratori della conoscenza Fdl Cgil. Lo scorso maggio venne dato il via libera all’incremento dell’indennità del rettore dell’Università Aldo Moro di Bari, Stefano Bronzini, passata da 71.856 euro a 160.000 euro annuali (+128%).
Se il Mef davvero approvasse tutte le richieste dei rettori, stabilendo che le condizioni economiche e finanziarie degli atenei possono garantire la manovra in sicurezza, gli attuali 1,7 milioni alla voce «compensi ai vertici» potrebbe salire a oltre 3,5 milioni l’anno. Spese davvero giustificate?




