Nel giugno del 2025, in via Murat a Milano, due agenti della polizia locale salgono di corsa le scale di un palazzo dopo le urla di un uomo che chiede aiuto. Sul pianerottolo si trovano davanti un egiziano armato di coltello. Li minaccia. I ghisa estraggono l’arma di ordinanza per fermarlo. Alla fine, lui si arrende. È una scena che racconta bene il rischio che corrono gli agenti della Locale. E chiarisce, meglio di molte discussioni politiche, il nodo del taser. Tra spray al peperoncino, bastone e contatto fisico, oggi manca uno strumento intermedio.
Perché l’alternativa, quando la situazione si mette male, può diventare la pistola in dotazione. È l’ultima soglia, la più pericolosa per tutti, anche per l’aggressore. Il taser viene richiesto per questo: per fermare a distanza, prima che la situazione degeneri.
Il 10 aprile 2026 il sindacato della polizia locale milanese Diccap/Sulpm ha scritto al sindaco Giuseppe Sala e ai capigruppo del Consiglio comunale. La firma è quella del segretario cittadino Daniele Vincini. La richiesta è semplice: sbloccare la dotazione del taser - lo storditore elettrico - alla polizia locale. Il sindacato sostiene che la sperimentazione si sia chiusa con esito positivo sul piano della deterrenza e accusa la politica di aver fermato tutto. È da qui che parte lo scontro. Non è più una discussione tecnica. Ma un attacco diretto alla linea di Palazzo Marino. E oggi il bersaglio è ancora più chiaro, perché da gennaio la delega alla Sicurezza è rimasta nelle mani di Sala.
Il problema per il sindaco è che sul taser non può dire di essere stato colto di sorpresa. A gennaio 2024 aveva detto che per i vigili «ci può stare», purché con regole d’ingaggio chiare. Ad agosto 2024 il Comune aveva annunciato la sperimentazione. Il test prevedeva l’acquisto di sei dispositivi, la formazione di circa 60 agenti e una durata di sei mesi. Poi il dossier si è fermato. Oggi Sala dice che la sperimentazione non ha dato grandi risultati (dopo un investimento di 30.000 euro) e rimette la scelta alla commissione Sicurezza e poi al Consiglio comunale. Prima apre. Poi frena. Infine, scarica la decisione. A rendere la vicenda più pesante è il fatto che la polizia locale arriva a questa battaglia dopo anni di criticità. Nel 2015 le aggressioni agli agenti a Milano furono 174. Negli anni successivi sono subentrati gli strumenti di autotutela già previsti dal quadro regionale, come il bastone estensibile e lo spray al peperoncino. Nel 2019 Sala rivendicava una prima fornitura di 500 spray per i vigili. I sindacati sostengono che questi strumenti abbiano contribuito a ridurre gli infortuni da aggressione. Ma proprio qui si concentra la loro obiezione: se bastone e spray sono stati introdotti, perché sul taser Milano si è fermata a un passo dal traguardo?
Negli ultimi anni il lavoro dei ghisa è cambiato. E i numeri lo mostrano con chiarezza. Nel 2024 il Comune ha comunicato 230 arresti e un corpo di 3.037 uomini e donne. Nel 2025 gli arresti in flagranza sono saliti a oltre 450. Le pattuglie in strada ogni giorno sono diventate 230. Le richieste di intervento alla centrale operativa 330.874. Gli effettivi circa 3.200, contro i 2.800 del 2022. Non è più soltanto un corpo che si dedica a viabilità e controlli amministrativi. È un presidio sempre più impegnato nella sicurezza urbana, nei reati di strada, nella gestione del disordine quotidiano dove spesso i protagonisti sono extracomunitari. E proprio mentre cresce il carico operativo, la politica si blocca sul nodo più sensibile.
C’è poi un altro dato che dice molto. Nel luglio 2025, secondo le statistiche, nei primi sei mesi dell’anno i fermati o arrestati dalla locale erano già 300, quanto in tutto il 2024. Tanto da spingere il Comune ad aprire nuove celle di sicurezza in via Custodi. È un dettaglio che racconta come ci sia stato un cambio netto. La municipale di Milano è sempre più coinvolta nella gestione diretta delle situazioni critiche. Ma sugli strumenti, sulla tutela legale e sulla copertura politica continua a ricevere risposte lente.
Qui si apre il nodo politico vero. Il taser non divide solo per ragioni tecniche. Divide la maggioranza, spaccata, con una parte del Pd contraria e con la commissione Sicurezza non ancora convocata. Il presidente della commissione, il dem Michele Albiani, ha spiegato che il tema è al centro del dibattito nella maggioranza e che servono ulteriori approfondimenti. Tradotto: nel centrosinistra milanese c’è il timore che una scelta troppo marcata sul terreno della sicurezza, e su un simbolo come il taser, possa essere letta come una svolta troppo «securitaria» e finire per costare sul piano politico.
Il sindaco continua a difendersi con i dati generali sui reati, ma è una fotografia incompleta: mentre il totale cala, aumentano gli arresti da parte dei ghisa, cresce la pressione sugli interventi e resta alta la tensione sulla microcriminalità che più pesa sulla percezione urbana.
C’è poi il nodo del personale. L’organico è cresciuto, ma Milano continua a inseguire il proprio fabbisogno: il programma 2025-2027 prevede 520 nuovi agenti e il Comune stesso ammette il problema, tra stipendi erosi dal costo della vita e 73 alloggi pubblici messi a bando per trattenere i vigili in città.
L’ex vicesindaco Riccardo De Corato attacca la sinistra milanese, accusandola di voler bloccare per ideologia il taser alla polizia locale nonostante una sperimentazione di sei mesi conclusa positivamente. E sostiene che quei 30.000 euro spesi per acquistare i dispositivi non dovrebbero ricadere sui cittadini, ma su chi ha fermato il progetto.





