Come al solito il demonio si nasconde nei dettagli. Così in Europa si torna a parlare di etichette. Stavolta arrivano gli oggetti a indicazione geografica. Un passo avanti per il made in Italy, ma bisogna stare con le orecchie dritte perché a seconda di come va il 12 settembre in Commissione potrebbe essere un modo per sterilizzare il valore aggiunto del brand Italia rispetto al quale i nostri partner europei sono come Catullo: odi et amo. Lo vogliono, ma preferirebbero non comprarlo da noi. Su questo il gruppo Ecr, i conservatori, guidato da Giorgia Meloni ha drizzato le antenne e quando si parla di etichette tra Bruxelles e Strasburgo raramente è un buon segno. È vero che Paolo De Castro - già ministro agricolo in Italia ai tempi di Prodi, eurodeputato Pd ma ferocissimo critico di Frans Timmermans sui temi dell’agroalimentare - ha assicurato che di Nutri-score se ne parlerà semmai l’anno che viene, ma è anche vero che il Cep – il think thank che valuta e sostiene la legislazione europea – sul vino dà manforte all’Irlanda. In pratica vogliono scrivere sulle bottiglie cha fa male e vogliono obbligare tutti i paesi ad adeguarsi e questo mentre il settore vitivinicolo conosce una crisi devastante. L’export italiano è crollato di oltre 9 punti e il consumo è precipitato in media del 16%. Lo stesso vale per l’etichetta a semaforo (quella che boccia l’extravergine e promuove le bibite energetiche) che è ormai adottata con scelta unilaterale da almeno sei paesi - Germania, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Belgio e (sia pure con tanti mal di pancia) dalla Spagna - e sta creando problemi all’esportazioni italiane. Avevamo fatto benissimo nei primi quattro mesi dell’anno (più 9,5% con un tendenziale a fine anno di 64 miliardi) poi un’improvvisa gelata: da maggio a luglio meno 0,9% e non è solo colpa dell’inflazione. C’è da sperare invece che con i manufatti di artigianato vada meglio. Il lavoro preparatorio è stato lungo e soprattutto il gruppo Ecr (che raggruppa anche gli eurodeputati di Fratelli d’Italia) è riuscito a curvare la proposta di legge della Commissione in senso più favorevole. Ma Raffaele Stancanelli – il relatore ombra del provvedimento – avverte sulla genericità di alcune norme che potrebbero favorire la grande industria a discapito dell’artigianato di qualità. Sui cosiddetti prodotti IG (indicazione geografica) “non agri” c’è un forte rischio di banalizzazione della forza dei marchi di tutela europei. Uno de punti critici - come ha messo bene in evidenza Orign Italia, l’associazione dei consorzi Igp e Dop dell’agroalimentare presieduta da Cesare Baldrighi - è la confusione dei loghi. L’articolo 44 del nuovo regolamento «consentirebbe l’utilizzo del logo delle Igp dedicato ai prodotti agroalimentari anche alle IG artigianali e industriali non alimentari, il cui sistema di controllo sarebbe basato solo da autodichiarazione degli stessi produttori. «Ma questo non è il solo punto critico. Come messo in evidenza da Stancanelli c’è il tema che Mario Walsmann, eurodeputato bavarese del Ppe e relatore del provvedimento, ha tenuto sotto traccia: basta che una qualsiasi fase di lavorazione del prodotto si svolga nella zona geografica per cui si chiede il marchio che la tutela viene concessa. Si può fare in Vietnam la porcellana, poi incantarla a Monaco e marchiarla IG Baviera. L’Italia ovviamente non ci sta. Un conto è tutelare i coltelli di Pattada e di Scarperia o il vetro di Murano che hanno specifiche caratteristiche, tradizione, storicità e un conto è dare la patente a prodotti che non hanno nessuna storia. Le piastrelle di Sassuolo o di Fiorano, le ceramiche di Vietri o di Borgo San Lorenzo sono una cosa, il gres iperindustriale polacco un’altra. Ecco su questo si gioca la battaglia in commissione il 12 settembre prossimo. Intanto a Roma il Governo promuove e tutela i prodotti di tradizione ad altissimo valore aggiunto e il ministro Adolfo Urso con la legge sulle nostre produzioni tradizionali compreso il lancio del liceo del Made in Italy si è portato avanti. Vedremo se dall’europarlamento arriva o no un segnale positivo.
Se va avanti così per la frittura che profuma l’estate arriveremo a una dipendenza totale dall’importazione di pescato. Con conseguenze disastrose per un comparto che si è già fortemente ristrutturato con una perdita consistente di barche e di occupati. La pesca in Italia vale insieme all’acquacoltura 1,5 miliardi con circa 6 mila pescherecci e 22 mila persone imbarcate, ma è un forte volano per l’economia meridionale. Ora la Commissione europea con un colpo di spugna vuole cancellarla. Chiede ai paesi europei di vietare entro il marzo prossimo i sistemi di «pesca mobile di fondo». Tradotto si tratta delle reti a strascico che si usano da sempre: vietarle significa mettere sul lastrico gli armatori, chiudere i mercati ittici. Tutto è come al solito rivestito dall’afflato green, in realtà sotto ci sono i soliti interessi dei paesi del Nord. Contro questa azione della Commissione si sono schierati gli eurodeputati di Fratelli d’Italia e della Lega che ha addirittura organizzato un flash mob sotto le finestre della Commissione. Con l’europarlamentare Raffaele Stancanelli, di Fratelli d’Italia già sindaco di Catania, facciamo il punto.
Onorevole Stancanelli è un attacco all’Italia?
«Sicuramente da parte della Commissione non c’è nessuna valutazione dell’impatto di questa decisione sulla nostra economia, sulla sopravvivenza della marineria da pesca. È però doveroso precisare che finora non c’è alcuna decisione e che peraltro non si parla espressamente di reti a strascico. La raccomandazione della Commissione ai paesi europei di vietare entro il marzo 2024 i cosiddetti sistemi di pesca mobile di fondo non ha alcun valore giuridico. Però bisogna vigilare perché questo è il metodo che la Commissione usa per indurre le decisioni che lei vuole imporre».
Una sorta di persuasione occulta?
«Qualcosa di più e anche di diverso. Il Parlamento europeo purtroppo è un co-decisore, legifera insieme alla Commissione. Cosa fa la Commissione? Prepara gli atti, mandava avanti il Commissario in modo da precostituire una decisione. Noi ormai lo chiamiamo il metodo Timmermans, dal vicepresidente olandese Frans, che ha un approccio ideologico verde a tutte le questioni e antepone la sua visione ai dati reali. Sulla pesca abbiamo chiesto senza ottenerlo uno studio che motivi la proposta della Commissione. Niente di niente».
Il commissario alla pesca è Virginijus Sinkevičius, lituano, viene da un paese che ha qualche chilometro di costa sul Baltico. È possibile che non sappia cos’è il Mediterraneo?
«Noi ci stiamo battendo con tutte le nostre forze per far valere la specificità mediterranea. Abbiamo spiegato che togliere lo strascico che non danneggia affatto le riserve ittiche e l’ambiente significa mettere sul lastrico le flotte pescherecce della Sicilia, del nostro meridione, dell’Adriatico. I nostri pescatori hanno fatto enormi sforzi per ridurre le giornate di pesca e sono i primi amici del mare, anche perché loro di quello vivono. Ma il sospetto forte è che si voglia colpire la pesca mediterranea per dare totale sbocco a quella dei mari del Nord così che quei Paesi possano venderci il loro pesce».
Si possono bloccare i pescherecci europei, ma in Mediterraneo quelli della costa Sud, come i giapponesi e i cinesi che fanno campagne nel nostro mare, continueranno a operare?
«Certo, ma non ascoltano. Glielo abbiamo detto in tutti i modi. Siccome il divieto riguarda solo le barche dei paesi europei è ovvio che chi già pesca in Mediterraneo tunisini, algerini, marocchini, ma anche i giapponesi continueranno con i loro sistemi di pesca che, quelli sì, spessissimo sono dannosi per l’ambiente. Siamo al solito paradigma: l’Europa decide di non produrre e lascia che gli altri la invadano».
È un po’ la storia del tonno rosso...
«Esatto, col sistema delle quote motivate con la necessita di evitare l’estinzione del tonno rosso, minaccia che non c’è mai stata e che di certo non è attuale, si sono favorite le altre flotte a discapito della piccola pesca italiana che poi è il grosso del nostro settore. Per fortuna ora il ministero dell’Agricoltura ha assegnato una quota di 580 tonnellate che ripartita sulle 118 barche di pesca artigianale italiane ha dato un po’ di respiro».
Il tema riguarda però anche la Spagna, la Francia, la Croazia e la Grecia. State tessendo alleanze?
«Lo facciamo tutti i santi giorni, ma il fatto è che ci sono delle diversità. Ad esempio sulle dimensioni delle vongole la Spagna che non poteva pescarle ha cercato di bloccare quelle dell’Adriatico. La Francia si è vista assegnare aree di mare che prima erano nostre dai governi a guida Pd e certo non sempre è pronta al dialogo. È però innegabile che tutti abbiamo necessità di difendere la specificità mediterranea. Le politiche degli ultimi 20 anni hanno ammazzato la pesca del nostro mare».
E con le altre forze politiche?
«Noi e la Lega ci muoviamo con un’intesa perfetta, ma spero che anche gli altri eurodeputati visto che c’è in gioco l’interesse dell’Italia si uniscano alla nostra azione».
Ha l’impressione che la Commissione stringa i tempi perché teme che il prossimo Parlamento non varerà una nuova maggioranza Ursula?
«Non è un’impressione: è una certezza. Si sa che il Parlamento avrà un orientamento di centrodestra e loro vogliono far passare tutto in fretta, soprattutto in tema di green e di salvaguardia dei paesi del Nord prima che la Commissione se ne vada. E noi non faremo passare più niente perché sappiamo che nella nuova legislatura ci sarà un cambiamento radicale di quadro politico. Ovvio che per condizionarci cercano di mettere in difficoltà l’Italia. Ma non ci facciamo prendere a strascico».




