Una nuova figura, deducibile col filtro dell'epica cavalleresca, si sta diffondendo ai massimi livelli internazionali del calcio: il capitano di ventura. Avventuriero esperto al servizio di blasoni affamati di obiettivi ambiziosi, permette loro di conseguirli in breve tempo, indirizzando i mezzi a disposizione e firmando ricchi contratti di anno in anno, in genere pensati con finalità graduali. Una volta era il mestiere delle armi, oggi è il mestiere del pallone. Gente, per intenderci, come il quasi quarantenne Zlatan Ibrahimovic, a tutti gli effetti diventato un Giovanni Dalle Bande (rosso) nere. Come Arturo Vidal, da molti dato per imbolsito, e però ancora gagliardo nel centrocampo dell'Inter. L'ultimo in grado di fregiarsi dell'investitura, è il croato Mario Mandzukic, da qualche giorno approdato alla corte del Milan. Per nulla intimorito dal peso della leggenda intorno alla maglia numero 9 del Diavolo, Mandzukic, già bandiera della Juventus, con cui ha disputato 162 partite segnando 44 gol, si è presentato non lesinando sulla fiducia in sé stesso: «Sarà un onore indossare questa maglia piena di storia. Posso solo promettere di fare del mio meglio in ogni partita e di aiutare la squadra in ogni maniera. Sono sicuro che insieme possiamo realizzare il sogno di ogni fan del Milan, e ce ne sono molti in Croazia. Sono pronto a combattere». L'attaccante compirà 35 anni a maggio, l'accordo con la dirigenza prevede un contratto da 1,8 milioni di euro fino alla fine di questa stagione, con opzione automatica di rinnovo se il Milan si qualificherà per la prossima edizione della Champions League. Tanti soldi, se si pensa a un'intesa della durata - teorica - di sei mesi. La formula non è nuova. Già nel gennaio 2020, quando Ibrahimovic decise di tornare sulla sponda rossonera del Naviglio, il patto siglato fu analogo: 3,5 milioni netti fino a giugno 2020, più 500.000 euro in caso di qualificazione alle coppe europee. Al 50% delle presenze, rinnovo automatico fino a 30 giugno 2021 per 6 milioni netti a stagione. A oggi, il cannoniere svedese vanta 26 partite in Serie A nell'anno solare e ben 22 reti segnate. Diversa, ma non troppo, la situazione di Vidal: due anni di contratto a 6 milioni, con opzione per il terzo. Questi giocatori hanno in comune alcune caratteristiche che li rendono paragonabili ai mercenari rinascimentali: l'elevata esperienza sul campo, traducibile con un'età anagrafica sempre superiore ai 30 anni, spesso - è il caso di Ibra e Mandzukic - oltre i 35. Un'integrità fisica certificata, che li mette al riparo dal rischio di recidive per infortuni del passato. E ancora, la capacità di focalizzarsi su obiettivi a breve termine precisi e predeterminati, garantendo le vittorie in quella manciata di partite decisive. Insomma, condottieri altamente specializzati, trascinatori di brigate molto giovani. Profili mai visti prima nell'universo del calcio, grazie alle moderne tecniche di allenamento. Se un tempo i preparatori atletici si concentravano sull'ottimizzare la prestazione dei calciatori nell'immediato, non considerandone più di tanto la longevità muscolare, oggi assistiamo a un ribaltamento: un'integrazione alimentare mirata e una tabella di gestione dello sforzo strutturata sul pieno recupero psicofisico consente loro di giocare ad alti livelli persino a 40 anni suonati. Peculiarità che aprono alla novità più succosa: le formule contrattuali. Fino a una decina di anni fa, il veterano andava a caccia dell'ultimo ingaggio della vita, generalmente un triennale al ribasso rispetto allo stipendio degli anni d'oro, magari in un campionato minore. Ibra e Mandzukic hanno invece ottenuto, per tempistiche ed emolumenti, qualcosa di assai differente. Contratti brevi, stabiliti per obiettivi progressivi, che in termini di danari percepiti non abbassano le loro pretese. Opzioni collaterali sostanziose e possibilità di rinnovo garantita solo se gli scopi fissati alla firma del contratto vengono raggiunti. Nessuno come loro - i risultati del Milan con il bomber svedese stanno lì a dimostrarlo - è in grado di far vincere a una squadra partite altrimenti destinate a finir male. Gli equilibri finanziari delle società muteranno presto. Le nuove figure dei veterani trascinatori costringono a scelte inedite. Puntare su di loro consente di ottenere alta affidabilità, valorizzando una rosa di giocatori magari giovane e ancora da scoprire. Ma riduce gli spazi per eventuali investimenti alla Matthijs de Ligt o alla Erling Braut Håland, giovanissime stelle di prospettiva deflagrante, ma meno rodati, con un costo del cartellino già elevato. O gli uni, o gli altri. In tempi di Covid, con la coperta corta e il portafoglio non tanto pingue, l'arguzia delle dirigenze dei grandi club si misurerà in un Risiko insolito.
La maledizione di Allegri: ha vinto come pochi ma nei cuori juventini per lui non c’è posto
«Vi aspetto tutti lì». L'appuntamento di Massimiliano Allegri, lanciato in diretta Rai ai suoi detrattori dopo avere brindato nella Coppa Italia, non è davanti alla bacheca dei trionfi juventini, ma lungo il fiume dell'eternità. Dove lui è già seduto con un quadrifoglio in bocca ad attendere chi passa galleggiando sul pelo dell'acqua. È il rumore dei nemici di Josè Mourinho, è lo sfogo di un uomo che in quattro anni ha vinto quattro scudetti e quattro Coppe Italia, si è guadagnato due finali di Champions League e l'ammirazione di tutta l'Europa del calcio, ma che in Italia deve guardarsi le spalle ogni maledetta domenica. Tranne questa, quando parcheggerà il carroarmato bianconero dentro il perimetro del 34º titolo italiano e nessuno oserà, per un giorno, criticarlo.
«Sono così complicati che arrivo a non capire le loro domande, eppure non sono analfabeta», rivela agli amici il tecnico livornese, che non si lascerà rovinare la festa dai giornalisti, ma che vorrebbe scappare da tutte le celebrazioni come fa al 90° di ogni partita, quando infila di corsa il sottopassaggio dello Stadium mentre i suoi corrono verso la curva. Allegri è stanco, la stagione è stata durissima, i suoi guerrieri hanno risposto ancora una volta. È stanco e non sopporta il balletto dei critici a vuoto, ai quali ha dedicato una doppia entrata come quella di Miralem Pjanic su Rafinha: prima a Lele Adani, commentatore di Sky, poi a Mario Sconcerti, guru calcistico della Rai, che la sera del 4-0 al Milan gli aveva chiesto - neanche fosse Victor Hugo davanti a Napoleone in esilio - se sentiva gli scricchiolii della fine. Allegri è diventato paonazzo in diretta, ha tuonato perdendo le staffe («In questo sport ci sono molti rischi come nel Monopoli, ma voi fate domande assurde. Io però ho pazienza da vendere») e se n'è andato scagliando l'auricolare fuoricampo.
Il motivo è quello di sempre: i raffinati del pallone vorrebbero una Juventus filosofeggiante, un'orchestra che suona la Pastorale come il Napoli di Maurizio Sarri giocando a velocità supersonica e dominando sempre. Per poi ritrovarsi con la lingua fuori davanti al traguardo e «zero tituli» in tasca. Li chiamano modernisti, vivono per lo spettacolo anche se criticano il colpo di tacco. Ma Allegri sa che per vincere bisogna saper soffrire, perfino giocare male, speculare, lottare nel fango come sapeva fare lo stesso Milan di Arrigo Sacchi, ma nessuno se lo vuole ricordare. Tra l'altro quel Milan era micidiale in Europa, ma perse tre scudetti consecutivi (dall'Inter, dal Napoli, dalla Sampdoria) proprio perché non riuscì a gestire le forze.
Vincente e spernacchiato. Attorno ad Allegri sta accadendo qualcosa di surreale e lui non riesce a spiegarselo. È la stessa situazione assurda nella quale era finito Giovanni Trapattoni, liquidato come un catenacciaro dalla critica infatuata di Sacchi, dopo avere vinto con l'Inter tedesca (Lothar Matthäus e Andreas Brehme) un campionato con il record di punti. Per Allegri come per il Trap il sistema di gioco conta poco. «A me dei moduli non me ne frega nulla, l'importante è che tutti i giocatori occupino gli spazi nella maniera giusta», ripete da un paio d'anni. Lui giocherebbe anche con il 2-6-2, basta che i suoi ragazzi rispondano con intelligenza, corsa e tecnica. L'imprevedibilità è la sua forza, non lo convinceranno mai ad abbassare la cresta e adeguarsi a uno spartito unico, solo Juan Cuadrado terzino non si può vedere.
Per capire Allegri bisognerebbe essere mosche e partecipare dall'alto a una cena con il suo maestro Giovanni Galeone davanti a una bottiglia di rosso. Lì non si parla di Juventus e di moduli, di sovrapposizioni e di gente che passeggia tra le linee. «Ti ricordi il nostro Perugia, il nostro Pescara? Si faceva tutto con semplicità, velocità e tecnica. Era un piacere vederli». Anche buona parte dei tifosi della Juventus dovrebbe assistere con una metamorfosi kafkiana a quelle conversazioni. Perché il colmo dell'assurdo è che Allegri non ha ancora convinto lo zoccolo duro degli orfani di Antonio Conte. Al primo pareggio sofferto - capitò in marzo a Ferrara con la Spal - i bianconeri da social lo hanno mandato a stendere, qualcuno ne ha chiesto la testa. «Sei una vergogna, sai solo speculare». «Con quella rosa vincerei tutto anch'io». Gente molto insensibile, per usare la definizione dell'anno, come quella che andò a contestarlo a Vinovo con la scusa di stimolare la squadra.
Com'è possibile imbastire il processo a un tecnico che ha vinto quattro scudetti e quattro Coppe Italia in quattro anni? Nessuno se lo spiega. Chi sa di cose sabaude sostiene che Allegri non ha il sangue bianconero dalla nascita, non ha la patente invocata da Alberto Sordi e il giorno del gol annullato a Sulley Muntari stava sulla panchina sbagliata. Insomma, sarebbe affetto dalla sindrome che colpì Carlo Ancelotti. Faide senza senso che non si riverberano dentro lo spogliatoio, dove lui è qualche volta amato e sempre rispettato perché riesce a tenere in panchina Gonzalo Higuain quando lo vede male in allenamento, perché lascia il palcoscenico ai calciatori, perché ha la forza di indicare la porta a chi lo contesta, come fece con Leonardo Bonucci un anno fa. «Sami Khedira e Mario Mandzukic per lui si butterebbero dal decimo piano, ma la gente questo non lo capisce», spiega un addetto ai lavori che lo conosce bene. Non a caso sono i due giocatori di maggiore esperienza e respiro internazionale.
Scudetto, brindisi, poi tutti in vacanza. Con un tormentone pronto: Allegri va o resta? Anche qui le congetture si affastellano, si parla di corte dell'Arsenal, di pressing del Chelsea, ma la realtà sembra più semplice di quella ipotizzata e non va nella direzione preferita dai contestatori. Allegri ha ancora un contratto di due anni e Andrea Agnelli non ha alcuna intenzione di scioglierlo. C'è un cambio generazionale in atto; la prossima stagione l'unico juventino nell'undici titolare - fra quelli che lui trovò quattro anni fa - sarà Giorgio Chiellini. Una mutazione genetica di questa portata non può essere gestita al buio, a meno che lo stesso Max stanco e irritabile non dica: «Mi dimetto e sto fermo un anno». Per poi ripartire da re.
È molto difficile. Più probabile vederlo ancora su quella panchina a cercare di convincere tifosi diffidenti, nel tentativo supremo di polverizzare l'ossessione del club conquistando la coppa dalle grandi orecchie. Sarebbe il gesto supremo, quello che azzera tutto e davanti al quale lui diventerebbe un profeta come lo sono Sacchi per i milanisti e Mourinho per gli interisti. Se porti a casa il Santo Graal sei immortale. Allora, ma solo allora, questo livornese timido e testardo che si fa beffe dei moduli ma non degli uomini, si toglierà il quadrifoglio di bocca e smetterà di aspettare sul bordo del fiume.
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